27 maggio 2016

La Comunione in mano: storia di abuso e profanazione

 
di Federico Catani

Cento anni fa, nel 1916, un angelo, l’Angelo del Portogallo, apparve per tre volte ai tre pastorelli di Fatima Lucia, Francesco e Giacinta. Mostrandosi con il calice e l’Ostia santa, insegnò ai tre fanciulli queste due preghiere: «Mio Dio, io credo, adoro, spero e vi amo, vi chiedo perdono per coloro che non credono, non adorano, non sperano, e non vi amano» e «Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo: vi adoro profondamente e vi offro il preziosissimo Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli della terra, in riparazione degli oltraggi, dei sacrilegi e delle indifferenze da cui Egli stesso è offeso. E per i meriti infiniti del suo Sacratissimo Cuore e del Cuore Immacolato di Maria, vi domando la conversione dei poveri peccatori». In queste orazioni è racchiuso il cuore della devozione eucaristica che ogni cattolico dovrebbe avere. Soprattutto in un tempo, come il nostro, in cui il Santissimo Sacramento viene profanato in ogni modo: oltre ai sacrilegi commessi ad esempio dai satanisti, purtroppo oggi si vuole cambiare la stessa dottrina eucaristica e permettere ai pubblici peccatori di ricevere la Comunione senza alcun pentimento. C’è poi un’altra prassi che banalizza l’Eucaristia: si tratta della sua ricezione in mano.

Se a tale modo di comunicarsi si aggiunge il fatto che molte liturgie hanno perso totalmente il senso del sacro, non è difficile comprendere perché la gente ormai sembra ignorare che nell’Ostia santa c’è realmente e sostanzialmente Nostro Signore Gesù Cristo vivo e vero, nel suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Mons. Juan Rodolfo Laise, vescovo emerito di San Luis, in Argentina, ha recentemente pubblicato per Cantagalli “Comunione sulla mano. Documenti e storia” (con prefazione di mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, in Kazakhstan, e un’appendice con alcune riflessioni sulla “Comunione spirituale”, sulla quale si fa chiarezza dopo tante sciocchezze dette negli ultimi anni da porporati come Kasper).

È un libro in cui raccoglie e commenta tutti i testi normativi relativi al permesso, dato ai fedeli dalla Santa Sede, di comunicarsi ricevendo la particola consacrata in mano e dimostra molto chiaramente e senza alcun dubbio che, per l’appunto, solo di concessione si tratta. Pertanto, rifiutarsi di fruire di tale atto di tolleranza, come fece lui durante il governo della sua diocesi, non solo è lecito, ma addirittura preferibile, perché maggiormente rispondente alla volontà del Papa. La Comunione sulla mano è nata come un abuso. Negli anni Sessanta, nei Paesi dell’Europa settentrionale, ovvero quelli con un episcopato ed un clero marcatamente progressista e disobbediente, si introdusse in maniera del tutto arbitraria tale modo di ricezione dell’Eucaristia.

Di fronte al fatto compiuto e alla volontà da parte degli artefici del cambiamento di proseguire su questa strada, la Sacra Congregazione per il culto divino rispose con l’istruzione Memoriale Domini (28 maggio 1969). Il documento, voluto ed approvato da Papa Paolo VI, ribadisce che il modo di distribuire la Santa Comunione in bocca «deve essere conservato, non soltanto perché si appoggia sopra un uso trasmesso da una tradizione di molti secoli, ma, principalmente, perché esprime la riverenza dei fedeli cristiani verso l’Eucaristia». Cambiare poteva rappresentare un pericolo. È vero che i profeti di sventura all’epoca (ma anche oggi) non andavano di moda e non erano graditi. Ma le paure di Paolo VI si sono rivelate fondate e adesso ne paghiamo le conseguenze.

L’istruzione vaticana paventava che si arrivasse «a una minore riverenza verso l’augusto Sacramento dell’altare», «alla profanazione dello stesso Sacramento» e «alla adulterazione della retta dottrina». Soltanto un ingenuo non vede che quelli che allora apparivano “solo” dei rischi sono divenuti terribili realtà: la situazione della Chiesa (in particolare di quei Paesi in cui il clero ha sempre seguito le “magnifiche sorti e progressive”) lo sta a dimostrare inappellabilmente. Nonostante ciò, i responsabili di tale scempio ed i loro allievi, anziché vergognarsi e ritirarsi in silenzio, continuano a dare lezioni.

Ebbene, la Memoriale Domini si conclude affermando che «la Sede Apostolica esorta veementemente i vescovi, sacerdoti e fedeli a sottomettersi diligentemente alla legge ancora in vigore [ovvero la Comunione in bocca n.d.r.]e un’altra volta confermata, attendendo tanto al giudizio apportato dalla maggior parte dell’Episcopato [contrario alla Comunione sulla mano n.d.r.], come alla forma che utilizza il rito attuale della sacra liturgia, come, infine, al bene comune della stessa Chiesa». Purtroppo, nonostante le buone intenzioni, il documento apre però una falla nella diga, rivelatasi ben presto fatale (e questo è accaduto e continua purtroppo ad accadere nella Chiesa per moltissime altre questioni). Infatti l’istruzione dice pure che, laddove non sia possibile frenare la pratica della Comunione sulla mano, con le dovute condizioni la Santa Sede concederà un indulto, a patto però che venga ribadita nella catechesi la verità dogmatica sull’Eucaristia.

Questa deleteria apertura ha fatto sì che a poco a poco, quasi tutte le conferenze episcopali del mondo chiedessero l’indulto, imponendo di fatto il nuovo modo di agire, per puro spirito di conformismo ai tempi. E la Santa Sede ha sempre avallato le richieste dei vescovi. In Italia, ad esempio, per un solo voto di scarto, la Comunione in mano venne introdotta nel luglio del 1989. In Kazakhstan, invece, grazie soprattutto all’opera di mons. Athanasius Schneider, si continua a ricevere l’Ostia consacrata solo in bocca e possibilmente in ginocchio (come faceva Benedetto XVI nelle sue Messe). Orbene, quando nel 1996 i vescovi argentini decisero di introdurre la Comunione sulla mano, mons. Laise si oppose fermamente, attirandosi così gli strali dei suoi confratelli, che lo accusarono di rompere la “comunione ecclesiale”. Ma il grande vescovo argentino, oggi residente a San Giovanni Rotondo, aveva ragione. E la Santa Sede lo riconobbe senza problemi, perché la facoltà di chiedere l’indulto spetta ai singoli vescovi, in base alla loro prudenza pastorale. Mons. Laise, dunque, si è appellato giustamente, doverosamente e santamente alla sua coscienza di pastore cattolico, davvero preoccupato del bene della Chiesa e di quello spirituale dei fedeli affidatigli.

Altri vescovi e preti (pochi in verità) hanno seguito il suo esempio. Possiamo citare il sacerdote veronese don Enzo Boninsegna, vero eroico “pioniere” in Italia; il cardinal Carlo Caffarra, che nel 2009, per evitare sacrilegi, ha proibito la Comunione in mano nella Chiesa Metropolitana di San Pietro, nella Cattedrale di San Petronio e nel Santuario della B.V. di San Luca; c’è poi mons. Cristóbal Bialasik, vescovo della diocesi di Oruro, in Bolivia, che l’anno scorso ha annunciato ai suoi fedeli di aver vietato la S. Comunione sulla mano, definendola una consuetudine “intollerabile”. D’altra parte, come spiega nel libro, la posizione di mons. Laise è canonicamente e pastoralmente incontestabile.

La Comunione in mano, tanto amata dai protestanti, è stata pensata proprio per ridurre il Santissimo Sacramento a mero simbolo, attaccando così il dogma cattolico sull’Eucaristia. Gesù durante l’Ultima Cena, diede il pane e il vino in mano agli Apostoli, è vero. Ma si trattava appunto dei primi vescovi. Il sacerdote ha le mani consacrate con l’unzione, ed è per questo che è l’unico ad avere il “privilegio” e il grave compito di toccare le specie eucaristiche. Oltretutto, al contrario di quanto falsamente sostenuto dai novatori, nei primi secoli della Chiesa si riceveva la Comunione in mano con ogni riguardo e riverenza, spesso senza toccarla direttamente, non come accade adesso.

Peraltro, col passare del tempo e nel susseguirsi di tante vicende storiche, la sensibilità ed il rispetto verso l’Eucaristia sono aumentati ed è per questo che intorno al IX secolo si passò definitivamente a ricevere il Corpo di Cristo in bocca. In ogni frammento del pane consacrato, infatti, c’è tutto Nostro Signore ed è una profanazione lasciare che anche uno solo cada a terra e vanga calpestato. Nella cosiddetta Messa tridentina, tanto per intenderci, dopo la consacrazione il sacerdote non separa più il pollice e l’indice delle mani finché non arriva il momento della purificazione, terminata la distribuzione della Comunione.

Oggi invece questa fede eucaristica si è tragicamente persa, anche tra i sacerdoti. I fedeli, poi, sembra vadano a ricevere una caramella, e infatti tutti si comunicano ma pochi si confessano! In pratica, quello che fino agli anni Sessanta era un abuso, una disubbidienza, un attacco alla verità cattolica, oggi è divenuto la normalità. E, lo ripetiamo, assolutamente contro la volontà di Paolo VI. Anche perché l’istruzione della Congregazione del culto divino faceva un tutt’uno con una lettera pastorale in cui viene nitidamente evidenziato che, ad ogni modo, «la nuova maniera di comunicarsi non dovrà essere imposta in modo che escluda l’uso tradizionale».

Eppure, solo da un ritorno generale al modo tradizionale di ricevere Gesù Sacramentato, in bocca ed in ginocchio, potranno sgorgare grazie abbondanti e si tornerà ad avere una primavera della Chiesa. Pertanto, i laici non debbono stancarsi di chiedere questo ai pastori e di comunicarsi solo in bocca, perché questa è, ancora oggi e nonostante tutto, la norma della Chiesa. E i vescovi dovrebbero avere un po’ di fede e di coraggio nel cambiare. Il che, visti i tempi, sarebbe miracoloso. Ma nulla è impossibile a Dio.

L'ebreo convertito che vuole querelare il Papa


(LETTERA APERTA DI UN EBREO AL VESCOVO DI ROMA BERGOGLIO CON LEGGERO CARPIATO VENALE, COSÍ, TANTO PER SAPERE CHE NELLA VITA ESISTONO SEMPRE DELLE CONSEGUENZE ALLE COSE CHE SI SCRIVONO)


Pubblichiamo anche noi questa lettera di un ebreo convertito, che mette in luce quali sono alcune delle grosse contraddizioni contenute nelle "aperture" degli ultimi tempi. Speriamo che la causa vada a buon fine. D'altronde il denaro è sterco del demonio dunque la Curia non avrà problemi ad alleggerirsene e diventare più povera fra i poveri. 

A Sua Santità, Papa Francesco
Città del Vaticano
Gennaio 2016

Sono un Ebreo. Ho la certezza, come Menachem Mendel Schneerson di Crown Heights, Brooklyn, di discendere direttamente da Re Davide per parte di mio padre (mia madre, mi è stato assicurato, discendeva da Hillel).
Ho 74 anni. Mi sono convertito alla Chiesa Cattolica Romana all’età di 17 anni, nel corso dell’ultimo anno del pontificato di Papa Pio XII. L’ho fatto perché ero convinto che dovevo accettare ed avere fede che Gesù Cristo è il mio salvatore, e io ho creduto. E ho creduto che per avere una possibilità di salvezza dovevo essere un membro battezzato della Sua Chiesa. Così mi sono convertito e sono stato battezzato nella Chiesa Cattolica, e dopo sono stato confermato.

