19 giugno 2018

Libri. Ratzinger la rivoluzione interrotta

di Alfredo Incollingo e Francesco Filipazzi
Il portato del pontificato di Joseph Ratzinger è ancora tutto da valutare ed analizzare. Nonostante siano passati oltre cinque anni dal funesto giorno delle “dimissioni” per ingravescente aetate, quotidianamente emergono aspetti importanti, testi da rileggere e messaggi che analizzati oggi appaiono profetici e dirompenti.
A sviscerare la figura di Benedetto XVI ci ha pensato dunque Francesco Boezi, firma del quotidiano Il Giornale, scegliendo di intervistare una serie di personaggi del mondo cattolico che hanno vissuto o addirittura hanno maturato la propria fede proprio nel periodo ratzingeriano. Il tutto è raccolto nel volume “Ratzinger : La rivoluzione interrotta”, edito da La Vela.

Sono tanti i nomi celebri della cultura cattolica italiana che hanno deciso di raccontare il papato di Benedetto XVI, facendo luce su un aspetto particolare della sua apologetica.
Il volume riporta le testimonianze di quattordici testimoni, fra i quali troviamo anche due collaboratori del nostro blog, Aurelio Porfiri e Giuliano Guzzo. Il maestro Porfiri, nell’ultimo contributo del volume, propone una riflessione sul senso del sacro, della liturgia e della musica nel pensiero Ratzingeriano, forse il principale aspetto (contro)rivoluzionario del pensiero del Papa tedesco, in contrapposizione culturale e perfino estetica con il mondo circostante. Anche se non citato, il riferimento al Summorum Pontificum viene automatico.

Interessante, parlando di questo confronto, il testo del sociologo Guzzo, che pone l’accento su un altro testo importante e a suo modo sorprendente. «La Deus caritas est è stata non soltanto un capolavoro, ma anche una sorpresa: il papa regnante da non molto, additato dalla cultura dominante come il grande inquisitore, che esordisce con un’enciclica sull’amore. Fu qualcosa di stupendo e di inatteso, anche perché con quell’enciclica Benedetto xvi iniziò il suo ufficiale confronto con la cultura laica o comunque non cristiana. Ricordo a questo proposito la meravigliosa replica che il papa intese dare a Friedrich Nietzsche, secondo cui il cristianesimo  –  cito testualmente  –  “avrebbe dato da bere del veleno all’eros, che, pur non morendone, ne avrebbe tratto la spinta a degenerare in vizio”. Sono trascorsi già tredici anni, ma ritengo che la Deus caritas est abbia ancora molto da dire e da dare a chiunque la rilegga».

Ettore Gotti Tedeschi, da sempre attento alle tematiche sociali della Chiesa Cattolica, ci illustra i punti salienti della riflessione economica di Benedetto XVI: pur parlando di sistemi di produzione o di indici di borsa, il Papa Emerito non ha mai estromesso il Vangelo dai suoi discorsi sui mali della finanza mondiale. Si dibatte fin troppo spesso, e inutilmente, su un'economia dal volto umano, senza giungere ad una proposta realista e soddisfacente. Solo Ratzinger è riuscito a cogliere la radice della cattiva economia: questa non è né buona né cattiva di per sé, perché è un semplice strumento umano. Sta all'uomo usarlo nel modo migliore e lo può fare solo seguendo gli insegnamenti di Gesù nei Vangeli.

Il giornalista Marco Tosatti, invece, cerca di rispondere ad una domanda tuttora irrisolta: perché Benedetto XVI si dimise nel 2013? Citando dati e fatti, ci racconta i legami tra le lobby di potere, alle volte poco cristiane, che si intrecciano in Vaticano e che avrebbero sospinto il Santo Padre ad abdicare. Il suo “conservatorismo” era un ostacolo troppo arduo da superare per chi avesse voluto riformare in chiave progressista la Chiesa Cattolica.

Francesco Agnoli, instancabile apologeta, intervistato da Boezi, ricorda la battaglia del Papa Emerito per dimostrare la razionalità del cristianesimo. Si pensa spesso, sulla scia di opinioni storiche piuttosto dubbie, che la religione di Cristo abbia perseguitato la scienza moderna, ritardandone la nascita. Benedetto XVI, al contrario, ha spiegato l'irrinunciabile e fondamentale connubio tra Fede e Ragione, un rapporto imprescindibile per il cattolicesimo.

Fra i contributi trova spazio anche una voce femminile, quella di Maria Rachele Ruiu, che coglie con grazia uno degli aspetti basilari della comunicazione di Benedetto XVI: «Proprio papa Ratzinger ci ha dimostrato che anche un’attitudine mediaticamente mite e pacata, quasi schiva, è capace di far vibrare i cuori e smuovere le masse, quando è al servizio di un messaggio che resta comunque di per sé potente, coinvolgente e sovversivo com’è quello del Vangelo: papa Ratzinger ha avuto e ha la capacità di trasmettere altissimi concetti teologici con una semplicità disarmante. Rende tutto semplice anche a un’ignorante come me! E poi, definire non comunicativo il primo pontefice che si è iscritto a Twitter… non mi torna». Insomma, per comunicare e farsi capire non sono necessarie pagliacciate e gesti fantasmagorici ma possono bastare mitezza e contenuti.

Il libro è molto completo e analizza aspetti che vanno dal "tradizionalismo di Ratzinger" fino ai discorsi sulle radici cristiane dell'Europa, al rapporto con il mondo e con i giovani. La raccolta di interviste di Boezi racconta una rivoluzione (o una restaurazione, come nota Gotti Tedeschi in prefazione e noi azzardiamo a dire controrivoluzione) incompiuta e ci parla di un uomo che, forse sconfitto sul piano terreno da forze più grandi di lui, ha deciso di ritirarsi in disparte. Ma il testimone non è caduto.



 

18 giugno 2018

Se farà il bene del popolo, sarà benedetto da Dio

di Antonio Fiori
Da alcuni giorni, in modo del tutto comprensibile, e non solo in Italia, non si fa che parlare del nuovo governo guidato dall’avvocato Giuseppe Conte e dai ministri Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Il nostro sito, cattolico e mariano, di formazione spirituale, di cultura religiosa e di approfondimento dottrinale, non dà grande spazio alle questioni politiche, siano esse italiane e internazionali.
Ma bisogna capirsi bene però! Immaginare che la religione e la politica siano nello stesso rapporto che il Bene e il Male è assolutamente incongruo e fuorviante.
Spesso si crede addirittura che tra religione e politica non ci debba essere nessuna correlazione, semmai distacco ed opposizione. E’ una teoria questa che risente del cosiddetto separatismo liberale del XIX secolo, ma che viene ciclicamente riproposta, nel senso della assoluta estraneità tra le cose di Dio e quelle degli uomini. Fra Trono e Altare – come si usava simboleggiare un tempo il potere regale o di governo, e quello ecclesiastico – ci sarebbe in mezzo l’abisso, o almeno una distanza incolmabile.

Evidentemente, a pensarci bene, non può essere così.
E questo ce lo dice la ragione prima ancora che la fede. Lo ha dichiarato ripetutamente anche il sommo Magistero della Chiesa, valido per noi credenti, ma significativo per tutti i cittadini di qualunque Stato (laico) del pianeta, soprattutto se, come il nostro, di profonde radici cristiane.
L’uomo è un essere sociale e come tale ha bisogno di leggi (Ubi homo, ibi societas. Ubi societas, ibi ius). Ma le leggi non possono essere del tutto neutre sul piano dei valori. Esse rispondono per forza di cosa a una prima Legge e ad un primo Legislatore che ne è, almeno implicitamente, il fondamento ultimo (si veda in tal senso Robert Spaemann, Tre lezioni sulla dignità della vita umana, Lindau, 2018). Anche una legge civile del tutto contraria a ciò che il Magistero della Chiesa chiama la lex naturalis ossia la legge naturale, ha per il fatto stesso un rapporto necessario con la morale: benché nel caso specifico sia un rapporto di opposizione e di contrasto. L’uomo è un essere morale, anche quando è immorale, e la società non è mai totalmente a-morale.

Quando la Chiesa, da Tertulliano, la Didaché e Agostino sino ad oggi, ha condannato l’aborto o l’eutanasia, non ha fatto nessuna illegittima intrusione nel campo della politica. Ma ha difeso, coerentemente con il suo mandato divino di evangelizzazione, un precetto fondamentale del Decalogo di Mosè (il quinto comandamento: Non uccidere). Né più né meno.
Si può tentare di fare una società completamente retta da una Costituzione atea e da una legislazione anti-cristiana e anti-evangelica. Ed è stato questo, in fondo, il tremendo tentativo che sta al cuore delle ideologie della modernità: apertis verbis nel marxismo e nell’anarchismo, ma sottovoce anche nel democratismo liberale ottocentesco, che ha prevalso nell’intero Occidente, dopo la seconda guerra mondiale.

In ogni caso non si può uscire dall’ambito dell’etica, neppure violandola o non riconoscendone validità obiettiva. Credo che il ragionamento sia sufficientemente chiaro per non dover insistere.
La Chiesa dimostra quanto appena svolto con la sua prassi secolare e con il suo insegnamento che analizza e giudica le realtà terrene – come le leggi, i costumi e le tendenze – alla luce, non dei propri interessi di bottega, ma dell’eternità. Alla luce di Dio…
Essa non approva né il furto, né l’usura, né la schiavitù, né l’idolatria, né il matrimonio poligamico o la convivenza more uxorio. Più in generale, la sua dottrina sociale, disapprova la totale separazione tra Stato e Chiesa, tra politica e morale, tra diritto naturale e diritto civile. In fondo, sostenendo la giusta correlazione tra fede e ragione (cf. Fides et ratio, 1998), è del tutto coerente con sé stessa. Distinzione degli ambiti (sacro e profano), non equivale a separazione o ad opposizione sistematica e di principio.

Il Magistero recente ha ribadito infinite volte questo fondamentale punto di dottrina (per esempio nelle encicliche sociali di Papa Woytjla, nel Catechismo della Chiesa cattolica, nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa, etc. etc.). Il Pontefice polacco usò ripetutamente una formula che oggi sarebbe facilmente tacciata di ‘integralismo’ ma che in realtà esprime solo la radicalità e l’integralità delle conseguenze pubbliche e politiche del messaggio di Cristo. E cioè: “Non c’è vera soluzione della questione sociale fuori del Vangelo” (Centesimus annus, pubblicata nel 1991, a 100 anni esatti dalla Rerum novarum di Leone XIII, n. 5).

Il governo Conte-Salvini-Di Maio nella misura in cui identificherà la propria azione politica, sociale ed economica, con le reali esigenze del paese sarà un governo benedetto dall’alto. Nessun uomo del resto è totalmente negativo, e nessun uomo è privo di limiti. Lo stesso dicasi di un governo e di una società. D’altra parte è meglio un governo più o meno imperfetto, piuttosto che l’assenza di ogni governo (anarchia, ovvero trionfo del più forte e del più violento).

