26 febbraio 2017

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: il Tempietto e il Ghetto (Parte XXX)


di Alfredo Incollingo

Convertire gli ebrei era un obiettivo non secondario per la Chiesa Cattolica: era di fondamentale importanza recuperare quei Figli di Dio che avevano ostinatamente rifiutato Gesù. Anche il popolo che aveva condannato a morte Cristo poteva riscattarsi, come il Salvatore stesso aveva chiesto al Padre con la richiesta di perdono.
A Roma fin dall'antichità era presente uno dei ghetti ebraici più grandi dell'occidente e lì la Chiesa tentò di convertire al Vangelo i giudei che vi risiedevano. Naturalmente la missione non era senza rischi e si contemplarono numerose soluzioni per ovviare al problema. Si temeva una rivolta o il linciaggio del predicatore, reo di aver parlato di Gesù. Nel 1759 i padri gesuiti edificarono in Piazza Costaguta una cappella di forma circolare, sormontata da una cupola e chiusa da alcune grate. Sembra a tutti gli effetti una cella, una gabbia e serviva per proteggere il gesuita da possibili ritorsioni. Al suo interno il predicatore cercava di convincere i passanti della fondatezza della verità cristiana. Stiamo parlando del Tempietto del Carmelo, ma il suo vero titolo è Santa Maria del Carmine e del Monte Libano. E' conosciuto ai più con la forma abbreviata del suo nome. E' il reperto di un passato non troppo lontano, ma per il cattolicesimo moderno è il simbolo di una Chiesa che non ha mai abbandonato la sua vocazione missionaria, anche nelle direttrici interne. Qualcuno grida all'intolleranza di quel periodo e il Tempietto parrebbe il simbolo più eclatante di questo fatto. Eppure gli ebrei furono protetti dai massacri efferati durante le crociate, per esempio, quando le bande armate si riversavano nelle città alla ricerca delle “quinte colonne interne”, dei presunti cospiratori. L'idea di missione è oggi sbiadita e si pensa a diluirla sempre di più. Ecco perché non comprendiamo più il perché del Tempietto.

Il viaggio continua.



 

25 febbraio 2017

10 cose da sapere prima di (s)parlare di aborto e obiezione di coscienza


di Giuliano Guzzo

Non intendo tornare sul mio pensiero in fatto di aborto procurato e obiezione di coscienza, credo oramai ben noto ai miei lettori e amici, ma solo mettere a fuoco dieci punti fermi, dieci aspetti che sarebbe bene tenere a mente prima di qualsivoglia considerazione su questo delicatissimo argomento. Dieci cose, in definitiva, che sarebbe opportuno sapere altrimenti, invece di dire la propria opinione, si finisce solo per dimostrare la propria ignoranza.

1. L’obiezione di coscienza è espressamente prevista dalla Legge 194, dunque non è una gentile concessione di qualche ASL o Regione a governo oscurantista bensì un diritto di rango almeno pari a quello di chi intende abortire.
2. La contrarietà all’aborto non esige alcuna adesione confessionale. Si potrebbero, a questo proposito, ricordare le parole di Bobbio o di Pasolini, con quest’ultimo che un giorno ebbe a dire: «Sono traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio».
3. E’ da vedere che l’opposizione all’aborto derivi dal Medioevo, ma è certo che i primi Stati a rendere legale l’aborto siano stati l’URSS di Lenin, nel 1920, e la Germania di Hitler, coi nazisti ascesi al potere da neanche sei mesi quando, nel 1933, stabilirono per legge l’impegno a prevenire «le nascite congenitamente difettose»: due “prime volte” che non hanno esattamente il sapore del progresso.
4. L’obiezione di coscienza non è un valore cristiano, essendo connaturata alla professione medica sin dai remotissimi tempi di Ippocrate di Kos (460- 377 a.C.).
5. I medici obiettori, in Italia, non possono rappresentare un problema poiché non solo non crescono, ma risultano in calo: erano il 71,5% nel 2008, mentre nel 2014 il 70.7 % (cfr. Relazione del Ministero della Salute 2016, p.44).
6. L’Europa non ha mai condannato l’Italia sull’obiezione di coscienza, anzi: il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa si è espresso definitivamente lo scorso luglio dopo due reclami, uno della IPPF-EN, l’altro della CGIL, con un giudizio positivo.
7. Il problema vero, per un medico, non tanto è il numero di aborti eseguiti quanto il fatto stesso di praticarne, cosa che comporta – secondo uno studio – «stanchezza cronica, irritabilità, paura di andare a lavorare, disturbi fisici e mancanza di gioia di vivere» (cfr. Nursing Ethics, 2013).
8. In media, in Italia, ogni ginecologo non obiettore esegue ogni settimana, a livello nazionale, 1.6 aborti (considerando 44 settimane lavorative in un anno), con una procedura abortiva che, secondo l’OMS, ha una durata media che non supera i 10 minuti.
9. Guardando i dati regionali, in Italia solo 3 ASL su 140 (con fino a 15 aborti settimanali) si discostano dalla media nazionale, mentre nelle restanti 137 invece i numeri sono molto più bassi (7 in un caso, e poi sempre meno di 5), corrispondenti a un lavoro di non più di mezza giornata.
10. Non c’è nulla di scandaloso nel fatto che in alcune strutture non si riesca ad abortire: neppure in ogni ospedale, se è per quello, vi sono i punti nascita. Avete mai sentito chi oggi lamenta l’impossibilità di abortire denunciare quella di partorire?

Una volta che questi punti risultano ben chiari, ha senso discutere.  Altrimenti, tanto vale farsi una passeggiata: sarebbe fiato sprecato.

https://giulianoguzzo.com/2017/02/25/10-cose-da-sapere-prima-di-sparlare-di-aborto-e-obiezione-di-coscienza/

 

L'uso politico della storia


di Enrico Maria Romano

Che l’uso della storia per finalità di indottrinamento o di proselitismo sia qualcosa di diffuso e di attestato, ecco una verità fattuale che nessuna persona di mondo si sentirebbe di contestare.

La cosa paradossale è che tale uso politico o ideologico, viene spesso anzi normalmente ritenuto appannaggio delle dittature e dei regimi autoritari (fascismi e comunismi) ed essendo sepolti questi, il problema sarebbe sepolto con essi. Riduzionismo evidente o angelismo beota.

E’ palese che qui si gioca con le parole o c’è chi fa, per ragioni di comodo, il finto tonto. Dal processo di Norimberga (1946) in poi infatti, è apparso più chiaramente che mai il valore del motto secondo cui “la storia la scrivono i vincitori”.

Le varie Giornate della memoria (selettiva), istituite nelle progressiste democrazie d’Occidente, hanno almeno questo di buono: aiutano a non dimenticarlo mai. I perdenti, specie quando essi non si sono limitati a perdere con le armi, ma hanno incarnato l’irruzione del Male del mondo, scrivono al massimo la micro-storia, la storia della comunità, la contro-storia, ma mai la Storia Ufficiale.

Gli armeni vivi e vegeti ancora oggi, nipoti di chi fu sterminato nel biennio 1915-16, hanno de facto meno diritto di ricordare pubblicamente i loro morti, rispetto ad altri popoli più fortunati. E d’altra parte nessun paese occidentale ha avuto finora il coraggio di istituire una giornata per il ricordo di quello che fu il primo genocidio del XX secolo, con oltre 1 milione di morti, e chi ci ha provato, ha poi declinato, parrebbe per pressioni molto forti… La Turchia, erede morale e culturale dell’Impero ottomano e dei Giovani Turchi che misero in atto la deportazione, parla di persecuzioni contro la minoranza cristiana armena, ma non accetta ancora i numerosi documenti che sono emersi in questo secolo e che concludono in favore dell’ipotesi genocidio (cf. Marco Impagliazzo, Il martirio degli armeni, La scuola, 2015 e il commovente La masseria delle allodole, di Antonia Arslan).

Le decine di milioni di morti dovuti al regime sovietico (1917-1989) o alla spietata dittatura di Mao (tra il ’59 e il ’61, il “grande balzo in avanti” causò oltre 20 milioni di vittime) vengono forse ricordati nelle scuole, nelle università e nelle società, al pari di chi fu ucciso durante la Seconda Guerra mondiale? La cosa non pare. Eppure tali genocidi, messi in atto dal dittatore cinese o da Stalin non sono di entità minore, e risultano cronologicamente successivi e dunque più vicini a noi. Ma certo passato non deve mai passare (quello dei vinti), mentre il passato dei vincitori è dimenticato subito, o ridotto a due righe di testo.

Il discorso in realtà è ben più ampio. Non è la sola memoria negata di vari genocidi antichi e recenti (come Hiroshima e Nagasaki) a fare problema. Ma è la lettura che viene offerta, specie nei manuali scolastici, di tutta la storia umana a dover essere analizzata e scientificamente criticata: la storia antica, medievale, moderna e contemporanea… L’Unione Europea e le sue commissioni hanno una concezione del tutto surreale dell’identità dei popoli europei, e si crede di poter favorire la pace, a base di nichilismo e di memoria selettiva. Ma i popoli, specie quelli di antica civiltà come il nostro, hanno radici che non si possono strappare per caso o senza colpa: chi vuole sradicare i popoli riducendoli a consumatori, fa di tutto per diluire le identità e spegnere le idealità che sono ad esse collegate. La colpevolizzazione degli europei (specie maschi, bianchi e cristiani) va di pari passo con il progetto mondialista di omogeneizzazione verso il basso e unificazione in nome della tecnica, ovvero del vuoto culturale.

I servili ministri della cultura e dell’istruzione dei paesi europei si adeguano al rullo compressore e spesso, come la nostra Valeria Fedeli, ne sono dei propugnatori ardenti. Lo scopo è sradicare, cancellare le differenze (culturali, religiose, sessuali, di civiltà), fondere e mescolare.

Gli antichi romani un tempo erano presentati agli studenti come i “civilizzatori” delle varie regioni del mondo dove arrivò il loro influsso, dal nord Africa sino alla Gallia e alla Britannia. Ora più spesso, vengono chiamati “colonizzatori” e il cambiamento terminologico non è innocuo (in guisa di contravveleno si consulti il sempre valido e disponibile "Fregati dalla scuola" di Rino Cammilleri, 2013).

La storia cristiana del nostro continente europeo è divenuta, a partire dell’illuminismo, il terreno fertile per un’opera di rilettura manichea così sfrontata e a senso unico, che supera la stessa lettura che ne diedero le ideologie anti-cristiane nel marxismo e del socialismo. Marx per esempio in più pagine della sua opera loda la società medievale (per il divieto ecclesiastico dell’usura e dello stesso prestito a interesse), e così non mancarono mai gli autori, di destra e di sinistra, laici o cattolici, che ammirarono a chiare lettere la fermezza dei martiri nei primi secoli, il sacro romano impero risorto con Carlo Magno, l’epopea delle Crociate (lodate per esempio da Mazzini), o la grandezza culturale e artistica delle cattedrali che sorsero in tutta Europa dal X al XV secolo.

Sfogliando oggi moltissimi libri di testo, e anzitutto i manuali di storia per i licei e le scuole superiori, se può dirsi in parte superata la retorica giacobina sui medievali secoli bui (in cui non v’era alcuna luce di bene, più o meno dal crollo dell’impero romano d’Occidente nel 476 alla scoperta dell’America!), si tendono a sottolineare sempre gli aspetti negativi, le carestie, le guerre, le carenze tecno-scientifiche, e insomma i limiti che ogni civiltà (non esclusa la nostra) presenta. Tutto pare scritto con un’ottica progressista che porta, anno dopo anno, lo studente ad illudersi che il mondo andrà certamente verso il meglio, tranne qualche rara parentesi di incredibile regresso, identificato con l’affermarsi delle destre o l’Ur-Faschismus di Eco: da Mussolini a Trump.

