18 gennaio 2017

Il nuovo avanzato (e avariato)


di Riccardo Zenobi

Dopo Leonardo Boff, il quale dopo la teologia della liberazione si è convertito all’ideologia ecologista di stampo panteistico; dopo Walter Kasper, il quale nel precedente pontificato era stato messo in un angolo e si è dato alle cospirazioni e agli intrighi (ahinoi con successo); e dopo la filosofia religiosa di Rahner, ossia la supercazzola elevata a mezzo per la conversione della Chiesa all’hegelismo pre e post marxista; dopo tutta questa roba che era già obsoleta 40 anni fa, ecco un’altra novità del secolo scorso, accantonata da almeno 30 anni per pura pietà, che ritorna sulla scena grazie al pontificato innovativo e progressista di marca argentina: Paul Ehrlich.

La notizia è da poco uscita sul blog di Valli, il quale nutre “alcune perplessità” sulla levatura intellettuale di questo giovane 85enne, il quale negli anni ‘60/’70 ha provato a fare il profeta del disastro ecologico, ma con scarsi risultati. Di fatto, come riportato nel post linkato, tutte le sue previsioni sono risultate balle clamorose, e se uno aprisse oggi un qualunque suo trattato si metterebbe a ridere; ma visto che qualcuno lo prende sul serio, capirebbe che la situazione è grave.

Oltre all’ecologismo, che sconfina spesso e volentieri nello spiritualismo panteistico di stampo new age, che quindi non ha nulla di cristiano, questo “esperto” le cui previsioni sono balle parlerà dal pulpito del Vaticano – da lui considerato una organizzazione criminale, oppressiva, etc. – per insegnare la sua ideologia; la quale prevede la sterilizzazione di massa per evitare che la “bomba demografica” esploda. Sono 50 anni che questa bomba esploderà “nei prossimi anni”, un po’ come nella famosa battuta che recita “domani ti pago”.

Non credo che su questa vicenda occorrano altri commenti. Resta solo l’amarezza di notare che in Vaticano ritengono “progressista” un’agenda ideologica di 50 anni fa. Se questo è il progressismo, meglio il tradizionalismo: meglio la Verità Eterna e Cristiana di una moda culturale marxista obsolescente.

 

Il Cielo è dei violenti

(OVVERO LA REDENZIONE DELLA VITTIMA)

«Chi sarà risparmiato quando la misericordia di Dio colpirà?»
(F. O’Connor, Il cielo è dei violenti)

di Matteo Donadoni

CONNORIANA II – «Il Regno di Dio è nell’al-di-qua, non nell’aldilà». Così ama spiegare a volte il pastore che il vescovo di Bergamo ha mandato per sostituire il prete che aveva a suo tempo inviato in sostituzione del mio anziano parroco. Sarebbe un discorso consono al succo del pensiero magistrale del maestro Rayber, personaggio del classico attualissimo “Il cielo è dei violenti” di Flannery O’Connor.

Operatori di carità, va bene. Ma perché? Non perché ci sentiamo frutto amato dell’amore divino, non perché primariamente amiamo Dio, nostro Alto Fattore, e in conseguenza di ciò amiamo il nostro prossimo che, come noi, è a Sua immagine; non per avere il centuplo oggi e un tesoro nel Regno dei Cieli. Ma a giovamento della solita tiritera della teologia della liberazione. Ennesima metamorfosi della gnosi intrecciata all’antica volontà d’indipendenza da Dio, da Cristo, dal suo Vicario e dalla Chiesa, con tutti i suoi riti. Una ribellione intellettualoide, magari in buona fede, come quella del maestro del racconto, il quale ritiene che sia assolutamente necessario «rimanere nel mondo reale, dove non ci sono redentori, al di fuori di te stesso». Un uomo per il quale i riti, tutti i riti cristiani, sono solo inutili superstizioni tanto che, perfino di fronte al dolore, guardando il suo bambino disgraziato, questo personaggio ha la disperazione di dire: «Lui è quello che è, e non c’è nuova vita cui possa rinascere».

La storia in questione è una storia del Sud, agrario e protestante, per cui tutto ruota intorno a quella tradizione che riconosce come unico il rito cristiano del battesimo (vero protagonista del racconto, nell’acqua e nel fuoco, e ossessione del vecchio prozio), che per Rayber è un atto privo di significato, perché rinascere a nuova vita equivale a conoscere se stessi (una sorta di socratismo blasfemo) e non qualcosa che «si compra dal cielo versando un po’ d’acqua e pronunziando quattro parolette». Ovvero la cifra finale di un percorso immanentista che, privando progressivamente l’uomo del soprannaturale come se fosse un catechismo olandese, finisce per sostituire la Redenzione con l’illusione di un umanesimo ateo capace di autotrascendersi tramite riforme (rivoluzioni?) tecniche e sociali. Lo vediamo nelle nuove ideologie vegan per cui dei battezzati precedentemente refrattari a qualsiasi azione di mortificazione della carne, si scoprono ora seguaci fervidi di ferree diete prive di qualsiasi cosa che sembri lontanamente gustosa. Lo stesso maestro Rayber conduce una vita quasi ascetica, dormendo su un letto di ferro e consumando pasti frugali – “trucioli” per colazione anziché il buon vecchio lardo.

Per quanto io sia convinto che gli atei puri siano rari, ha ragione la O’Connor quando dice che l’ateismo è un frutto secco privo di semi, incapace anche di marcire. Perché è il carapace delle anime disperate: «Potresti tenerlo a mollo nell’acqua per il resto dei tuoi giorni e rimarrebbe sempre un idiota. Un bambino di cinque anni per l’eternità, inutile per sempre».
Tremendo. Il tremendo desiderio nichilista di Rayber: non provare più nulla sarebbe pace.
Per quanto sia sempre difficile trattare la materia connoriana, “inutile” è l’aggettivo adatto al mio stato d’animo quando devo scrivere riguardo un pezzo di sconvolgente intensità emotiva al limite del mal di stomaco come “Il cielo è dei violenti”. Subito le «parole si affollano come se facessero a spintoni per uscire» ed ecco che istantaneamente sono il corrispettivo letterario di un rettile al sole con «un’espressione fissa come la facciata di un penitenziario». Ma, dato che «di solito le cose che si fanno si rivelano giuste o sbagliate prima che il sole tramonti», proseguo senza troppo indugiare, giacché troppo scavare porta melma.

Il vecchio eremita dei boschi, Mason, ha imparato abbastanza dai propri errori da odiare la distruzione e non tutto quello che doveva essere distrutto, abbastanza da cercare la salvezza e non la distruzione. «La gente del Sud è di solito tollerante verso quelle debolezze che procedono dall’innocenza e sa che attitudine all’autoconservazione e spirito missionario vanno spesso e volentieri insieme». In ciò credo conservino inconsciamente uno spirito originariamente cattolico. Lo zio è un vero e proprio “stregato da Dio”, si sente inviato dall’Altissimo per una missione: annunciare che il giudizio è vicino e battezzare, soprattutto battezzare i propri nipoti. Farne profeti. Il profeta domestico, un profeta con una distilleria («E’ il solo profeta, ch’io sappia, che fabbricava liquori per campare» lo descrive il ragazzo), oltre ad essere simpatico, “intossicato di Dio” e con ogni probabilità completamente pazzo, divide il tetto della baracca con il ragazzo, una giacca lisa e con il mandato divino, gravido di una domanda drammaticamente attuale: «chi sarà salvato quando la misericordia di Dio colpirà?». Il Signore, infatti, ci ha tratti dalla polvere per sanguinare, piangere e pensare, e pensando, unica attività che l’uomo può compiere ventiquattr’ore su ventiquattro, sapere che la verità passa per il dolore. E che, come il vecchio sapeva perfettamente, la nostra ricompensa è un pesce spezzato e un pane moltiplicato. Questo dice la Bibbia, i libri ispirati da Dio ai profeti di Israele, storie divine e così pervicacemente umane, spirito e fango, come Adamo, e proprio perciò tanto importanti. Qualsiasi cialtrone potrebbe improvvisarsi a scrivere un libro pieno di incredulità cronica, asini e donnacce, ma solo la Bibbia è la Parola di Dio, per questo abbiamo bisogno del Magistero perenne della Chiesa. Perché è una questione mortale. Ne va della nostra anima, della vita vera, in fin dei conti.

Il ragazzo, il giovane Tarwater, nato da un incidente automobilistico mortale, si ritiene un po’ speciale, crede che Dio abbia progetti speciali per lui, ma poi quella voce interiore che sente, l’estraneo, il male gentile, lo convince a rinnegare se stesso e quanto è previsto per lui. D’altra parte però è consapevole (chi non lo è?), come lo era stato il maestro, che «i bambini hanno questa maledizione, la credulità». Gli uteri generano santi, poi i maestri manipolandoli per anni, plasmano atei. Così, si dibatte, al di là delle proprie capacità intellettuali, incastrato fra due modelli poli opposti, di fronte a quegli occhi annegati nel silenzio del cuginetto Bishop. Devo contemplare il fatto che il racconto della O’Connor è uno scrivere che, a leggerlo, sente sempre di un sotteso sapore sinestetico.
Secondo la concezione letteraria di Flannery O’Connor, nella narrativa il significato non è astratto ma deve essere vissuto. «Non si può semplicemente dire di NO. Bisogna fare di NO. Bisogna dimostrare le cose. Bisogna dimostrare che si fa sul serio. Bisogna dimostrare che una cosa non la si fa facendone un’altra. Bisogna giungere ad una decisione. In un modo o nell’altro». Così non solo la Grazia si rivela, ma opera. Così dice, il giovane Tarwater. Un uccello che canta i propri dispiaceri sopra un lago vetroso, un bambino nei panni di un cupo barcaiolo che traghetta un innocente attraverso il mistero della morte. Un innocente che «se ne stava là, impreciso e antico, come un bambino che è bambino da secoli». «La violenza è una cosa che si può usare a fin di bene o a fin di male e tra le cose che conquista c’è il regno dei cieli». La violenza – a volte il furore – prepara i personaggi ad affrontare la grazia.

Il lettore viene invece preparato dal filo del racconto, il presagio di ciò che accadrà. Il presagio che tiene insieme l’intero racconto. Il presagio si risolve in un qualche gesto o azione che sia coerente col personaggio ma insieme lo trascenda, questo cuore pulsante del racconto ha una valenza anagogica, che attiene alla vita divina e al nostro parteciparvi. «Dovrebbe essere un gesto che in qualche modo stabilisca il contatto con il mistero» spiega la O’Connor altrove. Il mistero è atavico, come l’odio, come l’amore. L’odio, come l’amore, è antico quanto il cuore dell’uomo, quanto il volto tenero del bambino che si tramutò nel viso ruvido di un ammutinato. Sentimenti che attraversano i personaggi come la barca sul lago, fino a rimanere immobile, come congelata in un lago ghiacciato. Come l’amore vero, quello nei confronti di un figlio malato, sentimento totalmente abnorme, travolgente, instancabile e fine a se stesso, un amore che ti può ridurre a un idiota nel giro di un secondo. Così l’odio. Ma la soluzione per le paure del passato non è il rifiuto, sta, invece, nella riflessione e nella fede, o anche in qualcosa di simile all’abbraccio di un amico. Tarwater non lo sa.

In questo modo, nelle ultime pagine, come «una luna rosa tremante a picco sul tetto» sboccia la tragedia a lungo coltivata durante tutto il racconto, se possibile, in modo ben più grave e violento di quanto si potesse mai intuire. In quel lago fattosi viscido (i due Tarwater, prozio e pronipote, condividono un cognome che significa letteralmente «acqua catramata») avviene il battesimo-omicidio di Bishop (nell’acqua), al termine del quale lo stupro nei pressi di Powderhead, la terra patria, l’incendio dei boschi (battesimo del fuoco) e la rivelazione del roveto ardente, la Redenzione. La Redenzione arriva come la morte a Samarra.

Almeno come la descrive un altro scrittore statunitense di origine irlandese: «Parla la morte: “C’era a Baghdad un mercante che mandò il suo servo al mercato per far provviste. E il servo ritornò ben presto, pallido e tremante, e disse: “Padrone, poco fa, mentre ero al mercato, fui urtato da una donna nella folla, e quando mi volsi mi accorsi che era stata la Morte a urtarmi. Mi guardò e fece un gesto minaccioso. Te ne supplico, prestami il tuo cavallo ed io abbandonerò questa città per sfuggire al mio destino. E andrò a Samarra, dove la Morte non potrà trovarmi”. Il mercante gli prestò il suo cavallo e il servo montò in sella e, spronando a sangue l’animale, partì al galoppo. Allora il mercante si recò alla piazza del mercato e mi scorse tra la folla. “Perché hai fatto un gesto minaccioso al mio servo, stamane?” mi chiese, avvicinandosi. “Il mio gesto non era di minaccia, bensì di sorpresa” risposi. “Fui stupita di vederlo a Baghdad poiché avevo un appuntamento con lui questa notte a Samarra”» (Appuntamento a Samarra, John Henry O’Hara).