Il fatto che questo governo sembri dispiacere molto ai poteri forti internazionali, alle lobby che contano, e a tutti quei giornali e tv che formano la mass-medio-crazia di oggi, è un ottimo anzi un eccellente segno. Si direbbe quasi un pegno se non di successo facile e assicurato, almeno di reale provvidenzialità. Confermata dalla rottura con i potentati (relativisti e cosmopoliti) del pianeta, i quali hanno interessi diversi rispetto a quelli della pace sociale, della sicurezza della povera gente e del vero bene comune.

Ai cattolici manca spesso, troppo spesso, il giusto discernimento in materia sia morale, che conseguentemente sociale e politica. Ma se almeno da due secoli, i Pontefici ci dicono cosa è bene socialmente e cosa è male, è segno che ascoltando le loro ispirate parole, più facilmente potremo creare uno Stato secondo giustizia.
Il governo ha promesso un cambiamento nella gestione della scuola, del lavoro, della famiglia e dell’immigrazione. Se l’immigrazione sarà meglio controllata e filtrata; se la scuola tornerà formativa, qualitativa e meritocratica; se la famiglia sarà tutelata, protetta, incoraggiata e sostenuta anche materialmente; se il lavoro sarà veramente un diritto del cittadino (italiano), a fronte di diritti inventati e assurdi; allora vi sarà un recupero storico notevole in termini di socialità, solidarietà tra le generazioni, moralizzazione della vita pubblica e innalzamento della demografia (si veda a tal proposito l’ottimo libretto scritto a 4 mani dal ministro Lorenzo Fontana con il banchiere Ettore Gotti Tedeschi, La culla vuota della civiltà, edizioni Gondolin, 2018. Il libro ha una prefazione di Matteo Salvini ed è reperibile qui).
La speranza è che la politica avanzi su questa strada, tutta in salita, della difesa del popolo, dei suoi veri interessi e delle sue migliori aspirazioni. La misericordia divina non mancherà di fare il resto.



 

16 giugno 2018

L'innocente Salvini urlò; "Ma il re è senza vestiti!"

Le fiabe di Andersen sono spesso una spiegazione romanzata di vizi e virtù umane. Negli ultimi giorni la vicenda dell'Aquarius ha richiamato un po' la fiaba dei "Vestiti nuovi dell'Imperatore". Tutta Europa sapeva che non si può sostenere un flusso migratorio di centinaia di migliaia di persone all'anno, ma nessuno osava dirlo, per pudore, per non essere tacciato di nazismo, razzismo, xenofobia o, semplicemente, per conformismo. Salvini, diventato ministro dell'Interno, ha semplicemente detto un'ovvietà, subito seguito da una buona fetta di governanti europei. 
Riproponiamo la fiaba. Il finale del re che, essendosi spinto troppo in là non può smettere di sfilare, rimane paradigmatico. Proseguirà fino alla fine, sapendo però di essere stato scoperto e che tutto il popolo parlerà del suo pacco negli anni a venire. In realtà i re nostrani sembrano tutti corsi a coprirsi, ma ormai abbiamo visto tutto.
(F.F)

Il vestito nuovo dell'Imperatore

da Racconti e Fiabe di Andersen
C'era una volta un imperatore che amava così tanto la moda da spendere tutto il suo denaro soltanto per vestirsi con eleganza. Non aveva nessuna cura per i suoi soldati, né per il teatro o le passeggiate nei boschi, a meno che non si trattasse di sfoggiare i suoi vestiti nuovi: possedeva un vestito per ogni ora del giorno, e mentre di solito di un re si dice: "È nella sala del Consiglio", di lui si diceva soltanto: "È nel vestibolo".
Nella grande città che era la capitale del suo regno, c'era sempre da divertirsi: ogni giorno arrivavano forestieri, e una volta vennero anche due truffatori: essi dicevano di essere due tessitori e di saper tessere la stoffa più incredibile mai vista. Non solo i disegni e i colori erano meravigliosi, ma gli abiti prodotti con quella stoffa avevano un curioso potere: essi diventavano invisibili agli occhi degli uomini che non erano all'altezza della loro carica, o che erano semplicemente molto stupidi.
"Quelli sì che sarebbero degli abiti meravigliosi!", pensò l'imperatore: con quelli indosso, io potrei riconoscere gli incapaci che lavorano nel mio impero, e saprei distinguere gli stupidi dagli intelligenti! Devo avere subito quella stoffa!".
E pagò i due truffatori, affinché essi si mettessero al lavoro.
Quei due montarono due telai, finsero di cominciare il loro lavoro, ma non avevano nessuna stoffa da tessere. Chiesero senza tanti complimenti la seta più bella e l'oro più brillante, se li misero in borsa, e continuarono a così, coi telai vuoti, fino a tarda notte.
"Mi piacerebbe sapere a che punto stanno con la stoffa!", pensava intanto l'imperatore; ma a dire il vero si sentiva un po' nervoso al pensiero che una persona stupida, o incompetente, non avrebbe potuto vedere l'abito. Non che lui temesse per sé, figurarsi: tuttavia volle prima mandare qualcun altro a vedere come procedevano i lavori.
Nel frattempo tutti gli abitanti della città avevano saputo delle incredibili virtù di quella stoffa, e non vedevano l'ora di vedere quanto stupido o incompetente fosse il proprio vicino.
"Manderò dai tessitori il mio vecchio e fidato ministro", decise l'imperatore, "nessuno meglio di lui potrà vedere che aspetto ha quella stoffa, perché è intelligente e nessuno più di lui è all'altezza del proprio compito".
Così quel vecchio e fidato ministro si recò nella stanza dove i due tessitori stavano tessendo sui telai vuoti. "Santo cielo!", pensò, spalancando gli occhi, "Non vedo assolutamente niente!"
Ma non lo disse a voce alta.
I due tessitori gli chiesero di avvicinarsi, e gli domandarono se il disegno e i colori erano di suo gradimento, sempre indicando il telaio vuoto: il povero ministro continuava a fare tanto d'occhi, ma senza riuscire a vedere niente, anche perché non c'era proprio niente.
"Povero me", pensava intanto, "ma allora sono uno stupido? Non l'avrei mai detto! Ma è meglio che nessun altro lo sappia! O magari non sono degno della mia carica di ministro? No, in tutti casi non posso far sapere che non riesco a vedere la stoffa!"
"E allora, cosa ne dice", chiese uno dei tessitori.
"Belli, bellissimi!", disse il vecchio ministro, guardando da dietro gli occhiali. "Che disegni! Che colori! Mi piacciono moltissimo, e lo dirò all'imperatore."
"Ah, bene, ne siamo felici", risposero quei due, e quindi si misero a discutere sulla quantità dei colori e a spiegare le particolarità del disegno. Il vecchio ministro ascoltò tutto molto attentamente, per poterlo ripetere fedelmente quando sarebbe tornato dall'imperatore; e così fece.
Allora i due truffatori chiesero ancora soldi, e seta, e oro, che gli sarebbe servito per la tessitura. Ma poi infilarono tutto nella loro borsa, e nel telaio non ci misero neanche un filo. Eppure continuavano a tessere sul telaio vuoto.
Dopo un po' di tempo l'imperatore inviò un altro funzionario, assai valente, a vedere come procedevano i lavori. Ma anche a lui capitò lo stesso caso del vecchio ministro: si mise a guardare, a guardare, ma siccome oltre ai telai vuoti non c'era niente, non poteva vedere niente.
"Guardi la stoffa, non è magnifica?", dicevano i due truffatori, e intanto gli spiegavano il meraviglioso disegno che non esisteva affatto.
"Io non sono uno stupido!", pensava il valente funzionario. "Forse che non sono all'altezza della mia carica! Davvero strano! Meglio che nessuno se ne accorga!" E così iniziò anche lui a lodare il tessuto che non riusciva a vedere, e parlò di quanto gli piacessero quei colori, e quei disegni così graziosi. "Sì, è davvero la stoffa più bella del mondo", disse poi all'imperatore.
Tutti i sudditi non facevano che discutere di quel magnifico tessuto. Infine anche l'imperatore volle andare a vederlo, mentre esso era ancora sul telaio. Si fece accompagnare dalla sua scorta d'onore, nella quale c'erano anche i due ministri che erano già venuti, e si recò dai due astuti imbroglioni, che continuavano a tessere e a tessere... un filo che non c'era.
"Non è forse 'magnifique'?", dicevano in coro i due funzionari; "Che disegni, Sua Maestà! Che colori!", e intanto indicavano il telaio vuoto, perché erano sicuri che gli altri ci vedessero sopra la stoffa.
"Ma cosa sta succedendo?", pensò l'imperatore, "non vedo proprio nulla! Terribile! Che io sia stupido? O magari non sono degno di fare l'imperatore? Questo è il peggio che mi potesse capitare!"
"Ma è bellissimo", intanto diceva. "Avete tutta la mia ammirazione!", e annuiva soddisfatto, mentre fissava il telaio vuoto: mica poteva dire che non vedeva niente! Tutti quelli che lo accompagnavano guardavano, guardavano, ma per quanto potessero guardare, la sostanza non cambiava: eppure anch'essi ripeterono le parole dell'imperatore: "Bellissimo!", e gli suggerirono di farsi fare un abito nuovo con quella stoffa, per l'imminente parata di corte.
"'Magnifique'!, 'Excellent'!", non facevano che ripetere, ed erano tutti molto felici di dire cose del genere.
L'imperatore consegnò ai due imbroglioni la Croce di Cavaliere da tenere appesa al petto, e li nominò Grandi Tessitori.
Per tutta la notte prima della parata di corte, quei due rimasero alzati con più di sedici candele accese, di modo che tutti potessero vedere quanto era difficile confezionare i nuovi abiti dell'imperatore. Quindi fecero finta di staccare la stoffa dal telaio, e poi con due forbicioni tagliarono l'aria, cucirono con un ago senza filo, e dissero, finalmente: "Ecco i vestiti, sono pronti!"
Venne allora l'imperatore in persona, coi suoi più illustri cavalieri, e i due truffatori, tenendo il braccio alzato come per reggere qualcosa, gli dissero: "Ecco qui i pantaloni, ecco la giacchetta, ecco la mantellina..." eccetera. "Che stoffa! È leggera come una tela di ragno! Sembra quasi di non avere indosso nulla, ma è questo appunto il suo pregio!"
"Già", dissero tutti i cavalieri, anche se non vedevano niente, perché non c'era niente da vedere.
"E ora", dissero i due imbroglioni, se Sua Maestà Imperiale vorrà degnarsi di spogliarsi, noi lo aiuteremo a indossare questi abiti nuovi proprio qui di fronte allo specchio!"
L'imperatore si spogliò, e i due truffatori fingevano di porgergli, uno per uno, tutti i vestiti che, a detta loro, dovevano essere completati: quindi lo presero per la vita e fecero finta di legargli qualcosa dietro: era lo strascico. Ora l'imperatore si girava e rigirava allo specchio.
"Come sta bene! Questi vestiti lo fanno sembrare più bello!", tutti dicevano. "Che disegno! Che colori! Che vestito incredibile!"
"Stanno arrivando i portatori col baldacchino che starà sopra la testa del re durante il corteo!", disse il Gran Maestro del Cerimoniale.
"Sono pronto", disse l'imperatore. "Sto proprio bene, non è vero?" E ancora una volta si rigirò davanti allo specchio, facendo finta di osservare il suo vestito.
I ciambellani che erano incaricati di reggergli lo strascico finsero di raccoglierlo per terra, e poi si mossero tastando l'aria: mica potevano far capire che non vedevano niente.
Così l'imperatore marciò alla testa del corteo, sotto il grande baldacchino, e la gente per la strada e alle finestre non faceva che dire: "Dio mio, quanto sono belli gli abiti nuovi dell'imperatore! Gli stanno proprio bene!"
Nessuno voleva confessare di non vedere niente, per paura di passare per uno stupido, o un incompetente. Tra i tanti abiti dell'imperatore, nessuno aveva riscosso tanto successo.
"Ma l'imperatore non ha nulla addosso!", disse a un certo punto un bambino.
"Santo cielo", disse il padre, "Questa è la voce dell'innocenza!". Così tutti si misero a sussurrare quello che aveva detto il bambino.
"Non ha nulla indosso! C'è un bambino che dice che non ha nulla indosso!"
"Non ha proprio nulla indosso!", si misero tutti a urlare alla fine. E l'imperatore rabbrividì, perché sapeva che avevano ragione; ma intanto pensava: "Ormai devo condurre questa parata fino alla fine!", e così si drizzò ancora più fiero, mentre i ciambellani lo seguivano reggendo una coda che non c'era per niente.
fiaba Andersen - Il vestito nuovo dell'imperatore