Uno studente romano non saprebbe spiegarsi come mai nella capitale d’Italia ci sia una piazza dedicata alle Crociate (in zona Tiburtina). Ma se furono infami violenze di saccheggio e di ruberia, mascherate da guerre sante, tipico esempio di una Chiesa ottusa e poco ecumenica come quella medievale, a che pro dedicarvi una piazza? Sarebbe quasi come istituire una via Auschwitz o un Corso Mengele…

Se nella civiltà cristiana si nota assai più il male che il bene, in ogni altra civiltà umana (indiana, africana, cinese, nordica, etc.), il rapporto si inverte misteriosamente. Così nell’islam, prevale la focalizzazione sulla cultura, sulla saggezza morale e il sapere astronomico dei dotti imam, ignorando o minimizzando le violenze sistematiche e continue, da Maometto a oggi, passando per le celebri scorrerie saracene e l’imperialismo della Sublime Porta.

Urgono quindi libri di testo più oggettivi per i nostri giovani, e in attesa di questi, è d’uopo studiare la storia in modo scientifico e direi formativo, specie per chi ha responsabilità educative a vario titolo. Da poco è stato ripubblicato un manuale di storia ecclesiastica che unisce in sé il rigore e l’acribia della scienza e l’amore per la verità del teologo non infeudato alle varie cricche storiografiche liberal o marxiste (Mons. Umberto Benigni, Storia sociale della Chiesa, CLS, 2 volumi, 2016-2017).

Questa storia della Chiesa, senza minimamente ignorare le colpe gravi delle varie autorità ecclesiali e le vicissitudini non sempre edificanti della cristianità, nota altresì, e oggi è più raro dell’unicorno, che i valori del Vangelo restano un faro e un punto di riferimento etico insuperabile per una civiltà che voglia fondarsi sulla roccia e non sulle sabbie mobili delle ideologie e del “progresso”.


 

24 febbraio 2017

Seguire lo «spirito» di Pannella? No, grazie


di Giuliano Guzzo

Houston, abbiamo un problema: la Chiesa, o comunque una parte non trascurabile dei suoi esponenti, si è innamorata persa dei radicali. Sì, proprio di quelli che – battendosi per divorzio, aborto, figli in provetta, spinelli liberi, eutanasia – hanno dato e continuano a dare un contributo decisivo alla devastazione culturale, demografica e spirituale dell’Italia; per capirci, l’Erode, con la sua strage degli innocenti, a confronto era uno sprovveduto. Esagero? Non è vero niente? «La CEI guarda con attenzione a questa iniziativa e come Segreteria generale dà una convinta adesione». Queste le parole con cui il sottosegretario e portavoce della CEI comunicava l’adesione della Chiesa italiana alla Marcia per l’Amnistia, la Giustizia, la Libertà promossa dal Partito Radicale il 6 novembre scorso a Roma. Vorrei tanto sbagliarmi, ma di fronte ad «una convinta adesione» è la lingua italiana ad inchiodare alla realtà chiunque non viaggi coi paraocchi.

Un caso isolato? Nient’affatto. Lo scorso 17 febbraio, direttamente dalla sede del Partito Radicale, è arrivata non da parte di un pretino di periferia bensì da un arcivescovo, oltretutto Presidente della Pontificia accademia per la vita, un’apologia di Marco Pannella: «Credo che il Marco pieno di spirito continua a soffiare. Un uomo che […] che sa aiutarci a sperare […] Questo nostro mondo ha bisogno più che mai forse più di prima di uomini […] come lui […] mi auguro che lo spirito di Marco ci aiuti a vivere in quella stessa direzione». Purtroppo, in questa sbornia radicaleggiante, anche il Santo Padre in persona ci ha messo del suo. Il riferimento, qui, è all’inserimento papale di Giorgio Napolitano ed Emma Bonino «tra i grandi dell’Italia di oggi», effettuato – senza più smentita -, nel febbraio dello scorso anno, in un’intervista concessa da Casa Santa Marta al Corriere della Sera.

Avessero potuto parlare, Eluana Englaro e i nascituri aspirati dal ventre materno con una pompa di bicicletta avrebbero dissentito, ma c’è la concreta speranza che il pontefice, essendo argentino, ignori la storia d’Italia o la segua piuttosto distrattamente. Tuttavia, il fatto grave resta: della politica radicale, tra uomini di Chiesa, pare non sia più possibile parlare, se non con commossa riconoscenza. In tempi normali, anziché parlare del bisogno di farsi guidare dallo «spirito» di Pannella, si sarebbe vigorosamente evidenziato quello di pregare per l’anima del leader radicale; «tra i grandi dell’Italia di oggi» si sarebbero richiamati Massimo Gandolfini e Paola Bonzi; si sarebbe data «una convinta adesione» al Family Day, che invece il giorno dopo ottenne più spazio sulla prima pagina di Repubblica, ed è tutto dire, che su quella di Avvenire. Gli attuali, dunque, non sono affatto tempi normali, anzi pare si faccia a gara a chi la spara più grossa ed è questo, Houston, il nostro peggior problema.

https://giulianoguzzo.com/2017/02/24/seguire-lo-spirito-di-pannella-no-grazie/

 

Non tutti i Guam vengono per nuocere


di Satiricus

Siamo a 5! No, in realtà il numero è anche più alto, ma non importa mettersi a fare la conta, del resto in teologia i numeri non contano (cit. Spadaro), contano i contenuti e le personalità. La quinta personalità è quella del card. Zen, il quale, “in una intervista con EWTN di Raymond Arroyo ha espresso il suo appoggio ai Dubia dei quattro cardinali che chiedono chiarimenti sulla esortazione apostolica Amoris Laetitia - Capitolo 8, ha detto: "Credo che sia una richiesta molto rispettosa, da parte di quei vescovi e cardinali, di avere chiarimenti"”. Meno male che Zen è un vecchio bauco, altrimenti c’era il rischio che qualcuno lo spedisse a Guam, nell’arcipelago della Misericordia. Guam è divenuta improvvisamente celebre dopo il periodico incarico quivi affidato al card. Burke, ma a ben vedere, e a voler fare della dietrologia gratuita e infondata - del resto essere Campari significa concedersi talvolta anche questi sfizietti e queste ragazzate - la mossa Guam avrebbe un precedente (almeno uno). Si tratta, così malignano i Pasquini, del vescovo Savio Hon Tai-Fai. Protetto di Bertone e successore di Sarah alla Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, mons. Savio sarebbe stato spedito a Guam dal 6 giugno al 31 ottobre scorso. Qui la sua missione, ma non la sua permanenza, parrebbe essersi conclusa con la nomina ad Arcivescovo Coadiutore con facoltà speciali di S.E. Mons. Michael Jude Byrnes. Ma perché Guam? Perché davvero c’è un caso spinoso di pedofilia che richiede l’intervento di prelati dal cuore retto e dal pugno di ferro? Oppure perché il viaggetto a Guam va pensato come un’occasione per rivedere eventuali propensioni politiche non abbastanza franceschiane? Non so dirlo, fatto sta che, a ben vedere, simili propensioni non mancherebbero nella carriera di mons. Hon Tai-Fai, in quanto “in passato ha avuto a criticare l’incoerenza fra i proclami liberali del governo cinese e le azioni dell’Associazione patriottica in merito alle ordinazioni episcopali”. Un degno figlio di Zen, insomma, e un personaggino non troppo comodo da avere tra i piedi in quel del Vaticano, specie in questo new deal di politiche sinofile. Sia come sia, nell’attesa di chiarirsi il giusto ordine delle cose, consiglio di leggere il discorso di congedo presentato dal vescovo cinese al termine del proprio mandato in quel di Guam, soffermandosi in particolare sui saluti finali. Poche e semplici parole, che sarebbe curioso sentir risuonare anche da altri pulpiti: “I take the opportunity to express my sincerest heartfelt gratitude to all my dear brothers and sisters for all the support, affection, and fraternal corrections to me”. Keep calm and go to Guam!

 

23 febbraio 2017

Amoris laetitia, le aperture maltesi erano state previste e condannate. Da…


di Giuliano Guzzo

Non accenna a placarsi, nella Chiesa, il dibattito sull’interpretazione di Amoris laetitia, l’esortazione apostolica il cui capitolo ottavo aprirebbe, secondo alcuni, alla possibilità, per i fedeli divorziati e risposati (o in genere per tutte le coppie cosiddette irregolari) di accedere – almeno in alcuni specifici casi – all’Eucaristia. Altri contestano però con forza tale interpretazione anche se papa Francesco, pur stimolato dai dubia sottopostigli da alcuni cardinali, non pare intenzionato ad offrire ufficialmente chiarimenti al riguardo. Prosegue così una guerra di interpretazioni, in corso ormai da mesi, con alcune diocesi che si sono sentite autorizzate a dare ai propri fedeli le letture più permissive del documento papale. Come a Malta dove, in un documento firmato da monsignor Mario Grech, vescovo di Gozo, e da monsignor Charles Scicluna, arcivescovo di Malta, pubblicato per la prima volta in inglese l’8 gennaio 2017, da una parte la continenza coniugale è definita un ideale «molto difficile» e, dall’altra, si spiega che vi possono «essere coppie che, con l’aiuto della grazia, praticano questo ideale senza mettere a rischio altri aspetti della vita comune».

Poche ma esplosive parole con le quali si è implicitamente affermato che la continenza coniugale, da sempre insegnata dalla Chiesa, sarebbe in conflitto, almeno in alcuni casi, con «aspetti della vita comune». Nelle guide linea maltesi viene poi aggiunto che a chi – anche se in posizione irregolare – ritenga, dopo attento discernimento, di essere in pace con Dio non può essere rifiutato l’accesso ai sacramenti. Ora, anche se l’intento primario dei vescovi maltesi sembra quello di garantire l’accesso alla comunione ai divorziati risposati che convivono more uxorio, pare evidente come le loro parole aprano le porte a comunioni sacrileghe anche per chi si sia reso autore di un altro peccato mortale, purché si senta – bontà sua – «in pace con Dio». Non sorprende quindi apprendere della gioia delle associazioni Lgbt, entusiaste per quelle che giudicano un’apertura dei vescovi maltesi alla comunione anche per quanti peccano contro il sesto comandamento. Tutti contenti dunque?

Non proprio. Qualcuno di deluso pare esservi. E potrebbe essere nientemeno che la Madonna. Esagero? Giudicate voi. Come alcuni già sapranno, dal 29 settembre 1986, nello stato di Bahia, la Vergine apparirebbe regolarmente al brasiliano Pedro Regis ad Anguera in quello che, fosse confermato, sarebbe essere uno degli eventi più prodigiosi della storia. Il condizionale però è d’obbligo dal momento che su queste apparizioni la Chiesa non si è ancora pronunciata, anche perché sono ancora in corso. Tuttavia molti segni inducono a ritenere il fenomeno autentico: il veggente dice che colei che gli appare chiede insistentemente la conversione, raccomanda la recita quotidiana del rosario e la frequente ricezione dei sacramenti, consigliando la confessione settimanale e ricordando la realtà del purgatorio e dell’inferno, realtà spesso dimenticate dai cristiani di oggi. In nessuno dei messaggi si sono riscontrate, a quanto pare, contraddizioni con gli insegnamenti della Scrittura, della Tradizione o del magistero della Chiesa.