Con la differenza che la morte non possiamo rifiutarla, ma «bisognerebbe essere porcellini di maiolica per non accorgersi che il nero non è bianco».

Leggi Connoriana I
 
 

17 gennaio 2017

Post verità? Macché, siamo nell’epoca della menzogna


di Giorgio Enrico Cavallo

Lunedì scorso era il “blue Monday”. Il giorno più triste del mondo. Quello in cui sette miliardi di persone sarebbero in preda ad una fortissima depressione collettiva. Il giorno delle lacrime facili. Il giorno preferito dal cantante Mariottide. Perché? Perché lunedì 16 gennaio 2017 sarebbe stato il giorno più triste dell’anno? Vai a saperlo. O meglio, vallo a chiedere a tal Cliff Arnall, psicologo dell’Università di Cardiff, che avrebbe calcolato con una «complicata equazione» (fonte: la Stampa) il giorno più nero dell’anno. D’accordo, io non capisco niente di matematica: ma solo a me tutto ciò sembra un po’ assurdo? Come è possibile calcolare con un’equazione lo stato d’animo della gente?
E infatti non è vero. Il «blue Monday» non esiste. Lo stesso Cliff Arnall non sarebbe uno psicologo. E l’equazione – o presunta tale – sarebbe nata per una campagna pubblicitaria. Eppure la notizia è rimbalzata su tutti i giornaloni italiani. La Stampa, Repubblica, il Corriere. Basta digitare «blue Monday» su Google e vedere cosa salta fuori. Dei tre citati, solo Repubblica si prende la briga di definire l’equazione uno «pseudo calcolo matematico» e rivelare che la vicenda è frutto di «un'operazione pubblicitaria». Gli altri pigliano per oro colato questa tristissima storiellina. E tanti saluti alla verità dell’informazione.
Ah, la verità dell’informazione. Se perdo tempo a scrivere del «blue Monday» è perché si tratta di un deprimente esempio – permettetemi di giocare con gli aggettivi – di giornalismo-spazzatura. Un giornalismo che ritiene di poter pubblicare tutto – ma proprio tutto – ciò che di peggio passa il convento, senza nessuna analisi, senza nessun controllo, senza nessun vaglio critico. Ovviamente, sempre restando a livello della fuffa: perché guai a pubblicare notizie interessanti, soprattutto guai ad uscire dal mainstream! I lettori potrebbero perfino… leggerle!
No, ovviamente no. I giornali hanno smesso di riportare l’informazione sforzandosi di dire la verità. La verità, spesso, è noiosa. La verità il più delle volte fa male. Così, le notizie possono essere “animate” creando particolari succosi laddove in realtà il fatto di cronaca nudo e crudo è molto diverso; e, se la verità ha il brutto vizio di essere scomoda ci sono due strade: o non pubblicare la notizia oppure stravolgere la realtà dei fatti. Entrambe le modalità sono praticate con generosità dai parolai occidentali: così, oggi nessuno di noi sa quasi nulla di ciò che è davvero importante – ad esempio, provate a capire come vengono spesi davvero i soldi delle nostre tasse – e di converso sappiamo tutto su eventi di cronaca completamente deformati, come il recente caso della guerra siriana insegna.
Già questi due aspetti basterebbero per far inorridire chiunque sia iscritto all’ordine dei giornalisti – come il sottoscritto – e sia dotato di una seria autocritica professionale. Ma non basta: perché una lunga schiera di riviste specializzate nella fuffa insegna che esiste anche la verità… che non esiste. Non solo quella edulcorata. Non solo quella artefatta. C’è pure quella che «non esiste».
Sorpresi? Ma lo sapete benissimo! Il gossip, d’altronde, vive di voci di corridoio, pettegolezzi, smancerie, ciarle, sentiti dire e di bugie conclamate. Basta andare dal dentista e sfogliare una di quelle deliziose riviste patinate che vengono lasciate sul tavolino della sala d’attesa per anestetizzare il cervello dei pazienti prima dell’operazione. In una rivista di 100 pagine – povera Amazzonia! – si passa con una leggerezza sorprendente di palo in frasca, dalla politica alla cronaca nera, dall’amorazzo della velina alle foto in costume della soubrette sorpresa in Costa Azzurra. Verissimi scatti “rubati”, ovviamente. E noi ci crediamo pure.
Il blue Monday è l’ennesimo pourparler pubblicato perché i giornali hanno venduto la loro anima – se mai nei hanno avuta una – al demone della menzogna. E, visto che il demone della menzogna da solo non paga gli stipendi, ecco che prima di tutto si sono venduti al demone dei soldi. Perché se il titolista si inventa che «oggi è il giorno più triste dell’anno» tu, lettore, sei sorpreso e vorresti saperne di più. Non importa che sia una fesseria grossa come una casa: tu, lettore, ci clicchi sopra. Apri quella maledetta notizia scritta in barba alla verità e creata apposta per guadagnare. Tu, lettore, se clicchi su quelle notizie paghi la redazione ed implicitamente approvi la linea editoriale che crea il falso e nasconde il vero.
Siamo, in definitiva, nell’eclissi della verità; e non dico niente di nuovo: ci stanno dicendo da tempo che viviamo nell’epoca della «post-verità». Epoca nella quale l’opinione pubblica è influenzata da informazioni di dubbia attendibilità, se non del tutto artefatte. Ma anche questa affermazione è una mezza verità. Perché se vogliamo essere precisi e chiamare le cose con il loro nome, edulcorare le notizie e dire il falso non significa dire una «post-verità». Significa semplicemente essere bugiardi. Siamo sinceri, dunque: l’epoca attuale non è quella della «post-verità» ma quella della menzogna.
Come ogni cristiano dotato di un po’ di cognizione sa bene, c’è solo un padre della menzogna. E non è certamente il Padreterno. Il Nemico, il Tentatore, il Divisore: ecco il menzognero per definizione. Che ha tutto l’interesse a farci vivere lontani dalla Verità che è Dio.
Sto esagerando? Mica tanto. Per delle «verità» falsissime il mondo di oggi è sottosopra. Dalle guerre scatenate con scuse risibili alla follia del gender, siamo tutti avvolti dalla menzogna. E badate bene: gli altoparlanti della menzogna sono proprio i giornali, che come abbiamo visto hanno venduto la loro prerogativa principale – l’informazione il più possibile vicina alla verità – per diventare menestrelli della bugia. Bugie che non si eliminano – come vorrebbe qualche creativo che sembra uscito dall’universo distopico di Orwell – istituendo degli psicopoliziotti che facciano guerra alle bufale. La menzogna si combatte solo in nome di Colui che l’ha già vinta, perché ha vinto il male: Cristo. Solo riconoscendo il primato di Cristo nella nostra vita troveremo il coraggio di essere sempre dalla parte della verità. E magari – chissà – anche il giorno più triste dell’anno, con la sua vuota retorica depressiva, sparirà: Cristo porta la gioia, infatti. Non la tristezza. E soprattutto: mai la menzogna.
 

Sant'Antonio abate padre del monachesimo e della cristianità


di Alfredo Incollingo

I primi cristiani avevano un rapporto profondo e proficuo con l'ascetismo e la contemplazione. Il silenzio non era un tormento né una condizione da evitare, ma era un momento ideale per cercare Dio e affrontare così il proprio essere. Quando la divinità si eclissò sull'orizzonte umano, le tenebre presero il sopravvento e la solitudine (volente o nolente) divenne una minaccia. I cristiani sapevano vivere nelle foreste, nei deserti e su alti monti senza la paura del proprio Io, perché intuivano che Dio era lì confortandoli e aiutandoli nello sfuggire alle tentazioni. Gli anacoreti o eremiti erano molto diffusi nei deserti della Palestina o in Egitto, spingendosi nelle aree più isolate e inaccessibili di quelle regioni. Era importante sfuggire dalla società i cui veleni intossicavano lo spirito. Non esisteva un modus operandi unico e normalizzato: il silenzio, la povertà, la castità e la preghiera erano le uniche regole a cui attenersi. Si viveva da soli, evitando i raggruppamenti umani che avrebbero potuto incrinare la propria dedizione.

La tradizione monastica del cristianesimo occidentale e orientale ha un padre fondatore: Sant'Antonio Abate. E' il primo eremita a costituire una famiglia anacoreta, che si era data una Regola (molto diversa da quelle ordinarie) basata sui voti di povertà, castità e di carità e dedicando anima e corpo al lavoro e alla preghiera. Non vi erano abiti né un codice comunitario, chiunque poteva entrare nella comunità seguendo l'insegnamento dell'Abbà e accettando la sua guida spirituale. Antonio nacque a Coma, in Egitto, intorno al 251 d.c. A vent'anni ebbe una rilevazione: se voleva vivere pienamente la sua fede cristiana, doveva vendere i suoi beni e dare i proventi ai poveri. Così fece e si ritirò nel deserto, vivendo in povertà, castamente e in preghiera. La pia solitudine non sembrava soddisfarlo. Era incerto sul da farsi, non era sicuro della scelta fatta. Si consultò con altri eremiti che lo persuasero a perseverare, ma le loro parole non risolvevano i loro dubbi. Ebbe una visione di un anacoreta che viveva nel deserto pregando e lavorando, intrecciando delle corde. Comprese che anche il lavoro era uno strumento per purificare il corpo dall'apatia e dalla noia e così scacciare le occasioni di peccato che la solitudine poteva suscitare. Comprese che il lavoro manuale gli poteva permettere di ricavare del denaro per le opere di carità. Si racconta che il Diavolo lo raggiunse sull'altura dove si era inoltrato per allontanarsi ancor di più dal mondo. Lo tentò e, di fronte al suo rifiuto, lo percosse. Lo lasciò privo di sensi e solo l'intervento di alcuni pellegrini, che erano andati lì per riverirlo, lo curarono.

Intorno a Sant'Antonio si formò una comunità di discepoli che seguiva in tutto e per tutto l'insegnamento del loro maestro. Per la prima volta nella storia cristiana si costituì una famiglia monastica in senso lato: non c'era un Regola scritta o un abito specifico, ma vi erano norme generali che rispettavano i voti di povertà, di castità e di carità, dedicandosi alla preghiera e al lavoro. I discepoli di Sant'Antonio crebbero nel deserto egiziano e il suo carisma affascinava i fedeli in città e attirava numerosi pellegrini nei suoi luoghi di solitudine. Ritornò nel mondo civile negli ultimi anni delle persecuzioni dell'imperatore Diocleziano per dare speranza ai fratelli di Alessandria d'Egitto. Quando Costantino concesse libertà di culto ai cristiani, il vescovo Sant'Atanasio lo volle con sé per arginare la diffusione dell'arianesimo. Morì nella Tebaide alla sorprendente età di 105 anni.

 

16 gennaio 2017

Il Riassunto del lunedì /7

9-15/01/2017

di Francesco Filipazzi

Eccoci qui, un'altra settimana è passata e le notizie dai vari fronti non sono buone. Ma, per dirla in modo poco originale, la situazione è grave ma non seria.

Vaticano e dintorni. Mentre scrivevamo il riassunto della settimana scorsa, il cardinale Muller se ne usciva con una dichiarazione a TgCom24 che ha surriscaldato gli animi. Per questo abbiamo pensato di rimandarne il commento per vederci chiaro. I fatti: il prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede ha detto in mondovisione che la pubblicazione dei dubia non gli è piaciuta particolarmente e che, dato che non è in pericolo la fede, una correzione cardinalizia al papa non sarebbe possibile. Perché lo ha fatto? Non si sa, però successivamente si è sparsa la voce che Francesco, non sapendo più che pesci pigliare, avrebbe chiesto un intervento a Benedetto per cercare di tranquillizzare i cardinali dubiosi (che non sarebbero 4, ma una trentina). Sarà vero?
C'è però un altro filone di analisi. Giorni prima Tosatti ha pubblicato la notizia, verificata, che in Vaticano sono in corso molte defenestrazioni, a quanto pare i diritti dei lavoratori per Sua Santità valgono solo fuori dalle mura leonine. Queste defenestrazioni riguardano proprio il dicastero di Muller. E' dunque per proteggere i suoi, che il prefetto avrebbe cercato di riposizionarsi?
In realtà, il Prefetto non critica nel contenuto i dubia, ma il fatto che siano stati pubblicati.
Intanto il card. Caffarra, fra gli altri, ha rilasciato un'intervista al Foglio nella quale spiega senza mezzi termini che la situazione di confusione attuale non è sostenibile.

Cavalieri di Malta. Prosegue la telenovela fra l'Ordine di Malta e la Segreteria di Stato. Il Vaticano ha richiamato i Cavalieri all'obbedienza, ma i Gran Maestri hanno fatto sapere che loro certamente obbediscono al Papa, ma sulle nomine interne quest'ultimo non ha voce in capitolo. E noi ci chiediamo: l'obbedienza al Papa oltre Tevere è diventata semplicemente una questione di protezione delle cariche degli amici del cerchio magico? O dovrebbe piuttosto essere un'obbedienza spirituale?

