Campari E De Maistre

Non solo Cristiada: Los ultimos Cristeros


di Federico Sesia
Anno 1935, Messico. E’ scoppiata ormai da diverso tempo una nuova Cristiada (la cosiddetta Segunda) a causa della politica anti-cattolica del Presidente Làzaro Càrdenas...

Il discorso di Paolo VI alle CEI (1964) in dieci punti


di Fabrizio Cannone
Durante il discorso fatto alla CEI il 19 maggio scorso, il Pontefice ha ricordato un analogo discorso tenuto da Papa Montini alla medesima Conferenza Episcopale...

Elezioni Europee: perché votare Fratelli d'Italia


di Marco Mancini
Come è noto, questa domenica (dalle 7 alle 23) si terranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. Per quanto riguarda i 73 eurodeputati italiani...

La sinistra di Dio


di don Marco B.
«Una pace senza giustizia è un esercizio retorico destinato a un misero fallimento. Ma la giustizia, in questo caso, è tale se riconosce e rispetta i diritti di tutti...

Marcia per la Vita 2014: un successo e una gioia!


di Fabrizio Cannone
Come previsto da un anno, si è svolta a Roma, domenica 4 maggio u.s., la IV edizione nazionale della Marcia per la Vita. I numeri hanno ampiamente confermato...

San Giovanni XXIII: un Papa con la tiara (prima parte)


di Federico Catani
A poco più di cinquant’anni dalla morte, Papa Giovanni XXIII (1958-1963) è diventato santo. Di Angelo Giuseppe Roncalli si è arrivati a costruire...

Se Wojtyla e Ratzinger diventano massoni...


di Marco Mancini
Come è universalmente noto, nella giornata di ieri Papa Francesco ha proceduto alla canonizzazione dei pontefici Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II...

Non ci salverà certo Putin!


di Riccardo Facchini
Se non fosse che metto mano alla fondina ogni volta che leggo titoli tipo "il web impazzisce per [nome o fenomeno a vostra scelta]" inizierei...

Don Gallo: una brava persona, un prete discutibile


di Andrea Virga
Si è recentemente spento Don Andrea Gallo, un sacerdote genovese, assunto ad icona da parte dei cosiddetti “cattolici” progressisti...

Bowie, leggiti Greene, che è meglio!


di Paolo Maria Filipazzi
Il grande David Bowie, che un tempo fu un gigante della musica ma che da dieci anni non faceva una canzone, ritorna...

La Marcia per la vita 2013: un successo su tutta la linea


di Francesco Filipazzi
Successo su tutta la linea. Questa è l'unica analisi possibile riguardo la Marcia per la Vita che ha colorato ieri le vie di Roma...

I deliri in rosa di Boldrini e co.


di Marco Mancini
Doveva essere, come il precedente, il governo della sobrietà: il caso di Michaela Biancofiore, trasferita dalle Pari opportunità alla Pubblica amministrazione...

Le manif pour tous: alcune testimonianze


di Franciscus Pentagrammuli e Andrea Virga
Nonostante il silenzio pressoché totale della stampa e dei media italiani, qualcosa sta succedendo in Francia: da più di una settimana...

Quirinale: il 25 luglio dello smacchiatore


di Marco Mancini
Povero Bersani. Non più di due mesi fa era il vincitore annunciato delle elezioni politiche: restava solo da sapere se avrebbe avuto bisogno...

La morte di Maggie divide la destra


di Alessandro Rico e Andrea Virga
Chi ci segue avrà notato che – tra i nostri tavoli e su molte altre piattaforme simili – esistono diverse opinioni riguardo le opposte ricette economiche, politiche e sociali realizzatesi durante il XX secolo....

"The Passion" tra violenza e amore


di Giulia Dessena
Cosa accade, tra gli uomini, quando iniziano a compiersi meraviglie? Se c'è un film che nel 2004 fu criticato, deriso, rinnegato, è stato proprio "The Passion" di Mel Gibson......

Identikit di un Pontefice


a cura di Campari e de Maistre
L'elezione di Papa Francesco ha sorpreso molti ossevatori; tantissime sono state, inoltre, le reazioni "di pancia" da parte della blogosfera cattolica...

Infatuarsi di Chavez: una mancanza di realismo


di Paolo Maria Filipazzi
Dopo la morte di Hugo Chavez, si sono succeduti diversi giudizi. Interessante è la schizofrenia registratasi in seno alla cosiddetta Destra...

Ti piace Putin? Terrorista!


di Francesco Mastromatteo
Premessa importante: chi scrive non è certamente uno di quei complottisti affetti da dietrologia acuta, che vedono oscure trame dei servizi segreti...

Se il risultato delle elezioni è un grande vaffa...


di Marco Mancini
In principio fu la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto, infrantasi contro la discesa in campo di un noto tycoon brianzolo...

Un Campari con... Magdi Cristiano Allam


a cura di Riccardo Facchini
Magdi Cristiano Allam (Il Cairo, 1952) è un giornalista e politico egiziano naturalizzato italiano. Editoralista dal 2003 al 2008 del "Corriere della Sera"...

Vi presento i migliori alleati dei movimenti gay


di Riccardo Facchini
Notizia da poco comparsa in rete che merita due rapide battute: due candidati per Fratelli d'Italia in Veneto hanno girato uno spot considerato...

La lezione dell'Umile Servo


di Alessandro Rico
Un «umile servo nella vigna del signore». Così si era definito Benedetto XVI appena eletto pontefice, e in quella frase si trova forse...

Mons. Paglia e le coppie gay: molto rumore per nulla (oppure no?)


di Marco Mancini
Confesso che ieri, leggendo la notizia su Repubblica.it – è uno dei primi siti che apro la mattina, tanto per rovinarmi la giornata...

Se la Prima Repubblica non è mai finita


di Alessandro Rico
Qualcuno auspicava di andare, con il prossimo governo, Verso la Terza Repubblica. Ma ci ritroviamo col solito scontro Berlusconi-Sinistra...

La voce de lo Imperatore #1 - Il caso Monte Paschi


di Feudalesimo e Libertà
Con la presente invettiva, iniziano la loro collaborazione con noi i vassalli di Feudalesimo e Libertà...

La Russia, tra i gay e la Madonna di Fatima


di Federico Catani
Pare che dovrò imparare il russo. Così, in caso di emergenza, potrò espatriare a Mosca per avere un lavoro. E con l'aria che tira, non è poi un'ipotesi così assurda...

Lincoln contro il razzismo? Non esattamente


di Isacco Tacconi
Quando si parla di eroi americani, bisogna stare sempre attenti a prendere con le pinze la veridicità di quello che si racconta, specie se a raccontarlo sono proprio gli americani...

Il Guardian, il Vaticano e il "tesoro di di Mussolini"


di Marco Mancini
“Come il Vaticano ha costruito un impero immobiliare segreto usando i milioni di Mussolini”: più o meno così titolava ieri il quotidiano progressista britannico Guardian...

La marcia della Verità


di Franciscus Pentagrammuli
Domenica 13 Gennaio, a Parigi, un numero fra 300.000 (secondo la polizia) e 800.000 (riportato dagli organizzatori) persone di diverse culture, religioni...

Un Campari con... Mons. Livi


a cura di Giovanni Covino e Marco Massignan
Antonio Livi (Prato, 1938) è professore emerito di Filosofia nell'Università Lateranense, socio ordinario dell'Accademia di San Tommaso e presidente dell'ISCA...

Il Cavaliere, dalla Cei ai gay


di Riccardo Facchini
Che Berlusconi sia stato scaricato dai vescovi italiani è cosa nota. Che gli stessi prelati, col loro boss in testa, abbiano ormai benedetto l'avventura centrista di Monti...

Mamma li tradizionalisti!


di Satiricus
Siamo entrati in una nuova stagione di fervore tradizionalista: crollati un buon numero di taboo sessantottini, attenuato il furore del rinnovamento-a-tutti-i-costi e soprattutto sconfitta...

Qualche appunto sul "femminicidio"


di Marco Mancini
Non accennano a placarsi le polemiche provocate dall’affissione, da parte di un parroco di Lerici, di un volantino sul c.d. “femminicidio”. Il manifesto, contro il quale...

Quel cristiano dell'orso Baloo


di Paolo Maria Filipazzi
Dopo l’ultimo mio articolo sulla visione teologica dell'opera di Tolkien, ho ricevuto attacchi e critiche da ogni dove, per quella che alcuni hanno definito come...

Pannella, sciopero a fini elettorali


di Danilo Quinto
L’unico modo per comprendere fino in fondo Marco Pannella e la ragione delle sue azioni, è ascoltarlo. Questo vale soprattutto per quanto riguarda...