 

14 giugno 2018

Humanae Vitae. La verità che risplende

di Francesco Filipazzi
Sabato scorso si è svolto a Brescia un grande evento per l'anniversario della pubblicazione dell'enciclica Humanae Vitae, dal titolo "La verità che risplende", nel quale è stata ribadita l'attualità del messaggio contenuto in quel documento di Paolo VI. Con buona pace del quotidiano locale, che ha titolato "La contestata enciclica sul sesso", quel testo è e rimane una pietra miliare del magistero della Chiesa nella definizione dell'integrità della persona umana, una risposta al movimento che ha cercato e cerca di sfilacciare e rovinare il progetto divino. Il Papa, in modo vincente ma a costo di suscitare odio eterno nei suoi confronti, volle porre l'umanità integrale come risposta alla disgregazione, ponendo le basi di quella che fu poi la teologia del corpo di Giovanni Paolo II.

I video dell'evento bresciano sono ancora disponibili sul canale YouTube degli Amici di Paolo VI, ai quali vanno i complimenti per l'ottima organizzazione.

In questa sede vorremmo porre l'accento su alcuni passaggi dell'intervento del Cardinale Eijk. Il porporato ha definito il documento come una vera e propria profezia, avversata nel suo tempo come lo furono i profeti dell'Antico Testamento.

L'intervento si è poi concentrato sulla questione della contraccezione, tematica presente nel dibattito esterno alla Chiesa sin dall'inizio dell'800, con la citazione del magistero di Pio XI, Pio XII e Giovanni XXIII, lungo un discorso che ha contestualizzato il tema dal punto di vista storico in modo impeccabile.

La contraccezione rimane inaccettabile per i veri cristiani ed è un atto intrinsecamente sbagliato. Fino alla fine degli anni '50 i cattolici hanno rispettato questi dettami, laddove i protestanti iniziavano ad usare metodi anticoncezionali. Successivamente però con l'arrivo della contraccezione ormonale cambiò il tema del dibattito, in quanto si affacciò l'idea che questa fosse moralmente lecita. Nel frattempo stava arrivando una delle più grosse crisi di fede della storia della Chiesa, per via dei cambiamenti culturali degli anni '60 del boom economico e successivamente con l'avvento del 1968. Fra tutte le generazioni si poteva osservare una mentalità ribelle. È significativo che proprio nell'anno clou sia stata pubblicata l'Enciclica che più si è contrapposta alla deriva.

Anche nella Chiesa però c'era disaccordo, sin dai tempi del Concilio. Ovviamente l'ala progressista, che millantava un imminente cambio della dottrina della Chiesa, trovò una sponda mondana molto forte. Paolo VI invece impresse un indirizzo ben diverso. La Chiesa è infatti guidata dallo Spirito Santo e non è una democrazia.
La contraccezione dunque non è lecita, perché nel concepimento gli attori non sono solo gli uomini, ma sono dei semplici cooperatori, in quanto partecipanti al piano creativo di Dio, che prevede il matrimonio e la procreazione. È però Dio il creatore dell'anima.

L'enciclica Humanae Vitae è stata quindi un argine al male e, qui sta il portato profetico, ha dato il via ad un'analisi approfondita a livello teologico e filosofico, con una partecipazione proficua e straordinaria di Giovanni Paolo II e il cardinal Caffarra. L'enciclica è stata un cardine su cui sviluppare la risposta della Chiesa alla crisi della modernità in campo etico e bioetico.

Vedendo cos'è diventata oggi la contraccezione, non possiamo negare che Paolo VI abbia avuto perfettamente ragione. "La canonizzazione di Paolo VI - conclude il Cardinale- sarà la canonizzazione di uno dei profeti più grandi del nostro tempo, che ha fatto risplendere la Verità come pochi altri".


 

Il puntatore. La terza via?

di Aurelio Porfiri
Si parla da molti anni ormai di una riforma della riforma della liturgia. Queste discussioni partono da un presupposto: che l’attuale liturgia abbia bisogno di essere riformata. Questo sembra ovvio a molti, ma non a tutti, e il segno di queste riforme non è univoco; c’è chi vuole una liturgia più reverente e chi una più spinta sulle vie del progress(ism)o..

Tempo fa, sia Benedetto XVI che il Cardinale Sarah avevano cautamente suggerito una possibile fusione futura delle due forme del rito romano, in modo da dar strada ad una sorta di terza via, prendendo il meglio da tutte e due. Questa proposta ha incontrato una decisa opposizione da parte di alcuni settori dall’una e dall’altra parte.

Io penso ci sia un problema importante di cui tenere conto. Mentre possiamo identificare bene le coordinate della forma straordinaria del rito romano, non siamo così fortunati per la forma ordinaria. Se veramente la forma ordinaria, come la conosciamo oggi, deve essere un’eredità del Concilio e della Sacrosanctum Concilium (canto gregoriano, organo, latino, partecipazione secondo il proprio ruolo, etc.), quello che vediamo nella stragrande maggioranza delle chiese italiane è semplicemente un’altra cosa, non quello che il Vaticano II aveva chiesto. Quindi, cercare di mediare la forma straordinaria con la forma ordinaria è problematico, in quanto quest’ultima va oramai su un’altra strada rispetto la sua ragione primigenia di esistenza.

Ho avuto occasione di parlare con alcuni che erano stati in Concilio, avevano fatto parte della commissione liturgica, tutti mi hanno dettto che quello che c’è oggi non è quello che era stato previsto. Quindi unire la forma straordinaria a quale forma ordinaria? Non c’è “una forma ordinaria”, ma tante quanto la fantasia di molti, troppi celebranti, oramai permette senza timore di alcuna sanzione.

Per alcuni esempi di fantasie:
Altare in Lego (Porfiri)
Canestro in chiesa
Cori da stadio(Porfiri)
 

13 giugno 2018

È tornato don Camillo/62. I magnifici 4. Il mistero del manoscritto - 2

di Samuele Pinna
(illustrazione di Erica Fabbroni)
Dopo la santa Messa mattutina, sempre scortati da qualche zelante inserviente, i quattro sacerdoti fecero una passeggiata vicino casa. La bellezza della natura circostante avrebbe rapito chiunque, così come quella calda e soleggiata giornata. I quattro passeggiarono un poco, intravvedendo la malga sopra di loro, il rifugio e quella specie di cascatella che formava un acquitrino di acqua, una sorta di laghetto naturale, ottimo abbeveratoio a cielo aperto per gli animali al pascolo. Finita la scampagnata, si recarono nella sala da pranzo per fare una degna e, quindi, abbondante colazione.

Ad attenderli c’erano due monaci, già seduti al tavolo, e la cosa incuriosì la compagnia clericale. Parlarono del più e del meno, fintantoché quello che si era presentato come il superiore, dal modo grezzo, l’andatura baldanzosa, con una barba incolta e un poco unticcia, spiegò che erano lì per un grande evento.

«Siamo venuti», precisò concitato, «per mostrare la nostra sensazionale scoperta a sir Waldegrave».

Davanti allo stupore generale e alla curiosità dipinta sui volti di tutti, continuò.

«Un manoscritto medievale! Si tratta di un testo di alta spiritualità, molto vicino nei contenuti a quelli di altri coevi».

Tutti rimasero sbigottiti.

«Come l’Imitatio Christi?», chiese curioso don Augusto.

«Sì, sì», riprese titubante il monaco, «credo che a voi possa dirlo: siamo quasi certi si tratti proprio dell’originale, con tanto di firma dell’autore…».

Un “oh!” stupefatto si levò nella stanza. Era a dir poco una scoperta sensazionale, perché dopo secoli di dibattimenti si era, forse, giunti a una soluzione.

«Il libro ingiunge di non cercare chi l’abbia composto», si pronunciò Padre Brown, finito il momento di eccitazione, «Tuttavia, visto che a quell’ordine si disubbidì, tentando di ricostruire la psicologia di chi forse era riuscito a non averne più una, prima tra l’altro di accingersi a insegnare agli altri come si fa a liberarsi dell’io… ma sì, forse potremmo anche noi capirci qualcosina di più…».

«Le attribuzioni», si inserì don Augusto, anche lui interessato della cosa, «se non rammento male, spaziano fra il primo millennio e il secolo XV. L’ultimo ragguaglio indica come data di composizione il 1370 circa».

«Sì», riprese l’informato prete anglosassone, «l’attribuzione più remota, ritrovata in un manoscritto del 1482, giudica l’opera di san Basilio, mentre in Francia, in Italia e in Boemia si pensò come autore san Bernardo, finché ci si rese conto che nel testo è citato san Francesco, a lui posteriore».

«Un traduttore francese», riprese l’altro, sempre più avvinto, «nel 1538 insinua che l’autore fosse Ludolfo di Sassonia, mentre altri Jean Gerson, morto nel 1426, che fu un sommo mistico e cancelliere della Sorbona, dove era succeduto al suo maestro Pierre d’Ailly…».

«Ma come scambiare il melodico stile», sostenne ancora Padre Brown, «opulento nella aggettivazione, ornatamente addottrinato, del Gerson con quel nudo ricalco del Libro dei Proverbi che è l’Imitazione?».

«Un’altra attribuzione», prese ancora la parola il prete di città, dopo un attimo di profonda meditazione, «emerse quando il Caietano, a Genova, si era trovato fra le mani un testo ascritto a Gersen, abate di Santo Stefano a Vercelli tra il 1220 e il 1245…».

«Già», si intromise ancora il sacerdote inglese, «ancora oggi si insiste a favore di questo oscuro benedettino».

«L’attribuzione più convincente», s’intromise don Matteo, «rimane allora ancora quella che fa risalire il manoscritto a Tommaso da Kempis».

