29 aprile 2017

San Caterina da Siena, la mistica domenicana


di Alfredo Incollingo

E' proprio vero che l'Europa è stata edificata dai santi! Senza di loro le divisioni e i rancori avrebbero prevalso. Dio aveva per il continente grandi progetti di grandezza e di santità, ma gli uomini hanno preferito tradire la Sua Parola. Il medioevo cristiano si avviava verso la sua fine nel XIV secolo, quando i primi bagliori dell'umanesimo e del Rinascimento iniziavano a mettere in discussione il rapporto tra l'uomo e il Signore. Santa Caterina da Siena è probabilmente la protagonista di quest'epoca, o quanto meno è stata una personalità carismatica, capace di lasciare la sua orma nella storia. Era senese, come si può ben intuire, figlia di tintori che l'avevano fin da ragazza destinata ad un matrimonio vantaggioso per l'intera famiglia. La giovane Caterina inaspettatamente aveva continue visioni di Cristo e della Vergine Maria e volle consacrarsi totalmente a Dio. Come spesso accade nelle biografie dei grandi santi, la famiglia si oppose a tal punto da rinchiuderla in casa, ma la sua fermezza alla fine prevalse. Divenne una “Terziaria Domenicana”, una “Mantellata”, come erano chiamate le sue consorelle per il mantello nero che copriva le loro vesti bianche. La preghiera e la carità occuparono la loro vita e insieme alla “Bella Brigata” compiva opere di bene e seguiva lunghe ore di contemplazione. Le visioni non cessarono, ma anzi continuarono e furono raccolte dal suo confessore, il domenicano Raimondo da Capua. La Vergine e il Signore le parlavano della triste situazione in cui si trovava la Chiesa (era il periodo della Cattività Avignonese) e le nazioni, scosse da guerre e tensioni politiche. Caterina non fu solo una mistica, come tante, né una monaca dedita totalmente alla contemplazione: fu una donna attiva che si impegnò nel correggere gli errori degli uomini, come Dio voleva. Scrisse a cardinali e re e si rivolse anche al papa dell'epoca, Urbano VI, affinché ritornasse a Roma. La sue lettere infuocate erano tanti moniti che la donna rivolgeva al successore di San Pietro, descrivendogli cosa sarebbe successo se avesse disatteso alla sua missione (e vocazione). Il papa ritornò a Roma e con lui la santa, dove morì tra le braccia del Signore.

 

Su queste pietre: Il primato di Roma nei primi secoli (Episodio II)


di Alfredo Incollingo

Nel 67 d.C. l'imperatore Nerone mosse contro l'ancora piccola comunità cristiana una vasta campagna diffamatoria e persecutoria. Un devastante incendio distrusse buona parte dei sobborghi della città e il principe, onde allontanare da se ogni responsabilità del fatto, incolpò i cristiani di aver tramato contro Roma. Queste prime persecuzioni furono cruente: lo stesso San Pietro ne rimase vittima. I cristiani romani persero un vescovo di primaria importanza, ma, prima di essere catturato, l'apostolo ebbe il tempo di nominare come suo successore Lino, lo stesso che probabilmente citò San Paolo nella “Seconda lettera a Timoteo”. A lui il primo papa affidò il compito di unire la Chiesa e di resistere fino alla fine alle persecuzioni imperiali. Non c'era solo il pericolo di violenze esterne: anche ai tempi degli apostoli la confusione dottrinale era notevole (segno più dell'incomprensione che della superbia umana) ed era necessario mettere ordine. San Lino è sicuramente il primo papa che ha gettato le basi della gerarchia, nominando vescovi e preti, e ha imposto delle regole comuni nella professione di fede. I semi piantati nella fertile terra da San Pietro, iniziano a svilupparsi con San Lino.

Da Lino passiamo a San Clemente I. Questo lavoro non vuole essere uno schema o un elenco di nomi, ma è necessario fare dei balzi in avanti, citando in successione alcuni nomi. San Cleto o San Anacleto è il papa tra i due citati all'inizio di questo paragrafo, ma di lui si hanno poche notizie. Si sa molto invece di San Clemente I Romano che è rinomato come “Padre apostolico” e gli è stata dedicata una basilica a Roma.
Perché è definito “Padre apostolico”? Siamo ai tempi delle persecuzioni di Domiziano, quando Clemente venne scelto quale successore di Sant'Anacleto. La pace per i cristiani arrivò solo con l'impero di Nerva e in quell'occasione San Clemente I inviò alla comunità cristiana di Corinto una lettera apostolica. La confusione dottrinale aveva intaccato anche le chiese locali più grandi e antiche, come quelle dell'Anatolia. Nel suo scritto il papa ribadiva le verità cristiane, certo di parlare da un seggio episcopale rilevante: prima di lui vi era stato San Pietro, l'apostolo scelto direttamente da Dio per guidare la Sua Chiesa. Conscio di questa successione (apostolica), ribadì l'origine divina della chiesa e della gerarchia ecclesiastica e le norme per la successione apostolica. Queste dichiarazioni di San Clemente sono definite dagli storici quale la prima “Epifania del Primato Romano”. Per la prima volta un papa dimostra di aver coscienza del suo ruolo e della centralità della Chiesa di Roma su tutte le altre.

Da San Clemente in poi i papi furono certi di avere un ruolo non solo onorario, come ancora oggi ritengono gli ortodossi, ma di parlare dal seggio dell'apostolo Pietro che a Roma ha deciso di fondare la Chiesa esteriore (la gerarchia). Papa Vittore I e papa Cornelio, per esempio, intervennero in questioni dottrinali in Oriente per risolvere eresie e scismi. La difesa dell'ortodossia, come volle San Pietro, era condotta da Roma e solo il papa poteva ristabilire l'ordine turbato.

Ci spostiamo nel V secolo d.C., quando, di fronte alla decadenza della civiltà romana, la Chiesa Cattolica iniziò a prendere coscienza di essere l'unica in grado di reggere le sorti delle genti dell'ormai vecchio Impero Romano d'Occidente. Sant'Innocenzo I infatti ribadì la centralità di Roma, che le veniva dalla presenza della tomba di San Pietro, e che tutte le chiese locali dovessero conformarsi alla tradizione romana, sia nella liturgia sia nella lingua. Alla fine del secolo San Gelasio I rivendicò non solo l'autorità romana ma anche la separazione tra la chiesa e il potere temporale. In polemica con il cesaropapismo bizantino e con le chiese orientali il papa ricordò sulla base del Vangelo la netta separazione tra l'Imperium e il Sacerdotium: basandosi sui Padri della Chiesa e sullo stesso diritto romano, infondendo un carattere laico alla sua argomentazione, Gelasio dimostrava come l'Auctoritas (la Chiesa) fosse superiore alla Potestas (il principe).

 

28 aprile 2017

Fanta Religione. Il Papa degli ambientalisti

di Ettore Gotti Tedeschi 

Il primo di aprile del duemila xxxx, viene eletto il nuovo governatore supremo della chiesa Ambientalista Universale , succedendo all’amato predecessore , considerato troppo fondamentalista e conservatore nella dottrina ambientalista . In realtà si era constatato che detto rigido modello ambientalista non solo non tutelava l’ambiente come dichiarato, ma creando decrescita economica, sottraeva risorse da investire per l’ambiente stesso e creava disinteresse, tanto che persino alle riunioni di condominio sull’ambiente da tutelare non andava quasi più nessuno.

Ma la maggior preoccupazione era provocata dalla reazione sempre più ostile degli organi di potere del mondo globale che suscitavano sempre più reazioni universali da parte di chi era stanco di vedersi imporre cucina vegana o l’uso limitatissimo dell’automobile, ecc. Il nuovo governatore, insediandosi , prende il nome di Abele I°, sorprendendo tutti poiché Abele era considerato proprio la prima vittima dell’ambientalismo protomalthusiano e animalista .Tutti sapevano infatti che Caino uccise Abele perché inquinava l’atmosfera sacrificando a Dio i suoi migliori armenti .

Nei mesi successivi , il governatore supremo Abele I° ,in più occasioni , cominciò a sorprendere tutti illustrando tutti i motivi di unione tra la chiesa Ambientalista Universale e quella cattolica romana, fino ad allora considerata la peggior nemica dell’ambientalismo( gnostico). Abele I° spiegò che si doveva porre fine alle divisioni storiche e anticipò una visita in Vaticano a Roma in occasione della ricorrenza dell’Atto di Costituzione della chiesa ambientalista , con l’obiettivo di iniziare una riconciliazione.

Tanto che molti ostinati conservatori cominciarono a contestarlo pubblicamente. Sempre di seguito, in altre occasioni , il governatore supremo cominciò a spiegare che la sua Riforma più importante, al fine di proteggere la natura dagli eccessi egoistici dell’uomo, fosse quella di cercare di cambiare anzitutto il cuore dell’uomo, anziché stabilire leggi e sanzioni specifiche sul suo comportamento. Certo non era necessario modificare i principi gnostici dell’ambientalismo, ma questi potevano esser adattati con la prassi, secondo circostanze soggettive.

Arrivò ad affermare poi quanto dovesse esser apprezzata l’infallibilità dell’autorità del governatore (assimilabile a quella del Papa), necessaria per uniformare in tutto il mondo i criteri di tutela dell’ambiente e quanto fosse invece pericoloso affidarsi alla coscienza individuale. Ciò non solo per evitare rischi di scarsa formazione della coscienza alla protezione ambientale, quanto per prevenire l’errore della separazione tra fede ambientalista ed opere.

Poi cominciò a far invitare alla Global Environmental Society ( di cui era GranCancelliere) esponenti della cultura cattolica , scienziati come Zichichi, intellettuali come Messori. Teologi della scuola tomista , ecc. Alla Ambientalista Università Malthusranense fece arricchire la biblioteca di libri di Colin Clark e fece istituire corsi di studio sul pensiero di padre Reginald Garrigou-Lagrange O.P. e Padre Tomas Tyn O.P. Decise di insignire poi con la massima onorificenza “(L’ordine del sacro ambiente” ) un famoso cardinale considerato ultratradizionalista ed inviso agli ambientalisti fin dal tempo del Concilio Ambientalista Universale. La spiegazione di questo comportamento, che viene fornita in via assolutamente riservata e confidenziale, risiede nelle illuminazioni avute dal nuovo governatore e dai suoi grandi elettori.

Queste consistono sostanzialmente nella comprensione che la civiltà mondiale, per tutelare realmente l’ambiente, deve prima tutelare la creatura umana, e per farlo, deve obbedire alla volontà espressa dal Creatore nella Genesi ( cha va conseguentemente riaffermata ). Pertanto deve riscoprire le verità del cattolicesimo e aprirsi al mistero cristiano professato dalla Chiesa cattolica. Questa apertura necessita una comprensione approfondita dei dogmi, dell’importanza dei sacramenti, della necessità che la libertà individuale, perché sia anche responsabile, sia subordinata ad una Verità assoluta. Ciò perché il vero ambientalismo non può essere nichilista.

Tutto ciò riconoscendo che nel mondo, ormai globalizzato, è necessaria una religione universale fondata sul più importante riferimento identico per tutti : la dignità, sacra, dell’individuo, creatura di Dio. Altrimenti anche l’ambiente non sarebbe stato salvaguardato e avrebbe regnato il caos.

Il capo supremo Abele I°, annunciò così l’opera di riforma della chiesa Ambientalista Universale facendosi aiutare dai più prestigiosi esperti del mondo cattolico e da quei responsabili ambientalisti che in cuor loro già si sentivano cattolici e pregavano incessantemente perché venisse nominato un Abele, un giorno o l’altro.

Abele i° volle essere chiaro e bandire ogni forma di ambiguità nelle sue espressioni, persino a rischio di scisma ambientalistico e così dichiarò questi principi con un documento di magistero ambientalistico . In tal documento spiegò che l’origine di tutti i mali ambientali è il peccato e che la miseria ambientale è conseguenza della miseria morale. Arrivò persino a pronunciare una considerazione che sarebbe stata fino ad allora considerata blasfema, cioè che il problema ambientale era dovuto alle scelta errate degli ambientalisti.