La casalinga sanguinaria se ne frega dell'animalismo


di Isacco Tacconi
Lo scorso 28 novembre due uomini, padre e figlio, sono stati assaliti di notte da quattro rottweiler mentre liberavano il giardino...

Se i massoni scrivono per la San Paolo


di Satiricus
Era da un po’ che attendevo di scrivere su questo tema, e pure di iniziare la mia collaborazione con la truppa di CampariedeMaistre, ma non mi decidevo mai a farlo – un po’ per pigrizia...

"It's a girl": il vero femminicidio


di Giulia Dessena
Quando ciò che genera la vita è causa di morte. "It's a girl" è un lungometraggio sulle donne, delle donne e per tutti noi: un documentario, firmato dal regista Christian Evan Grae Davis, sulla pratica...

21 ottobre 2014

Paolo VI: allora progressista, oggi reazionario.



di Francesco Filipazzi
La beatificazione di Paolo VI ha suscitato l'interesse dei media, orfani di un Sinodo che non ha rispettato le aspettative in termini di aperture dannose e contrarie alla dottrina. I Tg e i giornali dunque si sono interessati alla figura del pontefice che ha chiuso il Concilio Vaticano II, descrivendolo come un grande Papa di cambiamento e di riforma, ignari, volutamente o perché ignoranti, del fatto che Paolo VI oggi sarebbe additato come oscurantista e retrogrado.
Il magistero di Giovanni Battista Montini non fu per nulla “progressista” e durante quel pontificato certe discussioni e riflessioni marxiste (sottolineiamo la voluta ambiguità del termine) e kasperiane, sarebbero state respinte con sdegno. Le encicliche parlano chiaro, culminando nella mitica ed eroica Humanae Vitae, scritta in un periodo di rivolgimenti epocali, in cui imperversavano il '68 e la violenza femminista, iniziavano a premere le derive abortiste e divorziste e gli anti concezionali iniziarono ad essere distribuiti come caramelle.

Riguardo il matrimonio leggiamo ad esempio che “L’amore coniugale rivela massimamente la sua vera natura e nobiltà quando è considerato nella sua sorgente suprema, Dio, che è "Amore", che è il Padre da cui ogni paternità, in cielo e in terra, trae il suo nome". Il matrimonio non è quindi effetto del caso o prodotto della evoluzione di inconsce forze naturali: è stato sapientemente e provvidenzialmente istituito da Dio creatore per realizzare nell’umanità il suo disegno di amore. […]. Per i battezzati, poi, il matrimonio riveste la dignità di segno sacramentale della grazia, in quanto rappresenta l’unione di Cristo e della chiesa”. La finalità del matrimonio è inoltre indubbia: “Il matrimonio e l’amore coniugale sono ordinati per loro natura alla procreazione ed educazione della prole. I figli infatti sono il preziosissimo dono del matrimonio e contribuiscono moltissimo al bene degli stessi genitori”.

L'aborto è rifiutato nettamente. Se ne parla nel paragrafo “Vie illecite alla regolazione della natalità”. “In conformità con questi principi fondamentali della visione umana e cristiana sul matrimonio, dobbiamo ancora una volta dichiarare che è assolutamente da escludere, come via lecita per la regolazione delle nascite, l’interruzione diretta del processo generativo già iniziato, e soprattutto l’aborto diretto”.

I metodi anti concezionali sono inoltre rifiutati e considerati come via principale all'infedeltà coniugale. Questi metodi sono contrari alla dignità della donna. Il paragrafo 17 dell'enciclica è un vero e proprio colpo di scena: “Si può anche temere che l’uomo, abituandosi all’uso delle pratiche anticoncezionali, finisca per perdere il rispetto della donna e, senza più curarsi del suo equilibrio fisico e psicologico, arrivi a considerarla come semplice strumento di godimento egoistico e non più come la sua compagna, rispettata e amata”.


Il lettore penserà che qui si stia cercando di strumentalizzare un'enciclica. Com'è possibile che il Papa del primo post concilio non sia moderno e trendy? Ci sarà sicuramente una qualche enciclica più aperturista. Invece no. Parliamo ad esempio del celibato sacerdotale. Una delle grandi problematiche dei nostri tempi è la balzana idea, portata avanti purtroppo anche da qualche sacerdote, che il prete possa vivere bene la propria vocazione anche se sposato. Addirittura si narra di preti che in Austria convivono more uxorio con delle donne e nei puzzolenti salotti televisivi italici capita che venga proposta l'esperienza del prete che vuole vivere il suo amore con la donna della sua vita. Paolo VI visse nel periodo in cui nacquero tutte queste storture e la risposta non si fece attendere. La Sacerdotalis Caelibatus. Un'enciclica lunga, che analizza il problema del celibato in modo approfondito e offre tutte le risposte del caso. Il messaggio è anche qui inequivocabile “ Noi dunque riteniamo che la vigente legge del sacro celibato debba ancora oggi, e fermamente, accompagnarsi al ministero ecclesiastico; essa deve sorreggere il ministro nella sua scelta esclusiva, perenne e totale dell'unico e sommo amore di Cristo e della consacrazione al culto di Dio e al servizio della Chiesa, e deve qualificare il suo stato di vita, sia nella comunità dei fedeli, che in quella profana”.

Abbiamo qui citato l'ultima e la penultima enciclica di Paolo VI, quelle scritte dopo il Concilio e quindi quelle che avrebbero potuto risentire dello spirito del “concilio dei media”. Ma non fu così, perché Montini non era così. Nella sua prima enciclica, Ecclesiam Suam, questo pontefice vissuto in uno dei periodi peggiori per la Chiesa del '900, scrisse nel paragrafo “Vivere nel mondo e non del mondo: Sarà opportunissima cosa che anche il cristiano d'oggi abbia sempre presente questa sua originale e mirabile forma di vita, che lo sostenga nel gaudio della sua dignità e che lo immunizzi dal contagio dell'umana miseria circostante, o dalla seduzione dell'umano splendore parimenti circostante.” Ecco come san Paolo medesimo educava i cristiani della prima generazione: Non unitevi a un giogo sconveniente con gli infedeli; poiché che cosa ha a che fare la giustizia coll'iniquità? e che comunanza v'è tra la luce e le tenebre?... che rapporto tra il fedele e l'infedele? La pedagogia cristiana dovrà ricordare sempre all'alunno dei tempi nostri questa sua privilegiata condizione e questo suo conseguente dovere di vivere nel mondo ma non del mondo, secondo il voto stesso sopra ricordato di Gesù a riguardo dei suoi discepoli: Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.E la Chiesa fa proprio tale voto.” Un voto portato avanti fra mille difficoltà.

Paolo VI: un Papa nella tempesta


di don Marco B.

Venerdì 3 ottobre nelle sale della Cattolica di Brescia la Fondazione San Benedetto ha promosso una contestata tavola rotonda sul beato Paolo VI, ospiti Giacomo Scanzi e Giuliano Ferrara, rispettivamente direttori del Giornale di Brescia e del Foglio. Contestata soprattutto la presenza del secondo che, ateo e - quel che è peggio - conservatore, non è stato ben accolto dalla frondosa claque di progressisti - clero e laicato - che tanto rumoreggia nella città della leonessa. La serata si è aperta tra i saluti dell'organizzazione nella persona del presidente, Graziano Tarantini, che ha dovuto ribadire una verità banale, scontata, ma evidentemente non ancora depositata nella coscienza di tanti cittadini: dobbiamo difendere la libertà di confronto ed opporci ad ogni promozione di ideologie a senso unico, paurose di confrontarsi con l'altro. Una semplice e penetrante lezione di civiltà e democrazia, di cui Brescia aveva evidentemente bisogno.

Nel loro primo intervento i due ospiti hanno tratteggiato una sorta di profilo biografico del beato Pontefice, sottolineando ognuno alcune caratteristiche specifiche. Per Scanzi Montini va letto nella prospettiva della modernità criticamente assunta. Se la modernità è da intendersi con Del Noce quale processo irreversibile di secolarizzazione, Montini è stato l'uomo capace di farsi prossimo all'uomo moderno, per ascoltarne la disperazione e la solitudine, pur senza condiscendervi; personalità forte sempre pronta ad obbedire, ma al contempo capace di difendere ed esprimere le proprie ferme ragioni specie davanti a comandi ingiusti; Papa nella tempesta, sì, come suggerisca il titolo della serata, ma di una tempesta che nei suoi anni iniziava e nei nostri sembra infuriare. L'Elefantino, prendendo parola, preferisce un aggancio soft, diplomatico, sufficiente a tener chiusa la bocca dei contestatori e dei loro scagnozzi da centro sociale accorsi all'incontro, ed esordisce con un album di ricordi, quelli del giovane comunista affascinato dalla santità culturale del curiale aristocratico, chiamato a transitare la Chiesa dallo stile dei Pii a quello pastorale di Giovanni XXIII. Di questo Paolo VI sembra apprezzata soprattutto la miscela di scienza e di fede, di ascolto e fermezza: la scienza di chi ha sempre promosso la cultura e l'aggiornamento in tutte le sue forme, la fede che ha resistito "sia alla telecrazia che alla demoscopia", per dirla con Ratzinger, l'ascolto di chi ha osservato l'evolversi dell'assemblea conciliare ormai ridotta ad una "Pallacorda", la fermezza di chi non solo arginò ma anche guidò su temi ardui quali famiglia e sessualità: aveva già capito tutto della scienza che volge al fabbricare e strumentalizzare, in barba all'amore e al dono, e vi si era opposto lui solo, fino a quella sua ultima e dolorosa enciclica che lo consacrò - aggiungo io - novello Geremia, profeta vero e inascoltato.

