10 dicembre 2016

Fede e ragione, scienza e religione


Pubblichiamo l'abstract di uno dei capitoli contenuti nel nostro libro in uscita, "Pensieri controrivoluzionari".

di Riccardo Zenobi

Il rapporto tra fede e ragione viene considerato da molti “problematico”, ma ciò solo perché si fraintendono i termini in gioco, spesso prendendo per buone delle visioni caricaturali di quale sia il contenuto della Fede, le quali sorgono da una altrettanto semplicistica rappresentazione delle dinamiche interne alle discipline scientifiche – che sono spesso confuse con le sole razionali. Se volete approfondire la questione del rapporto tra Fede e ragione, e cercate delle motivazioni per rigettare lo scientismo di chi sostiene che “solo le domande scientifiche hanno valore”, troverete in questo capitolo argomenti per controbattere ai più noti luoghi comuni degli attivisti atei; infatti, dopo aver introdotto e definito i termini in gioco, viene analizzata la pretesa di ritenere le scienze sperimentali le sole discipline razionali, mostrando come tale supposizione scientista sia infondata. Si passa poi a trattare l’argomento principe dell’ateismo, ossia l’evoluzionismo, il quale viene utilizzato come ariete contro il testo biblico, quest’ultimo ovviamente travisato dall’ottica di lettura di un ateo del XX/XXI secolo. Il tutto, per citare la recensione fatta da Marco Tosatti, “con buona pace degli ateisti contemporanei, che sostengono che Dio è un problema da bigotti”.

 

09 dicembre 2016

Non praevalebunt! Un prontuario per la resistenza cattolica


di Alfredo Incollingo

Il titolo di questa recensione potrebbe far storcere il naso ai cattolici più sensibili, aperturisti e dialoganti, ma non dobbiamo temere il giudizio altrui. Siamo dunque politicamente scorretti, il che non vuol dire insultare alcuno, ma affermare la verità. Il saggio che presentiamo va in questa direzione e va compreso senza “se” e senza “ma”. Le critiche, se ben fondate, sono valide, ma il piagnisteo non ci garba. Dunque se volete conoscere la Verità, con la V maiuscola, non vi rimane che acquistare il nuovo saggio di Fabrizio Cannone, “Per una resistenza cattolica. Politica, attualità e cultura alla luce del Vangelo” (Solfanelli, Chieti, 2016: da richiedersi su www.edizionisolfanelli.it). Troverete una critica pungente della modernità e un nuovo modo di intendere l'esistenza e la società alla luce del Vangelo, come ben evidenzia il sottotitolo.

Procediamo con ordine e presentiamo il nostro autore e collaboratore, sin dal 2012, di Campari & De Maistre. Fabrizio Cannone è romano, fedele all'Urbe, cristianamente parlando, quindi è un cattolico “osservante” (come li si definisce adesso i credenti in Cristo, perché purtroppo oggi esistono troppe e vuote categorie di fedeli). E' un tomista di ferro, che farebbe sbiancare qualsiasi teologo modernista, ed è dottore in Storia del Cristianesimo (Uniroma 2, 2001) e in Scienze religiose (Angelicum, 2008). Ha all'attivo già due libri e ha scritto più di cinquecento articoli su molte testate note e importanti del mondo cattolico (La Croce Quotidiano, La Verità, Fides catholica, Radici Cristiane...). E' un grande e appassionante apologeta, e in questo ultimo lavoro non smentisce la sua vena dissacratoria dei moderni tabù.

“Per una resistenza cattolica” si può leggere come un manuale per giovani credenti o per chi, ormai avanti con l'età, vuole mantenere accesa la fiamma della fede. E' una raccolta dei migliori scritti dell'autore, interamente riveduti migliorati e corretti, ma strutturata come un saggio. Ogni capitolo tratta di un argomento d'attualità, dalla famiglia al tomismo, dal femminismo al gender, appoggiandosi con rigore a dati statistici, citazioni, fonti documentarie... L'erudizione non manca, ma questo lavoro non vuole essere certamente un esercizio di stile. La conoscenza è al servizio della fede e non viceversa, altrimenti è gnosticismo.

Ogni capitolo racchiude un seme di verità che, depositato nella coscienza del lettore, farà germogliare un albero rigoglioso e forte. Cannone ha voluto offrire così tanti spunti di riflessione sui temi più urgenti di oggi, parlando anche dell'importanza del “servizio militare”, per esempio, o del valore della cultura e della ricerca, snocciolando il messaggio evangelico su ogni singola tematica. La famiglia, la vita, la politica o la scuola vengono letti secondo il Vangelo, quindi smantellando i pregiudizi moderni, costruiti sulla sabbia, e fondando queste bellezze della vita sulla roccia, come la Parola del Signore, al quale si rifà.

