22 aprile 2018

Il Molise esiste. Il papa contadino

di Alfredo Incollingo
Su San Pietro Celestino si è scritto fin troppo e alle volte si è tentato di spiegarne la personalità con le tesi più improbabili. Chi era veramente il papa eremita? Non era un uomo incolto né ingenuo, come spesso è stato descritto da una devozione popolare fin troppo pietista. Non possiamo neanche definirlo un eretico o un cristiano eterodosso, non avendo mai negato negli scritti e negli atti l'autorità del papa e la gerarchia sacerdotale. Non troviamo il rifiuto dei dogmi o della Chiesa istituzionale, ma un loro pieno riconoscimento. Una certa pubblicistica ha al contrario esagerato la sua vocazione eremitica e mistica, vedendovi invece una vena ereticale se non rivoluzionaria. Era altresì un cattolico ortodosso, animato da un incontro diretto con Dio, cercando per questo la solitudine dei Monti della Majella. Come avrebbe potuto chiedere l'approvazione dell'Ordine dei Celestiniani se fosse stato un incolto e un “cafone”? Il fatto stesso di cercare l'assenso di papa Gregorio X, poi, lo scagiona da qualsiasi accusa di eresia. Nel febbraio del 1274 Pietro del Morrone giunse con alcuni compagni a Lione dove si sarebbe tenuto di lì a pochi mesi un concilio. Le agiografie ci raccontano dei suoi modi umili e garbati di porsi di fronte al pontefice: mosso da pietà gli accordò l'approvazione dell'Ordine Celestiniano. In realtà la bolla che confermò la sua famiglia religiosa venne emanata il 22 marzo del 1274, cioè due mesi prima dell'inizio del concilio. 

E' inoltre incerto se ci sia mai stato effettivamente un incontro con Papa Gregorio X. Un ruolo primario nella conferma dei celestiniani lo ebbero i Cavalieri Tempari, che ospitarono il santo nella città francese e con i quali rimase sempre un forte legame. E' probabile che avallarono loro le richieste di Pietro al pontefice, assicurando che fossero approvate. La fama dell'eremita era così nota che i cardinali riuniti in conclave a Perugia il 5 luglio del 1294 lo elessero successore del defunto Niccolò IV. Scelse di chiamarsi Celestino V e la sua incoronazione avvenne il 29 agosto presso la badia di Colle Maggio, all’Aquila, di proprietà dei celestiniani. Era il candidato perfetto anche per l'angioino Carlo II di Napoli che cercava con ansia un papa incline ad assecondare le sue pretese politiche nel Meridione d'Italia. Sotto la sua protezione, giudicata da alcuni una forma di soggezione, in parte evidente, Celestino V visse a Napoli. A questo punto fa la sua comparsa la figura del cardinale Benedetto Caetani, uno dei più grandi giuristi dell'epoca. Le leggende celestiniane lo vedono come il responsabile della rinuncia del papa, colui che aveva orchestrato un complotto per sbarazzarsi del suo rivale. Non solo ci riuscì, ma lo fece uccidere nel castello di Fumone, dove venne rinchiuso per evitare che i nemici francesi del nuovo pontefice, Bonifacio VIII, lo stesso Caetani, lo usassero per delegittimarlo. E' tutto vero? Celestino V rinunciò al pontificato il 13 dicembre del 1294 e non poteva non farlo senza il consulto del Caetani, l'esperto di diritto canonico: si doveva valutare la legittimità della rinuncia al pontificato.

Diversi altri papi, prima di Celestino V, avevano rinunciato al papato e il cardinale di Anagni confermò le intenzioni del morronese. Si trattò di un semplice consulto giuridico. Le leggende sul complotto di Bonifacio VIII sono la conseguenza lampante dell'inimicizia incorsa tra il successore di Pietro del Morrone e il re di Francia, Filippo il Bello. La cronistica francese (e angioina) di fronte ad un pontefice recalcitrante a riconoscere l'ingerenza temporale nella Chiesa cattolica ha sfruttato l'effettiva detenzione del santo per costruire la storia della congiura ai danni di un uomo in odore di santità. Bonifacio VIII tentò di liberare la Chiesa dall'influenza dei monarchi e renderla “super partes”: questo tentativo spirituale e politico spinse il fronte avverso a usare Celestino V per delegittimare il papato del Caetani. In tutta evidenza il morronese fu rinchiuso a Fumone, nella Ciociaria, per evitare che i francesi lo potessero eleggere “Antipapa”. Diverso è invece ritenere per vere le leggende sull'assassinio, smentite con le ultime ricognizioni sulle spoglie nel 2013. Nessun chiodo trapassò il cranio di San Pietro Celestino. Il 5 maggio 1313 il francese Clemente V, su pressione di Filippo il Bello, canonizzò il Morronese non come “martire”, ma come “confessore”. Il monarca francese tentò di screditare in tutto il suo defunto rivale, senza però ottenere i risultati sperati.


 

21 aprile 2018

La democrazia in Religione

di Franco Ressa
La maggiore qualità dei santi, dopo la fede, è la pazienza. Chi è santo deve saper ascoltare tutti, ma non deve lasciarsi condizionare sulla verità religiosa. Al contrario deve cercare di correggere eventuali errori.
Un grande predicatore del rinascimento, Bernardo degli Albizzeschi conosciuto come san Bernardino da Siena, amava ripetere una sua favola a proposito dei pareri della gente.
- Un giorno andavano per strada un giovane, un vecchio ed un asino. Il vecchio stava in sella all’asino, e il giovane a piedi conduceva l’animale per la cavezza. Ma la gente che incontravano diceva: “Guarda quel vecchio, che egoista, sta comodo in sella solo lui”.
Cambiarono allora posizione, il giovane sedette in groppa ed il vecchio tirava la cavezza. La gente commentava: “Quel giovane è senza rispetto, fa andare a piedi un vecchio”.
Ricambiarono, salendo entrambi sulla schiena dell’asino, ma tutti scuotevano il capo: “Vogliono far crepare quella povera bestia con un peso doppio”.
Non gli rimase che scendere entrambi camminando davanti all’animale. Peggio ancora perché tutti ridevano e sbeffeggiavano: “Guarda che stupidi, hanno un asino e non lo usano”.
Morale: qualsiasi cosa si faccia, aspettatevi di essere sempre criticati ed ostacolati. Se poi volete iniziare qualcosa di buono, non tenete mai conto delle chiacchiere, ma ascoltate soltanto la vostra coscienza. –
Già dal medioevo, Bernardino da Siena aveva compreso i limiti e le incoerenze di ciò che oggi chiamiamo l’opinione pubblica. Sei secoli dopo, la situazione non è migliorata, perché nel nome della democrazia, che significa in greco “governo del popolo”, si vorrebbe fare degli umori momentanei la condotta e la legge per la politica e le nazioni.
Certo, la democrazia è importante in politica, ed è sempre meglio di qualsiasi governo assoluto o dittatoriale, ma la storia insegna che gente come Mussolini e Hitler ascesero al potere mediante regolari elezioni.

E la religione, può essere democratica ?
Gesù durante il suo insegnamento non discuteva né faceva votare agli apostoli le verità che diceva, anzi talvolta li rimproverava come uomini di poca fede e diceva loro: “Non voi avete eletto me, ma io ho eletto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga, affinché qualsiasi cosa chiediate al padre nel mio nome ve la dia.”(Giovanni, XV, 16). Certe sue verità erano così scomode da udire che in molti le rifiutavano, non comprendendole o interpretandole male, come quando nella sinagoga di Cafarnao disse : “Chi non mangia la mia carne e beve il mio sangue non avrà la vita eterna” (Giovanni VI, 53-58). Se poi osserviamo quelle sue nuove dottrine, risultarono talmente invise alla classe dirigente del tempo: scribi, farisei, sacerdoti del sinedrio, da portarlo al sacrificio in croce. Gli stessi, riuscirono con la calunnia a far chiedere al popolo la condanna di Gesù a Pilato, soltanto cinque giorni dopo che la stessa folla di Gerusalemme l’aveva accolto trionfalmente.
La verità e la retta via insomma, non sono cose facili, demagogiche e che possano essere adattate a proprio gusto; o le si crede per atto di fede, o si cade nell’errore peggiore, quello della religione “fai da te”.
La ricorrenza che celebra il potere di Cristo, sia sulle anime che sul mondo, è in ottobre la festa del Cristo re, non certo presidente, Dio non può essere eletto a maggioranza di voti, e il suo potere non ha una scadenza come quella di un governante terreno. Quando Pilato chiese a Gesù: - Sei tu il re dei Giudei ? - lui rispose: -Tu lo dici – affermazione della sua regalità, ma subito dopo precisò: - Il mio regno non è di questo mondo, se di questo mondo fosse il mio regno, le mie guardie avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei. Ora il mio regno non è di qui. Tu dici che io sono re. Io sono nato per questo e per questo sono venuto al mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce. – (Giovanni, XVIII,36)
Nella chiesa Cattolica c’è un momento di elezione, quello del nuovo Papa, ma l’elettorato è limitato ai cardinali, personalità di provata esperienza, maturità e discernimento, inoltre questi non sono gli artefici della scelta di quello tra loro destinato alla più alta carica, ma il vero elettore è lo Spirito Santo che quella chiesa la guida dalla salita in cielo di Gesù.

