25 febbraio 2018

L'ibrido uomo-pecora e l'Anticristo

di Francesco Filipazzi
L'articolo seguente nasce dall'ascolto casuale di una trasmissione radiofonica. 

Ascoltando la radio, capita di sentire telefonate di ascoltatori, spesso istruiti e informati, che discutono dei più disparti argomenti.
In occasione della clonazione di una scimmia in Cina, accompagnata da una "dolcissima" foto dei due cloni appena nati ed impauriti, si è instaurato un dibattito surreale riguardo i destini dell'uomo, rinverdito successivamente dalla notizia della creazione di un "embrione uomo-pecora". Da queste telefonate si capisce come ormai "il popolo" abbia interiorizzato buona parte dei dogmi della religione dell'Anticristo, il culto di riferimento della modernità.
Ricordiamo che l'Anticristo non è un mostro con le corna, ma è tutto ciò che si pone come negazione di Cristo e della creazione. 

Organi umani da embrioni ibridi? 
Già di per sé, il fine dichiarato di questi esperimenti sembrerebbe aberrante, in quanto l'idea di base è quella di creare "pezzi di ricambio" per i malati, facendoli sviluppare nei corpi di individui ibridi. La creazione di queste parti anatomiche prevederebbe infatti la creazione di embrioni mostruosi, contenenti DNA umano.
La natura dell'uomo viene quindi contaminata, ibridata, resa uno strumento per qualcosa di orribile. Questi embrioni, quanto saranno uomini e quanto saranno animali? Non basta una minima percentuale di componente umana per poter dire che si sta giocando con la stessa vita umana? La mitologia offre varie figure di mostri con caratteri provenienti da più specie (sfingi, chimere...) ma sono appunto mostri. Tant'è che lo sviluppo del suddetto embrione uomo-pecora (come accaduto con l'embrione uomo-maiale), per disposizione delle autorità, è stato bloccato dopo un periodo definito, per evitare che si sviluppasse ulteriormente e qualcuno si accorgesse di ciò che davvero effettiamente è venuto fuori dalle provette. La visione è apocalittica ed è spaventoso pensare a cosa realmente potrebbe essere già presente nei laboratori di tutto il mondo.

Sconfiggere la morte? 
Una delle idee diffuse fra i radio ascoltatori di cui sopra, è quella riguardante la sconfitta della morte. Secondo molti "uomini della strada", grazie alla sostituzione controllata di organi prodotti con embrioni ibridi, contenenti DNA del ricevente, si potrebbe prolungare la vita di ogni individuo all'infinito. Un ascoltatore, a proposito della clonazione tout court (quindi non coinvolgendo ibridi), propone di creare corpi interi, perfettamente identici al proprio corpo in giovane età, congelarli e, alla bisogna, trapiantarci dentro il cervello, in modo da tornare ciclicamente giovani. Il lettore penserà ad una esagerazione, però questa idea non è stata scartata da nessuno, durante l'ascolto dei vari interventi in oggetto. In generale, per concludere, l'idea di fondo, che si è fatta strada in una parte importante della popolazione, non è relativa alla cura di una singola malattia o il trapianto di un organo preciso, ma la perpetuazione di sé stessi fino a data da destinarsi, rompendo definitivamente il legame fra l'uomo e la natura umana. L'uomo moderno d'altronde teme la morte, perché non ha la coscienza a posto.

Un nuovo salto evolutivo? 
Un altro ascoltatore, dal linguaggio forbito, propone la seguente tesi. "Esiste l'evoluzione e l'uomo si è già evoluto in passato. Questi esperimenti sono il prodromo ad un nuovo salto evolutivo, solo che oggi è l'uomo, padrone di sé stesso, a decidere di evolversi". Qui siamo di fronte ad un passaggio ulteriore nella scoperta di quella che, in modo non certo improprio, definiamo la religione dell'Anticristo. L'uomo diventa padrone della definizione della natura umana stessa e quindi può decidere di ridefinirla come e quando vuole.

Appare chiaro che il risultato delle suddette tesi non potrà portare ad un esito positivo per l'umanità. Sembra che lo scientismo abbia lanciato una macchina da corsa, a velocità folle, con a bordo un guidatore ubriaco e drogato. L'esito sarà un grave incidente.


 

Conclusione. Il perchè del viaggio romano

di Alfredo Incollingo
Abbiamo raccontato in settantasette episodi la Roma cristiana per far conoscere ai nostri lettori la storia, le leggende e i personaggi che nei secoli hanno animato la città santa della cristianità. Non si è trattato di un lavoro facile, dovendo argomentare e fornire dati certi su quanto narravamo. Eppure lo abbiamo fatto. Poche rubriche hanno raggiunto una tale ampiezza e ci sarebbe stato ancora molto da raccontare. Lasciamo al lettore questo compito, perché scoprire da soli la bellezza e la santità di Roma è un modo originale e suggestivo di riscoprire i fondamenti della nostra fede. 

Per chi scrive, non si è trattato di un semplice esercizio di stile o di erudizione, ma una prova nell'indagare una tradizione, quella romana, antichissima e ricca di fatti. Ho cercato di far emergere il sostrato sovrannaturale che ha animato nei secoli l'idea di Roma, perché la fede cattolica non è un qualcosa di astratto, ma è concreta e si incarna nelle chiese e nelle opere d'arte romane.

Concludendo questa rubrica, si spera che ogni singolo episodio abbia stimolato la curiosità del lettore a ricercare e ad approfondire la storia di Roma. Magari, se verrà in città, potrà far uso prezioso dei nostri racconti.

Il viaggio però non si conclude. Nei prossimi tempi ci sposteremo in un'altra zona della nostra bella Italia. State connessi.
 

24 febbraio 2018

L'embrione dell'uomo che si fa pecora

di Giuliano Guzzo
L’entusiasmo con cui è stata diffusa ed accolta, ieri, la notizia della «creazione dell’embrione ibrido pecora-uomo» sottolinea un problema non scientifico ma sociale drammaticamente sottovalutato: l’esistenza dell’uomo-pecora che dal centro del gregge, ove imperturbabile si trova, senza fiatare si beve ogni cosa.

Magari pure ringraziando. Diversamente, se gli uomini-pecore non esistessero e se a turno non fossimo tutti, in fondo, un po’ tali, la presunta svolta epocale ci sarebbe stata presentata con toni assai più cauti. Anzitutto perché non è stato «creato» proprio un bel nulla (in laboratorio mica si crea, surrogando Dio, ma si produce: totalmente diverso). In secondo luogo perché quello strombazzato non è, al momento, neppure uno studio scientifico (ma un’anticipazione di una comunicazione a congressi: anche qui, qualcosa di decisamente diverso).

Infine, perché prima di brindare a una nuova frontiera per i trapianti sarebbe opportuno andarci cauti (soprattutto perché, con una cellula umana insieme a una animale, non si risolve il problema del rigetto). Ciononostante, c’è chi ha sentenziato: «Rassegniamoci, la natura umana non è niente di speciale nell’universo». Chiaro a che pro il giubilo per l’ibrido pecora-uomo? Per promuovere l’uomo-pecora, che ritiene di non essere «niente di speciale» – o, se pensa di esserlo, dimentica di essere unico -; che non crede alla religione in quanto vecchia ma venera Scienza e Progresso in quanto nuovi; che mengelianamente non pone limiti alla ricerca senza rendersi conto che, così, non aumenta il sapere ma solo la sudditanza alla Tecnica di un’umanità che, anziché retta da solidarietà, rischia di finire sottoposta a standard.

 

Dio preferisce la premier

IL FOOTBALL DEL VECCHIO CONTINENTE COME PIACE ALLA TRADIZIONE 
Anastasia Bryzgalova
di Matteo Donadoni
Sono capaci tutti di innamorarsi di Anastasia Bryzgalova. Solo che il tempo è tiranno - oltre a non essere effettivo - per cui non si fa in tempo ad infatuarsi del curling, che subito i soliti giacobini antirussi ti rovinano il romanticismo sportivo con una gretta storia di doping (doping nel curling?!). Così alla serietà subentra, prepotente come una vodka di troppo, un’ilarità idiota che porta al disgusto. Grande amico e compagno fedele, il disgusto farebbe rinsavire anche un fedifrago, se lo provasse. Così, con gli occhi lucidi un po’ per la bellezza della ragazza, un po’ per il freddo e un po’ per l’alcool, torniamo al gioco più bello del mondo: il football.

WIGAN – Cominciamo con l’evento calcistico più notevole della settimana. Ecco a voi le allucinanti statistiche di Wigan - Manchester City di FA Cup, la coppa che gli Inglesi amano e tutti gli altri invidiano:

Possesso: 17% - 83%
Passaggi: 183 - 845
Tiri : 4 - 27
Finale: 1 – 0

Conclusione: ora, so che molti diranno che è un caso, che siamo i soliti beceri oscurantisti nemici del calcio moderno. Ma questo è il bello del vero football inglese: puoi chiamarti Guardiola e decidere che si gioca meglio quando il centrale si sovrappone al terzino in fascia, e che se David Silva riceve il pallone al limite dell’area avversaria lo deve scaricare fuori anziché concludere, ma non è detto che i tuoi barbosissimi 845 passaggi di media fruttino di più dei due passaggi verticali (con fallo subito e ignorato per vantaggio) in fascia per un Griggs che non ci pensa due volte. Le cose facili a volte…il genio semplifica.