Nel corso degli anni ho contribuito con decine di migliaia di dollari all’Obolo di San Pietro (il tesoro proprio del papa che a Lei ovviamente dev’essere molto familiare), alla mia parrocchia e alla diocesi.
Durante questo tempo ho assistito a migliaia di Messe, partecipato a centinaia di ore sante e di novene, ho detto migliaia di rosari e ho fatto centinaia di viaggi al confessionale.
Ora, nel 2015 e nel 2016 ho letto le sue parole e quelle della sua “Pontificia Commissione”.
Lei oggi insegna che perché io sono un Ebreo per razza, l’alleanza di Dio con me non è mai stata revocata, e non può essere revocata. Lei non spiega in questo insegnamento che io potrei fare qualcosa che potrebbe minacciare l’Alleanza, che Lei dice Dio ha con me perché sono un Ebreo.
Lei insegna che si tratta di un’Alleanza indissolubile. Lei non ha mai detto che questo dipenda dal fatto che io sia una brava persona. A rigore di logica, se l’Alleanza di Dio con me è indissolubile, un Ebreo per razza, come io sono, può fare tutto quello che vuole e Dio continuerà a mantenere l’Alleanza con me e io andrò in cielo.
La sua Pontificia Commissione, lo scorso dicembre ha scritto [vedi in calce la NdT]: “La Chiesa cattolica non conduce né incoraggia alcuna missione istituzionale rivolta specificamente agli Ebrei … essa non ritiene in alcun modo che gli Ebrei siano esclusi dalla salvezza di Dio perché non credono in Gesù Cristo quale Messia di Israele e Figlio di Dio”.
Lei è il Pontefice. Io credo in ciò che la sua Commissione insegna sotto la sua bandiera e a suo nome, e in ciò che Lei ha dichiarato durante la sua visita alla sinagoga nel mese di gennaio.
Di conseguenza, non vedo più che senso abbia alzarsi ogni Domenica mattina per andare a Messa, recitare i rosari, o compiere il Rito della Riconciliazione il sabato pomeriggio. Tutti questi atti sono superflui per me. Sulla base del suo insegnamento, ora so che in forza della mia speciale superiorità razziale agli occhi di Dio, non ho bisogno di niente di tutto ciò.
E ora non vedo alcuna ragione che spieghi perché sono stato battezzato nel 1958. Non era necessario per me essere battezzato. Non vedo più il motivo per cui vi fosse la necessità per Gesù di venire sulla terra o di predicare agli Ebrei figli di Abramo, del Suo giorno. Come dice Lei, essi erano già salvati in conseguenza della loro discendenza razziale dai patriarchi biblici. Perché avrebbero avuto bisogno di Lui?
Alla luce di ciò che Lei e la sua Pontificia Commissione mi avete insegnato, sembra che il Nuovo Testamento sia una frode, almeno per quanto riguarda gli Ebrei. Tutte quelle predicazioni e dispute con gli Ebrei erano senza scopo. Gesù ha dovuto saperlo, eppure ha persistito nel causare un sacco di guai agli Ebrei, insistendo che dovevano rinascere, che dovevano credere che Egli fosse il loro Messia, che dovevano smettere di seguire le loro tradizioni umane, e che non avrebbero potuto procurarsi il cielo se non avessero creduto che Egli era il Figlio di Dio.
Vostra Santità, Lei e la sua Commissione mi avete istruito sulla vera strada per la mia salvezza: la mia razza. Che è tutto quello di cui ho bisogno e tutto quello di cui ho avuto sempre bisogno. Dio ha un’alleanza con i miei geni. Sono i miei geni che mi salvano. Adesso i miei occhi sono aperti.
Di conseguenza, Lei avrà notizie dal mio avvocato. Sto depositando una querela contro il papato e la Chiesa Cattolica Romana. Voglio i miei soldi indietro, con gli interessi, e chiedo il risarcimento danni per il male psicologico che la sua Chiesa mi ha procurato, facendomi pensare che per andare in cielo dopo la mia morte avessi bisogno di qualcosa oltre alla mia stessa elevata identità razziale.
Contando anche il tempo che ho sprecato e che avrei potuto passare occupandomi dei miei affari, invece di sperperarlo ad adorare un Gesù di cui oggi la sua Chiesa dice che non avevo bisogno per credere nella mia salvezza.

I suoi prelati e i suoi chierici mi hanno detto qualcosa di molto diverso nel 1958. Sono stato derubato!
Sinceramente.

Nota del traduttore
Si tratta di due passi (al n° 40 il primo e al n° 36 il secondo) del documento della “Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo”, del 10 dicembre 2015, intitolato: “Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” – reperibile sul sito del Vaticano

Pinchus Feinstein
2617646 Ocean View Ave.
Miami Beach, Florida 33239.

P.S. – Ho trasmesso questa lettera a Hoffman, un ex inviato da New York dell’AP, aspettandomi che la porti a conoscenza di coloro che devono sapere. Lo faccio come fosse un sogno e tuttavia essa rappresenta i sentimenti di molte vittime della sua Chiesa ladrona – Pinch



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26 maggio 2016

San Filippo Neri: massime per la santità

di Roberto De Albentiis

Il 26 maggio 1595 (l’anno scorso si sono festeggiati il cinquecentenario anniversario della nascita e il quattrocentesimo anniversario della morte) moriva a Roma San Filippo Neri, un autentico figlio di Firenze trapiantato a Roma, che aveva santificato con la sua predicazione e la sua vita e di cui era divenuto il secondo Apostolo e Patrono dopo i Santi Pietro e Paolo; San Filippo Neri, il fondatore dell’Oratorio, cui poi si ispirerà pure Don Bosco, è un santo molto amato e popolare, come dimostra anche la sua aneddotica e il seguito che hanno film cinematografici e televisivi a lui dedicati: il suo amore per l’Eucaristia, la sua umiltà, il suo distacco dai beni terreni (quando aveva notizia di qualcuno che voleva lasciargli beni ed eredità, pregava assiduamente affinchè si rimettesse, come poi effettivamente avveniva!), la sua santa allegria, sono proverbiali, e devono essere esemplari. Regalo quindi ai lettori di Campari & de Maistre alcune massime del santo Pippo Bono nel giorno della sua festa liturgica, affinchè possano essere di ispirazione ed edificazione!

“Chi non sale spesso in vita col pensiero in Cielo, pericola grandemente di non salirvi dopo morte.”
“Buttatevi in Dio, buttatevi in Dio, e sappiate che se vorrà qualche cosa da voi, vi farà buoni in tutto quello in cui vorrà adoperarvi.”
“Quando l’anima sta rassegnata nelle mani di Dio, e si contenta del divino beneplacito, sta in buone mani, ed è molto sicura che le abbia ad intervenire bene.”
“Ognuno vorrebbe stare sul Monte Tabor a veder Cristo trasfigurato: accompagnar Cristo sul Monte Calvario pochi vorrebbero.”
“E’ ottimo rimedio, nel tempo delle tribolazioni e aridità di spirito, l’immaginarsi di essere come un mendico, alla presenza di Dio e dei Santi, e come tale andar ora da questo Santo, ora da quell’altro a domandar loro elemosina spirituale, con quell’affetto e verità onde sogliono domandarla i poveri. E ciò si faccia alle volte corporalmente, andando ora alla chiesa di questo Santo, ed ora alla chiesa di quell’altro a domandare questa santa elemosina.”
“Quando si commette qualche peccato o si cade in qualche difetto, si ha da pensare che Dio abbia permesso la caduta in causa della superbia. Quindi, dopo la caduta, l’uomo, si riconosca con queste parole: se io fossi stato umile non sarei caduto.”
“Quando uno ha fatto qualche opera buona, ed un altro l’attribuisce a sé, si deve di ciò rallegrare e riconoscerlo per grandissimo beneficio di Dio: o almeno non si deve dolere che altri gli tolga la gloria presso gli uomini, perché la ritroverà presso Dio.”
“Non basta solamente onorare i superiori, ma ancora si devono onorare gli eguali e gli inferiori, e cercare di essere il primo ad onorare.”
“Vi sono tre sorta di vanagloria. La prima è Padrona e si ha quando questa va innanzi all’opera, e l’opera si fa per il fine della vanagloria. La seconda è Compagna e si ha quando l’uomo non fa l’opera per fine di vanagloria, ma nel farla sente compiacenza. La terza è Serva, e si ha quando nel far l’opera sorge la vanagloria, ma la persona subito la reprime…Avvertite almeno che la vanagloria non sia padrona: quando è compagna non toglie il merito dell’opera buona: sebbene la perfezione consista in fare che sia serva.”
“Chi non sa tollerare la perdita dell’onore e della stima propria per Gesù Cristo, costui non farà mai profitto nelle cose dell’anima.”
“Per acquistare il dono dell’umiltà sono necessarie quattro cose: spernere mundum, spernere nullum, spernere seipsum, spernere se sperni: cioè disprezzare il mondo, non disprezzare alcuno, disprezzare sé stesso, non far conto d’essere disprezzato…A questo non sono arrivato: a questo vorrei arrivare.”
“Figliuoli, umiliate la mente, soggettate il giudizio.”
“Tutta l’importanza della vita cristiana consiste nel mortificare la razionale, la presunzione dell’intelletto.”
“Attendete a vincervi nelle cose piccole, se volete vincervi nelle grandi.”
“Molto più giova mortificare una propria passione per piccola che sia, che molte astinenze, digiuni e discipline…Ove non v’è gran mortificazione, non può esservi gran santità.”
“Poi se avete da fare eccessi, fatelo in essere mansueto e paziente, umile e caritativo, che queste cose son buone per sé stesse.”
“Le mortificazioni esteriori aiutano grandemente all’acquisto della mortificazione interiore e delle altre virtù…Senza mortificazione, non si fa niente.”
“Figliuoli, state allegri, state allegri. Voglio che non facciate peccati, ma che siate allegri.”
“Non voglio scrupoli, non voglio malinconie, Scrupoli e malinconie, lontani da casa mia.”
“Lo spirito allegro acquista più facilmente la perfezione cristiana, che non lo spirito melanconico.”
“L’allegrezza cristiana interiore è un dono di Dio, derivato dalla buona coscienza, mercè il disprezzo delle cose terrene, unito con la contemplazione delle celesti…Si oppone alla nostra allegrezza il peccato; anzi, chi è servo del peccato non può neanche assaporarla: le si oppone principalmente l’ambizione: le è nemico il senso, e molto altresì la vanità e la detrazione. La nostra allegrezza corre gran pericolo e spesso si perde col trattare le cose mondane, col consorzio degli ambiziosi, col diletto degli spettacoli.”
“Bisogna stare molto attenti di non diventar dissoluto, e dare nello spirito buffone, poiché le buffonerie rendono la persona incapace di ricevere da Dio spirito maggiore, e spiantano quel poco che si è acquistato.”

San Filippo Neri, il Santo della gioia


di Alfredo Incollingo

Il Papa ha ricordato in molti suoi discorsi l'esigenza di non scartare le tante “periferie esistenziali” che albergano nelle grandi metropoli. Per “periferia” si intendono i luoghi fisici ai margini di grandi città, spesso lasciati a se stessi nella sporcizia e nel malaffare. La metafora del Papa sintetizza nel modo migliore le circostanze meste e drammatiche di persone e spesso di intere famiglie che vivono nel male o ne sono vittime. Purtroppo a farne le spese nella maggior parte dei casi sono i minori che risentono fortemente del disagio e dell'indigenza. Le nostre metropoli sono luoghi di ricchezza e di benessere, ma ospitano anche “gironi infernali” dove è facile per chiunque perdersi. Droga, vizio, criminalità... sono solo alcuni dei tanti mali che da sempre, tuttavia, affliggono l'uomo, ma che oggi vengono affrontate alle volte in maniera troppo blanda. Il pontefice ha ricordato la necessità di non abbandonare questi fratelli e di rivolgere la nostra carità anche verso costoro, che purtroppo preferiscono soffrire nel silenzio.