In conclusione, non confondiamo l’amministrazione di un comune, una regione, una nazione con la salvezza dell’anima. Dio ne sa di noi molto più di qualsiasi sindaco od onorevole infatti: - Non cade un capello dalla vostra testa senza che Dio non lo sappia - (Matteo, X,30 ) e noi stessi possiamo non accorgercene neppure !

 

19 aprile 2018

Chiesa dove vai e il santo della porta accanto

di Giorgio Salzano
È stato un piacere trovarsi sabato 7 aprile al Church Village per il convegno “Chiesa cattolica, dove vai?”. Sentire due cardinali e un vescovo parlare del sensus fidei dei fedeli non ordinati, della portata e dei limiti del munus petrino, aveva del memorabile. Per non parlare di un filosofo, ex presidente del Senato, che stava a ricordare l’affermazione dell’uguaglianza in Cristo degli esseri umani nella lettera ai Galati di san Paolo, con quel suo lapidario “non c’è ebreo né gentile, né padrone né servo, né uomo né donna”: contro una dottrina della liberazione, che vede il gentile contro l’ebreo, il servo contro il padrone, la donna contro l’uomo. Bello anche l’intervento di bioetica, ma più significativa la rievocazione di san Tommaso e san Roberto Bellarmino sulla eventualità che anche il Papa traligni.
Il tutto è risuonato come una sorta di memento a chi di dovere, con l’invito ad ascoltare maggiormente le espressioni di malessere che si levano dal popolo cristiano-cattolico, e non riguardarle disdegnosamente come manifestazioni di fariseismo. Che si ponga una simile contrapposizione è segno della più delicata delle questioni, affrontata dal cardinale Brandmüller rievocando con John Henry Newman la crisi ariana del IV secolo, quella che vide la gran parte dei vescovi ed il popolo cristiano su posizioni divergenti: chi può parlare a nome del sensus fidei, e in che modo? In quel caso si vide alla fine che erano i comuni fedeli ad avere ragione. Se dunque vi sono analogie con la situazione odierna, e si raccomanda perciò l’ascolto dei comuni fedeli, la questione diventa chi siano questi fedeli dei quali occorre stare in ascolto. Non si può trattare infatti, ha osservato il cardinale Brandmüller, di procedere semplicemente a un rilevamento demoscopico dell’opinione pubblica ecclesiastica. È la santità di vita invece – egli dice – il criterio della loro identificazione. Ma per definire il sensus fidei fidelium c’è bisogno anche di altro, per il quale ancora Newman ha offerto la chiave: di non essere in contraddizione con ciò che si è precedentemente creduto. Ciò riporta la palla in campo teologico, ai sant’Atanasio della situazione che si fanno portavoce di quel sensus fidei, a difesa di ciò che è stato sempre creduto senza contraddizione – altrimenti un noto teologo, ad esempio, egli stesso divenuto cardinale, potrebbe facilmente replicare che anche la sua teologia, a mio modesto avviso discutibile, non si discosta dalla tradizione se non nel modo di riproporla.
Permettetemi adesso di raccontare un piccolo episodio personale: la sera della domenica successiva al convegno un mio nipote ventiduenne è venuto a cena a casa mia, portando con sé un amico. Poiché avevano in precedenza discusso la tremenda questione se la teologia sia scienza, mio nipote voleva che io offrissi qualche delucidazione. Non sembri strano che nella risposta alla domanda sulla scientificità della teologia sia contenuta anche la delucidazione del sensus fidei fidelium. Chiaramente nella discussione tra i due giovani era in gioco, con la scientificità della teologia, la credibilità della religione cristiana: il nome di scienza sta infatti per un sapere affidabile. Non tutti abbiamo una nozione precisa di come funzioni il mondo, e con esso i marchingegni (chiamasi tecnologia) che noi utilizziamo per trarre il meglio da esso; ma sappiamo che c’è chi li conosce – gli scienziati – e questo ci basta. Non succede invece la stessa cosa con la religione: proprio perché ci si dice che non costituisce sapere, ma credenza, viene di fatto considerata non credibile, irrilevante per una conoscenza del mondo e quindi delle azioni in esso degli uomini (inutile, ahimè, provare a discutere con chi è su una simile posizione).
C’è invece chi pensa, o almeno parla come se la teologia, scienza o non scienza, sia poco rilevante per intendere la fede dei semplici, dedita come sarebbe a spezzare il capello in quattro in inutili sottigliezze, con elucubrazioni dalle quali il cristiano può tranquillamente prescindere. Non lo dice lo stesso vangelo che dobbiamo avere la semplicità dei fanciulli, ai quali è rivelato ciò che resta nascosto ai sapienti? Tutto quello che si richiede, secondo la recente esortazione apostolica “Gaudete et exsultate”, è rispondere alla universale vocazione alla santità dei cristiani, e basta per questo pregare e fare del bene (massime ai poveri, afflitti da vera miseria, quella miseria che invece è ignorata da chi si sente misero pur disponendo del necessario e di più). Poco rileva che i santi, dai Padri della Chiesa ai grandi scolastici come san Bonaventura e san Tommaso, siano anche stati pensatori; quello che più interessa è “il santo della porta accanto”, la “classe media della santità”.  È vero, questi ci sono e sono tantissimi, più di quanti ne includa il calendario. Ma se quei pensatori sono stati celebrati come santi, è anche perché hanno saputo rendere conto, intellettualmente, di ciò che costituisce la santità nel mondo; e tra essi non ci può essere contraddizione, secondo il leirinsiano “semper ubique ab omnibus”.
La domanda quindi che per cominciare si pone, e che io, giocando al Socrate della situazione, ho posto all’amico di mio nipote, è che cosa sia scienza. Domanda di non facile risposta. Noi tendiamo oggi a identificare la scienza con determinate discipline: in primis fisica chimica e biologia, e, in subordine, le così dette scienze umane. Paradossalmente non rientra tra esse la filosofia, che nell’uso stesso della parola è diventato il regno delle “visioni del mondo”, ovvero delle diverse opinioni che si possono avere su qualunque cosa (un allenatore di calcio avrà allora una diversa “filosofia” del gioco rispetto ad un altro). Dico “paradossalmente”, perché fu proprio il primo grande autore della storia della filosofia, ossia Platone, a rilevare la differenza di episteme (scientia, scienza) e doxa (parere, opinione), per affermare la necessità di elevarsi alla prima, invece di mantenersi nella seconda. La questione dunque di che cosa sia scienza, ossia davvero sapere, fa della filosofia l’elemento caratterizzante del pensiero che chiamiamo occidentale, dal quale non possono prescindere neanche le discipline accreditate come scienze se vogliono legittimare il credito di cui godono, perché senza una risposta a quella domanda diventano volgarmente tecnoscienze (ossia un sapere che non rappresenta una conoscenza della realtà, ma solo la capacità di manipolarla). Una eventuale risposta, che si estenda anche alla questione dibattuta tra i due giovani amici sulla scientificità della teologia, non può però venire da fuori di essa, con una formulazione filosofica previa che poi viene anche ad essa applicata: la teologia riguarda infatti il possibile oggetto ultimo del sapere, e perciò la questione di che cosa sia davvero sapere è ad essa interna.
L’amico di mio nipote ha cercato intelligentemente di dare in risposta alla mia domanda una definizione generale di scienza, ed ha detto, tentativamente: “conoscenza della natura …?” Si è così buttato sul concetto più inglobante che conosceva: chiamiamo infatti “natura” la costituzione delle singole cose che conosciamo, in quanto sono parte di un tutto, che chiamiamo anch’esso “natura”. Ma questo tutto va meglio specificato. Qualunque oggetto di conoscenza è infatti oggetto di discorso in terza persona; ma il discorso intercorre tra interlocutori che parlando fanno riferimento a se stessi come “io” e “tu”. Chiamiamo nel loro complesso le relazioni che intercorrono tra noi – “io”, “tu”, “noi”, “voi” – “società”: nome con cui riconosciamo il nostro essere in relazione gli uni con gli altri, facendo anche di esso un oggetto di discorso in terza persona. “Natura” e “società” sono dunque due aspetti irriducibili dello stesso inglobante, o riguardato nella oggettività che vediamo farsi, o facendo riferimento ad esso nel suo farsi, soggettivo e intersoggettivo. Detto in altre parole, sempre la riflessione sul sapere include insieme all’oggetto anche il soggetto del sapere; il soggetto tuttavia non esiste mai da solo, ma sempre in comunicazione con altri soggetti. Ciò significa che le scienze fisiche non possono mai essere disgiunte da quelle psicologiche, e queste da quelle sociologiche e culturali. Per cui in definitiva possiamo qualificare come scientifici discorsi indirizzati a qualunque possibile interlocutore; ma bisogna per questo che essi si richiamino a esperienze nelle quali chiunque si possa riconoscere.
In breve, il criterio della scienza è l’universalità, ovvero la cattolicità. E ciò vale anche per la “fede”: parola che, presa nella sua universale accezione antropologica, sta a significare la persuasività dei discorsi, nel loro dipendere oltre che dalla cogenza logica anche dalla affidabilità di chi li fa. La fede veniva tradizionalmente classificata con la speranza e la carità tra le virtù teologali, e non solo perché a differenza delle virtù cardinali (prudenza fortezza temperanza e giustizia) esse sono state particolarmente tematizzate nella dottrina cristiana. Si può anzi facilmente mostrare che esse caratterizzano qualunque realtà socio-culturale, sempre e ovunque testimonianza del senso religioso, e quindi teologico del vivere, anche quando si pretende di negarlo. Argomentavo così per i due giovani il poter essere la teologia scienza, anzi la scienza suprema, quale in effetti è stata dall’antichità classica alla scolastica (e ricordiamo che lo era ancora per Newton).
Un passo ulteriore della conversazione con i due giovani mi riporta alla situazione da crisi ariana in cui si ritrova la Chiesa di oggi, di cui si è trattato nel convegno del 7 aprile. L’affermazione della scientificità della teologia esige una risposta alla domanda: ma se la fede è legata alla realtà sociale in cui viviamo, e se questa per quanto globalizzata è pur sempre per noi localizzata, come facciamo a dire che la nostra, ossia ciò di cui noi siamo persuasi, rappresenta davvero quel sapere universale che costituisce scienza? La risposta teologica della tradizione cristiana, facevo notare, è chiara: perché Gesù Cristo è il logos fatto carne, che ricapitola in sé tutti i logoi degli uomini: tutte le testimonianze, di qualunque provenienza, della vita come scambio donativo, nel quale ciascuno è identificato da ciò che dà, e quanto più dà di tanto maggiore autorità gode e tanta maggiore fiducia ispira. La morte e resurrezione di Gesù Cristo, traducendo in realtà il morire per rinascere ovunque idealmente rappresentato in innumerevoli riti, universalizza la fede, e con essa il sapere.
E dunque per spiegare l’universalizzazione del sapere che scaturisce dalla fede in Cristo non ho fatto che indirizzarmi a quanto di più semplice ed universale i due giovani come chiunque possano avere avuto esperienza: l’essere stati educati nella fiducia verso qualcuno che voleva loro bene (quali che siano stati i contrasti che possano aver avuto con loro), e che ha dato loro la speranza necessaria ad affrontare la vita volendo a propria volta bene, per prender parte così della universale carità degli scambi amorosi.

