22 novembre 2017

È tornato don Camillo/33. Gli angeli del Natale. Parte Seconda

Questioni celestiali 
Prima di continuare nel racconto di quello che capitò al nostro don Camillo nei giorni imminenti al Santo Natale, devo in coscienza dare la parola a un mio piccolo lettore (perché questa storia deve essere fatta leggere soprattutto a loro!), che mi ha posto domande con tanta sagacia a cui non posso esimermi dal rispondere. Ma per fare le cose per benino e per non forzare alcunché o essere involontariamente fazioso ho deciso di pubblicare quanto mi è stato spedito.

“Caro narratore – dice la missiva –, tu hai parlato di Chiesa, santi, Maria e Gesù. E fin qui tutto mi è chiaro: vado alla Santa Messa tutte le domeniche e a catechismo ogni settimana. So, inoltre, che i Santi sono gli amici di Gesù e che Maria è la sua e nostra mamma. Ma vorrei domandarti che cosa è precisamente un angelo? E un arcangelo? Non sarà forse il papà dell’angelo…? Grazie se mi risponderai. Tuo Giovannino 

P.S.: so in generale cos’è un angelo, ma magari tu puoi spiegarmelo meglio e poi mi interessa di più la faccenda degli arcangeli. 
P.P.S.: digli, al don Augusto, di non preoccuparsi, perché quello che ha vissuto è molto bello! 
P.P.P.S: volevo anche dirti che sai disegnare molto bene!”.

Dopo lunghe ricerche, ora posso far fronte alle domande di questa graziosa letterina, perché ho studiato per bene (lo studio è importante, ricordatevelo!). Riflettendoci con attenzione, tutte le informazioni che oggi possiedo avrebbero potute essere utili in quella notte al nostro don Camillo, ma si vede che la Provvidenza aveva deciso in altro modo.

Caro Giovannino, rispondendo a te desidero precisare la questione a tutti, perciò, miei cari lettori, dovete venirmi appresso per un attimo nella speranza di essere chiaro e per questo devo ringraziare un mio amico “Benedetto” che mi ha aiutato a mettere ordine alle mie idee. Ah, i disegni non li ho fatti io, ma la mia amica Erica, bravissima illustratrice .

A riguardo degli angeli sia la Sacra Scrittura sia la Tradizione della Chiesa ci lasciano scorgere due aspetti. Da una parte, l’angelo è una creatura che sta davanti a Dio, orientata con l’intero suo essere verso il Signore. Sant’Agostino, amico stretto di queste creature, ha scritto una volta che «la parola “angelo” designa l’ufficio, non la natura. Se si chiede il nome di questa natura, si risponde che è spirito; se si chiede l’ufficio, si risponde che è angelo: è spirito per quello che è, mentre per quello che compie è angelo». Sicché, in tutto il loro essere, gli angeli sono servitori e messaggeri di Dio. Tra questi quelli che svolgono l’ufficio, ovvero il compito, più importante si chiamano “arcangeli”, ma il nome proprio di quelli che conosciamo è Michele, Gabriele e Raffaele. «A essi», ha detto il santo papa Gregorio Magno, «vengono attribuiti nomi particolari, perché anche dal modo di chiamarli appaia quale tipo di ministero è loro affidato». Tutti e tre i nomi degli arcangeli finiscono, poi, con la parola ebraica “El”, che significa “Dio”: Dio è iscritto nei loro nomi, nella loro natura. La loro vera natura è l’esistenza in vista di Lui e per Lui. In tal modo si spiega anche il secondo aspetto che caratterizza gli angeli: essi sono messaggeri di Dio. Portano Dio agli uomini, aprono il cielo e così aprono la terra. Proprio perché sono presso Dio, possono essere anche molto vicini all’uomo. Dio, infatti, è più intimo a ciascuno di noi di quanto non lo siamo noi stessi. Gli angeli parlano all’uomo di ciò che costituisce il suo vero essere, di ciò che nella sua vita tanto spesso è coperto e sepolto. Essi lo chiamano a rientrare in se stesso, toccandolo da parte di Dio. In questo senso anche noi esseri umani dovremmo sempre di nuovo diventare angeli gli uni per gli altri – angeli che distolgono da vie sbagliate e orientano sempre di nuovo verso il Signore.
Ciò diventa ancora più chiaro se ora guardiamo alle figure dei tre arcangeli che don Augusto incontrò in quella straordinaria notte.
C’è innanzitutto Michele. Lo conosciamo, nella Sacra Scrittura, a partire soprattutto dal Libro di Daniele, nella Lettera dell’Apostolo san Giuda Taddeo e nell’Apocalisse. Di questo Arcangelo si rendono evidenti in questi testi due funzioni. Egli difende la causa dell’unicità di Dio contro la presunzione del drago, del “serpente antico”, come dice Giovanni. È il continuo tentativo del diavolo di far credere agli uomini che Dio deve scomparire, affinché essi possano diventare grandi; che il Signore ci ostacola nella nostra libertà e che perciò noi dobbiamo sbarazzarci di Lui. Ma il drago non accusa solo Dio. L’Apocalisse lo chiama anche «l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusa davanti a Dio giorno e notte». Chi accantona Dio, non rende grande l’uomo, ma gli toglie la sua dignità. Allora l’uomo diventa un prodotto mal riuscito dell’evoluzione.
Chi accusa Dio, accusa anche l’uomo. La fede in Dio difende l’uomo in tutte le sue debolezze e insufficienze: il fulgore di Dio risplende su ogni singolo. Un’altra funzione di Michele, secondo la Scrittura, è quella di protettore del Popolo del Signore. Ecco il motivo per cui dobbiamo affidare le nostre preghiere agli angeli, così da divenire persone che amano in comunione col Dio-Amore.

Incontriamo, poi, l’Arcangelo Gabriele, soprattutto nel prezioso racconto dell’annuncio a Maria dell’Incarnazione di Dio, come ce lo riferisce san Luca. Gabriele è allora il messaggero dell’Incarnazione di Dio. Egli bussa alla porta di Maria e, per suo tramite, Dio stesso chiede a Maria il suo “sì” alla proposta di diventare la Madre del Redentore: di dare la sua carne umana al Verbo eterno di Dio, al Figlio di Dio. Ripetutamente il Signore bussa alle porte del cuore umano. Egli bussa per essere fatto entrare: l’Incarnazione di Dio, il suo farsi carne deve continuare sino alla fine dei tempi.

San Raffaele, infine, ci viene presentato soprattutto nel Libro di Tobia come l’Angelo a cui è affidata la mansione di guarire. Quando Gesù invia i suoi discepoli in missione, al compito dell’annuncio del Vangelo è sempre collegato anche quello di guarire. Il buon Samaritano, accogliendo e guarendo la persona ferita giacente al margine della strada, diventa senza parole un testimone dell’amore di Dio. Quest’uomo ferito, bisognoso di essere guarito, siamo tutti noi. La vera ferita dell’anima, infatti, il motivo di tutte le altre nostre ferite, è il peccato. E solo se esiste un perdono in virtù della potenza di Dio, in virtù della potenza dell’amore di Cristo, possiamo essere guariti, possiamo essere redenti.
Se la nostra speranza resterà intatta, se la nostra fede rimarrà solida e la nostra carità non si esaurirà – come dice il Vangelo di Gesù – anche noi vedremo il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo.

Non so bene, se sono riuscito a spiegarmi, spero di sì! Chiedo, pertanto, al mio piccolo lettore di scrivermi in questi giorni in modo che possa farmene un’idea. Tuttavia, gli domando di non essere troppo impietoso nel giudizio. Nel caso non sia stato chiaro, ecco qui una sinesi estrema: gli angeli sono creature spirituali che incessantemente glorificano Dio e servono i suoi disegni salvifici nei confronti delle altre creature. Il più grande teologo, ossia conoscitore del mistero di Dio, san Tommaso d’Aquino, chiamato tra l’altro “Angelico” per la profondità del suo pensiero, ha scritto: «ad omnia bona nostra cooperantur angeli». Sì, ha scritto proprio in tal modo, perché nei suoi testi usava il latino. In italiano vuol dire: «Gli angeli cooperano a ogni nostro bene».
 

Chi ne ha uccisi di più


di Giuliano Guzzo

La morte di Toto Riina è stata seguita, sui social, da varie polemiche, da quella innescata dal filosofo Paolo Becchi, secondo cui l’euro, probabilmente, è stato più micidiale del boss scomparso, a quella di don Francesco Pieri, sacerdote bolognese che si è chiesto: «Ha più morti innocenti sulla coscienza Totò Riina o Emma Bonino?». Sull’ipotesi di Becchi non saprei pronunciarmi, mentre quella di don Pieri è chiaramente una domanda retorica: oltre a essersi sottoposta essa stessa a un aborto clandestino, tramite il Cisa, acronimo che stava per Centro per l’informazione sulla sterilizzazione e l’aborto, nel 1975 la leader radicale ha eseguito o supervisionato l’esecuzione, in dieci mesi, di 10.141 aborti, che secondo la legge dell’epoca erano a tutti gli effetti omicidi. Numeri al cui confronto il Capo dei capi – la cui crudeltà omicida rimane comunque indiscussa –, in effetti, quasi sfigura.

Del resto, l’accostamento tra la soppressione prenatale e il modus operandi di Cosa nostra – a detta di tanti insostenibile – lo dobbiamo non a qualche esaltato antiabortista bensì a papa Francesco, non sospettabile peraltro di nutrire risentimento personale verso i politici radicali, il quale, nel suo viaggio in Messico, il 18 febbraio 2016, ebbe testualmente a dichiarare: «L’aborto non è un male minore, è un crimine, è far fuori, è quello che fa la mafia». Ciò detto, ritengo che una riflessione onesta su quello che lo stesso Concilio Vaticano II ha qualificato come «abominevole delitto» (Gaudium et Spes, n.51) dovrebbe spingersi oltre l’addebito di vittime a Tizio o Caio, esercizio che rischia di svaporare nella diatriba facendo perdere di vista un dato fattuale, se possibile, ancora più grave e significativo, quello per cui la maggiore responsabile di bambini mai nati, almeno in Italia, non è una persona ma una legge, la 194/’78.