Che cosa c’entra tutto questo con le aperture sulla comunione dei vescovi maltesi? C’entra eccome. Infatti, un messaggio riferito dal veggente l’1 febbraio 2008 recita: «La Chiesa camminerà su strade difficili. Affronterà molta ingratitudine dei cattivi pastori e berrà il calice amaro del dolore. Da Malta verrà un ordine che scuoterà la Chiesa e farà soffrire i fedeli. Sono vostra Madre Addolorata e so ciò che vi attende. Non allontanatevi dalla verità». Ora, la corrispondenza temporale della profezia – in anticipo di otto anni esatti rispetto al documento dei vescovi di Malta, cui sembra proprio riferirsi – e il fatto che parecchi altri messaggi abbiano effettivamente previsto eventi futuri notevoli, dal terremoto di Haiti al terrorismo in Europa, dalle dimissioni di Benedetto XVI all’elezione di un papa gesuita, dovrebbero suggerire qualche riflessione. Non solo per Malta, ma per tutti i «cattivi pastori». Intanto la Madonna di Anguera, come viene chiamata, continua a parlare del periodo che stiamo vivendo come quello della «grande confusione spirituale», anche se invita a pregare e a non scoraggiarsi.

https://giulianoguzzo.com/2017/02/23/amoris-laetitia-le-aperture-maltesi-erano-state-previste-e-condannate-da/

 

La Battaglia di Hacksaw Ridge: Andare al cinema per parlare di teologia


di Anna Fagiolo e Francesco Del Giudice

Il 2017, dal un punto di vista cinematografico, si apre con una piacevole notizia che è anche una certezza: Mel Gibson colpisce ancora, e ancora una volta fa centro. L’attore/regista di Braveheart, The Passion ed Apocalypto è tornato infatti sugli schermi con un nuovo film: La Battaglia di Hacksaw Ridge che narra l’esperienza sotto le armi (nella Battaglia di Hokinawa, nel Giappone del 1945) di Desmond Doss (Andrew Garfield), un obiettore di coscienza decorato della più alta onorificenza militare statunitense per aver salvato 75 feriti senza alcun ausilio delle armi. Si tratta senza alcun dubbio di un film che vale per intero il prezzo del biglietto (come anche quello dei pop-corn) in cui ogni singolo fotogramma è intriso di grandi tematiche (fede, patria, guerra, famiglia, tra le altre) e che permette al cervello, sia durante la visione del film che in seguito, di accendersi e di lavorare: sia che si torni a casa in silenzio, sia che si lasci il cinema discutendo con i propri amici, le domande che Mel Gibson ha voluto lanciare a tutto il mondo vengono prepotentemente a galla.

Abbiamo visto il film in un pomeriggio della settimana scorsa, in una sala semi-vuota (ma era pur sempre lo spettacolo delle 15:00) e tornando a casa abbiamo animato il vagone del treno sul quale ci trovavamo discutendo apertamente, e sotto certi versi anche animatamente, delle numerose tematiche del film ed abbiamo deciso di farvene partecipi. Su diversi punti le nostre visioni coincidono, su altre un po’ meno ma il semplice fatto che ne è scaturita una discussione vuol dire che le domande che ci siamo posti non sono poi così peregrine: se una cosa è evidente, infatti, è logico parlarne ma se si parla di un qualcosa che non c’è vuol dire fantasticare.

Il film in se stesso è molto semplice, e la trama rispecchia i primi 20/25 anni della vita di Desmon Doss che abbiamo tratteggiato poco sopra. La struttura della trama riprende inoltre elementi che si ritrovano anche in altri film dello stesso genere: un inizio per così dire pacifico (sebbene le primissime scene riportino parti della battaglia che troveremo in una parte sostanziosa di tutta la pellicola), l’arruolamento volontario nell’esercito degli Stati Uniti del protagonista ed il relativo addestramento, la realtà del campo di battaglia. In chiusura c’è anche una brevissima parte documentale, con alcune video interviste realizzate ad alcuni dei protagonisti, cosa che rende il prodotto anche interessante perché permette di uscire dalla logica della finzione ed addentrarsi sempre più nei dedali della coscienza personale di ciascuno dei protagonisti. I dialoghi non sono mai banali, con una punta di spirito qua e là per distendere la tensione (memorabile la discussione tra Desmond ed un suo commilitone, suo acerrimo nemico durante l’addestramento, nella prima notte che segue la battaglia dove i due sono stati buttati in mezzo dai loro superiori). Come ci ha abituato a fare nei suoi ultimi lavori, Mel Gibson cura in maniera dettagliata la fotografia, che restituisce un’immagine accurata di ferite e di esplosioni, come anche le condizioni di vita di quello che si può incontrare in guerra: non manca il punto di vista di ogni soldato, rappresentato ora dalla camera sfocata (riproducente lo sguardo spento e spossato di Desmond dopo le fatiche della notte alla ricerca dei feriti) ora dal fucile da guerra da cui saltano fuori decine di bossoli. Non manca l’elemento romantico, vale a dire la storia d’amore tra Desmond e sua moglie Dorothy, raccontata con emozione e semplicità senza né fronzoli di sentimentalismo né, tantomeno, mostrare una benché minima immagine di sesso esplicito: in una settimana in cui un film inneggiante all’amore sadomasochista, scevro di qualsiasi affetto e basato unicamente sulla dominante sessuale e psicologica, sta sbancando ai botteghini è bene invece sottolineare come si possa parlare, ed anche mostrare, un amore ed anche un rapporto, come può essere quello tra un marito e sua moglie, senza tuttavia mostrare nudità o rapporti sessuali consumati.

Tornando alle scene che rimarranno impresse agli occhi dello spettatore, sicuramente non si può tacere il contrasto tra la dimensione e l’ambiente familiare (in particolare dell’infanzia) del protagonista e quella bellica, in tutta la sua brutale e nuda verità, che viene trasmessa a livello visivo da splendide inquadrature del paesaggio in cui avvengono le singole vicende: casa Doss è circondata da erba verde, un bosco, montagne ed anche un fiumiciattolo; sul campo di battaglia, lontano centinaia di miglia da casa, invece, la macchina da presa si focalizza sulla rupe sassosa ed irta che conduce ad una spianata dominata solo da alberi secchi, e dalla presenza dei tanti morti sul terreno duro brulicante di topi che si cibano delle carcasse dei soldati caduti. Ma attenzione: essendo il film un ritratto vero delle vicende di Desmond (e non una finzione idilliaca ed idealizzante, in stile Famiglia del Mulino Bianco) il paesaggio non deve fuorviare il giudizio dello spettatore: a casa Doss non sono tutte rose e fiori e, contemporaneamente, è proprio sul terribile campo di battaglia (in cui il colore dominante è il grigio del fumo dei colpi sparati ed il rosso delle carni straziate) che il protagonista mette davvero alla prova se stesso e riesce soprattutto a far del bene. Da questo punto di vista, è emblematico uno scambio di battute tra i soldati della compagnia di Desmond che arriva a pochi metri dal Hacksaw Ridge ed il medico della compagnia che invece l’ha appena abbandonata («Com’è li sopra? Ehi! Ho detto com’è li sopra?», «L’inferno: i musi gialli non temono la morte, anzi: la cercano»): probabilmente è questo il punto di cesura tra la prima e la seconda parte del film, tra la vita dura ma pur sempre lontana dalla prima linea della caserma e il campo di battaglia, tra la luce e l’ombra, tra la preparazione e il mettere in pratica, tra le scelte da compiere ed il metterle in pratica all’istante.

Il film di Mel Gibson parla di coerenza, e probabilmente lo fa sia da un punto di vista “americano” che “giapponese” (mostrando ad esempio anche l’indomito coraggio ed il sacrificio epico dei nemici i quali si buttano all’assalto, quasi alla baionetta, spinti dall’ideale di servire la Patria) partendo tuttavia da un punto di vista ben chiaro e apparentemente contraddittorio: Desmond Doss è un soldato che arruolatosi volontariamente (perché l’esercito degli Stati Uniti non è un esercito formato da coscritti di leva come lo intendiamo noi europei) sceglie di vestire un’uniforme militare ma di non toccare assolutamente un’arma, perché «morde» (e ricorda a Desmond di aver desiderato di uccidere con una rivoltella suo padre ubriaco cercando di salvare sua madre dalle percosse,) volendo andare testardamente in prima linea senza possibilità di difendersi ma, anzi, cercando di salvare, in quanto operatore sanitario, le vite dei propri commilitoni. Si tratta di una coerenza di pensiero (e che, quindi, si traduce anche in coerenza di azione secondo l’adagio agere sequitur esse) che probabilmente solo Mel Gibson poteva mettere in scena in maniera così nuda e perfetta: se infatti volete una riflessione patinata o stereotipa del fare il proprio dovere e di ricordare gli esempi di storia patria, questo film non fa per voi. La vita di Desmond (ma, ripetiamo, probabilmente di tutti, o quasi tutti, i protagonisti del film) si traduce in eventi che lo spingono ad andare oltre il minimo indispensabile a tenere a bada la propria coscienza.

Desmond, benché venga bollato come vigliacco ed un antiamericano solo perché obiettore di coscienza, riesce con una tenacia che ha dell’incredibile, radicata solamente nella sua fede di Cristiano Avventista del Settimo Giorno, a mantenere la sua posizione: Desmond non nasconde la sua identità ma l’afferma o la sottolinea quando è necessario farlo, senza quindi vanagloria o fanatismi («Ti credi meglio degli altri?» «No, per nulla!» - «Figliolo, tutti qui crediamo in quel libro, ma nessuno si comporta come te: perché fai così?» «Perché sono un Cristiano Avventista del Settimo Giorno ed il sabato è il mio shabbat, Signore»). La cifra di tutto il film, di tutta la vita di Desmond Doss, è infatti questo principio: si deve fare ciò che si è chiamati a fare (e che, dunque, si deve fare). Secondo il linguaggio della dottrina morale della Chiesa Cattolica questo corrisponde al proprio dovere di stato: ogni persona, cioè, deve agire facendo quello che deve fare e solo facendolo la sua vita si riempie di senso e diventa pienamente vissuta. Mel Gibson da questo punto di vista, a nostro parere, mutatis mutandis, è paragonabile a Santa Caterina da Siena la quale rivolgendosi sia ai vari principi del suo tempo sia ai suoi discepoli, esortava tutti con l’invito «se sarete quello che dovete essere, metterete a fuoco l’Italia»: Mel Gibson infatti porta sullo schermo non solo una delle battaglie più cruente del fronte del Pacifico della II Guerra Mondiale, non porta unicamente una riflessione sulla pace e sulla guerra (tra l’altro, se questa interpretazione fosse corretta, Desmond sarebbe in palese contraddizione con se stesso in quanto non critica mai né i Giapponesi né tantomeno i suoi commilitoni che sparano ed uccidono il nemico che gli si pone dinanzi: anzi, per poter salvare diversi compagni, non esita ad esporsi per far uscire allo scoperto cecchini e soldati nemici nascosti che verranno a loro volta presi di mira ed uccisi dagli americani), e altresì non racconta nemmeno unicamente la singolare vicenda di un obiettore di coscienza in prima linea. Mel Gibson ci parla di altro, ovvero di come una persona deve compromettere tutto se stesso quando sa e sente di dover compiere una determinata azione anche in palese contraddizione con il pensiero dominante. La frase radicale (intendendola anche in senso etimologico, che è dunque alla radice delle cose) non è tanto la preghiera di Desmond sul campo di battaglia «Ti prego Signore, fammene trovare un altro» bensì il grido di (quasi) disperazione che il protagonista rivolge a Dio all’interno della cella in cui è stato confinato dai suoi superiori che non accettano la sua obiezione di coscienza: «Cosa vuoi da me?». E questa frase, sebbene non pronunciata, è facilmente individuabile negli occhi attoniti di Desmond il giorno in cui, con non poche fatiche, scala per la prima volta Hacksaw Ridge e vede dinanzi a se lo sfacelo procurato da giorni di bombardamento e dall’avanzata delle due parti in lotta tra di loro: stesso sguardo che ritroviamo al momento della ritirata statunitense quando Desmond si rifiuta di calarsi dalla rupe e rimane, inerme, sulla spianata del campo di battaglia avviandosi verso le fiamme dei bunker e delle trincee in fiamme (spettacolare la visione del muro di fuoco, un vero e proprio inferno, in cui il protagonista, novello Dante, entra per poter salvare i propri compagni).