«Esatto!», si inserì un monaco, che finora non aveva mai aperto e bocca e che aveva ascoltato tutta la disertazione in silenzio, «Tommaso nacque a Kempen, presso Düsserdolf, nel 1379-1380 ed entrò, nel 1398, nella comunità dei pii copisti raccolta da Florent Radewijns a Denventer. Nel 1399, Tommaso si offriva oblato al convento dei canonici regolari di Zwolle, dove avrebbe preso gli ordini nel 1413 o 1414. Fu proprio nell’ambiente della nuova devozione fiamminga, cui Tommaso appartenne, il disinteresse per le squisitezze dottrinarie, a favore del metodo mistico pratico. Nel 1471, Tommaso concluse la sua vita, che era trascorsa tutta claustrata, preservata da ogni contaminazione di avvenimenti esterni. Oltre a molte ascetiche, egli lasciò alcune opere squisitamente mistiche: il Soliloquio, l’Hortulus rosarum, la Vallis liliorum, la Cantica, il De elevatione mentis e vite dei Santi, tra cui quella di Ludivina di Sichiedam».

«Ed ecco la nostra grande scoperta», esclamò l’altro confratello, «una copia del 1441 che Tommaso autografò, soggiungendo: finitus et completus. Si conferma, in tal modo, la prima attribuzione datata dal 1498!».

Dopo questo scambio, ci fu un lungo momento di silenzio, carico di mille pensieri.

«Ma è possibile vedere il manoscritto?», domandò non senza curiosità Padre Brown.

«Credo proprio di sì», riprese il monaco superiore, «se il padrone ne è d’accordo».

«Il padrone?», chiese con enfasi don Matteo.

«Ehm, il signore di questa casa, nostro benefattore», si corresse l’altro, «sir Waldegrave! Grazie alla sua munificenza abbiamo potuto svolgere sofisticati e assai gravosi studi».

«Certo che il manoscritto può essere visto», si sentì una voce lontana, di chi stava entrando nella sala. Si trattava di quello che si era presentato il giorno prima come il segretario di sua eccellenza.

«Anzi, finita la colazione», concluse, «potrete ammirarlo nel salone delle udienze».

Tutti e quattro i sacerdoti si mossero a finire il più in fretta possibile la sostanziosa colazione, poi si recarono davanti a quell’incredibile reperto.

Erano eccitati come una scolaresca alla prima gita e guardarono e rimirarono quel libro con attenzione. Padre Brown continuava a parlottare con il monaco, che si era presentato come il superiore, don Augusto scrutava il testo con don Camillo, mentre don Matteo si era quasi subito distaccato dal nugolo delle persone, dopo aver contemplato una miniatura molto ben fatta, contenente una luna piena. L’immagine, che apriva il capitolo secondo, recava sotto la frase: “L’uomo, per sua natura, anela a sapere; ma che importa il sapere se non si ha il timor di Dio? Certamente un umile contadino che serva il Signore è più apprezzabile di un sapiente che, montato in superbia e dimentico di ciò che egli è veramente, vada studiando i movimenti del cielo”.

Alla fine della visita guidata, i quattro preti avrebbero voluto fare parecchie domande, ma la loro presenza fu richiesta altrove e, siccome si aspettavano fosse il padrone di casa, accantonarono momentaneamente i loro dubbi.

Prima di lasciare la stanza, il segretario con fare mellifluo, chiese cosa ne pensassero del manoscritto. La banda clericale si guardò imbarazzata per poi aggiungere all’unisono che si trattava certamente di un falso.

Senza replicare niente, l’altro fece un inchino e indicò il domestico da seguire. Furono scortati in un piccolo salottino vuoto e non dovettero attendere molto l’arrivo del signor Giovanni Wasson, o meglio Waßohn, governante della casa. Entrò trafelato, stringendo vigorosamente la mano a ciascun ospite e presentandosi nel frattempo. Aveva il viso bianco e possente, solcato dalle tipiche rughe causate dai dispiaceri, le borse cascanti sotto gli occhi avevano un colore plumbeo, le labbra afflosciate ai lati, tanto da formare una doppia piega di espressione dolorosa, e il doppio mento flaccido era coperto dalla peluria di una barba trascurata da almeno due giorni.

«Cari signori», prese la parola, «sono, da svariati decenni, il maggiordomo della casata dei Waldegrave, baronetti di sua Maestà britannica, e prima di me lo è stato mio padre e il padre di mio padre e il padre del padre di mio padre e così via… Il nostro, della famiglia Waßon, è sempre stato un servizio impeccabile, fino a oggi!».

“Se i Waßon”, pensò Padre Brown, “erano di sicura origine germanica, era chiaro che dovessero essersi naturalizzati inglesi…”.

I suoi pensieri furono, però, interrotti, perché, dinnanzi a uno stato così apparentemente sconvolto, don Camillo, sfoderando uno dei suoi sorrisi migliori, aiutò l’omone seduto davanti a loro a buttare fuori il rospo.

«Il signorino», riprese l’altro, dopo essersi asciugato il sudore della fronte con un grande fazzoletto a quadrettoni, «ossia il figlio di sua grazia, un ragazzetto di dieci anni circa, è venuto qui a trascorrere qualche giorno di vacanza. Per noi della servitù è sempre una gioia avere qui quel bravo ragazzo e lo accolsi io stesso con la consueta letizia, quando giunse allo chalet. Ero ben lontano in quel momento dal pensare che questo sarebbe stato il preludio della più sventurata e triste disgrazia della mia vita. Il ragazzo è arrivato venerdì scorso. Posso dirvi, e ritengo di non essere indiscreto, ma sarei ridicolo se in un caso come questo vi facessi solo delle mezze confidenze, che il ragazzo qui, rispetto a casa sua, era assai più felice. Non è un segreto per nessuno che la vita coniugale di suo padre sia stata tutt’altro che tranquilla, tanto che si è conclusa con una separazione consensuale, a seguito della quale la sua signora ha trasferito la sua residenza altrove. Questo fatto è accaduto abbastanza recentemente, ed è risaputo che il giovinetto si trovava molto meglio con la madre. Dopo la partenza di quest’ultima si è molto incupito ed è per questo motivo che il padre ha deciso di mandarlo qui, per un poco di vacanza. Dopo solo qualche giorno, il ragazzotto si era già completamente ripreso e in apparenza sembrava felicissimo. È stato visto per l’ultima volta la sera di domenica scorsa. La sua camera è situata al secondo piano e vi si accede da una stanza più grande, che collega e conduce agli alloggi della servitù. Questi ultimi non hanno visto né sentito nulla, quindi è certo che il giovane non è passato da quella parte. La sua finestra era aperta, e c’è una robusta pianta d’edera che da lì scende fino a terra. Non abbiamo potuto rintracciare nessuna impronta sotto, ma è certo che quella è l’unica possibile via d’uscita. La sua assenza è stata scoperta alle sette di lunedì mattina e, immediatamente, vi abbiamo spedito i telegrammi. Il letto era disfatto e lui, prima di andarsene, si era vestito di tutto punto. Non abbiamo trovato nessuna traccia che indicasse l’intrusione di un estraneo nella stanza, e certamente se ci fossero state grida o rumori dovute a una colluttazione sarebbero stati segnalati. Appena ho saputo della scomparsa del giovinetto ho subito raccolto tutti gli inservienti e domestici. Ed è così che mi sono accorto che il ragazzo non si era allontanato da solo: mancava anche il signor Elmtree, ospite della casa. Anche la sua stanza si trova al secondo piano, sull’altro lato dell’edificio, di fronte a quella del ragazzo. Pure lui aveva dormito nel suo letto, ma sembrava che se ne fosse andato prima di riuscire a vestirsi del tutto, poiché abbiamo trovato sparsi a terra la sua camicia e i suoi calzini. Sicuramente si è calato lungo il tronco di edera, in quanto abbiamo rinvenuto l’impronta dei suoi piedi nel punto in cui è atterrato sul prato. Usava parecchio una nostra bicicletta adatta per la montagna, una di quelle in serie, tutte uguali, se non per il colore, che teniamo in una piccola rimessa proprio lì vicino al prato, e anche questa è scomparsa. Non ci è stato possibile scoprire alcuna traccia dei fuggitivi, e ora che siamo a venerdì mattina ne sappiamo tanto quanto lunedì. Naturalmente abbiamo subito fatto delle ricerche al rifugio, che si trova non a troppa distanza, se si mantiene un buon passo…».

«… o una buona pedalata», era intervenuto don Camillo, che di biciclette se ne intendeva.

«Certo!», asserì l’altro, asciugandosi ancora la fronte imperlata, «Alla fine, avevamo ipotizzato che il ragazzo, preso da un improvviso attacco di nostalgia di casa, fosse scappato. Suo padre è agitato fino allo spasimo e, quanto a me, potete ben vedere in quale profondo stato di prostrazione nervosa mi abbiano ridotto l’angoscia e la responsabilità. Reverendi sacerdoti, vi supplico di mettere in campo, subito, tutte le facoltà a cui potete far ricorso, poiché sono risapute le vostre indubbie capacità investigative e umane».

I quattro preti erano stati ad ascoltare con la massima attenzione il racconto dello sfortunato maggiordomo. I loro sguardi non avevano bisogno di esortazioni per concentrare tutta la loro energia su un problema tanto complicato.

«Lei è stato molto negligente a non venire prima», disse Padre Brown con voce severa, «Ci obbliga così a cominciare la ricerca con un gravissimo ritardo. Tuttavia, io sono disposto a darle una mano, come credo anche i miei confratelli».

Gli altri tre annuirono.

«Non è stata fatta alcuna inchiesta ufficiale?», chiese don Matteo.

«Sì, ma si è rivelata estremamente deludente. Pareva da principio che avessimo ottenuto qualche indizio, giacché ci fu riferito che un ragazzo e un giovane erano stati visti partire da una stazione delle vicinanze, giù a fondo valle, con un treno delle prime ore del mattino. Solo ieri sera, però, abbiamo saputo che i due non avevano nessun rapporto con il nostro caso. Insomma, le ricerche si sono totalmente arenate».

«Ha potuto trovare un legame qualsiasi tra il ragazzo scomparso», chiese a un certo punto don Augusto, «e questo ospite scomparso?».

«No, nessuno», fu la risposta.

«Il ragazzo aveva una bicicletta?», domandò invece don Camillo, quasi fosse un interrogatorio fatto a più voci.

«Sì, quelle della rimessa sono tutte sue, se così si può dire».

«Ne manca qualche altra?», proseguì l’arciprete.

«No».

«Ne è proprio sicuro?», incalzò Padre Brown.

«Sicurissimo».

«Dunque», disse don Matteo, «non è possibile immaginare che il signor Elmtree se ne sia scappato in bicicletta in piena notte con un ragazzo in canna».

«Ah, no, questo è certo! Forse la bicicletta è tutta una montatura: può darsi che i due l’abbiano nascosta da qualche parte e che poi si siano allontanati a piedi».

«È possibile», riprese il prete dagli occhi azzurri, «ma mi sembra una copertura un po’ assurda, non le pare? C’erano altre biciclette in quella rimessa e, quindi, non ne avrebbero nascoste almeno due, se avessero desiderato far credere che erano fuggiti in bicicletta?».

La domanda rimase sospesa in aria, perché bussarono alla porta: era un domestico venuto a riferire che i reverendi sacerdoti erano desiderati dal barone Waldegrave in persona.