 

Il puntatore. Che cosa siamo

di Aurelio Porfiri
Spesso si sentono lamentele sui pericoli di internet. Lamentele che in parte hanno anche una giustificazione, in quanto questo mezzo epocale può essere usato per il bene e per il male. Una cosa che certamente vedo come positiva è che la rete ha contribuito a dare voce a coloro che la cultura dominante tiene a bada, cerca di isolare, di mettere in un angolo. Queste sono le voci di coloro che insistono nel dire che due più due fa ancora quattro, che una famiglia è formata grazie a un uomo e una donna, che la nostra identità culturale, sociale, tradizionale è quello che siamo e ciò da cui proveniamo.

Ecco, una delle voci più autorevoli in questo senso è quella di Marcello Veneziani, scrittore, filosofo, giornalista, commentatore. Consiglio vivamente la lettura di “Imperdonabili. Cento ritratti di maestri sconvenienti” (Marsilio) in cui il pensatore pugliese chiama a raccolta pensatori scomodi, quasi conniventi in questa forzata “fuga dal mondo”. Una fuga che è in realtà un ritorno, un ritrovarsi nel segno di identità che vengono derise, evitate, negate.

Troviamo raccolti in questo testo articoli che Veneziani aveva scritto negli ultimi anni, articoli in cui presentava e si confrontava con Dante, Macchiavelli, Leopardi, Spengler, Bergson e molti altri. Non che si sarà considerato discepolo di tutti, ma in tutti i ritratti ha trovato spunti importanti per far pensare i suoi numerosi lettori.

Ecco Dante: “La profezia di Dante si proietta come un ideale regolativo nei   cieli vuoti della nostra Europa. Il sogno del Veltro significa oggi  autonomia della politica dalla tecnica e dalla finanza, il nuovo  clero e il nuovo papato di quest’epoca atea, e ritrova in sé, nel  suo carisma, la fonte di legittimazione sovrana, senza passare per  la Chiesa del nostro tempo, la Banca, i suoi ordini religiosi, le   agenzie di rating, e la sua Trinità, la Troika”; o questo profondo pensiero su Macchiavelli: “La chiave dell’opera di Machiavelli è nel suo cognome e nel  suo stemma di famiglia: nel simbolo araldico che spiega l’origine  del suo cognome campeggiano i mali clavelli, i «quattro mali chiodi» che crocifissero il Signore e insanguinano la storia del mondo. La spiegazione migliore di quel blasone si può desumere da una sua lettera a Guicciardini: gli altri vorrebbero «un predicatore che insegnasse loro la via del Paradiso, et io vorrei  trovarne uno che insegnassi loro la via di andare a casa il diavolo», perché «io credo che questo sarebbe il modo di andare in Paradiso, imparare la via dello Inferno per sfuggirla». Conoscere  l’inferno, frequentare i diavoli, ma per ritrovare la strada e rivedere le stelle. È la via dantesca indicata da Machiavelli”. Ed ancora il confronto con uno dei grandi filosofi del XX secolo, amato e odiato con buone ragioni per entrambi, Martin Heidegger: “Il pensiero di Heidegger infrange il grande tabù del nostro tempo che è la morte. Nell’epoca in cui la morte scompare, al punto da essere definita proprio «scomparsa», Heidegger rimuove la sua rimozione e ritrova il senso della vita nell’affrontare la   morte, nel vederla in faccia. Tutto il suo pensiero è percorso dal confronto implacabile con la morte; la vita autentica, come il pensiero autentico, sorge a partire dal pensare la morte. Heidegger ritiene che la filosofia non possa modificare il mondo, ma predisporre e predisporsi a una svolta nel segno del sacro e dell’abbandono. Alla fine «solo un dio ci può salvare». Un rovesciamento della condizione odierna potrà avvenire solo «a partire dallo   stesso luogo in cui è sorto il moderno mondo tecnico» e non attingendo ad altre esperienze o tradizioni orientali. Il pensiero viene modificato per via omeopatica, «solo da quel pensiero che ha la stessa provenienza e la stessa destinazione». Il viaggio circolare di Heidegger torna dunque all’Inizio. E riparte dall’Europa”.

Veneziani ci offre tante bussole per orientarci, tanti incontri che sono anche in alcuni casi scontri. Molte vie per ritrovare una via in un’epoca di spaesamento e di sradicamento. Ecco perché lui parla di imperdonabili da imperdonabile, riecheggiando con questo titolo la tragica e tormentata Cristina Campo, poetessa e cattolica della tradizione contro il tradimento.

Insomma, un altro testo importante che non può essere assente nelle biblioteche reali o virtuali di coloro che non si arrendono all’imposizione di una cultura basata su false premesse, ma che si impone come dominante e dominatrice.

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Oceano di fuoco: commentari su Divo Barsotti
Ci chiedevano parole di canto: la crisi della musica liturgica


 

18 aprile 2018

È tornato don Camillo/54. Un “Alleluia” da non credere!

di Samuele Pinna
(con una illustrazione interna di Erica Fabbroni)

Il nostro don Camillo si trovava nel bel giardino vicino alla Parrocchia in compagnia della sua pipa fumante e di Eugenia, sua carissima amica e parrocchiana “doc”. Stavano dialogando sul tema irto e complesso della Liturgia, disciplina seconda solo al gioco del calcio per ingenerare passioni poco razionali e fazioni opposte agguerrite. Eugenia era, invece, appassionata, ma ragionevole e così si confrontava con piacere con il pretone di città. Era il tempo liturgico della Pasqua in cui lodare il buon Dio per la salvezza ottenuta gratuitamente, un momento alleluiatico insomma!

«La Chiesa non deve essere più credibile», stava dicendole don Augusto, «ma più credente, solo allora sarà più credibile. Anzi la Chiesa è credibile perché credente: non esiste una Chiesa non credente e quindi non credibile».

Buttò fuori un poco di fumo dalla bocca, per poi continuare a inanellare giochi di parole, «Qui sta il nocciolo della questione, il bandolo della matassa, il punctum dolens. È una questione di “fede”: noi siamo peccatori, mentre la Chiesa è senza peccato, perché quando noi pecchiamo la tradiamo, rimanendo in Lei solo con una partecipazione esteriore e non salvifica. Lei, dunque, è la sola sempre credente e, perciò, incredibile!».

«Sì, la Chiesa è davvero mater et magistra!», rispose la donna, «Ecco perché si dovrebbe ricorrere alla Tradizione per vigilare sulla Liturgia, luogo dell’incontro con Dio…».

«Concordo», riprese l’altro, «sono necessari i richiami alla Tradizione, oggi sovente disattesi: dal senso della preghiera, della dignità e della bellezza alla piena aderenza ai testi e ai gesti liturgici. Si deve, inoltre, evitare di trasformare il rito in uno spettacolo, dove l’assemblea è considerata alla stregua di una platea di un programma televisivo, che ogni tanto deve intervenire con un applauso. Bisognerebbe conservare anche l’universalità del linguaggio e il primato del canto gregoriano, quale supremo modello di musica sacra, senza disdegnare la sapiente valorizzazione delle altre forme espressive, che fanno parte del patrimonio storico-liturgico della Chiesa, specialmente, ma non solo, la polifonia…».

«Non deve essere, poi, dimenticata, l’importanza della schola cantorum…», continuò Eugenia, «Purtroppo, a volte, tali elementi, quali, appunto, il valore del grande patrimonio ecclesiale della musica sacra o l’universalità che è caratteristica del canto gregoriano, sono stati ritenuti espressione di una concezione rispondente a un passato da superare e da trascurare, perché limitativo della libertà e della creatività del singolo e delle comunità...».