Una legge che, da una parte, risulta fra le poche al mondo – sicuramente l’unica in Italia – a recare in calce la firma di cinque politici cattolici (Andreotti, Anselmi, Bonifacio, Morlino, Pandolfi), e, dall’altra, non potrebbe avere esecuzione, chiaramente, senza il sostegno pubblico e, quindi, di tutti i contribuenti. Sottolineo questo non per non solidarizzare con don Pieri, mediaticamente linciato, né, tanto meno, per minimizzare le responsabilità della Bonino – che a suo tempo le scansò mettendosi al calduccio in Parlamento, dove venne respinta la richiesta di autorizzazione a procedere che la magistratura inoltrò a suo carico per associazione a delinquere (Seduta del 19.10.1977, 11415) -, ma affinché non si dimentichi che quella sull’aborto è battaglia ancora attualissima, che chiama in causa tutti noi. Per quanti hanno invece contributo a promuovere la soppressione prenatale la Storia e Dio, per chi crede, non mancheranno di emettere la loro sentenza. E probabilmente, per alcuni, non saranno onori ma dolori.

https://giulianoguzzo.com/2017/11/20/chi-ne-ha-uccisi-di-piu/


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Quando San Giovanni Paolo II spronò l'eurodestra a difendere la vita

(OVVERO. L'IDENTITA' NAZIONALE PASSA DA QUELLA DELL'INDIVIDUO)

di Francesco Filipazzi

L'11 aprile 1985, San Giovanni Paolo II compì un gesto che deve aver provocato qualche ulcera fra i cattocomunisti. Durante un'udienza partecipata da 30 mila persone, il Papa si avvicinò a 16 parlamentari europei dell'ultradestra, capeggiati dall'italiano Giorgio Almirante e dal francese Jean-Marie Le Pen, rivolgendo loro le seguenti parole: "Continuate il vostro combattimento contro l' aborto in conformità alla dottrina della Chiesa e continuate a combattere contro la decadenza dei valori morali in Europa". Nel gruppo erano presente anche i greci e l'italiano Pino Romualdi. Questo episodio, il cui ricordo farà certo storcere il naso a qualche benpensante anima pia, è però sintomatico dell'assenza di pregiudizio da parte di Giovanni Paolo II, che anche in quell'occasione preferì lasciare da parte ogni tipo di retropensiero, per puntare dritto all'essenza di una questione basilare. Dopo i fallimenti dei partiti popolari e delle varie democrazie cristiane, l'identità europea e le rivendicazioni etiche da chi potevano essere difesi, se non dalle destre?

Il Movimento Sociale Italiano, in questo ambito si comportò correttamente. Sul divorzio, nonostante Almirante fosse favorevole per motivi personali, il partito si pose come contrario e così fece anche sull'aborto. Tutto il MSI in pratica si schierò contro l'uccisione degli infanti, ad ogni livello, anche extra parlamentare. Pino Rauti scrisse anche un pamphlet al riguardo, mentre in ambito giovanile gli Amici del Vento, uno dei gruppi principali della musica alternativa, scrissero delle canzoni in cui l'aborto veniva demolito senza appello. Questo patrimonio è poi stato messo in un cassetto dall'esecrabile condotta di Fini, partito dal MSI e finito sulle posizioni del peggior Pannella, negli anni 2000, ma deve per forza essere recuperato.

Proprio oggi che in Italia l'area destro-identitaria, sotto elezioni, si riorganizza, è importante che i dirigenti comprendano questo passaggio. L'identità della persona, prima che quella nazionale, va strenuamente difesa per potersi dire davvero identitari. In questo ambito, gli epigoni del Movimento Sociale, a partire dalla Meloni che ne porta ancora il simbolo, devono assolutamente porsi come gli interlocutori delle istanze conservatrici in campo etico, senza paura di apparire anacronistici o di subire le reprimende dei progressisti. Lo facciano da un'ottica laica (il grande sogno della destra religiosa è ad oggi appunto un sogno), partendo dalle battaglie dell'oggi, come la legge Cirinnà. le porcherie gender o il testamento biologico, su cui si sono già posizionati correttamente, difendendo anche le prerogative dei medici obiettori di coscienza sull'aborto. Proprio su questo argomento, quando ne avranno la forza, dovranno poi fare di tutto per provvedere ad un'abrogazione, tornando a dire che l'aborto è un crimine ignobile. Si tratta insomma di fare onore a quell'invito che Giovanni Paolo II rivolse all'eurodestra nell'85.




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21 novembre 2017

La pena di morte secondo il Dizionario di teologia morale


di Gregorio Sinibaldi

Per un lungo periodo di tempo ci si formava alla teologia, anche nei seminari, usando tutta una serie di strumenti che avevano senza dubbio molti pregi e taluni difetti. Ci riferiamo ai Dizionari e ai Lessici di teologia e biblici, che divennero straordinariamente diffusi, anche presso il laicato cattolico più colto, nella prima metà del XX secolo. Ovviamente, anche oggi ne esistono parecchi, ma non credo che abbiano la diffusione e l’impatto di quelli del periodo pre-conciliare, grosso modo dall’Ottocento al Pontificato di Pio XII.
Il limite di questi testi è che, pur comportando in genere una bibliografia utile per ogni lemma, spesso venivano (e vengono) usati come esaustivi: senza bisogno di ricorrere alle fonti, ai padri, allo stesso Magistero ecclesiastico.
In ogni caso, se alcuni dei migliori di questi tomi quasi enciclopedici venissero oggi ristampati, sarebbe un eccellente investimento per ogni famiglia cattolica, acquisirne una copia: si tratta in effetti di piccole enciclopedie portatili, sufficientemente accessibili a tutti.
Tra questi Dizionari, uno all’interno del vasto ambito della morale e dell’etica, spicca per l’autorevolezza degli autori e l’immensa diffusione che ebbe negli anni ‘50-‘60 del secolo scorso. Ci riferiamo al Dizionario di teologia morale, diretto dal cardinale Francesco Roberti (1889-1977), al tempo prefetto della Segnatura Apostolica e dal futuro cardinale Pietro Palazzini (1912-2000), eminente giurista e teologo, e al tempo segretario della Congregazione del Concilio.
Il Dizionario ebbe una prima edizione nel 1955, dunque sotto Pio XII (1939-1958), una seconda edizione nel ’57 sotto lo stesso Pontefice e una terza edizione, quella in nostro possesso, nel marzo del 1961. Quest’ultima dunque sotto l’autorità di Giovanni XXIII, il Papa del Concilio, il quale già dal 1959 iniziò a occuparsi del futuro XXI Concilio generale della cristianità (che si terrà a Roma dal 1962 al 1965).
Quindi l’edizione del testo in nostro possesso gode dell’approvazione esplicita, assolutamente necessaria in queste materie, sia di Pio XII che di Giovanni XXIII (con imprimatur ben in evidenza).
Inoltre, tra i collaboratori del ponderoso tomo figurano notevoli personaggi di primo piano della teologia cattolica del Novecento. Tra essi, padre Cornelio Fabro (1911-1995), mons. Antonio Piolanti (1911-2001), mons. Francesco Spadafora (1913-1997) e il professor Eugenio Zolli, ex rabbino poi convertito al cattolicesimo (1881-1956). Tra i porporati, oltre ai due summenzionati direttori, collaborarono al volume il cardinal Pietro Pavan (1903-1994), il cardinal Pericle Felici (1911-1982) e il cardinal Giovanni Urbani (1900-1969).
L’autorevolezza del Dizionario è dunque assolutamente fuori discussione e chi la mettesse in dubbio sarebbe stolto e insipiente. Le tre edizioni superarono poi i 15.000 libri pubblicati e per un testo non destinato all’uomo della strada si tratta di un’ottima diffusione.
La voce pena di morte si trova alle pagine 961-963 è firmata da due autori, il domenicano Ludovico Bender, docente all’Angelicum e il salesiano Agostino Pugliese, docente alla Lateranense.
Costoro, hanno fatto, in sette brevi paragrafi, una sintesi mirabile della dottrina della Chiesa sul tema in questione.
Anzitutto, secondo il Dizionario la pena di morte non è contro il diritto naturale, come sostenuto da Valdesi, Anabattisti, Quaccheri, pacifisti odierni, etc. “La dottrina tradizionale della Chiesa è che la pena di morte non è contraria alla legge divina, ma neanche è richiesta come necessaria da questa legge: la sua necessità dipende dalle circostanze” (p. 961). Esattamente come dirà il Catechismo del 1992-1997: la pena di morte è legittima in sé, ma può oggi essere evitata dagli Stati viste le nuove possibilità che essi hanno di combattere il crimine. Una parte è dogmatica e non varia, e attiene alla legittimità (essa dunque non può essere negata…); la seconda parte è variabile e contingente, e riguarda la necessità della pena capitale (la quale dipende dalle circostanze storiche).
Gli autori, Bender-Pugliese, vogliono provare, teoreticamente, la tesi della legittimità, e non si limitano ad enunciarla. Così, scrivono: “La S. Scrittura attribuisce all’autorità civile il diritto di uccidere un delinquente e questo come un diritto che appartiene alla sua competenza naturale (Gen 9,6; Es 21,22ss; Lev 24,17; Deut 19,11; Rom 13,4)” (p. 961). La Bibbia, ispirata da Dio e senza alcun errore, è favorevole alla legittimità della pena massima: chi la revocasse in dubbio allora andrebbe contro la Scrittura…
Una seconda ragione invocata dagli autori a favore della legittimità della pena capitale si deduce dalla necessità della punizione, più o meno grave in base ai crimini. “Non basta dire che l’uomo ha il diritto naturale alla vita [per negare la pena capitale], perché l’uomo ha anche il diritto naturale all’integrità corporale, alla libertà, alla tranquillità dei sensi. Se si esclude ogni bene, al quale l’uomo ha un diritto naturale, le pene giuste sarebbero così ridotte, che della facoltà di punire non resterebbe quasi nulla” (p. 962).
E non è un caso che laddove si è abolita de jure o de facto la pena massima, anche le altre pene tendono a ridursi, fino ad un lassismo generalizzato che ha una conseguenza oggi vistosa e raccapricciante: il moltiplicarsi della violenza, in tutti gli ambiti della società.
Proprio per amore della vita, nostra e altrui, specie dei più deboli che non sanno difendersi da sé, la pena di morte appare come un’esigenza etica, ragionevole e fondata.
Infine, “La pena di morte ebbe vigore nello Stato Pontificio [per secoli e secoli…], come vige oggi nello Stato della Città del Vaticano [l’autore scrive nel 1961]” (p. 963).
L’11 ottobre Papa Bergoglio ha dichiarato pubblicamente, a proposito della pena capitale, che “anche nello Stato Pontificio si è fatto ricorso a questo estremo e disumano rimedio, trascurando il primato della misericordia sulla giustizia. Assumiamo le responsabilità del passato, e riconosciamo che quei mezzi erano dettati da una mentalità più legalistica che cristiana. La preoccupazione di conservare integri i poteri e le ricchezze materiali aveva portato a sovrastimare il valore della legge, impedendo di andare in profondità nella comprensione del Vangelo” (Avvenire, 12.10.2017).
Nello stesso discorso, pronunciato in occasione dei 25 anni del Catechismo della Chiesa cattolica, Francesco ha usato parole forti: “Si deve affermare con forza che la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale. È in sé stessa contraria al Vangelo perché viene deciso volontariamente di sopprimere una vita umana che è sempre sacra agli occhi del Creatore". Inoltre, "è necessario ribadire che, per quanto grave possa essere stato il reato commesso, la pena di morte è inammissibile perché attenta all'inviolabilità e dignità della persona”.
Infine, sempre secondo Francesco, “qui non siamo in presenza di contraddizione alcuna con l'insegnamento del passato”…
Questo, con pacatezza e riflessione, lo valuti il lettore.