I quattro parlottarono fitti durante il tragitto, ma prima di giungere a destinazione don Augusto chiese al signor Waßon chi fosse questo Elmtree.

«Un caro amico di vecchia data di sua eccellenza», rispose abbastanza conciso il corpulento maggiordomo.

Appena entrati furono presentati al signore che aveva chiesto i loro servigi. Lo scrutarono con attenzione: era un uomo alto, di aspetto maestoso, vestito con cura scrupolosa; aveva un viso sottile, allungato, e un naso grottescamente lungo e ricurvo. La sua carnagione pallidissima sembrava ancora più livida nel contrasto con la barba lunga e fluente di un rosso vivo che sfiorava sul panciotto bianco, tra le estremità della quale si intravedeva brillare la catena d’oro dell’orologio. Il suo segretario privato, un ragazzo piccolo, nervoso, vivace, con un’espressione intelligente negli occhi azzurro chiaro, e i lineamenti nobilissimi, era al suo fianco. Fu quest’ultimo ad aprire subito la conversazione con tono incisivo e determinato.

«Ecco i quattro sacerdoti che hanno scoperto in meno di dieci minuti un falso per cui si è lavorato per mesi. Ci domandavamo come ci siete riusciti. Ce lo spiegherete più tardi. Ora vi invitiamo ad aiutarci in questo increscioso caso».

«A tal proposito», intervenne Padre Brown, sempre il più intraprendente, «sua eccellenza è riuscito a formulare una qualche ipotesi spiegabile della scomparsa di suo figlio?».

«No, reverendo Padre», replicò una voce bassa, profonda, baritonale.

«Mi voglia perdonare se alludo a fatti tanto dolorosi», si intromise don Augusto, «ma non abbiamo alternative. Credete che sua moglie abbia qualcosa a che vedere in questa vicenda?».

«Non credo», disse ridendo, mostrando qualche segno di imbarazzo.

«Un’altra ovvia spiegazione», affermò don Camillo, «è che il bambino sia stato rapito a scopo di estorsione. Finora vi è pervenuta qualche richiesta in questo senso?».

«No», fu la risposta secca.

Anche don Matteo avrebbe voluto porre una domanda, ma i modi bruschi del baronetto di sua Maestà britannica stavano a indicare che il colloquio era finito. Sir Waldegrave implorò loro di fare qualsiasi sforzo per portare a buon esito l’intricato caso. Era costernato davanti al fatto e non voleva che una tale notizia diventasse pubblica. Si era pertanto fidato del suggerimento di assoldare loro quattro, ma nulla doveva trapelare di quella vicenda. Alla fine del discorso era chiaro che non c’era più nulla da dirsi. Tuttavia, mentre si congedavano, il segretario chiese incuriosito come avevano fatto a capire che il manoscritto era un falso.

«Innanzi tutto», prese la parola il solito Padre Brown, dopo aver chiesto e ricevuto l’assenso degli altri, «il monaco presentatosi come il superiore, non è un vero monaco. In verità, è stata una parte della mia esperienza professionale ad assicurarmelo».

«Quale?», si intromise Waßon a bocca aperta, che diventò subito rosso per il fatto di non aver rispettato l’etichetta e parlato prima del suo signore.

«Discorrendo, a un certo punto attaccò la ragione», rispose padre Brown, «Questa è cattiva teologia!».

«Senza contare», intervenne don Camillo, «un numero di serie da ergastolano tatuato sul braccio, oltre all’incompetenza sulla lingua latina: è difficile che un esperto, che vuole studiare un manoscritto, sia privo di tale conoscenza».

«Il finitus et completus», precisò poi don Augusto, «non è una grande prova dinnanzi a chi come professione faceva il copista. Il tipo di caratteri usati, e quindi un errore del falsario, rimandano a una scrittura più antica rispetto a quella del XV secolo».

«La luna, inoltre», fece un’altra precisazione don Matteo, «presente in una miniatura, aveva dei crateri. Ma tale conoscenza è databile solo dopo il 1600 circa, quando si iniziò a usare il telescopio…».

Il signor Waldegrave, ossia sua eccellenza e sua grazia, fece una smorfia di profondo compiacimento dinnanzi a quella arguzia che si era data appuntamento, per suo merito, proprio nella sua abitazione.

«Mi compiaccio anche a nome del barone per tanta sapienza…», disse affettato il segretario, lasciando la frase a metà.

«“La sapienza”», sentenziò Padre Borwn, uscendo dalla stanza, «“è dell’animo il sommo bene, cioè de l’om saggio e niuna altra cosa è da a questa comparare”».

«Leonardo da Vinci», sussurrò don Matteo, strizzando l’occhio al collega anglosassone.

“In questo consiste la più alta sapienza”, ricordò invece dal De imitatione Christi il nostro don Camillo, “tendere al Regno dei cieli nel disprezzo del mondo”.

Ista est summa sapientia, per contemptum mundi tendere ad Cœlestia Regna. Parola del mistico anonimo medievale.


 

12 giugno 2018

Dio, palla e famiglia. La favola del Celtic

di Matteo Donadoni
da Riscossa Cristiana
Non è vero che il calcio divide le famiglie. Il tifo divide. Il calcio unisce. Chi ama il football, inteso nel senso più britannico possibile del termine, magari sbraita e si ubriaca, esulta e insulta, ma avrà sempre un’occasione di condivisione finché il pallone (progresso permettendo) continuerà a rimanere rotondo: la partita. Perché: «Football is nothing without fans». Anche per questo motivo, se una sera organizzi un incontro per parlarne con Paolo Gulisano, profondo conoscitore del football, a casa di Alessandro Gnocchi (mettendolo a conoscenza del meeting pallonaro solo a organizzazione fatta), non può che uscirne una bella serata in cui si parla più che altro di Dio, di storia delle Isole Britanniche e ciclismo, tutto davanti a una partita di pallacanestro in Tv, la versione italiana del gioco che più si avvicina quello che dovrebbe essere sulla carta il basket.
L’occasione dell’incontro invece non riguarda il basket, e nemmeno l’importantissima notizia che il coscritto Frank Lampard da pochi minuti è diventato il nuovo allenatore del glorioso Derby County e la prossima stagione siederà sulla panchina che fu del mito Clough, ma il romanzo Il prodigio di Lisbona (Elledici, 2017), scritto appunto da Gulisano, che all’attività di medico affianca un impegno culturale di saggista e scrittore.

INNANZITUTTO IL LIBRO «Questo libro non parla solo di calcio, è un romanzo». In primo luogo è l’intreccio delle storie di vari personaggi, alcuni inventati come Peter Smyth (così il suo giornale e il suo direttore: Peter prima della guerra era un giornalista e tornerà a esserlo in seguito) e altri realmente esistiti, caratterizzati tutti da una profonda umanità e una sincera fede cattolica. La storia è un’istantanea di un periodo storico in cui risuona l’eco dei drammatici eventi della guerra, della guerra civile e del primo dopoguerra in quell’Italia provvisoria che diverrà definitiva.
Un altro personaggio frutto dell’immaginazione di Gulisano è «Antonio Azzoni, studente al penultimo anno di Medicina nel 1943, figlio di un farmacista, il quale aiuta e salva la vita a Peter Smyth, aviatore scozzese fatto prigioniero dagli italiani alla fine del 1941 e “ospite” del campo di concentramento di Fossoli di Carpi. Il campo è realmente esistito e dopo la fuga dei prigionieri britannici divenne un campo di concentramento per ebrei e antifascisti». Se è vero, però, che figura di Antonio e della famiglia Azzoni è inventata, è tristemente vero anche che esponenti delle brigate partigiane comuniste uccisero tanti innocenti durante la guerra (e anche dopo): «Il farmacista viene ucciso con tutta la famiglia, compreso il povero cane – il male è sempre paranoico -, eccetto Antonio, che in quel momento è a Milano».

PERCHÉ IL CELTIC. Il mondo celtico in ogni sua declinazione è una delle grandi passioni del dottor Gulisano, che, per la cronaca, del celta ha anche l’aspetto imponente per quanto bonario, e a me, piccolo legionario romanista, fa sempre un certo effetto. Ma i tempi cupi di Brenno son passati appena prima di quelli dei Cesari, quindi ascolto la lezione, perché c’è dell’altro oltre il cimitero. C’è il Paradiso, c’è quel prato dietro il cimitero di Glasgow, su cui venne costruito il Celtic Park, detto appunto “The Paradise”.
«Football is nothing without fans» è la scritta posta sul basamento di una delle quattro statue erette all’ingresso del Celtic Park, lo stadio dei biancoverdi di Glasgow, nella fattispecie quella del leggendario ‘Jock’ Stein (1922–1985) – all’anagrafe John – uno dei più importanti allenatori di tutti i tempi. «Il mitico Jock fu il primo allenatore – quindi il Celtic il primo Club – a vincere un triplete». Al dottore, interista da sempre, si illuminano gli occhi quando parla di quest’uomo straordinario. Carriera importante quella di Stein, il quale mantenne il ruolo di allenatore per tredici anni (fino al 1978), periodo in cui vinse dieci campionati, di cui ben nove consecutivi dal 1966 al 1974, sette Coppe di Scozia e sei Coppe di Lega, ma soprattutto la Coppa dei Campioni nel 1967, occasione nella quale il Celtic si guadagnò il soprannome di “Lisbon Lions”.
Il mio interlocutore sembra sapere tutto del football d’oltremanica, ed è certamente dotato di un’aneddotica vigorosa: «Il buon Jock in seguito portò la nazionale Scozzese ai Mondiali del 1982. E addirittura vi morì, in campo. Si può dire che morì di calcio». Infatti mantenne l’incarico fino alla morte, che lo colse a Cardiff il 10 settembre 1985, a causa di un attacco cardiaco che lo colpì mentre assisteva alla partita contro il Galles, valevole per la qualificazione ai Mondiali del 1986. «E chi era il secondo? Il suo secondo era quell’Alex Ferguson destinato a un futuro altrettanto brillante e a diventare Sir, il quale si rese conto del malore del commissario tecnico, consigliandolo di farsi visitare subito. Stein, insistette invece per rimanere a guidare i suoi, così, al termine dell’incontro era ormai tardi».