Fu molto chiaro nello spiegar che se l’autorità della chiesa Ambientalista di disperde e si trasforma in democrazia, immediatamente diverrebbe demagogia politica, adattandosi ai disordini dell’uomo che si riflettono nello sfruttamento dell’ambiente, non orientandone la ricerca del bene per la natura stessa.

In pratica il manifesto di Abele I° fu : dobbiamo aprirci al cattolicesimo senza paura , dobbiamo incorporarne e abbracciarne i valori che sembrano rigidi e irrealizzabili, ma solo per l’abitudine a vivere male cosa è libertà senza verità. Dobbiamo costruire ponti con la salvezza eterna proposta dal cattolicesimo perché è la vera via per tutelare la natura creata da Dio. Il capo supremo poi premurosamente e caritatevolmente invitò tutti i membri della chiesa ambientalista più conservatori e dissidenti a rivolgersi personalmente a lui per esprimergli dubbi  volendo conoscere personalmente le ragioni di detti dubbi e dare spiegazioni personalmente e pubblicamente . (era il 1° di aprile ! ).

(Già pubblicato su La Verità)
 

Emmanuel Macron, il (finto) nuovo


di Giuliano Guzzo

Scusate, ma chi è questo Emmanuel Macron? Se lo chiederanno i molti italiani che, fino a ieri, mai avevano sentito nominare il candidato che al primo turno delle presidenziali francesi ha ottenuto il risultato più sorprendente e che pare già virtualmente all’Eliseo, quasi Marine Le Pen manco esistesse. Classe 1977, l’enfant prodige non solo francese ma europeo, il Nostro si può – in estrema sintesi – definire come il candidato perfetto dei poteri fortissimi. Giovane abbastanza da incarnare apparenti novità, il leader e fondatore del movimento En Marche! ha difatti tutte le carne in regola per far impazzire l’establishment tecnocratico europeo: vuole più Europa («l’Europa siamo noi. Bruxelles siamo noi. Abbiamo bisogno dell’Europa»), più flessibilità del lavoro (che c’è da dubitare sappia cosa sia, dato che si è ritrovato al Ministero delle finanze l’anno stesso della laurea) ed esegue splendidamente ordini («Non so cosa voglia dire, leggo quello che mi scrivono», disse una volta durante in discorso mentre leggeva una frase priva di senso).

Ex banchiere d’affari per Rothschild & Cie Banque –  da qui il soprannome «chihuahua dei Rotschild», da un commento su GeopoliticalCenter – il Nostro è snob quanto basta (apostrofò come «illetterati» degli operai) e non considera immigrazione e Islam un problema, anzi dopo attacchi terroristi di Parigi del novembre 2015, ebbe a commentare che l’accaduto era anzitutto una «ferita dei musulmani francesi». E’ insomma il politico ideale il programma di liquefazione sociale caro ai vertici europei: più mercato e più immigrati da una parte, meno identità e sovranità dall’altra. Sul privato di Macron, non c’è molto da dire. Molto di entusiasmante, s’intende. Legato sentimentalmente da quanto aveva sedici anni ad una donna, Brigitte Trogneux, ora sua moglie, di 23 anni più grande di lui, pare sia bersaglio di alcuni dossier russi secondo cui sarebbe stato sostenuto da lobby bancarie americane e coinvolto in una relazione omosessuale con un giornalista.

Gossip a parte, del Nostro risalta la fermezza politica sia in politica interna (ha portato avanti un progetto di riforma del lavoro infischiandosene delle enormi e continue proteste degli operai e dei dipendenti francesi, scesi settimanalmente in piazza) sia estera (fosse per lui, interverrebbe in Siria domattina) e la capacità di indicare alle giovani generazioni i valori che contano. Infatti, nel corso di un’intervista, ha espresso al meglio le sue idee su quale dovrebbero essere i principi ispiratori degli europei di domani: «Servono giovani francesi che abbiano voglia di diventare miliardari». La statura ideale e politica del probabile futuro monsieur le Président è tale che nelle scorse ore sembra che pure uno certamente non populista quale il giornalista Paolo Mieli abbia fatto lasciato intendere di ritenerlo poco più di un automa, un soggetto con scarsa personalità e costruito in laboratorio dai poteri forti. Ma dai, questo sì che è uno scoop. Non lo avremmo mai detto: si sarebbe detto il classico trentanovenne europeo della porta accanto, no?

https://giulianoguzzo.com/2017/04/24/emmanuel-macron-il-nuovo-che-e-tutto-fuorche-tale/

 

27 aprile 2017

Con le DAT rifiuteremo cure che non conosciamo

di Giuliano Guzzo
Enumerare compiutamente tutti gli inganni e tutte le trappole che stanno dietro alle strombazzate Disposizioni anticipate di trattamento (o DAT), richiederebbe uno sforzo francamente eccessivo – soprattutto per la pazienza del lettore, s’intende -, per cui preferiamo limitarci a tre telegrafiche considerazioni, nell’auspicio possano agevolare la comprensione della colossale fregatura che il nostro Parlamento, col biotestamento, sta rifilando al popolino, certo che la gente comunque non se ne accorga.

La prima trappola è quella della distinzione tra le DAT e l’eutanasia. Peccato che col biotestamento si potrà rifiutare qualunque supporto vitale, cosa che cagionerà la morte del cittadino che l’ha sottoscritto e una delle due varianti eutanasiche – l’eutanasia omissiva (o passiva consensuale) – si sostanzi, alternativamente all’iniezione letale, proprio nella sottrazione di ciò che tiene in vita una persona, determinandone il decesso. Non a caso il primo biotestamento fu presentato nel 1967 dall’avvocato Luis Kutner per conto, indovinate un po’, dell’Eutanasia Society of America…

Un secondo, clamoroso inganno che i promotori del biotestamento, dentro e fuori il Parlamento, hanno perpetrato (e continuano a perpetrare, certi che nessuno li smaschererà) ai danni degli italiani, è stato quello di far credere che una legge sul cosiddetto fine vita, in Italia, non esista. Invece, signori, è vero l’opposto. Una norma di questo tipo il nostro Paese la possiede ed è entrata in vigore il 15 marzo 2010, come la legge n.38 per le «Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore». La conoscevate? Suvvia, dài, non dite bugie. E’ normale non conoscerla. Una recente analisi condotta su oltre 13.300 schede compilate compilate da pazienti e familiari ha evidenziato che il 63 per cento delle persone interpellare non sapeva che l’Italia possiede una legge specifica contro il dolore. Eppure tra i pazienti che hanno potuto usufruire dei servizi dedicati alle cure palliative, il 70 per cento si dichiara soddisfatto e l’80 ha apprezzato pure le qualità umane e professionali del personale impegnato negli hospice o nei centri di terapia del dolore.

La domanda ora è: com’è possibile che due italiani su tre, a distanza di sette anni dalla sua entrata in vigore, ignorino l’esistenza della legge – quella vera – sul fine vita? Chiaramente i medici non c’entrano nulla: il punto, qui, è squisitamente istituzionale e politico. Abbiamo difatti istituzioni impegnate con l’approvazione del biotestamento perché ci tengono – ma che cari! – alla nostra libbbertà di poter rifiutare le cure. Ma se il cittadino medio manco sa dell’esistenza di cure fondamentali contro il dolore e della legge che le prevede, beh, fattacci suoi. E’ l’autodeterminazione, bellezza.
 

Cronache di Babele: perché la Parigi sotto attacco vota per Macron?


di Alessandro Rico

Forse è vero, come dice Maurizio Blondet, che il voto francese è l’emblema della lotta di classe: lotta tra chi è stato impoverito dalla globalizzazione, privato della speranza di condurre una vita semplice ma dignitosa, limitato nelle prospettive di miglioramento, soverchiato da centri di potere più o meno oscuri che gli impongono i «sacrifici», rintronato dall’arma di distrazione di massa dei diritti civili; e chi da questo sistema spera di trarre benefici, chi intravede i primi segnali di ripresa, chi è capace di competere e arricchirsi in questa arena globale, tagliando i ponti con il tradizionale modello di società basato su famiglia, lavoro, risparmio. E forse è vero che questa lotta di classe la vinceranno i privilegiati delle città, che sono più numerosi o meglio organizzati, rispetto agli emarginati delle periferie e agli svantaggiati delle campagne. Ma io non credo che dietro questa cesura tra realtà rurale e realtà urbana, tra aristocrazia finanziaria e piccola borghesia di provincia, ci siano solo linee di demarcazione economiche.

Il dato più sconvolgente del primo turno delle elezioni in Francia è che Parigi, la città che forse più di tutte in Europa sta vivendo l’incubo del terrorismo, la città che più di tutte in Europa ha le mani in pasta con le monarchie del Golfo (gli sponsor del fondamentalismo islamico), è anche il luogo dove il messaggio della Le Pen fatica di più a sfondare. Il manipolo dei Monti-viventi di Forza Europa e Comitato Ventotene (roba che solo a pronunciarla ti corre un brivido lungo la schiena), che ogni tanto sfila per Roma come gli zombi nel video di Thriller, potrebbe evocare il mantra delle Merkel e dei Mattarella: Parigi sarebbe così la dimostrazione che i terroristi «non ci faranno rinunciare ai nostri valori», cioè il cosmpolitismo, la libertà di movimento, il multiculturalismo, la tolleranza, ecc. Più sagacemente, come fa appunto il nostro Blondet, si potrebbe argomentare che ormai a Parigi non decide più la gente comune: ci sono i potentati ai quali non risulta difficile organizzare il consenso, capaci perciò di acchittare in quattro e quattr’otto un modesto esponente dell’establishment come Macron, passato dai Rotschild a un ministero del fallimentare governo Hollande. A Parigi ci sono anche gli islamici, quelli che ormai presidiano interi collegi elettorali e, pur schifando tutto quello che Macron rappresenta (sarà amico dei sauditi, ma è pur sempre un sottoprodotto dell’illuminismo radicale), hanno paura che, con la Le Pen, l’invasione possa arrestarsi. E infine a Parigi spopoleranno pure i professionisti dell’antifascismo, che alla fine si rivelano gli utili idioti del sistema.

Da cattolico, però, mi sforzo di riflettere sul senso teologico di quello che accade. E mi viene in mente l’episodio della Torre di Babele, perché sulle società «aperte» che piacciono a George Soros, multietniche, multiculturali, materialiste, popolate di grattacieli luminosi simbolo di opulenza e rigoglio (che di per sé, si badi, non sarebbero cose malvagie: io i grattacieli li adoro e mi fanno paura quelli che propongono la decrescita felice), su queste società di cui Parigi è una delle tante copie sparse per l’Occidente, la Bibbia aveva già detto tutto. In Genesi 11:1-9 leggiamo:

1 Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. 2 Emigrando dall'oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. 3 Si dissero l'un l'altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. 4 Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». 5 Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. 6 Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. 7 Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro». 8 Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. 9 Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.

La guisa in cui ci viene di solito presentato l’episodio della Torre di Babele ruota intorno al tema del castigo divino: Dio punisce gli uomini per la loro hybris (la Torre come simbolo della tracotanza di chi pensa di potersi innalzare al cielo da sé e quindi di essere come Dio), pertanto la dispersione dei popoli e la diversità delle lingue sarebbe frutto della Sua ira. Ma nel capitolo precedente e in quello successivo, il testo descrive la geografia politica dei popoli che abitavano la terra dopo il Diluvio. Si trattava di popoli che condividevano un’unica discendenza, ma si erano poi differenziati «secondo la propria lingua e le loro famiglie, nelle loro nazioni» (Gn 10:5). E da nessuna parte sta scritto che questa molteplicità fosse il frutto di un castigo. Tutto lascia pensare, al contrario, che la diversità dei popoli e delle nazioni rientrasse nel piano di Dio, mentre il progetto di uniformazione globale («essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola») Gli fosse sgradito. Per questo motivo, Dio interviene e impedisce agli uomini di portare a termine quell’impresa.