Chi, più di San Filippo Neri, ha conosciuto la realtà delle “periferie esistenziali”? Chi era il “santo della gioia”? Il fiorentino Filippo Neri era il figlio cadetto di una ricca famiglia di notai. Trasferitosi a Roma non poté non constatare lo stato di decadenza della capitale della cristianità. La città che custodiva le spoglie di San Pietro e San Paolo era infestata dal vizio e dall'immoralità e tanti adolescenti e bambini erano costretti a vivere per strada e a percorrere le strade della perdizione. Di fronte all'evidenza del male in Filippo si accese la fiamma della fede conferendogli un ardore senza precedenti. Devoto e zelante nel suo impegno cristiano non si stancò mai di girare per le strade di Roma, vivendo nel mondo con distacco, testimoniando il Vangelo con animo gaudente e lieto. La letizia con cui annunciava la parola di Dio lo rese celebre tra i più piccoli: era possibile, capì, insegnare il Vangelo ai giovani alternando canti, giochi a momenti di riflessione e di intensa spiritualità. Questo fu il segreto del successo dell'Oratorio, luogo più spirituale che fisico, in cui si raccoglievano i tanti adolescenti salvati ed educati da San Filippo.
Da dove proveniva questo grande spirito d'amore? Oltre ad essere un uomo di mondo, lontano dai veleni della “mondanità”, San Filippo Neri palesò una vocazione sacerdotale e cristiana unica. Passava ore e ore in piena contemplazione, mai pago; riportò in auge il pellegrinaggio delle “Sette Chiese di Roma” come atto di penitenza per i propri peccati e fu promotore di processioni e veglie di preghiera per il rinnovamento della Chiesa di Cristo.
Fu nella notte di Pentecoste del 1544 che si verificò l'evento decisivo della sua vita: durante una veglia di preghiera nelle catacombe di San Sebastiano visse un'estasi tale da “lasciargli il segno” nel fisico e nell'animo: tramite lo Spirito Santo il suo cuore si dilatò ulteriormente infondendogli una forza straordinaria e conferendogli la capacità di leggere nei cuori. Prese quindi i voti sacerdotali nel 1551 e divenne noto come Confessore per queste sue grandi doti.
Da qui prese avvio l'esperienza degli Oratori per salvare dal male e dalla strada i tanti piccoli romani lasciati a se stessi per la città del vizio.
La sua gioia, il suo spirito umile e il suo zelo gli valsero la fama e l'ammirazione di tanti che finirono per seguirlo nella sua vocazione. Fondò nel 1575 la Congregazione dell'Oratorio, composta di laici e chierici, che perpetuarono poi nei secoli il suo amore e la sua letizia.
Il “santo della gioia” così fu soprannominato San Filippo Neri per il suo animo candido, mai troppo serio (non è virtù la serietà!) e sempre aperto al dono di sé. La sua santità fu riconosciuta quando ancora era in vita. Fatti straordinari avvennero in sua presenza. Nel 1583 il giovane principe Paolo dei Massimo, suo allievo all'Oratorio (che, ricordiamo, accoglieva poveri e ricchi), morì. San Filippo chiese di pregare al suo cospetto, invocando il suo nome come se lo volesse destare dal sonno. Miracolosamente il giovane nobile resuscitò di fronte allo stupore degli astanti.
La sua impronta nel mondo fu ufficialmente esaltata nel 1622 quando venne proclamato Santo da Papa Gregorio XV. Il giorno della sua memoria liturgica ricorre ogni anno il 26 maggio.

Catechismo in famiglia. Perché?


di Chiara Scala

Un luogo privilegiato per parlare di Dio è la famiglia, la prima scuola per comunicare la fede alle nuove generazioni. Il Concilio Vaticano II parla dei genitori come dei primi messaggeri di Dio, chiamati a riscoprire questa loro missione, assumendosi la responsabilità nell’educare, nell’aprire le coscienze dei piccoli all’amore di Dio come un servizio fondamentale alla loro vita, nell’essere i primi catechisti e maestri della fede per i loro figli.” (Benedetto XVI, 28/11/2012)

Con queste parole, il Santo Padre invita ogni famiglia a farsi carico della responsabilità e della bellezza dell’educazione, soprattutto spirituale, dei propri figli.

Noi abbiamo accettato.
Io e mio marito riteniamo l’educazione religiosa dei nostri bambini importante quanto il pane quotidiano e ci è sembrato un po’ “strano” delegare a una terza persona il patrimonio che accompagnerà nostro figlio per il resto della sua vita.

Non si tratta di imparare solo le preghiere, il comportamento a Messa o i comandamenti. Qui c’è in gioco una vita intera e una vita eterna.

Inoltre tanti insegnamenti ricevuti nel primo anno di catechismo in parrocchia confondevano nostro figlio, animo ricco di domande e dalla grande sensibilità, perché non trovava il giusto riscontro in quello da noi spiegato.

Ci siamo allora chiesti: perché non occuparci noi direttamente del loro catechismo? Ne abbiamo parlato con il nostro padre spirituale e, con il consenso del nostro parroco, abbiamo cominciato questa nuova avventura.

Quale modo migliore ci dava la possibilità di rendere l’apprendimento entusiasmante e divertente per tutta la famiglia, esaltando la specificità, la sensibilità, l’individualità e la naturale curiosità dei nostri figli? E quale modo migliore se non affrontare la fede in base al vissuto quotidiano, fatto di domande, gioie, speranze, cadute e dolori e provare a dare insieme un senso e una risposta a tutto ciò che ci accade?

Il catechismo non è più un’ora a settimana in parrocchia stando seduti mentre il catechista insegna. Ora il catechismo è una passeggiata in collina e ammirare il creato lodando il Creatore, è fare un pellegrinaggio approfondendo la vita di un santo, è la cura giornaliera della preghiera, è in poche parole la santificazione del quotidiano.

Ciò non significa assolutamente che non leggiamo o non studiamo il catechismo, ma c’è un momento per tutto nel rispetto della specificità del bambino che si ha davanti.

La vera sfida è “parlare di Dio” facendo comprendere “con la parola e con la vita che Dio non è il concorrente della nostra esistenza, ma piuttosto ne è il vero garante, il garante della grandezza della persona umana”.

Come spesso ci è stato fatto notare, questo sembra una contrapposizione e un isolamento dalla vita parrocchiale. Non è così.

Il nostro parroco ha accolto con gioia la nostra richiesta, partecipiamo alle attività della nostra comunità ed Enrico, il più grande, serve come chierichetto la Santa Messa, non come dovere, ma con immensa gioia e voglia di esserci.

Abbiamo preferito mettere Cristo, prima di ogni altro aspetto, cercando di insegnare e mostrare ai nostri bambini che una fede reale e vissuta a pieno è l’unica via per una felicità autentica.

È solo cambiata la prospettiva e i risultati sono davvero palpabili. Provare per credere!

http://www.mogliemammepervocazione.com/catechismo-in-famiglia-perche/

25 maggio 2016

Istruzioni per l'obiezione alle spese abortive: O.S.A. anche tu!


di Alfredo Incollingo

L'acronimo è O.S.A. e sta per Obiezione alle Spese Abortive. E' la campagna mediatica che la comunità “Papa Giovanni XXIII” di Don Oreste Benzi promuove da venticinque anni contro l'aborto e i finanziamenti statali ad esso riservati (riproposta anche dall'edizione di maggio della rivista Notizie ProVita).
E' possibile ridurre le risorse economiche versate alle cliniche abortive destinando una parte delle imposte statali ad un'associazione pro – life (come Pro Vita o la stessa comunità di Don Benzi): si tratta di un gesto simbolico per dimostrare il proprio dissenso verso chi nega la sacralità della vita.
La proposta di Don Benzi è una delle tante strade economiche battute per negare l'involontario supporto all'aborto; è anche possibile chiedere un rimborso all'Agenzia delle Entrate entro diciotto mesi dal versamento delle imposte come “risarcimento a favore della vita”.
E' comunque ravvisabile la necessità di una legge che possa garantire il diritto all'obiezione fiscale: solo con una raccolta firme e l'elaborazione di una proposta di legge da presentare al parlamento sarà possibile assicurarsi questo diritto. Lo Stato italiano lo nega categoricamente, ma assicura a chiunque la possibilità del libero aborto, finanziando le cliniche che praticano questo gesto a spregio della vita.
L'aborto è difeso e le cliniche che lo praticano sono sostentante dalle risorse statali. Le riforme a favore della famiglia e della maternità sono praticamente assenti e le situazioni più infelici troppo spesso foriere di scelte sbagliate. “Fare figli” è oggi un lusso per pochi, un fatto privato, come assecondare un desiderio. La comunità e lo Stato ne sono estranei quasi come se la generazione non fosse un aspetto fisiologico della nostra società.
Essendo quindi la maternità una “questione per pochi”, portarla a termine nelle condizioni di disagio è problematico: nella maggior parte dei casi è proprio la povertà che spinge migliaia di donne ad abortire. Sono quindi false le voci che fanno dell'aborto un prodotto esclusivo dell'emancipazione femminile: il più delle volte le contingenze economiche pessime (mai alleviate dallo Stato) portano a decidere di porre termine preventivamente alla gravidanza.
L'aborto è una sconfitta per la nostra società. E' il fallimento di una comunità che non sa assicurare il proprio futuro: nel 2014 sono stati praticati in Italia 97.535 aborti, circa 270 al giorno, una mattanza per un Paese con il più basso tasso di ricambio generazionale. Centinaia di migliaia sono poi le vittime della “pillola del giorno dopo”. Non si contano a quanti bambini è stata negata così la vita.
Il danno non è solo per noi. Le ripercussioni peggiori le hanno le madri che devono sopportare l'aborto: le sindromi che gli aborti determinano sono devastanti psicologicamente e non riguardano solo le madri, ma anche i parenti e gli stessi operatori sanitari.
La comunità “Papa Giovanni XXIII” di Don Benzi dal 1992 affianca i poveri e gli emarginati ma anche e soprattuto le madri, offrendo servizi utili affinché queste possano desistere dalle scelte sbagliate: da venticinque anni a questa parte Don Benzi sostiene la campagna per l'obiezione fiscale all'aborto. Tuttavia la giurisprudenza italiana non riconosce ancora questa forma di disobbedienza civile.
L'articolo 415 c.p. (istigazione alla disobbedienza) definisce questa forma di obiezione come un illecito amministrativo di tipo “tributario”, con conseguenze di natura pecuniaria. La criticità è poi aggravata dagli articoli 53 (Dovere dei cittadini di pagare le tasse) e 81 (Approvazione del Bilancio dello Stato quale funzione del Parlamento) che rendono il disobbediente fiscale responsabile dei suoi atti contro lo stato (ma non contro la Legge Divina). E' necessario quindi elaborare una proposta di legge che faccia da corollario a quella già esistente sull'obiezione di coscienza. In questo modo si potrà incisivamente mostrare la propria opposizione alla legge 194 che legalizza un atto d'omicidio, senza dimenticare che l'obiettivo principale è la cancellazione di questa legge infame.

