23 agosto 2016

Come parlare del matrimonio gay ai bambini?


di Manlio Rossi

Tra le cose più tristi che esistono per un genitore c’è forse proprio quella di dover spiegare e in qualche modo giustificare dinanzi ai propri figli l’esistenza del male nel mondo. Tuttavia il male, inteso come assenza di bene, rende in qualche modo l’universo più diversificato e complesso e in ultima analisi più bello e armonioso, come insegna ripetutamente Tommaso d’Aquino nelle sue opere.
Ovviamente la carenza di bene che egli riscontra nella creazione, e che permette la diversificazione infinita degli enti, non legittima l’uso cattivo della libertà, donataci per seguire Dio e la verità, e non per peccare.
D’altra parte da molti mali derivano inopinatamente dei beni eccelsi, e proprio dalla ingiustissima uccisione del Figlio di Dio venne il bene sommo e immeritato della Redenzione dell’umanità. Così come dalla persecuzione subita dai santi e dai martiri nasce l’esempio: di pazienza, di eroismo, di fedeltà fino alla morte...
Ovviamente tutti gli uomini, e quegli stessi uomini in potenza che sono i bambini, intuiscono prima o poi, la presenza nel mondo di un Principio guida che si esplica attraverso numerose leggi morali che possono essere trasgredite, ma non mai negate.
Tra esse la legge della riproduzione e della famiglia, o se si vuole la legge dell’amore è una delle più note universali e benefiche tra quelle instillate dal Creatore nel cuore degli uomini, e fatte le debite proporzioni, negli stessi animali.
L’approvazione di leggi sul matrimonio gay e l’adozione di minori da parte di queste nuove “famiglie” (concetto questo che dovrebbe fare orrore mentre lo si pensa) di positivo ha ben poco e di nefasto moltissimo. Come positività riscontriamo anzitutto questa: la legittimità delle democrazie laiche d’Occidente, e a termine di tutti i paesi che sovvertono la base etica dell’umanità, è profondamente messa in forse dall’abiezione e dalla violenza contro natura, e la comprensione di ciò da parte di molti, finora ingabbiati in uno sterile moderatismo, è un bene vero.
Ma non basta lamentarsi. Bisogna lottare. E formarsi per una lotta impari certo, ma sicuramente giusta, legittima e che dà molta consolazione al Cielo, offeso e irritato dalla esaltazione planetaria di atteggiamenti “contrari alla legge naturale” e di una inclinazione, a dir poco, “oggettivamente disordinata” (Catechismo della Chiesa cattolica, 2358).
Lo psicoterapeuta olandese Gerard van den Aardweg (1936) è oggi in Europa uno dei più grandi specialisti per la cura delle persone omosessuali, oltre a rappresentare un punto di riferimento internazionale per gli studi su omosessualità e pedofilia. In lingua italiana sono stati pubblicati due suoi importanti saggi: “Omosessualità e speranza” (Ares, 1999) e “Una strada per il domani. Guida all’autoterapia dell’omosessualità” (Città Nuova, 2004).
L’ottimo editore Solfanelli ha ora pubblicato un volumetto di sintesi che raccomandiamo vivamente ai lettori per la chiarezza dell’esposizione, la ricca documentazione scientifica e la visione non solo medica e psichiatrica dell’omosessualità, ma anche etica e sociale (G. van den Aardweg, La scienza dice NO. L’inganno del matrimonio gay, Solfanelli, 2016, pp. 170, € 12).
Nella sua valida presentazione, il professor Paolo Pasqualucci, già ordinario di Filosofia del Diritto a Perugia, fa notare i punti di forza delle ricerche del dottor van den Aardweg e la sua originalità. Alla luce dei risultati del medico olandese appare chiaro che in nessun uomo “esiste un orientamento (…) omosessuale naturale, cioè innato” (p. 7). Esso sorge sempre a causa di patologie psichiche e di problematiche esistenziali vissute nell’infanzia e nell’adolescenza. “Nessuno scienziato è mai riuscito a dimostrare l’esistenza di un gene gay né di un cervello gay, nonostante i ripetuti tentativi di ricercatori a loro volta gay dichiarati” (p. 7). I rapporti amorosi tra omosessuali vengono analizzati attraverso documentatissime ricerche e per le ammissioni degli stessi gay o ex gay essi risultano segnati da caratteristiche quali “l’immaturità, l’egoismo radicale, il narcisismo, l’indifferenza morale” (p. 9).
Dopo aver ricordato il duplice NO all’omosessualità e tanto più al matrimonio gay da parte di Dio (e di tutte le religioni) e della natura, van den Aardweg insiste giustamente sulla terza fondamentale negazione: anche la scienza dice NO! Per lo meno la scienza obiettiva e non la pseudo “scienza gay” riconducibile “a un sistema di propaganda e [a] uno strumento politico” molto efficace (p. 27).
Lo psichiatra olandese chiama i suoi lettori alla resistenza verso una “ideologia realmente pericolosa”: “essa potrà provocare drammi ancora più vasti se non verrà fermata in tempo” (p. 28). D’altra parte, “molte persone non sono consapevoli del radicalismo occulto dei movimenti per i diritti dei gay; non sanno che la legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso non è ciò che sembra, non si rendono conto di venir raggirate” (p. 27).
Nel primo capitolo si fa stato di una verità negata: “le cause fisiche ossia naturali, biologiche dell’omosessualità non sono state trovate” (p. 31). Segno che non si tratta di “una variante innata della sessualità” (p. 32). E’ altresì evidente che “c’è qualcosa che non funziona bene quando una persona, dotata di un integro apparato anatomico e fisiologico finalizzato alla procreazione, non sente alcuna attrazione per il sesso opposto, in contrasto col 95% del resto della popolazione” (p. 34).
Tutte costatazioni ovvie ma che una intera classe scientifica sottomessa ai diktat dell’Unione Europea e delle lobby vorrebbe censurare, danneggiando in primis proprio gli omosessuali i quali, se vanno capiti e compatiti, vanno pure aiutati a superare la loro condizione, e non ad accettarla. Molti omosessuali infatti ritrovano la via della normalità e si sposano, come nel celebre caso di Luca di Tolve (cf. Ero gay, Città Ideale, 2015).
Uno storico ha scritto che “Nessuna società ha mai accettato l’omosessualità come modo di vivere da preferirsi. In nessun luogo l’omosessualità o la bisessualità sono [stati] considerati in sé auspicabili. In nessun luogo i genitori affermano: non mi importa se mio figlio è eterosessuale o omosessuale” (cit. a p. 34). La costatazione rincuora certo, ma oggi, dopo decenni di crescente lavaggio del cervello, iniziato dal fatidico ’68, c’è da temere che essa sia effimera e anzi già se ne vede il tramonto. Esistono certamente difatti, e non sono pochissimi, i genitori che si farebbero un vanto di avere un figlio gay, così come pare bello avere un amico gay, un insegnante gay, un maestro di vita gay, sicuramente dolce, affidabile, comprensivo, aperto, non violento, santo come nella migliore agiografia quotidianamente propalata dai mass media…
Ma torniamo ai fatti. Nel 2009 il presidente Obama, forse il peggior presidente della storia non luminosa degli Stati Uniti, ha invitato alla Casa Bianca 250 leader gay e ha premiato un loro rappresentante di nome Kameny “per la sua aperta battaglia per il riconoscimento della normalità e della bontà morale” dell’omosessualità (cf. p. 36). Piccolo particolare ignoto ai più: “Dopo la morte di Kameny nel 2011, la sua casa è stata inserita nel National Register of Historic Places, i suoi scritti archiviati nella Biblioteca del Congresso e il suo bottone gay is good è stato messo in mostra nell’American Museum of History (…). Kameny affermava: Godiamoci sempre più migliori e ulteriori perversioni sessuali, qualsiasi sia la loro definizione, tra un numero sempre maggiore di adulti consenzienti […]. Se i rapporti sessuali con animali consenzienti [sic] fanno felice qualcuno, lasciamogli ricercare la sua felicità” (p. 36, n. 7).
Ma cos’è allora l’omosessualità dal punto di vista scientifico?
Per il medico olandese se “il tratto omosessuale non è innato ma acquisito”, esso deriverebbe “da un’insufficiente identificazione di genere, cosa che porta all’isolamento dai compagni dello stesso sesso” (p. 47). Di solito, “la figura paterna, maschile, ha avuto un ruolo troppo piccolo nello sviluppo della personalità del ragazzo e quella materna, femminile (…) nello sviluppo della ragazza” (p. 47). Questo spiegherebbe pure l’aumento odierno dell’omosessualità letta dai propagandisti della sinistra come la prova della fine dei tabù e l’inizio della liberazione sessuale. Invece, è a causa del divorzio e dell’assenza di una figura genitoriale stabile, se non di entrambe, che si ha prima l’allontanamento dal gruppo dei pari (coetanei e co-generi) e poi l’esplosione della devianza.
Van den Aardweg parla dell’importante “dimensione della mascolinità e della femminilità nella personalità” (p. 48), specie nella formazione adolescenziale e pre-adolescenziale. Ma forse è proprio per questo che la devastante ideologia del gender vuole cancellare ogni minima distinzione tra i sessi, colorando a forza le unghie dei maschietti e impedendo alle bambine di identificarsi con le principesse e le fate. Gli ideologi del gender fanno di tutto per avere più gay tra i giovani, così come le femministe spingono la donna ad abortire: tutto è collegato come insegna Papa Francesco…
Il concetto di immagine di sé è qui cruciale”: “Gli uomini gay hanno una percezione limitata della loro mascolinità. Le donne lesbiche hanno una percezione limitata della loro femminilità” (p. 51). Guai quindi a quei genitori ed educatori che annientano forzosamente le differenze naturali e sociali tra i bambini: le gonne, gli anelli, gli smalti, le capigliature e gli sport, sono importanti proprio perché distinguono e quindi identificano. Ma chi odia l’identità stabile e certa fa di tutto per rendere l’essere umano strano e confuso (queer).
La vita vissuta delle coppie gay è trattata dettagliatamente nei capitoli 4, 5 e 6, e preferiamo, per pudore, non riportare nulla onde non scandalizzare i più innocenti tra i lettori. In ogni caso le testimonianze di gay di mezz’età (uomini e donne), a volte malati di Aids o comunque pentiti della loro vita sballata e senza freni, valgono più che tutti i fasulli gay pride dell’universo.
Le parole di un attivista gay (a priori da credere poiché secondo la vulgata il gay non mente mai) sono quelle che sinteticamente dicono di più a tutti noi che vogliamo vivere lottare e morire per la verità, per la normalità, per il benessere e la pace nel mondo: “Combattere per il matrimonio tra persone dello stesso sesso e per i suoi privilegi e poi, una volta che esso sia stato concesso, ridefinire completamente l’istituzione del matrimonio, rivendicare il diritto di sposarsi non come un mezzo per aderire ai codici morali della società bensì per sfatare un mito e alterare radicalmente un’istituzione arcaica” (cit. a p. 75). Ecco la ragione del legame profondo tra omosessualismo, progressismo, femminismo, veganismo, liberalismo e individualismo contemporaneo.
Secondo l’Autore, il matrimonio gay è “il primo passo verso la legalizzazione della poligamia” (p. 74) e così sta avvenendo un po’ ovunque, Italia compresa.
L’ultimo capitolo, il dodicesimo, conclude la pregevolissima esposizione, chiedendosi: “Cosa accadrà dopo la legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso?” (pp. 147-151).
Le conseguenze più immediate, già visibili in paesi precorritori come l’Olanda, il Canada o la Spagna, sono queste: l’adozione di infanti da parte dei gay, l’indottrinamento scolastico dei bambini sui vari matrimoni possibili e le varie famiglie legittime (la più arcaica delle quali è proprio quella biblica formata tra uomo e donna…), l’introduzione di leggi che colpiscano la cosiddetta “omofobia” ossia la preferenza dell’eterosessualità al vizio, l’apertura logica verso la poligamia, la poliandria e la pedofilia (attraverso l’abbassamento costante dell’età del consenso sessuale), la distruzione delle legislazioni pro famiglia, la proibizione della vera scienza psichiatrica sulle devianze e le perversioni, il divieto della cura dell’omosessualità, auspicata invece da un numero crescente di gay distonici, etc. etc.
Che dire quindi ai nostri figli circa i matrimoni gay? In proporzione con la loro età, saper cogliere l’occasione, fornitaci dal diavolo, di far luce sul male, la sua diffusione e la sua pericolosità; ma anche parlar loro della bellezza, della grandezza e la nobiltà del bene il quale, malgrado tutte le caricature e le menzogne ideate dal Sistema, coincide con il vero amore sponsale e con l’unica famiglia voluta dal Creatore.