Ecco quindi lo scopo principale di Cannone: fornire al lettore spunti di riflessione, ma anche strumenti per affrontare il dibattito. Mai arrendersi o tirarsi indietro, ma è necessario affrontate il “nemico” in ogni circostanza. Le trecento pagine di “Per una resistenza cattolica” vanno lette con attenzione (lo stile aiuta notevolmente) e comprese fino in fondo. Mai lasciare nulla per scontato, ma tutto va analizzato e assimilato. Solo in questo modo sapremo far tesoro delle ottime riflessioni di Cannone.

 

Il “Renzi della Mancia”: l’avventura dei mille giorni del renzismo


di Giorgio Enrico Cavallo

Il 4 dicembre è naufragato il progetto di cambiare l’Italia a suon di mance, prebende e regalie varie. Matteo Renzi, il premier della fuffa fattasi istituzione, ha mollato lì baracca e burattini e ha pensato: «Sti bischeri non hanno approvato la riforma della Costituzione, ora son uccelli amari e se li pigliano tutti loro». Fortuna che Mattarella gli ha ricordato che non si può piantare in asso un esecutivo che sta per varare la legge di Bilancio. Ma la sbruffonata di mollare di punto in bianco i conti del renzismo al primo che passa – e, allo stato attuale, chissà chi sarà – è perfettamente in linea con le sbruffonate di questo governo, che si è retto per due anni e mezzo (mille giorni) su stampelle dal valore di 80 euro l’una.
Cominciamo dal “mitico” bonus Renzi, quello che garantì al premier ormai dimissionario la bulgara maggioranza del 40% alle europee del 2014. Una vera mancia, inizialmente introdotta in via temporanea tra maggio e dicembre 2014, e poi confermata a regime omnia sæcula sæculorum. Gli 80 euro di credito Irpef che il datore di lavoro riconosce in busta paga ai lavoratori dipendenti hanno mandato gli italiani in visibilio per il Matteo nazionale, tanto che il premier, galvanizzato, ha deciso di replicare la formula degli 80 euro declinandola a seconda delle necessità e dei ruoli. Ad esempio, regalandoli anche alle forze dell’ordine: poliziotti, carabinieri, capitaneria di porto e vigili del fuoco possono quindi godere della lauta mancia di stato. Quindi, a ridosso della fatidica data del 4 dicembre, ecco la tanto attesa mancetta anche alla coccolata casta degli statali: 85 euro – evidentemente, 80 euro iniziavano ad essere pochi – di aumento medio pro capite.
80 euro finiscono in saccoccia anche per i neo-genitori con Isee inferiore a 25mila euro. Sulla stessa scia, anche il bonus mamme da 800 euro e quello di 1000 euro per gli asili nido. Che – intendiamoci – è meglio che un pugno sui denti ed è forse quanto di meglio questo governo ha saputo fare in tema di aiuto alla famiglia, dopo averla presa a cazzotti in ogni modo immaginabile. Ma nulla toglie che – specie dopo i cazzotti di poc’anzi – questi bonus altro non siano altro che un contentino, dietro al quale c’è scritto: “vota Pd” o, se leggi meglio: “vota Renzi”.
Il variegato fronte della cultura è forse quello dove il premier si è divertito di più ad infilare prebende e regali ad ufo. Si va dal bonus di mille euro per comprare strumenti musicali nuovi, destinato agli studenti dei conservatori all’onnicomprensivo bonus diciottenni, che consente di schiudere le porte della cultura (ma non c’erano già le scuole statali?) ad una mandria di ragazzi che, altrimenti, resterebbero privi di libri, spettacoli teatrali, concerti, musei et similia. Ovviamente, non è specificato per quali libri e quali mostre spendere il proprio bonus: viene il sospetto, dunque, che i 500 euro serviranno per comprare l’ultimo libro della enne-logia di Harry Potter o per pagarsi il concerto del cantatorucolo di turno. Almeno il bonus docenti sarà più… decente? Mah: a leggere il sito dedicato alla “carta del docente”, sembra che la regalia di 500 euro per tutti i docenti di ruolo possa servire tanto per l’acquisto di libri quanto per l’ingresso al cinema; e nonostante la settima arte sia oggi elemento centrale della cultura pop, mi sfugge perché i diciottenni e gli insegnanti debbano andare al cinema pagati da noialtri: da che mi ricordi, a scuola non c’era l’ora di “storia del cinema”. Misteri del renzismo.