Ora, a cosa somiglia la Torre di Babele? A cosa somiglia la città dove i molti popoli diversi si riuniscono in un solo popolo, con una sola lingua? Certo, le nostre società multiculturali sono ancora lontane dall’uniformità armonica e irenica descritta nella Genesi; inoltre, ci sono multiculturalismi che puntano sulla stratificazione e multiculturalismi che inseguono la cosiddetta integrazione. Ma se il cancro di una Londra in cui ormai vige il pluralismo giuridico (c’è la common law e poi ci sono i sedicenti tribunali islamici che applicano la sharia) è la frammentazione (tante nazioni in un solo territorio), non bisogna dimenticare che pure la City ha raggiunto un certo grado di omologazione: se non si vuole ridurre tutto a una collezione di ghetti, bisogna che le minoranze competano sullo stesso mercato del lavoro, che producano sintesi anglicizzate dei loro usi e costumi mentre gli inglesi de-anglicizzano i propri, che parlino una neolingua che spazia dall’accento dell’Est di un barista slovacco alla strana parlata dell’autista di Uber bengalese. A Parigi il fenomeno dovrebbe essere accentuato, perché la laïcité francese vorrebbe mettere al bando tutti i simboli religiosi. La grande utopia illuminista affiora qui nella sua essenza: deprivata di ciò che la associa a una «famiglia», a una «nazione», della persona non resta che ciò che ne fa il puro e astratto homme che i philosophes hanno sempre venerato.

I terroristi, specialmente quelli reclutati tra gli scarti della società francese, si oppongono con la violenza all’annacquamento delle differenze nella brodaglia multiculturale. La loro non è soltanto la guerra dell’Islam politico, è anche la battaglia di una minoranza, sicuramente oscurantista e retriva, che vuole spezzare il sogno del cosmopolitismo liberale, per ritrovare nel fondamentalismo l’identità che i lumi le hanno sottratto.

Qualsiasi organismo, dinanzi all’attacco di un agente patogeno, reagisce cercando di espellerlo. Ma cosa succede se quell’organismo è ormai completamente immerso nell’illusione di realizzare la Torre di Babele? La Parigi sotto assedio che vota per avere più Europa e più immigrati è la Parigi talmente innamorata dei «nostri valori» (quelli dell’élite liberal) da preferire il suicidio alla reazione. Il multiculturalismo della differenza, più praticato in Gran Bretagna, alla lunga lacera quel grado di unità sociale necessario a far funzionare l’autorità politica, specialmente in un regime democratico; il multiculturalismo dell’omologazione genera la reazione violenta di chi è incapace di definirsi secondo le coordinate del progressismo universalista e trova nell’islamismo radicale una via di autoaffermazione. Ma se Dio disperde i superbi nei pensieri del loro cuore (Lc 1:51), è plausibile che Parigi (come Londra) sia ormai incapace di vedere al di là della coltre progressista, dell’utopia di una società multiculturale priva di attriti, in cui l’Islam, a differenza di quanto ha fatto finora in tutti i luoghi e in tutti i tempi, rinunci inopinatamente a qualsiasi forma di imperialismo violento e si sottometta alla suprema moralità della democrazia liberale. 

È vero che a Parigi sono ancora tanti i simulacri degli yuppies che coltivano l’ottimismo mentre questo mondo globalizzato si incammina verso una nuova guerra mondiale. È vero che a Parigi ci sono i collegi elettorali egemonizzati dai musulmani, disposti a sorbirsi Macron pur di evitare «quella là». Ma è vero pure che ormai «quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile», che a Parigi, come nella Londra sgomentata dalla Brexit, il cantiere della Torre è in stadio avanzato. Per quanti colpi di AK47 possano esplodere, per quante vittime possano cadere, questi uomini penseranno solo a piazzare altri mattoni. La Grande meretrice è all’apparenza splendida, ma marcisce dal di dentro ed è ebbra della propria immondezza: «[…] era ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d'oro, di pietre preziose e di perle, teneva in mano una coppa d'oro […]. Allora mi accorsi che la donna era ubriaca del sangue del popolo di Dio e del sangue di quelli che sono morti per la fede in Gesù» (Ap 17:4, 6).

Su quale scoglio si infrangeranno le farneticazioni del globalismo? Probabilmente Dio si disinteressa tanto al fatto che a Washington e a Madrid si venda lo stesso Iphone, quanto assiste con disappunto al tentativo di sopprimere le nazioni, abolire i confini (consigliamo la rilettura della Genesi a chi vuole «costruire ponti e non muri») e riassorbire le differenze tra i popoli nell’indistinzione delle società multiculturali, che più diventano «aperte», più cadono sotto il dominio di comitati ristretti e opachi gruppi d’interesse. Irrimediabilmente contrario ai decreti divini è il miraggio di chi blatera di Stati Uniti d’Europa e si figura un super-Stato continentale, o di chi promuove la tratta degli immigrati per completare il programma di sostituzione etnica gradito ai massoni, che sognano un governo mondiale. E ciò che a Dio è sgradito, prima o poi si sbriciola.
Saranno forse quelli che oggi recitano la parte dei bifolchi a ricostruire dalle macerie di questo ordine mondiale, abbandonando le eresie della globalizzazione, di nuovo divisi «secondo la propria lingua e le loro famiglie, nelle loro nazioni». 
 

26 aprile 2017

La lettura ameriana del Concilio Vaticano II (II parte)


(qui la prima parte dell'articolo)

di Daniele Laganà

Lo specillo analitico del ticinese individua lo zampino dell’ermeneutica neoterica, aggettivo con cui egli classifica le correnti di “pensiero” che mirano a stravolgere la retta dottrina in favore di una formulazione progressista supina alle opinioni mondane. Un esempio è l’impiego copioso nei documenti conciliari di un termine prima pressoché ignoto in seno alla Chiesa, cioè quello di dialogo, divenendo «un’universale categoria della realtà, esorbitando dall’ambito della logica e della retorica in cui era prima circoscritto» e si arrivò a «configurare una struttura dialogale dell’essere divino, una struttura dialogale della Chiesa, della religione, della famiglia, della pace, della verità…», per cui «tutto diventa dialogo e la verità in facto esse dilegua nel suo proprio fieri come dialogo». Parimenti evidenzia l’uso del circiterismo, cioè il «riferirsi, come a cosa quieta in causa e già assodata, a un termine distinto e confusionale, e da quello ricavare o escludere l’elemento che importa ricavare o escludere», oppure il soppiantamento della nozione di lettura con quella di cognizione di causa, «sostituendo la pluralità possibile di letture alla forza obbligante della cognizione univoca», dimenticando che «il testo ha un suo senso primitivo, inerente, ovvio e letterale, che deve essere inteso prima di ogni lettura»; inoltre viene sottolineato l’uso dell’avversativa ma al fine di porre «nell’asserto principale qualche cosa che viene poi distrutto con il ma nell’asserto secondario, in guisa che quest’ultimo diventa il vero asserto principale» oppure si riscontra l’abuso della richiesta di approfondimento, intendendo che la dottrina non venga «confermata con nuovi argomenti, ma mutata in altro».
Romano Amerio intercetta nel tempo postconciliare un «cangiamento generalissimo che investe tutte le realtà della Chiesa, sia ad intra, sia ad extra», rilevando che la fede «da atto dell’intelletto viene trasposta ad atto della persona e da adesione a verità rivelate diventa tensione di vita, trasgredendo così nella sfera della speranza», la speranza «abbassa il suo oggetto, divenendo aspirazione e aspettazione di una liberazione e trasformazione terrestre» e la carità «abbassa similemente il proprio termine volgendosi all’uomo».
Particolarmente presente nei documenti conciliari è il vocabolo novus, il quale viene declinato nel postconcilio come un’esigenza di novità radicale al di fuori della terna che riconosce la fede cattolica, cioè la difettiva («per cui dallo stato di integrità e soprannaturalità l’uomo decadde a cagione della colpa primordiale»), la restaurativa e performativa («per cui la grazia di Cristo ripara lo stato originario e lo solleva inoltre sopra la costituzione originaria») e la completiva dell’ordine intero («per cui alla fine dei secoli l’uomo graziato viene anche beatificato e glorificato in un’assimilazione somma della creatura al creatore»); questa patologica brama di novità radicale scaturisce in un’errata concezione dell’uscita missionaria secondo la quale la Chiesa dovrebbe uscire fuori da se stessa, in quanto costituirebbe «un passaggio dal proprio essere al non essere» a differenza della retta accezione dell’«espansione e propagazione del proprio essere al mondo».  Con particolare vigore viene evidenziato come «tutte le riforme che si operarono nella Chiesa furono attuate sul fondamento antico e non tentarono un fondamento nuovo», in quanto «tentare un fondamento nuovo è il sintomo essenziale dell’eresia».
Un ampio spazio viene riservato al fenomeno della denigrazione della Chiesa storica ad opera del clero e dei laici, il quale costituisce «un vivo contrappeso all’atteggiamento di fortezza e di fierezza che il cattolicismo ebbe nei secoli passati di fronte ai suoi avversari»; la tesi viene confutata come superficiale, perché «suppone che la causa dell’errore di un uomo si trovi determinatamente ed efficientemente nell’errore di altri uomini», come erronea, perché «quelli a cui si imputa la colpa degli errori degli altri sarebbero i soli protagonisti e tutti gli altri deuteragonisti», e come irreligiosa, perché «si viene ad addossare a Cristo stesso la responsabilità del rifiuto oppostogli dagli uomini». Infine l’«effetto paradosso» della denigrazione della Chiesa storica è «l’esaltazione sconsiderata della Chiesa primitiva» rappresentata come «una comunità di perfetti, ispirata alla carità e praticante ad amussim i precetti evangelici», quando invece fu «in ogni tempo una massa mista, un campo di frumento e di loglio, un sincretismo di buoni e malvagi».
L’autore evidenzia la disunità spirituale ed ecclesiale della Chiesa del suo tempo, trovando eco nel dolore di Paolo VI per tale incresciosa condizione, culminata nell’acredine delle rimostranze conseguenti alla pubblicazione dell’enciclica Humanae Vitae, in cui il Pontefice ribadì con limpidezza la dottrina cattolica in materia coniugale e sessuale: molti episcopati ebbero l’ardire di pronunziare parole durissime contro tale documento papale, cercando in ogni modo di sminuirne la portata autoritativa.
La critica mossa ad Amerio al Santo Padre è sostanzialmente quella di non aver avuto la medesima umiltà del suo successore Benedetto XVI, nella misura in cui egli ebbe consapevolezza di essere incapace e inadatto all’esercizio della potestà petrina, infatti Montini confessò: «Forse il Signore mi ha chiamato a questo servizio non già perché io vi abbia qualche attitudine, o perché governi e salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma perché io soffra qualche cosa per la Chiesa e sia chiaro che Egli, non altri, la guida e la salva»; il filosofo italo-elvetico dubita che «proporsi di patire per la Chiesa sia maggior umiltà che accettare di operare per la Chiesa», non apprezza la scelta montiniana del «metodo ortatorio e monitorio, che richiama, ma non condanna; fa attento, ma non obbliga; dirige, ma non comanda» ed espone una moltitudine di esempi in cui si palesa la desistenza dell’autorità propria di Paolo VI, dando luogo a «un sic et non nel quale vanno perdute la certezza dottrinale e la sicurezza pratica».
Con altrettanta schiettezza analizza come il Papa avanzi «l’idea della superfluità del cristianesimo e della vacanza della religione nel mondo contemporaneo: è l’avvento […] dell’uomo microteo» e che la Chiesa «vacilla per l’assalto di forze non esterne, ma interne alla propria compagine», da cui originerà la definizione di autodemolizione pronunciata nel discorso al Seminario Lombardo e mai più ripresa, in quanto «dogmaticamente insostenibile […] perché la Chiesa è essenzialmente costruttiva e non demolitrice»; un’ulteriore analisi ben più profonda, chiama in causa una lettera giovanile di Montini, il quale scrisse: «Sono convinto che un pensiero mio, un pensiero della mia anima per me vale per me più di qualunque altra cosa al mondo» e, a parere di Amerio, ciò rivela una «prevalenza della facoltà ideativa sopra la percezione del concreto» che giustificherebbe l’intermittenza nella diagnosi pontificia dello stato in cui versava la Chiesa.