22 agosto 2016

Chi rinnega la Madre di Dio?

di Giuliano Guzzo
I fatti, anzitutto. Sul sito internet del quotidiano Repubblica viene diffuso un filmato girato al Meeting di Rimini, precisamente allo stand della casa editrice Shalom, nel quale si vede e si ascolta una signora intenta a rimuovere dalla sua posizione, originariamente in bella vista, una statua della Madonna obbedendo ad una indicazione – afferma – ricevuta allo scopo di non offendere eventuali visitatori islamici, i quali coltiverebbero «un odio» tale, verso la Madre di Gesù, da consigliare appunto quella rimozione allo scopo di «non mettere a rischio nessuno». Quel video, com’era prevedibile, diventa virale facendo esplodere un caso, con non pochi cattolici che – comprensibilmente – gridano allo scandalo e i vertici del Meeting che, invece, tentano di minimizzare l’accaduto spiegando che loro, con quella censura, non c’entrano nulla. Una censura comunque singolare dal momento che, va detto, allo stand della Shalom non mancano, anzi abbondano pubblicazioni e testi riguardanti la Madonna. A chi credere allora? E, soprattutto, da chi ha preso ordini la signora immortalata nel filmato? E’ stato tutto e solo – viene da chiedersi – un trappolone di quei diavoli di Repubblica?

Ora, per quanto male si possa pensare di quanti lavorano per il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, riesce difficile pensare – se non si simpatizza per il sentiero controverso del complottismo – che il video diffuso da Repubblica sia un falso. Allo stesso tempo, sarebbe sbagliato addossare a tutto il movimento di Comunione e Liberazione le responsabilità di un episodio dai contorni tutt’ora poco chiari. Per quel che vale propenderei dunque per un’altra ipotesi prima di esporre la quale, urge una premessa: con l’oscuramento di Maria il mondo islamico c’entra poco. Anzi, il solo considerare una simile ipotesi denota una certa ignoranza. Scrive Vittorio Messori: «Maria è il “luogo” dove musulmani e cristiani (quelli, almeno, cattolici e quelli ortodossi) sono vicini più che ovunque altrove. Sino ad arrivare al paradosso: mentre oggi si susseguono, fra biblisti e teologi cristiani, le “riletture” riduttive e ambigue di alcuni dogmi mariani, a cominciare proprio dalla verginità di Maria, l’Islàm non tollera ne dubbi né esitazioni al proposito. Anzi, è pronto a lapidare sul posto chi non osasse attentare all’onore di colei che è la “Vergine che ha preservato intatto il suo seno”» (Ipotesi su Maria, Ares, Milano 2005, pp. 191-192). Scartata dunque l’ipotesi filo islamica, quanto accaduto al Meeting può essere letto solo alla luce di una tendenza altra.

La tendenza è quella che, da anni, vede il mondo cattolico in forte crisi, quasi ostile nei confronti di Maria e del Suo culto, guardato con scetticismo e sufficienza, quando non irriso quale devozione a base di processioni e vocine in falsetto. Si va così da sacerdoti e accademici rispettati come John P. Meier che negano la verginità perpetua di Maria – cosa della quale persino Lutero riteneva che solo i «pazzi e i villani» potessero dubitare – a Padre Cantalamessa, predicatore della Casa pontificia, che ha bacchettato quanti riservano attenzione alla Madre di Gesù, «onorandola in modo talvolta esagerato e sconsiderato», dalla Madonna “oscurata” a Rimini alla “Medaglia miracolosa” portata al collo dal celebratissimo Usain Bolt della quale i media che contano si guardano bene del parlare. A questi episodi, per chi abbia familiarità con certe prediche domenicali – in cui la Vergine viene presentata poco più che come una “brava donna” -, se ne potrebbero sommare altri. Unico comune denominatore: la sistematica offesa verso Maria.

Un fenomeno molto triste di eclissi della fede che, per chi crede, non ha giustificazione. Diceva infatti san Massimiliano Kolbe: «Non temete di amare troppo la Madonna, perché non arriverete mai ad amarla come l’ha amata Gesù».

L’insopportabile richiamo ai «valori occidentali»


di Giuliano Guzzo

Se c’è qualcosa di più irritante dell’opposizione al burkini – opposizione che ipocritamente arriva dopo che, insieme ad un’immigrazione fuori controllo, si sono allegramente accettate la costruzione di moschee, le scuole coraniche, la rimozione di Presepe e Crocifisso, addirittura la presenza islamica a Messa – è l’ossessivo richiamo, da parte di molti politici europei, a quei «valori occidentali» che sarebbero minacciati dal costume da bagno delle donne islamiche. Assurdo: gli stessi politici e più in generale la stessa Europa che non ha avuto particolare problemi a rinnegare le proprie radici cristiane, a perseguire una laicizzazione esasperata ostile al valore originale della laicità ancor prima che alle religioni, ad attaccare la famiglia approvando tutte le misure possibili e immaginabili – dal “divorzio breve” alle unioni civili, passando per la fecondazione extracorporea – per sfigurarla, e che è giunta ad impedire ad un grande Papa, Benedetto XVI, una lezione in una università fondata da un altro Papa, Bonifacio VIII), ora si accorge che esistono «valori occidentali»? Com’è possibile? Lo stesso Occidente che grida contro la guerra, ormai, solo sfruttando mediaticamente le immagini di bambini feriti – come sta facendo in queste ore diffondendo le foto del povero Omram, diffusione che guarda caso coincide con una disfatta dei sanguinari “ribelli” foraggiati da America e alleati arabi vari – trova ancora il coraggio di moraleggiare?

Sia chiaro: mi sento, come molti, profondamente legato ai «valori occidentali» della tradizione europea e cristiana. Anche se rispetto la libertà religiosa di chiunque, non c’è dunque – da parte mia – nessuna forma di simpatia verso la cultura islamica, le sue usanze e i suoi costumi. Tuttavia non è possibile neppure accettare lezioni da coloro che, snaturando il diritto e abusando dell’autorità politica, da decenni non fanno che violentare tutto ciò che rimanda alle nostre radici in nome di una libertà assolutizzata che nulla a che vedere con la nostra storia e della quale rideva già Hegel, osservando che «quando si sente dire che la libertà in generale consisterebbe nel poter fare ciò che si vuole, una tale rappresentazione può essere presa soltanto per mancanza totale di educazione del pensiero» (Lineamenti di filosofia del diritto, Bompiani 1996, p. 103). Eppure i signori della distruzione occidentale voglio ridurci a questo: a paladini del bikini, a sacerdoti del topless, a guardiani della libertà dell’aperitivo. Come se fosse tutto qui. Come se non ci fosse qualcosa di molto più prezioso – per dirla con Pasolini – da difendere, da conservare e per cui pregare. Uno scrigno che i signori dei «valori occidentali», dagli Hollande e Valls alle Merkel, non hanno mai fatto nulla, ma proprio nulla per tutelare. Ed ora hanno pure il coraggio, proprio loro, di improvvisarsi fedeli e incorruttibili custodi della Bellezza europea, gente non disposta a transigere neppure su costumi da spiaggia non in linea con la nostra identità. Scusate, ma per chi ci avete preso?

https://giulianoguzzo.com/2016/08/19/linsopportabile-richiamo-ai-valori-occidentali/