Avvenire. Non compratelo



di Francesco Filipazzi
Da un po' di tempo a questa parte, soprattutto negli ultimi mesi, il quotidiano Avvenire sta facendo infuriare sempre di più i fedeli cattolici italiani. Non si tratta più di disorientamento ma di vero e proprio sentore di tradimento. Avvenire non rappresenta più i cattolici e la svolta galantiniana ha inferto il colpo di grazia alla credibilità di quello che fu un araldo della buona battaglia.

Per capire cosa intendiamo, basta vedere cosa scrivono questi signori riguardo, ad esempio, alla Marcia Per la Vita, quando non la ignorano. Nel 2015 un vergognoso articolo parlava di "estremisti tentati dallo scisma lefebvriano" (che poi scisma non è)  in corteo, un articolo talmente patetico che trovate tranquillamente sulla spazio online di Riscossa Cristiana, gelosamente conservato. C'è poi la questione Family Day, totalmente ignorato se non per osteggiarlo (o distorcerlo il giorno successivo) nonostante sia un movimento principalmente cattolico. Un atteggiamento, quello di Avvenire, dovuto alla linea totalmente schierata a favore dell'ateismo di stato assunta recentemente da vasti settori della CEI, che di Avvenire è editore. Quando i cattolici ci sono dunque, il giornale dei vescovi non c'è. Quando si devono fare battaglie di principio, Avvenire fugge, si defila. Basti pensare alla recente figuraccia riguardo l'obiezione di coscienza sulle unioni omosessuali.Il giornale diretto da Marco Tarquinio aveva già escluso ogni forma di disobbedienza civile. Non sia mai che si metta in discussione il dio Stato. Salvo poi riceversi un bello schiaffo da Francesco, che ha indicato come sacrosanta l'obiezione di coscienza. Certo, la redazione del quotidiano ex-cattolico non si è scomposta, ma non pochi hanno notato la situazione paradossale.

D'altronde il problema sta proprio nel rapporto della stampa cattolica con lo Stato Italiano. Il quotidiano più sovvenzionato, si parla di oltre 3 milioni all'anno, è proprio Avvenire, seguito da testate minori, edite da curie e associazioni editoriali locali, che evidentemente vivono di quello. In Lombardia un giornale ultralocale che tira 16 mila copie (omettiamo il nome per rispetto di alcuni giornalisti che ci lavorano seriamente), edito da una piccola diocesi, riceve 1 milione e 200 mila euro all'anno. E' chiaro che di fronte a queste cifre, essere liberi di fronte allo Stato che dà da mangiare è difficile. Stesso discorso da fare peraltro riguardo l'8 per 1000, che è il motivo alla base di tutti i cedimenti di molti cinici vescovi italiani. Tutti pronti ad applaudire al pauperismo bergogliano, ma pur di non farsi diminuire la paghetta sono disposti ad accettare ogni tipo di porcata.

Ci chiediamo quindi fino a che punto questa cialtronata della "stampa cattolica" che cattolica non è possa andare avanti. Noi Avvenire di sicuro non lo compriamo e invitiamo a non comprarlo. La buona stampa è ben altra (ne parliamo qui).

24 maggio 2016

L'Imam di al-Azhar in Vaticano tra speranza e incertezze


di Fabio Petrucci

«Il nostro incontro è il messaggio». Con queste parole Papa Francesco ha accolto in Vaticano il Grande Imam di al-Azhar, Ahmad al-Tayyib. Il colloquio tra i due offre l'occasione più appropriata per riflettere non proprio sui rapporti tra cristianesimo ed islam, quanto piuttosto su alcune problematiche storico-politiche interne al mondo islamico sunnita, le quali costituiscono il principale fattore causale delle difficili relazioni che quest'ultimo intrattiene con i cristiani.

Al fine di comprendere l'importanza dell'incontro è però necessario iniziare tratteggiando un profilo dell'Imam al-Tayyid e dell'istituzione da lui rappresentata. Ahmad al-Tayyib ha fama di uomo colto e gentile. Come teologo e filosofo può vantare una ormai lunga carriera accademica in Egitto ed all'estero (ha studiato ed insegnato anche in prestigiosi centri del sapere europei come la Sorbona di Parigi e l'Università di Friburgo). Dopo aver ricoperto brevemente la carica di Gran Muftì d'Egitto tra il 2002 ed il 2003, al-Tayyib è stato nominato Grande Imam di al-Azhar nel 2010 dall'allora presidente Mubarak. Legato a quest'ultimo anche dall'appartenenza politica, al-Tayyib non ha fornito alcun appoggio alla rivoluzione egiziana del 2011. Per questa ragione e per via delle divergenze teologiche, l'Imam è stato fortemente criticato dai Fratelli Musulmani, dominatori della scena politica egiziana fino alla presa del potere di al-Sisi nel 2013. Quello incontrato dal papa è dunque un uomo non pienamente indipendente dal potere politico, costretto a frequenti esercizi di equilibrismo nelle complesse vicende egiziane, ma di certo lontano (ed anzi avversario) delle correnti più oltranziste dell'islam. A testimonianza di ciò, negli ultimi anni, insieme al Patriarca copto Teodoro II, al-Tayyib si è anche impegnato per migliorare le relazioni inter-religiose nel paese e per prevenire il fondamentalismo.

Come 44° Grande Imam di al-Azhar, al-Tayyib ricopre una delle cariche di maggior prestigio nel mondo islamico, da taluni considerata la più importante autorità teologico-giuridica sunnita. L'Università-Moschea al-Azhar vanta infatti una storia antica e complessa. Fu istituita nel X secolo dal condottiero Giafar il Siciliano, conquistatore d'Egitto per la dinastia sciita dei fatimidi e fondatore de Il Cairo. Da roccaforte sciita, dopo la conquista di Saladino si trasformò in una delle principali sedi della riflessione teologico-filosofica sunnita. Tale è rimasta fino ai nostri giorni e da ciò deriva l'enfasi mediatica animata da eventi quali la visita di Obama nel 2009 e l'incontro in Vaticano tra il Papa ed il Grande Imam. Come sottolineato da padre Samir Khalil Samir, gesuita e studioso dell'islam, al-Azhar è anche l'ateneo che forma ogni anno il maggior numero di imam sunniti. Di conseguenza, avendo presenti il prestigio e l'importanza di questa istituzione, l'incontro tra il Papa ed al-Tayyib è certamente una buona notizia, soprattutto in quanto rappresenta la spia di una sostanziale distensione nei rapporti tra Vaticano ed Egitto, divenuti tesi dopo l’attentato alla cattedrale copta di Alessandria nel 2011 e le conseguenti parole di Papa Benedetto XVI in difesa dei cristiani, erroneamente interpretate come espressione di una presunta “ingerenza politica”.

Tuttavia, al di là dei risvolti indubbiamente positivi dell’incontro, è necessario considerare quest’evento nella sua giusta portata. Il Grande Imam di al-Azhar è, come già detto, una personalità di notevole rilievo nel mondo sunnita, ma non ha un’autorità teologico-giuridica paragonabile a quella di un pontefice cattolico o quella politica propria dei califfi dei secoli scorsi. Non ha il potere di rendere vincolante per tutti i sunniti una data interpretazione della religione musulmana. Da quest’assenza di un potere centrale e frenante, forse, derivano molti dei problemi che attanagliano il mondo islamico, specialmente nella sua variante maggioritaria ed “ortodossa”, ossia quella sunnita. Questo stato di semi-anarchia che perdura da decenni ha indubbiamente favorito un innegabile processo di radicalizzazione politico-religiosa. Una radicalizzazione, peraltro, promossa a suon di denaro da regimi integralisti e dispotici come quello dell’Arabia Saudita, patria del wahhabismo, tra le correnti teologiche più puriste e fanatizzate sviluppatesi nel corso della storia islamica. Il verbo velenoso del fondamentalismo ha scatenato, come sappiamo, una vera e propria industria del terrore che semina il panico nelle capitali occidentali e devasta con la guerra il cuore del Medio Oriente e della stessa Civiltà, quello spazio talvolta ribattezzato “Siraq”.

Dinanzi a questa situazione l’Occidente “post-cristiano” ha numerose colpe, le quali affondano le proprie radici nell’opportunismo e nella scarsa lungimiranza dimostrata nell’ultimo secolo di politica mediorientale. Solo a titolo di esempio, l’istituzione del dominio saudita in gran parte della penisola arabica, con la presenza del peggior regime dell’intero mondo islamico  ̶  nonché della principale centrale d’emanazione del fondamentalismo in giro per il mondo  ̶  si verificò dopo la prima guerra mondiale con la compiacenza della Gran Bretagna, confinando i decisamente più moderati hashemiti nella piccola Giordania. All’approssimarsi della fine della seconda guerra mondiale, quello stesso regime saudita si assicurò la propria fortuna futura tramite il patto d’acciaio siglato con gli USA a bordo dell’incrociatore Quincy. Sono passati oltre settant’anni ed il fondamentalismo promosso dai sauditi nel corso degli ultimi decenni, spesso con il sostegno più o meno velato degli USA contro i propri avversari strategici (dall’URSS alla Serbia, dalla Libia alla Siria) è diventato un cancro che minaccia non solo l’intero spazio che dal Maghreb arriva al Sud-Est asiatico, ma il cuore stesso dell’Europa, come dimostrato dai fatti di Parigi e di Bruxelles. Dinanzi a tutto ciò, l’incontro in Vaticano tra il Papa e l’Imam è una piccola fiaccola di speranza tra l’oscurità più fitta.

L'Unione Europea: ciarlatani che temono le elezioni

di Giuliano Guzzo
A far rimanere l’Europa «col fiato sospeso» non sono l’economia stagnante, il collasso demografico di un Continente senza futuro, l’arrivo continuo di migranti fra i quali si mescolano aspiranti terroristi, no: a togliere il sonno ai vertici della tecnocrazia europea e agli innumerevoli suoi maggiordomi – da tempo – sono le elezioni, che puntualmente diventano un pericolo da esorcizzare.

Fateci caso: ieri Le Pen, oggi Hofer domani chissà; non c’è più appuntamento alle urne senza un Uomo Nero, un partito estremista, una sigla xenofoba il cui successo è bene scongiurare. Scusate, ma da che pulpito viene la predica? Sulla base di quale celeste legittimazione alcuni leader europei ed altri più o meno oscuri commissari e funzionari hanno il diritto di “preoccuparsi” delle elezioni o dei referendum che si svolgono in un determinato Paese?

L’idea, per esempio, che l’elezione Norbert Hofer avrebbe causato – come leggevo ieri su Repubblica – un «terremoto politico di imprevedibili conseguenze», fa semplicemente sorridere: l’UE ha un suo stregone? Per caso il Mago Otelma è divenuto commissario europeo, quindi le previsioni sono certificate, oppure il «terremoto conseguenze» è il solito spauracchio che puntualmente si impiega (ve lo ricordate lo spread impazzito in nome del quale fu spazzato via, in Italia, l’ultimo governo eletto dal popolo?) per terrorizzare un Paese affinché viri in una determinata direzione? Non credo occorra molto a comprendere come vi sia un’Europa – da anni – allergica al popolo derubricato alla voce populismo e ai candidati che osano proporsi come alternativi all’attuale architettura europea, sistematicamente liquidati come xenofobi, estremisti, Hitler in miniatura.