(fine)
 

Il sistema contro Marine Le Pen


di Fabrizio Cannone

Domenica 23 aprile 2017 Marine Le Pen ha ripetuto l’impresa, già riuscita nel 2002 al padre Jean Marie, di raggiungere, contro venti e maree, il secondo turno delle votazioni per l’elezione del presidente della repubblica francese. Quella volta però, Le Pen padre, tallonato dal socialista Jospin, arrivò secondo dietro Jacques Chirac, prototipo del gollista di centro destra e politico senza dubbio navigato ed esperto.
La Francia godeva ancora, malgrado i mille problemi già esistenti in radice e spesso riconducibili all’immigrazione di massa (come la violenza delle banlieue e l’incipiente islamizzazione), di una certa grandeur economica e sociale, e l’Unione Europea restava ancora un ideale di vita, almeno dell’immaginario collettivo delle masse.
In poche parole, il dramma del terrorismo ripetuto e crescente, con la sua spirale di lacrime e sangue sulle strade di Parigi, era ben lungi dal farsi sentire, nonostante le avvisaglie. Le correnti immigrazioniste riuscivano ancora a presentare l’arrivo continuo di migliaia di stranieri extra-europei (non desiderati), come un fatto naturale, fatale e in fondo necessario per coprire i vuoti sociali e lavorativi, disertati, si diceva, dai nativi ormai tutti in carriera e desiderosi dei soli mestieri ‘borghesi’… La situazione attuale è così drasticamente mutata che solo il potere orwelliano dei mezzi di informazione di massa ha potuto permettere ad un soggetto senza storia e senza identità come Emmanuel Macron di giungere al secondo turno, e perfino in prima posizione. Pare inutile, spiegare ancora, ai lettori di questo quotidiano, la portata di queste elezioni francesi, ben colta specularmente dai fanatici europeisti, o europomani, e dal buon senso di chi ama la realtà e il bene comune, assai più delle utopie e delle ideologie.

Dietro Marine Le Pen si sono radunati i patrioti, i nazionalisti, i sovranisti e tutti coloro che hanno capito, spesso con storie personali lontanissime dal dna del Front National che l’Unione europea è il problema, non la soluzione. Che i popoli e il loro benessere debbono primeggiare rispetto agli interessi, palesi o occulti che siano, dei gruppi finanziari dominanti. Il suo partito ha una lunga storia e come ogni opera umana ha difetti e limiti, ovviamente. Ma si pone oggi come una scialuppa di salvataggio. Il programma della futura presidentessa Marine, che salvo miracolo non potrà essere attuato, consta di 144 punti forti che tutti possono consultare e visionare sul web. Politica estera multipolare e non servile verso l’Onu e gli Usa, politica economica molto sociale e pro famiglia, liberazione della Francia dalle pastoie di Bruxelles e lotta senza quartiere al terrorismo e all’islamismo radicale, pur nella garantita libertà di culto per ognuno. E ancora rispetto della storia, della cultura, della lingua e della tradizione francese, e delle sue radici cristiane, contro il cosmopolitismo e la colpevolizzazione ideologica diffusa nelle scuole di oggi, come un veleno e un indottrinamento.

Sembra davvero un programma alla De Gaulle, a base di patriottismo, prestigio internazionale e solidarietà sociale. Tra l’altro Marine era l’unica candidata a voler abbassare per tutti l’età della pensione riportandola a 60 anni, aumentando lo stipendio e tributando l’onore dovuto a tutti i militari francesi.

A fronte di ciò Emmanuel Macron è il vuoto. Il vuoto spinto. Assenza di cultura politica, di agenda internazionale, di lettura d’insieme dei problemi nuovi della società. Nessuno ha potuto negare che si tratti, rispetto a Marine, ma anche rispetto a Fillon, a Mélanchon e agli altri, del puro candidato delle banche e dei poteri forti. Nel suo background di ex banchiere dei Rotschild c’è più Europa e meno sovranità statale, più immigrazione e meno contrasto al delitto e al malaffare, più consumismo e meno patriottismo, più individuo e meno famiglia, più islam e meno radici cristiane.
Sia Marine che Macron hanno avuto ragione nell’unica cosa che li ha uniti durante la campagna elettorale. Di affermare cioè che tra loro due non è tanto una differenza di ricette economiche o di misure politiche, ma una differenza di fondo, di filosofie della vita alternative e irriducibili contrarie.
Ma che Macron voglia servire il progetto europeista, internazionalista e mondialista non stupisce, e oltre che rammaricarcene non possiamo fare. La cosa assieme vergognosa e significativa è che non solo Hamon, il candidato ufficiale socialista, ma persino Fillon, da taluni visto come un cattolico conservatore e favorevole a Putin, mentre si tratta di un liberal alla Monti per intenderci, hanno invitato a sostenere Macron.

Allora aveva ragione proprio Marine: ciò che unisce e univa tutti gli altri candidati, teoricamente in competizione, era assai di più di ciò che li separava e li contrapponeva. Tutti uniti per interessi altri rispetto a quelli del popolo. Tranne forse, almeno in parte, il vetero marxista romantico Mélanchon, che non a caso non ha dato consigli di voto in vista del ballottaggio finale. Il settimanale Tempi, ora ottimamente diretto da Alessandro Giuli, nel numero di giovedì scorso, ha intervistato molti rappresentanti politici e culturali nostrani. E come è giusto e naturale, quelli di sinistra dicevano che avrebbero votato per un candidato di sinistra. Ma altri, destrorsi conservatori e cattolici (che per carità di patria preferiamo non menzionare), si schieravano per Fillon, visto illusoriamente come politicamente meno scorretto di Marine, o addirittura direttamente per Macron, che viene dal partito socialista e rappresenta la nuova sinistra, tutta gay e fast food. 
Tra questi ultimi citiamo il solo Tarquinio, direttore del quotidiano di ispirazione cattolica Avvenire, ormai tutto Grillo, Macron e Vendola, che poi aggiungeva misericordiosamente censure verso l’unica candidata donna…

I nostri eccellenti Borgonovo e Scianca ogni giorno mostrano la collusione, non più accidentale ma di fondo, tra poteri forti del denaro e sinistra politica, sia parlamentare che estrema. Macron è un po’ l’uomo sintesi. Zero valori morali e volontà di continuare la decostruzione della famiglia iniziata con la legge Taubira-Hollande, e mille carte di credito, spendibili nei luoghi che contano in Europa e nel mondo, nei centri della finanza e nelle logge più in.
Tutto può accadere in politica come nello sport, e i ribaltamenti sono sempre possibili. Auguriamoci che gli uomini liberi di Francia guardino la realtà e non la deformazione di essa attraverso i maxi-schermi del sistema.

(pubblicato su La Verità del 25 aprile)
 
 

È tornato don Camillo/3. Hasta la victoria siempre

di Samuele Pinna
 
Fu così che arrivò il pretonzolo dalla missione in Sudamerica. Pretonzolo pare proprio la giusta definizione, perché era sbrindellato nel vestiario e nel modo di muoversi, ma anche quando gli uscivano parole dalla bocca non scherzava e la definizione calzava a pennello. I capelli corti e radi eppure arruffati e quel tantino unti, segno non di trascuratezza o di allergia al sapone ma di condivisione di povertà, incorniciavano un viso banale sporcato da una barba di qualche giorno. Anche la maglietta era imbrattata e i pantaloni padellati. Stonava in quell’ammasso di sciatteria solo il giubbotto di pelle e qualche aggeggio tecnologico che potevano far impallidire, per il costo, sorella Povertà. Ma non bisogna mai fermarsi al dettaglio. È lo spirito che conta!

E quel prete lì aveva uno spirito acceso, di chi conosce la fatica e i mezzi, ogni tanto, per evitarla. Gente insomma che si consuma perché spinta da idee importanti, da sistemi importanti, da scelte importanti. Mica gentaglia facile quella e che un po’ ammiri: per le loro idee, sistemi e scelte quelli come lui erano disposti a tutto, anche a mandare al diavolo nostro Signore, ma sempre con rispetto parlando.

Il pretonzolo arrivava per un periodo di riposo, anche se gli era sconosciuta questa parola perché nelle sue idee, nel suo sistema, nelle sue scelte non era prevista una tale attività. O forse la si chiamava con sinonimi, quali “vita sregolata”, “libertà assoluta” o “abnegazione totale”, benché condotta a partire dalle sue idee, dal suo sistema, dalle sue scelte. Certo, era encomiabile che uno lasciasse tutto per portare il Vangelo in terre lontane e non era carino fare alcunché di obiezione, neppure quelle palesi: troppo facile per lo sporco borghese sputare su una scelta di vita povera, almeno nella teoria e quel tanto che basta nella pratica. No, ci voleva rispetto per quelle persone che si dedicavano, tutte e di più, alla missione, a portare cioè la pace nella storia dei popoli, la giustizia sociale e il benessere nel mondo. Il Cristo davanti a nobili idee, sistemi e scelte, non aveva da lagnarsi: a pancia piena uno ragiona meglio e dopo la rivoluzione arriva sempre il tempo della distensione e quindi sarebbe giunto anche il momento per mettere in esercizio la salus animarum. E se il Vangelo doveva aspettare, che aspettasse, c’erano altre priorità! E se quei porci di reazionari avessero di che lamentarsi andassero loro a predicare in giro per il mondo!

Forse, a bene vedere, un altro modo di fare missione c’era pure, ma siccome non era affare commissionato a don Augusto, questi si tenne buono buono e alla larga dal pretonzolo bolscevico, non avendo nulla contro di lui ma subodorando che la visione sulla cattolicità probabilmente differiva. E, infatti, differì. Il gioviale Parroco cittadino decise di fare un bel pranzetto con diversi sacerdoti, un pranzo cittadino, come il Parroco, era sempre gioviale, di quelli cioè in cui le portate, molto curate anche nell’esposizione, erano servite con calma cosicché si poteva chiacchierare amabilmente e non sentire i morsi della fame perché presi da ameni dialoghi e discorsi signorili. Si comprende facilmente che don Augusto si sentiva come un leone chiuso in gabbia a poca distanza dall’agognato cibo.

La tenuta sul controllo famelico poteva durare qualche nanosecondo, a esser generosi, prima che la brutta bestia sfasciasse tutto, uscendo dalla gabbia per divorare la preda. Fortunatamente nei gioviali pranzi cittadini c’è sempre l’antipasto e, inizialmente, essendo troppo occupato a divorarlo, il pretone di campagna non si concentrò sul discorso teologico tirato fuori dal pretonzolo, tra l’altro seduto vicino a lui. Finché non sentì quella che catalogò come una sicura bestemmia. Avendo placato lo stomaco ora poteva riattivare anche il cervello.