La seconda parte del dibattito è ripartita da una considerazione perentoria di Tarantini: un pensiero non cattolico sta divenendo dominante nella Chiesa, e forse sarà vincente nei tempi presenti, ma non sarà mai cattolico. Ad essa ha fatto eco la riflessione breve ma intensa di Scanzi, che ha illuminato con grande finezza e puntualità il rannodo teologico tra Carità divina ed esigenze dell'amore umano: l'ultimo non si dà prescindendo dalla prima. E qui si intravede una sfida cruciale "della nostra dimensione folle e drammatica" in quanto temi così delicati sembrano sequestrati dal dominio della "antiparola", per esprimerci con lo stesso Paolo VI, in una continua mistificazione dei termini e in una crescente confusione della realtà da cui però non possiamo attenderci in alcun modo la felicità vera tanto cercata. Ha chiuso quindi Giuliano Ferrara con un serrato domandare retorico, fatto di controluce e trasparenze, in un dire e non dire attorno al problema del giusto confine tra giustizia e misericordia, tra obiettivi pur santi e tecniche o compromessi attuati, tra linguaggio adatto al popolo e forzature della dottrina. Chiarissima la sottile polemica verso Papa Francesco ed il Sinodo sulla famiglia, mai però declinata in modo aperto o provocatorio, bensì modellata sulla figura di Papa Montini, quale modello da cui imparare anche per l'oggi che la più alta forma di carità è proprio la politica, da lui sempre vissuta con uno stile diffidente verso il facilismo e verso il minimismo dogmatico, ma attraversato da una fede inconcussa.

16 ottobre 2014

Io, divorziato risposato, salvato dalla misericordia della Chiesa

a cura di Federico Catani
Le discussioni che si stanno tenendo al Sinodo straordinario voluto da Papa Francesco per dibattere sui principali problemi della famiglia sono alquanto sconvolgenti. Dai giornali e dai briefing di padre Lombardi, emerge un quadro desolante. Sono infatti davvero tanti gli interventi dei padri sinodali che, seppur con un linguaggio spesso ambiguo, lasciano intendere la loro volontà di cedere ai desiderata del mondo laico e relativista in tema di divorzio, contraccezione e omosessualità. Sembra sia arrivato il momento di liquidare il grande insegnamento di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Il che sarebbe non solo un tradimento del Magistero perenne della Chiesa, ma anche del Concilio Vaticano II, che i vari cardinali Kasper e compagnia dicono di voler seguire. A sentire certi alti prelati, la Chiesa finora non avrebbe mai mostrato misericordia e accoglienza verso chi sbaglia. Ma è vero tutto ciò? La Chiesa ha davvero insegnato il falso e imposto una disciplina senza pietà? Per capirlo occorre basarsi sui fatti ed è per questo che abbiamo intervistato Luigi (nome di fantasia per tutelarne la privacy), un cattolico vero, militante, addirittura tradizionalista e che in tema di matrimonio e famiglia ha fatto i suoi errori.

Caro Luigi, puoi raccontarci la tua storia?
Sono nato nel 1970. Mi sono sposato nel 1991, separato nel 1996 e divorziato nel 1998 dopo aver avuto due figli. Posso dire che per tutti gli anni '90 sono vissuto nelle periferie della fede. Andando a Messa sempre di meno e tralasciando ogni dovere cristiano.
Nel 1999, mi sono rimesso “in cammino” come dice Papa Francesco. Un cammino che mi ha portato a una confessione generale all'inizio del 2000. Mi trovavo in Cile e la scoperta di una pietà popolare finora a me sconosciuta – statue fiorite, edicole sacre illuminate da candeline, processioni pubbliche, ecc. - mi ha spinto a tornare a Messa. Stranamente, mentre faticavo a imparare lo spagnolo locale, ho capito tutta un'omelia che parlava della penitenza necessaria per accedere alla misericordia di Dio. Mi restavano pochi giorni prima di tornare in Europa e temevo di perdere lo slancio salvifico che mi aveva preso se avessi aspettato di rientrare a casa per confessarmi. Avevo tuttavia un problema, quello della lingua. Mi dovevo confessare nella mia lingua. Ed è così che mi sono ritrovato una domenica sera nel priorato della Fraternità San Pio X a Santiago del Cile. Non mi spaventava l'idea di andare “dai lefebvriani”, perché li avevo conosciuti nella mia gioventù. Come penitenza, il sacerdote mi ha chiesto di fare gli esercizi spirituali di Sant'Ignazio.
Solo qualche mese dopo il mondo mi ha lasciato compiere la penitenza. Durante quelle settimane di confessioni incomplete, sono tornato a Messa ogni domenica esercitandomi a praticare la comunione di desiderio. Fino agli esercizi spirituali pensavo d'altronde di essere in una condizione – quella di divorziato – che mi vietava per sempre l'accesso alla comunione sacramentale. Devo dire che quando il prete (sempre della FSSPX) mi ha spiegato che non era così e che il cammino della Santa Comunione mi era di nuovo aperto finché mi fossi impegnato a vivere in stato di grazia – cioè vivendo da sposo anche se divorziato – la mia anima si è riempita di gioia e di gratitudine. Ancora oggi fatico a capire come mai il Signore possa essere così generoso!
Dal 2000 al 2008, ho praticato ben sei volte gli esercizi spirituali. Sempre dalla FSSPX.
E' dunque con l'aiuto di preti catalogati come “ultras” che ho affrontato un grave caso di coscienza visto che, nel 2005, una delle mie amiche mi ha fatto capire che era più di un amica per me e che, dunque, voleva sapere se potevo offrirgli più della mia amicizia. Avevo sentito parlare più volte della possibilità di chiedere l'esame canonico della validità del mio matrimonio, ma l'avevo sempre scartata pensando che il Signore mi volesse penitente per tutto il resto della mia vita. Tuttavia, questa volta ho deciso di parlarne con il mio confessore (sempre della FSSPX), il quale mi ha detto che la Chiesa prevedeva tale possibilità e che, se pensavo nel fondo della mia anima che la richiesta fosse fondata, potevo perfettamente avviare la procedura. “Basta -  mi disse - che tu sia pronto ad accettare il verdetto della Chiesa, quale che sia. E che tu ti attenga a vivere da sposo e non da fidanzato fino alla chiusura del processo.”
Non vi racconto le vicissitudini attraversate dal 2006, quando ho bussato per la prima volta alla porta di un avvocato diocesano, al 2009, quando ho avuto la conferma della nullità del mio matrimonio. Dovete sapere tuttavia che vivere come mi aveva raccomandato il mio confessore è stato molto difficile, visto che la vita della mia “non fidanzata” era condizionata dalla mia scelta. Di fatto, significava non vederci più. Vivevamo a 1000 chilometri di distanza, il che limita le tentazioni ma aumenta anche le incertezze. Sopratutto per lei, il cui destino si ritrovava sospesa a una decisione sulla quale non aveva potere. Io, intanto, mi affidavo al mio confessore e agli esercizi di Sant'Ignazio.
Quando mi è giunta la buona notizia, il mio confessore (sempre della FSSPX) mi ha chiesto di presentargli la mia ormai fidanzata (che sapeva ben poco della FSSPX se non che erano degli “ultras”). E' venuta da me e ci siamo recati tutti e due da lui con qualche ansia nello stomaco. Lui, col sorriso sule labbra e in fondo al cuore, ci ha invitato a sposarci “al più presto, ormai” ma prima ha chiesto a lei se aveva ben capito che stava per rischiare l'ergastolo – anzi, ha detto “la perpetuità” - aggiungendo che io, ormai, l'avevo per forza capito. Fu una bella giornata! Qualche mese dopo ci sposammo, nella liturgia antica così come l'aveva permesso Papa Benedetto XVI.
Insomma, sono un divorziato risposato che si comunica ogni domenica (o quasi, rimango comunque un peccatore accanito!), in pieno accordo con le leggi della Chiesa e grazie alla guida spirituale di almeno tre sacerdoti della Fraternità San Pio X.