Beninteso: non sono qui a dispiacermi per la mancata elezione di un Presidente in Austria, bensì ad indignarmi per tutto un Sistema di Potere che, forte delle proprie falangi editoriali e mediatiche, entra in allarme ogniqualvolta gli elettori si recano alle urne indicando con chiarezza, alla faccia dell’autodeterminazione dei popoli, quale sia l’Uomo Nero, il candidato impresentabile, colui il cui successo innescherebbe un «terremoto politico di imprevedibili conseguenze». La prossima volta – commentava ieri il Corriere, altra testata espressione del Potere, con riferimento alle vicende austriache – il voto postale potrebbe non bastare: testuale. Non bastare? A fare cosa? A “correggere” la volontà popolare? A scongiurare il pericolo che sia il popolo a scegliersi da solo, senza che gli si venga paternalisticamente ingiunto chi non votare, i propri rappresentanti? La democrazia ora fa così schifo? Così, tanto per sapere.

Giuliano Guzzo

23 maggio 2016

Chi ha paura di Norbert Hofer?

di Alfredo Incollingo

Le ultime notizie che ci giungono sulle elezioni politiche in Austria ci parlano di un vantaggio del candidato nazionalista Norbert Hofer, leader del “Partito della Libertà”, sullo sfidante, l'ecologista Alexander Van der Bellen. La stampa europea titola le prime pagine dei principali quotidiani con toni allarmanti per il ritorno di un “nazista” al potere, per giunta in Austria, paese che vide i natali di Adolf Hitler. Per alcuni queste coincidenze non sono casuali, ma segno dei tempi: nelle crisi peggiori i partiti populisti e nazionalisti traggono la linfa necessaria per crescere e, nei casi peggiori, andare al potere. Vedremo di nuovo l'avvento del nazismo in Europa? Hofer è il nuovo Hitler? I media ne sono convinti, anche se analizzando bene le caratteristiche del personaggio possiamo ben diffidare da queste voci fuorvianti e non poco “partigiane”: demonizzare l'avversario è una strategia vecchia ed efficace.

Norbert Hofer è da molti definito l'erede spirituale di Jorg Haider, che è stato il fondatore del “Partito della Libertà” prima di uscirne nel 1998. Ha incentrato la sua campagna elettorale su un forte euroscetticismo: ha criticato le riforme economiche di Bruxelles e soprattutto il trattato di Schengen sulla libera circolazione nei confini europei. Hofer ha denunciato la cattiva gestione dell'emergenza profughi e la necessità di chiudere le frontiere europee per evitare una repentina islamizzazione. A tal proposito è uno dei principali oppositori dell'ingresso della Turchia nell'Unione Europea, contro il quale ha invocato un referendum per vagliare il parere dei cittadini comunitari. I recenti fatti del Brennero hanno non poco dato visibilità al Partito della Libertà, che si è posto in contrasto con il precedente governo che non ha saputo affrontare adeguatamente e preventivamente la recente emergenza. Hofer ha quindi dato adito al malumore degli austriaci riuscendo ad ottenere il 36,40 % delle preferenze al primo turno delle elezioni politica il 26 aprile.

Si è spesso ricordata la sua giovanile militanza nei movimenti pangermanisti, un passato che per i media pesa su Hofer ma che, come afferma il diretto interessato, è un'esperienza ormai superata. Di quel periodo rimane il suo orientamento nazionalista.
Hofer si è dichiarato espressamente liberista, ammiratore di Margaret Thatcher, non certo uno statalista come lo era Hitler. E' euroscettico, ma non nasconde di voler “rivedere” l'Europa, soprattutto dal punto di vista economico. E' quindi fra quelli che intendono l'Europa come entità culturale, più che burocratica e per questo rinnega l'Unione Europea.

Non ha nascosto la sua profonda fede cattolica nella vita pubblica, pregando e mostrando il crocifisso di legno che ha sempre con sé in tasca. Si è quindi opposto alla legge sui matrimoni gay e sulle adozioni: il programma prevede l'istituzione di fondi pubblici per la natalità e le famiglie disagiate e per tutte le fasce deboli della società. Sugli altri temi etici (in particolare aborto ed eutanasia) ha espresso lo stesso giudizio di opposizione, non mancando di biasimare la tecnocrazia di Bruxelles.
Norbert Hofer è quindi un misto di conservatorismo, nazionalismo e populismo, caratteri poco adatti ad un presunto leader nazista. Sono esagerazioni? Naturalmente sì, e fatte di proposito per gettare discredito sulla sua personalità.
Sicuramente non vedremo risorgere Hitler, ma l'ondata conservatrice che si sta abbattendo sull'Europa può mettere certamente a rischio la stabilità europea. Probabilmente è questa l'unico discorso valido su una possibile vittoria di Hofer.
E' indispensabile in ultimo non interrogarsi sulle conseguenze, ma sulle cause del riscatto del conservatorismo e capire per quale motivo in piena Europa si è giunti a questi risultati.

Aborto legale, un fallimento lungo 38 anni

di Giuliano Guzzo

Vi sono ancora, a quasi quattro decenni dall’entrata in vigore della Legge 22 maggio 1978, n. 194, valide ragioni a suffragio dell’aborto legale? Apparentemente sì. Anzi, sembrano esservene talmente tante che non esisterebbe neppure un valido argomento per opporvisi, pena accuse che spaziano dalla violazione dei diritti della donna a spietate nostalgie medievali. Tuttavia, se analizzate attentamente ed al di là della retorica si scopre come, in realtà, le tesi giustificative della depenalizzazione della pratica abortiva risultino sorprendentemente fragili quando non del tutto infondate anche se, a prima vista – occorre riconoscerlo – ben confezionate e convincenti. Passiamo allora in rassegna, al fine di poterne valutare l’effettiva consistenza, i cinque più diffusi argomenti a favore dell’aborto legale, che sono quelli dell’aborto clandestino, della salute della donna, del caso di stupro, dell’esercizio di libertà della donna e della maggioranza degli ordinamenti giuridici.

1. Per contrastare l’aborto clandestino
E’ un argomento condiviso da quasi tutti, persino da molti cattolici, ma doppiamente fallace, sotto il profilo logico e pratico. La prima criticità concerne la logica secondo cui, se esistente e ritenuto non eliminabile del tutto, un fenomeno deve essere legalizzato. Ricorrendo allo stesso, fallace ragionamento, si dovrebbe ritenere corretto legalizzare realtà esistenti e non eliminabili del tutto quale il furto, l’evasione fiscale, lo spaccio ed altro ancora: il che sarebbe assurdo. Perché dunque quello che non vale per furto, evasione ed altro dovrebbe valere per l’aborto? Tanto più che – e veniamo al lato pratico – l’aborto clandestino, dopo decenni di legalizzazione, rimane, eccome: le stesse, prudentissime (e non aggiornate) stime ministeriali alludono ad almeno di 15.000 casi l’anno. Un po’ troppi, converrete, per brindare all’avvenuta eliminazione degli aborti clandestini, a meno che non ci si rifiuti di guardare in faccia la realtà. 

2. Per la tutela della salute della donna
Tesi diffusissima, ma clamorosamente falsa: l’aborto volontario non agevola, ma mina la salute materna. Non a caso la ricerca più autorevole ha rilevato come la perdita volontaria di un figlio sia associata – per fare una rapidissima panoramica – ad una più alta incidenza di tumori al seno (Indian J of Cancer 2013), di isterectomia post-partum (Acta Obstet Gynecol Scand2011), placenta previa (Int J Gynaecol Obstet 2003), aborti spontanei (Acta Obstet Gynecol Scand 2009), depressione, abuso di sostanze (Psychiatry Clin Neurosc. 2013), mortalità materna (J of American Physicians and Surgeons 2013), suicidi (Scand J Public Health, 2015). Lo stesso divieto di aborto non comporta maggiore mortalità materna (PLoS ONE 2012): in Irlanda, con detto divieto, si è registrata una bassissima di mortalità materna, addirittura la più bassa al mondo nel 2005 e la terza più bassa nel 2008. L’incubo delle mammane, dati alla mano, è dunque più incubo che realtà. 

3. Per non costringere donne stuprate a partorire
E’ il classico “caso limite” col quale l’abortismo ammutolisce quanti osano discuterne i presupposti. Trattasi però, ancora una volta, di argomento debole. Per ragioni etiche e statistiche. Partendo dalle prime, se la soppressione deliberata di un essere umano è ritenuta intrinsecamente ingiusta e malvagia, giammai si può derogare a questo principio senza comprometterlo; se, cioè, si ritiene l’aborto giustificabile “a certe condizioni”, si finisce inevitabilmente – per via della slippery slope o teoria della china scivolosa – per giustificarlo a “tutte le condizioni”. In seconda battuta, la debolezza di questo argomento emerge dai numeri: la percentuale delle donne che abortiscono a causa di uno stupro è infinitesimale – l’1% –,come appurato anche dal Guttmacher Institute, punta di diamante della lobby abortista americana (Perspect on Sexual and Reprod H.; 2005). Questo significa che chi evoca l’ipotesi dello stupro per giustificare l’aborto legale non fa altro che evitare di confrontarsi col cuore del problema, che è l’intangibilità della vita umana. 

4. Per tutelare la libertà della donna
La libertà è valore inviolabile: vero. Il punto è che la donna incinta non ha in grembo un ammasso di cellule, un fungo o un cucciolo di specie aliena bensì un essere umano. Il figlio concepito e non ancora nato è infatti persona a tutti gli effetti: ha un Dna unico ed irripetibile, già alla 6° settimana di gravidanza assistiamo alla formazione degli organi (polmoni, fegato, pancreas, tiroide, cuore che pulsa fino a 150 battiti al minuto, cervello distinto in tre differenti regioni) e, prima di nascere, sperimenta il dolore (Semin Perinatol.2007), risponde a stimolazioni esterne (Arch Dis Child.1994), intrattiene una vita relazionale (Neuroendocr. Lett.2001) e prima di nascere memorizza, fra le tante, proprio la voce di sua madre (Acta Paediatr.2013). Circoscrivere l’aborto alla libertà individuale, dunque, è del tutto sbagliato. E comunque resta un dubbio: sicuri che una donna compiutamente informata dell’umanità del feto, degli effetti sulla propria salute dell’aborto e, soprattutto, messa dinnanzi a sostegni (non solo materiali) ed alternative (parto in anonimato), abortirebbe? 