«Certo», riprese l’altro, «perché dimentichiamo una aspetto fondamentale: dobbiamo, infatti, sempre chiederci chi è l’autentico soggetto della Liturgia? La risposta è semplice: la Chiesa. Non è il singolo o il gruppo che celebra la Liturgia, ma essa è primariamente azione di Dio attraverso la Chiesa, che ha la sua storia, la sua ricca tradizione e la sua creatività».

«Sana traditio e legitima progressio…».

«Esatto!», riprese il prete di città, «La Liturgia, e di conseguenza la musica sacra, vive di questo corretto e costante rapporto tra la sana traditio e la legitima progressio, tenendo sempre ben presente che questi due concetti si integrano a vicenda perché “la tradizione è una realtà viva, include perciò in se stessa il principio dello sviluppo, del progresso”, il quale non è inventiva ma riattualizzazione della bellezza che ci è stata trasmessa».

Proprio in quel momento, non curante dell’ospite, Giampaolo Fabbro si buttò a pesce nel chiacchiericcio dei due, i quali, preoccupati, se lo videro scapicollare all’improvviso.

«Ecco! Ecco!», sbraitava il giovane, «Ecco la fonte delle sue tesi! L’ho trovata! Guardi sta scritto qui!».

Rendendosi conto che il prete era in compagnia si raggelò, ma invitato da entrambi proseguì nella sua agitata oratoria. Aveva letto un articolo tratto da una testata secondo cui “la serietà non è una virtù” e in cui si trattava del caso dell’“Alleluia delle lampadine”, titolo di un canto liturgico che inizialmente apparve arcano e sconosciuto pure all’autore del pezzo giornalistico.

«Vede si trova tutto qui!», continuò eccitato Jean Paul, «Ed è esattamente quello che dice lei!». E, senza che nessuno potesse dire “beh” o “mah”, prese a leggere.

«C’è scritto: “Poi cominciò, durante la santa Messa, la dimostrazione pratica del canto stesso e rammento di aver provato una sensazione di agghiacciato imbarazzo. Ma siamo veramente ridotti così? E ricordo i vari preti che, per fare i ggiovani, si dimenavano attirandosi la simpatia dei malaccorti e la commiserazione degli avveduti. Pensavo sarebbe stato bene, durante l’esecuzione di questo brano, un provvido blackout, ma prevedendo i tempi dell’infinita misericordia, la potenza celeste ha forse non ritenuto opportuno di accontentarmi. Il problema non è solo la musica, ma il testo: la nostra festa non deve finire e non finirà. La nostra festa? Ma non è un canto per la celebrazione eucaristica? La Messa è la nostra festa? Ma questa non è un dono che riceviamo, la partecipazione al Sacrificio di Nostro Signore? Mi sembra che di festa non ci sia poi molto. Il testo poi prosegue dicendo: perché la festa siamo noi che camminiamo verso te. Ecco spiegato tutto! La Messa non è più un qualcosa che ci viene dall’alto, ma qualcosa che facciamo noi dal basso, il profano che si sostituisce al sacro… Tale idea che il sacro viene dal basso non ha certamente sacralizzato la società, anzi, ha profanizzato il tempio. Si è confuso il partecipare verso l’alto con il banalizzare verso il basso…”».

Giampaolo stette qualche istante ansimante e i due ascoltatori rimasero silenziosi e pensierosi per qualche minuto.

«È vero o non lo è che siamo di fronte alle sue idee reazionarie?», domandò provocatorio il giovane sornione.

Fu, però, Eugenia, e non il nostro don Camillo, a prendere la parola.

«Vorrei puntualizzare due cosette», disse tranquilla, per proseguire in un lungo e articolato ragionamento, «La prima riguarda i preti che fanno i “ggiovani”, che mi hanno fatto sorgere due domande, entrambe per me sensate. Ma quei sacerdoti sono davvero convinti che per invitare al Mistero l’unico modo sia giustificare e adattarsi agli atteggiamenti e alle mode (attingendo senza troppi problemi al “profano”) di chi, pur battezzato, si sta mettendo alla sequela del Signore? Non è che sotto sotto fanno gli eterni giovani perché non si sentono pienamente realizzati o appagati nel “fare i preti”?».

Lasciata lì la domanda, si schiarì la voce per continuare, «La seconda cosa si riferisce all’aver “profanizzato il tempio”, pensando che il sacro venga dal basso. La ragione di questa visione orizzontale, secondo me, è la stessa di cui sopra: l’adattarsi a chi viene invitato a seguire il Signore. Adattarsi, giustificare, banalizzare è lecito perché (questa è la scusa) aiuta a comprendere meglio il Mistero e permette una più consapevole partecipazione (?). Questo, però, minimizza la grandezza del dono consegnatoci dal Signore, dono che viene dall’alto, come rugiada sulla terra riarsa. È un Mistero e proprio per questo e per la sua enorme Grandezza non sarà mai pienamente comprensibile, eppure ci salva, ci permette di alzare lo sguardo verso il Signore, dandoci la speranza, anzi la certezza che Lui ci ama immensamente, nonostante noi! Se penso alle volte in cui Gesù nei Vangeli si è “arrabbiato”, mi rendo conto che non sono poi molte. Una è nel Tempio. Anche Lui ha sperimentato la sua “profanizzazione”! Nasce da “noi”, evidentemente, la convinzione di superare il Mistero con le nostre giustificazioni».

I due ascoltavano, in silenzio e con attenzione, l’infervorata eppure pacata parrocchiana, tanto che senza remore proseguì, «Un ultimo pensiero: nell’articolo i “ggiovani” preti si dimenavano attirandosi “la simpatia dei malaccorti e la commiserazione degli avveduti”, io aggiungerei, che richiamavano anche il compiacimento dei divulgatori che, apprezzandola, spacciano per “sacra” questa musica, diseducativa nei contenuti e brutta nella sua forma. Agli avveduti resta solo la “nostalgia”, e quando non censurati, qualche guizzo di orgoglio nel proporre della bellezza di tanta musica sacra che riveste parole sensate e appropriate per lodare il Signore (ma sicuramente ritenuta vecchia o brutta o difficile o lontana dalla “gente”)».

Si rivolse, infine, a don Augusto, «Vede Reverendo, quello che fa male è sapere che il problema parte proprio da quei presbiteri, che hanno confuso “il partecipare verso l’alto con il banalizzare verso il basso”, perdendo la loro dignità e togliendola anche al Mistero Santo di cui sono servi. San Paolo afferma nella seconda Lettera ai Tessalonicesi: “Anche per questo preghiamo di continuo per voi, perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata e porti a compimento, con la sua potenza, ogni vostra volontà di bene e l’opera della vostra fede; perché sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo”. I festeggiati non siamo “noi”, ma Gesù Cristo, e questo i sacerdoti dovranno tornare a dircelo. E se vogliono parlarci della vera Luce, usino il Prologo del Vangelo di Giovanni tanto suggestivo, vero e limpido… non uno sciocco “Alleluia delle lampadine”!».

Don Camillo redivivo riuscì a chiosare quell’intensa dissertazione solo con un laconico eppur convinto “Amen”. In un secondo momento, però, ripensò alle parole di un santo Papa, che una volta ha detto:

“Una Chiesa che si riduca solo a fare della musica corrente cade nell’inetto e diviene essa stessa inetta. La Chiesa ha il dovere di essere anche città della gloria, luogo dove sono raccolte e portate all’orecchio di Dio le voci più profonde dell’umanità. La Chiesa non può appagarsi del solo ordinario, del solo usuale: deve ridestare la voce del Cosmo, glorificando il Creatore e svelando al Cosmo stesso la Sua magnificenza, rendendolo bello, abitabile, umano”.

Altro che “Alleluia delle lampadine”… Christus vincit! Christus regnat! Christus imperat!

 

16 aprile 2018

Retractationes di Giacomo Baroffio

Con la seconda edizione di Retractationes l’Autore ritorna su alcune tematiche trattate in precedenza e qui esposte di nuovo secondo un decorso esperienziale. L’attenzione è rivolta in primo luogo alla liturgia quale madre di ogni esperienza cristiana che inizia con il battesimo e si sviluppa entrando nella dinamica della vita eucaristica. In questa prospettiva si comprende l’impegno della Chiesa nell’ascoltare la Parola di D-i-o, nel proclamarla e svelarne i contenuti attraverso il canto, “vera apologia delle fede” (J. Ratzinger).
Giacomo Baroffio è una delle autorità mondiali per gli studi sul canto gregoriano, studi che ancora oggi compie viaggiando di monastero in monastero, di città in città. per catalogare le fonti manoscritte di questo repertorio glorioso della Chiesa romana. In questo libro egli ci dona alcuni pensieri fondati sulla sua enorme esperienza nel campo: "Quando si entra nell’ambito della liturgia, bisogna sapere che sono vigenti categorie diverse rispetto al mondo sociale, laico o ecclesiastico che sia. Ci si pone esplicitamente alla presenza di un D-i-o che, al limite, potrebbe sembrare assente, ma che pure è lì: interpella e provoca il credente con la sua Parola ed il suo silenzio, entrambi profondamente intrecciati e sempre eloquenti ed insieme enigmatici. Forza travolgente che penetra nel cuore orante colmandolo di pace dopo averlo svuotato e purificato con il tormento della ricerca e dell’ascolto diuturno".
Si riflette in questo testo sull'abbandono del canto gregoriano e come questo evento non possa che aver avuto conseguenze tragiche per la liturgia stessa. Ma molto di più è contenuto in questo ri-trattare (ecco il senso del titolo) quelle cose che per più di mezzo secolo hanno occupato la mente e il cuore di questo insigne studioso.