Hai mai sentito la Chiesa distante e troppo arroccata su dure posizioni dottrinali? Hai dei rimproveri da fare oppure dei ringraziamenti da esprimere?
Dei rimproveri? Sarei ingrato. Dei ringraziamenti? E' Cristo che ringrazio. Il Figlio di Dio fatto uomo per amore per noi, al punto di guadagnarci la salvezza eterna sul legno della Croce. Cristo che ci ha lasciato la Sua Madre come mediatrice universale e la Sua Chiesa come istituzione soprannaturale benché composta di peccatori.
Tuttavia, se invece di incontrare la carità pastorale della FSSPX, mi fossi presentato nella mia diocesi, chissà se avrei seguito lo stesso iter? Vedo tanti amici alle prese con situazioni purtroppo analoghe che non sono giunti alla stessa conclusione. Penso a uno al quale è stato chiesto di partecipare ai corsi prematrimoniali della parrocchia per “raccontare alle giovani coppie la sua esperienza”. Lui, che conviveva con una donna divorziata, e si sapeva e si sentiva peccatore, non ha capito come poteva servire d'esempio ad altri. La Provvidenza ha voluto che, anni dopo, morisse il marito di lei e si sono finalmente sposati lo scorso inverno ma di sicuro non grazie al loro parroco.

Vista la tua esperienza, come stai vivendo il dibattito che si sta facendo in questi giorni di Sinodo?
Ero molto sereno. Perché Papa Francesco mi piace. Quello di Santa Marta intendo, quello che parla al popolo cristiano. L'altro, quello che parla ai media, non lo seguo. Visto che il Sinodo mi sembrava un evento rivolto al popolo cristiano, in questo periodo così tormentato per le famiglie di tutto il mondo, non ero preoccupato. Mi sa che mi sono sbagliato e che, purtroppo, si stia facendo un Sinodo per i media. Dalla pubblicazione, lunedì, della “Relatio”, ho deciso di non seguirlo più. Per preservare la mia fede e quella della mia famiglia.

Avresti dei suggerimenti da dare, come cattolico, marito e padre ai vescovi che partecipano al Sinodo?
Di aprire gli occhi e le orecchie! Da quando la Chiesa pretende di parlare come il mondo, le vocazioni crollano e le chiese si svuotano. Chi ha una fede tiepida ha bisogno di scaldarla ogni domenica alla fornace ardente di carità che è il mistero dell'Eucaristia per (ri)trovare la forza di entrare in confessionale e di sentirsi dire “va' e non peccare più” e non “va' e non ti preoccupare che saremo tutti salvati”. Chi, invece, ha la grazia di una fede ardente, crede nella redenzione, ma sa che essa passa solo dalla penitenza. Dunque, quando viene meno la penitenza, addirittura quando sparisce perfino il senso del peccato, egli è tentato di mandare tutto per aria o, peggio, di rivolgersi ad una religione più esigente e più esplicita: basta vedere le tante conversioni all'evangelismo pentecostale da una parte e all'islam dall'altra.
Cari prelati, tutti i discepoli di Sant'Ignazio sanno che non ci sono che due stendardi: quello di Cristo che ci chiama alla Gerusalemme celeste e quello di Lucifero che ci vuole servi di Babilonia. Vi sembra il momento di cambiare bandiera?

15 ottobre 2014

La Cristiada



di don Marco B.

Historia Magistra Vitae. Lo sarebbe davvero se ci mettessimo ad ascoltarla in modo attento, a non fare come certi alunni distratti, o peggio come quegli studenti che imparano a memoria la teoria, ma poi non si peritano di metterla in pratica. Lo sarebbe anzitutto se, per quanto scomodo, ci decidessimo ad aprirlo il libro della storia.

Santa Teresa d’Avila, il Dottore Perfetto


di Roberto de Albentiis

Santa Teresa di Gesù (questo il “vero” nome religioso di Santa Teresa d’Avila), Dottore della Chiesa e mistica, la cui teologia era incentrata tutta sul Cammino interiore di Perfezione, fu una delle più grandi e belle figlie della Chiesa Cattolica della Riforma (quella volgarmente chiamata Controriforma, e che invece fu la sola, vera, unica Riforma della Chiesa di quel periodo) e del Siglo de Oro spagnolo.

Si sa poco della sua infanzia; nata ad Avila nel 1515 da una numerosa e devota nobile famiglia, entrò molto giovane (e nonostante la contrarietà del padre) presso il Monastero dell'Incarnazione, retto dalle monache carmelitane.
A causa di un lungo periodo di malattia (dovuto probabilmente alle rigorose penitenze cui si sottoponeva) era più libera negli orari e nelle visite rispetto alle altre consorelle, e riuscì così a creare una fitta rete di amicizie e corrispondenze, alcune delle quali dureranno per tutta la vita; una volta rimessa, però, decise di dedicarsi ancora di più alla preghiera, e durante una contemplazione ebbe una prima esperienza mistica, che definì successivamente una "seconda conversione".
Iniziò un periodo di intensa vita spirituale, accompagnato però, anche, da incomprensioni e vere e proprie persecuzioni; fu amica e figlia spirituale dei Santi Francesco Borgia (feste, 30 settembre e 3 e 10 ottobre), Pietro d'Alcantara (feste, 18 e 19 ottobre) e Giovanni della Croce (feste, 24 novembre e 14 dicembre), e dagli incontri e dai colloqui con loro ebbe l'idea della riforma dell'Ordine Carmelitano.
Iniziando da Avila, dove fondò il Monastero di San Giuseppe delle neonate Carmelitane Scalze, intraprese una grande opera di fondazione in tutta la Spagna, parallelamente ad una grande intensificazione delle penitenze e della vita mistica e interiore (visioni, Transverberazione - festa, 26 agosto - , locuzioni interiori, bilocazione).


La sua festa principale si celebra oggi (giorno in cui morì, nel 1582), mentre altre due feste sono il 26 agosto (in cui si ricorda la sua Transverberazione) e il 5 ottobre (antica data in cui veniva commemorata).
A pochi, anzi, pochissimi cristiani, e perfino a pochi santi, sono date da Dio, come dono, le visioni e le estasi, che noi, d’altra parte, non dovremmo ricercare; soprattutto, c’è qualcosa di molto più grande delle visioni e delle estasi: la Santa Comunione, la Divina Eucaristia, che, peraltro, Santa Teresa riceveva con devozione e amore.

Cosa può insegnarci Santa Teresa, se a noi visioni ed estasi non sono toccate in sorte dal buon Dio come Suo regalo? Dalla vita di Santa Teresa possiamo trarre, tra i tanti (l’amore per Dio, la dedicazione alla preghiera o alla propria conversione e riforma personale) due spunti: il primo è la santità. Santa Teresa è santa, si è santificata durante tutta una vita, e nel farlo si è avvalsa della collaborazione, dell’amicizia e della direzionedi altri santi, e che santi, poi! Francesco Borgia, Pietro d’Alcantara, Giovanni della Croce…
Secondo spunto: l’ecclesialità. Santa Teresa non si affida alle sue visioni (che potrebbero essere fallaci), né le usa per garantirsi prestigio o fama personali, ma anzi, le sottopone e le dona alla Chiesa, di cui è devota figlia. Non si può essere cristiani senza Chiesa Cattolica, non si può essere cattolici senza obbedire alle gerarchie, ai vescovi e al Papa; così hanno insegnato i Padri (Ignazio, Clemente, Ireneo), così hanno insegnato i Papi (tra gli ultimi, San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco), così ha insegnato e vissuto Santa Teresa d’Avila. Possiamo fare nostra la sua santa lezione.

Visti i tempi duri che stiamo vivendo, sia nella società che, anche nella Chiesa, possiamo cantare anche noi, con lei: "Nada te turbe, nada te espante... solo Dios basta".

14 ottobre 2014

Sinodo e vocazione matrimoniale


di Giulia Tanel

Dai lavori del Sinodo Straordinario sulla Famiglia è emersa la constatazione che la celebrazione del matrimonio “[...] sembra ridursi sempre più alla dimensione sociale e giuridica, invece che religiosa e spirituale. Il percorso preparatorio spesso viene percepito dai nubendi come un’imposizione, un compito da assolvere senza convincimento e risulta essere troppo breve”. Proprio per questo i Padri Sinodali hanno più volte sottolineato che sarebbe necessaria una più approfondita preparazione al matrimonio, “[...] affinché esso sia non solo valido, ma anche fruttuoso. [...] bisogna trasmettere una visione del matrimonio non solo come un punto di arrivo, ma come un cammino verso una meta più alta, una strada di crescita personale e di coppia, forza e fonte di energia. La scelta matrimoniale è una vera e propria vocazione e in quanto tale ha bisogno di fedeltà e coerenza per risultare vero luogo di crescita e di salvaguardia dell’umano”.