LONDRA – Willian, Willian, Willian: due pali e un goal. Il Chelsea di Antonio Conte e del calcio verticale avrebbe meritato la vittoria contro il Barcellona del tener palla finché la nonna non si addormenta, ma purtroppo un’ingenuità di Christensen ha dato occasione a Messi di pareggiare e ai giornalisti italiani di farci dei sughi metafisici per ore, lamentandosi del fatto che purtroppo esistono al mondo ancora delle sacche di resistenza al calcio splendido e progressivo del tiqui-taca. Rassegnatevi. Non ci arrenderemo mai.

KHARKIV - La AsRoma ha giocato a Kharkiv, presso lo Stadio Metalist e non a Donetsk a causa della guerra - per la cronaca la rivista Forbes ha calcolato che dallo scoppio della guerra del Donbass il patron dello Shakhtar Donetsk Rinat Akhmetov abbia perso circa 10 miliardi di dollari – dove la selezione oro&porpora contro i Metallici ha prodotto 50 minuti di bel calcio (corti, compatti e pressing alto) fino al vantaggio del solito ragazzino della Lidia, tanto che stavo per titolare “Ünder is coming”. Purtroppo però nel secondo tempo si è rivista la vecchia squadra stanca e pasticciona, con idee più confuse di quelle dell’ultimo Blatter. Se il pareggio dei “Brasiliani sul ghiaccio” è da imputarsi più che altro al virus intestinale di Florenzi, la partita si è poi messa talmente male che un risultato più pesante è stato evitato unicamente dai soliti miracoli di Becker, il quale si appresta a diventare il portiere più forte del mondo, con buona pace di Mourinho che, uscito indenne da Siviglia grazie ad una super parata di DeGea, ha dichiarato: «I saw today was the best goalkeeper in the world». Secondo Mou lo United ha avuto sempre la partita in pugno, i giornali italiani riferiscono invece di una ventina di occasioni a una per la squadra di Montella. Fatto sta che a è finita 0-0. Quid est veritas?

Per quanto riguarda l’Europa League: passano agli ottavi solamente il Milan che affronterà l’Arsenal, sconfitto 1-2 in casa ma salvato da una rete del terzino Kolasinac, e la Lazio, che ha ribaltato il risultato dell’andata con un più ragionevole 5 a 1. Eliminato, si fa per dire, anche il Napoli a Lipsia, con tanto di favori personali al fumatore Sarri. Eliminata pur senza demeriti anche l’Atalanta bergamasca, di cui alcuni tifosi potranno seguire le partite del Borussia Dortmund comodamente dal divano, magari giallo, come i gialli di Costantinopoli eliminati dalla Dinamo Kiev, prossima avversaria della Lazio.

Qui gli accoppiamenti:
Lazio-Dinamo Kiev
Milan- Arsenal
Lipsia-Zenit
Atletico Madrid -Lokomotiv Mosca
Cska Mosca-Lione
Marsiglia-Athletic Bilbao
Sporting Lisbona-Viktoria Plzen


 

Cattolici chi votare/4. Una strategia

Darth Gender
da La Baionetta
Come tutti ben sapranno, il 4 marzo 2018 si voterà (finalmente, mi sento di aggiungere) per il rinnovo dei due rami del Parlamento Italiano. Non è mia intenzione mettermi a fare una analisi critica di tutti i partiti (per questo ci sono i media tradizionali e non, che però espongono solo i contenuti in maniera acritica) ma suggerire una modesta proposta di strategia per quanto riguarda il voto cosiddetto “cattolico”. Preciso in anticipo che si parla di politica e non di dogmi di Santa Romana Chiesa, quindi la discussione è aperta e si possono mantenere toni civili ricordandoci bene che un voto non è la soluzione alla malattia dell’anima che attanaglia questa epoca storica.

La strategia
Iniziamo dicendo che, seguendo un attimo il discorso politico in questo Paese, non è difficile da notare che per quel che riguarda i famosi “principi non negoziabili” il centrodestra offra sicuramente più garanzie rispetto al centrosinistra. Questa affermazione, che ovviamente non va intesa in senso assoluto, può essere sostenuta da almeno quattro fatti:

- i governi di centrodestra storici capitanati da Silvio Berlusconi non hanno mai approvato leggi completamente in contrasto con i principi non negoziabili;
- il centrosinistra (e le sue propaggini centriste e non) sono sempre stati pervicacemente anticattolici quando si parlava di vita, famiglia e libertà di educazione;
- l’ultimo governo di Matteo Renzi è stato quello che ha approvato le peggiori leggi della storia della Repubblica Italiana in questi specifici ambiti;
- Zia Morte (Emma Bonino) e compari sono elementi di spicco della coalizione di centrosinistra.

Quindi, la strategia è la seguente:

- se il collegio uninominale dove vi trovate a votare è contendibile, cioè non si sa con certezza se a vincere sarà uno fra M5S, centrodestra o centrosinistra, bisogna sostenere il candidato di centrodestra, votando per uno dei partiti che lo sostengono (preferibilmente Lega o Fratelli d’Italia, dato che sia Forza Italia che Noi con l’Italia sono partiti dove si annida il peggio del peggio);
- se il collegio uninominale dove vi trovate a votare è assicurato al centrosinistra o al centrodestra, occorre valutare quanto sia impresentabile il candidato del centrodestra. Per fare un esempio, se il candidato che esprime il centrodestra è un notorio sostenitore di idee come matrimoni gay et similia, votare il Popolo della Famiglia di Mario Adinolfi. Altrimenti sostenere il candidato del centrodestra, sempre scegliendo (possibilmente) tra Lega e Fratelli d’Italia.

Ovviamente, questo sistema è applicabile sia alla Camera dei Deputati sia al Senato della Repubblica.
L’obiettivo di questa strategia è quello di ostacolare il più possibile l’avanzata dei parlamentari laicisti (che sono presenti in tutto il centrosinistra, in maniera massiccia nella lista di Emma Bonino) di entrambi gli schieramenti (Forza Italia ne ha troppi, purtroppo).

Il risultato sperato è che il centrodestra elegga il maggior numero di parlamentari “sani” e che, in un modo o nell’altro, il Popolo della Famiglia superi la soglia del 3% nazionale per entrare in Parlamento. In tutto ciò, cercando di ridurre il più possibile il potere contrattuale di Silvio Berlusconi al momento della nascita del (praticamente sicuro) governo di coalizione che si profila all’orizzonte.

Passiamo alle obiezioni (che mi pare già di sentire in sottofondo).

Eh ma Salvini…
Adinolfi e una buona parte dei cattolici che credono ancora nei principi non negoziabili portano le due seguenti obiezioni a quello che chiamano “cattoleghismo”:

- Salvini non si può votare perché è a favore della riapertura delle case chiuse;
- Salvini non si può votare perché ha candidato Giulia Bongiorno in vari collegi sparsi per l’Italia.

Sulla prima obiezione, mi sento di classificare la cosa come non rilevante. In che senso? Nella peggiore delle ipotesi, una legge sulla riapertura delle case chiuse (da vedere poi in che modi) è inutile e non potrà peggiorare la situazione, che non è un problema relativo alla prostituzione ma un problema relativo all’immigrazione clandestina e alla non volontà dei pubblici ministeri di contrastare il fenomeno. Inoltre, si veda cosa dicono alcuni Dottori della Chiesa sul tema:

- per S. Agostino “
la meretrice assolve nel mondo alla stessa funzione della sentina nella nave e della cloaca nel palazzo. Se tu toglierai la sentina o la cloaca, riempirai di fetore la nave e il palazzo. Se tu toglierai le meretrici dal mondo, lo riempirai di sodomia”;

- per S. Tommaso “
la meretrice, anche ora, deve esser permessa, cioè deve essere tollerata nella città per evitare un peggior male come la sodomia, l’adulterio o altri simili misfatti. Perché è decisione appropriata del sapiente legislatore permettere le trasgressioni minori per evitare quelle più gravi, e, nei regimi umani, coloro che governano tollerano giustamente qualche male al fine che non ne capitino di peggiori”.

Peraltro, un simile provvedimento sarebbe osteggiato da gran parte delle forze politiche (principalmente dalla sinistra) e non riuscirebbe neanche ad uscire da una commissione parlamentare, considerando che non sarebbe neanche una priorità per qualsiasi Governo si formi dopo le elezioni. Sinceramente, per quanto pure io non sia a favore di questa particolare legge, mi sembra che si stia perdendo tempo a parlare del nulla.