LEZIONE DI STORIA. Questo romanzo è anche un’affascinante favola sportiva, in cui una squadra di calcio, nata in Scozia con lo scopo di aiutare i poveri delle misere periferie di Glasgow, che nel 1967 conquista il titolo di Campione d’Europa. Ma per capire che cosa significhi tutto questo è necessario conoscere il background storico di quello che fu l’Impero Britannico, perlomeno per quanto concerne Gran Bretagna e Irlanda. Il dottor Gulisano è anche uno storico in grado di chiarire le molte lacune di storia britannica del sottoscritto, soprattutto la fumosa questione dei giacobiti. Ma, per quanto la storia non sia altro che una serie chirurgica di rapporti causa-effetto, in questa sede conviene abbreviare la lunga lezione, limitandoci al necessario. «Nel 1845-46 in Irlanda si verificò una grande carestia, la famosa “The Great Famine” a causa delle politiche economiche britanniche, che depredavano i beni agricoli irlandesi (tranne le patate) e la concomitanza di un improvviso incremento demografico e l’apparire di una patologia delle patate causata da un fungo, la peronospora della patata e del pomodoro, che raggiunse il paese nell’autunno del 1845, distruggendo un terzo circa del raccolto della stagione e l’intero raccolto del 1846. Agli Irlandesi non rimase altro che emigrare. Emigrarono in tutti i Paesi di lingua anglosassone. Ma i più poveri, quelli che non potevano permettersi il biglietto del piroscafo per la nuova Zelanda o l’America, ripiegarono sulla vicina Scozia. Glasgow, dalla metà dell’Ottocento, aveva infatti accolto decine di migliaia di irlandesi che cercavano lavoro, sfuggendo alla miseria che imperversava sulla loro terra, e lì ricoprivano i ruoli più poveri: minatori, muratori, operai nelle fabbriche di una delle più grandi città industriali del Regno. Inoltre vivevano in tuguri, in quartieri-ghetto, discriminati per la propria fede cattolica. Solo la Chiesa Cattolica fece qualcosa per loro, attraverso la presenza di sacerdoti e religiosi, che con grandi sacrifici diedero vita a strutture parrocchiali, a chiese e a scuole».
Così, il 6 novembre del 1887 venne fondato in uno dei più poveri quartieri di Glasgow, in Scozia, il “Celtic Foot Ball Club”. Il Club, destinato in seguito a diventare uno dei più prestigiosi al mondo, nacque come una sorta di «squadra dell’oratorio», per iniziativa non di un parroco, come credevo, ma di un religioso, il frate marista (Societas Mariae) fratello Walfrid, originario della Contea irlandese di Sligo.
«L’iniziativa di fra Walfrid era a scopo caritativo perché i proventi delle partite della nuova squadra sarebbero serviti per finanziare la “The Poor Children’s Dinner Table”, un’organizzazione a sostegno dei cattolici della città, e perciò destinati ai poveri, in particolare ai bambini che pativano la fame nei quartieri più diseredati della città». Il nome Celtic fu scelto per richiamare le comuni radici storico-culturali di origine celtica delle popolazioni scozzesi e irlandesi (gli Scoti sono originari dell’Isola di Smeraldo). «Erano stati presi in considerazione altri nomi, come per esempio “Hibernian”, nome peraltro di un altro club scozzese, l’“Hibernian FC” di Edimburgo, la prima importante società calcistica formata da immigranti irlandesi cattolici, da cui il nome come il corrispondente latino di Irlanda. Per questo motivo il Celtic venne etichettato come “la squadra dei cattolici”, ma in realtà fin dai primi tempi l’appartenenza al team non era preclusa a nessuno, indipendentemente dalla propria confessione religiosa, a differenza di quanto accadeva presso i rivali “Rangers”, la squadra dei protestanti unionisti, che praticò per oltre un secolo la discriminazione religiosa nei confronti di giocatori cattolici. Basta pensare che il governo britannico promulgò solo nel 1829 l’“Atto di emancipazione”, con il quale i cattolici ebbero per la prima volta diritto di votare e, dai tempi di Maria Stuarda, di sedere stabilmente in parlamento e di occupare quasi tutti gli uffici civili e militari dello stato».

LEZIONE DI CALCIO La partita. Paolo Gulisano non è solo uno dei massimi esperti di Celtic Football Club in Italia, amico del presidente Ian Bankier e dell’allenatore Brendan Rodgers (che in confidenza ha definito Mario Balotelli semplicemente “untrainable”, figurarsi se può essere il capitano dell’Italia), è anche, lo ripetiamo, un conoscitore del gioco del football.
Così parliamo della finale. Dell’Inter dei campioni. La Grande Inter del Mago Herrera sfida in una partita “secca” degli scozzesi sconosciuti: 11 giocatori del vivaio, 11 ragazzi nati entro un raggio di 30 miglia dal Celtic Park. Per loro stessa ammissione, gli scozzesi erano un po’ intimoriti da questi italiani in blu e nero, giocatori ben più noti di loro, all’entrata in campo avevano l’impressione che si stesse profilando un disastro. E il disastro in questo caso si chiama “rigore al settimo minuto”: «Ci venne assegnato un rigore peraltro molto generoso su Cappellini, realizzato da Mazzola che spiazzò Simpson. Ma da quel momento in poi l’Inter andò sempre più spegnendosi, mentre il Celtic prendeva coraggio, fino a dar vita nel secondo tempo ad un vero e proprio assedio». I ragazzi dei quartieri poveri di Glasgow ci mettono l’anima, hanno dalla loro la corsa sulle fasce, tipica del calcio britannico, unita ad un tipo di gioco rasoterra per l’epoca – per ogni epoca – rivoluzionario. Mentre l’Inter scende in campo con il libero classico, i bianco-verdi del protestante profeta dei cattolici (per questo sempre ritenuto una sorta di traditore dai calvinisti) Jock Stein schiera uno spregiudicato e innovativo 4-2-4 con terzini cosiddetti di spinta, fra cui Tommy Gemmell che farà impazzire la difesa nerazzurra segnando un gol e prendendo una traversa da fuori, e due attaccanti esterni, Lennox e Jimmy Johnstone, straordinario esterno dotato di un dribbling elegante, un George Best ante litteram. A centrocampo due giocatori dai polmoni poderosi: Auld e Murdoch, in grado, da soli, di tenere la mediana.

Dopo alcuni tentativi falliti fra cui una parata sulla linea di Sarti, il gol del pareggio arriva su azione manovrata del Celtic, Craig da destra passa al limite a Gemmell, che con bordata pazzesca infila il pallone all’incrocio dei pali. Il secondo tempo vede il Celtic Glasgow sempre in avanti e l’Inter che non passa la metà campo: un monologo scozzese. Così, fra una staffilata al volo da fuori e l’altra, i ragazzi di Stein “The Bould Bhoys”, i ragazzi audaci, trovano il vantaggio con una deviazione acida di Chalmers, la vittoria e la gloria. A noi il football piace così, attacco e fegato. Le meline a centrocampo le lasciamo agli smidollati che fanno calcoli sui minuti che mancano e su chi gioca peggio.

«Nel 1967 il Celtic divenne il primo club britannico a vincere la Coppa dei Campioni, fino a quel momento rimasta al caldo dei paesi del sud: Italia, Portogallo e Spagna. Non solo, nello stesso anno vinse praticamente ogni competizione alla quale partecipò (record in assoluto per una squadra scozzese): Scottish Premier League, Scottish Cup, Scottish League Cup e Glasgow Cup. È l’unico club scozzese ad aver raggiunto la finale di Coppa dei Campioni e il solo in Europa ad averlo fatto con soli giocatori provenienti dal vivaio». Inoltre, ad oggi, è l’unico club scozzese ad avere sempre militato nella massima serie dalla sua fondazione nel 1890-91. L’allenatore dei Leoni di Lisbona ha riassunto in modo esaustivo il modo di giocare e di vincere del Celtic di quegli anni: «We did it by playing football. Pure, beautiful, inventive football». E così noi crediamo che dovrebbe essere il vero football.

Alla fine di tutto lo spettacolo, dopo cinque stagioni ricche di successi (3 scudetti, 2 Coppe Campioni, 2 Intercontinentali) si chiude così l’epoca della Grande Inter. Finisce il calcio di Helenio Herrera.
Finisce con una pacifica invasione di campo. «La vittoria del Celtic fu la festa di un popolo. Il riscatto di un popolo. Il giusto riconoscimento per la passione di quei tanti tifosi giunti a Lisbona con ogni mezzo possibile, compreso l’autostop». D’altra parte Football, anzi “Feetball” come lo pronunciano loro, is nothing without fans.

 

Governo. Prove di disinnesco al G7

di Marco Sambruna
La recente partecipazione di Giuseppe Conte al vertice del G7 in Canada dietro il sipario delle dichiarazioni ufficiali ha lasciato trasparire quello che sarà forse il principale motivo di conflitto fra Lega e M5S.

Infatti a proposito dei rapporti con la Russia Conte, a nome evidentemente del governo italiano, ha assunto una posizione che è un capolavoro di ambiguità. Il Presidente del Consiglio ha detto in sintesi di essere d’accordo con Trump circa le aperture alla Russia, ma di condividere anche le posizioni UE circa il mantenimento delle sanzioni finché non muterà l’atteggiamento russo verso l’Ucraina.
Questa dichiarazione, oltre a rappresentare la quintessenza del qualunquismo tipico della preistoria democristiana profila un pericolo che si va delineando all’orizzonte: quello di una “normalizzazione” del governo il quale, dopo i primi proclami roboanti, si allinea gradualmente al mainstream del pensiero progressista dettato dalla UE.

Insomma potrebbe accadere al nuovo esecutivo quello che è già accaduto a Tsipras in Grecia il quale partì rivoluzionario e finì istituzionalizzato.

In altre parole la posizione di Conte al G7 può prefigurare quella che sarà la prossima linea di tendenza del governo e al contempo la faglia di frattura fra Lega e M5S.
La Lega infatti è una realtà che parte da premesse chiare e intransigenti riguardo una molteplicità di temi come le posizioni critiche verso la UE, l’atteggiamento filorusso in quanto sovranista (e non sovranista in quanto filorusso), le politiche anti immigrazioniste. Il Carroccio si presenta dunque come forza rivoluzionaria in quanto dissidente verso il mondialismo elitario.
Il M5S ha invece una fisionomia politica duttile e flessibile che si presta a più interpretazioni, dal sovranismo monetario di di Maio e Grillo al massimalismo progressista di Fico o Sibilla. Ma proprio grazie o a causa di questa duttilità il M5S è molto più facilmente “normalizzabile” e “omogeneizzabile” per renderlo conforme al frullatone libertario e nichilista che ha infettato l’occidente.

Di fronte a questa duttilità pentastellata facilmente adattabile alle circostanze del momento la Lega, convivendo al governo con le tendenze qualunquistiche grilline emerse con particolare evidenza dalla dichiarazione di Conte al G7, deve fare attenzione a non farsi disinnescare della sua carica rivoluzionaria potenzialmente eversiva per il Potere.

Il Potere è infatti abilissimo ad annullare le opzioni che lo ostacolano applicando il metodo che possiamo qui definire come “disinnesco graduale” - peraltro già adottato dal gesuitismo che sembra caratterizzare la chiesa odierna - col fine di trasformare posizioni massimaliste potenzialmente eversive in posizioni minimaliste del tutto innocue.

Il primo passo lungo questo iter di disinnesco consiste nell’adottare un linguaggio qualunquistico costellato di avversative. Così, ad esempio, si è per l’apertura alla Russia, ma anche per il mantenimento delle sanzioni UE; si è per filtrare i flussi immigratori tuttavia senza pregiudicare i rapporti coi paesi di origine degli immigrati; si è per il sostegno alle famiglie naturali, però non si trascurano altri tipi di unioni, etc. Questa strategia cerchiobottista se si consolida è tale da provocare, di cedimento in cedimento, la penetrazione nelle politiche governative di elementi tipici del progressismo laicista dominante in Europa occidentale su temi di primaria importanza.
In definitiva è certo che il Potere proverà in tutti i modi a disinnescare gradualmente la Lega sostenendo le tendenze progressiste che coabitano all’interno del qualunquismo del M5S con altri orientamenti, per provocare infine uno smottamento a sinistra di tutta la compagine governativa. In questo senso la dichiarazione di Conte al G7 o quelle di Fico a sostegno dei flussi migratori costituiscono già un primo preoccupante segnale d’allarme.