Dare vita a una nuova famiglia è quindi frutto di un’adesione al progetto di Dio sulla propria vita: è la risposta alla vocazione matrimoniale. Tuttavia attorno a questa affermazione si aprono due piani di riflessione, i quali in un certo senso l’anticipano e ne creano i presupposti.
Da un lato la constatazione di come, al giorno d’oggi, siano veramente pochi i giovani aiutati a intraprendere un serio percorso di discernimento vocazionale. Questo itinerario ha infatti finito per essere identificato con il periodo di verifica che precede la scelta di consacrarsi, dimentichi del fatto che qualsiasi scelta di vita trova la propria origine e il proprio compimento in una chiamata specifica da parte del Signore: fare il medico, piuttosto che l’insegnate o il giornalista non dovrebbe infatti rispondere esclusivamente al libero arbitrio o essere frutto della casualità. Eppure anche molti cattolici praticanti non hanno una chiara consapevolezza circa l’importanza di aderire, quale via privilegiata per giungere alla santificazione, alla vocazione che Dio ha assegnato loro. E questo in quanto sono oramai pochi i pastori disposti a parlare di questo aspetto senza reticenze dettate dal fatto che la società in cui viviamo è sempre più secolarizzata e quindi meno aperta a concepire l’esistenza individuale all’interno di un disegno più ampio.
Il secondo aspetto su cui riflettere interessa invece il fidanzamento. Nel corso del Sinodo si è infatti parlato molto della preparazione al matrimonio, senza tenere tuttavia in debita considerazione il fatto che le coppie che decidono di frequentare questi corsi hanno alle spalle uno, due, tre o più anni di vita condivisa. Hanno quindi già percorso assieme un importante tratto di strada, durante il quale hanno consolidato delle abitudini comuni e si sono, almeno parzialmente, plasmati l’uno sull’altro. Ebbene, riguardo al fidanzamento cattolico troppo spesso il messaggio che viene fornito è quello di evitare i rapporti prematrimoniali, mentre poco o nulla viene spiegato circa il dialogo di coppia, la condivisione del tempo e delle amicizie, la relazione con le rispettive famiglie d’origine, la risoluzione dei conflitti, l’importanza di pregare assieme e di avere una guida spirituale... tutti questi sono aspetti che vengono rimessi alla responsabilità delle singole coppie di fidanzati e alla loro maturità (di fede e non).

Alla luce di quanto affermato emerge quindi che, seppure sia certamente necessario pensare a dei corsi di preparazione al matrimonio più approfonditi e più seri, sarebbe innanzitutto doveroso ricominciare a parlare in maniera esplicita della questione vocazionale intesa in senso ampio e del delicato periodo del fidanzamento, perché sono questi due i veri presupposti sui quali si fondano le basi della famiglia che verrà.
Nel momento in cui si è certi di essere chiamati alla vita matrimoniale e, nel corso di un fidanzamento serio e casto, si è stati aiutati ad approfondire la conoscenza della persona con cui s’intende condividere il resto della propria vita, è infatti lecito presupporre di avere delle buone garanzie di riuscita matrimoniale, consapevoli che la Grazia del sacramento matrimoniale sopperirà a tutte le tare proprie della natura umana.

Altre testimonianze sull'efficacia della Novena delle rose

di Campari&deMaistre
Un prete che ha iniziato la novena delle rose per un parente che cerca lavoro ha ricevuto, dopo la recita delle preghiere dell'ultimo giorno - proprio nel momento dell'ultima invocazione - l'immagine di una rosa sul suo cellulare senza sapere da dove viene.
 
Michele non ha ricevuto una rosa durante la prima novena, ma ha comunque iniziato una seconda novena con ancora più fiducia nell'intercessione della Santa. Già il primo giorno della seconda novena capita che entra in una chiesa dove il prete distribuisce delle rose a nome di Santa Teresa come invito di rivolgersi alla piccola grande Santa.
 
Un Signore che stava recitando la novena ha trovato, tra le lettere arrivategli in ufficio, una busta con alcune rose fatte di stoffa che una donna ormai vecchia voleva regalargli.
 
Una mamma di famiglia, passeggiando col figlio, ha ricevuto dall'improvviso una rosa da un fiorista che usciva dal suo negozio.

http://www.campariedemaistre.com/2014/09/la-novena-delle-rose-s-teresina.html

11 ottobre 2014

Scienziati dunque credenti



di Francesco Filipazzi

Perché a un certo punto della storia l'uomo ha iniziato a padroneggiare la scienza, a studiarla e capirla come mai prima?
La storia della fisica ad esempio va di pari passo con quella della matematica. La prima abbisogna della seconda per risolvere i suoi problemi: spesso devono essere formulati nuovi teoremi per riuscire a progredire. La storia delle equazioni differenziali e del calcolo infinitesimale, ad esempio, è emblematica. Intere classi di problemi matematici vennero definite ex novo per essere solo successivamente applicate alla fisica. Le scoperte matematiche, dunque, non sono invenzioni, in quanto presenti in natura. La maggior parte delle leggi matematiche però non sono state codificate nel corso della lunga storia dell'uomo, ma solo negli ultimi secoli, dal Medioevo in poi, con qualche eccezione nell'antica Grecia.

La risposta alla domanda iniziale, si trova nel magistrale libro di Francesco Agnoli, "Scienziati dunque credenti", che ripercorrendo la storia della scienza, in molte sue diramazioni, giunge a una conclusione che per molti potrebbe essere sconcertante, ma in realtà logica e razionale. In effetti l'unica possibile.
Secondo Agnoli, l'umanità, nel Medioevo, vera età di luce, è riuscita a compenetrare i segreti della scienza grazie alla forma mentis derivante dal monoteismo, dunque dal Cristianesimo, il quale prevede, a differenza del paganesimo, un legislatore universale che pone delle regole. Lo studio della scienza non è altro che lo studio delle regole secondo cui Dio ha creato il cielo e la terra, le stelle e l'universo tutto. Il mondo illuminato dalla religione cristiana è il mondo che supera le superstizioni, che rifiuta la magia, l'animismo e l'immanentismo pagani, che non accetta che i fenomeni naturali derivino dalle bizze di un qualche dio dalle caratteristiche fin troppo umane.

La rivelazione che però potrebbe sconcertare le menti deboli, che il libro mette davanti al lettore è che i padri della scienza, nel Medioevo e nel Rinascimento, sono uomini di fede e sacerdoti, così come in tempi moderni alcune grandissime teorie e scoperte sono state portate conseguite da uomini di fede e sacerdoti.
Gli esempi riportati sono numerosi. La prima branca di cui si parla è l'astronomia. Il mondo cristiano, dopo la messa ai margini dell'astrologia e delle superstizioni, è stato il motore principale dello studio scientifico degli astri. Grossatesta e Copernico erano consacrati a Dio, mentre Keplero condusse studi teologici per diventare pastore protestante. Anche Galileo fu un grande uomo di fede, che venne sì processato per le sue teorie, ma sulla spinta di un mondo accademico che non voleva accettare lo stravolgimento delle teorie aristoteliche, mentre coloro che diedero credito all'inventore del telescopio furono i gesuiti. Il grande merito degli studiosi citati è stato quello di pensionare il sistema aristotelico-tolemaico, di origine pagana, nel quale gli astri si muovevano di vita propria e dunque non erano pienamente compatibili con la concezione di un Dio non immanente. L'universo di Copernico e Galileo invece è mosso da una forza divina ed esterna.
Il grande contributo alle conoscenze astronomiche non si ferma però al Rinascimento. La teoria del Big Bang è stata pubblicata per la prima volta da Georges Lemaitre, sotto il nome di teoria dell'atomo primigenio. Da quella teoria discendono l'idea che l'universo sia finito, limitato nel tempo e nello spazio e dunque non infinito ed eterno, come sostenevano altri, in contrasto con la logica cristiana. Molti studiosi, fra cui Einstein, avversarono il Big Bang, soprattutto per motivi filosofici, in quanto quell'esplosione di luce iniziale era troppo simile a quel “e Dio disse sia la Luce” contenuto nella Bibbia, e dunque troppo sconcertante. Gli studiosi che non accettavano una creazione esterna, come potevano accettare il Big Bang? Cosa c'è stato prima? Il mondo è dunque davvero stato creato dal nulla? E soprattutto, per quanti sforzi si possano fare, l'uomo potrà conoscere solamente ciò che è successo nell'istante 0 dell'universo, ma mai cosa c'era all'istante -1, ad esempio. E ancora, perché da un'esplosione enorme e caotica è nato un universo ordinato? Perché, contraddicendo il calcolo della probabilità, questo universo ospita la vita? Addirittura vita intelligente. Bastava una piccolissima variazione, un paio di atomi che andavano da una parte invece che dall'altra, per cambiare radicalmente il volto dell'universo. Perché è andata così? Questo è ciò che si sono chiesti gli scienziati di fronte a Lemaitre e successivamente, anche gli atei più convinti, hanno sempre glissato, evitando di rispondere a domande che risposta non hanno, se non si accetta l'esistenza di Dio.
Einstein peraltro successivamente dimostrò involontariamente la possibilità che il Big Bang sia avvenuto realmente. A proposito, Lemaitre era un sacerdote.