La fecondazione eterologa sarà passata dalla mutua. Ringraziamo Beatrice Lorenzi, politica che dovrebbe essere cattolica. Il prossimo che viene a dirci di guardare all'NCD finisce male.

In Cile i democristiani rendono legale l'aborto. Ogni mondo è paese. I politici che si riempiono la bocca dell'essere cattolici anche in Cile saranno determinanti per approvare le leggi che renderanno legale l'aborto, all'epoca proibito da Pinochet. Complimenti.

I vescovi greco-cattolici ucraini fanno i vescovi. Ex oriente lux, ma dal cattolicesimo orientale, non certo dagli ortodossi. In un'enciclica durissima gli ucraini distruggono senza mezzi termini l'ideologia gender. Il testo potrebbe essere a nostro parere un'ottima pagina di magistero e ne parleremo approfonditamente.

Il sinodo sui giovani. Secondo rumor vari, dopo aver spiegato ai suoi stretti collaboratori che non potrebbe reggere un sinodo conflittuale come quelli precedenti, Francesco ha deciso che nel 2018 ci sarà un sinodo sui "giovani", un argomento considerato fuffa. Eppure temiamo che la discussione sarà il revival dei luoghi comuni anni '70, quando la categoria dei "giovani" entrò nel vocabolario e non ne uscì più. Personalmente (questa è una scommessa personalissima, sono pronto a offrire 1 birra ai primi 10 che aderiranno, scrivendo una mail, nel caso venissi smentito, ma spero vivamente di perdere) penso che salteranno fuori i soliti solertissimi a mettere in discussione la castità prematrimoniale.

Villeggiatura a Guidonia. Magister riporta che Sua Santità starebbe cercando un buen retiro a Guidonia. La notizia potrebbe sposarsi con le voci di dimissioni che girano da tempo, piuttosto insistenti? Le voci esplicite infatti sono arrivate sulla stampa solo ieri, dopo almeno due mesi. Un bel casino. E poi il sinodo sui giovani chi lo fa? Pio XIII?

 

15 gennaio 2017

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: I maltesi, i turchi e l'Europa (Parte XXIV)


di Alfredo Incollingo

Nel cuore del Mediterraneo si compì una grande vittoria per l'Europa Cristiana. Non si può oggi non esprimersi con queste lapidarie parole, molto sconvenienti per la tendenza dialogante moderna. I turchi da secoli minacciavano di sottomettere l'Europa e le flotte ottomane avevano il pieno controllo del Mar Mediterraneo. Una piccola isola al centro del Mare Nostrum era una spina nel fianco per l'invasore. Lì si erano asserragliati gli ultimi eredi della cavalleria cristiana che aveva difeso il Santo Sepolcro durante l'età delle crociate. I Cavalieri di San Giovanni erano i nemici naturali degli ottomani dal XIII secolo. In mare e sulla terraferma sabotarono i piani di conquista del Sultano e adesso, controllando Malta, riuscivano a fermare le scorrerie corsare che l'affliggevano le coste meridionali europee. Era necessario che il Sovrano Militare Ordine di Malta (come furono ribattezzati nel 1530 i Cavalieri di San Giovanni) capitolasse per poter invadere l'Italia e da lì sottomettere l'intero continente.
Era il 1565 e la flotta ottomano cinse d'assedio l'isola. I Cavalieri di Malta si ritrovarono isolati: gli aiuti erano scarsi e i turchi non desistevano dai loro propositi. Eppure quello sparuto gruppo di cavalieri, circa 3.000, per cinque mesi respinse gli assalti degli assedianti. La resistenza era così caparbia che lo stesso Sultano ebbe timore di quegli uomini: nessuno prima di allora, in inferiorità numerica, aveva saputo tener testa alle sue truppe. La rabbia e le minacce di morte rivolte ai suoi generali non cambiarono le sorti dell'assedio. L'ostinazione e il coraggio dei maltesi ebbe la meglio e i turchi dovettero ritirarsi. Fu una strepitosa e imprevista vittoria cristiana. Gli europei dopo decenni di paura riacquistarono la speranza perduta. I turchi non erano invincibili e la Croce aveva di nuovo vinto.
A Roma, sull'Aventino, si trova la chiesa di Santa Maria del Priorato che ospita la Casa madre del Sovrano Militare Ordine di Malta. E' un luogo inaccessibile per molti, che apre le sue porte saltuariamente durante l'anno. E' la prova ancora vivente di quella stagione di vittorie e di orgoglio cristiano che salvò l'Europa dall'invasore e che oggi ci fa capire lo smarrimento morale e spirituale degli europei.
Il viaggio continua.

 

14 gennaio 2017

Progressisti che discriminano le donne


di Giuliano Guzzo

Sono anni che ci tormentano con il rispetto per la donna, valore culturalmente incompiuto – pare – e per una piena realizzazione del quale occorrerebbe un comune ed urgente sforzo. Certi richiami su questo tema a me paiono esagerati, tuttavia di fronte ad una maggiore richiesta di valorizzazione della dignità femminile mi dico: perché no? Anzi, ben venga. Ci mancherebbe. Poi però uno si accorge che è un trucco, una presa in giro. Sì, perché da una parte ci si sgola sulla necessità di tutelare più la donna – e siamo d’accordo -, ma dall’altra, si consente che alcune donne siano quotidianamente ricoperte d’insulti o aggredite per il solo fatto di non essere allineate alla cultura dominante. Gli esempi ormai sono tanti.

Penso alla dottoressa Silvana De Mari, medico nonché «una delle autrici fantasy italiane più conosciute al mondo» (la Repubblica), che alcuni paladini dei diritti ora vorrebbero sospesa dell’Ordine dei Medici per il suo pensiero critico non sulle persone omosessuali, si badi, ma sull’omosessualità, che preferisce chiamare omoerotismo; penso a Benedetta Frigerio, brava giornalista contro cui è stata avviata addirittura una petizione che la vorrebbe far cacciare dall’Ordine dato che si è permessa, udite udite, di esporre i dati pubblicati dal National center for transgender equality sul tenore di vita dei transessuali; penso a Costanza Miriano, anche lei scrittrice contestatissima tempo fa bloccata da Facebook per frasi neppure sue, ma che le erano state attribuite.

Penso, continuando, a Susanna Ceccardi, giovane sindaco leghista bersagliata continuamente di minacce; penso a Elisa Mecozzi, madre di cinque figli e farmacista finita addirittura sotto processo (anche se poi assolta) per aver opposto la propria obiezione di coscienza alla vendita della pillola del giorno dopo. Ebbene, per questa professionista, come per le altre citate, non ho saputo della solidarietà di figure istituzionali, non ho letto comunicati stampa della Presidente della Camera, non ho visto trasmissioni televisive nel corso delle quali qualcuno manifestava vicinanza. Zero. Poi però ci spiegano, gli stessi che non fiatano quando altre donne si beccano le peggiori ingiurie, che sarebbe il caso iniziassimo a parlare di «ministra» e «sindaca». Ma un po’ di sano senso del ridicolo proprio no, eh?

https://giulianoguzzo.com/2017/01/14/donne-che-si-possono-non-rispettare/
 

L'antitrumpismo come nuova malattia mentale


di Giuliano Guzzo

Gli stilisti che non intendono vestire la nuova first lady e i cantanti, come Il Volo, che cestinano inviti presidenziali per non essere accostati agli «atteggiamenti razzisti e xenofobi» – secondo loro – di Trump, parlano un’unica lingua, che non è quella dei paladini della tolleranza, figuriamoci, bensì del risentimento ideologico. Una lingua non statunitense e neppure da democratici americani – il 57% dei quali, secondo Rasmussen Reports, ora si augura che il nuovo Presidente abbia successo -, ma da rompiballe.

Voglio dire, anime belle, avete appena finito di applaudire uno dei Presidenti Usa più sopravvalutati della storia, un Nobel sulla fiducia che ha: fatto espellere 2,5 milioni di clandestini – una cosa che Salvini si può solo sognare -, bombardato la Libia, supportato in giro per il mondo“ribelli buoni” poi rivelatisi tagliagole, autorizzato 541 attacchi di droni contro presunti obiettivi terroristici (10 volte di più di quanto fece il cattivissimo Bush, che detestavate) e, dulcis in fundo, concluso il mandato alzando la tensione con la potenza russa.

E voi? Eravate silenti oppure ancora in adorazione del vostro idolo. Legittimo, per carità. Il gioco democratico prevede infatti che ciascuno possa sostenere e simpatizzare per chi crede. Osservo solo che se per anni avete pazientemente tollerato tutto questo pandemonio senza fiatare, direi che dovreste quanto meno concedere a Trump, per quanto vi stia lì, il tempo di insediarsi prima di scatenare l’infermo del puritanesimo radical chic. O no? Anche se mi vendo conto che sia l’antitvumpismo, cavo.

https://giulianoguzzo.com/2017/01/07/quanto-e-chic-lantitvumpismo-cavo/

 

13 gennaio 2017

Il vescovo e l'imperatore: la resistenza cattolica di Sant'Ilario di Poitiers


di Alfredo Incollingo

La Chiesa Cattolica cresce paradossalmente nella persecuzione e nei momenti di smarrimento. E' in questi frangenti che i giusti e i santi si differenziano dai malvagi. Questi uomini e queste donne hanno salvato il gregge dei buoni e lo hanno guidato nella selva oscura del peccato. Il male fu arginato e la Chiesa resistette agli errori.
Sant'Ilario di Poitiers, dottore della Chiesa, era un pagano, di buona famiglia, che cercò Dio nel neoplatonismo del IV secolo. Insoddisfatto, si accostò alla Bibbia e riconobbe in Cristo la verità che andava cercando in vane dottrine. Si convertì al cattolicesimo in età ormai adulta, dedicandosi alla vita ecclesiale, nonostante avesse già una famiglia. Il suo zelo nella preghiera e nello studio delle Scritture erano virtù agli occhi degli abitanti di Poitiers che lo acclamarono vescovo nel 353. La sua santità crebbe e il suo nome era la garanzia di certezza nello smarrimento dottrinale per le numerose eresie teologiche.
L'arianesimo, che negava la consustanzialità del Figlio e del Padre, era la minaccia che incombeva più di tutte sulla Chiesa Cattolica. A oriente e a occidente i fedeli di Ario crescevano e la verità evangelica rischiava di essere adombrata dall'errore. L'imperatore Costanzo, figlio di Costantino il Grande, intendeva porre fine ai dissidi unificando religiosamente l'impero con l'insegnamento dell'eresiarca alessandrino. Il suo progetto fu ostacolato da due vescovi: Atanasio d'Alessandria a oriente e Ilario di Poitiers a occidente. Questi due leoni non cedettero alle lusinghe imperiali e neanche alle pretese di papa Liberio che, sedotto dalle ricompense imperiali, aveva accettato le volontà di Costanzo, nonostante rappresentasse la Chiesa Cattolica. Dettaglio non trascurabile!
Ilario condusse la sua polemica in diverse opere esegetiche e teologiche, la più nota è il De Trinitate. Si può ben comprendere dal titolo l'argomento trattato: la Trinità che andava difesa dagli errori ariani. Il suo zelo suscitò la resistenza cattolica, ma anche il rancore dell'imperatore. Nel 356 Costanzo e un sinodo nella località francese di Beziers accusarono Ilario di deviazionismo e lo condannarono all'esilio in Frigia (è interessante notare come nel corso della storia i veri eretici accusino i fedeli ortodossi di eresie contrarie alla loro...). Fino al 360 il vescovo rimase in Asia Minore, cogliendo l'occasione per continuare i suoi studi e approfondire il credo niceno. Nel concilio di Seleucia, in Isauria, ottenne il perdono imperiale riuscendo a dimostrare la verità dell'ortodossia cattolica. Ritornò in Gallia e negli anni successivi si impegnò attivamente per diffondere il credo niceno con il supporto dell'imperatore cattolico Valentiniano I e contrastando l'influenza del vescovo ariano Aussenzio a Milano. Morì nella città francese nel 367. La sua verve polemica e la totale adesione all'ortodossia gli hanno permesso di essere riconosciuto nel Cielo dei Dottori nel 1851 per volere di Pio IX, nelle schiere dei grandi teologici che difesero la Chiesa Cattolica dalle eresie.
 

Su un eventuale Pio XIII prossimo venturo


di Enrico Roccagiachini

Una delle regole più applicate dai migliori giornalisti è quella di parlare preferibilmente di ciò che non si conosce. Pur non essendo un giornalista, e se lo fossi non mi piazzerei certo tra i migliori, desidero adeguarmi, ed eccomi a scrivere anch'io qualche riga su The Young Pope, forte del fatto che ne ho visto, di malavoglia, solo le prime due puntate, più qualche spezzone - tipo l'ormai celeberrimo discorso ai cardinali - in cui mi sono imbattuto in rete o facendo zapping. A scanso di equivoci, dirò che la mia non-visione non è dipesa da qualche particolare ragione morale o da qualche pregiudizio antitelevisivo. Molto più banalmente, a me Sorrentino non piace. Per intero (o quasi...) devo aver visto solo Il divo, e mi è bastato. La grande bellezza l'ho saltata a piè pari.