21 agosto 2016

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: la Vergine Maria e la neve ad Agosto (Parte VI)


di Alfredo Incollingo

“Ad agosto quando neve cadrà”, cantano Gigi D'Alessio e Anna Tatangelo, senza sapere che a Roma in estate ci fu una nevicata miracolosa! Siamo nell'Urbe dei primi secoli cristiani, quando il cristianesimo era appena stato "legalizzato" dall'imperatore Costantino il Grande nel 313 (con l'Editto di Milano). Giovanni era un ricco patrizio romano che viveva nella sua lussuosa villa, tra agi e ricchezze: la notte del 4 agosto del 352 la Vergine Maria gli apparve in sogno e chiese di costruirLe una chiesa, il cui luogo di edificazione sarebbe stato indicato con uno strato di neve fresca, limitando il perimetro della fondazione. Fu così che il mattino seguente il patrizio corse dal Papa Liberio per il rivelargli la visione mariana; il Pontefice meravigliato confessò di aver vissuto la stessa miracolosa esperienza ed entrambi si recarono sul colle Esquilino... imbiancato di neve!
Onde esaudire il desiderio della Vergine, Giovanni a sue spese fece edificare la chiesa seguendo lo schema che il Papa aveva tracciato direttamente sulla neve fresca e venne intitolata Santa Maria delle Nevi.
Questa storia, che fa parte della tradizione sacra di Roma, è alle origini della basilica papale che verrà edificata da Papa Sisto III. Nel 431 si era svolto il Concilio di Efeso che aveva riconosciuto Maria Theotokos, “Madre di Dio”, ponendo fine alla decennale disputa teologica. In onore della Theotokos il Pontefice fece erigere, sul luogo dove sorgeva la chiesa di Liberio, l'attuale basilica papale di Santa Maggiore Maria. Nessuna chiesa, raccontano le fonti, era più preziosa e santa della chiesa sistina. La leggenda ci tramanda tre eventi della storia cattolica: la nascita del culto della Madonna delle Nevi (che si celebre ogni anno il 5 agosto), la proclamazione del dogma della maternità divina di Maria e la fondazione di Santa Maria Maggiore, una delle quattro chiese papali di Roma. Ogni anno, in onore della Madonna delle Nevi, nei pressi della basilica viene ricordato il miracolo con una spolverata di neve artificiale sui fedeli lì riuniti.
La chiesa tuttavia è stata anche la protagonista indiscussa della Controriforma nel XVI secolo. I luterani negavano la divinità materna di Maria, gli attacchi erano pressanti e incessanti e il Concilio di Trento aveva risposto a riguardo riconoscendo la veridicità del dogma: per darvi concretezza Papa Sisto V nel 1585 fece realizzare al suo interno la Cappella del Presepe, la cui dedica ci dà numerosi indizi per comprendere di cosa stiamo parlando. Il sacello custodiva un antico presepe e il ciclo pittorico, di gran valore artistico (il cantiere contava numerosi e celebri artisti), era un inno alla Natività. Cristo, Vero Uomo e Vero Dio, era così ricollocato nella sua posizione centrale nella Chiesa e allo stesso modo Maria Theotokos poté ben sperare di essere riconfermata così nel suo ruolo di Madre di Dio, senza temere le virulente parole dei luterani (sacrileghi!). La Chiesa La difese e volle esaltarLa (con la Natività e il Figlio) nella splendida cappella sistina tuttora visitabile in Santa Maria Maggiore.
Il viaggio continua.

20 agosto 2016

San Bernardo di Chiaravalle, lo spirito indomito al servizio di Dio



di Alfredo Incollingo

La straordinaria personalità di San Bernardo di Chiaravalle può essere riassunta nel giudizio espresso da Papa Pio XII nel 1953 nell'enciclica Doctor Melliflus: “Il dottore mellifluo ultimo dei padri, ma non certo inferiore ai primi, si segnalò per tali doti di mente e di animo, cui Dio aggiunse abbondanza di doni celesti, da apparire dominatore sovrano nelle molteplici e troppo spesso turbolente vicende della sua epoca, per santità, saggezza e somma prudenza, consiglio nell'agire”. Questo breve ritratto è per noi fondamentale per capire chi era San Bernardo e per poter valutare la portata del suo carisma.

Dante Alighieri lo colloca nel Paradiso (Canto XXXI), la terza cantica della Divina Commedia, tra i beati della Mistica Rosa, ed è la sua guida nell'ultima tappa del viaggio ultraterreno, in virtù del suo spirito contemplativo e per la sua profonda devozione mariana. San Bernardo fu un mistico che insegnò ai cattolici a godere dell'amore di Dio, scegliendo l'umiltà quale strada maestra: spogliandosi del proprio egoismo, con l'aiuto della Grazia, l'uomo può vivere pienamente dell'amore divino.

La Vergine Maria è la Madre del Cielo che ci aiuta in questo percorso tortuoso, cui ci rivolgiamo per chiedere il suo aiuto e l'intercessione. Pio XII ricorda nell'enciclica il ruolo di Maria nel pensiero del santo: “Se insorgono i venti delle tentazioni, se incappi negli scogli delle tribolazioni, guarda la stella, invoca Maria. Se sei sballottato dalle onde della superbia, della detrazione, dell'invidia: guarda la stella, invoca Maria.

Non basta tuttavia un articolo per disquisire in tutta tranquillità e nel dettaglio di San Bernardo per la complessità del suo insegnamento e per il suo indomito carisma. Volendo argomentare su questo santo Dottore e ultimo Padre della Chiesa, lo possiamo fare in breve ripercorrendo le tappe fondamentali della sua vita: è stato infatti un grande protagonista dell'evo medio e ogni sua parola e ogni suo gesto è da ricondurre al contesto storico dell'epoca.

Bernardo era di origini nobiliari, nato nel 1090 in un ricco casato, vassallo del Duca di Borgogna. Nonostante gli agi e le ricchezza familiari il futuro santo radunò una trentina di compagni, tra i quali figuravano diversi parenti, e si ritirò in isolamento e in preghiera a Chatillon, di proprietà paterna, entrando successivamente nell'ordine cistercense. Probabilmente alla ricerca di un luogo più consono alle esigenze contemplative, si spostarono nella regione dello Champagne, stabilendosi sulle rive del fiume Aube. Qui Bernardo fondò il monastero di Chiaravalle che in pochi anni diverrà un centro spirituale di grande rilievo in tutta Europa.

Il giovani Bernardo palesò da subito un animo irrequieto e sempre pronto a difendere l'ortodossia e i valori del Vangelo. Il suo spirito polemico si espresse nelle dure invettive contro i cluniacensi, colpevoli di aver tradito lo spirito di umiltà della regola benedettina. Da queste constatazioni mosse una serrata apologetica a favore dei cistercensi, considerati da Bernardo i più fedeli alla Regola di San Benedetto. Le sue parole infuocate presero di mira chierici e laici, conti e vescovi, se questi vivevano nella dissolutezza o se minacciavano la pax Dei. Diverse missive furono inviate ai potenti dell'epoca, specie nella Francia turbolenta del XII secolo, per porre fine alle contese tra i signori.

Il fervore religioso e intellettuale di Bernardo si rivolse anche ai teatri politici e religiosi fuori dall'Europa. La prima crociata aveva strappato agli arabi la Terra Santa e la Città Santa, Gerusalemme. Adesso bisognava difendere e rafforzare le conquiste, specie per proteggere i luoghi sacri e i pellegrini. Nel 1119 Ugo di Payns e Bernardo fondarono l'Ordine dei Cavalieri del Tempio, i templari, con sede a Gerusalemme nella spianata dove un tempo sorgeva il Tempio di Salomone. Era un ordine monastico, ma particolare, perché i confratelli indossavano armature e portavano la spada: erano monaci guerrieri, in realtà cavalieri, uniti dal voto di castità, di povertà e di difesa della cristianità. La loro Regola si ispirava all'Elogio della cavalleria cristiana dello stesso Bernardo. Il santo, pur disprezzando la cavalleria e la violenza, cerca di domare l'ardore dell'aristocrazia europea. Il sangue sparso nel continente aveva sporcato la terra e turbato l'ordine; l'omicidio era abominio verso Dio. Era però un male minore se serviva per fermare il Male, ovvero l'infedele che minacciava Gerusalemme e la cristianità. Non si trattava più di omicidio, ma di malicidio, cioè fermare le forze disgregatrici.

La lucidità e l'intelligenza di Bernardo furono strumenti vincenti nell'affrontare i grandi dibattiti accademici e pubblici che lo impegnarono a lungo. In Germania e nel Nord Italia combatté i movimenti eretici pauperistici e fu uno strenuo oppositore di Pietro Abelardo, fino alla sua condanna.
Nel 1145 Papa Eugenio III, confratello cistercense proprio a Chiaravalle, incaricò San Bernardo di predicare la seconda crociata, stimolando la fede e la volontà di francesi e tedeschi: chi avesse deciso di partecipare alla spedizione, avrebbe ottenuto la totale assoluzione dai peccati.

Nel 1153 ormai anziano e provato dai numerosi viaggi si spense nel suo monastero il 20 agosto. San Bernardo di Chiaravalle è il campione della fede, il perfetto Miles Christi, il quale, a differenza del guerriero, impiega la sua cultura e la sua intelligenza per difendere cristianità. Il suo contributo alla difesa della Chiesa è senza uguali, sia nelle dispute con gli eretici sia nel proclamare l'ortodossia. Il suo carisma e il suo fervore cristiano vennero riconosciuti con la canonizzazione avvenuta nel 1174 con Papa Alessandro III e con la proclamazione a Dottore della Chiesa nel 1830 per volere di Papa Pio VIII.



19 agosto 2016

Qualche domanda ai figliocci di Soros

OVVERO. MENTRE TUTTI SONO DISTRATTI DAL BURKINI...

di Francesco Filipazzi

Soros finanzia l'internazionale progressista. Questa informazione è abbastanza comune anche in ambienti non complottisti, ma è diventata incontrovertibile dopo che un gruppo di informatici al momento ignoto è riuscito a penetrare negli archivi della Open Society (una fondazione del magnate) e a trafugarne i documenti. Il quadro era piuttosto prevedibile. Alle elezioni europee sono state finanziate numerose associazioni per fare pressione culturale verso alcune tematiche, in particolare la diffusione delle teorie immigrazioniste e dell'ideologia gender. In Italia, come nota Blondet, fra i beneficiari troviamo ad esempio l'Arcigay. Ma non è finita qui. Nell'elenco dei personaggi da attenzionare come “in linea” con il programma distruttivo della fondazione troviamo alcuni italiani, ovviamente tutti facenti parte dell'area ultra progressista. I documenti sono tutti scaricabili da un sito, DCLeaks, pubblicato ad hoc e per analisi più approfondite vi rimandiamo al blog di Maurizio Blondet e a Dagospia.
Noi ci limitiamo a porre alcune domande ai nostri amici progressisti.

Il fatto che uno speculatore senza molti scrupoli (lo ammette lui stesso), spenda così tante energie nel promuovere quelli che voi chiamate diritti, non vi fa pensare di essere dei burattini? Ci chiediamo infatti se davvero uno che nei primi anni '90 ha affossato l'economia italiana e inglese, sia mosso a pietà per quelli che non possono “vivere liberamente il loro amore”. Ricordiamo che dopo il trattamento riservatoci da questo signore il governo, per rientrare nei parametri SME, impose l'ICI sulla prima casa. E la distruzione della Lira fu il prodromo per far sì che entrassimo nell'Euro.
E' molto più probabile che la promozione dello stile di vita gay friendly per questo signore sia una semplice modalità per promuovere l'uomo atomico e isolato, preda del mercato e fonte di consumo. Così come l'immigrazione non è altro che un modo per indebolire i sistemi economici, in modo che siano preda degli speculatori come Soros.

Inoltre, chiediamo, siete sicuri di non essere vittime della propaganda che questo signore mette in piedi da anni? Mentre chi si batte contro il potere mediatico di questo magnate ha le cosiddette pezze al cu*o (come noi ad esempio), i suoi figliuoli sono ben pagati. Chi mai nel mondo pro life italiano ha visto regali da 100 mila euro provenienti dal mondo della finanza?

Ultima domanda. Non vi sentite un po' cretini?