Desmond crede realmente  in quello che fa e lo fa perché crede quasi volesse mostrare che la fede senza le opere è vana[1]. Ma dobbiamo stare attenti ad alcuni possibili errori frutto dell’emotività che suscita il film e la sua figura: Desmond, e quindi Mel Gibson, lo ripetiamo, non fa un elogio dell’obiezione di coscienza in contrapposizione a chi sceglie di abbracciare le armi per difendere il proprio Paese ed i valori nazionali; non vi nascondiamo che la prima persona che ci è venuta in mente guardando il film, non è stato né Gandhi né altri maestri della non-violenza: a nostro avviso il miglior paragone che si possa fare è quello, anche qui mutatis mutandis,  con Santa Giovanna d’Arco vale a dire di una giovincella che, contrariamente a tutti gli standard della sua epoca, spinta da voci interiori, si rivolse al futuro Re di Francia ad accettare la Corona del Regno (invitando quindi a fare ciò che doveva fare) e prese le armi andando anche in battaglia contro gli invasori inglesi: né Giovanna né la Chiesa Cattolica hanno mai fatto un elogio della carriera militare femminile ma, contemporaneamente, è innegabile che ha compiuto la volontà di Dio ricoprendo incarichi riservati generalmente agli uomini e imbracciando le armi.

Desmond non è un santo modernamente inteso, vale a dire – ci sia permessa la semplificazione – perfetto e tutto miele e zucchero: egli è un uomo di carne e ossa, con tutti i suoi pregi e tutti i suoi difetti, Desmond, in quanto uomo, ha le sue passioni, i suoi momenti bui, le sue gioie ed i suoi amori ma che, pur tentano continuamente di abbandonare tutto e tutti (la tentazione a lasciar perdere tutto è sempre dietro l’angolo, cosa che Mel Gibson sa bene: in The Passion non è forse lui ad inserire tra le persone che seguono Gesù nella Via Crucis, probabilmente per la prima volta in tutta la storia del cristianesimo, il Diavolo che tenta Cristo non volendo che si compia il sacrificio della croce?) riesce sempre a reagire (oppositum per contrarium afferma sempre la morale cattolica) con uno slancio eroico[2] degno di questo nome impegnandosi sempre a compiere il bene che corrisponde – e sarà sempre bene ricordarlo fino alla nausea – nell’esercizio di ciò che si deve fare in un determinato momento.

A proposito della rappresentazione a tutto tondo della persona del protagonista, è interessante il rapporto che Desmond ha con Thomas, suo padre (Hugo Weaving), rimasto traumatizzato dalla perdita degli amici commilitoni sul Fronte Occidentale della Grande Guerra (da cui è tornato con due medaglie al merito): alcolista violento, prende le distanze dai figli al momento dell’arruolamento si arruolano per poi far leva sulle sue conoscenze per aiutare il figlio minore cui si voleva negare la sua peculiarità di obiettore di coscienza sotto le armi. Desmond sa benissimo che ha un padre tremendo, e lo confesserà anche nella prima notte di guerra al suo compagno di fossa, ma ugualmente lo ama, soprattutto per avergli trasmesso quel sentimento di amor patrio che lo muove all’arruolamento ed alla guerra. E proprio questo amore/odio per il padre che spinge il figlio a prendere la risoluzione di non uccidere, anzi: di non toccare nemmeno un’arma. Quale migliore occasione per comprendere, vivere e trasmettere ciò che dice San Paolo «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio», rendendo visibile il fatto che Dio trae sempre un bene dal male?

Per concludere dobbiamo dare ancora fare alcune brevi considerazioni.

La prima è che ci ha (felicemente) sconvolto il fatto che il film si apra con la frase «una storia vera» e non «tratto da una storia vera» e sia assente il benché minimo accenno a rimaneggiamenti o libertà del regista e degli sceneggiatori: tutto ciò che Mel Gibson racconta è vero, corroborato dalle testimonianze finali di alcuni protagonisti, ormai anziani, degli eventi (se non ci fosse stata quella scritta sarebbe stato difficile ammettere che Desmond abbia deviato ben due bombe a mano giapponesi, la prima con le mani e la seconda con un calcio degno di un centrocampista per poter salvare i suoi compagni). Ci piaccia o non ci piaccia, quello che è concentrato nel film ha fatto realmente parte della vita di quest’uomo e dell’esercito degli USA. E’ ovvio che la Bibbia sia una specie di sottofondo di tutta la trama (gli esempi sarebbero tantissimi ma basta ricordare il parallelismo tra la preghiera di Desmond prima dell’assalto finale che spinge gli uomini a battersi come leoni con la preghiera di Mosè durante le campagne di conquista della Terra Promessa compiute da Giosué) ma, come anche dicevamo prima, se un fedele vuole vivere intensamente la propria vita saprà leggere e trarre tutti i benefici possibili da ciascuna pericope delle Sacre Scritture ricordando sempre che è lo Spirito Santo, secondo quanto promesso e garantito dalle parole di Gesù, che ci indicherà i modi ed i tempi di agire e parlare.

La seconda riguarda un parallelismo impossibile da non compiere vedendo il film e contestualizzandolo all’interno delle aspre polemiche, che negli USA avvengono praticamente quotidianamente, che riguardano la libertà religiosa ed il ruolo pubblico delle religioni nella società: lo scambio di battute, dure e taglienti come può avvenire quando si difende la verità, tra Thomas Doss ed il giudice della corte marziale che deve giudicare suo figlio ne è una riprova. La conferma è data anche da una delle interviste finali in cui viene affermato che avere o non avere una fede, e quindi difenderla e non difenderla, non è la stessa cosa: la sottolineatura dei valori costituzionali, delle garanzie riconosciute dai Padri Fondatori, dai valori incarnati e rappresentati e difesi dalle uniformi militari non lasciano dubbi al riguardo.

Si tratta di un ottimo film per chi al cinema non va solo per passare un po’ di tempo. Questi sono i film che prendono e che restano attaccati molto più a lungo della durata della pellicola. Secondo Francesco non è un vero kolossal benché abbia ottenuto diverse nomination agli Oscar (Francesco avrebbe infatti gradito maggior rispetto e riconoscimenti per The Passion e forse ancor di più per Apocalypto). Forse non si tratta di un vero e proprio kolossal al pari di altri lavori di Mel Gibson ma è, e resterà tale, ciò che l’ha definita il settimanale Tempi: «una gibsonata». Mel Gibson c’è. E ringraziamo Dio che ce l’ha ridato.

E parlando di Dio chiudiamo la nostra riflessione con un’ennesima, necessaria, essenziale, ineludibile domanda cui però non vogliamo dare risposta perché probabilmente Mel ce la lascia volutamente aperta: il protagonista vero del film chi è? Desmond o Dio?

1. Cfr. Gc 2,26. E’ innegabile che l’essere coerenti nei fatti con la propria fede comporta anche un’azione nella vita pubblica sulle orme di Cristo che, medico delle anime e dei corpi, si è fatto tutto a tutti fino all’effusione del suo sangue per la salvezza di tutta l’umanità: riconosciamo sinceramente che senza la citazione della Lettera di San Giacomo è difficile per noi far capire questo concetto.

2. E’ doveroso, facendo una rapida incursione nella teologia cattolica, ricordare un principio della Chiesa Cattolica oggigiorno abbastanza dimenticato: contrariamente a quanto si pensi, la santità non consiste nel fare il bene (inteso in maniera generica, filantropica ed umanitaria) bensì nell’esercizio eroico delle virtù che si dividono in due grandi gruppi, le cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) e le spirituali (fede, speranza e carità). Solo partendo da questo punto si capisce come la Chiesa, e da sempre, venera come Santi sia uomini di governo che monache di clausura, medici e religiosi, sacerdoti e laici, sposi e consacrati, semplici insegnanti ma anche teologi, agricoltori e guerrieri, etc.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/02/cinematografo-dellalpino-la-battaglia.html

 

22 febbraio 2017

Unar, lo scandalo è parlare degli intoccabili


di Giuliano Guzzo
La cosa scandalosa, nel pandemonio esploso dopo il servizio delle Iene, non è il fatto che l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (Unar), alle dipendenze di Palazzo Chigi, abbia destinato (anche se, pare, non ancora versato) fondi pubblici ad una associazione gay dall’attività assai libidinosa, per usare un eufemismo, né nella presenza di essa in progetti scolastici, nell’iscrizione (a sua insaputa, alla Scajola) dell’ormai ex Direttore allo stesso circolo cui l’Unar erogava finanziamenti, né nelle frequentazioni che costui aveva nel mondo cattolico (gli scandali nella Chiesa, lo si sarà capito, non sono tutti uguali), no, che andate a pensare.

La cosa scandalosa è che le Iene abbiano osato scoperchiare la realtà di un mondo, quello di certo associazionismo, intoccabile. E’ infatti contro il servizio della trasmissione che diversi si son scagliati. Franco Grillini, per esempio, ha dichiarato che «giornalisticamente parlando» quello era «un servizio confezionato male anche dal punto di vista deontologico» perché «infilarsi dentro un circolo privato per fare riprese non autorizzate», secondo lui, «non è giornalismo: è agguato giornalistico». Dello stesso tenore un comunicato di Gabriele Piazzoni.

Pure secondo il segretario nazionale di Arcigay, infatti, quello delle Iene era un servizio «che in malafede dosava anonimati, vaghezza e repentini precisi dettagli, perfino lesivi del diritto alla privacy» finendo con l’innescare «una macchina del fango ignobile, subito cavalcata dagli omofobi di professione, dentro e fuori il Parlamento». Ora, lungi da chi scrive l’idea di candidare Le Iene al Pulitzer, ma come si fa – davanti all’ipotesi che una o più associazioni, dietro il paravento della discriminazione sessuale e magari pure destinatarie di fondi pubblici, possano lucrare allegramente con attività di assai dubbia moralità senza, dulcis in fundo, pagare un euro di tasse – mettersi a cavillare sulla privacy o su ciò che «giornalisticamente parlando» sarebbe o meno corretto?

Forse perché i riflettori, su certi ambienti, non andavano semplicemente accesi? Sarebbe da capire. Sia chiaro, in ogni caso, che in tutto ciò l’omosessualità in quanto tale non c’entra. Il punto qui sono i soldi dei contribuenti e certi club. Alcuni dei quali, nelle scorse ore, avrebbero – via Whatsapp, per fare alla svelta – informato i gentili soci che le loro “attività” sono momentaneamente sospese. Peccato. Per il momentaneamente.
 