 «È la categoria di popolo di Dio che dobbiamo recuperare...».
«Guarda, caro confratello», intervenne don Augusto, «che è già stata recuperata».
«Sì, ma non abbastanza! È la vera immagine di Chiesa», disse il pretonzolo e per poco don Camillo redivivo non si soffocò con una tartina del gioviale antipasto.
«Mi scusi», riprese stranamente calmo, «ma forse non è informato sui fatti. Limitarsi unicamente a quella espressione per definire la Chiesa o rendere tale immagine biblica onnicomprensiva per la sua comprensione, significa non indicare del tutto la concezione che ha il Nuovo Testamento, in cui, infatti, “popolo di Dio” rinvia sempre all’elemento veterotestamentario della Chiesa, alla sua continuità con Israele. Ma la Chiesa riceve la sua connotazione neotestamentaria più evidente nel concetto di “Corpo” e “Sposa” di Cristo. Si è Chiesa e si entra in essa non attraverso appartenenze sociologiche, bensì attraverso l’inserzione nel corpo stesso del Signore, per mezzo del Battesimo e dell’Eucaristia».
 «Ecco che si vuole imbavagliare lo Spirito creatore con sottili analisi filosofiche! Appartenere alla Chiesa è appartenere al popolo!».
Perplesso dal nuovo dogma, il pretone di paese tentò per la prima volta di svincolarsi dalla discussione, non valeva la pena farsi il sangue cattivo davanti a quel ben di Dio.
Ma il pretonzolo continuò sicuro nei suoi sconclusionati ragionamenti. «Dire che il popolo è Chiesa significa affermare che è il popolo che decide! Del resto, se il Magistero pensa metafisicamente contraddice la storia!», esclamò con enfasi.
«Se il Magistero non pensa metafisicamente contraddice sé stesso», obiettò don Augusto dopo aver ripreso fiato e ingoiato l’ultimo tramezzino, molto stupito della passione dell’interlocutore, ma anche dalla scarsa capacità dialettica in cui mancavano sovente i soggetti e le dimostrazioni logiche apparivano come assiomi indiscutibili. Per tal motivo e anche per un senso sincero di pietà cristiana, don Augusto di nuovo si distrasse volontariamente, guardando fuori dalla finestra. Ciò fu, però, riletto come una sporca provocazione e il pretonzolo riattaccò col disco.
«No, fratello, non sarai anche tu dogmatico? L’appartenenza è sempre sociale e la Chiesa è popolo che si deve opporre alla gerarchia, perché tutte le istituzioni sono forze dell’oppressione. Non serve una bella interpretazione da parte di nessuno: l’unica ermeneutica possibile è quella della storia se è vero, come è vero, che la Bibbia racconta la storia della salvezza. Non c’è quindi nessuna metafisica da ricercare, la storia è l’autentica Rivelazione e, di conseguenza, la vera istanza ermeneutica dell’interpretazione biblica. E poi vogliamo mettere il ruolo dello Spirito Santo?».
«No, non vogliamo», riprese secco don Augusto, «non c’è nessuna contrapposizione tra Spirito e Chiesa, sarebbe una contradictio in terminis. E la storia non può avere tutte le risposte...».
«Sono il vissuto e le esperienze della comunità a determinare la comprensione e l’interpretazione della Bibbia: la figura di Gesù, presentata nei Vangeli, costituisce una sintesi di avvenimenti e interpretazioni dell’esperienza di comunità particolari, dove tuttavia l’interpretazione è molto più importante dell’avvenimento...», lo bloccò alzando il volume della voce il pretonzolo, che fu a sua volta interrotto.«... che in sé non è più determinabile: è la comunità l’unica interprete con la sua esperienza degli avvenimenti e trova così la sua prassi. Molto bene: questa però non è più la Chiesa, ma l’avvio di un relativismo ecclesiale. E il punto è sempre lo stesso: chi mi dice che l’interpretazione è quella vera o quella giusta? E cosa succederà dopo la rivoluzione, dopo aver abbattuto il nemico? E soprattutto cosa c’entra Gesù Cristo in tutto questo, se non essere l’emblema di una lotta in fin dei conti estranea a Nostro Signore?».
«E allora dobbiamo stare a vedere inermi le ingiustizie? Ah, ma tanto lei non è in prima linea! È inaccettabile quello che dice!».

L’offesa del pretonzolo arrivò addosso al povero don Augusto, che si schermì, aveva infatti, due spalle grosse quanto un armadio e riprese, «Vede, se è inaccettabile non lo so, ma tra persone civili si discute e non si butta tutto sull’offesa. Forse però quando non si riesce ad argomentare si deve passare alla demagogia o all’insulto. In realtà, caro confratello, ciò che è davvero inaccettabile teologicamente e pericoloso socialmente, è questo suo miscuglio tra Sacra Scrittura, cristologia, politica, sociologia, economia. Non si può abusare della Bibbia e della teologia per assolutizzare, sacralizzare una teoria sull’ordinamento socio-politico, perché questo, per sua natura, è sempre relativo. Nessuna rivoluzione, mescolando Dio, Cristo e le ideologie, può essere sacralizzata se non con la conseguenza che si creerà sicuramente un fanatismo entusiastico, che può portare alle ingiustizie e a delle oppressioni peggiori, rovesciando nei fatti ciò che in teoria ci si proponeva. E tutti i sistemi politici marxisti al potere nel mondo ce lo confermano».

Il discorso era bello chiaro e bello schietto, ma il riferimento al marxismo aveva destabilizzato l’interlocutore che sarebbe da lì a poco scoppiato in una rivoluzione e così don Augusto affondò il coltello nella piaga con un colpo da teatro. «Colpisce poi dolorosamente osservare in sacerdoti come lei (e forse anche in qualche teologo) l’illusione così poco cristiana di poter creare un uomo e un mondo nuovo, non mediante il richiamo alla conversione, ma agendo solo sulle strutture sociali ed economiche. È il peccato personale, invero, alla base anche delle strutture sociali ingiuste. È sulla radice, non sul tronco e sui rami dell’albero dell’ingiustizia che bisognerebbe lavorare se si vuole davvero una società più umana. Sono verità cristiane fondamentali, eppure mi sembra che lei le respinga con disprezzo come “alienanti” e “spiritualiste”».
«Mi sembra che lei sia un servo delle classi dominanti che vogliono conservare il potere appoggiandosi anche sulla Chiesa...», rispose infuriato l’altro.
«No», rispose calmo don Augusto, «ho un solo Padrone, che poi sono tre in uno. Ma è un poco difficile da spiegare ed è evidente che avrebbe bisogno prima di un bel ripasso del Catechismo».

E la discussione si interruppe definitivamente perché furono servite abbondanti porzioni di lasagne alla bolognese fumanti. Davanti a quella leccornia il nostro padre Bud Spencer non si sarebbe fermato a divorarla neppure se fosse giunta in quel preciso momento la fine del mondo. Che il figlio del popolo marxista si mangiasse pure il fegato, lui stava già addentando estasiato il primo boccone della pasta al forno!
 

25 aprile 2017

"Fare Chiarezza" per non cedere al relativismo


di Alfredo Incollingo

Il 22 aprile, in una delle sale per convegni dell'Hotel Columbus, su Via della Conciliazione, a Roma, si è tenuta una conferenza internazionale organizzata dal quotidiano cattolico la “Nuova Bussola Quotidiana” e dal mensile "Il Timone".

Il tema dell'incontro era la controversa “esortazione apostolica” di papa Francesco, “Amoris laetitia”. Il documento, pubblicato all'indomani dell'ultimo Sinodo dei vescovi sulla famiglia, voleva essere un sunto delle decisioni dei padri sinodali e doveva riportare il giudizio del papa, esprimendosi secondo le verità del Vangelo. Più che fare chiarezza, “Amoris Laetitia” ha confuso le idee, e a molti! Non è un caso se il convegno fosse intitolato “Fare Chiarezza”, un grido di aiuto, rivolto anche all'Altissimo, affinché si ponga fine alla confusione dottrinale.

Il documento presenta molti punti controversi che hanno dato adito a interpretazioni pericolose, che negano il Magistero cattolico. Sono intervenuti diversi esponenti del mondo culturale cattolico, provenienti da diverse nazioni, presentati dal direttore della “Nuova Bussola Quotidiana”, Riccardo Cascioli, che ha fatto anche da mediatore: Anna Silvas (Australia), Claudio Pierantoni (Cile), Jurgen Leminski (Germania), Douglas Farrow (Canada), Jean Paul Messina (Camerun) e Thimbaud Collin (Francia).

Tutti i gli interventi hanno messo in rilievo la necessità di definire al meglio tutti i capitoli dell'esortazione perché, come è accaduto a Malta o nei Paesi del Nord Europa, alcuni vescovi sembrano aver avallato posizioni morali piuttosto dubbie. E' stato inoltre chiesto, da laici, che il papa risponda ai cinque “Dubia”, avanzati da quattro cardinali che ritengono dubbio, appunto, il documento del Santo Padre.

Ci si è chiesti che cosa sia la famiglia. A spiegarlo è stato il saggista e giornalista tedesco Liminski che, partendo dalla storia e dalle origini della famiglia, ha dimostra la preminenza della monogamia nel consorzio umano, dando una dura spallata a quanti difendono il poliamore o la poligamia. Solo con il cristianesimo la famiglia monogamica ha trovato la sua giusta disposizione. Il carattere fondamentale del matrimonio cristiano è l'indissolubilità che è conforme al volere di Dio. Ed è conforme anche alla scienza, visto che oggi si chiede sempre il riscontro dei tecnici. Leminski ha svelato così che è scientificamente provato che un matrimonio forte, unitario e stabile favorisca la buona crescita dei figli e l'incremento del “capitale” umano.

Il filosofo canadese Farrow ha invece discusso sulla radice protestante della crisi del matrimonio cristiano, che è avvenuta quando si è iniziato a mettere in dubbio questo Sacramento. L'azione diabolica è poi continuata con la “rivoluzione sessuale” del Sessantotto che ha sostanzialmente indebolito ciò che rimaneva della famiglia (e del matrimonio).

E' indispensabile, ha affermato il Prof. Pierantoni, che il papa chiarisca finalmente cosa esprime veramente la sua esortazione. E' necessario che sia lui a farlo, anche se cadesse in piena contraddizione, perché c'è bisogno di un giudizio che sia universale. Non si può affidare la comprensione di un documento tanto importante ai vescovi, che hanno manifestazione purtroppo posizione pericolose.

Il camerunense Messina ha invece introdotto la questione delle chiese nazionali. Il giudizio del papa sul matrimonio deve essere rapportato alle singole realtà culturali. E' necessario, afferma, che si trovi un punto di equilibrio tra la chiesa universale e quella nazionale. Il documento di papa Francesco pare aprirsi ad altre realtà affettive. Perché quindi non accogliere la poligamia, tanto diffusa in Africa? L'occidente la sbandiera come una forma libertaria di amore, quanto invece è un sistema di oppressione ai danni della donna, non in linea tra l'altro con le parole di Gesù.

L'australiana Silvas e il francese Collin hanno posto il problema della soggettività nel discernimento e nel trattare il problema della famiglia. La coscienza, richiamata nel Capitolo VIII dell'esortazione apostolica, sembra essere un criterio innovativo per discutere della questione. In realtà è un metodo relativista e non in linea con la tradizione cattolica: è piuttosto un atto di conformismo con la modernità e non un discernimento che sia veramente cristiano.

Ciò che è emerso da questo convegno è la necessità di mantenersi saldi nella dottrina e di porre fine alla confusione nella Chiesa di Cristo. A chiederlo non sono gli ecclesiastici, almeno non tutti, ma i laici. Saranno questi a salvare il cattolicesimo?

 

San Marco, il leone d'Oriente


di Alfredo Incollingo

San Marco è uno dei quattro evangelisti e, come Luca, non ha mai conosciuto Gesù, ma ne ha comunque raccontato la vita terrena nel suo Vangelo. Nacque in Palestina o a Cipro, in una data poco certa, perché, come spesso accade, non si hanno prove certe per ricostruire una biografia esatta.

Sappiamo che era di famiglia benestante, cugino di Barnaba, un discepolo di San Paolo e viaggiò per il Mediterraneo orientale insieme all'Apostolo delle Genti e a San Pietro. Fu proprio quest'ultimo a battezzarlo a Roma, molto probabilmente, come risulta negli Atti degli Apostoli. Fu un missionario e, pur non avendo conosciuto Gesù, ebbe fede nel Signore e predicò con lo stesso zelo dei due apostoli.

Mentre questi credettero per aver visto Cristo, San Marco fa parte di quella generazione che per prima credette alla Parola di Dio. Per tale motivo l'evangelista scrisse il suo Vangelo, verso il 50. Raccolse i racconti di San Pietro e di San Paolo, che l'apostolo aveva sentito, ma che era necessario mettere comunque per iscritto affinché i posteri potessero giovarne.

Un'altra curiosità legata all'evangelista è il simbolo cui è accostato, il “leone”. Perché proprio il leone? Il Vangelo di San Marco presenta numerose profezie di Gesù sulla Sua Resurrezione e l'animale è accostato all'evangelista in quanto simbolo di rinascita. Questo spiega questo legame, per molti ignoto, tra San Marco e il felino delle savane. A Venezia il santo evangelista è il patrono.

Secondo la leggenda il santo naufragò nella laguna veneta e un angelo, apparsogli, gli avrebbe profetizzato la sepoltura a Venezia, dove tuttora riposano le sue spoglie. La tradizione del leone alato è invece antica e non se ne conosce l'origine. Sta di fatto che la Repubblica Serenissima ha per secoli issato la bandiera di San Marco, assicurando protezione, ricchezza e vittoria.
La ricorrenza si celebra il 25 aprile.