Dall'astronomia, dunque, il libro passa ad altre discipline. Veniamo a sapere che l'anatomia nasce all'università di Bologna molto vicina alle accademie pontificie e situata nello Stato della Chiesa. Le autorità ecclesiastiche infatti non vietavano la dissezione dei morti, ma ponevano dei paletti a chi rubava cadaveri e sezionava i corpi di persona ancora vive. La Chiesa infatti fu tutt'altro che oscurantista, tanto che Papa Benedetto XIV fece ottenere cattedre di insegnamento a tre donne, all'università di Bologna, scrivendo a una di queste di dimostrare che le donne e gli uomini si equivalgono nello studio. Abbastanza insolito, dunque, per un cattivo oscurantista vissuto fra '600 e '700.

E' facile immaginarsi lo sconcerto dei vari Odifreddi de 'noantri che, impreparati a leggere certe verità, potrebbero aver bisogno di cure mediche e farmaci per la pressione, ma l'astronomia, la matematica, l'anatomia, la geologia, la fisica e la scienza tutta devono molto a uomini di Dio e di Chiesa, ad alcuni pontefici e a ordini religiosi come i gesuiti, che sono stati fucine di sapere per secoli. Negarlo, dipingendo il Medioevo cattolico, è parte dell'imbecillità illuminista, che più che l'età dei lumi è stata l'età dei lumini cimiteriali, che illuminano un piccolo spazio, lasciando in ombra tutto il resto. La luce di Cristo invece, come spiega Agnoli in questo bellissimo volume, non lascia zone oscure e illumina il Creato tutto.
Una lettura arricchente, da proporre a qualche amico in cerca di risposte.

10 ottobre 2014

Il suicidio dei buoni, ossia, la falsa obbedienza che demolisce la Fede


di Giorgio Mariano 

Nel II secolo a.C. un sacerdote, di nome Mattatia (in ebraico «dono di Dio»), alla vista dell’apostasia generale del popolo d’Israele, dal Sommo Sacerdote all’ultimo israelita, pianse su Gerusalemme, stracciandosi le vesti per la corruzione, l’idolatria e il tradimento perpetrato da tutto il popolo contro la fede dei padri.
Vennero, dunque, a chiamarlo i messaggeri del re Antioco Epìfane, per convincerlo ad accettare i “nuovi” riti, di sottomettersi, per obbedienza, alla pratica del nuovo culto. “Ma Mattatia rispose a gran voce: «Anche se tutti i popoli nei domini del re lo ascolteranno e ognuno si staccherà dal culto dei suoi padri e vorranno tutti aderire alle sue richieste, io, i miei figli e i miei fratelli cammineremo nell'alleanza dei nostri padri; ci guardi il Signore dall'abbandonare la legge e le tradizioni; non ascolteremo gli ordini del re per deviare dalla nostra religione a destra o a sinistra”. (1Mac 2, 19-22).
A ben vedere, questo brano del primo libro dei Maccabei, riporta delle forti analogie con gli avvenimenti dei nostri tempi.