http://www.libertaepersona.org/wordpress/2017/11/la-pena-di-morte-secondo-il-dizionario-di-teologia-morale/



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La Madonna della Salute e il proliferare delle bufale mediche


di Roberto De Albentiis

Oggi, 21 novembre, accanto alla festa della Presentazione di Maria Santissima al Tempio, si celebra la festa della Madonna della Salute, resa celebre dal famoso santuario barocco veneziano, costruito per voto dalla capitale veneta dopo lo scampato pericolo di una disastrosa pestilenza; da allora, prima a Venezia e poi nel resto della Chiesa, Maria è venerata come protettrice e dispensatrice della salute, tanto quella dell’anima (la più importante) come quella del corpo, e peraltro basta visionare i vari santuari e i numerosissimi ex voto per verificare come il ricorso alla Madre di Dio per le più varie guarigioni abbia radici assai antiche. Oggi, tuttavia, non voglio parlare tanto di culto e liturgia, quando collegarmi a fatti di attualità.
In un periodo in cui si parla di responsabilità medica, vaccinazioni obbligatorie, cure convenzionali e alternative, inevitabilmente grande è la confusione sotto il cielo,  e tale confusione inevitabilmente è arrivata anche nel campo cattolico; sempre più vediamo semplici fedeli e anche militanti pro-life e pro-family sposare tesi antiscientifiche azzardate, riguardanti la pericolosità dei vaccini o la difesa di cure truffaldine come quelle di Tullio Simoncini a base di bicarbonato. Questo è un fenomeno preoccupante, cresciuto nel corso degli anni e che le gerarchie hanno sottovalutato, e che però si inserisce in un generale e decennale fenomeno di sfiducia verso l’autorità costituita (anche se verrebbe da dire amaramente, tanto ai vescovi quanto alla classe intellettuale, compresa quella medica: avete demolito anni fa, nei “formidabili anni” della “fantasia al potere” qualsiasi principio di autorità? Ora vi beccate gli antivaccinisti!).
Certamente non mancano aspetti problematici, come l’utilizzo dei vaccini per mascherare campagne di sterilizzazione forzata ad opera di governi (vedasi, a titolo di esempio, qui e qui), ma questo può portare al declassamento e alla diffamazione dei vaccini, che da quando sono stati introdotti e soprattutto perfezionati hanno salvato la vita a milioni di persone? Sarebbe come censurare e biasimare le automobili a causa degli incidenti o internet a causa della pornografia o degli abusi dei social network, perché come le automobili hanno contribuito ad accorciare le distanze e rendere più agevole la vita e internet a rendere più fruibili le informazioni, così i vaccini hanno abbattuto malattie mortali, come, ad esempio, il vaiolo – l’esempio più famoso – e la poliomelite e la difterite (a tal proposito, un articolo interessante qui), ad oggi le uniche malattie eradicate dall’uomo proprio grazie ai vaccini.
Gli antivaccinisti, almeno la maggior parte ignorante (nessuno si offenda, dal momento che non tutti, me compreso, sono laureati in medicina, e proprio per questo bisogna affidarsi ai medici e ai professori, che hanno dedicato la loro vita proprio allo studio e alla ricerca), è animata da buone intenzioni, in primis la volontà di proteggere i propri figli; purtroppo, per eterogenesi dei fini, questa volontà di protezione dei figli si ritorce contro, a volte in maniera tragica (giusto per rimanere in ambito recente, come non ricordare il caso del bambino lombardo morto perché non vaccinato contro il morbillo, contagiato dai fratellini non vaccinati?), e se certamente ci vuole il dialogo con questi genitori, altrettanto fermamente vanno ribaditi i dati scientifici contro le vere e proprie bufale antivacciniste (per iniziare, suggerisco questo testo dei dottori Salvo Di Grazia e Giuliano Parpaglioni), la più diffusa delle quali è quella legata all’autismo, che sarebbe causato proprio dai vaccini.
Chi è all’origine di questa bufala, pericolosa e crudele, su questa malattia per altri versi ancora misteriosa? Un tale Andrew Wakefield, ex medico (radiato dall’ordine) inglese, che a metà degli anni ’90 diffuse un allarmato appello contro la vaccinazione trivalente – la vaccinazione contro tre terribili malattie, morbillo, parotite e rosolia – , da lui additata come la causa prima di questo disturbo; immediatamente ci fu un crollo delle vaccinazioni in Inghilterra, che portò anche alla morte di numerosi bambini, ma, nonostante lo studio di Wakefield venisse inizialmente pubblicato sul prestigioso “Lancet”, qualcuno non ci vedeva chiaro, e nonostante i tentativi di ripetizione degli esperimenti, nessun medico o scienziato riuscì a dimostrare il legame tra vaccini e autismo (qui uno studio tra i più recenti, anch’esso negativo). Si scoprì in seguito che Wakefield aveva stretto un accordo con un avvocato esperto di cause antivaccino, bisognoso di una base “scientifica” per giustificare le sue avventure giudiziarie (condotte sulle spalle di bambini e famiglie, ricordiamo) e, soprattutto, era intenzionato a brevettare separatamente i tre vaccini in questione, come si scoprì poi che sempre Wakefield, per confezionare questo studio, si era reso responsabile di maltrattamenti e abusi sui bambini cavie inconsapevoli di questi suoi esperimenti crudeli (qui un riassunto, ad opera del dottor Salvo Di Grazia); in pratica, un medico disonesto desideroso di maggiori guadagni e diffusore di dati falsi e allarmistici fu autore di una colossale bufala, purtroppo ancora oggi creduta e diffusa, anche ad opera di fedeli cattolici.
Come anche si assiste alla difesa di terapie “non convenzionali” (ovvero, non sperimentate e non validate scientificamente) contro le neoplasie, nel linguaggio comune il cancro, una delle malattie certamente più terribili ma, oggi, non più inguaribili grazie ai progressi scientifici: una delle più famose, tanto semplice e stupida nella sua banalità, è quella secondo cui il cancro sarebbe un fungo e, per sconfiggerlo, basterebbe utilizzare il bicarbonato; questa balzana teoria, diffusa dall’ex medico romano radiato Tullio Simoncini, non ha alcuna dimostrazione scientifica, e anzi ove è stata applicata ha portato solo alla morte, tra atroci dolori, di improvvidi pazienti e dei loro familiari disperati (il caso più famoso è quello del giovane siciliano Luca Olivotto), e a ciò si aggiunge che l’ex dottore Simoncini si fa pagare profumatamente anche per semplici consulti e telefonate, partendo da cifre sui 150-200 euro per semplici visite (che, in quanto medico radiato, non può fare) fino a cifre di decine e centinaia di migliaia di euro per i suoi interventi abusivi. Qui, sempre ad opera del dottor Di Grazia, un esaustivo articolo su questa pseudo-cura.
Il mondo delle pseudo-cure vede, quando va “bene”, la presenza di truffatori professionisti, che colpiscono i malati e le loro famiglie nel momento del dolore, e, quando va male, l’adesione a teorie esoteriche e magiche o ufologiche balzane che col cattolicesimo nulla hanno a che fare; cosa c’è di cattolico, di cristiano o di umano, nel supportare tentativi di truffe, specie ai danni di categorie deboli come malati, anziani e bambini? Se le industrie farmaceutiche guadagnano e si ha voglia di andare loro contro, è etico l’arricchire truffatori che guadagnano sulla pelle dei malati? Se certamente la medicina moderna può avere problemi nel rapporto con la religione e l’etica, la soluzione non può essere certo quella di supportare maghi, astrologi, inventori e spacciatori di pozioni magiche; come è possibile, poi, difendere le proprie giuste ragioni contro le follie ideologiche (e queste sì antiscientifiche) contro genderismo e omosessualismo se ci si affida ad oscuri figuri che di scientifico non hanno nulla? La preghiera di guarigione non ha nulla a che vedere con il dissuadere i malati dal seguire la medicina ufficiale (che, poi, di medicina, come di famiglia, ne esiste una sola, solo i ciarlatani parlano di medicinE al plurale, confondendo volutamente la medicina sperimentale e complementare con le loro medicine alternative truffaldine). Un modello moderno di rapporto tra scienza e fede è rappresentato da San Giuseppe Moscati, il medico santo di Napoli, alle cui ricerche si deve l’introduzione dell’insulina in Italia nella cura dei malati di diabete; San Giuseppe Moscati truffava i pazienti o si presentava come perseguitato dalla “comunità medica ufficiale”?
Nel giorno della festa della Madonna della Salute, preghiamoLa certamente per la salute, nostra e dei malati di tutto il mondo, ma preghiamoLa anche per il successo della ricerca scientifica e delle cure, e per avere sempre più e sempre migliori medici e scienziati, e, anche, perché sempre meno gente cada nelle reti dei truffatori antiscientifici e perché nessun fedele aderisca a queste tesi folli dannose in sé e squlificanti le giuste battaglie pro-vita e pro-famiglia!
Un grande grazie agli amici Fabio Iannaccone, Gabriele Gelo Signorino e Filippo Massei, studenti di Medicina che mi hanno aiutato nella correzione di questo articolo, e cui auguro di diventare grandi e bravi medici, e al dottor Salvo Di Grazia, di cui, da appassionato, ho letto e condiviso gli illuminanti articoli contro la pseudoscienza e la falsa medicina.


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Promemoria per un ordine sociale secondo giustizia


La foto è di Alfonsa Cirrincione
di Marco Massignan

La dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all’interno dell’attività economica e non soltanto fuori di essa o “dopo” di essa. La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente (1).

La carità potrà portare certamente un qualche rimedio a molte ingiustizie sociali, ma non basta; anzitutto bisogna che fiorisca, domini e sia realmente applicata la virtù della giustizia (2).

Di fronte alle molteplici crisi internazionali, che ridisegnano equilibri geopolitici, egemonie e modelli socio-economici, il pensiero sociale cattolico – in tema di capitale, lavoro, proprietà, moneta e via dicendo – è, oggi più che mai, l’unica risposta degna dell’uomo, della sua dignità personale e trascendente, ai problemi del vivere comune (3).