21 febbraio 2017

La pornografia come sistema di controllo mentale (individuale e sociale)


di Alessandro Benigni

Parte prima: un quadro generale

E’ questo, quello che ci serve, prima di tutto: un quadro generale di riferimento, in cui tanti fenomeni, apparentemente isolati fra loro, possano essere collegati insieme e spiegati in relazione al controllo: dalle “comunità degli uomini-cane“, all’aborto, alla legalizzazione delle droghe, all’eutanasia, alla “teoria svedese dell’amore“, al divorzio, alla diffusione del consumo di psicofarmaci, aumento dei suicidi, depotenziamento cognitivo in ambito scolastico, e tanto altro ancora: non da ultimo, l’incredibile disegno di legge n. 2688, di cui ha dato chiarissima illustrazione Enzo Pennetta su Critica Scientifica. Un quadro, insomma, in cui collocare la pornografia contemporanea, per poter capire che cos’è in realtà.

Anticipo così la tesi che andrò a sostenere in questa e nelle prossime puntate:

La pornografia è un micidiale sistema controllo sociale.

Ma come agisce?

Tramite l’instupidimento, la distrazione di massa (era Noam Chomsky a spiegare questa tecnica), con la deprivazione sensoriale e mentale, con una progressiva e impressionante atrofizzazione del cervello e delle facoltà mentali superiori (linguaggio, significazione, quindi intelligenza latu sensu), ed in particolare attraverso un immane ed inevitabile processo di svirilizzazione del maschio e di trascinamento (nota n. 1) e condizionamento (nota n. 2) della femmina allo stato degradante di addetta a masturbazioni assistite, quando non di prostituta de facto.

Sì, svirilizzazione. Avete letto bene: la pornografia – come vedremo – si basa sull’effetto Coolidge e conduce a problemi di erezione, anche nei più giovani (deficit erettile) e mancanza del desiderio. Ma del versante biochimico andremo a parlare nella prossima puntata. Come andrò a mostrare nelle seguenti puntate, infatti, la pornografia si iscrive perfettamente tra le tecniche di controllo mentale, quindi di controllo sociale, non solo per la sua drammatica forza simbolica ma, come vedremo, per il suo effetto fisiologico misurabile, sul cervello. E quindi sul comportamento.

Per quello che ho visto, la normalizzazione (che è la premessa logica del controllo) indotta dal consumo di pornografia agisce su due livelli:

– un primo livello, in cui ci si abitua a considerare il rapporto unitivo tra uomo e donna come prestazione e consumo, nella riduzione dell’altro (prima immaginato e fantasticato, poi eventualmente anche realizzato) come dipendente rispetto all’io-spettatore rinchiuso in sé, incapace di un’autentica relazione. Una specie di monade, come avevo già indicato (vedi nota n. 3 a piè di pagina).

– un secondo livello deriva dall’assuefazione e dall’abitudine. L’abbruttimento del Sacro non è mai senza conseguenze. In questa fase,  esattamente per come avviene nelle droghe (ecco emergere l’aspetto fisiologico, di cui tratteremo nella seconda parte) il cervello di abitua e non si eccita più normalmente, con gli input naturali: una volta assuefatto, per stimolarlo c’è bisogno di qualcosa di più: ovvero di oggetti fantasticati sempre più fuori norma, più giovani per esempio, oltre che passare via via a pratiche sempre più estreme, fino alla sottomissione o alla tortura o alla violenza più bestiale, che col sesso non hanno più niente a che fare.

Il mio discorso introduttivo, quindi, è semplice.

E breve:

anche la pornografia è un’arma dell’Impero.

Anche se la giustificazione di questa tesi sarà chiara solo alla fine di queste micro riflessioni sul tema, posso già anticipare che come tutte le armi dell’Impero, questo metodo di controllo si presenta con la maschera del suo contrario: promette una maggiore libertà di espressione, una immediata realizzazione di sé stessi, al di là di dogmi e tabù. Mentre invece rende sudditi. Anzi: schiavi. E a due livelli: uno psichico, l’altro psichico. Nel seguito indicherò esattamente cos’ho trovato in merito.

Andiamo invece a marcare ancora solo un paio di cose sul quadro generale della faccenda.

Il mio assunto è che siamo nel mezzo di una morsa a tenaglia, di livello planetario, che sta giungendo alla fine. Molti sono i segni indicativi: l’uscita allo scoperto delle intenzioni mortifere, su tutto il pianeta, delle varie forze politiche che agiscono sul campo da un pezzo. L’accelerazione legislativa per restringere le libertà individuali. Gaffes clamorose, dei massoni, che finiscono per invitare Jovanotti ad una delle loro riunioni, e tanto altro ancora che per brevità per ora tralascio.

Una gigantesca operazione di ingegneria sociale, insomma, che ha avuto probabilmente inizio nel ’68 e si è via via perfezionata ed allargata negli anni seguenti. Il suo scopo è la completa riduzione dell’umanità a monadi-isolate (nota n. 3), ad esseri dall’intelligenza ridotta, dalla capacità di critica sempre più  atrofizzata, preferibilmente asessuati, sempre meno capaci di stringere rapporti reali, sempre più dipendenti, in particolare dalla Tecnica e dal Mercato.

Questa premessa potrebbe durare pagine e pagine (credo di aver già scritto fin troppo in merito): andiamo anche qui al punto.

Come ci co-stringe, questa morsa a tenaglia?

Ovvero:

Come agisce, in concreto, questa immane operazione di ingegneria sociale?

La pornografia, infatti, è un potentissimo mezzo di condizionamento, ma non è certo il solo.

Per chi riesce ancora a vedere, oltre che guardare, è chiaro: il controllo agisce nella scuola, tramite il depotenziamento cognitivo (nota n. 4). Come lo si ottiene? Direi che anche intuitivamente ci si può arrivare: attraverso una progressiva riduzione del potenziale formativo dei programmi, dei metodi, delle qualità e dell’autorità (oltre che autorevolezza socialmente percepita) del corpo docente. Ogni giorno abbiamo una nuova notizia sull’impoverimento culturale e cognitivo dei nostri ragazzi. Non credo sia il caso di soffermarsi molto a lungo su questo punto. Tutti avete visto il problemino di terza elementare di qualche lustro fa che gli studenti universitari oggi non sono più in grado di rispondere, vero? Cercatelo. Ha fatto il giro del web.

La morsa agisce poi con il depotenziamento della famiglia. Dal ’68 la famiglia è stata sistematicamente oggetto di un violentissimo attacco destrutturante: aborto, divorzio,  in tempi più recenti la “lotta per i diritti degli omosessuali” (che ha portato alla sostanziale equiparazione di qualsiasi tipologia di coppia allo status di “famiglia”, mentre altrove già si parla di terna, quaterna, etc.), costituiscono i tratti più vistosi di questa evoluzione drammatica. Non dobbiamo certo stupirci se perfino l’Accademia della Crusca cade nel trucco della dipendenza dalle neo-lingue, così com’è chiaro quando ci riferisce che “siccome la lingua cambia”, anche  anche il concetto di matrimonio deve cambiare. Pazzesco, vero: è la lingua che dà senso alle cose e non viceversa. Eppure siamo a questo punto, come avevamo già osservato (vedi nota 5). E’ tutto il nostro mondo culturale che si trova ormai impastato nelle paludi del relativismo e della “post verità“.

Ed è quindi chiaro come mai oggi siamo qui ad usare termini impossibili, che non hanno alcun legame con la realtà: è la famosa neo-lingua, progettata a tavolino e metodicamente inculcata nel linguaggio comune, fino ad impossessarsi dei cervelli. Perché è così che funziona:

chi stabilisce le regole della sintassi e della semantica, ha già vinto il gioco del controllo sociale.

E lo ha già fatto in partenza.

Ora, concludendo questa sommaria introduzione, non posso evitare un accenno rapidissimo al lavoro instancabile, coordinato, delle cause farmaceutiche e di chi oggi detiene il potere enorme di stabilire che cosa sia malattia e di che cosa no. Non ci deve stupire se il consumo e la dipendenza da psicofarmaci ha raggiunto oggi livelli spaventosi. e nemmeno che ci sia una correlazione col tasso dei suicidi (vedi nota 6). E nemmeno, logicamente, la planetaria campagna in atto per convincerci a morire: e a farlo alla svelta, soprattutto quando si è diventati un inutile costo, nella società dominata da chi regola l’azione sulla base del profitto e non certo sulla base della difesa della dignità umana.

Abbiamo visto cliniche dove i piccoli d’uomo vengono macellati da “operatori tanatologici“, per usare l’azzeccata espressione di Enzo Pennetta, che hanno il coraggio di farsi chiamare medici. Per poi essere rivenduti, a pezzi. Siamo attoniti, incapaci di rispondere alla pretesa di legalizzazione delle droghe. Anche se tutti sanno quanto siano dannose. Passando poi per la teoria svedese dell’amore ci dice com’è bello vivere soli. Morire soli. Come monadi, appunto. Siamo nell’epoca in cui i spopolano i bambini transgender e le bambole transgender. Siamo nell’epoca della “comunità” di “uomini – cane” … e degli accessori che servono per leccare i propri cani o i propri gatti.

La prima reazione, di fronte a questa carrellata (minima, vi assicuro), potrebbe essere quella di dedurre che il numero dei matti è in aumento. Deduzione corretta, ma incompleta. Proprio in base al mio assunto iniziale: dietro c’è un’immane operazione di ingegneria sociale. Ne avevo già cominciato a parlare qui (link).

Direi che come quadro iniziale, sia pure largamente incompleto, può bastare per farsi un’idea di cosa ci aspetta.

Nella prossima riflessione: come la pornografia agisce sul cervello. Elementi di biochimica del cervello e le basi neurofisiologiche della dipendenza.

https://ontologismi.wordpress.com/2017/02/21/pornografia/

Note

1) Trascinamento: già Pier Paolo Pasolini – uno dei nostri più acuti intellettuali del secondo dopoguerra, omosessuale intelligente – aveva avvertito il rischio farsi “trascinare” dal medium televisivo, fino al verificarsi di vere e proprie alterazioni del comportamento, e più in generale degenerazioni sociali e culturali. Per Pasolini il trascinamento, l’omologazione, era osservabile già a partire dagli strati sociali più culturalmente indifesi: i giovani di borgata avevano infatti iniziato a vestire, comportarsi, pensare seguendo passivamente i modelli proposti allora dalla televisione. Con un acuto riferimento alla biologia (cosa che fa pensare anche a Oswald Spengler e al suo capolavoro Il tramonto dell’occidente), Pasolini denominò questi fenomeni col termine di “mutazione antropologica”, indicando con questo termine anche il fatto che la variazione delle mode e dei desideri della collettività è decisa prima nei consigli d’amministrazione delle reti televisive nazionali e poi viene fissata nelle menti dei telespettatori tramite messaggi manipolatori subliminali, la pubblicità, i programmi d’intrattenimento e così via. In campo più marcatamente filosofico, non si può dimenticare che anche un pensatore del calibro di Karl Popper ha riflettuto con preoccupazione sulla violenza che la televisione fa ai più indifesi, soprattutto ai bambini. La televisione trascina, appunto. In “Cattiva maestra televisione” (1994), analizzando i contenuti dei programmi e gli effetti sugli spettatori televisivi, Popper era giunto alla conclusione che il piccolo schermo fosse diventato ormai un potere a sé stante, incontrollato, capace di immettere nella società modelli violenti, in grado di influenzare concretamente la visione del mondo, le scelte di vita, le azioni ed i comportamenti degli individui. La televisione cambia radicalmente l’ambiente e dall’ambiente così brutalmente modificato i bambini traggono i modelli da imitare: ne vengono trascinati. Tanto che se non si attuano contromisure, il rischio in cui si incorre – secondo Popper – è quello di avere giovani sempre più disumanizzati, violenti ed indifferenti. Certamente si può andare ben oltre lo scomodare Popper e Pasolini per sostenere l’idea che la televisione abbia un potere formativo o addirittura di manipolazione vera e propria che è spesso – soprattutto in relazione all’audience – smisurato. In questo senso dovremmo ricordare anche John Condry. Secondo questo studioso, occorre saper distinguere tra i fini “espliciti”, manifesti, del mezzo televisivo e i suoi fini “latenti”, e lasciare emergere la corrispondente diversificazione valoriale. La sua analisi diventa prevedibilmente lapidaria ed inappellabile nelle sue conclusioni: la televisione “…presenta idee false e irreali, non possiede un sistema di valori coerente se non il consumismo” , anzi, precisa lo studioso “i suoi valori sono i valori del mercato”. (John Condry, Thief of time, unfaithful servant. Television and the American child, 1993).