Sulla seconda obiezione, sono d’accordo ma bisogna fare alcune considerazioni relative a come funziona la democrazia liberale (in cui, per forza o per amore, siamo chiamati ad agire). Pretendere che le posizioni di un partito (che è una associazione dei regimi di stampo liberal-democratico, e non di diritto canonico) coincidano perfettamente con le nostre convinzioni personali è quantomeno utopistico o ingenuo, così come pretendere che un partito adotti le nostri posizioni sotto minacce non meglio specificate. I partiti sono mondi dove deve uscire una sintesi di migliaia di posizioni diverse su una molteplicità di argomenti, quindi è inevitabile che al loro interno non tutti la pensino alla stessa esatta maniera, e che su singole questioni ci siano diversità di vedute enormi tra più esponenti dello stesso partito. Inevitabilmente, tutto ciò si ripercuote nelle candidature che i partiti esprimono, che spesso sono espressione dei rapporti di forza esistenti tra le varie correnti e delle quantità di voti che le singole candidature riescono ad intercettare. Nel caso specifico della Bongiorno, probabilmente Salvini avrà avuto la certezza che la sua candidatura porti in dote una certa quota di voti, altrimenti non avrebbe perso tempo a candidarla. Capisco che la Bongiorno non piaccia (non piace neanche a me) perché è femminista (con tutto quel che ne consegue), ma se guardiamo alle liste dei candidati della Lega troviamo pure Simone Pillon (Comitato Difendiamo I Nostri Figli), Lorenzo Gasperini (di Cecina, cattolico antimodernista), Lorenzo Fontana (di Verona, cattolico anche lui), Alessandro Pagano (anche lui cattolico e vicino a DNF, che si è opposto come poteva a tutte le leggi peggiori), Gian Marco Centinaio (in prima fila contro le unioni civili), Giancarlo Cerrelli (Segretario nazionale del comitato Sì alla Famiglia e facente parte dell’Unione giuristi cattolici italiani). Mi sembra che la nostra visione antropologica sia tutto sommato abbastanza rappresentata, considerando che la CEI e i singoli Vescovi non stanno facendo evidenti endorsement per nessun candidato o partito in particolare (a parte qualcosa per il Popolo della Famiglia).


Con Adinolfi si butta via il voto
Premessa necessaria: il PDF non è praticamente rilevato dai sondaggi, e quelli che lo rilevano lo danno a percentuali da prefisso telefonico. Adinolfi millanta di superare già ora il 2%, ma è ovviamente impensabile che sia così.
Realisticamente, si attesta intorno ad uno 0,3%, cioè molto lontano dalla soglia di sbarramento del 3%.

Il programma del PDF è molto limitato, e a mio giudizio mancano importanti riflessioni su economia e geopolitica, ad esempio. Ciò è testimoniato dal fatto che Adinolfi parla continuamente solo di gay, unioni civili, eutanasia e via dicendo senza mai accennare ad altro, evidentemente perché mancano gli argomenti. Tuttavia, sembrerebbe che almeno sui principi non negoziabili ci sia una presa di posizione chiara. La mia proposta di voto per loro (che in realtà è una extrema ratio, dato che si rischia seriamente di buttare via il voto) va intesa in questo senso, ovvero che ci fidiamo sulla parola di Adinolfi e non possiamo fare altrimenti.

In ogni caso, sconsiglio di votare Adinolfi a scatola chiusa pensando che risolverà i problemi di questo Paese, principalmente per i seguenti motivi:

- votando PDF non abbiamo idea di chi stiamo eleggendo, considerando che sono tutte candidature raccolte dal basso che non hanno quasi nessuna esperienza politica. L’idea che perfetti sconosciuti possano entrare in Parlamento e modificare le sorti del Paese ha già fatto abbastanza danni (M5S) senza il PDF, diciamo. Gli unici volti noti, ad oggi, sono Adinolfi e Gianfranco Amato, che saranno pure bravi ma mi sembrano un po’ troppo poco;

- supponendo che si superi questo famoso 3%, verranno eletti 12 deputati e 6 senatori, che non sono neanche sufficienti alla creazione di un gruppo parlamentare (né alla Camera né al Senato). Questo significa che i parlamentari confluiranno nel Gruppo Misto, che per tradizione fornisce parlamentari molto sensibili al richiamo della poltrona e che tendono a votare ogni nefandezza proposta dal Governo di turno. Considerando che i 18 elementi verranno telecomandati da Adinolfi in stile Casaleggio con i grillini, e che Adinolfi ha dichiarato di voler andare al Governo con chiunque purché lui sia determinante su certi temi, c’è da fidarsi?

- lo stesso Adinolfi si candida all’uninominale a Roma, nello stesso collegio dove Federico Iadicicco (cattolico della destra sociale di Fratelli d’Italia) fronteggia Zia Morte Emma Bonino. Questa candidatura rischia di sottrarre voti decisivi al centrodestra e di favorire la nota assassina. È necessario ribadire che in un caso come questo il voto deve andare al centrodestra.

Detto questo, non è bello come Adinolfi ha condotto la campagna elettorale, che è stata principalmente da lui condotta insultando sui social network tutti quei cattolici che non erano schierati con lui. Credo che nella rissa web con Simone Pillon e con il DNF si sia raggiunto uno dei punti più bassi della storia recente del cattolicesimo italiano.

Ripeto, Mario Adinolfi e il suo partito sono adottabili solo come extrema ratio. Personalmente poi, diffido a pelle degli ex-comunisti/socialdemocratici, quindi non mi piace particolarmente.

Considerazioni sull’esito e sul futuro

Comunque vada, non ci sarà niente da festeggiare. Il risultato atteso è l’ennesimo Governo di “responsabilità” dove, a discapito di tale attributo, nessuno si prenderà la responsabilità di niente. Di fatto, stiamo attendendo che l’Unione Europea dica al Presidente della Repubblica chi nominare come Presidente del Consiglio dei Ministri, il che fa ribollire il sangue dalla rabbia. In aggiunta a ciò, questa tornata elettorale sancirà la sparizione definitiva del cattolicesimo politico italiano come corpo organizzato che riesce a far valere le proprie posizioni in materia di vita, famiglia e libertà di educazione. Le responsabilità di questa situazione sono molteplici, e riguardano sia il clero che il laicato. Capite bene che se la Chiesa italiana per prima non si occupa di certe questioni, è impensabile che i laici da soli suppliscano alla mancanza di riferimenti ecclesiastici validi (come era il cardinale Ruini tanti anni fa).

Ad oggi, mi sembra utopistico pensare ad una rinata unità dei cattolici in politica nel futuro più vicino, complice anche il fatto che la maggioranza dei cattolici non ha la benché minima idea di come approcciare la questione elettorale. Per fare un esempio, un sondaggio di qualche anno fa sulle intenzioni di voto delle varie congregazioni religiose in Italia testimoniava il fatto che la stragrande maggioranza dei religiosi italiani votava partiti di stampo sinistroide-laicista.

Detto questo, moriremo tutti? No, probabilmente il contesto politico tenderà a trasformarsi e ad assomigliare sempre di più a quello che troviamo sulla scena internazionale, dove le tematiche relative ai principi non negoziabili vengono via via affrontate dai vari partiti di centrodestra in relazione a come sanno imporsi i politici cattolici (e non) all’interno del partito di turno. Facciamo alcuni esempi:

- il Partito Repubblicano Americano è un partito con una base fortemente antiabortista, ma la forza con cui questa tematica viene affrontata dipende (spesso) da quanto l’associazionismo pro-life e i vari politici pro-life hanno saputo imporsi ai vari congressi. Nonostante al momento a loro vada abbastanza bene, è comunque possibile trovare politici repubblicani a favore dell’aborto;
- il PVV (Partito delle Libertà) olandese è un partito con posizioni sull’Islam e sull’immigrazione molto simili a quelle della Lega di Salvini, tuttavia il partito è tragicamente pro aborto, pro eutanasia e pro matrimoni gay;
- il Front National di Marine Le Pen ha al suo interno omosessuali dichiarati che hanno posizioni completamente diverse dalla componente cattolica dello stesso partito.
Questi esempi testimoniano che la sfida è aperta, e che non sarà più possibile pensare di votare acriticamente un partito credendo che farà esattamente ciò che vogliamo. Può darsi addirittura che a qualcuno di noi venga richiesto di candidarsi e fare attività politica di persona, per vedere affrontati certi temi.

E ricordate sempre che…


 

23 febbraio 2018

Mandanti amorali

di Giuliano Guzzo
Sono trascorse parecchie ore, ormai, dal linciaggio del segretario provinciale di Forza Nuova a Palermo, ma le dichiarazioni di condanna e solidarietà verso costui – aggredito da più soggetti, precisamente sei, come usa tra galantuomini – tardano ad arrivare. Al punto che, nel frattempo, i burattinai dell’opinione pubblica hanno già rimediato non una bensì due notizie per dirottare altrove l’attenzione: un’aggressione ad un militante di Potere al Popolo, che non i fascisti ma il procuratore di Perugia ha definito come tutta «ancora da chiarire», e il tentativo di alcuni militanti di Forza Nuova di partecipare alla trasmissione di Floris a La7, prontamente bollato come «blitz», a conferirvi quel tocco di truce squadrismo che, si sa, non guasta mai.

Risultato: il pestaggio del forzanovista Massimo Ursino – lasciato esamine in un lago di sangue e sulla cui matrice dubbi non sembrano esservi, a giudicare dagli immediati interrogatori a giovani vicini ai centri sociali – è passato in secondo piano; come il lancio di oggetti a Giorgia Meloni, il carabiniere mandato in ospedale a Piacenza e i cori inneggianti le foibe a Macerata. Tutto derubricato a inezia, fatterello, leggenda metropolitana. Piccoli capolavori di censura resi possibili dal fatto che i mandanti amorali – gli stessi che, se uno squilibrato di destra compie una follia, non hanno dubbi nell’individuare nella destra e non nel suo personale squilibrio la causa di tutto – sono insuperabili nel negare e minimizzare le responsabilità ascrivibili alla propria area.