Un articolo non può certo avere la presunzione di esaurire questioni tanto ampie quanto complesse, però può offrire un modestissimo spunto per riflettere su un ideale di ordine sociale frettolosamente accantonato in quanto ritenuto obsoleto per le sfide odierne del mondo globale.

La proposta cattolica ai problemi sociali, cioè l’applicazione concreta dei perenni insegnamenti del Magistero, la loro traduzione in indirizzi politici e norme giuridiche, si presenta – nella sua chiara identità – altra tanto dal liberalismo quanto dal socialcomunismo. Sì, altra – alternativa: non si tratta infatti di riformare dall’interno il sistema liberalcapitalista o di realizzarne una versione “compassionevole” quanto di superare la Weltanschauung politico-economica contemporanea e trovare quelle soluzioni strutturali, organiche, nella regolazione della vita economica, intrinsecamente conformi alla giustizia (4) e alla legge morale.

Un modello di vita economica che voglia distinguersi dall’economicismo a-morale dominante dovrà incentrarsi su un inscindibile binomio etico-giuridico: a) la subordinazione della scienza economica all’etica e al diritto; b) il necessario primato della politica onde evitare che i pubblici poteri si rendano servi dei potentati economici-finanziari o loro docili strumenti.

Scrive Benedetto XVI: “l’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione” (Caritas in veritate, n. 36).

Il primato dell’etica: l’economia è un’attività umana, libera e responsabile finalizzata al bene (individuale, famigliare e comune) dell’uomo, alla sua natura normativa: l’uomo dev’esserne agente morale e non ridotto a mero fattore di produzione/consumo. Ha ricordato Giovanni Paolo II: “il principio sommo (…) in assenza del quale tutto il sistema economico è esposto al rischio di pericolose degenerazioni” afferma che “fine di tutta l’economica non è il profitto, ma la promozione della persona” (5).

I rapporti tra capitale e lavoro devono essere conformi al diritto naturale e regolati dalla “legge della giustizia sociale” (Pio XI, Enciclica Quadragesimo Anno, n. 58), e non dalle forze cieche e violenti del mercato. Le teorie economiche della scuole liberali e marxiste hanno mostrato i loro limiti: “si avverte l’esigenza di coinvolgere anche i lavoratori nel processo di formazione del capitale e nelle decisioni che riguardano l’impresa secondo una concezione partecipativa dell’economia” volta al superamento “delle varie patologie di cui soffre il mondo”(6). Partecipazione che richiede di riconoscere la natura consorziale dell’impresa economica (attività associata di capitale e lavoro, affermò Leone XIII nella Rerum novarum).

Altri principi cardine sono la destinazione universale dei beni materiali (a cui resta subordinata la stessa proprietà privata, che non è un assoluto) (7) e la dignità personale e spirituale del lavoro, che non può essere ridotto a merce o sacrificato all’accrescimento indefinito del capitale: “il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al capitale” (8). Il lavoro non può essere equiparato a una merce (una cosa che si vende e si compra), così il salario non può essere fissato dalle oscillazioni del mercato: “la rimunerazione del lavoro non può essere abbandonata al gioco della domanda e dell’offerta; deve invece essere fissata secondo criteri di giustizia” (9). Per essere giusto il salario dovrà garantire al lavoratore il necessarium personae (dignitoso mantenimento del nucleo famigliare e possibilità di formarsi una pur modesta proprietà privata).

Concludendo questi brevi cenni. Il mondo occidentale cosiddetto libero ha per decenni sbandierato uno stile di vita all’insegna dell’opulenza, producendo l’anti-civiltà consumistica. Il gusto piacevole della bevanda di un benessere facile è durato relativamente poco (in termini di libertà personale, tranquillità e prosperità) e i risvolti in termini di miseria e indigenza cui numerosi popoli sono costretti a causa di strutture organizzative inique che soffocano l’uomo e disgregano la società sono sotto l’occhio di tutti gli uomini di buona volontà. E’ il momento di cambiare paradigma. Termino con le parole di Papa Pio XI, scritte nel 1931 e più che mai attuali:

Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare. Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza (10).

http://www.lefondamenta.it/2017/11/18/promemoria-un-ordine-sociale-secondo-giustizia/


(1) Benedetto XVI, Enciclica Caritas in veritate, n. 36.

(2) Pio XII, Enciclica Evangelii Praecones, n. 10.

(3) Pensiamo, ad esempio, all’iniquità monetaria, alle croniche crisi del debito, al dominio pervasivo di un potere finanziario senza volto, alla pressione fiscale che erode i risparmi virtuosi, e via dicendo.

(4) Così nella definizione del giurista romano Ulpiano: “la giustizia consiste nella costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto. Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo”. E il Catechismo della Chiesa Cattolica asserisce: “la giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata virtù di religione. La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune” (n. 1807).

(5) Dal Discorso all’Unione cristiana imprenditori dirigenti del 14 dicembre 1985.

(6) Ibidem.

(7) “Il diritto alla proprietà privata (…) non elimina l’originaria donazione della terra all’insieme dell’umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio” (CCC, n. 2403).

(8) Dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 276.

(9) Azione cattolica italiana, La Dottrina sociale cristiana, CENAC, Roma 1957, p. 180.

(10) Pio XI – Enciclica Quadragesimo Anno.

 

Sulla molestia quotidiana


di Giuliano Guzzo

Weinstein, Spacey, Affleck, Hoffmann, Brizzi, Stallone: non passa quasi giorno, ormai, senza che la lista dei molestatori celebri – o presunti tali – non si arricchisca di un nome eccellente. Il che, se da un lato viene celebrato dai grandi media come esempio del coraggio ritrovato di vittime zitte troppo a lungo, dall’altro pone dei problemi significativi. Cinque, almeno.
Il primo è che, se tutte si dichiarano molestate, a molti viene da pensare che poche lo siano state realmente. Il troppo, infatti, storpia o comunque puzza.

La seconda conseguenza di questo festival della denuncia tardiva – quella che giunge troppo tardi per un processo, ma non per una prima pagina -, è che, ingenerando l’idea che molte molestie non siano in realtà avvenute, rischia purtroppo di privare aprioristicamente di credito le parole di una vittima che, domani, decidesse di parlare col rischio di sentirsi rispondere dal giornalista di turno: un film già visto, grazie signora, lei è molto gentile ma non ci interessa, e poi lei non è stata violentata da uno famoso, che cosa pretende?

Un terzo, non positivo effetto di quanto sta avvenendo è poi l’iniqua parificazione mediatica – per quanto ogni abuso sia da condannare – di casi che proprio uguali non sono: o forse è corretto dare l’idea di considerare allo stesso modo la palpazione concupiscente subita da un personaggio famoso, per quanto viscido e senza scrupoli, con la violenza carnale toccata a una giovane finita nelle mani di un branco? Giuridicamente sono lecite mille disquisizioni, ma moralmente qualche dubbio, tutto ciò, lo alimenta.

Il quarto problema della molestia quotidiana cui stiamo assistendo, poi, è il definitivo trasloco della sede processuale dal tribunale alle redazione e dall’aula alla piazza, col condannato che è tale per il solo fatto di essere denunciato e con nessuna garanzia, a parte quella della gogna: eppure non risulta che denunciare delle violenze sessuali sia proibito dalla legge, anzi.
La quinta ed ultima criticità che emerge in queste settimane sta, a mio avviso, in una limitante concezione di giustizia e di progresso sociale.

Sembra difatti avanzare l’idea che giusto è un mondo in cui la donna non subisca violenza o, capitasse, la denunci immediatamente. Ebbene, se da un lato ciò è sacrosanto, dall’altro è comunque deludente. Non solo perché, talvolta, pure gli uomini subiscono violenza (psicologica magari, ma pur sempre violenza), ma perché quella che dovremmo costruire non è una società nella quale semplicemente nessuno abusa dell’altro – che è il minimo sindacale -, ma dove ciascuno rispetta l’altro.

Nella dimensione di coppia, poi, auspicare l’assenza di violenza è un tragico volare basso, rispetto a quelle aspirazioni di ascolto, di amore e di stabilità che tutti, indistintamente, accomunano e che trovano oggi ben poco spazio. Se insomma si vuole davvero voltare pagina, non è tanto e solo la relazione violenta bensì la non autentica, quella da contrastare. Urge dunque vaccinarsi anzitutto dalla mentalità dell’usa e getta, dei rapporti sicuri ma non sinceri, del precariato affettivo elevato a vanto. Tutto il resto, non è abbastanza.

https://giulianoguzzo.com/2017/11/18/sulla-molestia-quotidiana/




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20 novembre 2017

It. L'orrore di una società che non vuole vedere il male

 
di Paolo Maria Filipazzi

Terminata l’onda lunga del passaggio nelle sale della trasposizione cinematografica di It di Andres Muschietti, se ne può finalmente parlare a bocce ferme. Uno degli aspetti della pellicola (e del libro) forse più significativi e, al tempo stesso, meno scandagliati, è forse quello che potremmo definire, a rischio di equivoci, sociopolitico.
Si, perché nel capolavoro di Stephen King c’è un forte aspetto di denuncia che spesso viene sottaciuto, e che si può leggere nello stretto rapporto di simbiosi che l’autore traccia tra It stesso e la città di Derry, al punto da suggerire quasi che siano un tutt’uno, che il vero mostro sia quest’ultima.
Derry è la classica cittadina della provincia americana, ma al tempo stesso potrebbe essere la classica cittadina o il classico paese di qualunque provincia del mondo. E’ il piccolo centro sonnolento, all’apparenza rassicurante, onesto, rispettabile. Fra quelle case e quei giardini ordinati, però, si nasconde una tenebra che, per convenzione non scritta ma universalmente rispettata, tutti ignorano volutamente. Questa complicità sembra a tratti il fondamento stesso della vita della comunità di Derry. Ed è proprio questo che permette a It di adescare i bambini della  città e di farli scomparire.
Nel film, questo viene reso magistralmente fin dall’inizio, nella trasposizione che Muschietti realizza dell’iconica scena del tombino. Mentre Georgie inizia il suo dialogo con Pennywise, ad un certo punto la scena si sposta su di un’anziana donna che, da dietro la tapparella della propria casa, osserva, assieme al proprio gatto, in assoluto silenzio, la strana scena del bambino chinato su di un tombino. Nel crescendo di orrore dei secondi successivi, mentre Georgie si dimena sull’asfalto con il braccio mozzato, e poi mentre una mano mostruosa si allunga fuori dal tombino per afferrarlo e trascinarlo con sé, la telecamera si sposta a più riprese sul primo piano del gatto che, dalla ringhiera del balcone, osserva tutto con gli occhi sbarrati.
Non appena il bambino è scomparso nelle fogne, la telecamere torna a riprendere la donna: ha osservato tutto. Senza dire una parola, tira la tapparella e se ne va. Non ricomparirà più in tutto il film. Subito prima che partano i titoli di testa, la telecamera  indugia sul primo piano dell’asfalto, mentre la pioggia lava via la macchia di sangue lasciata da Georgie fino a farla scomparire del tutto.
In questo incipit c’è già tutto il film e tutto lo spirito del libro. Non è un caso che a combattere e sconfiggere It sia un gruppo di undicenni, i quali dovranno lottare, per compiere la propria missione, innanzitutto contro gli ostacoli frapposti dagli adulti. I bambini sono gli unici che possono vedere It e quindi sconfiggerlo proprio perché non sono davvero parte del mondo dei “grandi”, che si regge sul fatto di non vedere.
In questo c’è la metafora di tutta la società occidentale e si spera non ci sia bisogno di dilungarsi a spiegare perché. Ogni lettore o spettatore, a modo suo, potrà sicuramente cogliere e comprendere questo.
Nel libro la principale difficoltà, per i perdenti, al momento del secondo e definitivo rendez vous, consisterà proprio nel fatto di essere cresciuti, e quindi ormai fuori da quell’enchantment dell’infanzia che in realtà è la capacità di vedere meglio e per davvero la realtà. E, significativamente, alla morte di It l’intera città di Derry andrà in rovina.
Siamo davvero impazienti di vedere come tutto questo sarà reso da Muschietti nel secondo capitolo, previsto nei cinema per il 2019.