18 agosto 2016

Le Olimpiadi dei pistolotti


di Giuliano Guzzo

I Giochi di Rio sono ancora in corso ma le pur numerose imprese sportive, alcune delle quali davvero storiche, sembrano destinate a passare in secondo piano, eclissate dalle dichiarazioni di atleti comizianti e di grilli parlanti del Pensiero Unico, che neppure il clima estivo e ferragostano è riuscito a far rilassare. Ad inaugurare questa sorta di Olimpiade parallela – che potremmo definire dei pistolotti – ci ha pensato Elisa Di Francisca, argento nel fioretto, la quale, salita sul podio con la bandiera europea tra le mani, si è subito lanciata in banalità degne del repertorio renziano: «Dobbiamo abbattere le barriere e creare un’Europa davvero unita – ha dichiarato – se restiamo uniti possiamo sconfiggere il terrorismo, non diamogliela vinta all’Isis».

Se vi state interrogando sull’oscuro legame fra unità europea e contrasto al Califfato, che fino a prova contraria non risulta essere sponsor della Brexit, sappiate che non siete gli unici; ciò nonostante, com’era prevedibile, le traballanti parole della Di Francisca hanno subito infiammato gli animi – da Alfano in giù – dei più dimenticabili politici italiani, che si sono fiondati su Twitter a cinguettare il loro dotto giubilo. Quello, però, è stato solo l’inizio. L’Olimpiade dei pistolotti ha infatti conosciuto un secondo, importante apice con il post, su Facebook, di Roberto Saviano, il quale ha pensato bene di commentare l’ennesima medaglia d’oro di Usain Bolt come quella di un «discendente di schiavi africani deportati in Giamaica nelle piantagioni di canna da zucchero».
Quest’uscita sull’atleta giamaicano ha sollevato un discreto polverone, a fronte del quale l’autore di Gomorra ha scelto di tirare in ballo Trump nemico giurato, a suo dire, delle comunità afroamericane. Dall’oro sui 100 metri alle presidenziali Usa in un lampo: se fosse esistito, l’oro per la più veloce arrampicata sugli specchi sarebbe senza dubbio andato a Saviano. Sarebbe però imperdonabile non ricordare un altro momento emozionante delle Olimpiadi dei pistolotti, vale a dire il commento dellA PresidentA alle parole di Rachele Bruni, argento nella gara per i 10 chilometri disputata nel litorale di Copacabana alle Olimpiadi di Rio. La Bruni ha dedicato la vittoria alla compagna, cosa che subito portato la Boldrini a seguire le orme del predicatore Saviano.
«In Italia – ha infatti scritto su Facebook la Badessa del Pensiero Unico – con l’approvazione della legge sulle unioni civili abbiamo finalmente superato una discriminazione che durava da troppo tempo». Anche in questo caso, ci si potrebbe interrogare sul senso di un simile commento dato che, anche prima delle unioni civili, un’atleta LGBT avrebbe potuto serenamente dichiarare i propri sentimenti senza temere arresti, torture o deportazioni: ma le Olimpiadi dei Pistolotti, evidentemente, non prevedono la regola dell’opportunità. L’importante è spararla, non facendosi scippare l’occasione di tuonare contro populismi, xenofobia e omofobia; guai infatti a correre il rischio di un’Olimpiade normale, senza tiro al cervello, banalità in lungo e lancio del sermone.


16 agosto 2016

La Buona Morte


di Amicizia San Benedetto Brixia

Gianluca Firetti. Santo della porta accanto (2016) è un testo che raccoglie le testimonianze di don Marco D’Agostino, sacerdote che ha accompagnato l’esemplare decesso del giovane lombardo cui è tributato il libro. La pubblicazione, per i tipi di San Paolo, ha il doppio merito di illustrare un esempio di spiritualità del quotidiano e di trattare col grande pubblico il tema demodé del morire cristiano. La spiritualità del quotidiano è descritta secondo il canone ormai classico di situazioni concrete, quotidiane ed ordinarie affrontate con profondo spirito di riconoscenza, gioia, accettazione e profondità; Gianluca non è un santo da miracoli, quanto un cristiano ordinario capace di raggiungere ciò che ai nostri occhi appare come un grado eroico di fede (quanto al giudizio della Chiesa dovremo attendere), specialmente per aver conservato la medesima anche in situazioni di vita disperate e proibitive. Importante anche il secondo motivo di lode, la descrizione della morte e del morire da cristiani, discorso fondamentale ed imprescindibile, rispetto al quale la catechesi contemporanea si mostra spesso reticente, con l’esito che l’immaginario della morte e del morire umano è completamente definito dai canoni di massa delle produzioni librarie e cinematografiche pressoché atee e nichiliste. Il libro quindi si può adoperare, cogliendone anzitutto questi due lati positivi.
Mi permetto d’altro canto di muovere delle critiche, che non vogliono raggiungere l’evento e il fatto storico della vita di Gianluca, dei suoi cari e del suo biografo, quanto indicare alcune lacune teologiche nel diario di D’Agostino. Prima di venire al punto, preciso che la lettura di Santo della porta accanto andrebbe integrata e fatta precedere dal lavoro a quattro mani Firetti-D’Agostino Spaccato in due. L’alfabeto di Gianluca (San Paolo, 2015), cosa che io non ho fatto e che forse avrebbe risposto ai dubbi che sto per elencare.
La questione è semplice: nel testo manca o non emerge la dimensione della sofferenza vicaria e della utilità della sofferenza. Tale dimensione a volte è omessa, altre volte è come dribblata. Il riferimento alla gioia predomina, il tema della speranza si erge, l’accostamento tra cristianità, felicità e croce si rinnova, ma l’esplicitazione del significato teologico e mistico della cristopatia – il completare nella propria carne i patimenti di Cristo a maggior gloria di Dio e a salvezza delle anime – non si dà: non per una negazione espressa, ma come per un tentativo di tener nascosto sotto la superficie il nodo scomodo ma imprescindibile della questione. “La sua vita tutta quanta è diventata un’offerta: un sacrificio vivente, santo e gradito a Dio. Non perché Dio volesse la sua sofferenza, ma perché – come lui aveva detto nell’ultima domenica: “Dio mi ha posto sulle spalle una bella croce. No, è la malattia che è pesante, Dio non c’entra proprio nulla” (p. 165). Dio invece c’entra e c’entra parecchio, perché ha scelto di entrare in questa dimensione che pure è nata per iniziativa declinante delle creature e non per progetto efficace del Creatore. Dio non vuole la nostra sofferenza, vuole la nostra santificazione, ma per la salvezza di tutti è legge dello spirito che fosse necessaria l’immolazione di un giusto a ripagare il peccato, il Signore Gesù, il quale può chiedere ad alcune anime elette di seguirlo nella sofferenza riparatrice in modo speciale ed eminente. I cattolici credono ancora a questo? Reputo di sì e reputo che ciò sia il motore che sostiene la fede di persone provate come Firetti. Dispiace che forse non sappiamo più dire queste cose, che ce ne vergogniamo o che le reputiamo devozionismi desueti. Sia chiaro, non manca nelle pagine il riferimento alla spiritualità e l’appello al divino quale soluzione del male terreno: “L’arma della preghiera è stata potente. Laddove tu pensavi di portare sconforto e disperazione hai solo aumentato il desiderio di affidarsi a un Padre!” (p. 71). Non manca neppure, come si legge, la capacità testimoniale e – mi permetto di aggiungere - la sua fecondità comunicativa.  Resta però un silenzio spiacevole circa la motivazione mistica dell’esperienza, pare esserci un affidarsi cieco a un soffrire che, per il cattolico istruito, non è così cieco, o meglio, si avverte tale nel vissuto personale, ma corroborato dalla rivelazione del senso spirituale della sofferenza come amore corredentivo. Purtroppo la sospensione di simili ermeneutiche produce frutti opinabili, come si evince dal pur commovente dialogo tra il giovane e il suo padre spirituale: “”Il Signore che cosa mi mette davanti?” Domande alle quali, dal mio punto di vista, non potevano esserci risposte esperienziali. Men che meno frasi convenzionali... “Gian, pensa alla tua vita, è stata bella quando stavi bene. Ed è ancora più bella nella malattia. Pensa a tutto il bene che tu hai fatto in questi due mesi”... E mi ero convinto ancora di più, davanti a lui, che la memoria del bene fatto rende felice” (p. 84). Purtroppo simili orientamenti squalificano il valore profondo della malattia cristiana, l’obiettivo non è essere felici, ma essere in pace con Dio, soprattutto la felicità da cercare non è quella del merito sociale, delle sempre fragili e discutibili testimonianze date dalla nostra povera umanità, ma quella della consolazione spirituale, che viene quando ci si conforma a Cristo (non mi dilungo, ma la chiave per comprendere e vivere la vicarierà redentiva è tutta qui), colui il quale è morto abbandonato da quelli che aveva beneficati, nonché travagliato da dubbi desolanti.
Con tali omissioni il rischio è quello di indebolire la portata specifica del volume, silenziandone la capacità evangelizzatrice. “Il perché non lo so, il libro ti fa piangere, ma alla fine sei felice. E’ liberante!” (p. 153); “Gian ha toccato il cuore a tanti... Nel libro c’è un unico filo conduttore: una fede inattaccabile e una naturalezza nelle quali Gian si manifestava” (p. 156). Queste e molte altre testimonianze stupiscono per la qualità generica, emozionale, soggettiva delle affermazioni. Complimenti che potrebbero valere senza modifiche per il decesso di chiunque o addirittura per tanti generi di libri emozionanti, magari immorali. Lungi da me giudicare le situazioni effettive del caso, ma questa è l’analisi cui siamo costretti dai testi nudi e crudi. Dunque, cari padri, grazie per il coraggio di raccontarci storie come quelle di Firetti, ma vi chiediamo nelle prossime stesure di aiutarci a cogliere maggiormente lo specifico della Buona Morte cattolica, mirando al cuore teologico di questi eventi altamente drammatici, e illuminandone il valore più intimo che oltrepassa letture funzionali o sociologiche di sorta, ciò renderà più ampia e solida l’evangelizzazione, la centralità di Cristo, la missione della Chiesa, la santificazione dei battezzati e la conversione dei peccatori.

14 agosto 2016

San Massimiliano Kolbe: il sacrificio per Amore


di Giuliano Guzzo

La passione per il giornalismo e la preghiera, la devozione religiosa e missioni ovunque. C’è stato molto, anzi moltissimo nella vita di san Massimiliano Kolbe (1894-1941), di cui oggi ricordiamo la morte. Francescano conventuale, questo figlio di Polonia non ebbe certo una vita noiosa: entrò ancora molto giovane, tredicenne, nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali in Leopoli, nel 1922 curò insieme ad altri la pubblicazione del Rycerz Niepokalanej (Cavaliere dell’Immacolata), un mensile, e pochi anni dopo, nel 1927, diede vita ad una singolare “città”, che chiamò Niepokalanow (Città dell’Immacolata) e dove, accanto alla vita religiosa consacrata a Maria, venivano promosse le più svariate espressioni di apostolato: dalla stampa alla radio, dal cinema all’aeroplano; inoltre poi viaggiò molto, dal Giappone all’India.