Come quando i loro maestri, non molti decenni fa, negavano l’esistenza delle Brigate Rosse, sistematicamente presentate come «sedicenti», quasi un’invenzione letteraria. Come quando il giornalista Giampaolo Pansa – che di destra non è mai stato – è divenuto agli occhi di molti una sorta di mostro per il solo fatto di esserci deciso a narrare, nei propri libri, le atrocità commesse dai partigiani comunisti, senza che nessuno o quasi invocasse, a sua difesa, la Libertà della Cultura. O quando Lidia Ravera, oggi assessore della Giunta Zingaretti, anni fa apostrofava Condoleezza Rice, prima donna afroamericana a ricoprire la carica di Segretario di Stato statunitense, come «“lider maxima” delle donne-scimmia»: non risulta che nessuno l’abbia tacciata di leghismo né costretta lasciare il Pd, dove difatti tutt’oggi milita.

Perché funziona così: ai mandanti amorali, oltre che quella di individuare i presunti mandanti morali di determinati atti di violenza, è concessa la licenza di sbagliare e negare la responsabilità di coloro che, in altri tempi, sarebbero stati bonariamente liquidati come «compagni che sbagliano». Ma è normale – si potrebbe obiettare – perché in politica ciascuno porta acqua al proprio mulino. Giusto. Vero. Però allora la si smetta di agitare lo spauracchio del fascismo, che è una bufala totale come sottolineato pure da intellettuali di riconosciuto equilibrio quali Ernesto Galli della Loggia. Oppure, se proprio si vogliono convincere gli Italiani che l’«Onda nera» è la minaccia numero uno del Paese, ci si prepari un bel discorso e lo si reciti, prima, davanti allo specchio. Chissà mai non si finisca provvidenzialmente con l’arrossire.

da Giuliano Guzzo.com

 

In parrocchia: una strana festa delle famiglie


La parrocchia di san Gelasio I a Roma, nella zona Ponte Mammolo-Rebibbia, organizza per il prossimo 11 marzo, quanto di più bello e proficuo ci si potrebbe attendere da una parrocchia: una festa “delle famiglie”.
Si poteva usare il singolare “famiglia” perché certi singolari, come il popolo la Chiesa o la società, contengono concettualmente un plurale come significato. Come quando i cattolici militanti organizzano il family day e non il families day.

Ma qui il plurale era voluto e necessario. Infatti accanto al titolo “Domenica 11 marzo 2018 - Domenica delle famiglie”, appare sul sito della parrocchia stessa (sangelasio.it) un disegnetto, al limite della blasfemia, e in tutto opposto al concetto cattolico, biblico e perfino costituzionale di famiglia.

Infatti, vi sono rappresentati tutti i modelli di famiglia possibili e immaginabili, manca solo il modello, proposto da alcuni specie nei paesi più avanzati, di unione uomo-animale.
La famiglia, per una parrocchia cattolica di Roma, avente Bergoglio come Vescovo diocesano, sarebbe oltre al modello tradizionale e noioso (uomo+donna+prole), anche uomo (o donna) + prole, due uomini (o due donne) + prole, due uomini senza prole, due donne senza prole, e perfino al cuore dell’immagine la famiglia poligamica e poliamorosa: 2 uomini 2 donne e 3 bambini! Wuau!
Ma perché stare a rintuzzare queste faccende interne alla vita ecclesiale di oggi, se infondo love is love?

In effetti, la parrocchia ha colto bene, il senso del motto “l’amore è amore”. Se il sentimento è famiglia, ogni sentimento lo è, nessuno escluso. Ami il canarino o il dolcissimo gatto Felix? Sei famiglia. Ami tua nonna, sola e malandata, e te ne occupi da anni come un buon samaritano? Sei famiglia. Ami tua sorella, e lei pure ama te, e nessuno in questo mondo infame vi capisce e vi sposa, neppure la Raggi e la Boldrini? Sei famiglia! Ovviamente, molti settori del cattolicesimo saranno in disaccordo con tutto questo. Ma la logica della misericordia può avere limiti? E chi siamo noi per giudicare il gay, il pedofilo (non violento) e il mussulmano poligamo, con 3 signore velate che accettano con gioia l’esempio di Maometto?

L’unica colpa è il giudicare, nell’azione e nell’amore non c’è mai colpa. Semmai si sta migliorando il mondo, come gli animali che felici e sereni, non hanno istituzioni stabili e inutili contratti matrimoniali. E noi, in un mondo burocratico e vuoto, senza sentimenti liberi a causa della Chiesa e della morale repressiva, non dovremmo ispirarci agli altri animali del pianeta i quali del resto non conoscono guerre, razzismo, omofobia o moralismo?

Ps. Dopo le proteste di alcuni, la parrocchia ha cancellato il disegnetto osceno. Si saranno mutati anche i cuori? Lo speriamo
 

22 febbraio 2018

Un Campari con... Furio Pesci. Montessori, il '68 e la crisi educativa

di Alfredo Incollingo
Abbiamo intervistato il professore Furio Pesci, approfondendo le perniciose conseguenze del Sessantotto sull'educazione delle giovani generazioni. Esperto pedagogista di scuola montessoriana, Pesci ha confermato il decadimento educativo che imperversa in Occidente, evidenziando l'utilità del metodo pedagogico di Maria Montessori per risolvere questa grave emergenza. Prima di iniziare, diamo qualche informazione sul Prof. Furio Pesci.

Professore associato di Storia della Pedagogia dal 2001. E' stato ricercatore per lo stesso settore scientifico-disciplinare dal 1998 al 2001. Ha fatto parte del Comitato Direttivo dell'Opera Nazionale Montessori, per il biennio 2007-2008, e del Comitato scientifico della sua rivista "Vita dell'infanzia", incarico che ha ricoperto dal 2005 al 2010. E' stato anche membro del Comitato Direttivo del Centro Italiano per la Ricerca Storico-Educativa (CIRSE) dal 2005 al 2007 e, in questa veste, del Comitato scientifico del "Nuovo Bollettino CIRSE". Ha fondato nel 2007 il Laboratorio Montessori, gruppo di lavoro tra studiosi che svolgono attività di ricerca sull'opera di Maria Montessori, e dirige la sua rassegna telematica nel sito www.paedagogica.org. Ha svolto incarichi di ricerca e insegnamento presso varie istituzioni universitarie; attualmente fa parte del Comitato scientifico delle riviste "History of Education and Children's Literature", "RELADEI - Revista Latino-Americana de Educacion Infantil", "Ricerca di Senso", organo dell'Associazione di Logoterapia e Analisi Esistenziale Frankliana, ed "Ethos", oltre che di varie collane scientifiche. Presiede il Comitato scientifico della Fondazione Montessori Italia e dirige la collana scientifica "Laboratorio Montessori" (Aracne Edizioni, Roma).” (Fonte: http://dip38.psi.uniroma1.it/dipartimento/persone/pesci-furio)

Nel 2018 ricorrerà il 50° anniversario della Grande Contestazione del 1968. Saggi, articoli e documentari celebreranno quest'annus fatalis e il cambiamento che esso ha apportato. A distanza di decenni, osservando ciò che è accaduto finora in Occidente, si può affermare che l'emergenza educativa odierna sia il figlio legittimo del movimento di protesta sessantottino?

Esiste certamente un legame tra il Sessantotto e la crisi educativa odierna, che ha in realtà origini risalenti agli inizi del Novecento. È una relazione poco studiata ed è necessario approfondirla ulteriormente, andando al di là delle conoscenze già note. Tutto parte dai movimenti di emancipazione femminile e di protesta agli albori del XX secolo, come i tedeschi “Wandervogel” [Uccello vagabondo, ndr], che per primi contestarono l'ordine sociale esistente, delegittimando l'autorità e promuovendo un'educazione spontaneista. Lo sviluppo del capitalismo, con i suoi modelli sociali liberali, ha finito per radicare queste tendenze sociali, sfociando nel 1968, con tutto il suo corollario di conseguenze (rivoluzione sessuale, divorzio...).

Gli ultimi casi di cronaca a Napoli hanno raccontato al Paese la violenza delle giovani generazioni, sempre più sbandate e nichiliste. Secondo lei, il 1968, con il suo giovanilismo esasperato e libertario, ha una sua responsabilità in questi fatti?

Certamente, ma nel caso di Napoli bisogna aggiungere altri particolari. Il giovanilismo esasperato ha finito per dare ragione al degrado sociale già di per sè nichilista. Ciò ha legittimato i giovani a imitare il bullo o il criminale irriducibile di turno, commettendo tristi atti di violenza.

La mancanza di valori e di autorevolezza è il prodotto manifesto del parricidio simbolico del Novecento, che trova nel 1968 l'apice d'intensità. Secondo il suo parere, nel campo dell'educazione e della scuola, il movimento di protesta ha delegittimato l'autorità?

E' stato un processo inevitabile e imprescindibile del Sessantotto che ha sempre delegittimato l'autorità e tutto ciò che esso concerne nel campo culturale e politico. L'ideologia sessantottina ha negato in tutti gli ambiti della vita sociale i nostri valori inalienabili.

Si parla soventemente di Buona Scuola, in riferimento alla riforma del governo Gentiloni, per esempio, ma l'unica istituzione scolastica ottimale è quella che reintegra il concetto di autorevolezza. Non può esistere ordine ed educazione senza un'autorità esemplare. A riguardo cosa affermava Maria Montessori?