 

24 aprile 2017

Gli abortisti hanno un vizio: la menzogna


di Giuliano Guzzo
 
Pochi giorni fa si è avuta la conferma che la storia della povera donna veneta costretta a 23 tentativi a vuoto prima di trovare un ospedale che la facesse abortire, era – per dirla con una espressione di moda – tutta una bufala. Certo, per trovare il giusto spazio alla notizia occorreva andarsi a spulciare la stampa locale o le edizioni regionali dei grandi quotidiani, ma c’era da aspettarselo. Semmai il fatto vero, su cui a questo punto vale la pena interrogarsi, è il seguente: perché gli abortisti mentono sempre? Cosa spinge così sistematicamente i favorevoli alla cosiddetta interruzione volontaria di gravidanza alla menzogna? La domanda, si badi, è tutto fuorché provocatoria dal momento che è chiara, in Italia ma non solo, una consolidata tradizione menzognera abortista.
Una tradizione che ha preceduto la legalizzazione dell’aborto dato che risale a quando si diceva che ogni anno, a causa dell’aborto clandestino, in Italia morivano circa 20.000 donne. Peccato che l’Annuario Statistico del 1974 quantificasse le donne in età feconda (dai 15 ai 45 anni) decedute nell’anno 1972, prima cioè della Legge 194, in 15.116 e spiegasse come le morti riconducibili a dinamiche legate alla gravidanza o parto fossero 409: sempre troppe, intendiamoci. Tuttavia, inutile negarlo, un numero svariate decine di volte più contenuto di quello propagandato dagli abortisti per terrorizzare gli Italiani sull’emergenza degli aborti clandestini, pure quelli stimati – tanto per cambiare – abbondando alla grande con gli zeri. Un’altra bufala clamorosa sull’argomento era quella sul numero degli aborti clandestini. Per plagiare l’opinione pubblica, negli anni Settanta del secolo scorso, sugli aborti clandestini si davano infatti i numeri. Il Corriere della Sera del 10 Settembre 1976 li stimava essere da 1,5 a 3 milioni; in un numero de L’Espresso del 9 Aprile 1967, si parlava addirittura di 4 milioni! Mentre i quotidiani pubblicavano queste cifre assurde, uno studioso serio come il professor Bernardo Colombo, demografo dell’Università di Padova, in una ricerca elaborata con gli statistici Franco Bonarini e Fiorenzo Rossi, stimò che gli aborti clandestini, in Italia, fossero al massimo 100.000. Questo significa che le stime degli aborti clandestini che campeggiavano sulle prime pagine dei giornali dell’epoca, erano ingigantite in modo esponenziale, talvolta persino del 4000%. Chiamarle fake news, a ben vedere, sarebbe quasi un complimento!
Un’altra tesi di dubbio fondamento, per usare un eufemismo, è quella secondo cui opporsi all’aborto sarebbe da cristiani retrogradi e legalizzarlo da amanti del progresso. Peccato che tra le file antiabortiste si contino, da sempre, molti non cattolici – da Bobbio a Pasolini, con quest’ultimo che un giorno ebbe a dire: «Sono traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio» -, e che i primi Stati, in epoca contemporanea, a rendere legale l’aborto furono l’URSS di Lenin, nel 1920, e la Germania di Hitler, coi nazisti ascesi al potere da neanche sei mesi quando, nel 1933, stabilirono per legge l’impegno a prevenire «le nascite congenitamente difettose». Due precedenti, converrete, non semplici da portare a modello. Ora, l’elenco delle balle abortiste potrebbe continuare, ingrandendo il dilemma da cui siamo partiti: perché gli abortisti più incalliti sentono – da decenni – il bisogno di mentire, sparare numeri a casaccio e inventare notizie di sana pianta? Le ipotesi sul tappeto potrebbero essere tante. Nel mio piccolo, ne avanzo una: quella che l’aborto volontario stesso, come diritto o facoltà contemplata da un ordinamento giuridico, sia già – di suo – una menzogna. Una finzione che si basa sull’ipotesi che si possa tollerare la soppressione di un essere umano già formato (con le sue gambe, le sue manine, il suo cuoricino, il suo Dna unico e irripetibile) ed essere contemporaneamente contrari all’omicidio. Ipotesi che, chiaramente, non sta in piedi. Una menzogna, appunto. Che impone a quanti la sposano, e non se la sentono di ammettere l’orrendo inganno, di proseguire sulla stessa cattiva strada.

https://giulianoguzzo.com/2017/04/23/perche-gli-abortisti-mentono-sempre/
 

Il Riassunto del Lunedì. La pulzella di Francia

di Francesco Filipazzi 

Elezioni Francia e attentati. In un clima a tratti surreale, la Francia ha votato per le elezioni presidenziali poiché in settimana è stato portato a segno un grave attentato a Parigi, per mano dell'Isis. Il risultato dà vincente al primo turno l'indipendente Macron, che poi indipendente non è, lavorando presso la premiata ditta Rotschild ed essendo sostenuto apertamente dalle burocrazie europee. Seconda è Marine Le Pen, con 700 mila voti in meno. Potrà giocarsela al secondo turno, anche se la situazione le è sfavorevole. Si segnala l'azzeramento del Partito Socialista e il ridimensionamento dell'area gollista.

Avvenire e Famiglia Cristiana. Catfight fra i due organi di stampa. Il direttore del quotidiano dei vescovi ha dichiarato che la visione del Movimento 5 Stelle ha molto in comune con la visione cattolica. Sarà per questo che il giorno successivo a questa cretinissima dichiarazione, i grillini hanno votato a favore dell'eutanasia? In effetti questo li pone in comunione con Avvenire, più che con i cattolici. Famiglia Cristiana comunque non ci è stata (non sia mai che i suoi lettori non votino il PD), e ha contestato la posizione del direttore di Avvenire.

DAT. L'eutanasia sotto falso nome è passata alla Camera. Si sono espressi contro FdI, Lega e una parte di Forza Italia. Come già detto, il partito endorsato da Avvenire ha votato a favore e ovviamente il PD anche.

Convegno Fare Chiarezza. Grande presenza al convegno "Fare Chiarezza" su Amoris Laetitia, organizzato da Nuova Bussola Quotidiana e Timone, nel quale sono state smontate tutte le tesi mostruose riguardanti la possibilità di smontare il matrimonio cattolico. Al convegno era presente anche la Rai, ma probabilmente qualche ordine di scuderia ha proibito di parlarne sulle reti nazionali. Qui i testi degli interventi.

Magistrale (o magisteriale?) Benedetto. Benedetto XVI redivivo e novantenne (altro che ingravescentem aetatem) con due parole ha smontato tutta la retorica pagliaccesca degli ultimi anni. Secondo il Papa (emerito) il problema di oggi è costituito dal confronto fra due radicalismi: quello dello stato profondamente ateo e quello dello stato profondamente teocratico (e islamico). E tutti gli altri muti.

Ordine di Malta. L'Ordine di Malta va a congresso. L'ex Gran Maestro Festing a quanto pare voleva farsi rieleggere alla guida dell'ordine. Per ovviare all'eventualità, l'emissario del Papa lo ha bandito da Roma.

 

"Scusi, ma il Vangelo?" e il teologo va in tilt

di Paolo Maria Filipazzi
 
Tra tante osservazioni che si possono muovere a papa Francesco, devo ammettere che almeno in un caso non posso dargli tutti i torti. Nella sua affermazione per cui i teologi andrebbero tutti mandati su di un’isola deserta, trovo notevoli elementi di verità.
Ne ho avuto conferma qualche giorno fa, partecipando ad un convegno su Amoris Laetitia, organizzato da un’associazione “cattolica”, avente come grande ospite un noto “teologo cattolico”. Quella che segue è una breve cronaca della serata, seguita da alcuni, personalissimi dubia.
Il “teologo” se ne esordisce affermando che, assolutamente, bisogna “camminare con Francesco”. Attenzione, ammonisce, ci sono alcuni, nella Chiesa, che “non camminano con Francesco”! Spiega poi, che il matrimonio come noi lo conosciamo è un’invenzione del Codice di diritto canonico del 1917, insomma, un retaggio della cultura ottocentesca. Quanto alla nullità, è un’invenzione dei canonisti per risolvere le situazioni sottobanco. Avete presente i bambini, che giocano solo se vincono, e se perdono dicono “non gioco più?”. Ecco, con la nullità la Chiesa vince sempre! E poi, avete presente quanto era oppressiva la famiglia di una volta? Avete presente i romanzi di Dickens? Sarebbe ora che i canonisti si decidessero a rendere il matrimonio più “funzionale”. Del resto, prima dell’ Ottocento, la Chiesa non ha mai parlato di famiglia, ma solo di matrimonio, inteso come mero rapporto di coppia. La Chiesa deve lasciare che sia lo Stato ad occuparsi di matrimonio, decidendo anche dell’esistenza o meno del vincolo.

Assicuro che non una virgola è stata inventata: tutto questo è stato detto davvero.

A quel punto, domande. Si alza uno spettatore. Fa notare che in tutta la serata il “teologo” non ha mai, nemmeno una volta, nominato Gesù Cristo. Non appena quel nome viene pronunciato, il “teologo” fa visibilmente un balzo sulla sedia, come se avesse preso un pugno nello stomaco. Un successivo intervento ribadisce il concetto e cita il Vangelo: “L’uomo non separi ciò che Dio ha unito”.

 A quel punto il “teologo” ha una vera e propria crisi di rabbia. Volano insulti: “fondamentalisti!”, “leggete la Bibbia da dilettanti!”, “siete come i Testimoni di Geova!”.
L’unica cosa che riesce a calmarlo è l’intervento di una tale che si presenta così: “Sono un prete sposato con una donna divorziata”. Il “teologo” esulta. Il prete-sposato-con-donna-divorziata, però, non si accontenta di vincere, vuole stravincere, e si dilunga a parlare della tragedia, da lui sperimentata quando era missionario in Africa, costituita dal fatto che i poligami non potessero fare i catechisti. Il “teologo”, plaudente, si lancia nell’ipotizzare l’introduzione di dispense ad hoc. Insomma, dopo il divorzio, pure la poligamia?

A quel punto, si alza un prete (non sposato), ed è visibilmente contrariato. Per prima cosa, dice di considerare inaccettabile che chi ha solo citato il Vangelo venga definito “fondamentalista”. Poi sostiene che il “teologo” si sia spinto molto oltre le reali intenzioni di Amoris Laetitia: non si è minimamente presa in analisi la parte in cui si parla del rapporto fra Vangelo e cultura ed il fatto che in questo confronto è la cultura a dover essere evangelizzata. Del resto, se così non fosse, non si capirebbe il perché della Rivelazione, dell’ Incarnazione del Verbo. Il “teologo”, che già più volte, visibilmente innervosito, aveva cercato di troncare la parola al prete, non si trattiene più: “il Vangelo va letto alla luce di Amoris Laetitia!”, grida furibondo. Non sto inventando. Giuro. Il prete prega di non interrompere, non avendo ancora finito. Essendo un canonista, osserva che non si è minimamente tenuto conto della lunghissima tradizione del diritto canonico e che trova offensivo che si sia parlato di cose fatte sottobanco. Nuove urla da parte del “teologo”: “Voi schiacciate le persone!”. La serata finisce fra le sue urla.

Passiamo ora ai dubia

Iniziamo dal fondo, ovvero, dalla reazione, incredibilmente violenta, che il personaggio ha avuto al solo nominare Gesù Cristo e il Vangelo, nonché dall’incredibile mancanza di rispetto che ha, senza alcun ritegno, dimostrato, nei confronti di un sacerdote. Non è solo una questione di cafoneria e nemmeno di palese incapacità a sostenere un contradditorio. Di fatto, mi sembra di constatare una visione della Chiesa come burocrazia autoreferenziale avente come unico fine la propria autoconservazione. Solo così mi sembra si possa spiegare la mirabolante pretesa di trasformare il Vangelo in un privilegio per pochi, un testo interpretabile correttamente solo da una ristretta cerchia di studiosi, per cui i comuni mortali, i “dilettanti”, non si devono azzardare a citarne il contenuto per quello che è, senza passare per le fumisterie degli iniziati. Cosicchè un testo del 2016 diventa la chiave per decretare cosa voleva dire veramente Gesù Cristo, anziché essere la Parola di Cristo ad essere metro di valutazione di Amoris Laetitia e di tutte le tonnellate di carta che ad essa si riferiscono.