Ci sarebbe davvero molto da dire, insomma, sull’intensa ed appassionata esistenza di padre Kolbe. Eppure il culmine del suo viaggio terreno si verificò indubbiamente là, nel campo di concentramento di Auschwitz dove, a partire dal maggio del 1941, si trovava dopo essere stato arrestato per la seconda volta dai nazisti (era stato rimesso in libertà nel dicembre del ’39, dopo un primo arresto seguito da due mesi di prigionia). Un luogo infernale dunque, che avrebbe azzerato l’ottimismo di chiunque ma che, incredibilmente, non spense la speranza del frate il quale trovò pure, laggiù, la forza di scrivere ricordando alla madre che «Dio c’è in ogni luogo e con grande amore pensa a tutto e a tutti». Già questo dovrebbe bastare a comprendere la notevole statura del francescano. L’apice della sua grandezza, però, doveva ancora emergere.

Ed emerse di lì a poco, precisamente quando, dopo la fuga di un detenuto, i nazisti presero dieci prigionieri per spedirli nel “bunker della fame” e padre Kolbe si offrì al posto di uno di loro che, piangendo, disse di avere una famiglia. Senza acqua né cibo per quindici giorni, molti morirono ma il frate, coi superstiti, tenne duro cantando e pregando la Madonna. E quando, increduli, gli uomini delle SS decisero di eliminarlo iniettandogli acido fenico, costui fissò il medico nazista e, prima di spirare col nome di Maria sulle labbra, gli disse: «Lei non ha capito nulla della vita…l’odio non serve a niente. Solo l’Amore crea!». Aveva ragione: quasi nulla sappiamo dei suoi carnefici, mentre oggi, settantaquattro anni dopo quel 14 agosto 1941, padre Kolbe è santo. L’odio con cui venne eliminato s’è disperso come cenere nelle periferie della storia, lui vive. Di più: giganteggia e illumina chiunque venga a conoscenza del suo sacrificio.


La ben poco elettrizzante distopia politically correct


di Tyler Morgul

Che si viva in tempi malati e turpi non è una novità. O meglio, non lo è per chi dispone ancora di occhi per  vedere, orecchie per ascoltare e olfatto per  avvertire l’insopportabile tanfo di  merda, putrefazione e deodorante per ambienti alle presunte fragranze alpine di cui la nostra sciagurata epoca puzza da capo a piedi.

Tranquilli, l’occupazione su larga scala non-momentaneamente-violenta d’Europa  da parte di praticamente ogni etnia non europea; la sistematica demolizione di ogni singolo istituto di civiltà da parte di una pletora di sedicenti “diritti” umani che concedono ai propri credenti (perché la dimensione religiosa è evidente nell’incontestabilità dei dogmi che li sottendono) di bearsi mentre osservano nell’Altro il riflesso di sé stessi; ecco tutto questo non è che l’Ouverture.

Un moderno narciso vestito di latex fucsia che strilla con voce di donna isterica insulti a omofobi, xenofobi e a tutti i –fobi possibili mentre si muove (chiaramente in bicicletta, è sostenibile) verso il macello dove amichevolmente e consensualmente venire abbattuto, non prima però d’aver speso l’ultimo desiderio per assicurarsi che al proprio cane (col quale ha occasionalmente scambi di fluidi corporei, pòra bestia) e ai suoi accounts sui social networks venga garantito un trattamento adeguato al loro status di unico retaggio di un’esistenza.

Più o meno me lo immagino così, il Futuro.

Si dirà “è chiaramente la visione del mondo di qualcuno con dei seri problemi”, “ ’sticazzi, finché c’è JustEat che mi porta da mangiare a casa, nessun problema è realmente un problema”; quasi certamente è veritiero, malgrado ciò v’invito a essere consci della direzione del vento per decidere se lasciare scritto a chi verrà (forse) che non tutti eravamo coglioni o per preparare la tutina di latex, trovarsi un cane dall’alito quasi decente, riparare la bicicletta e vivere in relativa inerzia e serenità i tempi che verranno.

Tranquilli, questa scelta  dovrete farla molto prima di quanto immaginiate; pur non amando atteggiarmi a Cassandra degli sfigati credo non oltre 20-25 anni a partire da oggi.

Perché? Perché sì.

Se volete un esempio infinitesimale dell’incedere svelto di questo processo verso il Delirio Assoluto ecco qui un team di ricercatori italiani (Università di Milano-Bicocca, in collaborazione con l’Università di Urbino e l’Ospedale Niguarda) che afferma che “l’empatia e la capacità di condividere il dolore non sono indipendenti dal fattore razziale. Oggi è possibile descrivere due forze contrastanti: una reazione non controllata, favorevole alle persone che istintivamente consideriamo membri del nostro gruppo sociale, e una reazione successiva che contrasta con questo pregiudizio istintivo. La seconda è quella che genera una risposta politicamente corretta e comporta un maggiore impegno in termini di attività cerebrale e di tempo di elaborazione.

Vale a dire che tendiamo spontaneamente a solidarizzare e proviamo naturale empatia per gl’individui che consideriamo a noi più affini e soprattutto che fingiamo di provare i medesimi stati verso chi in cuor nostro non sentiamo come affine. Che le “risposte politicamente corrette” sono costruzioni, finzioni.

Fino a qui, l’unico argomento di discussione potrebbe vertere sulla necessità di spendere risorse umane e materiali per dimostrare qualcosa che anche l’uomo della strada sa essere vere.

Il problema, il vero problema sta nelle conclusioni del comunicato stampa relativo allo studio “La sfida è quella di rendere più istintive, con un’educazione continua, le risposte  “politicamente corrette”, impresa certamente non facile in tempi di forti tensioni come quelli attuali”.

SBAM.

Il lavaggio del cervello definisce comunemente una ipotetica forma di plagio psicologico della quale viene accusato un soggetto quando metta in atto metodi di persuasione che possano influenzare o modificare il libero arbitrio di una persona, in modo da portarla a prendere decisioni altrimenti aliene alla propria volontà. (fonte: Wikipedia)

La brutta notizia è che finirà proprio così.

Quindi sbrigatevi ed iniziate a pensare politically correct, prima che la discriminazione verso chi non prova gli stessi sentimenti verso tutti diventi progressivamente un preoccupazione con la quale fare quotidianamente i conti.

12 agosto 2016

I segreti del santo ribelle


di Andrea Pino

Seicento anni dalla nascita di uno dei santi più amati e, stando ad una ben consolidata tradizione agiografica, anche più temuti della storia del Cattolicesimo, Francesco da Paola (1416-1507). E subito il pensiero corre all’altro Francesco, l’omonimo medievale. Del resto, che vi sia un legame profondo tra queste due sublimi figure è innegabile e non solo perché l’uno ereditò il nome dell’altro. Infatti, i vagiti che il 27 Marzo 1416 ruppero il silenzio della sperduta ed umilissima contrada calabrese in cui vivevano i coniugi Giacomo d’Alessio, detto “Martolilla”, e Vienna da Fuscaldo, furono giudicati come un vero miracolo del santo umbro, cui i neogenitori, ormai in età avanzata, si erano rivolti per chiedere la grazia di un figlio. Di più, il piccolo appena cresciuto fu votato dalla madre a vestire per un anno il saio del Poverello e da adolescente venne condotto, attraverso un lungo pellegrinaggio, sino ad Assisi, in segno di gratitudine. Non è poi un caso che i seguaci dell’eremita della Sila abbiano assunto il significativo nome di Minimi, quasi un’eco del Minores, con cui venivano indicati i figli dello stigmatizzato della Verna. Numerose sono dunque le analogie ed i punti di mistico contatto tra le due insigni personalità, non ultimo il loro vincolo con la terra italiana. Anche se, come ebbe a scrivere Divo Barsotti, l’Assisano (giustamente definito da un celebre detto come “il più santo tra gli italiani ed il più italiano tra i santi”) rappresenta bene il Settentrione mentre il Mezzogiorno che, come anima, storia, cultura e forma di vita costituisce una diversa modalità d’essere Italia, è molto più riconoscibile nel taumaturgo calabrese.

Tuttavia l’aspetto più sorprendente del santo di Paola resta l’assoluta armonia della sua vicenda esistenziale con il monachesimo primitivo: Francesco è come un seme di questo straordinario fenomeno della storia della Chiesa antica, germogliato però in pieno Rinascimento. E stavolta il pensiero corre ad Antonio il grande, la millenaria quercia del monachesimo cristiano, alla cui fresca ombra, come robusti ulivi, tutti gli altri padri sarebbero fioriti. Anzi, tra Antonio e Francesco sembra esserci, nascosto dietro il velo delle loro differenti esistenze e nonostante gli svariati secoli di distanza, un legame molto intimo. L’uno trovò un fertilissimo terreno spirituale nella sabbia ocra del deserto egiziano, l’altro trasse linfa per le proprie radici dalla dura roccia dei selvaggi monti calabresi. Entrambi sperimentarono ogni forma di tentazione demoniaca e furono chiamati a lottare contro spiriti maligni. Antonio ruppe il suo isolamento e soccorse la Chiesa di Alessandria che gli era madre quando la seppe esposta al pericolo dell’eresia ariana. Francesco pose fine alla propria esperienza eremitica quando dalla Sede Romana gli fu richiesto di intraprendere l’inaspettato viaggio che lo avrebbe condotto sin nel cuore d’Europa, alla corte del re di Francia Luigi XI, dove trascorse l’ultimo scorcio della sua vita. Qualcosa dell’infuocato sole orientale, che era stato il più fedele testimone delle altezze a cui Antonio era salito, doveva brillare anche nello sguardo di Francesco. Sguardo che, come assicura il prof. Giovanni Sole, da sempre affascinato dal suo famoso conterraneo tanto da dedicargli non pochi studi nonché l’acuta pellicola Francisco de Paula del ʼ92, aveva qualcosa di fiero e terribile: due pupille ardenti e leonine con una barba ispida e bianchissima dovevano spuntare da sotto il cappuccio bruno.