Si è spesso affermato che il metodo pedagogico di Maria Montessori fosse improntato totalmente alla libertà e alla spontaneità. Per tali ragioni è stata spesso definita una paladina dell'educazione democratica e priva di autorità. Al contrario la sua riflessione pedagogica insegna a conciliare “libertà” e “autorità”. Il bambino chiede all'adulto di crescere secondo la sua personalità: l'educatore è un precettore autorevole che lo guida e lo forma rispettando la sua autonomia. In Montessori non troviamo lo spontaneismo che di solito le viene imputato né l'autoritarismo che troppo spesso viene associato all'educazione. È erroneo considerarla una innovatrice della formazione nel nome della piena libertà, quando invece insegnava come questa ha valore solo rispettando il limite e i ruoli.

Anche nella famiglia, il primo stadio dell'educazione infantile, è necessario ripristinare l'autorità o meglio le autorità: il Padre e la Madre nelle loro specificità. Il 1968 ha distrutto la famiglia, la maternità e la paternità e ha avvallato una radicale uguaglianza sessuale che è alle origini della teoria gender. In conclusione, è possibile trovare in Montessori una riflessione alternativa e naturale sulle differenze sessuali? L'educazione passa anche per un giusto e sano riconoscimento della propria sessualità.

Si deve educare il bambino o la bambina a vivere la loro identità sessuale armoniosamente. Secondo Maria Montessori la maturità di un giovane si misura con il suo desiderio di “costruire una famiglia”: quando nei ragazzi si palesa la propensione a formare una coppia stabile, ciò è indice di una piena maturazione sessuale o di genere. Il metodo educativo montessoriano mira a questo imprescindibile obiettivo, risolvendo quei dubbi identitari che invece l'ideologia sessantottina mantiene aperti senza soluzione. In ciò si evince l'utilità e l'attualità del pensiero pedagogico di Maria Montessori.


 

Il puntatore. Ai confini della musica sacra

di Aurelio Porfiri
Mi è capitato nell’ultimo anno di venire in contatto con un musicologo dal profilo molto particolare: Jacques Viret. La mia conoscenza risale alla lettura di un suo volumetto sulla musica medioevale, un volumetto ricco di suggestioni diverse, rispetto a ciò che siamo abituati leggere nella letteratura sull’argomento. Dopo questa conoscenza ho voluto scrivere con lui anche un testo (in francese) su musica e spiritualità, “Les Deux Chemins”.

Ma penso sia importante valutare l’opera di questo studioso anche in riferimento ad altri lavori. In effetti alcuni suoi testi sono stati tradotti in italiano grazie all’interessamento del musicologo Antonello Colimberti e della casa editrice Simmetria ma ci sono anche testi ancora in lingua francese che meritano senz’altro la nostra attenzione per le tesi non convenzionali che portano avanti. Tesi a cui bisogna prestare attenzione perché vengono da uno studioso attento che pur predilige muoversi su terre di confine, come quella della filosofia perenne.

La modalité gregorienne: un langage pour quel message?” (Edizioni A coeur joie, 168 pp.) è certamente un lavoro che tutti coloro che hanno a cuore lo studio del canto gregoriano dovrebbero considerare con una certa attenzione. Qui troviamo non solo le osservazioni acute dell’antico allievo del grande musicologo francese Jacqeus Chailley (che pur si dedicò allo studio dei modi, come del resto il grande gregorianista dom Jean Claire e in tempi recenti dom Daniel Saulnier) ma anche le sue interpretazioni originali e simboliche dei modi stessi, riallacciandosi certamente a delle tradizioni che risalgono almeno al medioevo. Insomma, un testo che non può mancare nella biblioteca di coloro che hanno a cuore una comprensione più ampia dei fenomeni musicali.
Allo stesso modo è da consigliare “Le chant liturgique aujourd’hui e la tradition gregorienne” ( Edizioni Hermann, 342 pp.) a cura di Beat Föllmi e dello stesso Viret, un testo che cerca di fare il punto, con l’aiuto di 14 studiosi, sulla situazione del canto liturgico al giorno d’oggi e sul suo rapporto con la tradizione gregoriana. Naturalmente punto di partenza di questa riflessione non può non essere lo sconvolgimento successivo al Concilio Vaticano II e l’obbiettiva situazione di difficoltà vissuta dal canto liturgico in generale e dal canto gregoriano in particolare. Credo sia importante notare in questo testo collettivo un attenzione per i nodi attuali della questione e anche per gli aspetti ecumenici che riguardano il canto liturgico, non facendo di questa parola un facile slogan. Vengono intersecate in questo studio la musicologia, la teologia e la liturgia in uno stile interdisciplinare, un utile strumento per confrontarsi con idee a volte diverse, ma mai banali.


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(disponibili in cartaceo e in ebook – clicca sulla copertina per acquistare)
ET – ET: Ipotesi su Vittorio Messori
La Messa In-canto: piccola guida alla musica per le celebrazioni liturgiche
Les Deux Chemins: Dialogue sur la Musique (avec Jacques Viret)
Oceano di fuoco: commentari su Divo Barsotti
Ci chiedevano parole di canto: la crisi della musica liturgica
 

21 febbraio 2018

Ritornare alla filosofia occidentale/1

OVVERO STRUMENTI PER IL RECUPERO DELL’ORTODOSSIA



«Certo i saggi in ogni epoca hanno detto in linea di massima sempre le stesse cose, e gli stolti – vale a dire la stragrande maggioranza - in ogni epoca hanno fatto sempre la stessa cosa, cioè il contrario:
e così sarà anche in futuro»
(A. Schopenhauer, L'arte di essere felici)

di Matteo Donadoni
autocrate del club Waterhouse

Nel frattempo che in redazione attendiamo l’esito della scommessa riguardo l’accoltellamento del sottoscritto (e gira voce su una bella sommetta), mi son reso conto che non è possibile ricostruire l’ortodossia occidentale o latina senza riprendere gli strumenti necessari alla sua ricostruzione. E cioè i potenti mezzi della filosofia – che non è ancella della teologia, ma della fede – soprattutto di quella che fu la metafisica occidentale. Altrimenti va a finire che qualcuno, attaccando bottone con il karma, finisce per orientaleggiare. E passare da una pratica innocua come fare origami, allo yoga o, peggio, a credere alla metempsicosi, è un attimo. Tuttavia considerare semplice epifenomeno dell’epistemologia orientale lo sterminio selettivo delle bambine, forse, non è un deterrente sufficiente a non finire al gelo filosofico.
Insomma, care donne: fate pigiami, non origami.

Certo, per imbastire un discorso di questa portata ci vuole una buona dose di incoscienza, come lavorare in una biblioteca e avere il text-alert di Irene Adler. Infatti, per quanto non sappiamo bene come fare, dobbiamo trovare la forza di tirar fuori gli antichi valori dalla montagna di spazzatura sotto cui sono stati seppelliti dalle sciagurate generazioni sessantottine. Dobbiamo chiederci quale possa essere il nostro contributo filosofico in una società che ha moltiplicato i mezzi perdendo di vista gli scopi, che ha nutrito una filosofia paranoica della disperazione, nella quale si è ingenerata l’illusione dell’immortalità, dell’onnipotenza della tecnica, da un lato e la riduzione materialistico scientista dall’altro, il tutto nella sostanzialmente quasi totale impunità morale mascherata da indifferentismo etico. Così, dati i recenti misfatti della sedicente cultura corretta, sarebbe ad esempio urgente quanto carino fondare un “Club Waterhouse” a difesa delle nostre opere d’arte, dei nostri sacrosanti diritti di uomini, filosofi, occidentali, cristiani, amanti della buona birra e delle belle donne. Pazienza se qualche fiocco di neve si sentirà molestato nel proprio ego. Può sempre chiamarci sbiaditi. Noi non ci offenderemo. Non abbiamo paura.
Dobbiamo poter tornare a dire che una mela è una mela e, per Dio, sbatter fuori chi non è d’accordo. Non è solo questione di filosofia. È questione di vita.
Quindi dobbiamo tornare alla Scolastica, ma per farlo dobbiamo recuperare la cifra della filosofia occidentale, se non della filosofia tout court, quella ellenica.

Perché il pensiero greco? Non è solo la mia fissa ellenocentrica (particolare fenomeno culturale secondo cui ogni feroce buon romano è ansioso di grecizzarsi) data dal mio complesso di inferiorità mascherato da complesso di superiorità, male comune a ogni greco genuino e patriota. Ma perché il messaggio presente nel pensiero classico rimane attuale non solo oggi, ma sempre e per sua intrinseca natura, come la luce chiara del cielo greco. Da qui «le ragioni per un meditato “ritorno” alle radici della nostra cultura, per un recupero del loro alimento, che potrebbe aiutare l'uomo contemporaneo, così deperito spiritualmente, a riprendersi, e forse a guarire».[1]

Infatti, il pensiero greco fu subito grande. A me piace la spiegazione fornita da Simone Weil: «La storia greca è cominciata con un delitto atroce, la distruzione di Troia. Lungi dal gloriarsi di questo delitto, come fanno di solito le nazioni, i Greci furono ossessionati da quel ricordo come da un rimorso. Vi attinsero il sentimento della miseria umana. Nessun popolo ha espresso come loro l’amarezza della miseria umana. [...]Non c’è quadro della miseria umana più duro, più amaro e più trafiggente dell’Iliade. La contemplazione della miseria umana nella sua verità implica una spiritualità altissima. Tutta la civiltà greca è una ricerca di ponti da lanciare tra la miseria umana e la perfezione divina».[2]

Siamo ancora capaci, noi, di avere una spiritualità altissima, o siamo tanto fragili da essere ormai incapaci di affrontare questa vertigine?
Greci o Troiani. Siamo lo stesso popolo. Siamo tutti in crisi. L'uomo moderno è in crisi, gettato nella confusione più totale, affronta la più grave crisi morale. Egli, infatti, avendo raggiunto un grado di benessere mai nemmeno immaginato in passato, tramite il cosiddetto progresso, si è posto in una condizione di tracotanza tale da ritenersi quasi onnipotente. Si autodefinisce specie sapiens sapiens rendendo sempre più evidente il suo limite, quel limite così ben esposto da Socrate: credere di sapere. E credendo di sapere non sa, ha perso il senso dell'educazione confondendola prima con un’erudizione nozionista, poi con l’appiattimento inclusivo, per giunta con la fregola della specializzazione. Se nell'oblio del significato della sapienza l'erudito dimostrava di essere, di fatto, l'estrapolazione della stupidità, il nipotino dell’erudito è vittima di un sistema scolastico ontologicamente deviato da una protettiva e ovattata pedagogia del benestare, che lo illude e indebolisce culturalmente.