2) Il condizionamento è quel processo che si verifica con l’associazione di uno stimolo incondizionato (naturale) ad uno condizionato (artificiale) in un organismo, ove lo stimolo condizionato induce naturalmente una risposta della cui prossimità lo stimolo incondizionato (arbitrario) si avvale. Il concetto è di derivazione etologica. Ed è una modalità di apprendimento potentissima, proprio in quanto si basa sulla formazione di riflessi “associativi” o, appunto, “condizionati”. Il termine viene comunemente usato in due accezioni: il classico (o pavloviano, rispondente) e il condizionamento strumentale (od operante, skinneriano). Il primo tipo di condizionamento, scoperto e studiato dal fisiologo russo Pavlov, si riferisce ai processi che si verificano in un organismo ogni volta che due stimoli dotati di determinate caratteristiche vengono presentati in stretta contiguità temporale. Di tali stimoli, uno (stimolo incondizionato o SI) è in grado di provocare una determinata risposta (risposta incondizionata o RI), mentre l’altro (stimolo condizionale o SC) non è in grado di provocarla di per sé; in seguito all’accoppiamento ripetuto dei due stimoli, anche lo SC acquista la capacità di provocare una risposta (risposta condizionata o RC) assai simile a quella provocata dallo SI. Perché il condizionamento si possa verificare è necessario che lo SC preceda o si sovrapponga allo SI. Il secondo tipo o condizionamento strumentale, studiato in particolare dalla scuola americana sulla scia di Thorndike, Skinner e Hull, si riferisce ai processi che si verificano in un organismo ogni volta che uno stimolo, che abbia prodotto una risposta avente come effetto una ricompensa o l’allontanamento di una punizione, acquista in seguito a ciò maggiori probabilità di produrre la medesima risposta. La risposta che produce la ricompensa viene detta risposta condizionata (RC) e lo stimolo che la evoca viene detto stimolo condizionato (SC); lo stimolo provocato dalla RC viene definito stimolo incondizionato (SI) o, più frequentemente, rinforzo (Rf). La situazione sperimentale più comunemente usata nel condizionamento strumentale è la seguente: un animale affamato viene posto in una gabbia speciale, dotata di una leva che possa essere agevolmente premuta dall’animale e di una mangiatoia rifornita da un meccanismo automatico. Se il soggetto preme la leva (RC) una piccola dose di cibo (Rf) cade nella mangiatoia e l’animale la mangia: ciò rende più probabile l’ulteriore pressione sulla leva che verrà quindi nuovamente premuta provocando ancora la presentazione del Rf e determinando un ulteriore aumento della probabilità di esecuzione della RC. Entrambi i tipi di condizionamento hanno in comune caratteristiche che fanno pensare ad almeno alcuni meccanismi simili. Queste caratteristiche sono: l’estinzione, cioè la progressiva diminuzione e la scomparsa della risposta se lo SC in un caso e il Rf nell’altro non vengono più presentati; la generalizzazione, fenomeno per cui la RC viene provocata anche da stimoli molto simili allo SC; la discriminazione, per cui un animale riesce a distinguere fra due stimoli di caratteristiche sufficientemente differenti. I principi dell’apprendimento e quindi le possibilità del condizionamento sembravano essere universalmente diffusi nel regno animale, tanto da far parlare addirittura di un “principio unico”, comune a ogni animale; ma con l’allargarsi degli esperimenti ci si avvide che animali differenti rispondevano a condizioni uguali in maniera qualitativamente diversa. Se, per esempio, veniva cambiata la ricompensa nel corso dell’esperimento, e ne era somministrata una che non piaceva al soggetto, i ratti rispondevano peggiorando la performance, mentre i pesci rossi non variavano l’efficacia della risposta al mutare della ricompensa. Si parla di condizionamento avversivo, quando a un ratto viene somministrato un alimento di per sé innocuo, per esempio una soluzione di glucosio, e poi gli viene iniettata una soluzione tossica, per esempio cloruro di litio, il ratto eviterà in futuro di assumere quell’alimento. Il fenomeno viene spiegato con l’instaurazione di un processo associativo che mette in relazione l’alimento ingerito e il malessere sperimentato. Gli animali a dieta piuttosto ampia spesso ingeriscono solo piccole quantità degli alimenti che non conoscono, comportamento adatto a prevenire un eventuale avvelenamento. È possibile che attraverso le sensazioni procurate da questi alimenti decidano poi se continuare ad assumerne o meno. Anche variazioni delle caratteristiche dell’estinzione fra ratti, pesci rossi e tartarughe fanno pensare a differenze nei vari processi del condizionamento. Tutti questi studi hanno come fine non solo la scoperta dei processi del condizionamento in quanto tale, ma anche di quelli dell’apprendimento come fenomeno che necessariamente sottostà al condizionamento stesso. Tali studi sono oggi rivolti non tanto a generalizzare i processi di condizionamento dall’animale all’uomo – tra l’altro perché il condizionamento sull’uomo può essere e molto spesso è ben diverso – quanto a scoprire le modalità dell’apprendimento in ogni animale, secondo un’ottica etologica che mira cioè a conoscere il comportamento degli animali dal punto di vista evoluzionistico. Rientra in questo tipo di studi anche il problema dell’innato. Si è infatti notato che esistono processi innati di apprendimento che influiscono sulle performances di animali sottoposti a condizionamento in modo da impedire loro di rispondere “normalmente” alle condizioni sperimentali. Questi processi prendono il nome di malcomportamento e dipendono probabilmente dai cosiddetti “limiti biologici all’apprendimento” (constraints on learning). Accade così che un procione non riesca più dopo qualche prova a mettere un gettone in una cassetta, proprio perché l’animale in natura manipola il cibo prima di mangiarlo: il gettone non viene più buttato via perché “è” il cibo e il cibo non va certo gettato. Questi e analoghi esperimenti hanno convinto gli etologi che gli animali rispondono a situazioni simili in maniera dettata non solo dal contesto sperimentale, ma anche dai loro stessi metodi di nutrizione o più in generale di comportamento. Si va così facendo strada l’ipotesi che tipi diversi di apprendimento (e quindi di risposta alle condizioni di condizionamento) si siano evoluti separatamente l’uno dall’altro in differenti linee filetiche e che non si possa così generalizzare troppo facilmente ed estrapolare, da processi limitati a poche specie animali, principi generali che possono differire invece moltissimo da animale ad animale. L’ipotesi del “principio unico”, secondo cui l’apprendimento e il condizionamento obbediscono sostanzialmente alle stesse leggi in ogni animale, può così essere respinta. Gli esperimenti vengono effettuati non solo su pochi animali da laboratorio, ma altresì su un gran numero di animali anche filogeneticamente distinti, per poter condurre ricerche comparate sul condizionamento e descrivere una scala di modalità di apprendimento che rispecchi anche la filogenesi. (Cfr. Enciclopedia di Psicologia De Agostini)

3) “Monade animale“: per “monade animale” intendo (vedi cap. I, II, III e IV de “La monade animale”) la prefigurazione di un nuovo modello di uomo e di cittadino, funzionale al sistema globale del controllo e dei consumi (quello che io chiamo Impero) in cui la persona viene progressivamente ed impercettibilmente ridotta a “monade”, a individuo isolato e sempre più scisso (non più “in-dividuo”) nella sua interiorità, come nei rapporti e nei legami sociali. Convinto di essere poco più che un animale evoluto, e di averne più o meno lo stesso valore, incerto sulla propria dignità, sulla propria identità sessuale, sulla sfera inviolabile dei propri diritti e sulla sacralità della vita umana, sarà più facilmente ridotto ad essere totalmente manipolabile. Il sogno del mercato e la manifestazione più violenta della volontà di potenza, tipica del nichilismo imperiale, che stiamo subendo. E non da tempi recenti.

4) “Depotenziamento cognitivo“: ne abbiamo discusso nei cap. I, II e III de “La monade animale“. Ripeto qui solo quanto Giuseppe Semerari ricordava in un suo recente scritto: […] già il vecchio Weber, non aveva esitato a denunciare il pericolo di un’età degli “specialisti senza intelligenza“, preoccupati solo di applicare gli schemi concettuali di una razionalità tecnico-formale burocraticamente organizzata, ovverosia solo intenti “a costruire la gabbia di quell’assoggettamento dell’avvenire, al quale un giorno forse gli uomini, simili ai fellaga dell’antico Egitto, saranno costretti ad adattarsi impotentemente, se per essi una sistemazione buona dal punto di vista puramente tecnico… è il valore ultimo e unico che deve decidere sul genere della loro attività” (M. Weber, Gesammelte politische Schriften, Tübingen, 158, p. 320, cit. in G. Semerari, Filosofia e Potere, Dedalo, Bari, 1973, p. 212).

5) A questo proposito rimando qui: Gender: l’impossibile è possibile, anzi reale, Gender – follia: inventare parole per ciò che non esiste (il caso “Hen”), Gender – distruzione: attraverso il linguaggio – (Parte prima), Gender – distruzione: attraverso il linguaggio – (Parte seconda)

6) “In Italia è aumentato – ed è presumibile che stia crescendo tutt’ora – sia il consumo di antidepressivi che il numero dei suicidi. Lo rileva il Rapporto Osservasalute del 2015.”

 

Il santo riformatore San Pier Damiani


di Alfredo Incollingo

Si parla spesso di “riforma” nella Chiesa di oggi: la si invoca alla ricerca di un palliativo che possa, secondo alcuni, risolvere i problemi del cattolicesimo odierno. I giovani sono sempre più miscredenti? Colpa della rigidità, riformiamo la Chiesa, rendiamola più aperta e moderna. La famiglia è in crisi? Apriamo a tutte le coppie e a chi cambia partner, come le figurine. E' questa la riforma che ci serve? Certamente no, è più un danno che un beneficio. Cambiare, tenendo ferma la tradizione cattolica, è possibile, perché la Chiesa agisce nel tempo e deve conservare e tramandare i suoi contenuti, adattandosi alle forme e non alle idee. Chi ha portato avanti una rigida e seria riforma della Chiesa Cattolica è San Pier Damiani, un santo dottore, che prima di riformare l'istituzione lo ha fatto prima di tutto dentro se stesso. Era conosciuto per il suo zelo nella preghiera, nella carità e nel ripulire il suo ordine, quello camaldolese, e la curia romana dai corrotti. Non si può chiedere la carità se dentro di sé alberga il peccato. Aveva rinunciato ad una straordinaria carriera universitaria per abbracciare la sua vocazione eremitica. Accolse con molti dubbi la sua elezione ad abate del monastero camaldolese di Fonte Avellana, nei pressi Urbino, dedicandosi al rinvigorimento dello spirito contemplativo dei suoi confratelli, troppo lassisti nelle loro funzioni. Qui partì la sua riforma. Nel 1057 papa Stefano IX lo chiamò a Roma come cardinale e vescovo di Ostia. La curia romana serbava in sé, all'epoca, numerosi pericoli e molte, troppe, insidie. La corruzione dilagava, come la simonia e la sodomia, e San Pier Damiani si adoperò per estirparla. Nonostante avesse nostalgia dell'eremo, il santo rappresentò una spinta notevole per la riforma medievale della Chiesa Cattolica, indispensabile per non collassare. La Provvidenza divina nei momenti più bui agisce tramite uomini e donne capaci con la Grazia di cambiare la storia. Nella loro carità rifulge Dio. San Pier Damiano non meno di tanti altri santi riformatori ha agito per amore di Cristo, volendo estirpare il male dal Suo corpo mistico.
Oggi più che respingere il peccato, si prova a dialogarci con una buona dose di misericordia e discernimento.