Con tutto ciò, eccomi a scrivere dell'inatteso e inattendibile giovane Papa che riesuma flabelli, triregno e sedia gestatoria, e che costringe i cardinali al bacio della pantofola.
Mi ci spinge una notizia pubblicata qualche giorno fa da Tosatti: tra il 2014 e il 2016 la Chiesa cattolica in Brasile ha perso - per abbandono - nove milioni di fedeli.

Dunque ci siamo, mi sono detto: lo sbracamento liturgico, dottrinale e disciplinare che affligge da decenni la Chiesa, che nemmeno S. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sembrano aver efficacemente arginato, che in America Latina ha conosciuto i suoi massimi trionfi, è finalmente giunto - come non poteva non giungere - allo sbracamento quantitativo.

E mi sono chiesto: se il progressismo cattomarxisteggiante degli anni '70 del XX secolo, che ha segnato così profondamente il Sudamerica, e che è inaspettatamente rifiorito addirittura a livello planetario nei correnti anni '10 del secolo successivo, ha prodotto questo po' po' di disastro, che potrà mai succedere nei prossimi anni? Verso quali ulteriori catastrofi, questa volta su scala mondiale, ci condurrà?

A questo punto, vi chiederete - anzi, ve lo sarete già chiesto - che c'entri tutto ciò con Sorrentino e la sua serie TV. Ecco qua: dicono che i veri artisti fiutino l'aria con un certo anticipo rispetto agli altri. A me, come ho confessato, Sorrentino non piace, e in un mondo perfetto ciò dovrebbe bastare per negargli la qualifica di artista; ma non posso escludere che in questa valle di lacrime e di imperfezione, nonostante il mio sgradimento, il nostro un vero artista possa comunque esserlo.

Dunque, proprio nel momento in cui il progressismo di ritorno sembra aver conseguito la vittoria finale e pare convinto di essersi definitivamente installato sul ponte di comando, il regista premio Oscar potrebbe aver fiutato l'aria, e aver capito che il futuro della Chiesa, la condizione indispensabile per la sua sopravvivenza nella post-post-modernità, sia, tutt'al contrario dell'indirizzo che le viene attualmente imposto, un radicale, rigoroso e completo recupero della Tradizione, ad ogni livello, ed anche negli aspetti formali, nelle sue vesti antiche. E siccome la Chiesa è indefettibile, ed è dunque certo che sopravvivrà anche nella post-post-modernità, potremmo a breve accorgerci che Sorrentino, magari senza volerlo o senza rendersene conto (io non ho idee in proposito: la fiction non l'ho vista), ci abbia davvero indovinato. Forse voleva proporre una specie di caricatura di un Papa assurdamente rétro, e il pubblico, invece, ci ha visto l'archetipo del Papa della rinascita cattolica: sarebbe un interessante caso di eterogenesi dei fini! Non resta, dunque, che metterci in fiduciosa attesa del vero Pio XIII prossimo venturo.

PS: se mai ci sarà un qualche Pio XIII, lo si dovrà solo alla strada apertagli da Benedetto XVI, checché ne dicano i suoi miopi detrattori ipertradizionalisti. Perché, piaccia o no, è stato Benedetto a infrangere l'inganno ideologico della modernità vincente per definizione, a spiegarci che nella Chiesa può esistere solo cioè che è continuità e tradizione, e che il rotturismo non è cattolico. Insomma, a giustiziare il neoterismo, nonostante le violente convulsioni con cui se ne sta consumando la cupa agonia.
 

12 gennaio 2017

I casi Mortara, fra patria potestà e libertà di educazione



di Riccardo Zenobi

Dopo il “Caso Spotlight”, film "da oscar" sulla pedofilia nel clero (cattolico) uscito 15 anni dopo gli eventi narrati, Hollywood ci delizierà prossimamente con un film di Spielberg sul caso Mortara, una storia di appena 160 anni fa; sicuramente un’altra pellicola che farà il pieno di premi – anche nel caso venisse girata in uno scantinato con un fondale di cartapesta, ma a Spielberg i soldi non mancano, né mancheranno i finanziatori.

Prima di addentrarci ulteriormente nella questione, è opportuno ripercorrere i fatti salienti connessi al “caso Mortara”, per capire di cosa si parla e perché, nonostante risalga alla metà dell’ottocento e da circa un secolo non interessa più nessuno, ci fanno un film sopra.

Nel 1852, nella Bologna pontificia, la domestica cristiana del commerciante ebreo Momolo Mortara battezzò di sua iniziativa il piccolo Edgardo, cui i medici avevano dato poche ore di vita. Inaspettatamente, il bambino si riprese e, sei anni più tardi, la notizia del battesimo furtivo, ma valido, giunse all’orecchio delle autorità e il piccolo, che secondo la legge sia civile che ecclesiastica doveva essere educato cristianamente, fu portato a Roma.”

Queste righe sono tratte dal retro del libro “Io, il bambino ebreo rapito da Pio IX”, memoriale in cui lo stesso Edgardo Mortara (divenuto canonico regolare lateranense) nel 1888 ripercorre i fatti che lo hanno visto protagonista e sono sufficienti per inquadrare a livello storico la vicenda, la quale ebbe risonanza internazionale all’epoca degli eventi – testimoni sono dei libelli dell’epoca, scritti in diverse lingue, che si possono reperire anche su Google books.

Un evento del genere fa rabbrividire l'uomo contemporaneo; anche se riguarda una situazione storica differente, lontana dai nostri schemi culturali, etc.: al netto di tutto ciò, l’evento in sé stesso non può essere accettato da una sensibilità moderna. Ed essendo io stesso contemporaneo, anche io ho una simile reazione emotiva; solo che non ho intenzione di fermarmi alla semplice sensazione istintiva di trovarmi di fronte ad una ingiustizia, ma voglio analizzare perché ho tale reazione, sotto quale prospettiva questo evento è ingiusto e – tornando a quanto esposto in apertura – anche il film che ci faranno sopra sarà veicolo di ingiustizia.

L’evento descritto nelle righe riportate mi appare ingiusto perché riguarda un bambino che l’autorità ha separato dalla famiglia – sottraendolo quindi alla patria potestà e alla tutela genitoriale nell’educazione – ed è stato educato in maniera differente da come voleva la tradizione famigliare. Il tutto, fateci caso, in maniera completamente legale: non si è trattato di un battesimo forzato comminato dall’autorità ecclesiastica – la domestica agì di sua spontanea volontà – e le leggi dell’epoca prevedevano che un bambino battezzato validamente ricevesse una educazione cristiana – quindi non imponevano ad una famiglia non cristiana di educare i figli cristianamente. Legalmente non era un abuso, umanamente per qualcuno lo è. E ciò fa capire che legge non è sinonimo di giustizia. Ciò però è vero non solo nel caso di normative in se stesse apparentemente inaccettabili: se controlliamo, le leggi tirate in ballo in questo caso non sono in se stesse ingiuste, poiché la legislazione non permetteva certo il battesimo contro la volontà della famiglia di origine del bambino, e il fatto che una legge preveda che bambino battezzato riceva una educazione cristiana difficilmente può essere vista come un “mostro giuridico”. Eppure, questo evento fa capire che nemmeno una legge giusta è automaticamente sinonimo di giustizia.

Questo evento storico deve essere una lezione per tutti noi contemporanei: l’ingiustizia può essere completamente legale. Infatti, se ci fate caso, cosa si è violato? La patria potestà e la libertà d’educazione, temi caldissimi nel dibattito attuale, in quanto grazie all’utero in affitto un bambino può essere separato dalla madre biologica (o da colei che lo ha portato in grembo), e sul versante dell’educazione è lo Stato che decide di introdurre certe ideologie nei programmi scolastici già alle elementari, genitori volenti o nolenti. Dite che è un paragone abusivo? Non mi pare: in entrambi i casi si fa tutto legalmente e in nome dell’insegnamento della verità – solo che nel caso Mortara la verità era il Vangelo, mentre attualmente è l’ideologia di riferimento dei radical chic. Certo, oggi i bambini non vengono sottratti fisicamente alla famiglia ed educati ad una religione a cui non appartengono i genitori, almeno non formalmente. Sfido però chiunque a sostenere che non è materialmente in questo modo: non sono state le famiglie a chiedere di introdurre l’ideologia gender nei programmi scolastici, e se ci fossero genitori recalcitranti che rifiutano di mandare i propri figli a scuola lo Stato interverrebbe legalmente per sottrarli alla patria potestà, in nome di principi contrari alla libertà d’educazione, come previsto dalle leggi vigenti.

Chiunque ritenga ingiusto e abominevole il caso Mortara si chieda se una cosa del genere non stia avvenendo nella civilissima Europa del XXI secolo, il tutto legalmente e sotto lo sguardo compiaciuto o sconfortato di molte famiglie. Ma su una famiglia israelita vissuta negli stati pontifici nel XIX secolo ci faranno un film da oscar, mentre su migliaia di famiglie cristiane che vivono in Europa nel XXI secolo ci vorrà molto tempo perché venga posta una qualsiasi domanda. Ecco perché tale film sarà esso stesso veicolo di ingiustizia: perché darà certamente luogo ad una levata di scudi contro la Chiesa cattolica, smuoverà l’indignazione giusta ma verso l’obbiettivo sbagliato, perché oggi il vero problema riguardo il tema dell’educazione forzata non è dato dalla Chiesa ma dallo Stato e dalla sua ideologia di turno. Alla fine, Hollywood si conferma essere la troupe cammellata delle ideologie di riferimento dei potenti – e ciò del tutto legalmente.

 

La fine (e l'eclissi) del Tempo di Natale


di Roberto De Albentiis

Celebrate la Circoncisione di Gesù e la Maternità di Maria, l’Epifania e il Battesimo di Gesù e la Sacra Famiglia, inseriti ormai nel Tempo dopo l’Epifania, ci avviamo ormai all’esaurimento delle festività natalizie e alla ripresa della normalità tanto nella vita ecclesiale quanto civile, in attesa dei periodi pre-quaresimale - la Settuagesima, ove e quando ancora celebrata - e quaresimale, che ci porteranno alla grande festa di Pasqua (la Solennità delle Solennità, perché, sì, è la Pasqua la festa più importante e centrale della vita cristiana); perché parlare ancora del Natale, per quanto ormai liturgicamente agli sgoccioli?
Facendo una mia ricerca personale, per diletto, sul Natale nella Germania nazista (nell’Unione Sovietica sapevo non essere celebrato, anche se sono rinvenibili alcune cartoline natalizie, qualcuna del tempo della guerra addirittura con Stalin, con neve, stelle e alberi luminosi, ma senza nessun accenno al trascendente), mi sono imbattuto in quanto segue: “Le origini ebraiche di Gesù e la commemorazione della sua nascita come Messia ebraico era disturbante per le credenze razziste del Nazismo.

Tra il 1933 e il 1945, gli ufficiali governativi provarono a rimuovere questi aspetti del Natale dalle celebrazioni civili e si concentrarono sugli aspetti pre-cristiani della festa. Inni e decorazioni furono secolarizzati”; ancora, gli inni vennero poi sostituiti dai canti del partito NSDAP, il nome della festa venne cambiato in Julfest, propagandandone le origini germaniche pagane, la stella degli alberi natalizi venne sostituita con una svastica o una runa, Santa Claus (che nei Paesi nordici, anche se protestanti, è San Nicola di Bari) venne sostituito con Odino, le parole di inni belli e popolari come Stille Nacht vennero arbitrariamente cambiati, fino ad arrivare a presentare il Natale come festa del Fuhrer, salvatore della Germania.

Perché vi sto dicendo questo? Fate uno sforzo immaginativo: non stiamo ormai vivendo anche noi, da decenni, via via in maniera sempre più forte, una vera spoliazione e un vero stupro del Natale? Non stiamo assistendo a cambi arbitrari dei canti natalizi (che non possono più contenere alcun richiamo a Dio, a Gesù – di Cui pure si starebbe celebrando la festa – , alla Madonna, agli Angeli), al cambio del nome, del significato (la celebrazione di una generica “solidarietà” o cose simili) e degli auguri della stessa festa (diventata in alcuni Paesi “Vacanze di fine inverno” o “Festa delle Luci”)? Non stiamo assistendo alla ricerca di celebrazioni farlocche di Natali “inclusivi” e altre menate? Non stiamo assistendo a tutto ciò ad opera di ufficiali governativi, uomini di cultura, perfino, incredibile a dirsi, uomini di Chiesa? E dire che nella Germania nazista di cui stiamo parlando il clero, tanto cattolico quanto protestante, e i fedeli hanno lottato, pagando a volte anche duramente, per il mantenimento della natura cristiana del Natale!