Autore e fautore del nichilismo, l'uomo moderno crede sperimentalmente ora a questo ora a quel valore all’ordine del giorno nell’agenda internazionale, per poi lasciarlo cadere. È il moto inarrestabile del guazzabuglio moderno. Tutto ciò che Nietzsche aveva preannunciato è oggi una tragica realtà. Nei “Frammenti postumi” infatti si legge: «Nichilismo: Manca il fine; manca la risposta al “perché?”; Che cosa significa nichilismo? - che i valori supremi si svalorizzano».[3]
Con la perdita della trascendenza e l'azzeramento totale dei valori se n'è andato anche il senso della vita. Certo si può far finta di niente, guardare altrove ed avere comunque una vita tranquilla: ma un uomo di tal fatta ne risulterà in qualche modo menomato, poiché «una vita senza ricerca non è degna per l'uomo di essere vissuta» (Apologia, 38a). Sarebbe una vita beffarda, con un esito incerto, simile a quella dell’orologiaio che morì nel sonno, senza sapere che ora fosse. «I nuovi padroni di schiavi lo sanno e solo per questo danno tanta importanza alle teorie materialistiche» affinché non ci siano più «bastioni su cui l’uomo possa sentirsi inattaccabile, e dunque libero dalla paura». [4] 
Non la mia paura, che io non ho paura dei Turchi né di morire, al limite solo di vivere in un “Truman show”. Soprattutto di non esser vissuto mai.

Ora, dato che siamo decisi ad opporre resistenza - e non la resistenza progressista da ciabatte e tatuaggi -, per dare battaglia, per quanto disperata possa rivelarsi, dobbiamo sconfiggere la paura. Si teme ciò che non si conosce, per questo l’arma principale che una persona ha contro gli orchi, compresi i mostri della ragione, è la filosofia. Cerchiamo le risposte a tutti i “perché?”, fermiamoci. Silenzio. Come dice Jünger, per prima cosa dobbiamo passare al bosco, ciascuno secondo le proprie capacità, perché “luogo del Verbo è il bosco”. Trovare la nostra libertà. Si impara della vita di più dalla contemplazione della danza delle fiamme del fuoco in un caminetto o dalle rapide di un torrente di montagna, si impara come porsi le domande osservando una chioccia che addestra i pulcini, si imparano le risposte dalle onde di spighe nel vento. Chi non sa spendere ore in attività contemplative di questo tipo, non apprenderà granché nemmeno dai libri. Essere liberi significa avere un rapporto profondo ed umano con la libertà, affinché non sia un concetto astratto, ma vita, l’ergersi atavico del singolo contro l’automatismo pseudoculturale imposto dall’alto e il rifiuto di trarne la conseguenza etica, ogni conseguenza etica, se non prima ruminata nell’intimo del silenzio, magari all’aria aperta.

Come dice D. Thoreau: «Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra, e mettere poi la vita in un angolo, ridurla ai suoi termini più semplici...»[5]. Chiamatelo come vi pare: Bastione Walden, Bastione Jünger.
Questo è la filosofia: sapere per sapere, essere per essere. Divenire uomini, vivere e, infine, credere.

NOTE:
1.G. Reale, Saggezza Antica, Terapia per i mali dell'uomo d'oggi, Cortina 1995, pag. 7.
2.Simone Weil, La Grecia e le intuizione precristiane, ed. it. Borla, Roma 1999, pp.37-38.
3.F. Nietzsche, Frammenti postumi, tr. di S. Giametta, Adelphi, Milano 1971, vol. III tomo II.
4.Ernst Junger, Il trattato del ribelle,  trad. Bovoli, Adelphi Milano 1990, passim.
5. E. D. Thoreau, Walden, ovvero vita nei boschi, trad. it. di Piero Sanavio, Mondadori 1970, pag. 133.


 

Kasper, la Chiesa tedesca e la crisi religiosa

di Enrico Maria Romano
Da decenni ormai la Chiesa cattolica tedesca risulta essere una delle comunità ecclesiali più progressiste, più liberal e più ammodernate del pianeta.
Basta ricordare i nomi di alcuni dei suoi eminentissimi rappresentanti per associarli immediatamente all’apertura della teologia teutonica di secondo Novecento a tutto ciò che prima era comunemente aborrito dai cattolici: il protestantesimo e la figura-simbolo di Martin Lutero, la laica modernità e lo stesso spirito libertario.

Tra questi nomi, spicca oggi quello del teologo di lungo corso Walter Kasper (1933). Ovviamente egli non è l’unico rappresentante del partito progressista al potere, e vi sono altre figure vecchie e nuove che vanno assolutamente nello stesso senso, come Karl Lehman (1936) o Reinhard Marx (1953). Esiste anche una teologia germanica di segno diverso, i cui nomi di prestigio sono i prelati Joseph Ratzinger, Gerhard Ludwig Müller, Joachim Meisner o Walter Brandmüller.

Kasper però è l’uomo sintesi, l’uomo giusto al momento giusto (nella logica del progressismo). E’ l’unico ad esempio, ad essere stato più volte esaltato con termini a dir poco aulici da Papa Francesco. Nel 2014, il Pontefice disse così in occasione del Concistoro straordinario sulla famiglia: “Ieri, prima di dormire, ma non per addormentarmi ho letto, ho ri-letto, il lavoro del cardinale Kasper [si tratta di Misericordia, Queriniana, 2013]. Vorrei ringraziarlo perché ho trovato profonda teologia, e anche un pensiero sereno nella teologia. È piacevole leggere teologia serena. E ho trovato quello che Sant’Ignazio ci diceva, quel sensus ecclesiae, l’amore alla Madre Chiesa, lì. Mi ha fatto bene e mi è venuta un’idea, ma mi scusi eminenza se la faccio vergognare, ma l’idea è: questo si chiama fare teologia in ginocchio. Grazie. Grazie”…

Ma già nel primo Angelus da Papa il 17 marzo 2013 disse in una piazza s. Pietro colma di curiosi: “In questi giorni, ho potuto leggere un libro di un Cardinale – il Cardinale Kasper, un teologo in gamba, un buon teologo – sulla misericordia. E mi ha fatto tanto bene, quel libro, ma non crediate che faccia pubblicità ai libri dei miei cardinali! Non è così! Ma mi ha fatto tanto bene, tanto bene … Il Cardinale Kasper diceva che sentire misericordia, questa parola cambia tutto. E’ il meglio che noi possiamo sentire: cambia il mondo”. Tutto ciò appare assai sorprendente, tanto più che i papi sono sempre stati sobri negli elogi pubblici a prelati e teologi vari.

Vescovo, cardinale, presule con mille incarichi, il Nostro è stato ex assistente universitario di Hans Küng. Il quale è unanimemente considerato un arci-eretico, negatore esplicito del dogma dell’universalità salvifica della Chiesa (Extra Ecclesia nulla salus), ribadito sotto Giovanni Paolo II nell’istruzione Dominus Iesus (2000). E questa discepolanza il Kasper tende oggi a farla dimenticare, così come i suoi proverbiali scontri col teologo Ratzinger sulla missione e la natura della Chiesa.

Come se nulla fosse, nel 2014, Kasper viene nominato relatore ufficiale al Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia. E la sua relazione è di fatto più che possibilista verso il divorzio e il secondo matrimonio tra battezzati. Ancor più recentemente, per i 5 secoli di quella Riforma che scisse in due l’Europa, il Nostro ha dato alle stampe un libro assai benevolo sull’eretico per antonomasia (cf. Martin Lutero. Una prospettiva ecumenica, Queriniana, 2016).

Abbiamo reperito però, un interessante documento che mostra che solo pochi anni fa, e malgrado la già diffusa “ermeneutica della rottura” denunciata da Benedetto XVI, in Germania la dottrina cattolica teneva. E teneva proprio su quei temi etici in cui oggi tra un tedesco cattolico e un tedesco protestante la differenza, se c’è, è ridotta al lumicino.

Siamo nel 1985, in piena era post-conciliare segnata da abusi di ogni genere, ma anche dalla figura sintesi di Giovanni Paolo II. E la Conferenza Episcopale Tedesca pubblica un Catechismo cattolico degli adulti, il quale ottiene grande seguito di vendite e molte traduzioni all’estero (in Italia fu pubblicato nel 1989 dalle Paoline).