Ma se Antonio è il santo del fuoco, Francesco è invece quello dell’acqua. Meglio ancora se salata. Quando Pio XII nel 1943, con il breve apostolico Quod Sanctorum Patronatus, lo dichiarò solennemente celeste patrono della gente di mare italiana non fece che ungere con il crisma dell’ufficialità una devozione ormai radicata, addirittura secolare. Essa rimontava già all’epoca del processo di canonizzazione quando alcuni testimoni riferirono l’episodio destinato a divenire il più noto e meraviglioso di cui fu protagonista l’asceta paolano: giunto nei pressi di Reggio, Francesco chiese ad un barcaiolo la carità di essere traghettato in Sicilia e, al rifiuto oppostogli, avrebbe attraversato lo Stretto di Messina valendosi del proprio mantello come zattera. Il racconto di questo prodigio si impresse a tal punto nell’immaginario collettivo tanto da avere una notevole fortuna iconografica e di fatto veicolò il culto dell’eremita negli ambienti marinari di tutta la penisola e oltre. Prove inequivocabili sono offerte dalla penna di Giovanni Verga che, in un drammatico capitolo de I Malavoglia, immagina lo scampato naufragio della Provvidenza, la celebre barca di padron ʼNtoni, grazie all’intervento del santo calabrese che i pescatori di Aci Trezza, disperati, avevano invocato e dalle note per pianoforte di Franz Liszt nella sonata Francesco da Paola cammina sulle acque. Nella religiosità popolare insomma bastò poco perché Francesco affiancasse l’altro grande e ben più antico santo marinaro della Chiesa, anche se legato al mondo greco-bizantino, Nicola di Mira.

Ciononostante il nome dell’anacoreta del profondo sud non riecheggiò solo nel Mediterraneo. Acque ben più vaste e sterminate lo avrebbero udito, quelle dell’Atlantico. Stando infatti alle suggestive ricerche condotte dal prof. Giuseppe Pisano sarebbe innegabile una relazione tra Francesco da Paola e le spedizioni di Cristoforo Colombo (1451-1506) allo scoperta del Nuovo Continente. Come si sa, i due personaggi sono contemporanei ed è altresì accertata la presenza di marinai calabresi nell’equipaggio del grande ammiraglio ligure, un uomo (è bene ricordarlo) religiosissimo, al punto da essere candidato alla beatificazione ai tempi di Leone XIII. Il dato più significativo è però un altro: il primo religioso ad imbarcarsi per l’America al seguito di Colombo fu Bernardo Boyl, un membro dell’ordine dei Minimi, investito dallo stesso Paolano della carica di vicario generale per la Spagna e diplomatico di fiducia dei reali iberici. È facile allora immaginare come Francesco abbia potuto avere un qualche ruolo in quegli eventi. Del resto, pur essendo un eminente contemplativo, egli fu sempre immerso nella sua tormentata epoca e ben consapevole di quanto accadeva nel mondo, soprattutto da quando divenne (suo malgrado) ospite, vita natural durante, della corte d’oltralpe.

Nondimeno questo suo essere presente nella storia è dimostrato da due episodi che ebbero un’amplissima eco e che, guarda caso, sono rievocati più di una volta negli scritti di Colombo: l’eccidio di Otranto del 1480 e la resa di Granada nel 1492. Il primo venne preannunciato con largo anticipo dal santo ed il martirio della gloriosa città salentina costituì l’incipit dell’aggressione islamica all’Europa dopo la tragica caduta di Costantinopoli. Nel secondo, che segnò il compiersi della Reconquista cristiana nella penisola iberica, Francesco fu ancor più protagonista. Si narra infatti come i monarchi cattolici, Ferdinando ed Isabella, stessero per rinunciare all’impresa ma due inviati dell’eremita li spinsero a non desistere. Fu così che il difficile assedio del reame moresco si risolse in un trionfo: cadeva l’ultimo bastione musulmano in terra spagnola ed i Minimi sarebbero stati definiti Frates de la Victoria. Per chiarezza, è bene evidenziare come l’asceta calabrese fosse sì buono e caritatevole ma non era affatto contrario all’idea della crociata, alla pena di morte o alla dottrina della vendetta divina. Nel suo predicare, Dio così com’è somma misericordia è anche somma giustizia. Lo stesso abito adottato dal suo ordine, con la cocolla che copriva le spalle ed il petto, era fatto per richiamare alla mente la corazza del cavaliere medievale e simboleggiare l’eroicità dello spirito. Del resto, non a caso i Minimi furono posti dal fondatore sotto il patronato dell’arcangelo Michele, il principe delle milizie celesti che, stando alle agiografie, mostrò al santo quello che sarebbe divenuto il suo emblema: uno scudo luminoso su cui era incisa la parola Charitas disposta su tre righe, quasi a voler richiamare il dogma trinitario.

L’esserci di Francesco nelle vicende europee continuò comunque ben oltre la morte, avvenuta a Tours il Venerdì Santo del 1507. A concedergli l’aureola, ad appena dodici anni dal transito, fu Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico, sotto il cui pontificato ebbe inizio lo scisma luterano. E furono proprio i protestanti francesi a compiere un vergognoso attentato alla presenza spirituale dell’asceta, profanandone il sepolcro e dandolo alle fiamme. Così andò perduto un inestimabile tesoro affettivo per i devoti che tuttavia, a sei secoli di distanza, restano certi che nulla, nemmeno questo infausto episodio, possa scalfire la tempra del santo terribile.   
 

11 agosto 2016

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: San Domenico di Guzman, Santa Sabina e l'arancio (Parte V)


di Alfredo Incollingo

A Roma vi è un'isola di quiete, un luogo isolato nel caos cittadino. Qui è possibile ristorare il proprio animo dai veleni della civiltà moderna e vivere attimi di profonda meditazione religiosa.  E' l'Aventino, un Eden ritrovato, l'ultima isola felice e silenziosa nella baraonda moderna. Le tante chiese lo costellano marcano il suo essere un colle sacro, devoto e da secoli considerato un luogo perfetto per la contemplazione.
Una delle chiese aventiniane più antiche è la paleocristiana Santa Sabina, la meglio conservata del suo genere nonostante i lavori di restauro subiti nei secoli. La sua memoria è legata alla martire Santa Sabina (II secolo d.c.), cui è dedicata la chiesa, e a San Domenico di Guzman: non è un caso infatti se essa ospita la casa generalizia dell'Ordine dei Frati Predicatori.

Il santo spagnolo risiedette qui nel suo soggiorno romano e Papa Onorio III, dopo aver approvato nel 1216 il suo ordine monastico, gli affidò la gestione del complesso. La sua santità era già nota quando era ancora in vita e qualcuno mal sopportava questa aura. Satana stesso si presentò al cospetto del santo e fece di tutto per provocarlo e per distrarlo dalla preghiera. Questi era intento a pregare sulla tomba di alcuni martiri, all'interno della chiesa, e la sua indifferenza fece ancor di più innervosire il Maligno, il quale, in un impeto di rabbia, scaglio contro San Domenico una pietra nera di forma ovale. La evitò e andò a spezzare la lastra di marmo tombale. Oggi la pietra (Lapis diaboli) è conservata su un piedistallo a lato della porta principale d'ingresso.

Sempre San Domenico è il protagonista di un'altra storia in Santa Sabina. Nel cortile interno vi è un arancio secolare, il primo, secondo la tradizione, portato in Italia e il progenitore di tutte le piante diffuse nella Penisola. Il vicino Giardino degli Aranci possiede i primi esemplari che nacquero dai primi semi dell'albero miracoloso.
Si tratterebbe proprio di un miracolo, perché la pianta ha sempre prodotto frutto, senza mai ammalarsi e seccarsi. Fu San Domenico che dalla Spagna portò in Italia, a Roma, il primo seme d'arancio e la longevità della pianta sarebbe ampiamente dovuta alla santità del suo trasportatore.

Naturalmente l'Aventino non è solo Santa Sabina, per questo i nostro viaggio riprenderà per conoscere le altre meraviglie dell'arte e della fede che il colle ci offre.

10 agosto 2016

"Cicciottelle" no, "ciccioni" sì. E "froci"?


di Giuliano Guzzo

Si è conclusa con il licenziamento del direttore, la polemica divampata dopo che Il Resto del Carlino aveva confezionato un titolo di quelli che non passano inosservati («Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo olimpico») per commentare la quasi impresa delle nostre atlete olimpiche del tiro con l’arco. Al di là della scelta dell’editore Andrea Riffeser Monti – che a molti sembrerà sacrosanta –, non si può tuttavia non leggere, in particolare nell’indignazione del popolo della Rete, che non aspettava altro che vedere rotolare una testa, una buona dose di ipocrisia. Suvvia: chi, quanti dei furiosi per quel titolo, fino a ieri conoscevano Guendalina Sartori, Claudia Mandia, e Lucilla Boari? E quanti, soprattutto, sarebbero disposti a indicare la loro come una forma fisica esemplare?

Attenzione: qui non si vuole ridimensionare la gravità del titolaccio né la sua insensatezza (da quando la bilancia ha a che vedere col tiro con l’arco?). Quello su cui vuole porre l’accento è che probabilmente, fra i neoavvocati delle nostre atlete, non solo molti si sono attivati più o meno a sproposito o per mera tendenza tribunizia, ma in palese e totale incoerenza con l’atteggiamento divertito riservato a battute sulla forma fisica ieri dei Ronaldo oggi degli Higuaín (la sua panzetta sta facendo sbellicare il web senza, mi pare, che i guardiani della moralità fiàtino), per stare allo sport, o dei Giuliano Ferrara o dei Mario Adinolfi. Cos’è: le donne sovrappeso godono di una immunità particolare? Un «grassone» detto ad un maschio è satira mentre quel «cicciottelle» è il termine più cattivo al mondo? Non capisco e temo siano in molti a non capire questo strabismo.