5. Perché tantissimi Stati lo prevedono
In effetti, spulciando gli ordinamenti giuridici vigenti, si scopre che è così. Ma la giustizia, fino a prova contraria, non è necessariamente assicurata dalla maggioranza. Può quindi capitare – e spesso è capitato – che la maggioranza abbia torto, anche se si tratta dalla maggioranza degli Stati considerati avanzati. Un esempio storico è quello del commercio degli schiavi, pratica messa al bando per la prima volta nel 960 dalla Repubblica Serenissima di Venezia nel 960. Ebbene, se Pietro IV Candiano si fosse fatto intimidire o avesse preso a modello gli ordinamenti giuridici degli altri Stati, non avrebbe mai dato il buon esempio riunendo l’assemblea popolare e facendo approvare una legge che, per la prima volta nella storia, inaugurava il filone normativo anti-schiavista.
Anzi, c’è da scommettere che più di qualcuno avrà ritenuto la decisione del Doge bizzarra, ingiusta o pericolosa. Allo stesso modo, chi osa criticare l’aborto legale, oggi, viene bersagliato da critiche di ogni tipo. Ma non ha affatto torto, proprio come non l’aveva, quella volta, Pietro IV Candiano. Si tratta di avere il coraggio – in Italia e non solo – di remare controcorrente, esercizio faticoso ma, quando la meta si chiama Giustizia, irrinunciabile. Chiaramente per trovare la forza di condurre una battaglia tanto controcorrente, oggi, occorre avere la forza – non comune a tutti – di ammettere cosa sia l’aborto di Stato, vale a dire uno scandalo che ieri inquietava anche intellettuali non cattolici e tutto fuorché estremisti di destra come Pier Paolo Pasolini (1922–1975), che scriveva: «Sono traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio».

https://giulianoguzzo.com/2016/05/22/aborto-legale-un-fallimento-lungo-38-anni/

21 maggio 2016

La dittatura del Partito Radicale di Massa


di Giuliano Guzzo
Il coro pressoché unanime seguito alla morte di Marco Pannella, non ancora sepolto e già risorto nelle celebrative e nostalgiche parole di politici, giornalisti e – addolora dirlo – persino sacerdoti ed alti prelati, è qualcosa di troppo vasto e imbarazzante, per impedire a chiunque di cogliere che si sta celebrando la nascita di un nuovo, travolgente soggetto politico: il PRM, il Partito Radicale di Massa. Previsto con enorme anticipo, su tutti, dal grande Augusto Del Noce (1910–1989) nel suo Il suicidio della rivoluzione (1978) – in cui spiegava che «l’esito dell’eurocomunismo» non avrebbe potuto «essere che quello di trasformare il comunismo in una componente della società borghese ormai completamente sconsacrata» -, il PRM non è solo un soggetto politico nuovo ma del tutto monopolizzante, che oltre a superare sta annientando quel che resta di Destra e Sinistra inglobandole sotto le insegne del Pensiero Unico.
Dell’esistenza di questo Partito – esistenza oggi constatabile sulla base di tantissimi elementi, primo fra tutti l’impressionante prossimità che, a livello parlamentare, le forze politiche fanno registrare sui temi etici, sui quali le divisioni sono, salvo rarissimi casi, pura finzione – si vociferava da tempo, ma il decesso del suo italico profeta è stata l’occasione della fondazione ufficiale. Del resto, solo con una morte poteva esordire un Partito che di morte odora lontano un miglio, radunando tutti i favorevoli all’aborto di Stato, alla fecondazione extracorporea, alla legalizzazione delle cosiddette droghe leggere nonché – per restare in tema – alla “dolce morte”, appunto. Ma la forza di questo nuovo soggetto non nasce solo dal numero dei suoi adepti, ma anche dal quello delle sue sedi territoriali. Quante sono? Quanti sono i suoi adepti.
Il PRM, infatti, è completo sia di una dimensione religiosa individualistica – condensata nel culto, come osserva il filosofo Marcello Veneziani, alla divinità cinica ed egoista di Kazzimiei – sia di un potere talmente esteso da non temere alcuna competizione elettorale. Del resto, che bisogno dovrebbe avere di elettori, un Partito che vanta già sudditi? Perché dovrebbe preoccuparsi del consenso, un Partito che controlla già coscienze omologandole su tutti i temi antropologicamente decisivi? Per quale ragione affannarsi a raccogliere iscrizioni quando si hanno già milioni di adesioni inconsapevoli e volontarie al tempo stesso? Il PRM non segue i sondaggi, non teme le urne, né i referendum costituzionali. Solo di una cosa ha enorme paura: della Verità, intesa come svelamento di tutte le menzogne sulle quali un’antropologia individualistica si sostiene propagando il verbo di Kazzimiei.
La forza della Verità – senza dubbio irresistibile – non deve però far credere che il PRM sia a rischio di sconfitta né, tanto meno, di scioglimento dato che il suo radicamento, oggi, è persino superiore alle previsioni di Del Noce, che probabilmente non immaginava un arruolamento massiccio, nel Partito, anche di uomini di Chiesa. Inoltre, la Verità – a differenza delle menzogne – abbisogna di testimoni, di gente disposta a perderci; ma la gente disposta a perderci per la Verità è oggi molta meno, purtroppo, di quella disposta a perdersi per il Partito. Viene così facile pronosticare, almeno nel breve termine, una ulteriore espansione di questa entità omologante, che seguiterà  orwellianamente a collezionare nuove reclute quasi agli stessi ritmi con cui colleziona errori. Tanto, il solo scopo che si prefigge è il Caos, lo svuotamento etico foderato di filantropia.
Non sentirete infatti mai esplicite parole d’odio o di rabbia da parte di uomini del Partito, non perché odio e rabbia oggi siano scomparsi – tutt’altro , ma perché i sentimenti forti, qualunque essi siano, rischiano di rianimare l’elettroencefalogramma di una massa che deve essere anestetizzata, che non deve più vivere ma vegetare. Il PRM propone così una solidarietà al ribasso, uno stare insieme che sia coesistenza senza essere fratellanza, convivenza senza essere comunione, tutti insieme eppur tutti soli, senza radici né in Cielo né in terra: non in terra per non ricordarsi di avere una memoria da coltivare, non in Cielo per non sognarsi un futuro da costruire. Purtroppo per il PRM, però, l’uomo ha desideri più grandi delle sue minime necessità e, per quanto il Pensiero Unico prosperi come prospera oggi, ci saranno sempre alcuni con nostalgia di Verità, di cose grandi e pure. Una nostalgia destinata, un domani, ad incenerire il PRM, che finirà nel Nulla per cui si è sempre battuto.

20 maggio 2016

Trump incontra Kissinger: se il tycoon rompe il tabù neocon


di Alessandro Rico

Mentre i media naufragati nel politicamente corretto discutono animatamente del «sessismo» di Donald Trump, la vera notizia è che il candidato alle primarie repubblicane, che ha ormai scalzato tutti i suoi rivali per la nomination alle presidenziali 2016, questo mercoledì ha incontrato Henry Kissinger. Lo scopo è definire una piattaforma di politica estera più dettagliata e coerente rispetto alle scompigliate dichiarazioni a effetto che Trump ha lanciato negli ultimi mesi: le tirate contro la Cina, il muro con il Messico, le restrizioni sull’immigrazione, l’ammirazione per Putin e, last but non least, l’intenzione di incontrare il leader della Corea del Nord Kim Yong-un. Insomma, il tycoon newyorkese sembra voler infrangere anche l’ultimo tabù dell’establishment repubblicano, che negli ultimi anni (peraltro senza troppa soluzione di continuità con le amministrazioni democratiche), in politica estera aveva sposato l’agenda neocon.
Non è un caso che, nel febbraio di quest’anno, uno dei maggiori esponenti della frangia neoconservatrice nella teoria delle relazioni internazionali, Robert Kagan, abbia pubblicamente espresso il proprio sostegno a Hillary Clinton. L’apparentemente strana alleanza tra un neocon e la candidata democratica alla Casa Bianca ha una ragion d’essere storica e una politica.
Quanto alla ragione storica, ci si ricordi che i neoconservatori erano stati, in origine, membri del Partito Democratico. Cominciarono a distaccarsene in polemica con la New Left, che appoggiava il New Deal del Presidente Franklin D. Roosevelt ed era quindi accusata di filocomunismo. La spaccatura si consumò definitivamente negli anni Sessanta-Settanta, quando prima il leader socialista Michael Harrington e poi il «padrino» del movimento, Irving Kristol, coniarono l’etichetta di «neoconservatorismo». Per di più, nel 1972 Robert L. Bartley scrisse chiaramente che i neoconservatori avrebbero rappresentato «qualcosa come un gruppo oscillante tra i due maggiori partiti». Nel giro di pochi anni, quindi, essi entrarono a far parte di amministrazioni repubblicane, come quella di Nixon e quella di Reagan: Jean Kirkpatrick, ad esempio, fu negli anni Ottanta ambasciatrice statunitense presso le Nazioni Unite e la sua dottrina di politica estera ispirò l’atteggiamento asimmetrico di Reagan nei confronti delle dittature nere (considerate non ostili e recuperabili) e di quelle rosse (considerate invece una minaccia alla sicurezza americana). 
I neoconservatori erano mossi soprattutto da una profonda convinzione nella superiorità etica del sistema di valori liberaldemocratici, sul quale gli Stati Uniti si fondavano. Per questo non potevano accettare l’approccio realista di Kissinger: l’America doveva nutrire l’ambizione di diventare l’unica superpotenza del mondo ed era destinata, in virtù della sua intrinseca moralità, a sbaragliare l’avversario sovietico.
Come consigliere delle amministrazioni di Richard Nixon e Gerald Ford, Kissinger si trovò a gestire una situazione di grave difficoltà per gli USA nel quadro della Guerra Fredda. Il suo operato mirava a cristallizzare un equilibrio di potenze, allora dotate di forza sostanzialmente equipollente, anche con il ricorso alla tecnica del divide et impera (ad esempio, avviando relazioni diplomatiche con la Cina, che era entrata in rotta di collisione con l’Unione Sovietica). La tesi di Kissinger, che concluse con la necessaria spregiudicatezza la tragica avventura del Vietnam, era che alla deterrenza nucleare reciproca dovesse subentrare un infaticabile lavorio diplomatico, che limitasse i conflitti locali e congelasse lo status quo. Agli occhi dei neoconservatori ciò equivaleva a scendere a patti con un nemico non contingente, ma escatologico. Con il senno di poi, la strategia aggressiva che gli USA adottarono nel decennio successivo si rivelò vincente, ma negli anni Settanta sarebbe stato difficile prevedere l’implosione del sistema sovietico, anche a causa della crisi petrolifera e della stagflazione, che misero in ginocchio le economie occidentali.
D’altra parte, se è vero che i neoconservatori vengono da sinistra, è vero pure che la Clinton viene da destra: cresciuta in una famiglia conservatrice, fece campagna elettorale per Barry Goldwater (quello che introdusse l’aggettivo conservative per qualificare i repubblicani). A metà degli anni Sessanta, specialmente sulla scia del movimento per i diritti civili dei neri, iniziò a spostarsi sul fronte liberal. Veniamo così alle ragioni politiche per cui un neocon come Kagan e una democratica come la Clinton possono plausibilmente convergere.
È ovvio che la partita oggi si gioca sul Medio Oriente. E la Clinton è la capofila dei falchi che hanno convinto un riluttante Obama a impegnarsi sul fronte delle primavere arabe, in Siria e soprattutto in Libia. Inoltre, la Clinton è sicuramente la candidata più affidabile per chi abbia a cuore il sostegno incondizionato a Israele (non dimentichiamo che molti neoconsevatori si formarono alla scuola del filosofo e teorico politico ebreo Leo Strauss, quello che aveva accusato il liberalismo di non aver saputo opporre resistenza al nazismo e all’orrore dell’Olocausto, a causa del suo relativismo arrendevole).
Certo, come spiega il Washington Post, l’incontro con Kissinger è già stato una passerella pre-elettorale di diversi candidati repubblicani. C’è da scommettere, però, che Trump, dopo aver demolito tutti i luoghi comuni sulla destra americana, voglia tagliare corto anche con l’imperialismo dissennato che ha alimentato la Guerra in Iraq di Bush e che in fondo caratterizza pure i progetti della Clinton. Nell’attuale fase storica, sarebbe più che auspicabile un Presidente il quale, con un sano approccio realista, riallacci i rapporti con la Russia, ridimensioni l’interventismo americano, rompa con la retorica speciosa dei diritti umani e con le guerre di destabilizzazione, che hanno inferto parecchi danni anche ai Paesi affacciati sul Mediterraneo.
Continueremo ad aggiornarvi. Per chi preferisce discettare di sessismo, tanto, ci sono sempre Repubblica e Corriere.