Nella introduzione al Catechismo, un giovane professor Kasper scriveva che se “L’Europa è il continente in cui il cristianesimo, per volere della divina provvidenza (At 16,9) ha preso piede”, a causa dell’illuminismo, vi si “è innescato un processo di erosione” che sta portando all’apostasia. “Nella nostra società moderna la fede cristiana è quasi spenta” (p. 4).
Parole pesanti come macigni, divenute purtroppo inudibili, e che dovrebbero mettere i brividi pensando all’oggi. L’illuminismo infatti, proprio come il protestantesimo, è divenuto di recente una sorta di neo-dogma intangibile su cui non si può più sollevar questione.

In ogni caso, il Catechismo dell’Episcopato tedesco di allora, contrariamente ai teologi kasperiani di oggi, insegnava in modo chiarissimo, “il valore dell’indissolubilità” del matrimonio, e il fatto che i cattolici “risposati civilmente vivono obiettivamente in contraddizione dell’ordine divino” (p. 429). “Un amore che sia degno di questo nome è sempre definitivo (…). Si aggiunge anche il bene dei figli che richiede la fedeltà incondizionata dei genitori tra loro” (p. 428). Più o meno l’opposto di quanto Kasper e i suoi sodali sostengono oggi. Addirittura, il testo biblico scelto tra molti per illustrare la dottrina cristiana del matrimonio è la Lettera agli Efesini, in cui è detto: “Le donne siano soggette ai mariti come al Signore”.

Perfino a livello politico si era assai più neutrali e corretti di oggi. Sulle difficoltà poste dal male nel mondo, i vescovi guidati dal professor Kasper scrivevano: “Come possiamo, dopo Hiroshima, Auschwitz, i gulag (…) lodare Dio e la sua onnipotenza?” (p. 142). In riflessioni più recenti, Hiroshima e i gulag sono spariti…
Il futuro del cristianesimo in Europa è molto legato alla tenuta della fede nel mondo germanico (che comprende anche Austria, Svizzera e varie minoranze, come quelle altoatesine). Ma se nel 2013 ci furono 98 nuovi sacerdoti in tutta la Germania cattolica, nel 2015 le ordinazioni presbiterali sono state solo 58, mentre ancora negli anni 90 sfioravano le 300 l’anno. Senza preti, niente messe né confessioni. Senza messe né confessioni, niente parrocchie, chiese, cappelle, basiliche o cattedrali.
Si vedano in tal senso i dati impressionanti raccolti da Giulio Meotti (cf. La fine dell’Europa. Nuove moschee e chiese abbandonate, Cantagalli, 2016).
Se l’albero si riconosce dai frutti, è anche vero che i fatti sono testardi… Segno evidente che il dilagante modernismo non giova al gregge dei fedeli, né alla Chiesa, né all’Europa stessa la quale, piaccia o meno, si è edificata sui valori del Vangelo.


 

È tornato don Camillo/46. La ragazza del fiume

di Samuele Pinna
(con illustrazione interna di Erica Fabbroni)

Erano partiti abbastanza presto e verso metà mattina poterono scendere dall’automobile, sgranchirsi le gambe e gustarsi il panorama in quella fredda giornata di sole. Fecero, innanzi tutto, una corroborante passeggiata, prima ancora di andare a casa a salutare i genitori di Giampaolo Fabbro.
Il fiume era là a scrutarli con il suo placido scorrere, mentre i due pellegrini lo costeggiavano affascinati e, in qualche modo, rapiti. Ne sentivano il profumo, la potenza, la vitalità. Il giovanotto portò il nostro don Camillo in una angusta insenatura, permettendogli di ammirare uno scorcio a dir poco incantevole. Era una piccola baia, a volte con più spiaggia a volte meno, a motivo della risacca. Saranno state le vecchie barche ormeggiate dai diversi colori sfumati a causa del legno screpolato oppure la vegetazione vivace e spontanea o, ancora, il sole che avvolgeva ogni cosa coi suoi raggi delicati, ma don Augusto era letteralmente incantato dal paesaggio circostante. Soltanto il brontolio dello stomaco dell’accompagnatore lo richiamò alla realtà.

«Bellissimo posto, Jean Paul», confidò il nostro pretone.
«È il mio preferito», rispose, «qui si dice essere partita per il suo ultimo viaggio la ragazza del fiume…».
«La ragazza del fiume?», chiese incuriosito l’altro.
«È una leggenda, uno di quei racconti di paese che si tramandano…».
Il suo sguardo si fece trasognato e non aggiunse nulla e altro non gli fu domandato.
Siccome l’appetito procedeva a spron battuto, decisero di tornare.
Una volta in casa e dopo i pur necessari convenevoli, misero le gambe sotto il tavolo a mezzogiorno in punto, perché le persone di paese serie pranzano a quell’ora.
La tavola era imbandita per un reggimento e non per loro sei soltanto. Bisogna sapere, infatti, che oltre al padre Giuseppe e alla madre Maria, Gianpaolo Fabbro aveva due fratelli minori: Alessandro, di qualche anno in meno, e Giacomino, il più piccolo.
Dopo una moderata preghiera incominciò quello che non fu proporzionalmente un pasto frugale. Il via lo diedero degli antipasti meravigliosi, perché in quella casa non si scherzava affatto quando si trattava di cibo da ingurgitare. L’antipasto era considerato una cosa “sacra”: salame, coppa e pancetta la facevano da padroni, ma anche il culatello non era da meno. Di solito i salumi, da quelle parti, si accompagnavano con riccioli di burro, squisiti sottaceti e olive, che ne esaltano il sapore intenso eppure delicato. Le salse, poi, mai assenti, spesso presentate anche come contorno, erano a base di noci, aglio, peperoni (crudi o cotti è indifferente) e prezzemolo. C’era anche un piatto semplicissimo, che da quelle parti è considerato il re della tavola: la salsa di noci! Queste venivano pestate insieme all’aglio spellato, con sale e mollica di pane bagnata nell’acqua (il segreto sta nel battere con maestria e pazienza, ottenendo così una manteca omogenea). Inoltre, non poteva di certo mancare lo chisulèn o “il” gnocco fritto o torta fritta o crescentina: di origine longobarda, lo gnocco fritto è una pasta di pane fritta e farcita con i salumi e i formaggi della zona a seconda del proprio gusto. E di scelta su quella tavola ce ne era, eccome!

I funghi ornavano la tavolata: si trattava, per essere precisi, di porcini di media grandezza e ben sodi, che erano stati passati nell’uovo sbattuto e nel pane grattugiato, per poi essere fritti. Gustati bollenti erano davvero una prelibatezza. E che dire della rustisana , tipico piatto di campagna, che, servita insieme alle uova, diventa una vera e propria pietanza?
«In tempi più remoti», precisò la mamma di Gianpaolo, «la padella contenente questo soffritto di cipolla, burro, olio e pomodori, veniva posta sul portacatino e l’usanza era di sedersi intorno tutti insieme, servendosi ognuno per sé direttamente con il cucchiaione di legno. Tuttavia, non ho pensato di servirlo in quel modo…».
Nessuno si pronunziò, anche perché tutti erano letteralmente in adorazione del salame cotto, o salàm de còtta: un salame che viene fasciato con una garza e lasciato cuocere con sedano, carote e cipolle per oltre due ore. La particolarità, degnamente rispettata in quella occasione, era di servirlo tiepido, tagliato a fette di mezzo centimetro, accompagnato con una salsa di tonno, uova, acciughe, olio e aceto, guarnita con tartufo affettato finemente.

Vista la stagione ancora invernale, i padroni di casa si scusarono per la mancanza degli stricc’ in carpion, ossia lasche di pesciolini che si pescano in primavera e in estate nel Po, che misurano appena qualche centimetro.
Siccome si trattava di un vero e proprio pranzo doc, dove l’abbondanza è una virtù, le portate parevano non finire mai. Fu messo sulla tavolata il primo, che consisteva in ottimi cappellacci, o tortelli, che una volta si presentavano senza condimento, ma che in quel giorno la signora Maria insaporì con burro, salvia e grana grattugiato. In secondo luogo, rigorosamente in brodo, vennero portati i marubéi, i tipici anolini della Bassa, che si cucinano lungo il Po. Erano stati riempiti di carne di manzo brasato, vitello, maiale, cervella sbollentata, con aggiunta di pan grattato, sale, pepe, grana e noce moscata.
Dopo quei primi piatti, il pranzo non si era per nulla concluso, anzi ci si addentrò nelle seconde portate. Anzitutto, il batù d’oca: pane e formaggio grattugiato venivano mescolati al sangue di un’oca ingrassata appositamente e uccisa. L’impasto ottenuto serviva per preparare delle frittelle da consumarsi insieme al resto dell’oca cotta con una procedura piuttosto articolata in una pentola di terracotta.
Don Camillo redivivo incominciava a sentirsi appesantito, ma non mollò e polverizzò anche la coppa di maiale: cotta molto lentamente nel vino bianco secco, con burro, olio, cipolla, rosmarino, sale e pepe, era stata per il nostro pretone una prelibatezza assoluta.
Prima del vero e proprio dolce, fu messa in tavola una marmellata speciale, che prevede l’impiego di castagne, zucchero, acqua, vaniglia, grappa e cognac.