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Riina, mafia, scomuniche... e Amoris Laetitia


di Enrico Roccagiachini

Tiene ancora banco, come ognun sa, la questione della morte di Totó Riina, del divieto di esequie pubbliche e religiose, della scomunica ai mafiosi. Personalmente, vorrei sempre attenermi all’imperativo parce sepulto, e trovo un po’ sgradevole prendere spunto dalla morte di qualcuno per dire la mia; ma il tema ha una tale rilevanza che penso di potermelo permettere.
D’altra parte, se ne parla un po’ ovunque. Un articolo di p. Giorgio Carbone su La nuova bussola quotidiana ha suscitato un certo interesse in rete; c’è anche un bel pezzo di Francesco Romano, comparso in epoca non sospetta, il 16 luglio 2014, su Toscana oggi, che ha trattato diffusamente la questione.
Le considerazioni di padre Carbone mi paiono largamente condivisibili; tuttavia, il suo ragionamento potrebbe essere un po’ lacunoso laddove trascura le scomuniche comminate ai mafiosi – meglio: ai responsabili di taluni fatti di mafia – nel 1944 e 1952, cui fa invece ampio riferimento l’articolo di Toscana oggi.
Si tratta, come spiega Francesco Romano, di una lettera collettiva dell’episcopato siciliano del 1944  in cui si precisa che «sono colpiti di scomunica tutti coloro che si fanno rei di rapine o di omicidio ingiusto e volontario». La parola “mafia” ancora non comprare, osserva Romano, «ma il riferimento a essa per il comportamento delittuoso condannato e per i luoghi ove si realizzava è chiaro».
Nel 1952, il secondo Concilio Plenario Siculo – titolare, con l’approvazione della Santa Sede, di potestà legislativa per il proprio territorio (cann. 290 e 291 C.J.C. 1917) – ribadisce, ma ancora senza parlare espressamente di “mafia”, che «coloro che operano rapina o si macchiano di omicidio volontario, compresi mandanti, esecutori, cooperatori, incorrono nella scomunica riservata all’Ordinario».
Infine, nel 1982 (cioè prima dell’entrata in vigore del nuovo Codice di Diritto Canonico, che risale all’anno successivo, il 1983), la Conferenza Episcopale Siciliana conferma le precedenti scomuniche e parla esplicitamente di mafia: «a seguito del doloroso acuirsi dell’attività criminosa che segna di sangue e di lutti la nostra regione, i Vescovi, in forza della loro responsabilità di pastori, riaffermano la loro decisa condanna sottolineando la gravità particolare di ricorrenti episodi di violenza che spesso hanno come matrice la mafia e la nefasta mentalità che la muove e la facilita».
Ho cercato di capirci qualcosa di più e, non essendo un canonista, ho provato a farlo secondo il consueto approccio da avvocato di provincia.
Premesso che non saprei dire che fine abbiano fatto, con l’entrata in vigore del nuovo Codice di Diritto Canonico, i provvedimenti del 1944 e, soprattutto, del 1952, né se essi – specie quello del Concilio Plenario Siculo – avessero ottenuto la recognitio della Santa Sede, così da essere promulgati ed entrare effettivamente in vigore, mi sembra chiaro, in ogni caso, che le scomuniche comminate ai colpevoli di «rapine o di omicidio ingiusto e volontario» (1944), o a coloro «che operano rapina o si macchiano di omicidio volontario, compresi mandanti, esecutori, cooperatori» (1952) si riferiscano a questi crimini se compiuti nel quadro dell’attività mafiosa. Ove ciò non accada – cioè se la rapina, l’omicidio volontario ecc. ecc. non siano riferibili alla mafia – restano assoggettati alle pene “ordinarie”, oggi stabilite dal can. 1397 C.J.C. 1983, che rinvia ai cann. 1336 e 1370, i quali non contemplano la scomunica, a meno che il delitto non sia compiuto in danno del Romano Pontefice.
Semplificando, e facendo un utile parallelo con il diritto penale italiano, l’omicidio, la rapina, ecc., sono puniti con la scomunica qualora ricorra o concorra ciò che per l’ordinamento italiano sono l’aggravante del “metodo mafioso” e simili, o il reato di associazione mafiosa (art. 416-bis cod. pen.).
Ma quid iuris se l’adesione alla mafia si realizza senza la commissione o la cooperazione ai delitti di cui sopra? Se, per esempio, ci si “limiti” al pur odioso compimento di attività estorsive, o di spaccio di droga, o di controllo della prostituzione, o di ogni altra nefandezza non omicidiaria ipotizzabile – cioè, tornando al parallelo col diritto penale italiano, al compimento del solo reato di associazione mafiosa, o, con tutte le riserve del caso, del reato di concorso esterno?
Questo tipo di partecipazione mafiosa – che realizza un’adesione sia morale, sia operativa – non è colpita dalla scomunica, a meno che non si ritenga utile a tal fine un passaggio del discorso di Papa Francesco a Cassano Jonio del 21 giugno 2014: «coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati». Mi sento di affermare, però, e a dispetto delle dichiarazioni politicamente correttissime dei Vescovi Siciliani sull’affaire Riina, che nessun giurista serio riterrebbe quel discorso sufficiente per l’introduzione di una norma penale; tanto più che il discorso non mi risulta nemmeno pubblicato sul sito della Santa Sede, ma solo sui giornali.
Mi pare, dunque, che p. Carbone (articolo de La bussola) non sbagli quando sostiene che l’appartenenza mafiosa di per sé non comporta alcuna scomunica.
Con quali conseguenze sulla posizione di Riina? Egli, incontrovertibilmente, è stato condannato per reati che – in base ai pronunciamenti episcopali del 1944 e del 1952 – comporterebbero la scomunica, perché compiuti nel quadro dell’attività mafiosa. Qui si porrebbe la questione se l’accertamento penale italiano, intervenuto al di fuori dell’ordinamento canonico, sia utile e sufficiente per l’applicazione della scomunica; questione sulla quale personalmente non ho le idee chiare, pur propendendo, “a naso”, per il no. Altro sarebbe se Riina si fosse presentato al confessore accusandosi di aver ucciso per mafia: il confessore avrebbe dovuto rilevare la scomunica (sempre che nel 1944 e del 1952 essa sia stata effettivamente comminata) e rinviarlo al Vescovo per l’assoluzione che gli è riservata. A meno che tale confessione non fosse intervenuta in imminente pericolo di morte: per esempio, negli ultimi giorni di vita cosciente del boss, prima del coma indotto.
Il che ci porta alla questione del pentimento, che poi dovrebbe essere la questione centrale. È ovvio che qui si tratta di pentimento morale, non di collaborazionismo giudiziario. Così come quest’ultimo non comporta, di per sé, la vera contrizione, così il pentimento morale non implica necessariamente il collaborazionismo giudiziario, che, pure, potrebbe essere necessario a conferma della resipiscenza. In linea di principio, peraltro, occorrerebbe quantomeno l’accettazione consapevole e il riconoscimento della giustizia della pena ricevuta.
Detto questo, siamo cristiani, e crediamo nella vera misericordia – non in quella applicata per compiacere l’immoralità corrente. Dobbiamo augurarci, sperare e pregare che Riina – sì, anche e soprattutto lui, come tutti quelli come lui – si sia realmente pentito almeno nell’ultimo istante utile, e che questo gli consenta di farsi tutto il presumibilmente lunghissimo purgatorio necessario. Dio non vuole la morte del peccatore – nemmeno di Riina – ma che si converta e viva: per il pentimento e la conversione, della cui sincerità Dio è perfetto giudice, per Sua misericordia c’è tempo fino all’ultimo, ultimissimo istante.
Peraltro, mancando una pubblica conversione, correttamente la Chiesa nega a Riina funerali pubblici e, a certe condizioni, anche quelli religiosi, specie se vigono le scomuniche “speciali” del 1944 e del 1952; anche se la cosa apparirebbe più credibile se li negasse pure ad altri pubblici peccatori, la cui condanna, però, a differenza di quella di Riina, non suscita l’applauso del mondo, ma il suo biasimo: al quale, purtroppo, la Chiesa attuale vuole sfuggire ad ogni costo.