 

20 febbraio 2017

Il riassunto del lunedì. Brainwashing


di Francesco Filipazzi

Abbiamo presentato il libro a Milano. Con Maurizio Blondet, il 16 febbraio. Abbiamo registrato un buon successo di pubblico e la serata è stata molto interessante. Il tour continua.

Partito Democratico. Ormai la scissione sembra cosa fatta. La linea Renzi non è più condivisa da una parte del partito corrispondente più o meno agli ex DS, i quali evidentemente sono sempre solo dei poveri comunisti. D'Alema aleggia nell'aere, mentre l'idiota fiorentino dice le sue ultime preghiere. Rimane il timore che i soliti si facciano infinocchiare dal nuovo partito post-democristiano catto-comunista che probabilmente andrà creandosi...

Donald Trump. Continua la cavalcata di Donald Trump, anche se ultimamente sembra perdere qualche colpo. Deve dare qualche concessione alla cricca neocon, il che lo fa apparire indebolito rispetto alle roboanti premesse. Sarà per questo che la Clinton è in testa nei sondaggi? Da notare la prima uscita da first lady di Melania Trump. La grazia di Michelle Obama ci manca davvero un sacco... En passant, il presidente ha rinverdito le sue invettive contro i media di regime.

Trasferte. In settimana si era diffusa la notizia che il cardinale Burke era stato spedito nell'Isola di Guam ad indagare su un caso di pedofilia vecchio di 40 anni. L'isola è un ridente atollo in mezzo all'oceano Pacifico, infestato da serpenti. Per fortuna il cardinale tornerà già fra qualche giorno, in quanto non è in esilio ma, come dice lui stesso, in missione. Più che una punizione, uno scherzo da prete. Va segnalato però che i primi a parlare della questione come se si trattasse di un esilio sono stati i media progressisti ("Il papa spedisce il suo principale oppositore a Guam"), come se tifassero per una purga staliniana. D'altronde di purga loro se ne intendono, visto quello che provoca la loro lettura.

Donne prete. Abbiamo rilanciato un articolo de "La Verità" nel quale si parlava dell'eventualità di poterci ritrovare con le donne prete, sotto impulso di Bergoglio e con argomentazioni imbarazzanti de La Civiltà (ex) Cattolica, come noi avevamo intravisto tempo addietro. Qualcuno ci ha detto che dobbiamo essere sempre d'accordo con tutto ciò che dice il Papa perché egli è l'incarnazione di Cristo sulla Terra. Purtroppo questa posizione in rete si sta diffondendo, il che potrebbe creare qualche problema nei prossimi tempi.

Ciaone. Muller ha rilasciato un'altra intervista, nella quale spiega che il federalismo dottrinale a cui l'interpretazione di Amoris Laetitia ci sta esponendo non è accettabile. Questa volta però nessuno ne ha chiesto la defenestrazione. Forse perché si sono ricordati che il suo mandato scade a luglio. Probabilmente il prefetto riceverà il ben servito.

Psicoreato. Vogliono fare una legge per proibire la diffusione di notizie false, ma soprattutto di notizie "esagerate". Qualcuno ci spiega cosa sono le notizie esagerate? Dire che questa legge è un'idiozia incostituzionale è esagerato? Chiaramente l'obiettivo è istituire una sorta di direttorio che decida cosa può e cosa non può essere pubblicato. La legge urge a causa "dell'avanzata dei movimenti populisti", recita la presentazione. Il lavaggio del cervello si è inceppato e il potere ha mandato i suoi soldatini a porre rimedio.

Marcia per la Vita. Il 20 maggio si marcerà per la vita a Roma. Non mancate. Segnaliamo che il 18 e il 19 maggio ci sarà il convegno "Rome Life Forum", un evento internazionale che vedrà la presenza del Cardinale Burke, del Cardinal Caffarra e del Vescovo ausiliario di Astana Schneider. Un'ottima occasione per sancire la saldatura, avvenuta ormai da anni, fra il mondo pro life italiano e quello della tradizione.

 

I circoli Giovanna d'Arco del patriota Jean-Marie Le Pen

di Enrico Maria Romano

Essendo nato nel 1928 a La Trinité-sur-Mer in Bretagna, Jean-Marie Le Pen è senza dubbio il decano dei politici nazionalisti e populisti d’Europa. Gli ultimi anni della sua lunghissima vita politica, iniziata negli anni ’50 del secolo scorso, sono stati piuttosto travagliati. Sia a causa di discutibilissimi processi politici per affermazioni e semplici battute, sferrati quindi contro quella Liberté di espressione di cui la Francia va fiera fin dal 1789, sia per cause interne al suo movimento. Il Front National, da lui fondato nel 1972 ad imitazione del Movimento sociale italiano (e con lo stesso simbolo della fiamma tricolore) e ora presieduto dalla figlia Marine (1968), lo ha infatti escluso dalla “presidenza d’onore” del partito. Il che ha causato processi, a più riprese, del padre Jean-Marie contro il bureau politique guidato dalla figlia Marine. In ogni caso, il patriarca dei Le Pen resta a tutt’oggi un deputato europeo di lunghissimo corso, un politico navigato ed esperto, ed anche, il che è meno noto, un intellettuale profondo, fine commentatore dell’attualità.

Sul suo blog infatti, da vari anni, Le Pen pubblica settimanalmente delle brevi interviste video (dette Giornali di bordo e arrivati al numero 462), in cui risponde liberamente a questioni politiche francesi e internazionali, commenta i vari libri che ha modo di leggere e da alcuni mesi diffonde il suo proprio movimento, i “Comités Jeanne”, ovvero i Comitati Giovanna (d’Arco). La devozione dei francesi, cattolici e non, verso la Pulzella d’Orléans è nota, e fu proprio Jean-Marie a introdurre molti anni fa, in occasione della festa del lavoro del primo maggio, un corteo-comizio dedicato alla Santa della patria (celebrata liturgicamente l’8 maggio di ogni anno). Recentemente però il Front national guidato da Marine ha soppresso il ricordo di Giovanna d’Arco dalla laica festa del Lavoro, giudicato poco in sintonia con la sua opera di modernizzazione del partito. In ogni caso il risultati del Front sono stati ultimamente così rosei, dal punto di vista elettorale, che nessuno ormai dubita della presenza di Marine Le Pen al secondo turno delle presidenziali in Francia: che sia contro Fillon, Macron, Hamon o chiunque altro.

E Jean-Marie? Per nulla chiuso in una torre d’avorio, l’ottantottenne bretone gira la Francia per presiedere le riunioni e i meeting dei suoi Comitati, sorti un po’ ovunque a seguito della sua marginalizzazione politica, in seno al neo-FN. In ogni caso, Le Pen non vuole sabotare il voto verso Marine, ma vuole creare ed ha già creato una fitta rete di gruppi che se vogliamo si collocano nella logica del nazionalismo integrale, senza cedimenti ideologici con il sistema repubblicano francese (incarnati in questi anni dal braccio destro, pardon sinistro, di Marine, Florian Philippot).
Vari gruppi cattolici o comunque conservatori e identitari, ma anche dell’ambiente della cosiddetta “dissidenza” (come gli intellettuali Alain Soral e Daniel Conversano, l’umorista Dieudonné, il segretario di Civitas Alain Escada etc.), sono inclini a sostenere la linea “jeanmariste” piuttosto che la linea aperta e modernista di Marine.

Pochi giorni fa, Jean Marie, nell’ottica di pesare sui suoi numerosi simpatizzanti e fan sul web, ed anche di spingere gli stessi membri del Front ad una politica meno compromissoria e più barricadera, ha pubblicato la “Carta dei valori dei Comitati Giovanna d’Arco”.

In essa, vi figurano tutte le richieste dei populisti europei o americani in genere, più alcuni dei tipici tratti del nazionalismo “à la française”. La Carta è in effetti un manifesto-programma in 20 punti, su cui si invitano a convergere tutti i patrioti, non riducibili al partito di Marine, ma che si trovano sia alla sua sinistra (tra alcuni dei Républicains e dei fillonisti) sia alla sua destra, specie in autori difficilmente classificabili ma che da anni e anni lottano contro l’immigrazione di massa (che in Francia è, annualmente, oltre il triplo di quella presente in Italia) sia contro l’islamizzazione crescente (a base di attentati, ma anche di mense hallal nelle scuole di stato, soppressione dei simboli cristiani dagli uffici pubblici, ghettizzazione delle periferie a suon di velo integrale, etc.).

I numeri dal 2 al 5 della Carta chiedono al futuro presidente francese e alla sua maggioranza di abolire il diritto d’asilo, lo ius soli (e di ritornare al più tradizionale e meno equivoco ius sanguinis: è francese chi nasce da almeno un genitore francese), il ricongiungimento familiare (in base al quale un immigrato che ha avuto il permesso di residenza in Francia ha il diritto di far venire i suoi cari in patria) e la doppia nazionalità (che serve a molti franco-magrebini per condurre una sorta di doppia vita, un po’ di qua e un po’ di là del Mediterraneo in base alle evenienze e alle convenienze…). Tutte misure di buon senso, specie ora che la stabilità sociale non è più assicurata.

Il numero 10 chiede la reintroduzione della pena di morte per i reati più gravi (come gli attentati terroristici). Il numero 11 chiede la totale libertà di espressione con la soppressione di tutte le leggi che la conculcano (leggi Pleven, Gayssot, etc.). La Francia è forse il paese occidentale in cui vi è la più forte restrizione alla libertà di parola e di pensiero, in nome del politicamente corretto, e questo ovviamente penalizza chi è impedito a denunciare i veri problemi sociali, condannato assurdamente per razzismo o islamofobia. Tra poco sarà persino vietato indurre una donna a rifiutare di abortire, il che è giudicato come un “entrave” cioè impedimento al diritto di aborto. La libertà di pensiero e di espressione, tradizionalmente associata alle battaglie laiche e progressiste, è oggi una bandiera dei conservatori! In effetti, la morale democratica a geometria variabile, un tempo fondata sulla libertà senza limiti, oggi viene ristretta sempre più, in nome delle minoranze e del rispetto. Prima si fa passare una legge sulle unioni civili, poi si scivola sulle nozze gay (con adozione), poi si giustifica una legge contro l’omofobia. E il gioco è fatto. Ma se neppure si può criticare l’omosessualità, il che è diventato reato più o meno ovunque, come si fa a dire che i cittadini sono uguali davanti alla legge? Mah!

Quando vince la sinistra, la democrazia è un totem. Se vince per errore Trump o Berlusconi, essa è un tabù…

Gli ultimi punti del manifesto lepenista sono per una politica natalista e in favore del recupero dell’identità francese e della preferenza nazionale, con la richiesta esplicita di introdurre nelle scuole una storia patriottica della Francia, la quale non inizia con la controversa rivoluzione del 1789, ma semmai con il battesimo di Clodoveo (498 d. C.). Si chiede anche una revisione della legge sull’aborto e sui matrimoni gay, in senso restrittivo, come primo passo per restaurare il valore naturale e sacro del matrimonio tradizionale.
 