Che differenza c’è, mi si dica, con quanto accaduto nella Germania nazista? Sto paragonando il totalitarismo laico e liberale odierno a quello nazista? Mi verrebbe da rispondere di sì, perché alla fine gli effetti, anche se in maniera più patinata e quindi più ipocrita, sono gli stessi (basti pensare allo sdoganamento di  aborto ed eutanasia), o perfino che quello liberale è peggio, perché quello nazista manteneva e sfruttava, quantomeno, qualcosa di buono pre-esistente (il patriottismo, la religiosità, l’importanza della famiglia e della gioventù) che quello liberale oggi annienta senza pietà. Lascio al lettore qualsiasi libera considerazione, tanto su queste cose quanto sul tema del Natale.
Nel periodo della Germania nazista la popolazione, tanto in Patria quanto al fronte (sono bellissime le immagini fotografiche dei soldati che, pur in guerra, addobbano l’albero di Natale e preparano il presepe, e non ci si scordi che proprio nel Natale del 1942 un soldato tedesco dipinse la bellissima Madonna di Stalingrado), manteneva comunque il carattere cristiano della festa, perché sapeva che solo quello era il suo senso originario, e per questo i tentativi nazisti furono velleitari; ma oggi? Oggi c’è una grande ignoranza religiosa diffusa, causata non solo dalla cattiva istruzione scolastica o dal consumismo, che certo hanno le loro grandi colpe, ma soprattutto dall’eclissarsi del sacro ad opera della stessa Chiesa, che sempre più ragiona come il mondo, arrivando però a scordarsi di Chi, quel mondo, è l’unico a salvarlo, il Bambino Gesù. Bambino che, però, è anche Re, e così appare, a Maria e Giuseppe, ai Pastori e ai Magi, nella mangiatoia, che ha la valenza di un trono regale!

Vogliamo salvare il Natale cristiano? Per citare uno slogan cristiano statunitense, “Put Christ in your Christmas!”, manteniamo il carattere cristiano della festa di Natale: prepariamoci con l’osservanza dell’Avvento e la celebrazione della Novena, andiamo in chiesa il 25 e il 31 dicembre e il 1° e 6 gennaio, facciamo auguri e auguriamo pace e solidarietà e serenità nel Nome di Colui che è Re e datore di tutte queste cose, Gesù Cristo! E ricordiamoci che è Gesù Cristo la vera Luce del mondo, e che soprattutto il Bambino che festeggiamo è il nostro Re, Re personale, familiare e sociale! Re davanti al Quale ogni religione e filosofia, ogni sistema economico, politico e culturale, ogni esistenza deve inchinarsi e accoglierLo!

 

11 gennaio 2017

L’aborto è una carie?


di Giuliano Guzzo

Secondo Roberto Saviano, l’«aborto non è un omicidio». Questa l’affermazione con cui lo scrittore partenopeo, ieri, ha esordito in un post su Facebook nel corso del quale ha poi ricordato che «abortire è un diritto spesso negato», «un diritto acquisito da difendere a tutti i costi» e che dovremmo tutti «studiare cosa accade in Brasile» con riferimento «alle morti dovute agli aborti clandestini». Su quest’ultimo punto, debbo dire che il Nostro sfonda una porta aperta. A proposito di morti «dovute agli aborti clandestini», sarebbe difatti molto utile andarsi a studiare cosa si diceva in Italia prima della Legge 194, ossia che ogni anno morivano circa 20.000 donne.

Peccato che l’Annuario Statistico del 1974 quantificasse le donne in età feconda (dai 15 ai 45 anni) decedute nell’anno 1972, prima cioè della legalizzazione dell’aborto, in 15.116 e spiegasse come le morti riconducibili a dinamiche legate alla gravidanza o parto fossero 409: sempre troppe, intendiamoci. Tuttavia, inutile negarlo, un numero svariate decine di volte più contenuto di quello propagandato dagli abortisti per terrorizzare gli Italiani sull’emergenza degli aborti clandestini, pure quelli stimati – tanto per cambiare – abbondando alla grande con gli zeri. Ma fermiamoci qui, per oggi, con le scomode verità (o post verità, fate voi) di cui è vietato parlare.

E torniamo all’autore di Gomorra, secondo cui «aborto non è un omicidio». Mettiamo che abbia ragione. Ma allora l’aborto che cos’è? Una forma di diarrea? Una specie di varicella? Una carie? Non è polemica, ma curiosità. Troppo comodo, infatti – specie con un tema così serio –, ripiegare su una negazione e poi, zac, tagliare la corda. Se qualcuno è convinto che l’aborto non sia un omicidio, allora dica cosa è in realtà. Perché già da troppi anni ci si occupa del tema dell’aborto senza però parlare dell’aborto, virando furbescamente sui diritti della donna, sull’autodeterminazione e sull’obiezione di coscienza bistrattando chi, molto semplicemente, vorrebbe capire quale sia esattamente l’argomento di cui si sta parlando.

https://giulianoguzzo.com/2017/01/11/laborto-e-una-carie/

 

Correzione formale. Percussoris laetitia


di Satiricus

Dunque, a fronte del caso problematico sollevato nel capo VIII di Amoris laetitia, in cui sembra possibile per il confessore - non sempre dai, ma ogni tanto, almeno con le penitenti petulanti e/o facoltose - comminare l’assoluzione (credo sia la meglio espressione da usarsi) nonostante il perdurare di una situazione adulterina pubblica e notoria, avrei una proposta.

Il Papa propende per il trattamento ad cadsum di uno dei (pochi) peccati oggettivamente gravi, come riportato nel Catechismo, l'adulterio.
D’altra parte i cardinali cojoni, quelli che la Chiesa della Misericordia disprezza, ricordandoci ad ogni istante che la coperta è troppo corta e la Misericordia, battute a parte, non può mai essere per tutti e senza sconti, si chiedono se sia cambiata la morale ecclesiastica. Il punctum quaestionis è soprattutto il passaggio dal livello oggettivo a quello soggettivo nel discernimento: crollano forse i peccati oggettivamente gravi?
Io una mezza soluzione ce l’avrei, che mettesse d’accordo il Papa misericordioso da campo con i cojonazzi, una soluzione che dia la possibilità ai risposati di comunicarsi e ai legislatori di salvaguardare l’oggettività dei peccati: incitiamo all’omicidio (altro dei pochi peccati oggettivamente gravi).
Tutto si risolve: io, coniuge risposato, uccido il mio ex, poi mi pento e - cascasse il mondo! - davvero prometto che non lo faccio due volte! Ergo non sono in stato di peccato pubblico notorio ed oggettivo etc. etc. A questo punto posso ottenere il perdono, posso risposarmi e comunicarmi, mentre la morale tradizionale è salva.
Resta il cavillo della penale secondo il diritto civile, specie in caso di femminicidio - ché gli uomini, anche se li ammazzano, chissene, tranne se erano gay -, ma adesso non è che posso risolvere tutto io.
Percussoris laetitia, la gioia dell’assassino, questa l’unica correzione formale, titolare addirittura, che proporrei al Pontefice - peccato non essere un porporato!

Quanto all’Amoris laetitia, quella vera, i suoi frutti sono insperati e li troviamo a Padova. Qui, conviene ricordarlo, è stato eletto al soglio episcopale un vero prete di Francesco, uno povero e immigrazionista, don Cipolla. Beh, va come ti va, passano pochi mesi e don Cipolla si trova una bella patata bollente tra le mani (in tutti i sensi). Don Contin, parroco della città, è accusato di attività sessuali regolari (c’è chi dice prostituzione) con 3, 10, 15, no 20 parrocchiane: un satiro fatto e finito da fare invidia anche al vostro Satiricus. Il parroco, insinuano le testate locali, aveva in casa una collezione di DVD coi nomi dei papi, e sull’associazione tra venerabili pontefici e categorie del mondo hard lascio fare a voi - pare solo che il dischetto di Pio XI (casti connubii) risulti non leggibile, è un dischetto vecchio, superato.
Che dite, sarà già tempo di estendere la Misericordia al caso presente? Il poraccio, secondo le confessioni (presunte tali) delle sue donne era pure dimagrito: io, in coscienza, lo assolverei, senza manco l’impegno a vivere “come fratello e sorella”.
Ci sono anche gli estremi per un dialogo col mondo islamico, nella forma dell’harem consacrato e le premesse per un sacerdozio uxorato alla brasileira, eh sì, perché, a dargli la possibilità di sposarsi, mica faceva tutte 'ste schifezze. O no?

Concludo la rassegna con l’ultima istantanea - poi basta, che ‘sta rubrica mi diventa trash - e do ragione a Gayburg, o meglio, a me di che dica Adinolfi interessa anche no e l’ho già fatto presente in tempi non sospetti, ma mi interessa moltissimo come mai il canale più comunista d’Italia, quel Rai3 con cui babbo mi ha cresciuto fino al dilagare del digitale, debba spendere denaro pubblico per programmi da fondamentalismo religioso in perfetto stile emozional-new age: "un selfie con Francesco". Ha ragione Gayburg, è stato un flop totale e ce ne rincuoriamo. 9 per cento di share come 9 milioni sono i cattolici brasiliani apostati degli ultimi due anni. Sarà che abbiamo il 91 per cento di cattolici (o almeno di italiani) seri, sarà che i cattolici sono tutti divenuti minchioni epperò non superano il 9 per cento del pubblico televisivo nazionale, nell’uno come nell’altro caso ce ne rincuoriamo. Io personalmente col Papa non ci ho mai voluto fare niente, né un selfie, né un trenino, né un viaggio, né un libro. Interessante però questo spreco di denaro che i comunisti ordignano pur di propagandare l’immagine del Papa che va bene a loro, forse anche a lui. Interessante che i gay, almeno quelli di Gayburg, non capiscano che gli conviene il programma flop dei selfie col Papa, fatto apposta, e non in contrasto, con le serate Rai sulle unioni civili. Interessante da quanti cojoni siamo circondati: e io che credevo fossero solo in quattro (berrettati).

 

10 gennaio 2017

Singer per i reati d’opinione. Ma il primo condannato dovrebbe essere lui


di Alessandro Rico

Molti dei nostri lettori avranno sentito parlare di Peter Singer, il teorico dei diritti degli animali, della disobbedienza civile, il filosofo di Princeton che sostiene si debbano destinare in beneficienza tutti i proventi del proprio lavoro che non siano strettamente necessari alla sussistenza. Insomma, un figlio del profondo disordine morale che alberga negli Stati Uniti, l’estremo approdo del bigottismo del protestantesimo, benché distorto. Un simbolo della putrescenza dell’accademia americana, che ha ormai diffuso le sue metastasi in tutto il mondo occidentale. Ebbene, Singer non poteva perdere l’occasione di esprimersi a proposito del dibattito sulla post-verità, aperto dalla sinistra di ogni Paese, scioccata da Breixt, Trump e dall’incombente spettro lepenista.
In un articolo online, Singer attribuisce surrettiziamente la vittoria di Donald Trump alle fake news circolate su internet, come quella secondo cui Hillary Clinton e il suo braccio destro John Podesta fossero implicati in un giro di pedofilia. La proposta dell’autore di Liberazione Animale è geniale nella sua semplicità: ripristinare i reati d’opinione, cui l’America ha fin qui preferito la tutela costituzionale della libertà d’espressione.
Ora, quel che colpisce della sinistra à la page è il suo rifiuto categorico di assumersi la responsabilità delle proprie sconfitte. Con il pensiero postmoderno, essa ha di fatto generato la post-verità. Ha demolito quella geografia di strutture di autorità, dalla famiglia alla Chiesa, che costituivano l’orizzonte di senso dell’uomo comune ai tempi dei corpi intermedi; con la difesa della disobbedienza (in)civile ha rigettato pure l’autorità dello Stato; ha promosso una visione oltranzista della democrazia, che per sua natura dovrebbe essere refrattaria al governo dei tecnici; e infine ha “decostruito” lo stesso concetto di verità sul quale si era da sempre fondato il pensiero occidentale. La identity politics, che ha definito le coordinate della sua agenda politica dagli anni Settanta in poi, ha prodotto solo assurdità che oggi la sinistra si vede costretta a imporre per decreto legge, o manipolando i bambini nelle scuole statali con l’educazione gender: la neolingua femminista, le strampalate teorie queer, gli uteri in affitto e il transessualismo infantile.  Ma ora che sono stati fagocitati dal mostro che essi stessi avevano creato, i progressisti si sono impaludati nella crociata contro la post-verità.
E pensare che alla fine degli anni Novanta, cioè in tempi non sospetti, James L. Nolan aveva pubblicato un libro dal titolo The Therapeutic State, nel quale aveva accusato i coniugi Clinton di sfruttare a scopi elettorali l’identificazione con le minoranze vittime di discriminazioni: noi comprendiamo il vostro dolore, quindi il potere che ci affidate è per il vostro bene. Peccato che, durante l’ultima campagna elettorale, Wikileaks abbia fatto emergere come Hillary si sia inverecondamente vantata, dinanzi a una platea di banchieri, di essere una milionaria, del tutto scollegata dai bisogni e dalle preoccupazioni delle persone comuni. Insomma, i primi mentitori seriali sono proprio i progressisti. Che essendo dei bugiardi, non lo vogliono ammettere.
Così i clinici catalogano le cinque fasi psicologiche attraversate dai malati terminali: diniego, rabbia, patteggiamento, depressione, accettazione. La sinistra sta passando rapidamente dal diniego alla rabbia. Bruciate le prime due tappe, sembrerebbe in procinto di estinguersi. Speriamo che non ci trascini tutti lungo il crinale della sua agonia.
Quanto alla proposta di Singer, vogliamo pure ammettere di essere d’accordo: si faccia ampio ricorso ai reati d’opinione. A patto, però, che anche Singer si sottoponga alla rigida scure censoria: un anno di lavori forzati per aver sostenuto, come tempo fa denunciai su questo blog, che i bambini affetti dalla Sindrome di Down vanno soppressi. È una misura coerente con l’utilitarismo di Singer: se la smette di dire sciocchezze, il genere umano ne trarrà beneficio. Avremo sacrificato la libertà d’espressione di uno per il bene del maggior numero.