Con questo finale accenno polemico, le mie riflessioni potrebbero ritenersi concluse. Rileggendo quanto ho scritto, però, mi sorge un dubbio che non riesco a soffocare; un dubbio che, sull’onda polemica cui mi sono ormai abbandonato, è consapevolmente provocatorio, ma non gratuito: ha ancora senso, in casi come quello di Riina, ritenere necessario il pentimento? Ha ancora senso parlare di pubblici peccatori e di pubblico scandalo? Non siamo un po’ troppo rigidi, legalistici e farisaici a pretendere questa pubblica contrizione e a domandarci se, come e quando un mafioso possa considerarsi validamente pentito?
In altri termini, non potrebbero anche i mafiosi invocare ed applicare a se stessi Amoris Laetitia? La quale, al n. 301, ci dice: «un soggetto, pur conoscendo bene la norma, può avere grande difficoltà nel comprendere “valori insiti nella norma morale” o si può trovare in condizioni concrete che non gli permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa».
Un vero mafioso, pur conoscendo bene la norma che vieta omicidi, rapine, estorsioni ecc. ecc., ha sicuramente grandi difficoltà nel comprendere i “valori insiti nella norma morale”, specie se omicidi, rapine ed estorsioni sono invece coerenti col codice etico della mafia, e ciò anche in base ai fortissimi condizionamenti della cultura mafiosa; ed è sempre Amoris Laetitia ad affermare (al n. 305) che in virtù dei «condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa». D’altronde, rigettare la cultura mafiosa in certi contesti significa esporre la propria famiglia all’esclusione sociale, alla miseria, al pericolo: cioè trovarsi «in condizioni concrete che non (...) permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa»; e l’osservanza del codice mafioso può essere vissuta come espressione di amore per la propria famiglia, il proprio clan, la propria comunità...
Non vi paia insana presunzione, allora, se avanzo agli eminentissimi estensori  dei ben noti dubia la proposta di aggiungervi anche questo: Amoris Laetitia si applica anche ai mafiosi?



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Il riassunto del lunedì. Dov'è finito Toto Riina?


di Francesco Filipazzi

Dubia. In settimana il cardinale Burke ha "festeggiato" l'anniversario dei dubia. Esattamente un anno la pubblicazione, i quattro cardinali (ridotti ormai a due) non hanno ricevuto alcuna risposta (e te pareva?) e il caos esistenziale nella Chiesa è cresciuto a dismisura. E, aggiungiamo noi, aumenta ogni giorno che passa.


Morte Riina. E' morto Totò Riina, uno dei mafiosi più sanguinari della storia d'Italia. Puntuale come il mal di denti, è stato recuperato tutto il ciarpame possibile riguardo la scomunica ai mafiosi (mai formalmente comminata) di cui tempo fa parlava Bergoglio. Purtroppo sulla questione della mafia emerge tutta la debolezza della retorica bergogliana. L'attuale pontefice da un lato sta cercando di eliminare il concetto di peccato, dall'altro assieme ai suoi sodali gesuiti sta cercando di eliminare il concetto di inferno. Quindi, in mezzo a tutti i suoi attorcigliamenti, come può dire, come farebbe un normalissimo cattolico, che il peccatore mai pentito Totò Riina ora sta bruciando all'inferno? Ok, poniamo il caso che sia scomunicato, ma se l'inferno non esiste, al momento il boss dov'è? Anche lui è stato perdonato come se niente fosse?

Testamento biologico.  A proposito di confusione, avete presente che il testamento biologico era stato affossato? A resuscitarlo ci ha pensato... indovinate... sì proprio lui, il buon Papa Francesco. Con un discorso a metà fra l'inutile e l'ambiguo, apparentemente il Pontefice regnante si è espresso contro l'accanimento terapeutico. In realtà ha negato che sul fine vita esista una regola di giudizio generale, ribadendo il comandamento bergogliano sancito da Amoris Laetitia: "fate un po' come vi pare".

Il Vescovo di Noto contro la massoneria. Dobbiamo confessare di essere stati fra i critici della presenza del Vescovo di Noto presso un convegno dal titolo "Chiesa e massoneria, così lontani, così vicini", organizzato a Siracusa dal GOI. Dopo le demenzialità di Ravasi e i (suoi) fratelli massoni, temevamo che uscisse qualcosa di indigeribile. In realtà monsignor Staglianò è andato a dire al Grande Oriente che i massoni sono fuori dalla Chiesa in quanto scomunicati. Dunque chiediamo venia a sua eccellenza per la nostra scarsa fiducia.

Vescovi americani. I vescovi americani hanno eletto mons. Naumann a capo della Commissione episcopale per la vita. Il vincitore, conservatore, con 96 voti ha prevalso sul cardinale Cupich, che ha preso 82 voti. Manco a dirlo, Cupich pare fosse il candidato di Bergoglio. Progressista, sostenitore dell'omoeretico e ambiguo James Martin, questo cardinale in pratica ritiene che l'aborto e le questioni etiche non siano basilari, ma siano una delle tante questioni di cui si può parlare liberamente al bar con gli amici. Il fatto che abbia perso, con un vantaggio non molto ampio in verità, è importante, perché segna la volontà della conferenza episcopale USA di non aderire all'andazzo autodistruttivo di Bergoglio e soci. Ci aspettiamo che a breve la mannaia della misericordia cali anche sui vescovi statunitensi. D'altronde la minaccia di azzerare la conferenza episcopale polacca è stata urlata fra le sacre mura non più tardi di due settimane fa, perchè non misericordiare anche oltreoceano?

Politica internazionale. Kim, il leader nord coreano, ha dichiarato che Trump è un vecchio. Trump gli ha risposto dandogli del ciccione.


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19 novembre 2017

L’Italia che si suicida e quella che resiste


di Isidoro D'Anna

A metà ottobre 2017, il giornalista e scrittore Antonio Socci si è soffermato su una triste vicenda per denunciare l’ingiustizia del governo nei confronti degli italiani.
Un uomo, che versava in gravi condizioni di salute, si è fatto portare da persone ben sollecite in una clinica svizzera per il suicidio assistito. In quel luogo di sterminio, il giorno 11 ottobre si è disfatto del dono più grande ricevuto da Dio, la vita.
Si era dovuto fra l’altro scontrare con l’insensibilità delle istituzioni, che non lo avevano sostenuto economicamente nelle sue necessità di salute.
Socci prende lo spunto per ricordare, o ai più rivelare, come il governo stia trattando gli italiani e gli stranieri. Gli italiani con invalidità al 100% possono riuscire a ricevere una pensioncina irrisoria di circa 500 euro. Per ogni migrante, invece, lo Stato spende 35 euro al giorno se maggiorenne e 45 se minorenne, il che ammonta rispettivamente a 1.050 e 1.350 euro mensili.
Continua Socci: nel 2017 il governo ha stanziato 450 milioni a favore del fondo per la “non autosufficienza”, mentre ha destinato oltre mille volte di più, 4,6 miliardi, per i migranti.
La vicenda del veneto Loris Bertocco, che ha scelto il suicidio, non ferisce il cuore dei credenti meno dell’ingiustizia di chi ci governa.
Loris, chiamiamolo così, era nel giro degli italiani politicizzati di sinistra, e quindi forse non lo si può ritenere uno della gente comune. Ci ha lasciato un lungo e pubblico messaggio di commiato, nel quale si rivela tutta la desolazione di una vita senza Dio.
Racconta di aver «condiviso con i Verdi le grandi battaglie globali in difesa dell’ambiente e dei beni comuni, per la pace, contro gli ogm e sui mutamenti climatici, in difesa degli altri animali (anche attraverso la scelta vegetariana)». I primi animali, secondo questo infelice, saremmo noi e lui, perché per gli atei ogni bambino, uomo o donna non è che un animale. Per questo ha finito, coerentemente con la sua visione, per farsi ammazzare come un animale senz’anima. E ora la sua anima, per la Misericordia del Signore che non toglie la vita a nessuno, vive eternamente, ma dove? Avrà compiuto un estremo atto di contrizione, così da salvarsi dall’inferno?
Nella testimonianza che ci ha lasciato, Loris fa un resoconto minuzioso delle sue penose condizioni di salute e della sua vita. Tutto è vissuto nell’aridità totale, nella chiusura ossessiva verso Dio e la realtà spirituale.
Persino il matrimonio – civile? – da lui stretto con una donna, e poi regolarmente finito, viene descritto con toni che manifestano l’alienazione dell’ateo. È quasi un gioco di parole, visto che Marx sembrava tanto preoccuparsi dell’alienazione dovuta al capitalismo.
Usando parole adatte a un animale o a un vegetale, il poveretto scrive che l’allontanamento dalla moglie è stato «difficile da metabolizzare». Guarda caso la signora, commentando la fine dell’ex marito, usa lo stesso termine in quello che è una specie di elogio: «Loris ha avuto l’illuminazione di darci il tempo di metabolizzare la sua decisione. Ci ha dato il tempo di riflettere». Il loro, insomma, è stato uno scambio dalle forti implicazioni metaboliche. E ora che cosa rimane? Neanche le ceneri a cui il povero Loris ha fatto ridurre la sua salma, perché una delle sue ultime volontà è stata di spargerle nel giardino di casa.
Nel suo ultimo messaggio da cui abbiamo citato, Loris si accora perché altri possano ammazzarsi ed essere ammazzati: «Il mio appello è che si approvi al più presto una buona legge sull’accompagnamento alla morte volontaria (ad esempio, come accade in Svizzera), perché fino all’ultimo la vita va rispettata e garantita nella sua dignità». Rispetto e dignità della vita sono, per la mente perduta dell’ateo, la possibilità di suicidarsi con l’aiuto dello Stato.
Infine, c’è un fatto che rincuora in tutta la vicenda, ma appartiene ad un’altra persona, nelle sue vesti di magistrato. Si legge infatti tra le notizie di questi ultimi giorni: «Il procuratore capo di Venezia, Bruno Cherchi, ha comunicato che la Procura ha aperto un fascicolo d’indagine per il momento contro ignoti. L’ipotesi di reato è basata sull’articolo 580 del codice penale, “istigazione o aiuto al suicidio”, nella parte che riguarda l’aiuto che, nel caso specifico, Loris Bertocco avrebbe ricevuto per morire».
Magari esistono magistrati i quali, si spera per fede cristiana, stimano la vita più della morte, sia in senso fisico che spirituale. E così riportano l’aspetto istituzionale e quello personale sul piano della retta coscienza.
Ai sofferenti, ai disperati e anche agli ostinati, non smettiamo però di ricordare che Dio si è fatto uomo e ha dato la vita sulla croce per noi. E questa croce, così pesante e amara in sé, Dio la trasforma in salvezza per noi e per gli altri, se solo abbiamo fede.

https://lucechesorge.org/2017/10/30/litalia-che-si-suicida-e-quella-che-resiste/



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I Demoni hanno infettato la nostra società


Foto di Alfonsa Cirrincione
di Adriano Segatori

«Noi faremo morire il desiderio: diffonderemo le sbornie, i pettegolezzi, le denunce; spargeremo una corruzione inaudita, spegneremo ogni genio nelle fasce. Tutto allo stesso denominatore, l’eguaglianza perfetta». Così si esprimeva Verchovenski tampinando Stavroghin, il quale pensava che il suo accompagnatore si fosse solo riempito di cognac, mentre nelle sue parole c’era un sincero e autentico alito di nichilismo. E i Demoni, non solo quelli di Dostoevskij, hanno perfettamente infettato la nostra società.