19 febbraio 2017

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: la Madonna dei Miracoli (Parte XXIX)


di Alfredo Incollingo

Il Tevere ha rappresentato una risorsa, ma anche un flagello per Roma. Grazie all'imponente corso fluviale la piccola comunità di pastori e di agricoltori è diventata la “città – mondo” che ha civilizzato l'occidente. Quando le piogge imperversavano e la corrente tiberina aumentava di netto il suo vigore, le acque esondavano dal letto del fiume per invadere la pianura circostante, devastando l'agglomerato urbano che era sorto lungo i suoi argini. Per secoli il Tevere ha tenuto sotto scacco la città, meglio di qualsiasi esercito nemico. I Lanzichenecchi al contrario erano dei principianti! Solo la Grazia divina poteva frenare l'irruenza tiberina e gli uomini si appellavano a Dio per ottenere il soccorso.

Il 20 giugno 1325 il Tevere esondò seminando panico e sofferenza nei rioni. Un bambino, caduto nelle acque fangose, invocava l'aiuto materno e delle persone che attonite lo guardavano. Nessuno osava tuffarsi per salvare il piccolo. La madre disperata si inginocchio a pregare l'immagine di una Madonna che era dipinta su un muro lungo il Tevere. Il miracolo avvenne e per l'intercessione di Maria il bambino si salvò. Si riconobbe l'evento sovrannaturale e i romani, colmi di gioia e di fede, edificarono nei pressi del fiume una cappella votiva dove venne conservata la sacra icona. Da allora quell'anonima immagine mariana venne battezzata Madonna dei Miracoli. Nel cinquecento i papi diedero avvio ad un ampio progetto di riqualificazione urbana di Roma. La cappella venne abbattuta ma l'icona venne preventivamente salvata dalla demolizione: ancora oggi è possibile ammirarla nella chiesa di San Giacomo in Augusta.

Nel 1661 papa Alessandro VII, volendo ristrutturare Piazza del Popolo, dispose la costruzione di due chiese gemelle all'imbocco di Via del Corso: Santa Maria in Montesanto e Santa Maria dei Miracoli. Quest'ultima venne intitolata alla Madonna dei Miracoli, probabilmente come atto di devozione verso la Madre di Dio e di tutti noi, che da sempre ha soccorso il popolo romano. Al suo interno non si troverà l'icona originale, ma una copia, presso al quale è comunque possibile accostarsi per pregare.
Il viaggio continua.

 

18 febbraio 2017

Con la censura alle fake news vogliono censurare il Cattolicesimo


di Giorgio Enrico Cavallo

La menzogna? Nei nostri tempi «diventa verità e passa alla storia», per rubare un inquietante vaticinio di quel profeta laico che fu George Orwell. Perché bisogna essere chiari: la guerra alle fake news lanciata dai nostri burattinai al potere non ha l’obiettivo di ripristinare la verità. Solo le anime belle ci possono credere. Il dispiegamento di forze in atto sta a significare una sola cosa: che il Grande Fratello che governa il mondo sta cercando disperatamente di instaurare una sola verità: quella di regime. Si veda l’inquietante disegno di legge a firma Adele Gambaro (Ala-ex Cinque Stelle), Riccardo Mazzoni (Ala-ex Forza Italia), Sergio Divina (Lega Nord) e Francesco Giro (Forza Italia): lorsignori propongono sanzioni fino a cinquemila euro (!) e la reclusione non inferiore a dodici mesi (!!) per i responsabili della diffusione delle fake news. Osserviamo che tali pene sono rivolte «a chiunque diffonda o comunichi voci o notizie false, esagerate o tendenziose, che possano destare pubblico allarme o per chiunque svolga comunque un’attività tale da recare nocumento agli interessi pubblici». Già, gli interessi pubblici. Come no. Ma il pezzo forte è riservato a «chiunque si renda responsabile di campagne d’odio contro individui o di campagne volte a minare il processo democratico, anche a fini politici»: per lui, la sanzione sarà di 10mila euro e fino a due anni di reclusione (!!!). Insomma, checché ne dicano i responsabili, è una chiara ed evidente legge-bavaglio.
Per capirne l’urgenza, occorre fare un passo indietro. La sconfitta della «vincente» Hillary Clinton, «gioiosa macchina da guerra» (letteralmente) voluta senza se e senza ma dagli squilibrati guerrafondai di Washington, ha dato un colpo troppo forte al sistema  progressista che governa l’Occidente. Trump – bene o male che lo si voglia giudicare – sembra intenzionato allo scontro frontale con tutto ciò che rappresenta il marcio al governo: media compresi. E poiché i media sono il megafono del progressismo, ecco che inizia la guerra alle fake news.
E che saranno mai, le fake news? Guardiamoci bene dal pensare che siano «notizie false». Solo le anime belle, nuovamente, possono crederlo. Nel contenitore delle fake news convergono tutte quelle notizie che danno fastidio al regime culturale progressista. Gli esempi in merito sono molteplici. La denuncia del Parlamento Europeo per la pericolosissima «propaganda russa» e in ultimo il blocco della monetizzazione di un sito indipendente come blyoblu.com di Claudio Messora, sono uno spaccato considerevole della partita in atto.
Quello che temiamo è che la censura si abbatterà sempre più forte e sempre più implacabile man mano che si alzerà il livello dello scontro. Facebook si sta armando per arginare la diffusione delle notizie false; in Italia, la «presidenta» della Camera Boldrini ha armato un team capitanato dai soliti noti «debunkers», gli smascheratori professionisti di presunte bufale. Il tutto, per «combattere l’odio», secondo la sdolcinata giustificazione che serve per mascherare, in realtà, una censura di Stato.
Crediamo forse che questa censura riguarderà soltanto i blogger anti-sistema? Dimentichiamo che chi ci governa è un seguace – più o meno consapevole – dell’illuminismo militante del XVIII secolo. E l’illuminismo aveva un solo nemico giurato: la Chiesa Cattolica.
L’evoluzione storica del pensiero illuminista ha portato al progressivo smantellamento del cattolicesimo, sotto le pressioni degli Stati europei e degli stessi uomini di Chiesa, cresciuti in un contesto sempre più intollerante e ormai drogati, una dose dopo l’altra, di filosofie che tutto sono, fuorché cristiane. Men che mai, cattoliche.
Pensiamo forse che la guerra alle «fake news» coinvolgerà soltanto Messora e, magari, i contestatori di quella rete di potere che soffoca il mondo? Suvvia! È evidente che tutto ciò si ritorcerà contro lo stesso messaggio evangelico: d’altronde, è da anni che si sta cercando con ogni mezzo di edulcorare la parola di Cristo; parola che è Verità, ricordiamolo. La scomparsa dei Novissimi dal magistero della Chiesa è un esempio eloquente e chiarissimo di come la Verità venga smantellata a piccoli pezzi, annacquata e resa innocua. Il prossimo passo sarà quello di trasformare ufficialmente la Verità… in menzogna. Difficoltà uguale a zero: l’ignoranza che il cattolico medio ha della Bibbia, della predicazione di Cristo e degli insegnamenti morali della Chiesa è tale, che i «signori della menzogna» già non hanno nessuna difficoltà a far dire dalle pagine della Scrittura ciò che vogliono loro. No, non stiamo parlando solo degli allegri e fantasiosi predicozzi di Scalfari su Repubblica: pensiamo anche a monsignor Galantino che, nella ormai celebre predica a Cracovia, ha “salvato” Sodoma e Gomorra dalla distruzione. E che sarà mai!
È tutto un florilegio di invenzioni bibliche e di divertissement curiali che lasciano sbigottiti. Tutto serve per depistare, per confondere, per anestetizzare l’animo dei fedeli; e, in fondo, la moltiplicazione delle panzane rende sempre meno efficaci le già deboli difese di chi tenta per il bene della Chiesa di arginare la preoccupante deriva. E se poi qualcuno davvero tenterà di mettere i bastoni tra le ruote… per lui sarà imposto il silenzio. Si veda a tal proposito il degno esito della diatriba con il cardinal Burke, finito in esilio a Guam. In mezzo al Pacifico. Avevano solo da mandarlo sulla Luna, già che c’erano.
Di converso, ai predicatori allineati con il regime della menzogna vengono aperti portoni dorati. Basti pensare a fantasisti come l’ex priore di Bose, a visionari come il cardinale Kasper, agli evangelisti della Chiesa 2.0 come il fondatore di Repubblica. Possono esserci tutti costoro, che ci insegnano come la Madonna non sia importante, come la comunione possa essere concessa a cani e porci e come gli apostoli, in realtà, fossero 13.
Di fronte a questa situazione di evidente guerra alla Verità, dobbiamo comprendere che siamo noi, pecorelle del gregge, che dobbiamo reagire. Se non ci sveglieremo noi, noi cattolici, tutto finirà. La menzogna diventerà inarrestabile: perché alla fine ci crederemo pure noi. Ci diranno che la Sempre-Vergine Maria era una donna come le altre: e noi ci crederemo. Ci diranno che Cristo non ha istituito la Chiesa: e noi ci crederemo. Ci diranno che il Suo sacrificio è stato inutile e che non c’è la Salvezza: e noi ci crederemo.
Saranno così compiute le «magnifiche sorti e progressive», si sarà finalmente debellato quel fastidioso stimolo che costringe gli uomini a riconoscere una Verità più alta, che obbliga le loro ginocchia a piegarsi davanti ad un altare e che schiaccia i poteri umani sotto un potere ben più grande ed eterno. Gli illuministi del Terzo Millennio si saranno costruiti la loro religione, a tratti figlia degli insegnamenti massonici, a tratti figlia delle necessità del momento. E soprattutto, sarà una religione manovrabile a loro piacimento.
Ribellarci? Suvvia, come sarà possibile? Lo «psicoreato» di cui al disegno di legge della Gambaro & Co. ci impedirà di reagire, ribadendo quella che è la Verità di Cristo. D’altronde, andare contro quella che è la novella Chiesa dell’Amore non potrebbe forse essere tradotto, da qualche giudice più scrupoloso di adattarsi al regime, in una sorta di «diffusione dell’odio?». Sembra assurdo? Guardate che i casi giudiziari di buona parte dei paesi ex-cristiani già insegnano che i giudici hanno ampi poteri per condannare chi si oppone al pensiero progressista dominante. Figuriamoci, poi, con una legge-bavaglio come questa!
Ricordiamoci tuttavia che la dittatura culturale che sempre più rapidamente ci sta avvolgendo nelle sue spire non è imbattibile: anzi, essendo nemica della Verità, essa è destinata a non durare. Crollerà da sola, ma non senza una nostra ferma ed attiva difesa della verità. Ricordiamo che il cristiano non può essere «tiepido»: deve essere fervente! La determinazione e la costanza nella professione di fede sono armi che ci denotano come uomini liberi: solo con queste armi potremo vincere la dittatura che scambia il bene con il male. Altrimenti? Non ce ne sarà per nessuno: né in questa vita, né nella prossima. Perché? Rileggetevi la lettera alla Chiesa di Laodicea: «Io conosco le tue opere; che tu non sei né freddo, né fervente; oh fossi tu pur freddo, o fervente! Così, perciocché tu sei tiepido, e non sei né freddo, né fervente, io ti vomiterò fuor della mia bocca» [Ap 3, 14-15]. Chi ha orecchi per intendere, intenda.