Questa pioggia di prebende, di regali, di bonus, di elargizioni completamente gratuite, date con la sola giustificazione di esistere su questa Terra e di essere parte di una determinata categoria, è la caratteristica più macroscopica della forma mentis di Renzi: un premier visibilmente incapace di risolvere i problemi del paese, tanto che ne ha creati di nuovi – sarebbe bello capire se e come il bilancio statale potrà assorbire, a lungo andare, tutto questo effluvio di regali – e che è rimasto in sella per due anni e mezzo grazie al più becero clientelarismo della storia italiana. Nemmeno i bistrattati governi della Democrazia Cristiana erano arrivati a tanto.
Eppure, le prebende fanno comodo a tutti: evidentemente, il buon Renzi avrà aiutato gli italiani ad uscire dalla crisi. Mah. Per uscire dalla crisi economica non bastano 80 euro qui e là: i regali del premier sono semplici rattoppi, che non rispecchiano nessuna strategia politica seria di rilancio nazionale. Ne è prova che ad essere esclusi dal “mitico” bonus Renzi sono tutti quelli che sono esclusi dal già di per sé “mitico” posto fisso: disoccupati, collaboratori occasionali, ex co.co.pro., job on call, voucheristi e chi più ne ha, più ne metta. Questo esercito silenzioso di “pseudo-lavoratori” sottopagati, privati di diritti, di tutele e pure della dignità, sono il grave peso che si trascina dietro non solo il nostro paese, ma tutto l’Occidente. Un esercito di uomini e di donne che sgobbano come muli per arrivare a prendere 500 euro mese: per loro, le regalie di 80 euro non ci sono; e non sono previste perché lo Stato non ha mai fatto niente per loro, per gli emarginati. Anzi, recentemente lo Stato italiano ha contribuito a crearli, gli emarginati dal mondo del lavoro – per chi ha memoria breve, citofonare a casa Fornero, ultimo piano, superattico con vista – aggravando una crisi che sembra destinata a non finir mai.
Eppure, basterebbe che il nostro presidente dimissionario smetta di essere cattolico a parole ed inizi ad esserlo nei fatti. Non dare la giusta mercede al lavoratore è peccato talmente grave che grida vendetta al cospetto di Dio: chi governa dovrebbe evitare che avvengano fenomeni di sfruttamento – per chi ha memoria corta, citofonare ad un qualunque pedalatore di Foodora – non solo con l’attività di vigilanza, ma anche promuovendo leggi che incentivino la giusta retribuzione e la dignità del lavoratore. No, le mance elargite a chicchessia non sono una cura: sono una risposta non solo inadatta ma anche dannosa, perché non solo non corrispondono alla giusta mercede ma instillano il pericoloso principio che il bonus spetti di diritto, solo perché si fa un certo lavoro. Insomma, il peggior retaggio dell’assistenzialismo di sinistra unito al peggiore frutto del capitalismo terminale, per cui il cittadino è solo consumatore e deve comprare ora, subito, immediatamente, appena presa la mancia che gli spetta di diritto per le sue spese.
È tutto così assurdo che anche il popolo ha capito che le paghette di Renzi non erano più accettabili: l’intima convinzione di ciascuno è che per vivere serva lavoro – lavoro vero – non un suo surrogato. Non una mancetta una tantum. Le prebende sono state delle toppe con la faccia di Renzi, da mettere su una stoffa troppo logora per poterle sostenere. E c’è da sperare che questa stoffa non si strappi del tutto, ora che il sarto è fuggito davanti alle sue responsabilità, lasciando ad altri l’ingrato compito di risolvere dei problemi ogni giorno più grandi.
 