Il brutto avanza, pervade e metastatizza ogni espressione umana. Dall’imbrattamento dei muri al turpiloquio diffuso, dall’assenza di stile all’omologazione della devianza, ogni cosa riporta ad una prevaricazione dell’informe e dell’anomalo.

Quando si fa notare a qualcuno – a molti – l’indecenza delle nostre città, di certi comportamenti e di talune condizioni individuali e sociali ci si sente rispondere: è solo una questione estetica. Già: solo una questione estetica. Peccato che è proprio sull’estetica che si fonda il senso stesso della vita.

Il percorso esistenziale al quale il nichilismo ci ha abituati è l’antitesi etimologica e concettuale dell’estetica, cioè della percezione attraverso i sensi. È l’anestesia, l’an-aisthesis, l’insensibilità di fronte alla deformazione del suono, sia nella sua armonia che nel criterio quantitativo di esclusione del silenzio; alla contraffazione delle immagini e dei colori, in composizioni deformate e aberranti; alla scomunica dello stile, con la sciatteria e il disordine spacciati come spontaneità e anticonformismo.

Il Brutto dilaga nella perversione dei piani regolatori, nella riduzione dell’uomo a strumento intercambiabile, nei rapporti interpersonali narcisistici e cinici, nella finanza usuraia ed estorsiva. E con il brutto avanza il Male, lo scadimento di ogni principio sostituito da piccole e untuose indecenze, con l’indifferenziazione di genere e il consenso informato delle trasgressioni, con l’ipocrisia dell’igienismo morale e con l’accettazione di subdoli peccati omologati.

L’antico kalòs kai agathòs, il bello e il buono, nella sua accezione di valoroso, virtuoso, aristocratico, sapiente e saggio, quindi di una tensione all’eccellenza umana e ambientale, è stato sostituito dal giusto limite della mediocrità e dalla proletarizzazione delle voglie. Mentre i comportamenti individuali manifestano la negazione di ogni stile e di ogni specifica personalità, e tutti gli ambienti replicano uguali punti di degrado e di abbandono estetico, un’operazione anestetizzante e distorsiva confonde il pensiero critico in un fuorviante gioco di specchi.

Ci troviamo di fronte ad un’unica strategia che punta alla rassegnazione diffusa e ad una euforica accettazione della realtà.

Le tattiche che questa strategia mette in atto sono molteplici e diversificate: da un lato puntano ad offuscare e ad alterare i dati reali della bruttura, spacciandoli per banali condizioni di transitoria trascuratezza, dall’altro esaltano una realtà virtuale che esorcizza il Male, lo nega e lo banalizza.

Philippe Muray parla di Società di Paccottiglia, dove la vita è ridotta ad apparenza, dove ogni verità è dissimulata in illusione ottica, dove ogni piacere rientra in una specie di malattia dei sensi, dove il decoro viene stigmatizzato a reperto retrogrado, dove la decenza è solo un orpello retrivo. Si dice che un espediente del diavolo per agire indisturbato è quello di far passare la notizia che non esiste. È questo il nichilismo attuale, del quale il Forestaro è la metafora jungheriana attualizzata.

Il Grande Feticcio della bontà, del benessere, dell’accoglienza, della solidarietà, della bellezza, del migliore dei mondi possibili, si scontra con la realtà – quella sì vera e diabolica – della cattiveria, del disagio, della perversione, della viltà, dell’orrore e dell’incubo. Ogni profilassi è falsa e perdente come colui o coloro che la propongono.

Al Forestaro, metafora di rovina, di illusionismo, di oscenità, di viltà, di paura, di passività e di confusione, ci si può opporre solo – paradossalmente – facendo leva sul nichilismo, su quella condizione estrema che, una volta raggiunta, determina il momento della decisione, del perseguimento del desiderio, dell’individuazione del nemico e della tensione all’Essere.

Forse, è un auspicio, solo la consapevolezza di essere assediati potrà determinare quel percorso in tre tappe esplicitato da Nietzsche come cammello, leone e fanciullo: trasformare, cioè, l’Io devo in Io voglio, e l’Io voglio in Io sono.


http://www.lefondamenta.it/2017/11/11/demoni-non-solo-dostoevskij-infettato-la-nostra-societa/



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Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: Contro Simon Mago (Parte LXIX)


di Alfredo Incollingo

Secondo gli apocrifi Atti di Pietro, una tradizione ripresa da Eusebio di Cesarea e da san Giustino, Simon Mago giunse a Roma negli stessi anni di san Pietro. Era un eretico gnostico di origini samaritane, come si afferma nelle Omelie di San Clemente, considerato il padre di tutti gli eretici da Ireneo di Lione e famoso per la sua immoralità e per i suoi giochi di magia, che gli procurarono tanti adepti. Aveva turbato la serenità delle prime comunità cristiane e molti fedeli rinnegarono Cristo per seguirlo. I suoi discepoli, ritenendolo un dio, eressero una statua in suo onore: fecero scolpire sul basamento la scritta Semoni Deo Sancto (in italiano, A Simone Dio Santo). Affermava che la sua missione in Terra consisteva nel combattere gli angeli cattivi e nel liberare il mondo dal dominio del Dio malvagio dell'Antico Testamento. Riteneva che in Gesù vi era una sola natura, quella divina, mentre la sua materialità corporea era solo fittizia, in linea con la contrapposizione gnostica tra spirito e materia. Negli Atti degli Apostoli si racconta invece che Simone era un grande mago, venerato come un dio, ma, affascinato dalla predicazione di san Filippo, decise di abbracciare la fede cristiana e divenne un suo fedele seguace. San Pietro e san Giovanni si recarono in Samaria, dove abitava, e lì ebbe modo di conoscerli. Osò offrire del denaro per ottenere il potere di far discendere lo Spirito Santo, ma san Pietro lo ammonì e lo invitò a pentirsi. Secondo la tradizione apocrifa, Simon Mago conservò la gelosia nei suoi confronti. A Roma avvenne l'incontro decisivo tra san Pietro e l'eretico. Quando l'apostolo giunse in città, venne accolto dal presbitero Narcisso, fedele seguace di san Paolo, che gli rivelò dove era nascosto il mago: Simone era protetto dal senatore Marcello, suo accolito e amico.
San Pietro si presentò nella sua villa e convertì il patrizio, suscitando la rabbia di Simone. Volendo dimostrare la sua natura divina, il mago lievitò in aria sui tetti dei templi e dei palazzi del Foro Romano. San Paolo e san Pietro si gettarono a terra e pregarono il Signore di invalidare i suoi incantesimi. Il mago iniziò a precipitare, cadendo rovinosamente sulla Via Sacra. Nella basilica di Santa Francesca Romana è conservata la lastra di marmo recante le impronte delle ginocchia di san Pietro, impresse nella pietra quando si inginocchiò per invocare l'aiuto divino contro i sortilegi di Simon Mago.
Il viaggio continua


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18 novembre 2017

Francesco fase B. Ma lo stile è quello del Vaticano II

di Satiricus

Riguardo alla situazione di degrado teologico vigente credo di voler sottoscrivere l’opinione espressa da padre Scalese, relativamente alla FASE B appena iniziata. Suggerisce Scalese: “Perché parlo di una seconda fase del pontificato? Perché ho l’impressione che ci troviamo di fronte a una svolta. La fase A del pontificato di Papa Bergoglio è stata caratterizzata da quella che lui ha chiamato, in Evangelii gaudium, “conversione pastorale” (n. 25). C’è stato chi ha parlato, a questo proposito, di “cambio di paradigma” (qui); noi, forse con una certa audacia, abbiamo parlato di “rivoluzione pastorale” (qui). La caratteristica di questa prima fase è stata la sottovalutazione della dottrina in favore della pastorale: la dottrina — è stato insistentemente ripetuto — non cambia; ciò che cambia è l’atteggiamento della Chiesa verso le persone. L’evento piú significativo di questa prima fase è stato, senza alcun dubbio, la pubblicazione dell’esortazione apostolica Amoris laetitia.Si ha l’impressione che il discorso dell’11 ottobre segni il passaggio a una nuova fase, nella quale, pur ribadendo che la dottrina non cambia, si pone l’accento sull’esigenza che essa progredisca”. Se Scalese ha ragione, allora io e il mio attuale articolo siamo in ritardo. Non me ne cruccio: in ogni caso non avremmo contribuito a virate di sorta.

In pratica, facendo un passo indietro, vorrei offrire un giudizio circa la genesi della FASE A. La domanda suona così: quali sarebbero gli elementi che hanno permesso a Francesco di condurre il suo programma nella Fase A? Ha Francesco forzato inusitatamente le pedine sullo scacchiere teologico ed ecclesiastico oppure no? Il mio parere è che no, Francesco non ha forzato nulla, ha solo tratto le fila - primo tra tanti e dopo tanti mistificatori - del lascito che il Vaticano Secondo ci ha consegnato.

Per spiegarmi devo citare un testo illuminante del compianto mons. Gherardini: “Più volte il Vaticano II fa riferimento alla Tradizione, manifestando la volontà di concordare con essa, sia agganciando i propri asserti alla sua matrice, sia spiegando i rapporti della Tradizione stessa con la Sacra Scrittura. ‘Teste Traditione’, ‘ex Traditione’, ‘Traditioni inhaerens’ sono, con altri, alcuni dei modi generici con cui la tradizione vien chiamata. Evidentemente il richiamo puramente verbale non è sufficiente per stabilire un effettivo legame tra Vaticano II e Tradizione. Talvolta il richiamo parrebbe meno generico solo perché vien fatto il nome del Tridentino o di altri Concili ecumenici; ma generico rimane, perché il dettato di tali Concili o non è citato, o se pur citato non esprime una pertinenza inequivocabile. Talvolta anzi rispetto alla citazione si asserisce qualcosa di diverso o addirittura qualcos’altro. Evidentemente non può esser possibile riconoscere la continuità del Vaticano II con la Tradizione di sempre in base al detto richiamo” (B. Gherardini, Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia, ed. Lindau, Torino 2011, pp. 177-178).

Ora, il sottoscritto non è mai stato un critico del Vaticano II o dei Papi recenti, ma alla luce dei fatti contemporanei la critica si impone come unica e ultima forma di verità e dignità, seppur nell’inarrestabile decadimento. Parto dalla considerazione più vicina ai nostri tempi: ditemi quale differenza notate tra il modo di procedere del Vaticano II, laddove, come dice il Gherardini, “il dettato di tali Concili o non è citato, o se pur citato non esprime una pertinenza inequivocabile. Talvolta anzi rispetto alla citazione si asserisce qualcosa di diverso o addirittura qualcos’altro” e il modo con cui Francesco in Amoris Laetitia (e non solo in essa) attinge al Magistero precedente e lo richiama, ma senza una ‘pertinenza inequivocabile’ o anzi asserendo ‘qualcosa di diverso o addirittura qualcos’altro’ rispetto alle fonti.