Un estratto

XI l'unione dei cuori: condizione ed effetto
Nella comunità cristiana ci sono persone istruite che sanno penetrare nel significato del messaggio liturgico attraverso profonde analisi filologiche e storiche. Ci sono umili servi e ancelle che, teodidatti, sono illuminati dallo Spirito e senza capire nulla o quasi, comprendono tutto o quasi. Nella liturgia l'esperienza comune dello Spirito permette alla comunità di trovare un suo equilibrio profondo: sono abbattute le barriere del censo e dell'età, tutti si ritrovano figli di un unico Padre, fratelli e sorelle più di quanto possa creare il vincolo del sangue. Sul fondamento di un'unica fede e di un'unica figliolanza, la comunità si costituisce in famiglia. Intorno alla mensa della Parola e del Corpo/Sangue di Cristo nasce l'unione dei cuori che trasforma l'individualismo in componente d'aggregazione, il talento personale in dono comunitario.
XII canto e dinamica battesimale
Se la partecipazione alla liturgia vuole inglobare il canto, è necessario affermare la priorità dell'essere sul fare. Occorre, cioè, ripensare i progetti pastorali in modo che i singoli e l'assemblea tutta siano aiutati a vivere la responsabilità della vocazione battesimale quali creature di fronte al Creatore, quale fratello / sorella nella comunità dei figli di D-i-o, nella capacità di operare a tempo debito i necessari distacchi e compiere la conversione esigita dall'incontro con D-i-o. Chi vive queste esperienze, al di là delle proprie attitudini e capacità artistiche, sentirà sgorgare dal profondo del cuore il canto della vita. Il dare voce a tale canto attraverso la musica dipende da tanti fattori; l'importante è che alle labbra affiori il canto del cuore, non una qualche melodia estranea.
XIII accogliere D-i-o per accogliere il prossimo
D-i-o esige che si sgombri totalmente il terreno, che non ci sia posto per nessun altro: solo così lo si può accogliere quale Signore assoluto ed indiscusso della vita. Tutto ciò che c'è stato prima della liturgia scompare. Il che comporta lo spezzare vincoli familiari, il sacrificare aspirazioni legittime: è, in piccolo, ma sempre cruda, l'esperienza di Abramo chiamato a sacrificare il figlio Isacco. Nel momento in cui ci si inoltra verso il roveto ardente, il fuoco distrugge solo le scorie. Nella celebrazione ci si ritrova con il cuore purificato, capace di ospitare, nel senso più nobile del termine, tutte le persone ed i pensieri che si erano abbandonati a fatica. Lo spazio interiore che D-i-o sembrava aver confiscato unicamente per sé, si dilata senza confini: diviene accoglienza misericordiosa del prossimo, capacità di rinnovata riflessione e impegno civile.

 

15 aprile 2018

La vandeana. L'Abbè Bernier

di Alfredo Incollingo
Fu un uomo di Chiesa a motivare i generali e i soldati vandeani a lottare per la monarchia. I lealisti non avevano bisogno solo ed esclusivamente di uomini d'arme capaci e audaci, ma era necessario avere una guida spirituale che sapesse motivarli. Il vescovo Etienne – Alexandre Bernier prese parte all'insurrezione in Vandea, arringando ai soldati e spiegando le sante ragioni di quella guerra. In palio non c'era solo la monarchia, ma anche le sorti della Chiesa di Francia, minacciata dalla furia giacobini. Per tali ragioni i vandeani lo soprannominato l'Apostolo della Vandea. Dopo aver studiato teologia, divenendo curato di una piccola parrocchia nei pressi di Parigi, quando scoppiò la rivoluzione francese, si rifiutò di giurare fedeltà alla repubblica e alla Costituzione civile del clero. Accusato di essere un prete refrettario, si dette alla macchia, rifugiandosi in Vandea e avvicinandosi all'esercito cattolico reale. Bernier divenne un fidato consigliere dei generali vandeani e dispensava consigli e osservazioni spirituali a quanti chiedevano il suo conforto morale. Non rinnegò mai il suo passato tra i lealisti monarchici e, anche quando Napoleone salì al trono francese, si impose quale il maggior rappresentante del fronte conservatore. L'imperatore, cogliendo il suo spirito, lo volle presso di sé nei colloqui diplomatici con la Chiesa Cattolica.


 

14 aprile 2018

L'inutile civiltà delle vite inutili

di Giuliano Guzzo
«His life was futile». Queste le agghiaccianti parole con cui il giudice Hayden, ieri, da una parte ha stabilito che il cervello del piccolo Alfie Evans – il piccolo di neppure due anni affetto da una malattia degenerativa del sistema nervoso – «è stato a tal punto corrotto dalla malattia mitocondriale» che, appunto, «his life was futile», e, dall’altra, ha dato il via libera al distacco del ventilatore lo tiene in vita. L’esecuzione, insomma, avrà luogo. Probabilmente domani. Tutto ciò, si badi, contro il parere dei genitori, ai quali è stato negato il diritto trasferire il figlio in altri ospedali europei che pure lo vogliono accogliere.

Una vicenda quindi che ricorda da vicino quelle di Charlie Gard e Isaiah Haastrup, anche loro vittime di una civiltà per cui a certe condizioni – come ha detto un avvocato nel processo Evans – una vita «non ha senso». Ora, in realtà sulla vicenda numerosissimi sono gli aspetti inquietanti e contraddittori (dalle foto del piccolo lasciato pieno di pipì dagli infermieri alla tesi, esposta dal giudice, secondo cui il suo cervello sarebbe in gran parte formato d’acqua, cosa non plausibile dato che in quel caso gli organi vitali cesserebbero le loro funzioni), ma il cuore di questa tragedia sta proprio qui: nell’idea che una vita possa essere «senza senso».

Un’idea che umilia il diritto, la medicina ma che – ancor prima – sancisce la crisi totale di una civiltà, la nostra, che non solo non sa riconoscere un significato nella fragilità, ma la rifiuta. E rifiutando la fragilità, rifiuta pure, ormai in automatico, gli esseri umani fragili quali Alfie, Charlie e Isaiah. Si realizza così il paradosso per cui la prima ad essere inutile è proprio la civiltà che blatera di vite inutili. Che fine fa, infatti, in una società, l’osannato principio di accoglienza – oggi così appassionatamente invocato, quando si tratta di migranti o culture diverse – se manca la capacità di accogliere un bambino reo solo di non essere sano?

E che cosa resta dell’uguaglianza tra le persone, se passa il principio per cui, nei confronti del diritto alla vita, alcuni sono meno uguali di altri solo perché in condizioni di grande vulnerabilità? E della tanto amata libertà, scusate, ne vogliamo parlare? Che ne è della libertà di cura, se si escludono dall’assistenza e dalle cure proprio i soggetti che prioritariamente ne abbisognano? Se passa – come sta passando – il paradigma delle vite «senza senso», la prima a farne le spese è una civiltà che diventa «senza senso», ma per davvero. Il bello, si fa per dire, che è di tutto questo non ci stiamo minimamente accorgendo.

Siamo convinti che l’Alder Hey Hospital di Liverpool sia lontano; che grazie al cielo noi si sia in salute, mica come quel povero di Alfie. Tendiamo insomma a tenere le distanze verso un fatto che percepiamo sì come drammatico, ma nostro fino ad un certo punto. E qui sta l’errore, il tragico errore. Perché nel momento in cui nelle aule di tribunale inizia a risuonare il mantra delle vite «senza senso», si mette male per tutti. Anche per noi, dovessimo mai avere un figlio o un nipote dalla salute precaria o, tra qualche decennio, invecchiati e coi nostri acciacchi, finissimo ricoverati ove vige il principio dell’utilità e non l’indispensabilità delle cure.

Per questo è bene che chi crede in Dio ora preghi affinché – diversamente da quanto pare ormai inevitabile – Alfie Evans non venga eliminato, e chi crede nella civiltà faccia altrettanto perché essa non segua il destino del piccolo. Che pur in quelle sue totali vulnerabilità e dipendenza, che pur impossibilitato a fare qualsiasi cosa per opporsi a quella che sarebbe a tutti gli effetti la sua condanna a morte, che pur quindi circondato da falsa compassione e da un sentimento di rifiuto ora ha – dinnanzi a certi giudici, certi dottori e certi giornalisti – le sembianze monumentali di un gigante.
 

Torna il viaggio romano, ma è un libro

Per due anni il giornalista Alfredo Incollingo ha tenuto sul blog “Campari & De Maistre” la rubrica d'approfondimento “Viaggio sentimentale e devozionale a Roma” alla scoperta dei luoghi santi della città. I numerosi episodi sono stati riuniti in un'agile e avvincente libro, Viaggio nella Roma Cristiana. Il formato tascabile è un incentivo a visitare Roma e a pregare nelle sue chiese e nelle sue basiliche. La Città Eterna non è solo un esempio di civiltà, ma è la cattedra dove il rappresentante di Dio, il papa, parla ai cristiani e a tutti i popoli della Terra. La guida di Alfredo Incollingo ci racconta i miracoli e la devozione popolare romana, fatti che fanno parte della nostra tradizione occidentale. Li possiamo reputare a tutti gli effetti un bagaglio spirituale comunitario.

Il libro al momento è acquistabile come ebook e cartaceo dal sito di Lulu.com e nei prossimi tempi uscirà anche su Amazon.