 

Dove va la Chiesa? Il possibile scisma latinoamericano


di Davide Lovat

I grandi scismi avvenuti nella Chiesa fondata da Gesù Cristo in capo a Pietro e agli apostoli, sotto il presidio di Maria con la discesa dello Spirito Santo a Pentecoste, hanno avuto tutti una base storico-politica contingente che potremmo definire causa accidentale e una base antropologico-culturale che ne rappresenta la vera causa prima: essa riguarda l’essenza profonda dei popoli che vi aderirono di volta in volta.

Per esempio, le genti slave aderirono in gran parte allo scisma ortodosso dell’XI secolo dopo un conflitto che durava ormai da quattro secoli e che concerneva questioni teologiche ed ecclesiologiche note agli studiosi, ma più in profondità aveva a che fare con il diverso modo di organizzare la struttura familiare, sociale, giuridica e politica rispetto al “mondo cattolico” da parte del “mondo slavo” che era andato a strutturarsi progressivamente in quei secoli, uscendo dalla barbarie precedente; quando il processo antropologico-culturale di formazione di un “mondo slavo” ben connotato fu maturo, anche lo scisma da tanto tempo latente nella corte bizantina poté consumarsi.

Ancora, gli anglosassoni aderirono all'eresia protestante di Lutero oppure a quella di Calvino, ma anche lo scisma anglicano avvenne nel XVI secolo; i presupposti storici e politici furono diversi per le tante componenti della galassia protestante, ma comune fu il periodo perché comune fu la base antropologico-culturale: si era venuto a formare ormai un “mondo anglosassone” che divergeva dal “mondo cattolico” per il modo di concepire la vita sociale, dal diritto civile al diritto familiare al modo di stare in comunità, fino al modo stesso di concepire l’essere umano nel mondo e rispetto alla divinità, cosicché quando le differenze e i confini geopolitici furono definiti anche lo scisma maturò come naturale conseguenza.

Oggi è il “mondo latinoamericano” che ha preso una sua forma specifica dal punto di vista politico, economico, sociale e anche religioso, dopo cinque secoli dalla colonizzazione e dopo circa due secoli dal processo di indipendenza da Spagna e Portogallo. Esso va verso una nuova dottrina di origine cristiana che mischia, con elementi del cattolicesimo coloniale, il protestantesimo con il marxismo. L'America Latina ha concretizzato solo negli ultimi 40 anni la sua specificità antropologico-culturale e perfino teologica (la “teologia della liberazione” condannata da san Giovanni Paolo II con i noti documenti Libertatis nuntius e Libertatis conscientia, condanna mai accettata dai suoi esponenti), uscendo dalla condizione di colonia culturale dell'Europa per diventare finalmente un continente a sé stante, cosicché oggi siamo in presenza di uno scisma strisciante fondato su un'eresia già conclamata e condannata - il cattomarxismo della teologia della liberazione - che è scaturita in modo naturale dal continente sudamericano, dove anche politicamente imperversano populismi fondati sul socialismo, sull'ecologismo (il culto ancestrale precolombiano della Pacha Mama, che è la “dea Terra”, la Gea dei greci), sul terzomondismo, sulla lotta di classe marxista aggiornata e rivisitata in ottica mondialista.

Non serve ribadire che in questa fase storica hanno un leader molto in vista, i vescovi e i cardinali di quelle terre, e la loro visione del cristianesimo trova proseliti anche in Europa presso quella parte della Chiesa che fu affascinata dalle stesse tematiche sociali e politiche, a partire dal Sessantotto.

Gli elementi per lo scisma ci sono tutti: primo, perché una corrente politicamente importante, sia dentro il clero che nella società, aderisce a una nuova interpretazione della dottrina cristiana, diversa nei fondamenti da quella tradizionalmente praticata – per due millenni – nella Chiesa Cattolica; e secondo perché, come per gli slavi e per gli anglosassoni a suo tempo, quello dei latinoamericani è innanzitutto un processo di evoluzione socioculturale di vaste dimensioni, con base territoriale e quindi geopolitica omogenea, che poi si traduce anche, tra le altre cose, in una elaborazione teologica potenzialmente scismatica.

Nei casi precedenti della Storia della Chiesa tutti gli eretici e gli scismatici si sono sempre scagliati contro i cattolici legati alla Tradizione apostolica, dicendo di essere i "veri cristiani", accusandoli di tradire “il vero spirito del Vangelo” che ovviamente è quello nuovo da loro scoperto; e così è anche oggi, come si evince dalle reazioni degli esponenti dell’avanguardia di questa “chiesa ecumenica liberazionista” alle proteste, o anche alle garbate critiche, di chi evidenzia l’eterodossia delle spinte innovative provenienti da quel mondo.

Il futuro ci dirà cosa succederà durante e dopo l’attuale pontificato di Francesco I°, ma non saranno le questioni dottrinali a causare uno scisma; esse ne saranno al massimo il pretesto e la giustificazione. In Sud America è infatti conclamata la crisi del cattolicesimo, con un crollo verticale del numero dei fedeli che passano all’ateismo o alle chiese evangeliche e ciò dipende dalla particolare evoluzione sociale e culturale di quel continente. Ancora una volta il peso dell'antropologia culturale nelle scelte religiose si dimostra molto maggiore della comprensione delle questioni teologiche e dottrinali da parte della massa, e il “mondo latinoamericano” oggi sembra essersi definitivamente costituito come realtà propria, psicologicamente emancipata dalla radice europea. Le conseguenze in ambito ecclesiastico e religioso potrebbero essere automatiche.

 

09 gennaio 2017

Il riassunto del lunedì/6

di Francesco Filipazzi

settimana 2-8/gennaio/2016

Padre Spadaro alle prese con la teologia di base. Il buon Spadaro, molto attivo sui social, questa volta l'ha sparata grossissima. In un inglese maccheronico scrive su Twitter "in telogia 2+2 può fare 5". La religione di Mago Merlino è servita. San Tommaso e Cartesio ringraziano per 2 mila anni di teologia buttati nel WC. Con Fides et Ratio ci accendiamo il fuoco. Il tutto perché ormai si cerca di giustificare l'ingiustificabile. E dire che qualcuno voleva nominarlo vescovo di Milano! L'ipotesi però, dicono le nostre fonti, sarebbe tramontata. Speriamo.

Bufale su Sua Santità. La settimana scorsa davamo conto della lamentosa protesta dei giornali bufalari mainstream (Corriere, Repubblica, Stampa ecc) riguardo il fatto che ormai le bufale le diffondono anche gli altri. Ci giunge notizia che la sala stampa vaticana ha smentito che Sua Santità avrebbe auspicato una fusione fra Cristianesimo e Islam. L'hanno fatto dopo minuziosa ricerca, perché i dubia erano venuti anche a loro.

Accordo Vaticano-Cina. A quanto pare è già avvenuto, ma a Roma nessuno lo sapeva. Il governo cinese si è dimenticato di avvisarli. Il Vaticano abbozza e i veri cattolici cinesi rimangono nelle catacombe.

Letture audaci sulla Siria. A quanto pare il casino in Siria è stato frutto dei cambiamenti climatici. E' per questo che piovono missili? Eppure l'Osservatore Romano ne è sicuro, l'Isis, Al Qaeda, i "Ribelli" non c'entrano, è tutta colpa della siccità. La teoria è portata avanti da una persona nota per seguire dottrine del tutto eterodosse sull'agricoltura biodinamica, ma non solo su quella. L'ecumenismo sembra fare strada, ora l'intercomunione si cercherà con gli animisti?

Dubia amletici. I poligami africani possono fare la comunione? Se lo chiede il cardinale Napier, durante una discussione su twitter con un internauta il quale sostiene che Amoris Laetitia liberalizzi tutti i casi di situazioni irregolari, ma proprio tutti. Uomo avvisato mezzo salvato.

Terrorismo. Quelli che vogliono costruire ponti e non muri, hanno murato le piazze delle migliori città italiane con barriere anti terrorismo. C'è infatti la possibilità che l'ondata migratoria abbia riempito il paese di personaggi che potrebbero mettere in atto attacchi sanguinosi. Non l'avremmo mai detto.

Ncd. Basterà l'incapacità di Alfano a convincere le anime belle che votano spasmodicamente il "politicoohhh kattolikooo", (il quale, oltre ad aver programmato un piano di espropri di case per metterci gli immigrati, è stato anche fautore delle unioni civili), a non votare più i residuati bellici della galassia democristiana?

Hanno aperto un McDonald's in Vaticano. Le insegne sono abbastanza sobrie e a quanto pare non creano troppi problemi. Protestano però quelli che in zona vendono panini immondezzevoli a 10 euro, speculando da decenni sui pellegrini. Così imparano ad abbassare i prezzi. Anzi probabilmente dovranno farlo.Vedi foto.

 

08 gennaio 2017

Discorsi da pub sulla bellezza femminile ed altre amenità

di Giorgio Enrico Cavallo
Mi perdonerete se mi dedico ad un discorso da “cristiani al pub”, ma suppongo che a molti farà piacere. Parliamo di donne. Di belle donne. Parliamo di bellezze da sogno, di quelle che noi altri cattolici “old style” ci limitiamo ad apprezzare – eh! – senza mai fare un passo oltre il consentito. Ecco, parliamone così, come quattro amici al bar. La discussione cade su “miss Helsinki” 2017. Alcuni dei miei quattro amici già immaginano una ragazza sorridente, bionda e candida come la neve. E invece googlando tra un boccale e l’altro, ecco la sorpresa: miss Helsinki si chiama Sephora Ikalaba, ed è nera. Un po’ lontana dagli stereotipi sulle bellezze finlandesi.
E niente, il discorso su di lei finisce qui, perché ai quattro amici cattolici non interessa che la ragazza sia nera o bianca: è sempre figlia del Dio Altissimo e, come tale, è nostra sorella. Punto. Fine della storia.

Ma i quattro amici al bar non sono il classico esempio di cattolici con i paraocchi, che oggi sembrano essere così numerosi e – ahimé – pure dannosi. No. I quattro amici ragionano. Valutano la realtà che li circonda si pongono delle domande. E uno chiede all’altro: «Ma senti un po’, è normale che miss Helsinki sia nera? Cioè: non sarebbe giusto che in Finlandia le miss fossero finlandesi e che in Congo fossero congolesi?». Sacrosanta verità: altrimenti, perché chiamare un concorso di bellezza: “miss Helsinki”? Chiamiamolo con un anonimo: “miss più bella delle altre”, e tanti saluti.

Un altro amico si domanda, a stretto giro: «Ma secondo voi è normale che in Occidente non ci sia più un canone di bellezza riconosciuto?». Domanda interessante. Perché è innegabile che non c’è solo lo scherzetto di una miss nera in una nazione dove il sole si vede, praticamente, soltanto d’estate. No. Se ci guardiamo in giro, scopriamo che i canoni estetici sono cambiati; e cambiati molto. In meglio? Mah, certamente in modo caotico: donne che si credono uomini, uomini che si credono donne. Pubblicità di intimo femminile per i maschietti e donne (?) transgender barbute che diventano icone di bellezza. Ci rendiamo conto che è un tantino oltre misura? Ma – direte voi – siamo solo cattolici al bar e per di più bigotti. Forse avete ragione. Ma amiamo apprezzare le cose al loro posto: più sono al loro posto, più sono belle. L’ordine delle cose è voluto da Colui che le ha ordinate, che ha detto che in Finlandia le donne sono di pelle chiara e che i sessi sono due, non un numero compreso tra 1 e infinito. 

Ed ecco che salta fuori il più sveglio del gruppo. «Ma come? Non avete capito? È un complotto, ci vogliono togliere l’identità!». No, caro amico: non “ci vogliono” togliere l’identità. Perché se finiamo per credere al complotto, crediamo anche che esista un gruppo composto da chissà chi che controlla ogni cosa, ordina le guerre, legifera, giudica e – già che giudica – invia dei suoi loschi emissari a giudicare delle ragazze in un concorso di bellezza del quale, altrimenti, noi tutti saremmo all’oscuro.