In tal modo, però, e questo è il fatto più inquietante, la Chiesa si riduce al potentato personale di un uomo. Il riferimento ossessivo alla necessità di “camminare con Francesco” in un discorso in cui Gesù Cristo è, invece, totalmente assente, non può non far sorgere il terribile sospetto che questa burocrazia chiamata Chiesa non sia più votata alla testimonianza della Resurrezione del Cristo, ma al perseguimento dei piani personali di un signorotto.

Oltretutto, questi piani sembrano ben miseri, riducendosi, in definitiva, nel farsi accordare il permesso di esistere dai poteri mondani a patto di non disturbarli e rimanersene chiusi nella propria autoreferenzialità. Ecco, dunque, la decisione di lasciare allo Stato l’esclusiva sul matrimonio, ormai solo una zavorra che intralcia il perseguimento del quieto vivere, ed il livore nei confronti dei canonisti, visti come nient’altro che una lobby rivale che si opporrebbe al piano geniale di papa Francesco solo per il proprio interesse particolare.

A questo punto, il Vangelo e la Persona di Gesù Cristo possono solo essere visti come un ostacolo a questo progetto, come qualcosa di scomodo da nascondere dietro una cortina di fumo, e con essi la storia reale della Chiesa, quella del matrimonio e quella del diritto canonico, su cui non a caso il “teologo” ha deliberatamente mentito per tutta la serata, confidando, nel suo evidente disprezzo per i non iniziati, che fossero tutti troppo ignoranti per accorgersene.

E veniamo al “testo incriminato”: il bravo prete caduto vittima delle ire del personaggio ha affermato che l’interpretazione del testo data da quest’ultimo non fosse corretta. In effetti, il testo è talmente ambiguo ed in certi casi talmente di difficile comprensione, che se ne può dire tutto ed il contrario di tutto. Proprio per questo, però, ha dato adito alle interpretazioni deliranti di cui si è appena dato un saggio. E ci viene da chiedersi, in tutta parresia, se il Pontefice ci è o ci fa. Su questo blog si possono ancora trovare gli articoli del sottoscritto, risalenti al 2013, in cui si cercava di difendere papa Francesco e la sua buona fede. Non posso più nascondere che, dopo quattro anni di pontificato, data la totale mancanza, da parte del diretto interessato, del benché minimo tentativo di dissipare i supposti equivoci ed anzi, di fronte al loro continuo moltiplicarsi ed aggravarsi, di questa fiducia non sia rimasto granchè.
 

23 aprile 2017

San Giorgio e la militanza in Cristo

di Roberto de Albentiis
Il 23 aprile, da antichissima tradizione, è dedicato a San Giorgio, prototipo del soldato cristiano e uno dei santi più venerati fin dalla prima antichità; le solite gerarchie moderne, prive di fede, hanno voluto declassare la sua festa e decanonizzarlo, con peraltro giusto sdegno degli ortodossi, alla faccia poi tanto dell’archeologismo liturgico quanto dell’ecumenismo! Ma innumerevoli paesi, città, chiese, santuari e feste patronali sono a lui dedicati, nella sola Italia, e figuriamoci nel mondo intero; non si può quindi schivare o ignorare questo santo.

Precise notizie storiche, è vero, non se ne hanno, ma il suo culto è uno dei più antichi, e il fondamento della sua figura storica e personale resiste a tutte le stratificazioni agiografiche e leggendarie, che pure sono segno di una forte identità storica che il popolo cristiano ha costruito fin dall’origine. Originario della Cappadocia, Giorgio divenne tribuno militare in Palestina, dove si convertì ben presto al Cristianesimo e donò tutti i suoi averi ai poveri; avute delle visioni sui suoi lunghi (ben sette anni!) tormenti, venne arrestato, imprigionato e torturato durante la persecuzione dell'Imperatore Diocleziano, superando miracolosamente tutti i tormenti e finendo infine decapitato, probabilmente nell’anno 303.

Il suo sepolcro, a Lydda, divenne un noto e prospero santuario già dal IV secolo; popolare durante le guerre dell'Impero Romano d'Oriente contro Persiani, Saraceni e Turchi, il suo culto divenne ancora più diffuso durante il periodo delle Crociate: modello dei soldati cristiani, divenne ben presto patrono dei militi crociati e dei monaci-guerrieri impegnati nella difesa del Santo Sepolcro.

“Appare alle schiere una gran luce bianca
ecco San Giorgio che guida i Crociati.
Libera sia la terra benedetta”.

Come si sente in una famosa canzone, “La Crociata”, dei Settimo Sigillo.

Non di meno, non bisogna scordare il fatto che San Giorgio è enormemente venerato dai musulmani, che lo ritengono un profeta e un martire, e la sua festa in Palestina accomuna cristiani e musulmani.
La leggenda (e principale attributo iconografico) di San Giorgio uccisore del drago è un'allegoria della sconfitta del maligno. E proprio la lotta e la sconfitta del maligno, in un’epoca in cui si presume che noi cattolici non abbiamo nemici, deve interessarci. Chiaramente, dobbiamo amare e pregare per i nostri nemici, come ci ha insegnato Gesù; ma se dobbiamo amarli e pregare per loro, vuol dire che dei nemici, nostri (non in quanto persone, ma in quanto cristiani) e di Dio, ci sono! 

E come Cristo ha sconfitto la morte e il male, anche San Giorgio ha affrontato il maligno e l’ha vinto, e pure così noi dobbiamo fare, nel nostro piccolo e nel nostro stato e con l’aiuto di Dio e dei sacramenti della Chiesa.
San Giorgio fu un milite, combattente valoroso nelle schiere imperiali e poi nelle schiere celesti; noi con la Cresima siamo diventati soldati di Dio (e non si pensi che sia una cosa esagerata: che dovremmo dire al pensiero dei bambini del passato che in età tenera, prima ancora che la somministrazione della Prima Comunione, ricevevano la Cresima, e gli si diceva chiaramente che diventavano miles Christi!) e dobbiamo quindi combattere giorno per giorno tutto quanto si oppone alla dottrina e al regno di Cristo e della Sua Chiesa, e a maggior ragione quanto in noi, con i nostri vizi, debolezze e peccati, ci rendono indegni di partecipare alla gloria del Paradiso, che San Giorgio si conquistò con il suo eroismo e il suo lungo patire.

"San Giorgio che lottava contro il drago sarà con te, che combatti il drago della tentazione e lo abbatti, così che tu possa alla fine presentarti come un uomo, puro, forte e cavalleresco...avrai fatto anche un ulteriore passo verso la felicità" scriveva Lord Baden-Powell, il fondatore dello scoutismo, vero esempio di soldato ed educatore cristiano, che poneva San Giorgio come Patrono degli scout tutti, tanto cristiani quanto appartenenti ad altre religioni.
Preghiamo San Giorgio, Grande Martire e Trionfatore, affinchè ci ottenga da Dio la santa perseveranza, tanto in questo tempo pasquale appena iniziato quanto nel tempo ordinario dell’anno liturgico e della nostra vita, per poter un giorno incontrarlo e con lui cantare le glorie di Dio!
 

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: la Trinità e i pellegrini (Parte XXXIX)


di Alfredo Incollingo
 
In occasione dei Giubilei o per pregare sulle tombe dei martiri e dei grandi santi, milioni di pellegrini si recarono per secoli a Roma, la Città Santa della Cristianità occidentale. Il gran numero di persone, di famiglie e di chierici che giungevano in città erano un problema per l'amministrazione pontificia.

Si dovevano accogliere i fedeli, nutrirli e offrire loro un riparo per la notte; si doveva badare all'ordine pubblico e, soprattutto, salvaguardare la salute pubblica, evitando epidemie di malattie infettive. A Roma vi erano alberghi e locande che accoglievano i pellegrini, ma alle volte i prezzi proibitivi impedivano alla maggior parte degli avventori di sostare in quelle strutture.

Il problema della criminalità era all'ordine del giorno: i fedeli stranieri erano soventemente rapinati e subivano la violenza dei riottosi romani. San Filippo Neri riunì nella chiesa di San Giacomo della Carità una piccola confraternita, la Confraternita della Santissima Trinità del Sussidio, ufficializzata da papa Paolo III, per accogliere i pellegrini e soccorrere i più indifesi.

La piccola famiglia religiosa crebbe negli anni e si temprò con il Giubileo del 1550, incrementando i suoi membri e attivandosi per accogliere il gran numero di pellegrini. La carità della Santissima Trinità si rivolse anche ai malati, ai poveri e a tutti coloro che soffrivano la miseria. Nel 1558 papa Paolo IV concesse alla confraternita i locali della chiesa di San Benedetto in Arenula, un edificio in decadenza e rovinato dal tempo. Il 26 febbraio 1587 iniziarono i lavori per ricostruire l'intero complesso: oltre alla chiesa vennero edificati dormitori, ostelli e un ospedale per svolgere al meglio l'attività caritatevole della confraternita. I lavori terminarono il 12 giugno 1616, quando la chiesa venne consacrata con l'attuale intitolazione.

Da allora la Santissima Trinità ha assolto con fede la sua missione fino al 1875 quando la chiesa fu dismessa nel suo ruolo originale e si ridusse a luogo di culto. Oggi è un punto di riferimento per chi ama la Tradizione cattolica, dove è possibile seguire le funzioni eucaristiche secondo il Rito Latino antico, grazie all'impegno della Fraternità di San Pietro.

Il viaggio continua.

 

Immigrazionismo e misericordia a corrente alternata: ecco la Chiesa di Francesco e Galantino

di Alessandro Rico

Dopo la sparata del direttore di Avvenire sui «tre quarti dei casi» nei quali cattolici e grillini avrebbero «la stessa sensibilità», non poteva non arrivare monsignor Galantino, segretario generale della Cei, a correggere il tiro. È questo uno dei tratti distintivi del pontificato di Francesco: fare e disfare, dire e disdire, dichiarare e smentire.
Si sarebbe potuta persino accogliere con giubilo l’inversione di rotta di Galantino, affidata a una breve intervista al Corriere della Sera. Peccato che, dopo una fugace allusione ai «temi per noi sensibili», che però monsignore si guarda bene dal nominare esplicitamente, la virata del capo dei vescovi si sia concentrata sulla sola ossessione del nuovo corso bergogliano: i migranti. Evidentemente i grillini, che si sono accodati alla platea di indignati accortisi della colossale presa per i fondelli da parte del circo mediatico-sentimentalistico sui naufragi dei barconi, che l’Italia incoraggia a salpare lasciando che le imbarcazioni delle Ong stazionino a poche miglia nautiche dalla costa di Tripoli, sono troppo lontani dall’imperativo no borders sposato dal Vaticano. La Chiesa del nuovo corso vuole abbattere le frontiere, costruire ponti anziché muri e chissenefrega se il Parlamento, dopo aver legittimato matrimoni e adozioni gay, adesso sta battendo la via italiana all’eutanasia, incalzato dalle gite in Svizzera di Marco Cappato.

Davvero curiose le priorità di Galantino, il quale assicura che in Curia nessuno è preoccupato per le sorti dell’8x1000. La Chiesa abbandona famiglie, bambini abortiti nei grembi e malati condannati a morire di fame e di sete, per ricomprarsi la battaglia della sostituzione etnica. Ovvero, per importare un esercito di musulmani – come se la Storia non dimostrasse che dovunque si installa, l’Islam finisce per soppiantare le altre religioni. È una strategia talmente miope, che si fa fatica a credere sia dettata soltanto dalla promessa dei 30 euro a richiedente asilo distribuiti ai vari centri di accoglienza cattolici. Probabilmente i vertici della Chiesa si sono davvero convinti di fare così la volontà di Cristo; un Cristo riadattato a uso e consumo della postmodernità, certamente, un Cristo ecumenico, per il quale una fede vale l’altra, e materialista, perché concepisce il prossimo solo come un fascio di bisogni, anziché come un’anima da strappare alle tenebre dell’ignoranza del Vangelo.