Cartaceo: euro 9, con sconto del 10%

Ebook: euro 2,99
 

Dio preferisce la Premier

IL FOOTBALL DEL VECCHIO CONTINENTE COME PIACE ALLA TRADIZIONE

di Matteo Donadoni
SYWELL. Il fatto più curioso di una delle settimane più pazze del calcio del Vecchio Continente è accaduto a Sywell, nel cuore (o nel pozzo?) dell’Inghilterra. Il Sywell FC, club dilettantistico inglese, si è scusato su Twitter con i propri tifosi per il match cancellato lo scorso weekend. Il motivo? Il pullman della squadra è finito ad Hundon, mentre i tifosi, che già si erano sobbarcati il viaggio, erano andati a Hendon, dove in realtà si sarebbe dovuta giocare la partita.

ROMA. La notte del “Fracaso total en Europa” come titola Marca, la notte in cui il Barcellona “se derrumba” presentandosi all’Olimpico con la maglia della Lazio. Quella di martedì sera è stata la notte in cui tutti gli amanti del football hanno potuto sperare finalmente nella fine del “guardiolismo”, nel senso più deleterio, e cioè del calcio tutto pedanterie e fiocchetti gialli, e, con essa, il ritorno degli spettacoli circensi nel luogo che a loro compete, sotto i tendoni. Dico gli amanti dl football non a caso, e certamente non solo per risentimento personale, lo dico perché il football è sostanzialmente un “passing game”, ma non SOLAMENTE un “passing game”. Per inciso: i dati dicono che mai come in questa partita la percentuale di passaggi riusciti ai Blaugrana è stata così bassa, ovvero il 76%, ben dieci punti sotto il minimo stagionale in Champions League che era dell’86% contro lo Sporting. Ad ogni modo l’icona triste di questo declino - che poi è una delle cose che ci hanno fatto godere - è un Andres Iniesta vecchio e sbiadito, sostituito e spaesato, appeso alla panchina come uno scimpanzé con l’Alzheimer. Lo spettacolo di una Roma, invece, che, contro ogni ragionevole pronostico, sconfigge i marziani è una sorpresa per tutti, ma un’impresa costruita sul cuore e sull’umiltà. Sul cuore dei capitolini, che sembravano ora eroi classici, ora gladiatori invasati (nota bene: hanno segnato gli stessi che avevano fatto autorete all’andata) e sull’umiltà di un Di Francesco che ha costruito un impianto tattico (3-4-3) fatto di gegenpressing altissimo sul portatore di palla e chiusura delle fasce laterali, in grado non solo di sconfiggere gli avversari, ma di dominarli pressoché per novanta minuti. A proposito di gegenpressing, questa la reazione di Jürgen Klopp: «Ero sulle scale quando qualcuno me l'ha detto. Lì per lì ho pensato che fosse uno scherzo. Non che io non rispettassi la Roma, loro sono una squadra fantastica, ma non me lo aspettavo». Come strascico dell’esultanza composta dell’Uomo di Naxos (che verrà ricordato come volto della partita), la nottata è proseguita nel segno del proverbiale equilibrio emotivo mediterraneo. Bagordi, schiamazzi e perfino il presidente Pallotta a mollo nella fontana di Piazza del Popolo con la tutta camicia e tutta la sobrietà. Pazzesco.
L’alba successiva è spuntata su una certezza. I marziani non esistono.
PS: a Pallotta il tuffo è costato 230 mila euro per il restauro fontana del Pantheon. Più la multa.

MANCHESTER. L’altra metà del sogno è scesa in campo in Inghilterra. A differenza di Di Francesco che non ha parlato dei tre rigori non dati (e uno concesso controvoglia) nei due match contro il Barcellona, Guardiola ha pensato bene di dare di matto, facendosi espellere dall’arbitro spagnolo, che, ad essere onesti, ha annullato un gol validissimo al City. Fatto sta che il guardiolismo ha perso in casa 1-2, abbandonando definitivamente la competizione.

MADRID. Ma le eccessive lamentele di Guardiola saranno sembrate retoriche dopo la follia di Madrid. Infatti, mentre si consumava il dramma (per gli spettatori) dello 0-0 a Monaco di Baviera, la Juventus, arrivata ad un passo dall’impresa di portare ai supplementari il Real, rovina tutto con un fallaccio di Benatia che travolge da dietro Lucas Vazquez al ’93 (non al ’97 come ha scritto la GazzettadelloSport, chissà perché), mentre si accinge ad accompagnare il pallone di testa in porta da due passi. Rigore. Apriti cielo. Buffon espulso per proteste e spintoni all’arbitro (di cui i giornali italiani non hanno mostrato i fermo immagine, chissà perché) e siluro di Ronaldo. Peccato, perché i Bianconeri avevano giocato veramente una partita di cuore coraggio e corsa meritando il vantaggio. La vittoria per 1-3 al Bernabeu sarebbe bastata a giustificare un’eliminazione decorosa. Invece, come la Roma aveva unito l’Italia, la Juventus l’ha divisa di nuovo. Andrea Agnelli insieme a Gianluigi Buffon ha pensato bene, anziché licenziare Benatia, di abbandonare il decoro per dare spazio al decorativo, rovinando così la serata sportiva a tutti. In Tv è andato in onda infatti uno spettacolino pietoso in cui, nell’ordine, Agnelli dava del “vanesio” incompetente a Collina, per invocare quella tecnologia VAR che aveva bollato come “pallanuoto” pochi mesi fa; e poi veniva definito, a freddo, dopo un’ora, “animale con un bidone dell’immondizia al posto del cuore” il povero arbitro inglese Michael Oliver, da parte del quarantenne Buffon, arrivato ormai all’ennesimo lacrimevole annuncio di ritiro in favore di camera, che fra un paio di settimane si rimangerà. Vedere la rabbia incontenibile del capitano bianconero dispiace umanamente, ma d’altra parte non lo possiamo perdonare, fosse solo per coerenza: pochi anni fa lo stesso portiere infatti beffeggiava (sempre in televisione) con aria da galantone superiore i tifosi milanisti per via della vicenda Muntari, sostenendo, grosso modo, il teorema per cui solo i perdenti si lamentano dell’arbitraggio.
Tutta questa pantomima, fra l’altro, per un rigore netto che un arbitro inglese, a conti fatti il meno peggio di questo turno di Champions, ha avuto il coraggio di dare solo e unicamente perché ERA RIGORE. Punto.

EUROPA LEAGUE. Il gol più bello della settimana l’ha realizzato certamente Ruben Neves del Wolverhampton, squadra di Championship, il campionato più bello del mondo, ma niente male anche il cucchiaio di Aaron Ramsey e i gol di Payet e Immobile all’incrocio dei pali nella seconda competizione continentale, evento in cui questa si è dimostrata definitivamente essere la settimana delle rimonte clamorose e delle quasi rimonte clamorosamente fallite. Suicidio in stile neoclassico per 4-1 della Lazio, che era passata in vantaggio a Salisburgo, e per il quale a me, romanista, sono servite 4 grappe, per riprendermi. Onestamente dispiace. Rimonta facile ed esagerata, ma per nulla scontata, dell’Olympique di Marsiglia sul Lipsia. Fallita rimonta del CSKA a Mosca contro i ragazzi di Wenguer, che, vista la malparata iniziale, ha fatto i cambi come un Allegri qualunque, mettendo 5 difensori - e il bello è che ha pure pagato. Il portiere dello Sporting Lisbona, invece, Rui Patricio, cui hanno costruito una statua a Leiria per la sua parata su Griezmann durante la finale dello scorso europeo, si è ripetuto sempre su Griezmann, ma stavolta non è bastato: vittoria 1-0 sull’Atletico di Simeone, che però passa il turno.
Ad ogni buon conto questo turno spettacolare ha fatto in modo che in finale di Champions League ci sarà una squadra a sorpresa, visto che le semifinali saranno Bayern Monaco vs Real Madrid e Liverpool vs Roma, una delle quali si ritroverà per forza di sorteggio a Kiev a fine maggio. Lo stesso vale per l’Europa League con Olympique de Marseille vs Salzburg e Arsenal vs Atletico Madrid.

 

13 aprile 2018

Appunti sulla questione liturgica

di Amicizia San Benedetto Brixia
La questione liturgica nei suoi sviluppi recenti pare tutto fuorché semplice, essa si presenta piuttosto come un intreccio di fattori molto complessi, la cui soluzione resta sospesa. Personalmente mi piace evocare lo Scisma d’Occidente o Grande Scisma, che lacerò la Chiesa in tre fazioni a cavallo del quindicesimo secolo; allora si trattava di Roma, Avignone e Pisa, oggi si tratta delle tre forme nel rito latino: ordinaria, extra-ordinaria e neo-catecumenale, una sorta di “Grande Scisma Liturgico”.

Le immagini di alcune celebrazioni, in cui si vedono l’altar maggiore (forma extra-ordinaria), l’altare che guarda il popolo (e dà le spalle a Dio? - forma ordinaria) e l’altare che mette al centro la menorah (e non la croce - forma neo-catecumenale) è eloquente dello strappo liturgico che stiamo vivendo. D’altronde in questi ultimi anni si assiste a una vivacità di piccoli gruppi molto motivati, che va rinnovando dal basso la crisi imperante. Per usare una seconda analogia, potremmo parlare di “Globalizzazione Liturgica”: una rete di costumi che rompe gli argini spazio-temporali (il gusto ispanico di Kiko si affianca alla romanitas; l’antico incalza il nuovo) e debilita qualsiasi gerarchia (al punto che paradossalmente la forma più stanca e abusata è l’ordinaria).