A scanso d’equivoci ribadisco che lo scopo di queste poche righe non è assolvere o condannare qualcuno, ma solo di criticare qualcosa, e cioè un atteggiamento imperdonabilmente equivoco tale per cui sarebbero il sesso e/o l’appartenenza politica di un soggetto a decretarne o meno la possibilità di sfotterlo; e pregherei tutti quanti di non arrampicarsi sugli specchi perché le cose stanno esattamente così. Il che è molto grave non soltanto perché mette in evidenza come non si stia capendo il rilievo sociale di quella che potremmo chiamare «obesofobia» – fenomeno ripugnante e, anche se nessuno ne parla, molto più esteso e grave dell’«omofobia» –, ma soprattutto perché fa capire come non si sia ancora compreso appieno il significato del termine rispetto. Un rispetto che o tutela tutti da ironie escrementizie e ginnasiali, oppure non è. Tertium non datur.

https://giulianoguzzo.com/2016/08/09/cicciottelle-ciccioni-e-dintorni/


Il paradosso genitale


di Francesco Filipazzi

Poligamia e poliamore: il paradosso genitale

Leggendo il Corriere della Sera, ultimamente si rischia di imbattersi in articoli piuttosto insensati riguardo etica e diritti civili. E' il caso ad esempio dell'odierno "La poligamia non può essere un diritto civile in Italia" di Luigi Manconi, nel quale viene scritto che la poligamia proposta da Hamza Piccardo non è accettabile sotto ogni profilo, perché cozza con la "morale occidentale". Siamo convinti che la lettura dell'articolo indurrà grasse risate nei nostri lettori, poiché le motivazioni che vengono addotte per porre la poligamia al di fuori della "morale occidentale" di fatto pongono al di fuori anche i matrimoni gay, l'utero in affitto e tutta un'altra serie di "diritti civili". Ma l'editorialista evidentemente non se ne accorge. In un primo momento, l'articolo parte dal presupposto che la poligamia sia solo quella di un uomo con molte donne e quindi ciò induca in uno stato di sottomissione il sesso debole. Nel caso di una donna con molti uomini sarebbe comunque sottomissione degli uomini. Quindi poiché una persona non può essere sottomessa ad un'altra persona, apprendiamo che esiste un "principio che non consente il lavoro schiavistico o il commercio degli organi o ogni altra forma di degradazione della dignità personale, anche qualora vi fosse il consenso dei diretti interessati". Non sappiamo se l'editorialista sia d'accordo con la pratica dell'utero in affitto, però le motivazioni che adduce sono le stesse di molti paladini dei diritti civili che sono favorevoli. Dunque, ci chiediamo, quando i ricchi occidentali affittano l'utero di una povera thailandese o ucraina, si rientra nella casistica dello schiavismo o del commercio di organi? E su che base una donna che vuole volontariamente far parte di un harem non potrebbe, mentre una che affitta l'utero a degli sconosciuti sì? Il massimo del ridicolo però si tocca quando viene messa in dubbio l'affermazione di Hamza: "non si capisce perché una relazione tra adulti edotti e consenzienti possa essere vietata, di più, stigmatizzata, di più, aborrita". Che ridere. Un'antica frase dice "si è sempre il Mossad di qualcun altro", in questo caso "si è sempre l'intollerante di qualcun altro". In questo caso i paladini dei diritti civili sono stati colti in fallo. Love is Love solo quando decidono loro.

Il paradosso genitale e il matrimonio a catena

Ebbene, coloro che nel passato hanno vagheggiato il poliamore, oggi vanno in tilt per la poligamia. Dunque se in Canada due o tre uomini vanno a vivere con due o tre donne, non si può dire che è un orgione riconosciuto dallo stato, ma poliamore. Dunque, ci chiediamo. Se venisse fatta una legge sul poliamore, un uomo potrebbe convivere con tante donne, che magari sono bisessuali o lesbiche? Siamo davvero così maschilisti da non cogliere la bellezza di una donna che vive con un marito e tre mogli? Siamo sconvolti dalla paradossale impostazione mentale di questi che pongono sempre il pene al centro di ogni rapporto umano, mentre invece magari esso è solo un contorno. E' un paradosso genitale. Peraltro ci chiediamo su che base, se ad esempio Luca sposasse Anna e poi Lucia, Anna e Lucia non sarebbero poi fra loro mogli? Non si capisce perché non ci possa essere una proprietà transitiva. Un matrimonio a catena. Luca sposa Anna e Lucia. Anna sposa Giovanna e Marco. Lucia sposa Aldo e Vladimir. Dunque Vladimir è marito anche di Luca, Anna, Giovanna e Marco. E se Anna divorzia da Giovanna deve chiedere il consenso a tutti gli altri, altrimenti è divorzio non consensuale e deve dare gli alimenti a tutti. Questa sì che sarebbe una bella riforma del matrimonio. Il matrimonio di massa. Sia ben chiaro, non deve essere la comune orgiastica, ma tutto deve essere regolamentato secondo un contratto firmato di fronte al sindaco. Tutti pagano gli alimenti a tutti. Love is Love.

09 agosto 2016

L'Eulero di Agnoli

di Enrico Maria Romano
Non c’è più bisogno di presentare ai lettori attenti la figura di Francesco Agnoli vista la sua poliedrica e diuturna attività intellettuale, in difesa della ragione e della fede. Studioso cattolico di ampi e variegatissimi interessi (come la storia, le scienze naturali, la politica, la filosofia, la letteratura e la cultura in tutti i suoi aspetti), giornalista sia sulla carta stampata che sul web, sulle onde radiofoniche e in tv, il Nostro spicca per l’opera di intelligente e metodica divulgazione scientifica, con uno sguardo di fondo al rapporto centrale tra fede e ragione, scienza ed epistemologia. Questo nesso imprescindibile e direi insuperabile – poiché interno alla ragione stessa che in virtù delle sue proprie forze scopre l’esistenza di un Limite superiore invalicabile – viene messo in luce attraverso la riproposizione di una lunga serie di figure storiche, autorevoli per i meriti scientifici acquisiti, ma trascurate nella loro propensione spirituale.

Sotto questo punto di vista, Agnoli ha già indagato, in modo sistematico, i grandi nomi di Roberto Grossatesta, Stenone, Wallace, Lemaître, Einstein (cf. F. Agnoli, Filosofia, religione, politica in Albert Einstein, ESD, Bologna, 2015) ed ora il matematico del Settecento Leonardo Eulero (cf. Francesco Agnoli, Leonardo Eulero, il matematico dell’età illuminista, Cantagalli, Siena, 2016, pp. 98. € 8).

Il lavoro fin qui prodotto dallo studioso trentino è così sostanzioso e promettente che c’è da augurarsi una lunga e feconda vita intellettuale al Nostro, stimato a livello ecclesiale fino ai più alti ranghi, ma temuto e combattuto dalla cricca del laicismo italico, quella cricca che ha in Repubblica più che un quotidiano di riferimento una Bibbia (fallace) e uno stendardo.

Non si tratta di elogiare oltre modo un grande amico e un apologeta hors pair come il professor Agnoli (di cui riusciamo a scorgere anche dei limiti, per esempio nella visione esageratamente critica e troppo univoca nell’approccio ai vari e irriducibilmente diversi totalitarismi del Novecento); si tratta però di notare che nella cultura italiana ed europea di oggi, forse più che un Einstein cattolico o un nuovo Eulero, un Pascal redivivo o un super Gödel (con una nuovissima e imparabile dimostrazione dell’esistenza divina), solo per citare alcuni miti agnoliani, servirebbero tanti piccoli Agnoli, diffusi per ogni dove, onde aiutare i poveri lettori che noi siamo a riscoprire tutto un passato storico-scientifico volutamente e perfettamente nascostoci dall’intellighenzia fin dai banchi di scuola.

Quale infatti tra i migliori liceali di oggi, e tra gli stessi studenti universitari d’Occidente, sa che Voltaire commerciava schiavi africani, che Rousseau abbandonò i figli, mentre Newton studiava e commentava la Scrittura ed Eulero definiva “verità indubitabile” (p. 29) la resurrezione di Cristo? Quale matematico in erba sa che Kurt Gödel (1906-1978) il più grande logico del Novecento e forse di tutti i tempi era di destra e si poneva in modo assai critico verso la modernità e i suoi dogmi materialisti? O che Alexander Grothendieck (1928-2014) scrisse dei Dialoghi con il buon Dio? Studiando la letteratura italiana da Dante a Manzoni è difficile celare del tutto l’importanza della teologia cattolica, ma nel paradigma scientista attuale è possibile fare una storia della scienza omettendo meticolosamente i criteri con cui molti grandissimi scienziati furono indotti a studiare la natura e l’universo (a partire dallo stesso Galileo considerato il fondatore del metodo scientifico).
Ma anche le prove dell’esistenza di Dio escogitate da Cartesio (che andò in pellegrinaggio a Loreto poiché credeva nel volo della casa di Maria in Italia) o da Kant, Leibniz e Rosmini, come di gran parte della filosofia moderna, sono sempre più confinate a temi marginali del percorso formativo e scolastico di oggi.

La riproposta della figura dello svizzero Eulero (1707-1783) serve dunque mirabilmente alla continuazione dell’apologetica scientifica di Agnoli. Eulero fu un vero apostolo della scienza nel XVIII secolo, e grazie alla sua poliedrica genialità, “fondò la meccanica dei continui, promosse la balistica, la cartografia, la diottrica, la teoria dell’elasticità, l’idraulica, l’idrodinamica, la teoria della musica, la teoria dei numeri, l’ottica e la teoria delle navi” (p. 6), ma fu altresì un credente convinto e sereno nella sua vita di fede.

Come scrive Agnoli, “il suo nome, solitamente affiancato in ogni storia della matematica ai massimi di sempre (Archimede, Newton, Gauss, Cauchy…), è noto a tutti ancora oggi per i punti di Eulero, la relazione di Eulero, la congettura di Eulero, gli angoli di Eulero, il numero di Eulero, i teoremi di Eulero, la formula di Eulero, il diagramma di Eulero-Venn, le equazioni di Eulero…” (p. 5).
Addirittura, l’opera di Eulero, secondo certi studiosi “comprende all’incirca un terzo di tutte le ricerche di matematica, fisica teorica ed ingegneria meccanica pubblicate dal 1726 al 1800” (p. 5)
Membro delle accademie scientifiche di Londra, Parigi, Torino, Lisbona e Pietroburgo, insegnò lungamente ed operò in Russia e in Germania, sempre mantenendo riserbo e profonda umiltà, proprio mentre gli ‘scienziati’ dell’illuminismo – che fu una vera auto-limitazione dell’intelligenza – si vantavano per ogni minima invenzione e scoperta di pubblica utilità (come la ghigliottina).

Acerrimo nemico del contemporaneo Voltaire (1694-1778), il cui mito è ora definitivamente infranto (grazie alle opere definitive di Xavier Martin), Eulero ebbe 13 figli e molti nipoti a cui insegnò personalmente le grandi verità della vita, della conoscenza umana e della virtù.
Tra i suoi tanti scritti va menzionato il “Saggio di una difesa della Divina Rivelazione, tradotto dall’idioma tedesco, coll’aggiunta dell’esame dell’argomento dedotto dall’abbreviamento dell’Anno Solare e Planetario”, pubblicato a Pavia nel 1777 e ora ripubblicato nuovamente da Agnoli come appendice e conclusione della sua introduzione ad Eulero (alle pagine 55-92 del libro).
Si tratta di un documento eccezionale poiché scritto da un autore di intelligenza eccezionale. Un saggio apologetico redatto da uno scienziato di primo livello che documenta da sé, contro la vulgata neo-cattolica presente, quanto scienza e apologetica possano coesistere. Un testo poi a priori degno di nota anche per il fatto che, guarda caso, dal 1777 ad oggi nessuno, almeno in Italia (salvo meliori judicio) aveva mai avuto la briga di ristampare, neppure durante lo scientifico (ed archeologico) Novecento.Si tratta di un trattatello in 53 paragrafi brevi che ricorda da vicino le operette apologetiche sette-ottocentesche, fondate sulla tradizione filosofica occidentale e ispirate al classico pensiero cattolico tomista, seppur con alcune originalità. A suo modo è un piccolo capolavoro e vale di per se l’acquisto del libro.