Abbé Barthe: In periodi di confusione ci guida il Sensus Fidelium

L'Abbé Claude Barthe è un importante sacerdote e teologo francese. Abbiamo scelto di consultarlo riguardo il ruolo dei laici nella Chiesa del 2016, una questione molto spinosa, in un periodo di disorientamento generale come questo. Ringraziamo gli amici del CNSP. (Per l'occasione è scaricabile il pdf con intervista in italiano e francese)



D: In questo periodo di confusione, i laici come si devono comportare? Chi non si adegua al "nuovo ordine" come può rimanere coerente?

R: La sua domanda presuppone che ci sia un "nuovo ordine", diciamo un disordine, in seno alla comunità ecclesiale. Lo credo anch’io. Lo si può definire, almeno di primo acchito, lo "spirito del Concilio", espressione meravigliosamente vaga, ma che definisce un tentativo molto concreto di assalto al cattolicesimo da parte della modernità, toccando la dottrina, la morale e il culto divino. Questo attacco non ha potuto che svilupparsi solo in ragione di una sorta di dismissione dell'autorità. E' la versione cattolica della famosa crisi della paternità del 1968. Si è voluto vedere il 1968 come un'applicazione della "uccisione del padre" che, secondo Freud, sta all’origine della società, ma che, in realtà, è stato un suicidio dei padri, o in tutti i casi una dismissione del ruolo paterno nella famiglia, nella società e nella Chiesa.

Di colpo i figli si ritrovano abbandonati ampiamente a loro stessi. Devono per forza di cose lasciarsi guidare dal "sensus fidelium", che i teologi chiamano "l'infallibilità passiva" (la Chiesa non può cadere in errore nel credere). Per ogni credente, il "sensus fidei" è un istinto, un “fiuto”, che accompagna la virtù della fede. Porta il fedele a credere a ciò che gli insegna la Chiesa, ma anche a continuare a vivere della sua fede e a continuare a determinarsi in funzione di essa, per naturale sviluppo di ciò che gli è stato già insegnato, anche quando smette di essere insegnato. Ovviamente, non si deve cadere nell'individualismo protestantizzante: solo il Magistero può determinare definitivamente se il fedele che si è fatto guidare dalla bussola dell'istinto della fede, ha reagito correttamente.

I fedeli di Lione illuminavano le loro case durante la festa dell'Immacolata Concezione, proprio mentre l'Immacolata Concezione della Vergine era oggetto di vivaci polemiche. La proclamazione del dogma, nel 1854, ha dato loro ragione. Possiamo parlare di intervento dell'istinto della fede anche per la sopravvivenza della Messa tradizionale dopo il 1969, sopravvivenza che è stata ampiamente dovuta ai fedeli laici. Il Summorum Pontificum ha confermato, quarant'anni più tardi, la fondatezza dell'atteggiamento di coloro che hanno continuato a celebrarla o ad assistervi.


D: Così come, con il Summorum Pontificum, i laici sono stati il motore del recupero della Messa Tradizionale, potranno anche essere il motore del recupero della Tradizione nella Chiesa?

R: I laici hanno avuto questo ruolo di motore, per esempio nell'insegnamento del catechismo tradizionale, che hanno continuato a insegnare e a fare insegnare ai loro figli, al posto dei nuovi catechismi, che avevano invaso le parrocchie e le scuole dalla fine degli anni 60.

Oggi constatiamo che la maggior parte dei bambini ha ricevuto un insegnamento vago, talvolta eterodosso, per la maggior parte del tempo insufficiente. Suppongo che sia stato lo stesso in Italia, dal momento che ho sentito un anziano vescovo ausiliario di Roma raccontare, durante un incontro sacerdotale, che aveva incontrato dei bambini di scuole cattoliche della periferia della città, che non sapevano le preghiere più semplici né farsi il segno della croce. E' per questo che, nella realtà che conosco meglio, quella francese, dei genitori cattolici si sono organizzati, aiutati da sacerdoti, associazioni, scuole private, per assicurare una continuità nell’insegnamento del catechismo.

Durante una conversazione che ho avuto con il cardinale Ratzinger nel 1995, mi disse: "Pensa che la pubblicazione del Catechismo della Chiesa cattolica sarebbe stata possibile 20 anni fa nel 1965?". Io gli risposi che era proprio questo il problema: un concilio dopo il quale non si potevano più pubblicare catechismi. E lui sospirando: "E' vero, la Chiesa è stata ferita". Anche ammettendo che il Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 abbia risolto tutte le difficoltà, è arrivato dopo una "vacatio catechismi" di quasi trent'anni, che di fatto dura ancora. In tutti i casi, la sua comparsa ha dato ragione ai genitori che avevano continuato a trasmettere il catechismo tradizionale. 

Nell'ambito della morale familiare, dopo il Vaticano II, si è discusso della questione della regolazione delle nascite come di una questione aperta. Paolo VI è intervenuto per riservarsi di definirla, e l'ha fatta studiare da una commissione ad hoc. Così è stata data l'impressione, fino all'Humanae Vitae, nel 1968, che si potesse agire liberamente in questo ambito. Durante quel periodo, l'istinto della fede degli sposi ha dovuto allora agganciarsi ai principi formulati in precedenza dall'enciclica di Pio XI "Casti Connubii" e dai discorsi di Pio XII. E oggi ancora, l'Humanae Vitae è così mal difesa dalla gerarchia, che i fedeli agiscono più per l'istinto della fede che sotto la sua guida.

Allo stesso modo, anche le due assemblee consecutive dei Sinodi dei Vescovi sulla famiglia hanno aperto un “dibattito” artificioso a proposito della dottrina evangelica dell'indissolubilità del matrimonio e delle sue conseguenze morali e sacramentali. L'esortazione apostolica Amoris Laetitia, ha poi spiegato che il dibattito era sempre aperto, e ha in qualche modo ammesso delle eccezioni pratiche alla legge evangelica in questo ambito. Ciò obbliga i fedeli laici (e i poveri confessori!) ad aggrapparsi in virtù del loro senso della fede al magistero precedente.

D: Il Concilio Vaticano II invoca un maggiore ruolo dei laici. Perché allora al posto di ascoltarli, le gerarchie portano avanti solo le rivendicazioni di prelati ottuagenari?

R: Sa, l'età importa poco. Ci sono dei giovani eretici e dei vecchi ortodossi. Ma è vero che nell'episodio evangelico della donna adultera, i vecchi sembravano aver più peccati da rimproverarsi rispetto ai giovani... E' vero anche che i membri di quelle che chiamiamo "le forze vive" del cattolicesimo oggi in occidente, le comunità religiose tradizionali, le nuove comunità, le associazioni studentesche, le organizzazioni per la difesa della vita, i movimenti apostolici di tutti gli ordini, hanno un'età media molto giovane.

Incontestabilmente, ciò che il Vaticano II ha detto riguardo la promozione dei laici, per esempio nel decreto Apostolicam Actuositatem, non è stato capito. O piuttosto, i laici che sono stati promossi nei consigli parrocchiali, nelle riviste cattoliche ufficiali ecc, sono laici in linea con "lo spirito del Concilio". Sono quelli che ritroviamo nei gruppi liturgici, che intervengono nelle cerimonie, distribuiscono la comunione, presiedono e predicano (almeno in Francia) durante le sepolture. In realtà, è stata fabbricata una sorta di "laicato clericale", un "clero bis".

Oggi ci parlano di diaconesse... Ma dagli anni 90 in Francia si discute della possibilità che avrebbero i cappellani non preti negli ospedali (spesso donne), di amministrare l'unzione degli infermi e la confessione. Al contrario, quando dei laici chiedono la Messa tradizionale, si organizzano per farla celebrare, vengono disprezzati e si silurano le loro rivendicazioni: questi laici non sono nello "spirito del Concilio". In verità, dal Vaticano II, la Chiesa non è mai stata così clericale.

D: Il silenzio di molti "buoni pastori" in questo periodo come può essere letto da chi si aspetta delle risposte proprio da loro?

R: Lei allude, immagino, alla situazione presente, successiva ad Amoris Laetitia. Durante il periodo, molto agitato, successivo al Vaticano II, il potere gerarchico era moderato - Papa Montini - ma il potere culturale era in mano ai progressisti. Poi è arrivato un periodo che è stato chiamato di "Restaurazione", utilizzando un termine del Rapporto sulla fede, del 1984-85, l'epoca dei papi Wojtyla e Ratzinger: l’impulso romano, pur lasciano grandi interrogativi - le giornate di Assisi per esempio - ha favorito un "ritorno" anti-68.

La disastrosa abdicazione di Benedetto XVI e l'elezione di Papa Francesco, nel 2013, hanno di nuovo cambiato le carte in tavola. I fedeli, i preti che erano indicati come ratzingeriani, si sono ritrovati orfani. Ma anche i vescovi e i cardinali. Come membri della Chiesa docente, hanno ora un ruolo decisivo da giocare per venire in aiuto alle pecorelle e per preparare l'avvenire.

Guardi la risonanza che hanno avuto, durante le assemblee sinodali del 2014 e 2015, i libri dei cardinali Brandmuller, Burke, Caffarra, De Paolis, Muller, "Permanere nella verità di Cristo" e "Matrimonio e famiglia". Parole identiche oggi, dopo Amoris Laetitia, avranno una ripercussione notevole, per sostenere la fede dei fedeli in una congiuntura in cui la Chiesa è sempre più sommersa da una marea mondana.

D: I laici devono quindi supplire alle mancanze dottrinali dei pastori?

R: Come le dicevo, l'istinto della fede aiuta i fedeli di Cristo ogni volta che gli insegnamenti del magistero non indicano più loro con chiarezza cosa devono credere e cosa devono fare. Nel 1790 si presentò ai preti francesi il dilemma di prestare o no giuramento alla Costituzione Civile del clero. Pio VI ha atteso un anno prima di parlare. Durante questo tempo, quelli che non giuravano si regolarono da soli, secondo il loro sensus fidei.

I numerosi rifiuti di prestare giuramento hanno stimolato l'intervento del Papa: il breve Quod aliquantum, il 10 marzo 1791, ha condannato la Costituzione Civile del clero e i giuramenti a quella costituzione. Nel 1892, più grave del silenzio, sono state invece le parole di Leone XIII che ha seminato sconcerto fra i cattolici francesi, domandando loro di allinearsi alla democrazia moderna, concretamente alla terza repubblica anticlericale (Inter Sollicitudines). Molti laici hanno resistito, in nome della condanna del "nuovo diritto", da parte del Papa stesso, nella Immortale Dei. E la "Lettre sur le Sillon" di San Pio X, nel 1910, ha condannato la modernità politica di Marc Sangnier. Di conseguenza, il senso della fede, allorquando deve esercitarsi come oggi, lo fa, in definitiva, nell'attesa di una parola futura del magistero. 

Il suo esercizio può essere paragonato a un movimento di legittima difesa, per preservarsi o preservare il proprio prossimo dalla violenza, quando l'autorità pubblica non può o non vuole intervenire. I laici dei nostri giorni, sono spesso in stato di legittima difesa, liturgica, dottrinale, morale. Ma non si tratta per niente di rimpiazzare il magistero. Al contrario, questa azione di supplenza concreta rappresenta una domanda insistente dell’intervento del magistero, del magistero come tale, il magistero infallibile affidato a Pietro e ai suoi successori perché le porte degli inferi non prevalgano mai sulla Chiesa.

19 maggio 2016

Marco Pannella, una vita contro la Vita. Ora riposa in pace.


di Francesco Filipazzi

Marco Pannella è morto poco fa, dopo aver lottato contro due tumori. La stampa è già in procinto di santificarlo e non è detto che qualcun altro possa prendere la proposta sul serio (anche in Vaticano). Da cattolici, non possiamo fare altro che sperare che si sia convertito in punto di morte, e pregare che Dio lo accolga al suo cospetto.