Se proprio vogliamo credere ad un complotto, crediamo a questo: siamo noi stessi che ci vogliamo togliere l’identità. Noi occidentali abbiamo paura della nostra identità: da cultura filosofica che ragiona e disquisisce sull’identità dell’uomo – grandiosa eredità della classicità – siamo diventati una non-cultura che volutamente nasconde la testa sotto la sabbia. Non solo non ragioniamo, ma abbiamo paura di ragionare perché… non sappiamo più farlo. E volete sapere quando abbiamo perso il «ben dell’intelletto?». Quando abbiamo dimenticato Dio. Perché è guardando a Dio che sappiamo distinguere il bene dal male, il giusto dallo sbagliato. È guardando a Dio che sappiamo chi siamo e qual è la nostra identità. Che sappiamo apprezzare l’ordine e non il disordine. Anzi: sappiamo che il disordine odora di zolfo, perché mina l’ordine voluto da Nostro Signore per il mondo.

Siamo dunque noi stessi occidentali che ci puniamo. Che puniamo la nostra miseria di esseri super-tecnologici che non sanno comunicare con la tecnologia nient’altro che immagini di gattini. Ci puniamo perché dall’alto di tutta la nostra potenza, siamo uomini senz’anima, prima ancora che senza testa. E i giudici di Helsinki beh… vai a sapere che avranno pensato. Ma di certo avevano un certo disordine nella testa anche loro.
«Sì, ma perché tutta ‘sta filippica per un concorso di bellezza?», salta fuori l’ultimo amico, quello che non aveva mai parlato prima. «Se non vi piace questo mondo disordinato e caotico, agite come i buoni cattolici: pregate e date il vostro buon esempio. E piantatela di prendervela con le miss finlandesi che tanto, alla lunga, fa anche male alla vostra autostima». È vero. Inutile dirlo: ha ragione lui.
 

Guido Morselli e il libro di Giobbe: Unde malum?



di Nicola Tomasso 

Nel Genesi e nei Vangeli si muovono esseri privilegiati dal contatto immediato col Dio; qui invece [nel Libro di Giobbe] ci rispecchiamo noi, uomini comuni e dal comune destino, che dobbiamo credere per vedere, e pei quali la sofferenza è una realtà irrefutabile e senza compenso[1].
 
Nell’accostarsi al trascendente, tanti uomini, animati dal più puro e sincero slancio interiore e da una adesione integrale alla fede, sono costretti ad affrontare il fatidico binomio: Dio e il male; e il cercare di chiarirlo è un’impresa per le forze umane (come per l’opera intellettuale), è disperatamente difficile. Nella teodicea apologetica la questione dell’origine e del senso del male è stata mirabilmente affrontata e per così dire “risolta” dall’opera di Sant’Agostino. Mentre la stessa operazione in campo teologico-speculativo è stata realizzata da San Tommaso d’Aquino.
In generale, la tradizione cristiana, muovendo dai tentativi speculativi tracciati da Dottori e Padri, ha sempre poggiato il discorso (soprattutto in ordine alla morale e alla pastorale) dell’origine del male sul Peccato Originale[2] (già precedentemente accennato) e sulla Teologia della Croce[3]. Quest’ultima sostiene che Dio non si limita a consolare la sofferenza, ma Egli stesso ne fa vera esperienza. Dio poteva scegliere un’altra strada, ma ha scelto la sofferenza. E l’ha scelta non solo per le sue creature, ma anche per Sé[4].

Cerchiamo ora di inquadrare il pensiero di Guido Morselli. In Fede e critica, opera interamente dedicata all’origine del male, Morselli vuole innanzitutto approfondire quella spinta nella sua esistenza che lo portò a sentirsi ‘uomo religioso’; spinta che, come alcuni critici hanno notato, lo porterà paradossalmente al suicidio[5]. Via via che le pagine scorrono si rivela l’angoscia di una fede che ogni istante si scontra con il dramma del male e, in merito alle risposte che vanno succedendosi nel testo – a partire da quella agostiniana – Morselli esplora e soffre la loro caducità: risposte che, a suo dire, lasciano intatto il baratro del mistero. Dalla penna di uno scrittore non esperto in materia teologica viene fuori un trattato di inquietudine e passione che trascende l’autore stesso per ricostruire momenti di dubbio che ogni uomo di fede ha vissuto. Dopo aver scartato ogni tentativo puramente filosofico di affrontare la questione, Morselli dà merito alla religione

se non di svelare il grande enigma, di porselo col più grande impegno, e a così dire, in via pregiudiziale. Non solo perché riconosca e sagacemente assecondi l’interesse che per l’individuo un tale argomento riveste: ma perché esiste al riguardo, o sembra esistere, una sorta di solidarietà tra Cielo e terra. Le massime istanze religiose, la grandezza, la bontà e giustizia divine, sono tanto avversate dal male idealmente, quanto l’uomo ne è mortificato praticamente[6].
 
Di Sant’Agostino, Morselli stima il fatto di aver da subito compreso quale è la ‘questione scottante’ della religione e vede nelle sue pagine (soprattutto nelle Confessioni) quell’intimo ardimento[7] che lo spingerà fino agli ultimi giorni a cercare delle risposte, preferendo in ultimo abbandonarsi misteriosamente nelle mani del Padre, relegando quelle segrete stanze ad un piano più grande ed inaccessibile[8]. A tal riguardo mette in risalto le contraddizioni e le ‘non-risposte’ in cui il Padre della Chiesa incappa col suo metodo ottimista (“impegnato a scagionare Dio”): «argomentazioni più solenni che sostanziose. Un critico potrebbe intanto osservare che la fatalità del defectus boni non quadra con l’attributo dell’onnipotenza, e cioè della divinità; per salvare questa, conviene meglio congetturare che il defectus boni fosse liberamente decretato da Dio. E perché mai lo avrebbe voluto? Non consta[9]».
Morselli ritiene che gli ottimisti di tutti i tempi, non da meno i moderni idealisti (come Croce[10]), trascurino i fatti per giocare con la retorica. Il male in quanto male è un’entità positiva che si presenti essa come atto di presunzione (si badi, un atto eccedente e non una privatio boni) nel caso del primo peccato o come atto di orgoglio (o invidia, sempre eccedente e non privativa) nel non serviam. Ma la questione resta una: da dove proviene quella privatio o quella nimietas? Chi ha posto in essere la possibilità che il peccato si affacciasse nel mondo (celeste o terreno)? Pur accettando che il male non esista come entità, bisogna necessariamente accettare che esista, come possibilità, come conseguenza, come disordine, ossia sotto un aspetto altrettanto sostanziale. Non è possibile limitare il male ad una sfera puramente idealista: l’inevitabilità del male è per noi, la sofferenza appartiene alla sfera individuale.

La difficoltà di conciliare il male del mondo con l’attività di un postulato Principio, assommante in sé ogni bontà e sapienza, resta immutata. Ma gli ottimisti, continua Morselli, tengono di riserva nuovi argomenti. Dopo aver tentato di vanificare il male, procurano di razionalizzarlo; per il che ricorrono, di solito, a una interpretazione universalistica e teleologica della natura e della storia[11].
 
Lo scrittore bolognese, destrutturando tutti i tentativi che in vari secoli si sono affacciati sul campo filosofico, decide di volgersi alla Rivelazione, conscio che la dottrina specificatamente religiosa attribuisce alla nostra volontà ribelle l’origine del male terreno[12]. Il pensiero ebraico, nello specifico, incentra il discorso intorno al male sul cosiddetto ‘principio retributivo’ ed altrettanto fa la teologia vera e propria la quale rappresenta il male come qualcosa di reale, che non può non esserci in quanto da noi meritato[13].

La vicenda di Giobbe racchiude in qualche modo tutto il dramma di cui Morselli s’interroga: la sofferenza umana. La ‘dottrina della retribuzione’ (che nel Libro dei Re e in quello dei Giudici sembra calarsi su un piano strettamente storico-sociale[14]) qui viene inchiodata ad una vicenda che appare scompaginare tutti i tentativi dei sapienti del tempo di dare un senso al male. Anzi, il testo si apre con un singolare quanto paradossale dialogo tra Dio e Satana, cosa che lascia l’uomo completamente estraneo e abbandonato ad una sorte decisa altrove. Il libero arbitrio in questo caso potrebbe dileguarsi per un’azione retributiva, motivata da esigenze di divina giustizia. Ma ci accorgiamo immediatamente che così non è, addirittura dal 1° versetto: «… uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno al male […]. Quest’uomo era il più grande di tutti i figli d’Oriente[15]». La scrittura mette volontariamente in risalto questo aspetto e, subito dopo, la “combutta” tra Dio e Satana. Perché? Per quali ragioni? Morselli sembra rivivere i grandi quesiti che attanagliano Giobbe, li incarna con un tale impeto che le sue parole assumono un tono appassionante e drammatico:

Di lui dispongono forze che lo trascendono vertiginosamente; nella loro contesa egli è soltanto un pretesto. Situazione che ci riporta ai personaggi della tragedia greca, con una differenza ovvia e sostanziale, che quelli il bene e il male si compendiano nel fato, entità impersonale, oscura necessità, e Giobbe invece crede in Dio, lo stimava sovrana personificazione della bontà e della giustizia, capace, e degno, di essere amato, un Dio che certo non poteva sottoporlo a una prova inutile e iniqua. Quando la calamità immeritata lo colpisce, egli vi reagisce con l’impeto di una delusione che ha accenti singolarmente alti, e insieme, violenti  [16].
 
E così, dopo avergli tolto sette figli e tre figlie e tutto il bestiame sotto l’autorizzazione di Dio, Satana ritorna a chiedere la possibilità di tentare nuovamente Giobbe colpendolo fisicamente con atroci sofferenze. Anche questa volta Dio acconsente. Si badi come l’autore del libro sacro non faccia mai discendere il male direttamente da Dio: il Signore autorizza Satana a tentare Giobbe. La qual cosa non cambia la sostanza dell’interrogativo di Morselli che, pur essendo convinto dell’infinita bontà del creatore (che altrimenti non sarebbe assoluto[17]), si precipita sempre più intensamente in un dramma che egli stesso ha vissuto fino a togliersi la vita. «Perisca il giorno in cui nacqui […]» grida Giobbe e, facendogli eco Morselli medita «la parola di chi non spera più, che si ripete uguale nei secoli: se la vita è un male, perché ci fu data?[18]». Se in un primo momento Giobbe sembra accettare la ‘dottrina della retribuzione’, additando una corrispondenza tra peccato e castigo, presto si accorge che la sua sventura «certo sarebbe più pesante della sabbia del mare![19]». Dal fango in cui sgomita, si leva a Dio la voce recriminatoria: se l’essere umano sbaglia, di chi è la colpa?

«Che è quest’uomo che tu ne fai tanto conto e a lui rivolgi la tua attenzione e lo scruti ogni mattina e ad ogni istante lo metti alla prova? Fino a quando da me non toglierai lo sguardo e non mi lascerai inghiottire la saliva? Se ho peccato, che cosa ti ho fatto, o custode dell’uomo? Perché m’hai preso a bersaglio e ti son diventato di peso?[20]» . Accantonata ogni ipotesi di “dottrina perfettiva”, cioè di argomentazione finalizzata a vedere nel male una qualche prova per rafforzare la santità (in questa esposizione interessa il male in sé, in quanto tale, anche se è proteso ad un bene superiore), evidentemente lontana dalla visione dell’autore di Giobbe (come potrebbe Dio tentare a tal punto una sua creatura, anche se per finalità benefiche?), Morselli sente risuonare il grido della immotivata sofferenza dell’innocente nelle parole di Giobbe: «[…]moltiplica le mie piaghe anche senza ragione»[21]. E ancora: «Se un flagello uccide all’improvviso, della sciagura degli innocenti egli ride[22]». E subito dopo il senso di colpa per le parole pronunciate lacerano l’intimità di Giobbe, la cui sofferenza, che nel Cap.10 sembra ormai oltrepassare ogni velleitario tentativo di dare senso all’assurdo, diviene gemito che grida vendetta contro il suo creatore: «Le tue mani mi hanno fatto integro, vorresti ora distruggermi?[23]» .

Neanche la presenza dei tre ‘amici’ risulta essere di conforto a Giobbe. Anzi, i tre sembrano vestire i panni di accusatori, di giudici freddi al dramma dell’uomo di Uz. Elifaz, Bildad e Zofar aprono un grande dialogo che costituisce il corpo del libro di Giobbe. La conversazione si muove in modo non lineare – ma sicuramente appassionato e a tratti pindarico – intorno al tema della giustizia divina. Se da un lato i tre visitatori ricordano all’‘amico’ la ‘dottrina della retribuzione’ e che nulla da Dio proviene di male se non per ristabilire una condizione di giustizia, dall’altro Giobbe, pur accettando in linea teorica le pene di Dio in quanto dovute [24], non può sopprimere il suo grido di dolore e, nel contempo, d’accusa: «[…]così tu annienti la speranza dell’uomo. Tu lo abbatti per sempre ed egli se ne va, tu sfiguri il suo volto e lo scacci[25]».