Secondo Eulero la vera felicità, asse portante del trattato, consiste nella perfezione dell’intelletto e della volontà (paragrafo 1). La perfezione dell’intelletto sta “nella cognizione della Verità, d’onde la cognizione del Bene immediatamente deriva” (par. 2). La perfezione massima dell’intelletto consiste “in una perfetta cognizione di Dio e delle Opere sue” (par. 3). Nessuno però conosce perfettamente Dio e lo si conosce “secondo la misura della cognizione accordata” da Dio stesso (par. 17). L’altra facoltà umana primaria è la volontà ed essa è tenuta a fare il bene, ovvero a seguire i precetti della “Legge Naturale” (par. 5). “L’osservanza di questi doveri è (…) oltre modo necessaria al conseguimento della felicità umana, e l’omissione de’ medesimi, e la trasgressione della Legge le è in sommo grado contraria” (par. 6). L’uomo di ciò consapevole dovrebbe fare ogni sforzo per amare la Legge di Dio ed adempierla “con piacere” (par. 7). Nella sottomissione alla benefica volontà divina sta il bene e “in ciò unicamente consiste la vera quiete dell’Anima, nella quale non solo i Cristiani, ma molti ancora dei Filosofi Pagani il Sommo Bene collocarono” (par. 10). La conoscenza di Dio e della sua Legge è più facile che l’assoggettamento della propria volontà alla Volontà celeste (par. 11-12). Più si conosce, più si è obbligati, meno si conosce, meno si è tenuti ad osservare (par. 13). Spesso però le persone più intelligenti e avanzate nella conoscenza di Dio sono le più lontane da Lui e le persone più semplici lo seguono di più e meglio (par. 14). Ciò perché le passioni sviano l’uomo dal suo fine. Come si vede con “i così detti Spiriti Forti” (par. 15), chiamati anche “Liberi Pensatori” (par. 40), da riferirsi ovviamente ai philosophes dell’illuminismo come Voltaire, Condorcet, Robespierre, Marat, etc.
D’altra parte contro le illazioni indebite degli Spiriti Forti, da cui è derivato il pensiero debole, “O si dà una Rivelazione Divina, o non si dà” (par. 19). Essa, se esiste, “ha per scopo la vera Felicità degli Uomini” (par. 20). Nella Bibbia poi troviamo i segni della Rivelazione in modo così chiaro “che della divina sua origine non possiamo (…) dubitare” (par. 23).
Forse è proprio per questo che i neo-cattolici del modernismo fanno di tutto per sabotare la Scrittura, giudicata falsa, fallace, anti storica, zeppa di errori scientifici, moralista, inutile a meno che non sia letta in modo da “aggiornarne” i contenuti…

“Ma per quanto evidenti sieno e incontrastabili tutti questi argomenti (…) non è però da aspettarsi, che la fazione de’ Libertini e Dileggiatori della Religione sia mai per ritirarsi dal suo stolto disegno. Che anzi la Divina Scrittura ci assicura, che l’inconsideratezza di costoro, particolarmente nella fine de’ tempi, diventerà sempre maggiore e più universale: e questo stesso esatto adempimento di siffatta Profezia non poco contribuisce a confermare la divinità della Bibbia. Frattanto noi desideriamo di cuore, che queste riflessioni riconducano sul buon sentiero molti non per anco troppo corrotti, che per le subornazioni di quei miserabili si sono lasciati incautamente sedurre” (par. 53).

08 agosto 2016

A Pomposa risuona ancora la musica del Medioevo

di Paolo Maria Filipazzi

Fra i tesori artistici poco conosciuti della nostra penisola, non può non avere una menzione l’Abbazia di Pomposa, situata nell’attuale comune di Codigoro, in provincia di Ferrara.
Costruita fra il 751 e l’874, fu elevata da Ottone III ad abbazia reale, ed il suo abate, col titolo di Principe del Sacro Romano Impero, esercitò da quel momento il potere civile sul territorio circostante.
L’abate più importante fu sicuramente San Guido, morto nel 1046. Fu sotto la sua gestione che visse ed operò nell’abbazia il monaco Guido d’Arezzo. Quest’ultimo, insegnante di musica, notando le difficoltà dei monaci ad intonare i canti, ideò, come strumento di aiuto, il sistema di notazione musicale ancora oggi in uso, fissando i nomi delle note ed inventando il tetragramma, antenato del moderno pentagramma. Fu, insomma, fra le mura di quest’antica abbazia nella campagna ferrarese che nacque la musica come noi la conosciamo.
Pregevoli gli affreschi, fra cui un enorme Cristo trionfante nell’abside ed un affresco del Giudizio Universale sopra al portone d’ingresso, in modo che i fedeli, uscendo, potessero osservarlo a titolo di monito, secondo un criterio in uso in moltissimi edifici di culto medievali.
Fra le altre cose da segnalare va sicuramente citato il presbiterio sopraelevato, cui il sacerdote accede da una scalinata, alla “vecchia maniera”: dopo la riforma liturgica negli anni ’70 del secolo passato sono stati per la gran parte abbattuti, e quelli sopravvissuti sono vere e proprie vestigia del passato da conservare.
Per arrivare all’abbazia si deve attraversare un ponte in perfetto stile tardo romano: in realtà è del 1925, ma all’epoca della costruzione si optò per uno stile che rispettasse le caratteristiche generali del luogo. Anche questo è da segnalare in un’epoca in cui gli architetti deturpano la bellezza di luoghi da fiaba con l’innesto di strutture “moderne” ed “innovative”, in realtà vere e proprie forme di violenza contro l’identità dei siti.

San Domenico di Guzman un santo contro gli eretici

di Alfredo Incollingo
Probabilmente senza San Domenico di Guzman la Chiesa Cattolica avrebbe riportato risultati di poco conto nell'arginare la diffusione del catarismo e dell'eresia valdese. Il suo nome si lega indissolubilmente all'arte della predicazione, non solo per fare esegesi evangelica, ma soprattutto per evangelizzare la popolazione che era stata sedotta dalle parole fascinose degli eresiarchi. San Domenico di Guzman è il fondatore dell'Ordine dei Frati Predicatori, monaci legati dal voto di castità e di povertà e votati allo studio e ad una ampia formazione intellettuale atta a sfidare e battere gli eretici.

Partiamo dall'inizio, dalle origini di Domenico. Nacque nel 1170 probabilmente a Caleregua in un'agiata famiglia spagnola. Naturalmente i rampolli dei nobili casati avevano a disposizione una schiera di precettori che li educavano alla vita e alla cultura. Si dimostrò brillante negli studi e questo motivò i genitori nell'inviarlo presso l'università di Palencia dove continuò il suo apprendimento delle arti liberali. Parlare brevemente del suo percorso formativo è per noi importante perché San Domenico comprese che il terreno perfetto per sfidare e battere gli eresiarchi era quello culturale. Da ciò derivò l'impronta intellettuale dei suoi confratelli inviati a studiare nelle principali università europee e poi dispersi in tutta la cristianità per preservare l'ortodossia.

La tradizione popolare ricorda un Domenico umile e caritatevole, tanto da vendere tutti i suoi beni per aiutare i poveri durante la carestia che colpì la regione nel 1191. Terminati gli studi, seguì la sua vocazione religiosa, venendo consacrato sacerdote nella cattedrale di Osma. Qui conobbe Diego d'Acebo, riformatore agostiniano, che diverrà un suo stretto collaboratore negli anni della lotta al catarismo. Diego venne eletto vescovo e Domenico assunse il ruolo di assistente e con tali incarichi furono inviati in missione diplomatica in Danimarca. Bisogna ricordare che le regioni del Nord Europa erano ancora poco evangelizzate. Il soggiorno in quelle terre stimolò lo spirito apostolico del sacerdote, il quale una volta tornato in Spagna, recatosi a Roma, chiese il permesso di andare nell'est Europeo per convertire i pagani rimasti. Papa Innocenzo III, notando il suo ardore e la sua alta retorica, decise invece di inviarlo nella Francia meridionale, in Linguadoca, per arginare la diffusione dell'eresia catara.

Fu in questi anni che San Domenico si distinse per il suo animo sempre propenso a verificare e a confermare le Verità di Fede, in dibattici pubblici che mettevano alla berlina le argomentazione catare. Riuscì ad allontanare dall'eresia migliaia di persone e alcune di esse, tra cui molte donne, furono riunite in comunità religiose, i primi monasteri domenicani (non ancora ufficiali). Fece proseliti anche nella predicazione: una decina di compagni lo seguivano e predicavano nelle piazze e nei luoghi pubblici, aiutandolo nella sua missione.

Si stabilì a Tolosa e da qui organizzò gli spostamenti dei suoi sottoposti in Linguadoca, collaborando intensamente anche con il vescovo locale nel sedare il catarismo. La crociata del 1209 diede il colpo di grazia all'eresia tra massacri e violenze che furono ampiamente criticate da San Domenico. Era ormai convinto che l'eresia potesse essere stroncata con una crociata non violenta, con il lavoro intellettuale che avrebbe meglio mostrato la fallacia delle argomentazioni eretiche. Il suo impegno fu premiato da Dio e dalla Vergine Maria nel 1212 quando, pregandola nella cattedrale di Tolosa, ricevette dalla Madonna il Rosario, lo strumento migliore per combattere l'eresia. Da allora è considerato un arma divina per allontanare il Maligno e i dubbi.

Ormai, certo della sua vocazione, si accinse a fondare un nuovo ordine monastico dedito alla predicazione, non dimenticando la vita contemplativa e caritativa. Nel 1216 Papa Onorio III approvò il nuovo ordine, che riprendeva la Regola agostiniana, con clausole adatte agli scopi della nuova famiglia religiosa. I confratelli, i domenicani, erano legati dal voto di castità e di povertà, senza dimenticare l'altro pilastro, lo studio. I primi confratelli di Domenico furono inviati a Parigi, per esempio, per apprendere la teologia e lo scibile umano e così ribattere al meglio ai dissacratori della Chiesa. L'ordine si diffuse in tutta Europa e successivamente al di fuori del continente.

San Domenico aveva dato vita ad una comunità intrepida e carismatica che contribuirà a riformare la Chiesa nei momenti più difficili. Morì a Bologna il 6 agosto del 1221. Venne canonizzato da Papa Gregorio IX nel 1234 e nel Martirologo Romano lo si celebra l'otto agosto.