Quello che è successo ai Frati Francescani dell’Immacolata, per esempio, è semplicemente sconcertante e doloroso, e tuttavia è ancora più sconvolgente la loro risposta a questa ingiusta oppressione: hanno deposto le armi, hanno scelto la non belligeranza. L’atteggiamento che hanno sposato è quello di obbedire all’ingiustizia e contemporaneamente affidarsi ciecamente all’Immacolata la quale, a dir loro, li libererà, prima o poi, da questa persecuzione. Premesso che la devozione e la fiducia sconfinata nella Santa Madre di Dio è santissima nonché doverosa per ogni battezzato, tuttavia la Madonna non ci priva del nostro intelletto, né la devozione a Lei ci esime dal resistere alle ingiustizie e di rimboccarci le maniche dinanzi all’errore e al sopruso: basti guardare l’esempio militante di San Massimiliano Kolbe (sic!). In parole povere, “bisogna dar battaglia perché Dio conceda vittoria!” (Santa Giovanna d’Arco).
L’immobilismo apparentemente pio ed eroico in cui i Francescani dell’Immacolata si sono rinchiusi sembra essere più un cieco fideismo che mal si concilia con la “Vera” e santa obbedienza cattolica. I frati vorrebbero cioè rimanere fedeli all’autorità, che li ha privati della Santa Messa di sempre, pur riconoscendo la palese ingiustizia di tale comando. Ma l’obbedienza, per definizione, non consiste nell’accettare controvoglia, con critiche, con mormorazioni e giudizi un decreto dell’autorità, bensì, per essere vera obbedienza, deve tendere alla conformazione della volontà del sottoposto con quella del suo superiore. Ossia, il religioso deve pensare come il superiore o almeno tendere alla totale identità di volontà (cfr. Summ. Theol.). Ora, posto che i frati perseguitati si considerano appunto “perseguitati”, si deduce che essi non accettano (moralmente) il provvedimento della Suprema autorità contro di essi, riconoscendone la palese ingiustizia, eppure l’accettano sul piano pratico. Bè cari frati, se credete così di assolvere al precetto dell’obbedienza, vi sbagliate di grosso. Questa non è l’obbedienza cattolica, è falsa obbedienza. Dunque, se volessimo essere veramente puristi e vestire i panni dell’avvocato del Diavolo, dovremmo richiamarvi ad una più piena obbedienza, ad una più piena “comunione”, ad un vero “sentire cum Ecclesia”. Ma se i frati chinano il capo dinanzi a tale provvedimento, ne riconoscono la giustezza, dunque perdono ogni diritto di lamentarsi, e di compatirsi, leccandosi le ferite che hanno voluto autoinfliggersi. Inoltre, sembra che i nostri frati si dimentichino che fu lo stesso Papa Benedetto XVI a smascherare la totale falsità di questa prospettiva, dichiarando che l’antica Messa non “è mai stata abrogata” e che il suo uso da parte di qualsiasi sacerdote all’interno della Chiesa “è stato sempre permesso”, non potendo, neppure il Papa, in alcun modo eliminarla o abrogarla, né, tantomeno, sostituirla (cfr. CCC n. 1125). Infatti è stato proprio a causa di un falso principio di obbedienza all’autorità ecclesiastica che la sovversione della Fede Cattolica è stata così rapida e diffusa. Fu proprio lo stesso Papa Benedetto, quando era ancora il Cardinal Ratzinger, a confutare questa erronea teoria: “Il Papa non è un monarca assoluto la cui volontà è legge, ma piuttosto il custode dell’autentica Tradizione, e perciò il primo garante dell’obbedienza… Per cui, per quanto concerne la Liturgia, ha il compito di un giardiniere, e non quello di un tecnico che costruisce nuove macchine e butta quelle vecchie[2]. Dobbiamo dare atto a S.S. Benedetto XVI del valido e coraggioso tentativo di ritorno sui binari della Tradizione e, contemporaneamente, dobbiamo tenere conto della violenta e tempestiva offensiva che i suoi oppositori hanno riversato su di lui, tanto da costringerlo alla rinuncia papale.
Ciò che è vero per il Papa – ovvero che il suo potere e la sua autorità sono limitate dall’obbedienza alla Fede – è ancor più vero per tutti i suoi sottoposti. Eppure tra le fila di questi ultimi, in quest’epoca post-conciliare, l’obbedienza alla Fede è stata largamente rimpiazzata dall’obbedienza all’autorità gerarchica, a loro uso e consumo. Il positivismo (la mia volontà è legge) ed il nominalismo (ciò che voglio è giusto perché lo voglio io) hanno invaso la Chiesa, facendo in modo che gli abusi della gerarchia venissero coperti in virtù dell’obbedienza, che ormai sembra essere diventata l’unica e sola virtù su cui insistono le autorità ecclesiastiche”[3]. “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”(5,29), e facilmente si obbietterà che Dio parla per mezzo del Papa, di un Concilio o della gerarchia, eppure bisogna ricordare anche che Dio non può comandare cose contraddittorie, Dio non “evolve”, Egli è Immutabile per essenza. “Lo giuro su me stesso, dalla mia bocca esce la verità, una parola irrevocabile”(Is  45,23), con buona pace del card. Kasper e del sua fanta-teologia schellinghiana. Dio non dice un giorno di credere in una cosa e il giorno dopo di non crederla più: Dio non cambia, rimane stabile per sempre, e con Lui coloro che rimangono fedeli alla dottrina immutabile: “Veritas Domini manet in aeternum”(Esdr 3,12). Non solo, per quanto riguarda la Fede, che è il presupposto della Speranza e della Carità, l’Apostolo dice: “se lo rinneghiamo, anch'egli ci rinnegherà; se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele perché non può rinnegare se stesso”(2Tm 2,12-13). Dio cioè non può contraddirsi, non può rinnegare ciò che ha già dichiarato.
Ma riprendiamo per un secondo il passaggio del libro dei Maccabei: “Si avvicinò un Giudeo alla vista di tutti per sacrificare sull'altare in Modin secondo il decreto del re. Ciò vedendo Mattatia arse di zelo; fremettero le sue viscere ed egli ribollì di giusto sdegno. Fattosi avanti di corsa, lo uccise sull'altare; uccise nel medesimo tempo il messaggero del re, che costringeva a sacrificare, e distrusse l'altare. Egli agiva per zelo verso la legge come aveva fatto Pincas con Zambri figlio di Salom. La voce di Mattatia tuonò nella città: «Chiunque ha zelo per la legge e vuol difendere l'alleanza mi segua!». Fuggì con i suoi figli tra i monti, abbandonando in città quanto avevano”(1Mac2,23-28).
Torniamo, per concludere, ai Maccabei. In seguito alla persecuzione, “molti che ricercavano la giustizia e il diritto scesero per dimorare nel deserto con i loro figli, le loro mogli e i greggi, perché si erano addensati i mali sopra di essi”(29-30). Ora, i mali addensatisi sopra i Francescani dell’Immacolata perché ricercavano sinceramente la giustizia sono innegabili, e molti di loro sono attualmente “nascosti” e braccati come lepri dal cacciatore. E tuttavia, qui non si lotta contro gli uomini ma contro le potenze infernali, le quali non si fermeranno finché non avranno annientato coloro che gli si oppongono. Ma quale fu la reazione dei “fedeli” d’Israele dinanzi alla battaglia? «Non usciremo, né seguiremo gli ordini del re, profanando il giorno del sabato[…]Moriamo tutti nella nostra innocenza. Testimoniano per noi il cielo e la terra che ci fate morire ingiustamente» (34,37). Apparentemente sembrerebbe una morte eroica e santa, giustificata dalla loro “obbedienza” legalistica al giorno di sabato nel quale era proibito combattere ed uccidere. Eppure, all’udire la fine di questi “pii” giudei, Mattatia dichiarò: «Se faremo tutti come hanno fatto i nostri fratelli e non combatteremo contro i pagani per la nostra vita e per le nostre leggi, ci faranno sparire in breve dalla terra». Presero in quel giorno questa decisione: “«Noi combatteremo contro chiunque venga a darci battaglia in giorno di sabato e non moriremo tutti come sono morti i nostri fratelli nei nascondigli» (40-41). Dunque, alla luce di tali riflessioni, voglio concludere con una santa esortazione, con una chiamata alle armi (spirituali).
Frati Francescani dell’Immacolata e voi tutti sacerdoti timidi, (comprensibilmente) impauriti: combattete la buona battaglia, difendete con fortezza la Santa Messa, quella tramandataci dalla Sacra Tradizione, quella dei Santi, quella immutabile, quella che è perseguitata, quella che è stata messa al bando, quella che il Maligno non sopporta. A tal proposito, è opportuno chiedersi seriamente: se la Messa moderna è “sostanzialmente” uguale all’antica, se la grazia è la stessa, perché il Maligno la tollera? Perché non la perseguita? Perché non gli dà fastidio? Pertanto, sacerdoti e religiosi tutti, amanti della Tradizione e perciò stesso amanti della Chiesa, e ancor più amanti di Cristo: unitevi insieme, alzatevi a difesa dell’unico Vero Innocente, dell’Unica Vera Vittima, dell’Unico Vero Perseguitato, Gesù Cristo Signore Nostro! Mi rivolgo qui anche a quei vescovi e cardinali che sotto Ratzinger si dimostrarono coraggiosi e che ora si sono un po’ “contratti”, ora che, invece, ce n’è più bisogno. Non siate quei cani muti, di cui parla Isaia, ma siate, al contrario, pastori che difendono il gregge. “Salire contro è contrastare i poteri di questo mondo con libera parola in difesa del gregge; e stare saldi in combattimento nel giorno del Signore, è resistere per amore della giustizia agli attacchi dei malvagi. Infatti, che cos’è di diverso, per un Pastore, l’avere temuto di dire la verità dall’avere offerto le spalle col proprio silenzio?” (San Gregorio Magno, La Regola pastorale).
A tal proposito c’è una nota storiella popolare molto istruttiva, che narra di un uomo molto fervente che stava affogando nel mezzo di un lago. Costui implorava la Divina Provvidenza che lo salvasse e lo liberasse dalla morte: confidava fermamente che Dio lo avrebbe salvato. Passò, dunque, una barca che gli tese un remo, ma lui rispose: “no grazie, aspetto che Dio mi salvi” e, intanto, annaspava e sperava…passò dunque una seconda barchetta che, allo stesso modo, si offrì di portarlo in salvo, ma egli replicò: “no grazie, sono sicuro che verrà Dio a salvarmi” e, intanto, beveva acqua e continuava a confidare…passò infine una terza scialuppa di salvataggio ma egli: “mi salverà Dio, ne sono certo”. Alla fine, l’uomo fidente, morì affogato. Quando si trovò al cospetto di Dio chiese indispettito: “perché non sei venuto a salvarmi?” e l’Onnipotente rispose: “ma come? Sono passato tre volte e mi hai rifiutato!”. Morale della favola, bisogna rimboccarsi le maniche, e combattere la battaglia del nostro tempo, e non ritirare i remi in barca nascondendoci dietro un’apparente “pia” obbedienza. Prima di tutto, dice San Tommaso: “la Carità è una virtù più grande dell’obbedienza”[1].



Quello appena visto è l’esempio di obbedienza che non pochi santi si sono trovati a dover opporre a decreti ingiusti provenienti, non di rado, anche dalla Suprema Autorità ecclesiastica (San Paolo, Sant’Ambrogio, Sant’Ilario, Sant’Atanasio, San Massimo, Santa Caterina, Santa Brigida ecc…). “Poiché tutta l’autorità proviene da Dio, noi obbediamo agli uomini solo e unicamente perché la loro autorità si basa in ultima analisi su quella del Signore. Questa obbedienza, laddove non vada contro la legge di Dio, è in realtà un atto di giustizia, un dare agli altri, e a Dio in primo luogo, ciò che è dovuto. Ma il Signore non dà a nessun uomo l’autorità di impartire un ordine che contravvenga ai comandi e ai precetti da Lui Stesso fornitici, come quelli contenuti nei Dieci Comandamenti o nel Vangelo, che costituisce la “legge positiva” di Cristo Re. Ne consegue che nessun uomo abbia il diritto di obbedire ad un ordine simile. Per di più, tutta l’autorità in terra è limitata dalla giustizia. Neanche il Papa dispone di un’autorità illimitata, perché i suoi limiti provengono dalla Rivelazione, dalle Scritture, dalla Tradizione e dagli insegnamenti autentici dal Magistero Ordinario ed Universale, nonché da quello Straordinario con le sue definizioni dogmatiche[4].





[1] Summa Theologiae, II-II, Q. 104, Art. 3
[3] GRUNER N., Il Terzo Segreto e il problema della falsa obbedienza.
[4] Ibidem.