Circa la forma neo-catecumenale oggi non si sente più dire nulla, ma non ne colgo il motivo. L’esistenza di una terza forma, vagamente normata, messa in atto da una comunità poderosa, contro la quale nessuno ha il coraggio di esprimersi, mi spiazza. Parliamo di una realtà ecclesialmente forte, quella del Cammino, di cui però sono note alcune ombre a livello di teologia (liturgica e non solo). Perché se ne tace? Perché questo enorme movimento è silenziato? Perché il problema è il ritorno al gregoriano ma non le melodie spagnoleggianti? Il criterio è forse il successo? Siccome il Cammino riempie le chiese, ecco che i Pastori o temono di frenarlo oppure si compiacciono dei numeri alti? C’è al contempo un monitoraggio appunto pastorale che valuti l’armoniosità di questo fenomeno con il resto della Chiesa? Attenzione, non sto interrogando i neo-catecumenali, sto chiedendo ai debiti inquisitori se van facendo il loro mestiere. E lo chiedo perché , a fronte di tante polemiche anti-tridentine (per così dire) non ne sento alcuna circa il Cammino e, nella fattispecie, circa le sue prassi liturgiche che amo definire una terza forma rituale de facto.

Circa la forma ordinaria, ho l’impressione di un certo provincialismo. Dopo 50 anni siamo sempre attorno alle solite quisquilie: dare più spazio alle donne, imitare la simbologia secolare (o pagana e insomma negare le nostre radici), perdersi in improbabili strategie logocentriche e semantiche. Stiamo sull’ultimo aspetto: non vi pare terribilmente banale la questione del Padre Nostro rinnovato? Tra tanta sciatteria liturgica e teologica, è da una frase del Pater che ci risolleveremo? Che poi, nella fattispecie, il progetto mi pare sintomatico di una crisi irrisolta, elenco i motivi di questo asserto. 1) Antropologicamente, la grande sfida linguistica liturgica è il recupero della lingua sacra e il Pater è una delle poche preghiere con cui potremmo rieducare agilmente il popolo, io parlerei di un ritorno al latino e non di un ennesima correzione all’italiano. 2) Linguisticamente, il problema non si pone: gli originali greci e latini in nostro possesso dicono “non ci indurre in tentazione”, se polemizziamo contro tale fatto rischiamo di creare un senso di sospetto sulle fonti scritturistiche. 3) Tradizionalmente, i gravi problemi sollevati dal Testo Sacro erano risolti – magari con una certa drasticità – o sottraendo il testo ai fedeli, oppure integrando il testo incensurato con debite catechesi; l’opzione che va prevalendo invece sacrifica la verità del testo e al contempo azzera il valore della catechesi che dovrebbe accompagnarlo: sviliamo la Bibbia e il Catechismo in un sol colpo. 4) Filologicamente, il discorso si basa su ipotesi inverificabili circa la lingua semita di Gesù, che noi verremmo a rendere in lingua italiana fornendo neppure una traduzione ragionata, quanto una interpretazione teologica (come dimostra don Morselli). Questo è scorretto. 5) Liturgicamente, e al di là di tutte le ambiguità generate dai punti appena presentati, tale ulteriore modifica sarebbe percepita come l’ennesimo cambiamento, occasione di confusione, messa in forse della tradizione ereditata, origine di perplessità: tutte cose di cui il nostro popolo, già liturgicamente debole, non abbisogna. 6) Culturalmente, la ricezione di tale modifica rischia di sbilanciare ancor più le predicazioni sul versante del misericordismo – gli ultimi anni ce ne hanno dati esempi tristi, e ho in mente il clero e non il Sommo Pontefice – con perpetuato oblio delle verità dure della fede (Timor di Dio, Ira di Dio, Novissimi, etc.). 7) Storicamente, lo ribadisco, ci troviamo di fronte a un rigurgito sessantottino; avessero cambiato nel 69 anche questo testo, ne avremmo patito meno danno che a mutarlo ora. Queste le mie considerazioni. Provincialismo, per l’appunto. Non sarà esso a evangelizzare gli italiani.

Circa la forma extra-ordinaria, si conferma il diffondersi inarrestato, seppur forse meno fervidamente di un lustro addietro, dei gruppi tradizionali a cui si potrebbe rimproverare un eccesso di liturgismo: la vita di tali gruppi infatti si limita ancora troppo spesso alle sole celebrazioni e non contempla la cura di cammini comunitari e di formazione, né tanto meno il coordinamento di un impegno sociale (così io noto in ambito italiano).

D’altro canto – fenomeno inatteso – le prese di posizione del card. Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, stanno muovendo un processo di rinnovamento culturale liturgico vigoroso. La modalità sembra quella auspicata da Benedetto XVI: riscoprire nella ritualità tradizionale le forme che conferiscano nuovamente vigore e identità alla liturgia ordinaria. Gli interventi del porporato non si contano, tra conferenze, articoli e pubblicazioni, andando a riscoprire il senso del silenzio sacro, del canto liturgico, dell’orientamento celebrativo, della comunione in ginocchio: tutti retaggi del tridentino (cosiddetto). Mancano ancora in tal direzione disposizioni normative specifiche. E’ anche vero che, per ora, il guineano rimane al suo posto, nonostante sia nota la libertà con cui il Sommo Pontefice suole ridefinire gli incarichi dei sacri palazzi (e lo dico senza spirito di critica).

La soluzione credo non la possegga nessuno, prendere consapevolezza dello stato delle cose mi risulta il primo e imprescindibile passo per meritarsela.

 

La luce della Polonia

di Marco Soro
Ho da anni una valutazione assai critica sull’operato e la figura dell’attuale pontefice, papa Francesco, lo trovo superficiale e con una visione dell’uomo pessimista. E’ una valutazione personale, e da tempo aspetto che sia smentita. La situazione mi pare drammatica e ridicola, insomma grottesca.

Ma anche prescindendo da papa Francesco, mi pare palese, che ci siano dei colpevoli in tutto questo e non mi riferisco al Sacro Collegio, almeno non solo, ma alla latitanza dei vescovi.

L’episcopato mondiale è del tutto evanescente, dentro la Chiesa e nel mondo, e non mostra nessuna presa di posizione, nessun coraggio, nessuna passione e nessun amore; insomma, abbiamo a che fare con uomini fortemente attaccati alla propria vita e terrorizzati all’idea di perderla. Basti pensare alla lettera del Primate cattolico d’Inghilterra e Galles (pubblicata dal sito agensir il 29 Luglio 2017), che pronunciandosi sul caso del bambino inglese Charlie Gard, che è stato lasciato morire soffocato, si è espresso “consolando” i genitori ed elogiando l’ospedale e l’equipe medica. Insomma il nulla. O peggio del nulla.

A parte alcuni, rari e preziosi, pastori che si sono esposti a titolo personale su questa deriva dottrinale, morale e pastorale, c’è una eccezione di vescovi, clero e fedeli, che rimangono quasi tutti uniti, per testimoniare la propria fede. E’ una eccezione che si trova in Polonia.

La Polonia, devastata da invasioni in diversi momenti storici, ha subito intuito la nuova invasione ideologica post cristiana e, culturalmente, post moderna in cui c’è una volontà di distruggere la coerenza e l’integrità di una spiritualità comune, di una volontà di unione, di una capacità di comprensione e condivisione che fa si che un popolo religioso rimanga tale.

La lettera dei vescovi tedeschi, capitanati dal cardinal Marx, pubblicata sul sito dei vescovi tedeschi “Katholisch.de” il 21 Febbraio dell’anno corrente è un chiaro atto di attacco verso questa realtà. L’accusa avanzata consiste nella denuncia di un popolo polacco in crisi d’identità e , come vuole la sociologia moderna, arroccatosi, per risolvere questa crisi, su posizioni reazionarie. E’ un’accusa tipica da parte dell’occidente europeo verso l’oriente, soprattutto a causa di scelte politiche conservatrici dei popoli slavi e magiari. Insomma il problema è il rapporto con le pretese antropologiche ed anche economiche dell’Unione Europea
.
La conferenza episcopale tedesca, ammalata dell’eresia erastiana, povera di profezia e ricca di soldi, ha consapevolezza che da lei parte il supporto teologico e l’apporto morale verso l’azione dell’attuale pontefice, e sa anche che nel mondo cattolico (e non solo) è lei a trovarsi sotto accusa, ma quello che non sopporta è di vedere ai propri confini una chiesa, un popolo ed una fede che non si piegano.
Il concetto di misericordia verso il mondo attuale usato da papa Francesco ed avallato dalla Chiesa tedesca si basa sul fatto che i nostri contemporanei non sono più in grado di capire e di vivere in pienezza il messaggio cristiano, il quale non è più proponibile in modo radicale alla collettività, il fatto che in Europa ci sia un popolo che invece ci tiene a vivere e valorizza questa proposta imperante del vangelo scardina alla base, in maniera pratica, questo discutibile progetto teologico pastorale.