Il ruolo dei tre amici nell’economia del testo è senz’altro quello di ricordare la ‘dottrina della retribuzione’, probabilmente ancora non del tutto accettata all’interno della religione ebraica. Le risposte di Giobbe rendono «chiaro come l’autore inclini a vedere nel male qualcosa la cui origine non si inserisce nel gioco ristretto delle cause umane, e tanto meno nell’ambito dell’azione e della volontà individuali[26]». Giobbe invoca la morte, chiede pietà a Colui che ritiene essere un consolatore, rivolge nuovamente preghiere ad un Dio che, da un istante all’altro, da persecutore diviene unica speranza. E quando Eliphaz e gli altri continuano a rammentare le sanzioni a chi si rende reo di empietà, Giobbe prorompe: «I discorsi che mi fate li ho già intesi gran numero di volte. Siete dei consolatori molesti![27]». Si profila una figura sofferente e recriminante simile ad altri momenti cruciali della scrittura, come per Gesù nell’agonia della Croce (o anche al Salmo 48,23). Scrive mirabilmente Morselli, «nel tracciare la figura del suo personaggio, in cui il senso del divino vive con una tensione che non ha confronto nemmeno in San Paolo, l’autore, sottilmente esperto di umani contrasti, gli ha posto accanto i tre visitatori e critici, che ne conclamano la flagrante irreligiosità in nome di una gelida ortodossia[28]».

A chiusura del dialogo dei tre, vi è forse una delle pagine più affascinanti della Scrittura: l’apologia di Giobbe (cap.31). In essa si evoca l’urlo finale di un uomo che passa in rassegna tutta la sua esistenza per riuscire ad individuare cosa in essa di male vi fosse, quale atto fosse stato meritevole di una sorte così angosciosa, dove Dio abbia tratto una ragione per poter permettere tanta sofferenza (a motivo della ‘dottrina della retribuzione’). A questo punto, interviene un oscuro personaggio, Eliu, che riprendendo seppur in tono diverso il discorso dei tre ‘amici’, smentisce questi ultimi, continua l’opera di ammonimento per l’empietà di Giobbe e introduce il tema che andrà a chiudere il libro: l’imperscrutabilità dei divini disegni. Le parole di Eliu scagionano Dio e ne esaltano la sua onnipotente sapienza, inneggiano alla potenza e alla bontà del creatore, sono monito contro i malvagi e gli empi: sembrano essere voce profetica, direttamente proveniente dagli Alti Ingegni.
Tutto sembra andare verso una chiusura rispondente alle esigenze della dottrina ebraica, quando improvvisamente giunge Iahvé ad interrompere l’encomio di Eliu: «Chi è costui che oscura il consiglio con parole insipienti?[29]».

Giobbe si accorge finalmente che il lamento verso Dio non può avere un senso, perché troppo è il distacco.È Dio stesso che scende inaspettatamente a dialogare con Giobbe fa comprendere che la nostra vicenda spirituale non può ridursi ad ammettere ostinatamente la razionalità del mondo e la bontà della vita [30]. Afferma Morselli: «Non è per nulla sicuro che insorgere contro il nostro destino sia sempre sterile e stolto, ma certo non può trattarsi di una posizione definitiva[31]». Le parole di condanna con cui il Signore si rivolge ad Elifaz e agli amici[32] aprono ad un significato straordinario (al di fuori dell’immaginario giudaico) la vicenda di Giobbe. Un significato che va a disfare l’immaginario dottrinale fondato sulla ‘teoria della retribuzione’ e spinge fin dove Agostino giungerà secoli dopo, cioè «laddove l’ingegno e le forze ci facciano difetto, dobbiamo credere che essa sia risposta: come in certe, dove non la sapremmo trovare perché il suo nascondimento serve o a esercitare l’umiltà o a fiaccare la superbia[33]». Iahvè guida la mano dell’agiografo alla condanna netta di coloro che di fronte ai misteri della vita pretendono conoscerne le più recondite ragioni, come volendosi ergere al pari di Egli. Esalta invece chi, pur accusandoLo nella sofferenza, ritorna poi alla sua fede ‘bambina’, genuina, che tutto pone nelle Sue mani. Di questo Morselli ne è convinto e dichiara placidamente: «Il Cielo non condanna le nostre reazioni alla sventura, non si vendica nemmeno se rompiamo in aperta rivolta. Una cosa il Signore non tollera: di chiarire all’uomo la propria condotta. Egli non dice che Giobbe abbia torto; afferma di essere l’onnipotente, l’invitto, di aver diritto all’incondizionato ossequio; altro non dice. Coerentemente con ciò il suo comportamento nei confronti di Eliphaz e gli altri sapienti[34]». Morselli coglie nel libro di Giobbe un aspetto che forse la tradizione (come Tertulliano o, più recentemente, Martini) ha trascurato, vedendo nel protagonista il modello di uomo pio e acquiescente, pronto a vivere, seppur con qualche surriscaldamento d’animo, tutto ciò che la provvidenza gli riserva.

Lo scrittore bolognese percepisce in Giobbe qualcosa di più, «che Dio è disposto ad indulgenza verso chi insorge contro i suoi decreti, ma non verso chi pretende svelarne il mistero, subordinandoli ai criteri di una legalità rigorosa bensì, ma antropomorfica[35]». E prosegue ritenendo che Eliphaz e gli altri sbagliano incolpando Giobbe di ignorare Dio, «perché non vedono che negare è cosa diversa dall’ignorare, che la negazione appassionata è una testimonianza più valida della compunta devozione[36]». Si legge in Morselli una dichiarazione di profonda umiltà, sembra il suo Fede e critica seguire gli slanci di Giobbe stesso, digradandosi su valli critiche e ribelli e risalendo su alture remissive, devote, pie. Come Gustave Thibon vede in Nietszche una profonda inquietudine religiosa[37], così Morselli scopre in Giobbe un’accusa che nasconde un impeto di immensa fede; una fede che resta tale anche dinanzi all’irrazionale, superato il quale torna a contemplare e ad amare il Padre Celeste.

Giobbe è ben lungi dall’essere un reprobo, ma è, o è stato, un ribelle, un accusatore. Il divario tra lui e il credente comune, che conosce ad un tratto l’amarezza del disinganno gemendo ed inveendo, non va cercato nel suo finale incondizionato sottomettersi: ma nel vigore meraviglioso con cui egli asserisce la sua e l’universale dipendenza da Dio. È questa coscienza, così risoluta, della realtà divina operante senza intermediari e senza intervalli, che fa di lui un santo, sia pure di una santità alquanto lontana da quella regolare e canonica. Coloro che ‘scusano Dio’ per imputare a se stessi, sono talvolta i medesimi che aprono la strada ai cosiddetti umanesimi divinizzatori dell’Uomo. Giobbe è di ben diversa tempra; nemmeno per un attimo egli pensa di poter disgiungere le sciagure che lo colpiscono dalla sovrana volontà del suo Signore, come mai non gli è avvenuto di attribuire il bene ad altra causa: alle proprie virtù, per esempio. Dalla veemenza della sua recriminazione, vi è da attingere per gli spiriti religiosi una lezione di umiltà; tra i fini di chi ci ha trasmesso la sua storia c’era probabilmente anche questo, niente affatto paradossale[38].

1 Guido Morselli, Fede e critica, Adelphi, Milano 1977, p. 54
2 cfr. Concilio di Trento, Sess. 5a, Decr. De peccato originali, I7 Giugno 1546, can. 3: DS 1513; Pio XII, Lett. enc.Humani generis, 22 Agosto 1950, DS 3897; Paolo VI, Discorso ai partecipanti al Simposio di alcuni teologi e scienziati sul mistero del peccato originale, 11 luglio 1966: AAS 58 (1966) 649-655.
3 cfr. Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Salvifici doloris, 11 Feb. 1984.
4 cfr. Corrado Gnerre, Alcune riflessioni a proposito di ciò che ha detto Padre Cantalamessa nell’omelia del Venerdì Santo, in «Corrispondenza Romana», (26.04.2011), Internet (16.08.2016): http://www.corrispondenzaromana.it/alcune-riflessioni-a-proposito-di-cio-che-ha-detto-padre-cantalamessa-nellomelia-del-venerdi-santo/.
5 Come si intravede in Maurizio Ciampa, Domande a Giobbe: modernità e dolore, Mondatori Bruno, Milano 2005.
6 G. Morselli, op. cit., p.21.
7 Il De Libero Arbitrio si apre con la domanda «Unde Malum?», e alla richiesta di Evodio di ricevere un chiarimento sul tema del male, Agostino confessa: « Eam quaestionem moves, quae me admodum adolescentem vehementer exercuit, et fatigatum in haereticos impulit, atque deiecit. Quo casu ita sum afflictus, et tantis obrutus acervis inanium fabularum, ut nisi mihi amor inveniendi veri opem divinam impetravisset, emergere inde, atque in ipsam primam quaerendi libertatem respirare non possem».
8 Morselli stesso sostiene che «a giudicare dallo stato d’animo incerto e inquieto che traspare da alcune pagine delle Confessioni, nonostante un’insolita unzione, si direbbe che nessun ottimista si è professato tale più a malincuore. Sfogliando il sacro volume, la Bibbia, imbattendosi nei capitoli da cui si leva per secoli la voce dolente di Giobbe, Agostino doveva averne un senso di rimorso, quasi per un tradimento. Egli conosceva il monito pauroso dell’Evangelista: «L’universo intero subisce la potenza del male (1 Giov. 20,19); né doveva sfuggirgli la difficoltà d’accordare lo spirito che informa i postulati dell’ottimismo con le capitali dottrine cristiane della Passione e della redenzione. E non smentiva anzitutto se stesso, aderendo a quei postulati? Le Confessioni testimoniano della lotta tormentosa combattutasi in lui fra la vocazione alla cristiana purezza e le sue abitudini carnali. Descrivono il dolore provato alla scomparsa di un amico, dolore che giunse a “ottenebrargli la mente”; riferiscono della morte di Monica e della “smisurata angoscia” ch’egli ne ebbe. Si dirà che Agostino negava il male in assoluto, non intendeva mettere in dubbio la sofferenza. Ma allora, tanti sforzi a che prò? Che in quanto a sé Dio ignori il male, è soltanto logico, e non occorre esser filosofi o teologi, e nemmeno credenti, per capacitarsene. Ovvio che il male esiste per noi e non è altro che la sofferenza che noi siamo costretti a subire. Quand’anche arrivi a dimostrare che, riferito all’Essere, il male è solo apparenza, che cosa otterremmo, visto che codesta apparenza resterebbe, oltre che deprecata, inevitabile? “O il male che temiamo esiste, o se non esiste, il timore stesso è un male”. Sono parole di sant’Agostino medesimo». G. Morselli, Fede e critica, op. cit., pp. 25-26.
9 Ivi, p.27
10 «La storia che fu già vissuta, è ora in lei pensata, e nel pensiero non hanno più luogo le antitesi che si fronteggiano nella volontà o nel sentimento. Per essa non ci sono fatti buoni e fatti cattivi, ma fatti sempre buoni…» cit. da Francesco Flora, Croce, Milano 1927, p.151.
11 Ivi, p.40.
12 «Ma dovremmo poi semplicisticamente intendere la vita del cosmo, nei suoi aspetti più oscuri, come una proiezione (così è stato detto) della “eredità di ignominia” che l’uomo reca in se stesso? O viceversa dovremmo, per ogni specie vivente o vissuta, addurre una sua propria colpa d’origine a spiegare il dolore di cui si è sofferto e si soffre, mentre è già arduo dar corpo ai concetti di responsabilità e di imputabilità, in campo umano?». Ivi, p.42.
13 Cfr. Ivi, p.51.
14 Es. 1 Re 13,34.
15 Gb 1,1. Le citazioni del Libro di Giobbe sono prese da La Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane, Bologna 2004.
16 G. Morselli, op. cit., p. 54.
17 Nelle pagine di Morselli si evince un’assoluta adesioni alle prove dell’esistenza di Dio di San Tommaso. Anzi, egli sostiene che l’ateismo sia una stortura dell’intelletto.
18 Ivi, p.57.
19 Gb, 6,3.
20 Gb 7, 21.22.
21 Gb 9,17. A questo proposito si veda anche Ger. 12,1 e Sal.72.
22 Gb 9,23
23 Gb 10,8
24 cfr. Gb 14,16.
25 Gb 14,20.
26 G. Morselli, op. cit., p. 60.
27 Gb 16,2.
28 Ivi, p.63.
29 Gb 38,2.
30 cfr. G. Morselli, op. cit., p. 63.
31 Ibidem
32 «La mia ira si è accesa contro di te e contro i tuoi amici, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe». Gb 42,7.
33 Agostino d’ippona, De Civitate Dei, XXII,11.
34 G. Morselli, op. cit., p.64.
35 Ivi, p.66.
36 Ivi, p.67.
37 cfr. Gustave Thibon, Nietzsche, o il declino dello spirito, Ed. Paoline, Roma 1954.
38 cfr.G. Morselli, op. cit., p.67.