È ben strana pure la misericordia a corrente alternata di papa Francesco: alacre con omosessuali e immigrati islamici, meno entusiasta nei confronti dei cristiani del Medio Oriente o della povera gente del Venezuela, trascinata nella disperazione dall’ennesimo strampalato esperimento socialista di Maduro. Un articolo del Foglio ha anzi fatto notare come Bergoglio, piuttosto che delle violenze perpetrate sulla popolazione dal successore di Chavez, o della sottile persecuzione del clero da parte del boliviano Evo Morales (quello del crocifisso con falce e martello, per intenderci), si sia preoccupato di indirizzare una lettera al presidente brasiliano Michel Temer, che contiene una preghiera tutta speciale: un’invocazione alla Madonna affinché protegga il popolo da «las fuerzas ciegas y la mano invisible del mercado».

Non c’è che dire, quanto a creatività: la preghiera contro il liberismo selvaggio mancava dal repertorio delle bergogliate. Saranno state «le forze cieche e la mano invisibile del mercato» a svuotare i supermercati in Venezuela? O un complotto degli americani? Sarà stata la mano invisibile a indurre l’ex mito della sinistra mondiale, il socialista brasiliano Lula, a farsi corrompere da una compagnia petrolifera, o a fare in modo che nel Paese del samba i protestanti raccogliessero sempre più proseliti, mentre il numero dei cattolici si va assottigliando? Il timore è che se pure in Sud America volessero costruire ponti anziché muri, l’Europa dell’accoglienza non avrebbe posto per i cattolici minacciati dai narcos, bersagliati dai guerriglieri, o ridotti alla fame dal chavismo. Se non sono musulmani, noi non li vogliamo.

 

22 aprile 2017

La lettura ameriana del Concilio Vaticano II (I parte)

 di Daniele Laganà

Nato da padre piemontese e madre elvetica, laureato in filosofia e in filologia classica e docente presso il liceo cantonale di Lugano e presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Romano Amerio contribuì anche alla fondazione dell’Istituto Ticinese Alti Studi e della federazione di fedeli legati al rito tridentino Una Voce; egli costituisce un gigante del cattolicesimo novecentesco e riveste un ruolo ancor più rilevante nel novero delle personalità legate ad un’impostazione conservatrice nella Chiesa del XX secolo.

La sua opera più celebre, Iota Unum, è stata tradotta in molteplici lingue, ma rimane poco conosciuta ai più, verosimilmente per una sorta di ottenebrazione posta in essere a cagione della consapevolezza della straordinaria potenza delle argomentazioni che vengono scagliate contro i traviamenti che ampie fasce della Chiesa hanno cavalcato nella fase post-conciliare; particolarmente significativa è la scelta del nome, tratto dal noto passo evangelico in cui Cristo sottolinea come la sua Incarnazione non comporti alcun annullamento della Legge, bensì il compimento della stessa. Parimenti Amerio analizza, come evidenza il sottotitolo “Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel XX secolo” le incongruenze e le discontinuità che si sono palesate nel secolo scorso, riproponendo con passione e precisione il sempiterno insegnamento della Santa Madre Chiesa.

Questo monumentale capolavoro del cattolicesimo novecentesco consta nella sua struttura di due componenti essenziali: la prima formata da un’analisi storica della crisi della Chiesa, ponendo l’accento sulle dinamiche del Concilio Vaticano II che egli ha vissuto in prima persona come perito, operando una scansione cronologica; la seconda, invece, una trattazione quasi enciclopedica dei gravi errori con cui la Chiesa cattolica è stata gravemente ferita durante il secolo scorso, compilata con una minuziosa cura e incredibile acume, segno di un’autentica devozione all’unica Verità di Cristo. A seguire potrete assaporare un’umile esposizione sintetica della prima parte, strutturata col medesimo ordine presente nel testo e con dovizioso impiego di citazioni letterali dallo stesso.

Distinte crisi («uno straordinario moto storico atto a partorire un cangiamento di fondo e di essenza dell’umana vita»), estesa all’uso lessicale comune di «fenomeni che non avverano  il concetto così delineato di crisi, ma gli si approssimano», e variazione («accidentale che avviene entro la medesima cosa»), egli passa in rassegna gli atteggiamenti che la crisi scaturisce: negazione, interpretazione come «inadattamento alla progrediente civiltà moderna», riconoscimento pontificio dello smarrimento e dell’autodemolizione ed interpretazione positiva causata da una falsa teodicea («si dice che la crisi è un bene perché obbliga la Chiesa a una presa di coscienza e a ricercare una soluzione»).

Dopo aver pennellato uno schizzo storico sulle crisi che la Chiesa ha attraversato nella sua storia, l’autore principia a narrare le vicende inerenti la preparazione del Concilio Vaticano II; esso era stato indetto da Giovanni XXIII, suscitato da una sua «repentina ispirazione», il quale lo aveva ideato come un «grande atto di rinnovamento e di adeguamento funzionale della Chiesa» e riteneva di poterlo concludere in pochi mesi, a differenza di quanto realmente accadde: sapientemente si sottolinea che «il rovesciamento delle previsioni  nacque dall’essere abortito il Concilio quale era stato preparato e dall’essersi successivamente elaborato un Concilio difforme dal primo e per così dire generatosi da se stesso».

Le due componenti principali della fase preparatoria furono la convocazione del Sinodo Romano I nel 1960, che doveva essere «una prefigurazione e una realizzazione anticipata» della grande assemblea, e la pubblicazione della Costituzione apostolica Veterum Sapientia nel 1962, inerente all’uso della lingua latina: il Sinodo proponeva una «vigorosa restaurazione» in tutti gli ordini della vita ecclesiale», fondata sui due principi tridentini di «peculiarità della persona consacrata […] inconfusibilmente separata dai laici» e di «educazione ascetica» e «vita sacrificata», delineando una netta discontinuità tra lo stile di condotta del clero e le «maniere laicali» ed esigendo l’abito ecclesiastico, la sobrietà del vitto, l’astensione dei pubblici spettacoli e la fuga delle profanità, nonché si confermano le disposizioni liturgiche (come l’uso del latino, la condanna della creatività del celebrante e il canto gregoriano) e la «necessità di battezzare i parvoli quam primum»; parimenti la Costituzione apostolica costituì «un’affermazione di continuità» e sanciva l’importanza dell’uso della lingua latina («non metafisicamente, ma storicamente connaturato alla Chiesa cattolica»), prevedendo una riduzione delle discipline laicali nella formazione del clero in favore delle lingue classiche e dell’apprendimento delle «scienze fondamentali» nell’idioma dell’ita, nonché l’erezione di un Istituto superiore di latinità.

Purtroppo il Sinodo Romano I «precipitò nell’Erebo dell’oblìo» e non venne citato dal Concilio nemmeno una volta, tanto che Amerio ne trovò i testi nelle biblioteche civili, ma non in quelle diocesane e allo stesso modo la Veterum Sapientia fu «annientata dall’oblìo».
Se il Concilio Vaticano I era animato da tre scopi, cioè la causa fidei, la causa unionis e la causa reformanda, nel Concilio Vaticano II la triplice finalità fu perseguita «in una qualificazione che sembrò peculiare e che si espresse con il termine di pastoralità»; nel decreto Presbyterorum ordinis la scansione ternaria prevedeva la rinnovazione interna della Chiesa, la diffusione del Vangelo nel mondo e il colloquio con il mondo moderno, mentre nel discorso inaugurale di Paolo VI si preferì un’articolazione quaternaria che comprendeva la presa di coscienza della Chiesa, la riforma, la causa unionis e il «lanciare un ponte verso il mondo contemporaneo».

Il discorso inaugurale di Giovanni XXIII si apre con l’aut aut tra mondo e vita celeste, al fine di ordinare «tutte le cose del tempo al destino eterno», e scaglia la «condanna del pessimismo di coloro che nei tempi moderni non vedono che prevaricazione»; una particolare attenzione è riservata dal filologo italo-elvetico alla vistosa discrepanza che in un passo saliente intercorre tra la traduzione italiana e l’originale latino (arrivando a ipotizzare che la versione latina sia stata a sua volta tradotta dall’italiano): non solo si evidenzia la gravità della scarsa qualità della conoscenza del latino in seno alla Curia romana, bensì si sottolinea la ancor più acuta pericolosità semantica di tale polisenso, precisando che «altro è pensare la dottrina cattolica in una maniera che sia appropriata alla citeriorità (Diesseitgkeit) peculiare alla mentalità contemporanea e altro è che si pensi e si esponga seguendo quella stessa mentalità».

In seguito al vivo contrasto suscitato dallo schema de fontibus Revelationibus, «si operò una rottura della legalità, passando dal regime collegiale al regime monarchico», determinando un «nuovo curus non dico dottrinale, ma di orientamento dottrinale» e successive rotture della legalità conciliare si ebbero con l’intervento non autorizzato del cardinal Achille Liénart e il posteriore «rimaneggiamento delle dieci Commissioni conciliari», imprimendo una svolta dei lavori conciliari in una direzione che segnava una netta discontinuità con tutto il lavoro preparatorio, per cui «il Concilio diventava in un certo modo autogenetico, atipico e improvviso».

Se l’atteggiamento di Giovanni XXIII apparve come «desistenza dal preparato Concilio» e come «consiscendenza con il movimento che il Concilio […] voleva darsi da se stesso», limitando l’autorità papale all’introduzione di San Giuseppe nel canone della Messa, Paolo VI volle introdurre una Nota praevia che respingeva l’interpretazione classica della collegialità, affermando che «la potestà somma è collegiale solo per comunicazione ad nutum del Papa» e che, curiosamente, nonostante logicamente dovrebbe essere letta prima della Costituzione a cui è allegata, risulta stampata dopo di essa.

Paolo VI volle attribuire alla Vergine il titolo di Madre della Chiesa, nonostante l’opposizione della maggioranza dell’assemblea e intervenne per accelerare il documento sulle missioni, ma si dimostrò fermo nella dottrina del matrimonio e fece aggiungere d’imperio nello schema del Concilio i testi della Casti connubii di Pio XI che l’assemblea voleva espungere, nonché ribadì nella celebre enciclica Humanae vitae «l’illiceità dei mezzi anticoncettivi contrannaturali» e la procreazione come fine «necessario e primario» del coniugio; da considerarsi come discorso conclusivo viene reputato il discorso di chiusura della IV sessione, dove il Santo Padre esprime il «riconoscimento della tendenza generale dell’uomo moderno alla citeriorità (Diesseitgkeit) e il progressivo fastidio di ogni ulteriorità e trascendenza (Jenseitigkeit)» e che l’autore commenta affermando che «il Papa dice che per amare Dio bisogna amare gli uomini, ma tace che è Dio che rende amabile l’uomo e che il motivo del doversi amare l’uomo è il doversi amare Dio».

Con sincerità e lucidità, il filosofo luganese mette in luce come il Concilio «ruppe con tutta la sua preparazione e si svolse come oltrepassamento del Concilio preparato» e, al contempo, il periodo postconciliare si dimostrò come un oltrepassamento del Concilio stesso, nell’ordine liturgico («la Messa si trovò mutata da tutt’altra in tutt’altra»), nell’ordine istituzionale («investito da uno spirito democratico di consultazione universale e di perpetuo referendum») e nell’ordine della mentalità («apertasi a comporsi con dottrine aliene dal principio cattolico»).

Tale oltrepassamento «avvenne sotto l’insegna di una causa complessa, anfibiologica, varia e confusionale, che si denominò spirito del Concilio» che apre ad una pluralità di interpretazioni causata «dall’incertitudine e dalla confusionalità che viziano certi documenti conciliari».

In particolar mondo, vengono individuate come oltrepassamento franco tutte le circostanze in cui «il postconcilio ha sviluppato come conciliari temi che non trovano appoggio nei testi conciliari e di cui i testi conciliari non conoscono nemmeno il termine»: ad esempio, il vocabolo pluralismo è citato solo tre volte e «sempre riferito alla società civile», l’autenticità «come valore morale e religioso di un atteggiamento umano non appare in nessun documento», bensì solo come criterio filologico e canonico, e la democrazia «non si trova in nessun punto del Concilio»; un ulteriore e vistoso oltrepassamento franco è costituito dall’eliminazione della lingua latina dai riti latini, in quanto configura un esplicito sviluppo «in senso opposto alla volontà legislativa del Concilio», il quale aveva stabilito la conservazione della stessa.

(Continua)