L’occidente è ammalato di un esistenzialismo nichilista con la pancia piena, tale malattia abbatte la possibilità di vedere prospettive di speranza, di affrontare la prove della storia ancorati alla fede e di vivere la quotidianità nella carità. Se le proposte di Cristo non sono praticabili vuol dire che da una parte egli ci ha ingannati, cioè non ci ama e dall’altra ci ritroviamo incapaci di coordinare le nostra promesse verso uno scopo che richieda rinuncia e sacrificio: il problema nuovo è precisamente che quest’ultima affermazione, con Bergoglio, tenta una propria legittimazione all’interno dell’antropologia cristiana. La perdita di un respiro spirituale collettivo da parte di un popolo rende insicuri e fobici i rapporti col prossimo, apre alla solitudine, Dio non mi parla più, nel sentire comune, nel rapporto con chi mi sta vicino, e l’unica ancora di salvezza per rapportarmi agli altri ed anche a me stesso rimangono lo stato e le sue leggi. Lo stato non è più custode della spiritualità di un popolo e della coscienza del singolo, ma le determina. Queste realtà perdono funzione logica e comunicabilità, causando la perversione perfino del linguaggio. Diventa incomprensibile il linguaggio della liturgia, che per sua natura è il collante di un popolo, e vanno alla deriva la comprensione e la pratica dei sacramenti, momenti oggettivi ed incarnati di salvezza, nutrimento dell’eterno per il quotidiano.

Quando ho affermato che papa Francesco ha una visione pessimista dell’uomo mi riferivo a questo: egli pare non credere nella possibilità della persona di elevarsi e dell’oggettivo aiuto della grazia in tale frangente, probabilmente perché ha una concezione moralistica riguardo l’agire del singolo.
Anche nei suoi atti di autorità si basa molto sulla forza della struttura, che stranamente cerca, a sua volta, di indebolire. Usa un potere(quello dell’istituzione) quasi contro se stesso per delegittimarlo. E’ un ossimoro pratico, una babele di coerenza d’intenti.

Dall’Oriente verrà la luce? E’ già successo con Giovanni Paolo II,ma è certo che il semplice fatto che ancora oggi ci sia una intera nazione con vescovi, clero e fedeli indisponibile ad accordarsi con la musica decadente suonata dai mass media, musica a cui si è piegato anche l’attuale magistero fa sperare che una via di coerente e consolante salvezza sia percorribile. Forse Dio non è diventato avaro di messaggi di vera misericordia verso il suo popolo.


 

12 aprile 2018

L'importanza della religione nella nostra vita

di Lorenzo Zuppini
La secolarizzazione sarebbe immune da critiche se nel mondo tutti i popoli la applicassero a sé stessi. Laddove, invece, uno solo di questi non lo faccia, e nel caso disgraziato si tratti del popolo musulmano, la secolarizzazione diviene una pericolosa arma a doppio taglio. Cosa ci ritroviamo, noi, da opporre alla violenza religiosa (che si trasforma in violenza politica in una fase successiva) che subiamo almeno dal settembre 2001? La cultura dell’apericena, temo.

La religione, come aspetto privato della nostra vita il cui valore viene però riconosciuto anche a livello pubblico, è fondamentale perché noi umani abbiamo bisogno di certezze per vivere, non di incertezze. Convincersi che un fulmine non fosse una minaccia ma la prova della presenza di un dio, servì in passato per dormire sonni tranquilli, fin quando qualcun altro decise che in effetti quella saetta era dovuta ad un mero fenomeno naturale.

E così, fino a questioni più importanti e che rimarranno sostanzialmente irrisolte. La vita, che è notoriamente a tempo determinato, assume un significato compiuto in quali casi? Facendo cosa? È possibile lasciare una traccia o tutto andrà perduto?

Il cristianesimo ci ha aiutati per duemila anni dandoci, al contempo, anche la possibilità di renderci indipendenti, scoprendo, migliorandoci, affrancandoci dai suoi dettami per chi lo volesse, imparando a dare ascolto anche alla scienza, sfociando però in molti casi in una perdita assoluta di fede che ci ha resi fondamentalmente inermi.

Siamo di fronte ad una offensiva dichiarata da una parte del mondo islamico al nostro, ovvero quello non islamico, col plus di essere cristiani e dunque d’essere, tra i non musulmani, le vittime preferite. La situazione è paradossale perché questa offensiva è iniziata in uno dei periodi più bui per l’Occidente giudaico-cristiano, ammorbato dalla denatalità, e si fonda sulla strategia del terrore, un meccanismo mentale ancor più letale per coloro che ormai non credono più in niente. Per credere in qualcosa si deve esser certi di ciò che siamo, e un Papa che mette sullo stesso piano le religioni monoteiste abramitiche di certo non aiuta in tal senso. Le differenze servono per garantire una specifica identità, con buona pace per coloro che vanno cianciando di uguaglianza costi quel che costi.

Non è spiegabile altrimenti come il progetto suicida di convertirsi all’islam militando nello Stato islamico sia più attraente rispetto a quello prospettato dalla fede in Gesù Cristo, per altro da poco risorto. L’islam, in definitiva, dà certezze, e i paesi musulmani, pur essendo luoghi dove la stragrande maggioranza della popolazione vive miseramente, sono composti da persone che grazie ad una fede solidissima combattono la propria jihad (con violenza o pacificamente).

Siamo ridotti a brandelli, nonostante la nostra immensa capacità militare, perché ognuno di noi non sa per quale motivo festeggiare la sconfitta dello Stato islamico dell’Isis, limitandosi ad un atavico istinto di sopravvivenza: non abbiamo certezza di cosa debba essere difeso, se una chiesa meriti protezione e se la recita natalizia significhi ancora qualcosa, se il popolo di Israele sia dalla parte del giusto o se non meriti attenzione, se la moschea accanto casa sia accettabile o se stoni, se possiamo affermare senza esitazione che è la nostra civiltà la migliore al mondo o se alla fin fine possiamo accettare l’idea di scomparire come accadde all’impero romano. Brancoliamo nel buio mentre i nostri nemici ci dicono, con le buone e con le cattive, che è la loro civiltà ad esser la migliore, meritandosi quindi di avere la meglio sulla nostra. Il cristianesimo contempla la pace e la convivenza con altri, l’islam no. Porgere l’altra guancia, in questo caso, significherebbe firmare la nostra condanna a sparire, dunque dobbiamo rispondere sia su un piano militare che su un piano spirituale. Quest’ultimo manca.

La libertà di cui godiamo ce l’ha concessa il cristianesimo, religione del Dio che si fa uomo, contemplando così la parte razionale dell’esistenza che si affianca a quella spirituale. Questo dato è fondamentale per comprendere quanto la nostra esperienza debba servire al resto del mondo, e dunque quanto meriti protezione. Nella nostra libertà, ad oggi divenuta illimitata e quindi dannosa, siamo stati attaccati e massacrati: concerti, giornalismo, libri, musei, tradizione natalizia, il tempo libero. Ci è stato detto che questo modo di vivere e di intendere la vita è sbagliato e che meritiamo di morire per questo. Punto. Chi ci governa, e che a differenza di un amministratore di condominio dovrebbe afferrare il senso delle cose e del tempo, si è limitato a proclamare la guerra in nostra difesa e ad esortarci a non avere paura. È innanzitutto impossibile non aver paura quando qualcuno vuol ucciderti, e lo è ancora di più se non si ha neanche una vaga idea del motivo per cui dovremmo difenderci e difendere ciò che ci circonda.
Ma insomma, per quale motivo noi dovremmo rifiutarci, combattendo, di diventare una succursale di uno dei tanti paesi islamici che ci circondano?


 

Il puntatore. I problemi non sono iniziati cinque anni fa

di Aurelio Porfiri
Il convegno di sabato a Roma , Chiesa dove vai?, va senz’altro valutato in modo complessivo, tenendo conto delle cose belle e meno belle che lì sono accadute. Tra quelle meno belle c’è il fatto che qualcuno in platea ha cercato visibilità, ma questo forse non poteva essere preveduto o controllato dagli organizzatori.

Tra le cose belle c’è che si è visto un popolo che ha a cuore il destino della Chiesa e condivide la preoccupazione per la situazione attuale, un popolo fatto anche da giovani laici. Questo è certamente importante.
Alcune discussioni avute a margine mi consentono qualche valutazione di tipo generale sull’atmosfera che viviamo nella Chiesa. In generale credo che si stia troppo polarizzando la polemica sul recente Pontefice, come se i problemi della Chiesa fossero iniziati con lui. Certo si può dire che alcuni di questi problemi negli ultimi anni sono degenerati, ma la causa dei problemi va indietro di decenni e purtroppo anche sotto gli ultimi Pontefici, pur grandi per alcune loro azioni, la crisi non era certo troppo nascosta. Ma vogliamo parlare del clima nella Chiesa sotto Paolo VI, Giovanni Paolo II o Benedetto XVI? Purtroppo coloro che, per esempio, stanno manipolando la riforma liturgica per soddisfare le loro insane fisime, non sono stati nominati o beneficiati da papa Francesco, ma sono in azione da decenni, spesso incoraggiati dai Pontefici precedenti. Ripeto, non bisogna diminuire la grandezza di alcuni Papi ma neanche le loro responsabilità. Quanti teologi negli ultimi decenni hanno diffuso idee erronee, spesso indisturbati, nelle aule delle università pontificie?
Insomma, papa Francesco è un punto in un percorso, ma per capire la vera genesi di quello che viviamo bisognerebbe guardare, con un poco di disincanto, molto più indietro dell’inizio del suo pontificato, per quanto questo possa essere per alcuni di noi doloroso.


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Ci chiedevano parole di canto: la crisi della musica liturgica