Il suo impegno per i “diritti civili”, a parte quello per le condizioni nelle carceri, ha contribuito a creare gravi ferite nella società italiana, poiché le sue battaglie sono traducibili in droga, divorzio, aborto ed eutanasia, ma noi vogliamo sottolineare che non si può certo addossare tutta la colpa di ciò che è accaduto negli ultimi 50 anni ad un uomo solo. E’ vero, Pannella ha condotto molte battaglie, ma in Parlamento non c’era, o aveva un peso irrisorio.

Per questo, pensiamo che nonostante tutto, nonostante si sia battuto a favore di tutto ciò contro cui noi ci battiamo, il leader radicale almeno è stato coerente, mentre dietro di lui si sono trincerati molti incoerenti, traditori e infami. Per questo, la morte di Pannella può essere un buon motivo per ricordare che mentre lui si batteva per certe “conquiste”, altri lo hanno usato come testa di ponte, si pensi a vasti settori della Democrazia Cristiana, mentre altri ancora - soprattutto negli ultimi anni - hanno deciso di abbandonare la battaglia a favore della vita, preferendo accomodarsi sull’ideologia pannelliana, che ormai è diventata ideologia di riferimento, nell’Italia del 2016.

Ma la colpa, diciamo noi, è di chi vince la battaglia o di chi, senza valide motivazioni, per starsene tranquillo, rinuncia a combattere? La colpa che in Italia vengano praticati milioni di aborti è colpa di Pannella o di chi li pratica? Il divorzio non è forse stato in qualche modo approvato anche da chi diceva di stare dalla parte della famiglia? E la Chiesa oggi dov'è?

Facile, diciamo noi, dare tutte le colpe ad un uomo solo. E’ vero, ha vissuto tutta la sua vita a battersi contro la vita, ma la colpa, signori miei, è collettiva. Nell’Italia del 2016 ben pochi possono dirsi innocenti. La foglia di fico che si chiamava Pannella è caduta ed oggi tutta la nazione, sempre più dannata, è nuda davanti a Dio con i suoi orribili peccati.

"Verità verità? Senza dissiplina vita è dura"

AMICUS CERTUS IN RE INCERTA CERNITUR
(OVVERO L’AMICIZIA È UN MASCHIO O È PIU’ FACILE GETTARE IL CUORE IN UN GINEPRAIO )

«Verità verità? Senza dissiplina vita è dura».
(Vujadin Boskov)

di Matteo Donadoni

Hanno tentato per 37 anni di farmi capire che l’amicizia fra un uomo e una donna esiste. Intendendo per uomo un maschio. Chiaro? Ho sempre, sempre negato. Sempre. Esistono le mamme, le fidanzate, le mogli e le vedove. Se voglio uscire per una birra chiamerò sempre un maschio. Cioè un amico. Se è pur vero che, in linea strettamente teorica, in metafisica il simile va col simile, come la cornacchia va con la cornacchia, le donne non sono cornacchie, ed in ogni caso il problema con le donne credo sia sempre questione anche di fisica. Lo ha capito la bambina della Lufthansa, ma l’avevo capito anch’io, figlio romanista di un ex-dipendente Alitalia laziale. Tanto più che in fisica, come dice anche Eraclito, gli opposti si attraggono. E qui mi viene in soccorso, fuor di metafora, Aristotele riportando un frammento di Euripide: «la terra inaridita ama la pioggia, e il venerando cielo, pregno di pioggia, ama cadere sulla terra».

Quindi?

Circola un simpatico video su WhatsApp nel quale si può vedere un vecchietto tedesco cui viene sottoposta la domanda: «Con chi preferirebbe trascorrere il suo finesettimana?» L’intervistatrice in bella forma di cortesia sembra iniziare un elenco a risposte chiuse: A: «Mit Ihre Frau» e subito l’Oppa (il nonnetto) risponde energicamente interrompendola BBBBBB!!!

Questo per dire che, ogni tanto, in genere su pressione della mia dolce altra-metà-del-cielo, anche io devo falciare (e, anche se una volta ho usato la falce per mietere grano, i miei sacri avi mi perdonino il termine) il prato. Come stamane. Nel frattempo in genere trovo anche il modo di bisticciare simpaticamente con la vicina di casa, una signora di Comunione e Liberazione, catechista al paese, e col marito evidentemente del Partito Radicale (non sta nella pelle di veder sposati due uomini da una sacerdotessa), riguardo l’ordinazione delle diaconesse perché i preti sono pochi. Ma come? Gli apostoli non erano forse solo 12? E devo dire che la cosa è un elemento a rinforzo delle mie incessanti e insostenibili riflessioni, comprese quelle ad alta voce, sulla Chiesa e sul Matrimonio, su quanto ne rimane e su quale sia la verità – un uomo onesto intellettualmente ogni tanto, almeno ogni dieci anni, dovrebbe interrogarsi per rendersi conto di essere o meno nel vero, perché a tutti può capitare di ingannarsi, soprattutto sulle cose importanti –. Una mia cara amica (lei non sa di esserlo), che qui solo per comodità chiameremo col bel nome romano di Claudia, mi ha detto una volta davanti ad un orribile caffè: «Verità… cos’è la verità? la verità è un’opinione».

Non ho sbraitato come un molosso idrofobo per paura di sfrisare con i decibel del mio egocentrismo vocalizzato il suo tenero viso di fanciulla. Non ne abbiamo più riparlato. E non a causa di cosa sia la verità, ma proprio a causa della Verità in sé. Perché sbaglia Confucio nel dire che «Niente è più visibile di ciò che è nascosto», la verità, in greco aletheia è la cosa più visibile e luminosa in assoluto. Per i cattolici è Cristo stesso. A volte, semplicemente, un cartello che non vedi finché con ci sbatti la testa, ma questa non è altro che una questione di rozza e cruda cronaca locale, anzi, personale. D’altra parte avevo un solo cuore da perdere e, ad esser sinceri, non ricordo neanche bene dove l’ho messo.

Lo ammetto leggero come un volo di rondine, Afrodite tessitrice d’inganni, sa celare una tigre siberiana dentro una gatta o, come dice Omero, «è la seduzione che ruba il senno anche ai saggi» (Iliade XIV, 217). Figuriamoci ai poveri pirla. Di quelli che vengono smentiti dallo stesso filosofo utilizzato per sostenere le proprie tesi: «si dice, invece, che bisogna volere il bene per l’amico per lui stesso. Ma quelli che così vogliono il bene degli altri si chiamano benevoli, anche se non vengono da quegli altri ricambiati: la benevolenza è, infatti, amicizia solo quando è reciproca. […] Bisogna dunque, per essere amici, essere benevoli gli uni verso gli altri e non nascondere di voler il bene l’uno dell’altro» (Etica Nicomachea VIII, 1155b – 1556a).

Quindi adesso arriva la massima. Le opinioni sono come i dolori: ognuno ha i suoi. Solo la Verità è sempre uguale, immutata, immutabile per tutti, in ogni tempo e sotto lo stesso aspetto. Lo affermo non perché io detenga la saggezza che, come dice lo Stagirita, di per sé «è imperativa, perché il suo fine è quello di determinare ciò che si deve o non si deve fare» (Et. Nic. VI, 1143b 5), ma solo per quel minimo di giudizio che spero mi sia rimasto e, più che altro, sulla scorta di San Paolo. Quanto a me, uomo, non sono certo un eroe di virtù, né l’Ettore che lo stesso Omero definì «… non pareva figlio di un uomo mortale, ma figlio di un dio» (Iliade XXIV, 258), né tantomeno il Pelide Achille.

Ma tornando ad Aristotele, ma anche al benzinaio, con rispetto parlando, «l’amicizia è necessaria alla vita. Infatti senza amici nessuno sceglierebbe di vivere, anche se possedesse tutti gli altri beni» (Ibidem, VIII 1155a), eppure non considera l’amicizia fra uomo e donna. Sembrerà ovvio a molti. Già l’amicizia è rara… però dice anche una cosa che è certamente anche valida nei confronti del gentil sesso: «secondo il proverbio non è possibile conoscersi reciprocamente finché non si è consumata insieme la quantità di sale di cui parla appunto il proverbio <a casa mia fa un chilo>. Per conseguenza non è possibile accogliersi come amici, né essere amici, prima che ciascuno si sia manifestato all’altro degno di essere amato e prima che ciascuno abbia ottenuto la confidenza dell’altro» (1156b).

Argomento spinoso. Praticamente un ginepraio. Ne sapevano qualcosa anche gli Ebrei: nell’Antico Testamento “uomo” si dice איש (ish), donna אישה (isha) e quando si incontrano, se non stanno più che attenti (secondo la Legge che Dio diede a Mosè), finiscono per consumarsi entrambi in un termine simile: אש (esh – mi scuso perché non ho trovato i vocaboli vocalizzati, ma sono di facile lettura) ovvero “fuoco”, e buonanotte al matrimonio, all’adulterio e tutta la baracca.

Dunque, c’è chi, come me, lo ha sempre risolto semplicemente con un laconico, olimpico, No. Punto. D’altro canto c’è qualcuno molto più autorevole di me che risolve un po’ tutto, soprattutto questioni di vitale e soprannaturale importanza, anche con maggiore superficialità. Riportando Sandro Magister per quanto già fatto ben notare su questo sito: «Rimettendo in discussione ciò che prima di lui appariva definitivo ha aperto un processo che dà pari cittadinanza alle opinioni più inconciliabili, e quindi anche ai riformisti più accesi. L'esempio forse insuperato di questa sua invenzione Bergoglio l'ha dato lo scorso febbraio, quando è andato in visita alla chiesa luterana di Roma (...). Una protestante sposata con un cattolico gli chiese se poteva fare anche lei la comunione, assieme al marito. E lui le rispose con una tale girandola di sì, no e non so da non lasciar capire, alla fine, quale conclusione trarre, se non questa: "È un problema a cui ognuno deve rispondere"». Tutto ciò al netto, ad esempio, dell’ordine perentorio ricevuto dal mio amico e fratello padre Ephrem Hanna, monaco siriano esule in Svezia, da parte del proprio patriarca circa non l’avere assolutamente nulla a che fare, in parole e opere, con la vescovessa (si dice?) luterana del luogo, la quale ha pensato bene di sposare un Imam.

Siamo sul livello “matrimonio, non-matrimonio; spaghetti, non-spaghetti; amicizia fra un uomo e una donna, non-amicizia fra un uomo e una donna”, ed è un problema a cui ognuno deve rispondere da solo? Mettiamo Aristotele e Gesù Cristo lassù in soffitta come il Crocifisso di Don Camillo? Mah.
Ergo? E’ possibile l’amicizia fra un uomo ed una donna? Cara Claudia, so bene che non leggerai, ma dopo averti conosciuta non ci giurerei di sicuro più. Per ora, però, la mia opinione, mia quanto il mio dolore, rimane sempre no. Come dice Isacco di Siro o di Ninive (-700 ca): «Colui che per un’ora geme su se stesso, è più grande di colui che insegna l’universo. Colui che conosce la propria debolezza, è più grande di colui che vede gli angeli. Colui che segue contrito Cristo, è più grande di chi gode il favore delle folle nelle chiese».

Insomma. Conserviamo pur sempre il peccato originale: ish e isha, forse, possono essere amici solo con la Grazia di Dio. Non è per niente facile.
Il resto è una speculazione che rimane nel campo delle ipotesi e dei futuribili, come quando, da grande, farò l’allevatore di conigli per la caccia alla tigre.
Strano. Non faceva poi tanto male.