 

11 giugno 2018

Santa Paola Frassinetti e i patrioti

di Franco Ressa
Quando si dice la vocazione familiare…
I cinque figli di Giovanni Battista Frassinetti e Angela Viale, famiglia borghese di modesti commercianti genovesi, presero tutti la tonaca. I maschi sono sacerdoti: Francesco, Raffaele  e Giovanni, ma spicca su tutti il primogento, Giuseppe Paolo, nato nel 1804, sacerdote nel 1827 e poco dopo parroco di Quinto nel levante di Genova.

Intanto, mamma Angela è morta nel 1818, i ragazzi passano sotto tutela di una zia, che però dura solo tre anni. Ai fratelli Frassinetti deve ora badare l’unica sorella Paola, che ha 12 anni essendo nata nel 1809. Le fatiche e le responsabilità incidono sulla salute di Paola, che trova però un valido aiuto in Giuseppe. La tiene presso di sé a Quinto e la introduce alle opere di carità della sua attiva parrocchia.
Quella chiesa diventa un centro di aggregazione e diffusione, il giovane prete può contare sull’esperienza di don Luigi Sturla, e la collaborazione di Gaetano Alimonda (1818-1891), che diventerà cardinale di Torino, oltre che di Salvatore Magnasco (1806-1892) futuro arcivescovo di Genova, e di Tommaso Reggio (1818-1901) rettore del seminario di Chiavari, arcivescovo di Genova, beato dal 2000. Fonda la congregazione del beato Leonardo e una accademia di studi ecclesiastici. Scrive il manuale del parroco basato sulle sue esperienze. Con la Pia associazione per la conservazione e l’incremento della fede precorre le intenzioni e le attività dell’azione Cattolica. Con Magnasco apre nel 1854 la prima società cattolica di mutuo soccorso in Genova, e organizza l’avviamento al sacerdozio dei giovani poveri. Anni dopo don Alberione il fondatore di Comunione e Liberazione ammetterà di aver preso le mosse da Giuseppe Frassinetti.

In un simile ambiente, anche Paola non tarda a sentire e seguire la sua vocazione, nel 1835 organizza la propria associazione religiosa, le suore di santa Dorotea, con il fine dell’educazione delle bambine e delle ragazze povere.  Nel 1838 oltre a lei ci sono già cinque maestre e sette coadiutrici.
Malgrado le difficoltà l’iniziativa mette le sue radici, e Paola nel 1841 è chiamata per aprire una casa di religiose a Roma. Qui incontra il Papa Gregorio XVI, che la incoraggia, e l’anno seguente il convitto per educande, la scuola popolare e il noviziato sono una realtà nella sede di santa Maria maggiore. La casa generalizia prende posto nel 1844 a sant’Onofrio sul Gianicolo.
Queste sono le iniziative religiose, ma nell’Italia del tempo si diffonde l’ideologia laica e liberale, questo è il Risorgimento, che propugna l’unità del paese e la costituzione come legge fondamentale dello stato. Scoppia la rivoluzione nel 1848 e anche Roma è coinvolta. L’anno seguente Papa Pio IX deve fuggire dalla capitale, ormai ingovernabile, lo stato Pontificio si trasforma in repubblica Romana.

Questo nuovo stato è diretto da un triumvirato: Mazzini, Armellini e Saffi, ma il nuovo capo della Francia, Luigi Napoleone poi imperatore come Napoleone III rivendica a sé il ristabilimento del Papa nella sua sede, e invia un esercito a conquistare Roma. Nel Giugno 1849 i francesi attaccano i patrioti, la lotta si fa accanita proprio sul Gianicolo, i repubblicani sono la metà dei francesi, ma sono comandati da Giuseppe Garibaldi, e resistono.
Giuseppe Mazzini è in pratica il presidente della repubblica Romana, specialmente per il suo ruolo di ideologo del Risorgimento italiano. In quei giorni di battaglia riceve la visita di una suora. I liberali diffidano dei preti e dei religiosi, ma la religiosa viene ricevuta, perché Mazzini la conosce.

Anni prima, i fratelli Frassinetti ragazzini correvano per i vicoli, i carrugi e il fronte del porto di Genova. Un loro compagno di giochi e scorribande era “Pippo”, figlio del dottor Giacomo Mazzini. Oggi “Pippo” è capo di stato, ma non ha dimenticato gli amici dei suoi anni verdi. Paola Frassinetti ha trasferito le sue educande e con le novizie vorrebbe organizzare un pronto soccorso, particolarmente necessario perché ora sant’Onofrio è quasi in prima linea. Mazzini accetta e le fornisce gli aiuti necessari, la mette in contatto con una famosa patriota e filantropa, la principessa milanese Cristina Trivulzio Belgioioso (1808-1871) e la collaborazione tra religiosi e laici funziona. Tra i feriti accuditi, e purtroppo deceduti, ci saranno anche Luciano Manara l’eroe delle “cinque giornate” di Milano e Goffredo Mameli l’autore dell’inno “Fratelli d’Italia”.
Dopo l’evacuazione dei patrioti e il ritorno del Papa, Paola riprende daccapo la sua missione di insegnamento in una città occupata militarmente dai francesi. Pio IX la vuole conoscere di persona e la apprezza, tanto che le farà aprire per suo interessamento una casa a Napoli, un convitto a Bologna e un orfanotrofio a Recanati. Lo stesso Papa firmerà nel 1863 l’approvazione ufficiale dell’ordine delle Dorotee. Iniziano anche i contatti con l’estero, le suore vanno in Brasile e in Portogallo. Paola stessa, già anziana e con i postumi di una paralisi, nel 1875 compie un fruttuoso viaggio in Portogallo. La sua vita finisce nel 1882 in sant’Onofrio, dove oggi è esposto il suo corpo. Dichiarata beata nel 1930, è stata canonizzata da Papa Giovanni Paolo II nel 1984, la sua ricorrenza è l’11 giugno. Dietro lei sta arrivando agli altari anche l’attivissimo fratello don Giuseppe, morto a Genova nel 1868, ora servo di Dio e con la beatificazione in corso. Di lui Don Bosco disse ai suoi accompagnatori, in occasione di una visita a Genova: “Ascoltatelo con attenzione, perché sa più lui che una intera biblioteca !”


 

La vandeana. Charles Marie de Autichamp

di Alfredo Incollingo
Prima della Rivoluzione Francese, Charles Marie de Autichamp era capitano dell'esercito reale, ma, all'indomani del 14 luglio 1789, non volle servire la repubblica e fuggì in Vandea, servendo l'esercito cattolico a partire dal 1793. Si distinse per le sue doti strategiche e per il carisma, vincendo diversi scontri campali e occupando alcune importanti città della regione (Varades, per esempio). Sicuro di poter tener testa alle truppe repubblicane, partecipò all'assedio di Granville, che si rivelò un fallimento. Il 14 ottobre 1793 i suoi uomini subirono un'altra dura e inevitabile disfatta a Le Mans: venne catturato, ma riuscì tempestivamente a fuggire, evitando la condanna a morte. Non si arrese, prese parte alla seconda e terza insurrezione vandeana, senza ottenere importanti risultati. La sua notorietà ne risentì fortemente, soprattutto quando firmò una resa con i repubblicani del generale Lazare Hoche. Combattè nella quarta guerra di Vandea al seguito di Louis de La Rochejaquelein: ritrovò l'antico ardore in battaglia, ma, quando decise di sfidare apertamente i giacobini, venne sconfitto a Rocheserviere nel 1815. Durante la restaurazione della monarchia, sostenne Luigi XVIII, che lo nominò duca e generale di fanteria. Si congedò da tutti i suoi ruoli di comando quando salì al trono Luigi Filippo e prese parte al colpo di Stato di Carolina di Borbone nel 1832. Scoperto, scelse l'esilio dalla Francia, ormai lontana dalle antiche glorie monarchiche e cattoliche.

 

07 giugno 2018

Il puntatore. I think I will miss it

di Aurelio Porfiri
Spero che la notizia non sia vera, ma si dice che per la prossima edizione di Miss America le concorrenti non sfileranno in costume. Nell’inserto Donna di Repubblica si dice: “Non giudicheremo l’aspetto esteriore, vogliamo che più donne possibile sappiano di essere le benvenute in questa organizzazione”, ha detto ai microfoni di “Good Morning America”, celebre trasmissione di casa ABC, Gretchen Carlson, presidente di The Miss America Organization”. Ma non è Miss America, come tutti gli altri Miss e Mister, proprio dedicato a giudicare l’aspetto esteriore? Se un concorso di bellezza deve trasformarsi in un esame universitario, per giudicare chi è più intelligente e preparata, diventa un’altra cosa.

E con la scusa del #metoo ecco l’ennesima svalutazione della corporeità perché, pur essendo quanto si vuole discutibili, questi concorsi affermavano un’ovvia verità, l’importanza del dono della bellezza, che nella sua forma più alta ha la sua origine in Dio.

E come tante sciagure culturali, pure questo neo gnosticismo non poteva venire che dal mondo anglosassone. Dove non ci si chiede (o forse no) perché gli uomini sono attratti da labbra carnose, seni floridi, forme ben modellate...perché esse sono il segno dell’essere adatte alla maternità, quindi l’apprezzamento per la bellezza è in definitiva apprezzamento del dono della maternità, della riproduzione della specie. Nella sua forma più alta è un inno alla natura. Non si negano anche le deviazioni, gli abusi, le cadute, ma non per causa di certo cibo che è nocivo dobbiamo morire di fame.



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Ci chiedevano parole di canto: la crisi della musica liturgica


 

06 giugno 2018

Dare una chance al governo gialloverde per chiudere il '900

di Michele Peucezio
Nasce il governo 5 stelle-Lega, e ciò che saprà rappresentare questa nuova entità della politica italiana, è tutto da vedere, ma intanto ci sia consentito di distinguerci, come sempre, dal coro.
La Lega di Salvini, pur avendo la metà dei voti dei 5 stelle, è stata abile a contrattare e ottenere i posti chiave che stanno tradizionalmente a cuore all’elettorato di destra: immigrazione, famiglia, scuola, (oltre alla sempre più strategica agricoltura). Considerando solo un Fontana messo alle politiche famigliari e per la disabilità, con la relativa, immediata e isterica reazione delle vestali del politicamente corretto, non si può obiettivamente sostenere che potesse andare meglio, neanche con un governo di centrodestra “puro”. E anche se il buon Lorenzo non potrà fare molto contro leggi che solo una maggioranza parlamentare attualmente assente potrebbe seriamente rivedere o abolire, l’aver già vinto una battaglia simbolica significa iniziare un percorso di riscatto culturale, dopo gli anni del delirio arcobaleno.  Abbiamo forti riserve sul montiano Moavero Milanesi agli Esteri, ma speriamo che il “nostro” Savona agli Affari Comunitari sappia tenere testa a Juncker e soci.