Nel frattempo si conversava allegramente un po’ di tutto, fintantoché il nostro pretone domandò sovrappensiero della ragazza del fiume. Tutti nella sala si ammutolirono e, per un attimo, la sensazione di gioia svanì.
«È una storia molto triste», disse la madre di Gianpaolo, «ora pensiamo al dolce, poi Alessandro sarà felice di raccontarvela!».
A quelle parole, il ragazzo si illuminò, perché era un bravo cantastorie e un abile romanziere, sicuramente molto più dei suoi fratelli.
Nell’attesa fu servito sia del castagnaccio o pattòna, fatto con farina di castagne bagnata nel liquido rimasto dopo aver fatto formaggio o ricotta, sia della spongata.
«Questo dolce», disse il Giuseppe, che la sapeva lunga, « ha probabilmente origini ebraiche, poiché erano molto diffusi insediamenti di questo tipo nella nostra zona».
«Si tratta», prese con garbo la parola sua moglie, «di una pasta di farina dolce ripiena con amaretti, noci, mandorle, miele, pinoli, uva sultanina, chiodi di garofano, cannella e bucce d’arancia».
«Mamma», chiese ansioso Jean Paul, il quale se ne intendeva più di materialismo “mangereccio” che di quello “dialettico”, «non hai fatto lo stracchino gelato?».
«Certo!», esclamò la donna e, dopo aver incrociato uno sguardo perplesso del reverendo, spiegò, «Questa ricetta è molto antica: una volta si utilizzavano cassette di lamiera con il doppio coperchio in cui venivano lasciati riposare la panna, le mandorle tostate e tritate finemente, il caffè, la vaniglia e lo zabaglione con il cioccolato grattugiato. Il tutto si lasciava raffreddare sotto la neve. Oggi l’avvento dei moderni frigoriferi e congelatori ha reso la realizzazione di questo dolce a strati molto più agevole».

Se per tutto il pranzo avevano sbevazzato litri di quel lambrusco dallo straordinario colore rosso violaceo e dal profumo pieno e avvolgente di fragole, more e lamponi con accentuati sentori di bosco, ora erano passati al malvasia. Si trattava di un vino tranquillo, di profumo gradevole e aromatico, dal sapore armonico, amabile e frizzante, ideale per sposarsi con quei dolci.
Era naturale che appena finito l’ultimo sorso, gli uomini, tranne il piccolo Giacomo, si stravaccarono chi sul divano chi sulle poltrone. Bastarono pochi minuti perché iniziasse un concerto di russate a quattro voci, che risultò essere un assoluto capolavoro. Si destarono appena in tempo per il caffè, richiamati dal suo gorgogliare, oramai a pomeriggio inoltrato.
«Racconto la storia?», disse eccitato Alessandro, rivolgendosi alla madre. Al “sì” di risposta, tutti si fecero attenti.
«La ragazza del fiume era una fanciulla con l’argento vivo addosso», incominciò la narrazione il ragazzotto, mentre Jean Paul ripeteva a memoria e a bassa voce le medesime parole, «bella di aspetto, girovagava sempre a piedi scalzi in ogni dove, anche se non si allontanava troppo dal fiume. Quando doveva farlo, per qualche necessità, il suo viso dalle gote rubiconde diveniva malinconico e più il tempo passava e più il suo aspetto si intristiva.
La ragazza del fiume amava correre sui prati o sulla sabbia, nei boschi e nelle radure, eppure sapeva stare immobile per lungo tempo. Era uno spettacolo osservarla mentre contemplava il corso d’acqua: quello procedeva lento dinnanzi a lei, conducendo via i suoi molti pensieri. In quei momenti, pareva una statua di rara bellezza, quando ferma, su un masso o nella baia, come fosse un dipinto tratteggiato all’orizzonte, con i capelli lunghi scompigliati da un vento dispettoso, fissava, in un mistico silenzio, l’orizzonte davanti a sé.
La ragazza del fiume, dolce, attenta, premurosa, possedeva un sorriso pronto, occhi grandi ricolmi di curiosità, una voce cristallina che spegnava ogni frase con una risata contagiosa.
Era stata più volte innamorata, come la fanciulle della sua età, ma nessuno poteva rubarle il cuore come il fiume. Era la sua casa, il suo rifugio, la sua vita. Erano una cosa sola.
La ragazza del fiume, crescendo, divenne sempre meno solare, più pensierosa, poco incline al sorriso, chiusa in se stessa. Certo la sua voce e, soprattutto, la sua risata argentina, benché rara, continuava a scaldare il cuore di chi si imbatteva in lei. I giovani ne erano invaghiti, i pescatori trovavano in lei grande consolazione, le persone le si affezionavano. Ma pareva che nulla potesse donarle la tanto agognata felicità. Il bozzolo cercava di divenire farfalla…
La ragazza del fiume voleva altro, inseguiva altro, ambiva ad altro… non le bastava più guardare il fiume, voleva essere fiume. Pregò e pregò ancora e chiese al Creatore il coraggio di andare, di vivere la vera vita, di saper guardare in alto, di non soffermarsi a scrutare la terra, ma di desiderare il cielo.
E, così, in un giorno di primavera, mentre il sole calava lentamente e la luce tagliava la radura tutt’intorno, prese la sua barca e messasi a navigare si perdette all’orizzonte. Il suo canto, melodioso e leggero, quasi un sussurrò, accompagnò il suo navigare. Molti la sentirono partire e al ricordo ancora piangono, per quella struggente musica, per la sua dipartita.
Nessuno ebbe più sue notizie, nessuno scoprì quale fu la meta dell’ultimo suo viaggio, nessuno la rivide più. Ma quando si sente il gorgogliare del fiume a causa di forti correnti, i più vecchi del paese vi diranno di stare attenti, di aprire bene le orecchie, perché ciò che si sente è ancora la risata cristallina, così piena di vita, della ragazza del fiume.
Molti altri, poi, raccontano di averla incontrata lungo il corso d’acqua, intenta a sorridere e a salutare…».
«Pare quindi assente, non esserci più, ma è invero viva, presente nella presenza…», aveva chiosato Giampaolo.
«… perché», aveva proseguito il fratello, «solo per gli stolti, che non oltrepassano la cortina ingannatrice dell’apparenza, la ragazza del fiume è scomparsa. Lei, invece, segue lo scorrere delle acque, mai doma eppure trattenuta nell’Eternità, dove nessun tormento può toccarla, ora che dimora nella pace, nel calmo o turbinoso scorrere delle acque…».
Ci fu un lungo attimo di silenzio.
«È davvero una storia triste», disse a un certo punto Gianpaolo.
«Sì, lo è», confermò don Augusto, «ma infondo ci dice come la vita è vera soltanto se sa guardare all’eternità».
«Dobbiamo credere alla vita eterna? Davvero risorgiamo?», chiese con tragico trasporto l’altro in risposta, dove gli accenti drammatici erano resi più realistici dal lambrusco ingurgitato.
«Con questa domanda ci giochiamo il nostro futuro, ma anche il nostro presente», riprese il pretone, «Ma se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede, dice san Paolo. E forse, vana sarebbe anche la nostra vita: non si può camminare con gioia senza avere una meta».
«Non è forse la felicità la meta di ogni uomo?», aveva ribattuto Jean Paul, volendo forse dare il via a una loro caratteristica disputa.
«Il cristiano sa che il fine ultimo della sua esistenza è l’incontro con Dio e questo coincide esattamente con la felicità più grande che può sperimentare, desiderium naturale videndi Deum ».
Vista la seriosità delle argomentazione il signor Giuseppe, che la sapeva davvero molto lunga, andò a prendere una bottiglia grappa invecchiata in barrique da uve selezionate.
«Questa», aveva detto il padre di Gianpaolo, «è prodotta con metodo discontinuo e caldaie in rame a vapore e conservata in botti di legno di rovere».
Al sesto brindisi (due solamente per Alessandro, vista la giovane età) e dopo qualche canto di montagna, non molto tipico per gente della Bassa, tutti si riaddormentarono profondamente. Si era fatto buio fuori, quando don Camillo redivivo e Jean Paul si risvegliarono, sbadigliando e stiracchiandosi rumorosamente, perché attirati da una luce al di là della finestra. Erano intontiti e sussultarono entrambi quando videro quello che appariva davanti a loro come un fantasma. Il pretone non aveva dubbi, pareva proprio una ragazza e, a osservarla bene, lo stupore si fece ancora più grande.
La ragazza del fiume era là a fissarli con i suoi occhi grandi e pieni di vita, con la faccia aperta in un contagioso sorriso. Sembrava dicesse: “Sono io, sono viva! Tutti siamo destinati alla Vita. Dovete saper guardare il fiume, stare lì ai suoi piedi, scrutarlo col cuore mentre placido o agitato lambisce con tenerezza o forza le sponde. Dovete diventare fiume, come ho fatto io, e assaporarne il profumo, assaggiarne il sapore, gustare il suo scorrere. E scoprirete, com’è capitato a me, che vicino a quel venerabile corso d’acqua possono succedere cose che da altre parti non succedono. Cose che non stonano mai col paesaggio, perché c’è un’aria speciale che va bene per i vivi e per i morti, perché lì, vicino al fiume, hanno un’anima anche i cani, perché i morti sono rispettati, perché i morti sono vivi».
Poi, quella visione svanì con garbo, la ragazza infatti si girò e si allontanò sprofondando nelle tenebre.
I due appollaiati sul divano si guardarono esterrefatti. Una volta in automobile sulla strana del ritorno, avrebbero voluto dirsi qualcosa, ma nessuno riusciva a iniziare a spiccicar parola, fintantoché fecero, ancora una volta, un discorso memorabile.
«Sai…», disse a un certo punto don Camillo redivivo.
«Eh, sì!», rispose Gianpaolo Fabbro.