A questo punto faccio un passo indietro ed oso chiedere: a che pro l’opzione dei papi post-vaticanosecondo che, avranno pure tenuto una condotta teologica quanto più tradizionale, ma non hanno avuto il coraggio di dichiarare la radice ammalata dello stile teologico contemporaneo, addirittura nelle sue espressioni conciliari?
Detto altrimenti: il marciume che emerge nell’era di Francesco, disseminato a piene mani dai suoi scherani, non è ‘di Francesco’ bensì prima ancora è del Vaticano II. Inutile lamentarsi ora col pontefice argentino, se non abbiamo avuto e non abbiamo il coraggio di denunciare ciò che di ambiguo o distorto è stato innestato nella Catholica a partire dall’Assise del ‘62.
Ciò mostra appieno quale sia la sfida raggelante che si dispiega dinanzi ai nostri occhi e quanto siamo in svantaggio: non è il problema di un Pontefice rivoluzionario, ma di una generazione ecclesiastica intera nutrita di metodi e approcci teologici avariati.

Ripeto: non sono un critico del Vaticano II e non aderisco ad alcuna associazione tradizionalista. Ciò che scrivo è quanto mi risulta essere plausibile e verace alla luce delle citazioni su riportate e dei fatti di cui tutti siamo testimoni.
Concludo e prendo atto del fatto che Benedetto XVI aveva effettivamente provato a riaprire la scomoda questione: nel celebre discorso alla Curia del 2005, con l’epico Motu Proprio del 2007 (data casuale? Prevedeva il decennale nel 2017 con luteranismi e fatimismi annessi e connessi?), nonché infine con i discorsi nel cinquantenario conciliare, culminati con le sospettissime sue dimissioni.

Sappiamo tutti come sia finita. E’ forse in previsione di ciò che gli altri Papi avevano taciuto? In ogni caso, mentre dalla Fase A - pienamente filo e post conciliare - passiamo alla Fase B, una e una sola speranza ‘naturaliter fundata’ ci rimane, ed è proprio il dilagare del Summorum Pontificum. Per quanti altri pontefici dovranno abdicare, per quanti teologi saranno silurati, l’onda del rito antico non può essere arrestata ora che è tornato ad essere patrimonio dei giovani cattolici, laici e sacerdoti. Verrà a breve calpestata, non c’è dubbio, ma non potranno più estinguerla e un domani sarà il germe da cui ricostruire. Così sul rito. Quanto alla teologia, la disamina testé riportata mi fa solo disperare del suo futuro prossimo ed intermedio.


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Dopo l’adulterio e la contraccezione bisogna sdoganare l’eutanasia

di Luca Gili

Giovedì 16 novembre 2017 papa Francesco ha inviato una lettera a mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia della Vita recentemente rifondata. La lettera tocca il tema della fine della vita ed è già stata salutata da alcuni organi di stampa come una apertura al “testamento biologico”, ossia alla via italiana all’eutanasia. Marco Cappato, uno dei propagandisti più agguerriti dell’eutanasia, ha salutato con favore le parole del papa. Altri organi di informazione, come Il Foglio o Famiglia cristiana, si sono precipitati a denunciare che il papa era stato frainteso.
Chi ha ragione?

A parere di chi scrive, la lettera a Paglia è interpretabile come un documento cattolico, ossia in linea con i pronunciamenti magisteriali precedenti. Ma essa non è univocamente interpretabile in questo modo: l’interpretazione eterodossa, pro-eutanasia, è del tutto compatibile con il testo firmato dal papa. Se questo vi ricorda l’esortazione apostolica Amoris Laetitia avete senz’altro buona memoria e potete farvi una idea dello stile papale. Sulla base di ciò che è accaduto dopo la pubblicazione di Amoris Laetitia si può prevedere – se la mia interpretazione è corretta - che casi di eutanasia saranno approvati “caso per caso”, dopo attento “discernimento” e che questa approvazione, benché non esplicita in documenti ufficiali, corrisponderà al pensiero di Francesco, come emergerà da qualche lettera privata di elogio a conferenze episcopali più “aperte” nel loro approccio “pastorale”. Il cardinale Burke scriverà qualche dubium, forse aiutato in questo da qualche battagliero cardinale nonagenario, mentre il cardinale Müller ci spiegherà, in una prefazione a un nuovo libro di Rocco Buttiglione, che l’eutanasia è sempre inammissibile, ma che ci sono certi casi in cui lo è e in ogni caso il documento papale è del tutto ortodosso. I vescovi polacchi continueranno, ma con sempre meno convinzione, a condannare l’eutanasia mentre i vescovi tedeschi la praticheranno, dietro lauto pagamento, in cliniche possedute dalle loro diocesi.
Fantascienza? Forse.

Ma cosa dice nella sua lettera il papa?
È chiaro che non adottare o anche sospendere terapie sproporzionate significa evitare l’accanimento terapeutico; da un punto di vista etico, ciò è completamente diverso dall’eutanasia, che è sempre sbagliata, perché l’obiettivo dell’eutanasia è terminare la vita e causare la morte.
È superfluo aggiungere che nelle situazioni critiche e nella pratica clinica i fattori in gioco sono spesso difficili da valutare. Per stabilire se un intervento medico, appropriato dal punto di vista clinico, sia di fatto proporzionato, non è sufficiente applicare una regola generale. Ci deve essere un discernimento attento dell’oggetto morale, delle circostanze presenti e delle intenzioni di cloro che sono coinvolti.”

La prima frase riflette un insegnamento di Pio XII offerto nel Discorso ad un congresso di Anestesiologia del 24 novembre 1957.
In esso il Pontefice ribadiva due principi etici generali. Da una parte, la ragione naturale e la morale cristiana insegnano che, in caso di malattia grave, il paziente e coloro che lo curano hanno il diritto e il dovere di mettere in atto le cure necessarie per conservare la salute e la vita. D’altra parte, tale dovere comprende generalmente solo l’utilizzo dei mezzi che, considerate tutte le circostanze, sono ordinari, che non impongono cioè un onere straordinario per il paziente o per gli altri. Un obbligo più severo sarebbe troppo pesante per la maggioranza delle persone e renderebbe troppo difficile il raggiungimento di beni più importanti. La vita, la salute e tutte le attività temporali sono subordinate ai fini spirituali. Naturalmente ciò non vieta di fare più di quanto sia strettamente obbligatorio per conservare la  vita e la salute, a condizione di non venir meno al rispetto di doveri più gravi.

Il rifiuto dell’accanimento terapeutico, nell’insegnamento di Pio XII ribadito dalla Congregazione per la dottrina della fede in almeno due pronunciamenti (Dichiarazione sull’eutanasia, 5 maggio 1980 e Risposte a quesiti della conferenza episcopale statunitense circa l’alimentazione e l’idratazione artificiale, 1 agosto 2007) è rifiuto di mezzi “sproporzionati” che vengono così descritti nel documento del 2007:
La Dichiarazione sull’eutanasia, pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 5 maggio 1980, espose la distinzione tra mezzi proporzionati e sproporzionati, e quella fra trattamenti terapeutici e cure normali dovute all’ammalato: «Nell’imminenza di una morte inevitabile nonostante i mezzi usati, è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi» (parte IV). Meno ancora possono essere interrotte le cure ordinarie per i pazienti che non si trovano di fronte ad una morte imminente, come è generalmente il caso di coloro che versano nello “stato vegetativo”, per i quali sarebbe proprio l’interruzione delle cure ordinarie a causare la morte.”

Quello che è evidente è che la stessa Congregazione per la dottrina della fede ha riservato a sé stessa la facoltà di stabilire se un mezzo è proporzionato o meno, come è evidente dalla risposta del 2007 a due dubia presentati dai vescovi americani. In tale risposta, la Congregazione sanciva che idratazione e alimentazione artificiale sono mezzi proporzionati anche per i pazienti in stato vegetativo. Il documento della CDF del 1980 aveva sostenuto che l’obbligo di preservare la nostra vita, anche se ci obbliga a curarci, non ci obbliga a cure sperimentali i cui esiti potrebbero anche essere dannosi. In opportune linee guida, la CDF specificava quanto segue:
In mancanza di altri rimedi, è lecito ricorrere, con il consenso dell’ammalato, ai mezzi messi a disposizione dalla medicina più avanzata, anche se sono ancora allo stadio sperimentale e non sono esenti da qualche rischio. Accettandoli, l’ammalato potrà anche dare esempio di generosità per il bene dell’umanità. È anche lecito interrompere l’applicazione di tali mezzi, quando i risultati deludono le speranze riposte in essi. Ma nel prendere una decisione del genere, si dovrà tener conto del giusto desiderio dell’ammalato e dei suoi familiari, nonché del parere di medici veramente competenti; costoro potranno senza dubbio giudicare meglio di ogni altro se l’investimento di strumenti e di personale è sproporzionato ai risultati prevedibili e se le tecniche messe in opera impongono al paziente sofferenze e disagi maggiori dei benefici che se ne possono trarre. È sempre lecito accontentarsi dei mezzi normali che la medicina può offrire. Non si può, quindi, imporre a nessuno l’obbligo di ricorrere ad un tipo di cura che, per quanto già in uso, tuttavia non è ancora esente da pericoli o è troppo oneroso. Il suo rifiuto non equivale al suicidio.”

Ora papa Francesco ci dice che, esattamente come nel caso dell’adulterio, “non è sufficiente applicare una regola generale”. Ogni caso va valutato a sé. E colui che deve stabilire se una cura è proporzionata o no è appunto il paziente. Questo, implicitamente, significa che la CDF o in generale il magistero della chiesa non ha alcun diritto di dire che idratazione e nutrizione artificiali non sono accanimento terapeutico in nessun caso. Se un paziente dovesse decidere che per lui lo sono, sarebbe ovviamente legittimo interrompere tale trattamento. Previo discernimento, ovviamente.
Sarei evidentemente molto felice di sbagliarmi e di prendere lucciole per lanterne. Ma questo discorso è a mio parere prodromo di ulteriori rivolgimenti, come abbiamo visto con Amoris Laetitia. Per smentire il mio presentimento (che è anche il presentimento di Marco Cappato e de titolista di Repubblica) la Santa Sede potrebbe senz’altro diramare una nota chiara e non ambigua in cui l’insegnamento di sempre fosse ribadito. Qualcosa mi dice che non lo faranno.
Preghiamo perché lo facciano.


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