A ispirare simpatia verso il nascente esecutivo anche ai più scettici basterebbe già solo l’impressionante fuoco di fila mediatico scatenato in maniera preventiva (e prevenuta) da parte dell’apparato mediatico pressoché al completo, dalle testate di regime (Corriere, Repubblica, Rai) ai giornali e le televisioni di Berlusconi, ormai schierati in maniera trasversale per la macchina del fango antigovernativa.

Ed è proprio sulla posizione di quest’ultimo mondo, quello dell’ex centrodestra berlusconiano, che vorremmo spendere parole di amarezza. E’ dal 2011, ovvero da quando il Cavaliere, piegandosi ai diktat sovranazionali, cadde rovinosamente, che è iniziata la china discendente di un personaggio a cui pure nessuno potrà negare, un giorno, la caratura di uomo politico a tutto tondo, capace di rompere le uova nel paniere a una sinistra che nel ’94 aveva già deciso di spartirsi l’Italia, ma che negli ultimi tempi, ponendosi esplicitamente come garante dei poteri forti e della troika, in funzione anti-populista, si è posto oggettivamente come spina nel fianco del fronte sovranista  (per non parlare delle prese di posizione laiciste e filo gender di più di una esponente del suo “cerchio magico”). Forza Italia ha deciso di collocarsi all’opposizione, criticando aspramente il connubio tra le posizioni “liberali” leghiste e quelle “stataliste” pentastellate.

Quello che i “moderati” dimenticano è che fu proprio il centrodestra a inaugurare, un quarto di secolo fa, l’inedita alleanza fra i ceti produttivi della piccola-media imprenditoria del Nord e un Sud stanco di assistenzialismo e desideroso di riscatto. L’alleanza gialloverde (o gialloblu, secondo la significativa svolta cromatica e simbolica della nuova Lega nazionale di Salvini) non fa che riproporre in formato 2.0 quello schema, stavolta magari svincolato da conflitti di interesse personali e con quel giusto tocco di amore per la legalità, che quando non diventa giustizialismo giacobino è coerente con la tradizione di una destra che si riconosce in eroi come Paolo Borsellino e non può più accettare corrotti e mafiosi nelle istituzioni.

Berlusconi ha promesso una “rivoluzione liberale” e una riforma della giustizia, ma impelagandosi in oltre due decenni in processi magari dettati spesso da accanimento giudiziario-politico, che però potevano appigliarsi alle ombre presenti nella vita imprenditoriale e privata del Cavaliere, mentre poco o nulla si è fatto in direzione della certezza della pena e della sicurezza. Perché non dare ora una chance alla coalizione composta da 5 stelle e Lega, dove vi sono ugualmente giuste pulsioni “giustizialiste” e “garantiste”, “liberali” e “stataliste”  meritevoli di essere conciliate, specie con un premier competente, ragionevole ed equilibrato come Conte?
 Bisogna prendere atto una volta per tutte che un mondo, quello delle contrapposizioni otto-novecentesche, è finito: e se le nuove categorie, quelle dello scontro tra elites e popoli, o se si vuole citare un saggio profetico di Marcello Veneziani di una ventina di anni fa, tra “comunitari e liberal”, vi sembrano troppo generiche, ricordate sempre che la storia sarà anche, in qualche misura, ciò che vorremo noi. La sfida è appena cominciata…


 

Mons. Antonio Livi e la difesa della teologia cattolica

di Fabrizio Cannone
da Libertà e Persona
Quel grand’uomo che fu il cardinal Caffarra, poco prima di morire ha dichiarato, quasi come un lascito testamentario, che solo un cieco può negare che ci sia un profondo caos nella Chiesa. Purtroppo i ciechi abbondano, e non essendo ciechi per disfunzione ottica ma per scelta, sono difficilmente curabili. Anzi, sono destinati a diffondere la cecità, sotto forma di ignoranza affettata, sapientissimi sofismi, sillogismi indebiti, chiacchiere inutili e interminabili, veri e propri imbrogli, e slogan vari con un identico mantra di sottofondo: ora va meglio di prima!

Se uno fa notare loro che non si hanno più figli, ci si sposa sempre meno (specie in chiesa), i matrimoni si concludono spessissimo in separazioni e divorzi, c’è chi vuole sposarsi colle bestie e tutto il resto, costoro citano il fatto che nell’Ottocento molti matrimoni erano combinati e quindi il peggioramento non c’è.


Se uno osa sommessamente richiamare alla mente il dilagare della ‘cultura di morte’ (Giovanni Paolo II), della ‘dittatura del relativismo’ (Benedetto XVI) e il fatto – spaventoso e raccapricciante – che l’ateismo è la nuova religione dei millennials, costoro blaterano che nel medioevo si andava a messa senza capirci molto, o che negli anni ’50 la fede era più una convenzione che una convinzione.

Se uno critica il Capo Supremo della Compagnia di Gesù, che non esattamente è un curato di campagna, secondo cui non avendo il registratore con incise le parole del Messia, è lecito dubitare dei suoi insegnamenti (ed il fatto che NESSUNO lo abbia smentito…), ecco che s’odono i ritornelli sullo Stato pontificio, le crociate, la caccia alle streghe, l’inquisizione, i silenzi di Pio XII, e tutte le abituali menzogne razionaliste e illuministe (su cui, cf. Rodney Stark, False testimonianze. Come smascherare alcuni secoli di storia anticattolica, Lindau, 2016).

Il pesce puzza dalla testa. E anche la Chiesa è infettata soprattutto nelle guide e nei pastori, più che nel gregge. Vescovi senza Dio, preti senza Dio, teologi senza Dio (o ateologi) fanno strage delle anime che dovrebbero invece edificare, con la parola e con l’esempio, con le prediche, con gli scritti e tutto il resto.

Nell’ambito della teologia cattolica però ci sono voci più o meno solitarie – e dunque profetiche – che si sono levate, si levano e si leveranno per denunciare i misfatti, segnare la via, illuminare la notte del pensiero e della fede (cf. Mons. Antonio Livi, Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica scienza della fede da un’equivoca filosofia religiosa. Con una nuova Appendice sugli Equivoci della teologia morale dopo la Amoris Laetitia, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma, 2018, pp. 418, euro 25).

Tutta l’opera di restaurazione dell’intelligenza della fede portata avanti da mons. Antonio Livi può compendiarsi nel seguente passaggio tratto dal suo poderoso manuale, appena giunto alla quarta edizione: “Nulla vieta dunque che la teologia sacra cerchi la qualità epistemica di una vera e propria scienza, senza perdere alcunché del suo carattere sapienziale e della sua intrinseca connessione con la vita di fede della Chiesa e con la vita contemplativa” (p. 62).

Ogni parola qui dovrebbe essere opportunamente soppesata e meditata a dovere.

Non si parla di teologia, e ancora meno di teologie al plurale o al genitivo, ma di sacra teologia. E’ sacro ciò che è connesso col divino, col sovrannaturale e con gli effetti di Dio in noi. Come i sacramenti. E’ stato un grave errore, dopo la svolta conciliare, quello di rinominare le Sacre Congregazioni Romane, in Congregazioni punto e basta. Perfino la Suprema Congregazione per la dottrina della fede è stata desacralizzata. Dalla Sacra Congregatio, alla Congregazione sic et simpliciter: idem per il Clero, i Sacramenti e il Culto divino, etc.

Paura del sacro o sanctofobìa? Non è da escludersi, visti i tempi e soprattutto la volontà di seguirli più che di condurli. Poi l’associazione legittima, fatta con naturalezza da Livi, tra scienza e fede, fides et ratio: né fideismo emotivo o biblicistico, né razionalismo scettico e anti-mistico.

L’Angelo della teologia cattolica, in quel documento incomparabile che è la Summa theologiae, se lo chiedeva sin dal secondo articolo della prima parte: Utrum sacra doctrina sit scientia, che nella nuova traduzione dei domenicani di Bologna, suona così: La dottrina sacra è una scienza?

La risposta di Tommaso è secca e non ammette repliche: “La dottrina sacra è una scienza. Bisogna sapere però che vi è un doppio genere di scienze. Alcune procedono da princìpi noti attraverso il lume naturale dell’intelletto, come l’aritmetica e la geometria; altre invece procedono da princìpi conosciuti alla luce di una scienza superiore (…). E in questo modo la dottrina sacra è una scienza: in quanto poggia su princìpi conosciuti alla luce di una scienza superiore, cioè della scienza di Dio e dei beati” (ST q. 1, a.2).

Ovviamente se si predilige Lutero, Walter Kasper o Karl Rahner a san Tommaso, allora il discorso è diverso, molto diverso.

Il manuale di Livi, consigliabile a tutti i docenti e a tutti gli studenti e gli studiosi della Rivelazione cristiana e delle sue implicazioni, mostra e dimostra questo: non c’è separazione tra fede e ragione, tra scienze empiriche e scienze teologiche, ma solo legittima distinzione di ambiti. La fede senza la ragione è del tutto impossibile, e solo l’intelletto che conosce può aderire a Dio e ai suoi misteri. Esattamente nella linea dell’enciclica Fides et ratio, ispirata da Livi e di cui commemoriamo quest’anno il quinto lustro di pubblicazione. In uno dei passaggi più alti del magistrale documento, Giovanni Paolo II osservava che “Pur sottolineando con forza il carattere soprannaturale della fede, il Dottore Angelico non ha dimenticato il valore della sua ragionevolezza; ha saputo, anzi, scendere in profondità e precisare il senso di tale ragionevolezza. La fede, infatti, è in qualche modo ‘esercizio del pensiero’ (n. 43, corsivo mio).

Se a livello morale, i nuovi teologi (im)moralisti aderiscono senza patemi d’animo alle aberrazioni della contemporaneità è perché, a priori, hanno scartato l’idea di una verità fissa e immutabile, e credono o meglio fingono di credere che “La verità non è immutabile più di quanto non lo sia l’uomo stesso, poiché si evolve con lii e per mezzo di lui” (Decreto Lamentabili, LVIII proposizione condannata).

Primi da Livi, un teologo che seppe unire vita attiva e vita contemplativa (e persino mistica), ricerca scientifica del dogma e sensus fidei, fedeltà inconsunta alla Tradizione e apertura alle istanze critiche della modernità, fu padre Réginald Garrogou-Lagrange. Il quale infatti, nelle sue opere e nella sua immensa opera, fu tanto profondo e minuzioso nell’analisi quanto elevato e fluido nella sintesi e nella lotta per la verità una. Non a caso, il carmelitano Joseph de Sainte Marie parlando di lui all’Angelicum per il ventennale della sua morte disse che “Senza un solido fondamento teologico, la spiritualità è esposta a tutte le deviazioni”. Ma anche la fede, senza un solido fondamento dogmatico, è esposta a tutte le deviazioni.

Don Antonio Livi è stato il Garrigou-Lagrange del XXI secolo. Riprendendone il flambeau e lo stesso apostolato della docenza come stile di vita, ha portato avanti il medesimo testimone, dalla pia morte del domenicano francese (1964) ad oggi. E questa associazione tra valorosi della Chiesa e del pensiero, è il più bel complimento che vogliamo fargli.