Il (vero) rispetto per prevenire il bullismo


di Giuliano Guzzo

L’episodio avvenuto a Napoli, dove un quattordicenne è stato ricoverato in gravissime condizioni dopo essere rimasto vittima di orrendi atti di bullismo – lo hanno aggredito in tre ed uno di questi, bloccatolo, gli ha abbassato i pantaloni e, soffiando con una pistola ad aria compressa, gli ha provocato lacerazioni nell’intestino – è troppo serio per essere liquidato come una tragedia. Oltre che sui tre aggressori, per i quali c’è da sperare la giustizia faccia il suo corso, la responsabilità di quanto accaduto e di quanto quotidianamente accade nelle nostre scuole, strade e città grava anche su di noi, per tutte le volte che abbiamo ritenuto – e continuiamo a ritenere – quella del bullismo una questione irrisolvibile e perciò secondaria. Non è così. Che il fenomeno possa essere contrastato in modo efficace lo mostra l’esperienza – nelle scuole del Portogallo, per dire, sono passati da oltre 3500 casi di aggressioni nell’anno 2008/2009 a meno di 1500 nell’anno 2012/2013 –, mentre che lo si debba combattere lo mostrano le conseguenze sulle vittime – conseguenze mentali e fisiche, che possono trascinarsi anche 40 anni dopo l’infanzia (American Journal of Psychiatry, 2014; Vol.171(7):777-84) -, le quali divengono più propense di altri soggetti a sviluppare una preoccupante attitudine a condotte devianti (Presentation to the American Psychological Association, 2013). Non vanno neppure dimenticati i costi sulla collettività che la violenza giovanile produce.

In Inghilterra, dove la violenza delle gang è un problema purtroppo diffuso, ne hanno avuto un riscontro lo scorso anno con un rapporto contenente un’analisi degli effetti delle bande di violenti sui bilanci della salute pubblica: al Servizio Sanitario Nazionale di Sua Maestà il bullismo costa 2,9 miliardi di sterline, pari a circa 3,5 miliardi di euro, e vi sono ospedali dove quasi il 10% di tutti i ricoveri al pronto soccorso è riconducibile a ferite da coltello provocate durante aggressioni (MHP Health, 2013). In Italia il fenomeno è meno allarmante, ma questo non ci autorizza a sottovalutarlo, tanto più alla luce di quanto accaduto a Napoli, dove si è verificato – lo abbiamo detto – un episodio gravissimo, ma sorprendente fino ad un certo punto. La letteratura, infatti, da tempo evidenzia per i soggetti sovrappeso il pericolo di violenza e di discriminazione (Obesity, 2009; Vol.17(5): 941–964). Sarebbe tuttavia un errore concentrarsi solo su questa categoria di persone, esattamente come sarebbe incauto restringere l’attenzione alle sole ragazze o ai giovani con tendenze omosessuali o immigrati. Per una ragione semplice ma fondamentale: la famiglia, la scuola e le Istituzioni non devono insegnare ai ragazzi a rispettare i ragazzi di colore, le ragazze, i ragazzi obesi o i ragazzi gay; la famiglia, la scuola e le Istituzioni devono educare i ragazzi al rispetto dei ragazzi. Punto. Frazionare l’urgenza di questo impegno addossandone la responsabilità ora all’ambiente familiare ora al quartiere o alla classe scolastica sarebbe un grave errore.

Ciò non toglie che larga parte dell’impegno pesi sulle spalle dei genitori, la cui latitanza educativa è assai difficilmente compensabile da altri soggetti privi della loro autorevolezza e sgravati dai loro doveri. Poi pure scuola ed Istituzioni, naturalmente, debbono fare il loro non solo ampliando e diversificando i meccanismi di sorveglianza, ma anche promuovendo un rispetto autentico, in grado di proiettarsi ben oltre la mera tolleranza. Non possiamo cioè limitarci a chiedere ai ragazzi di sopportarsi per la stessa ragione per cui non è la tregua bensì la pace il contrario della guerra. La tolleranza dunque non basta, ma non possiamo neppure “costringere all’amore”, soluzione paradossale che finirebbe per contraddire i propositi di sana educazione che dovrebbe realizzare. L’unica via d’uscita è dunque un’educazione appassionata ed equilibrata, che spieghi ai più giovani che nel momento in cui non solo non offendono ma rispettano ed aiutano chi di loro versa in una condizione di debolezza non stanno sacrificando il loro tempo né offrendo una concessione di cortesia ma solo – anche se non possono capirlo – aiutando loro stessi. Viene infatti purtroppo per tutti, prima o poi, una stagione o un momento di vulnerabilità. E non c’è modo migliore per assicurarsi accoglienza in vista di quella eventualità che iniziare ad accogliere. Non c’è modo migliore per sperare, un domani, in uno sguardo d’amore che iniziare, oggi, donando il proprio.

http://giulianoguzzo.com/2014/10/10/il-vero-rispetto-per-prevenire-il-bullismo/

09 ottobre 2014

Non è (solo) Antonio



di don Marco B.

Premessa: esto vir! 
Tento una lettura del nuovo fenomeno del momento, il presunto neo-sedevacantismo (che però somiglia di più a un sede-privazionismo con sostituto pronto per l’uso) di Antonio Socci. Quel che dirò è che il problema “non è Antonio”, e che anzi Antonio può stimolare la riflessione e il dibattito, purché lo si assuma a mo’ di ipotesi tutta da verificare/falsificare (un po’ come la teoria galileiana, che come ipotesi matematica conveniva d’essere ben accolta).Poi ci sarà qualcuno che mi conosce e che si arrabbia: ecco, don Marco è divenuto sedevacantista! Eh già, ci manca solo questo. Facciamo così, io non sono diventato nulla e non ho neppure ancora letto il libro, se però tra i lettori c’è qualcuno che ha paura di riflettere su ipotesi spinose e fin scandalose – tali quelle che seguono – chiuda la pagina. Punto.
Con gli altri si prosegue, cercando di maneggiare un po’ di ragione e un po’ di coraggio: esto vir!

La curiosità di Gamaliele 
A differenza di molti che si sono scandalizzati per questo libro, io non mi scandalizzo. Sarà perché mi diede più vivo scandalo la demolizione di secoli di Chiesa, Papato e tradizioni da parte di certi docenti in Seminario. Non solo: sono uno scriteriato che ama le provocazioni. E soprattutto: è anni che seguo la parabola di Socci.
Questa parabola è segnata da una escalation di titoli dall’interesse profetico. Le sue indagini su Medjugorie, Padre Pio, Fatima, intessute di profezie vecchie e nuove – da Guadalupe, a don Bosco, a san Giovanni Rotondo, passando per Portogallo e Bosnia – sulla crisi ecclesiale e l’imminente scadere dei misteri annunciati dalla Gospa.
Poi è capitato il fattaccio di Caterina e, se posso azzardare un’imprudente valutazione, chissà esso non fosse un tentativo di sottrarre Antonio dalle sue pruriginose ricerche – da parte di chi, non so -. 
Ora, a fronte di una pastorale pontificia che ha creato “perplessità” e “imbarazzo” in vastissimi spazi del mondo culturale cattolico, Antonio ha scelto – questa la mia lettura – di avallare le più imbarazzanti interpretazioni, imbarazzanti ma non implausibili alla luce di un profetismo sempre più marcante ed esasperato.
Ha fatto bene? Ha fatto male? 

Circa i toni, se mi è concesso, avrei chiesto più mitezza e silenzio, specie dalle colonne di Libero e dagli stati di Facebook. Circa il libro, non me ne dispiaccio. Non lo propongo al popolino, ma non me ne dispiaccio. Non lo consiglio nemmeno ai tradizionalisti emotivi e un po’ incazzati. Ma non me ne dispiaccio. 
Lo stesso Antonio poi, mentre cavalca – in attesa di smentita provata – la tesi dell’elezione fasulla (ché se poi ci si imbarca, ne sono convinto, è perché qualcuno ve lo ha nutritamente e confortatamente sospinto), si fa più mite circa la visione dei due papi.
E’ Socci per primo ad invitare alla prudenza in questo campo, prudenza che ripete alle pagine 238-239: “Credo che un minimo di distanza critica da tutto questo dovremmo conservarla […] Personalmente ritengo che le visioni della Emmerich sui “due Papi” siano troppo frammentarie e generiche per essere proiettate sul presente con assoluta sicurezza.[…] Ma soprattutto queste profezie sono tutte condizionate come quella biblica a Ninive, quindi la loro piena realizzazione non è scontata. (QUI) 

Che dire dunque di tanta impresa? Ne propongo una assimilazione individualistica ed utilitaristica: impara l’arte e mettila da parte. Leggere e sapere, ma non parlarne. Se sarà un flop, se si svelerà un mero assurdo, non lo ricorderà nessuno e non avremo fatto figuracce di sorta. Se c’avrà azzeccato anche solo un poco, se ci avrà dato strumenti per affrontare senza disperazione qualche possibile grosso grave evento ecclesiale – quale che sia -, perlomeno sapremo già come valutare i fatti e come porci rispetto ad essi. 
E’ in fondo il vecchio principio di Gamaliele: in mancanza di falsificazione data, e in presenza di profezie inquietanti ma non del tutto impossibili, laddove in fondo stanno volando solo parole e non si causano sommosse, restiamo a guardare in orante silenzio e meditiamo. Ci penserà il tempo a dirci se Antonio è stato Cassandra, Galileo, Gioele, Girolamo o Giordano.