08 dicembre 2016

La Dolce e Vergine Maria: la Salvezza nell'Immacolata Concezione!



di Alfredo Incollingo

L'8 dicembre 1854 papa Pio IX proclamò il dogma dell'Immacolata Concezione con la bolla Ineffabilis Deus. Si racconta che un fascio di luce solare penetrò il cielo plumbeo e avvolse completamente il pontefice che si affacciava su Piazza San Pietro dal balcone centrale della basilica. Pio IX pianse di gioia perché sapeva che quel fenomeno naturale non era casuale: in quel modo la Vergine e Immacolata Maria lo benediva con la sua luce divina. Quel cielo plumbeo preannunciava i tempi difficili che la Chiesa Cattolica avrebbe dovuto sopportare, ma quel fascio luminoso rammentava agli uomini e al papa che Lei non ci avrebbe mai abbandonati alla disperazione. Così fu e a Lourdes (1858) apparve a Bernadette affidandole il suo messaggio di pace e di misericordia e chiedendo in cambio la conversione dell'umanità. Gli uomini recepirono il messaggio mariano e invocarono Maria nei momenti più bui della storia umana, come in Russia e nel Messico.
Maria era nata da Sant'Anna e San Gioacchino senza peccato perché era stata predestinata a concepire il Figlio di Dio. Duns Scoto lo aveva capito, dopo secoli di dibattito esegetico e teologico per comprendere questa verità di fede, sempre sostenuta dal popolo fedele. L'8 dicembre non è una ricorrenza casuale, ma ha per il cattolico un alto valore sacrale: non si potrebbe mai comprendere la nascita di Gesù il 25 dicembre senza contemplare la purezza della Vergine Maria.
Dio aveva scelto di incarnarsi per salvare i Suoi figli, assumendo la natura umana, ovvero il concepimento uterino: il Signore non poteva generare il Figlio nel peccato originale e quindi a Lei fu riservato di partecipare alla purezza divina. L'Incarnazione nel seno della Vergine Maria ha riscattato la donna e l'umanità tutta dalla colpa di Eva e dei nostri progenitori: badiamo bene non solo dal peccato originale, ma anche dalla cattiva nomea che il genere femminile ha nella tradizione ebraica. La donna è impura, durante il ciclo mestruale, per esempio; con Cristo e con Maria la donna è riabilitata e diviene partecipe della Salvezza. La donna, come l'uomo, ha la missione di educare i figli alla fede cristiana, come Maria e Giuseppe allevarono il Figlio di Dio. La maternità, da fattore marginale, divenne il fulcro della comunità cristiana: la famiglia, che provvede a questo compito, è il pilastro naturale di una società sana e forte. La donna partecipa in questo modo alla Salvezza, come moglie, madre o consacrata a Dio: non è inferiore, ma gode della stessa dignità dell'uomo e a lei è affidato il compito di educare la prole e di gestire la famiglia; questo vuol dire che ha una responsabilità maggiore nella formazione delle future generazioni. Mentre San Giuseppe provvedeva materialmente al sostentamento della Sacra Famiglia, Maria accudiva un figlio tanto speciale. Chi vuole conoscere la maternità non può non contemplare un dipinto della Madonna con il Bambino o recitare un Rosario: solo così sarà possibile rendersi partecipi delle sue virtù e della sue qualità. Misericordia, amore, carità e fede sono i doni che la Madonna ci regala ammirandola: un cammino di perfezione morale non può non condurre e partire da Maria.
Siamo grati a Lei per aver concepito Gesù e per averlo cresciuto; Gli è rimasta accanto fino alla Crocifissione, mostrandosi come madre e donna fedele, tenace e compassionevole. L'8 dicembre, in preparazione del Santo Natale, andiamo in chiesa e lasciamo stare per un attimo i nostri impegni. Recitiamo un Rosario o qualche Ave Maria: rendiamo grazie a Maria che, senza saperlo spesso, ci assiste dal Cielo, perché Lei è Madre nostra!

 

07 dicembre 2016

Vittoria del no. Possibili conseguenze


di Niccolò Mochi-Poltri

Dall'esito del referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre la maggioranza dei commentatori sembra essere stata capace di ricavare puntuali e precisi segnali per divinare i futuri prossimi scenari politici italiani. Al contrario, a noi quell'esito ha lasciato molti dubbi e perplessità che ci hanno suggerito di adottare un atteggiamento di maggiore prudenza, non tale naturalmente da frenare l'entusiasmo per la vittoria del "NO", ma che comunque ci riconduca alla necessità di non indugiare nei festeggiamenti per avvantaggiarci piuttosto nell'organizzazione di un più o meno prossimo avvenire.
I nostri dubbi e le nostre perplessità derivano dalla pur banale constatazione che dietro all'ampio margine di successo del "NO" a fronte di una partecipazione elettorale tra le più alte dell'età repubblicana, se non la più alta in assoluto, si celano ragioni di ordine e grado diverse e talvolta confliggenti, che davvero, ahimè, sono andate a comporre un'accozzaglia difficilmente districabile, cosicché la riduzione ai minimi termini della questione nella sua complessità all'alternativa tra "SI" e "NO" sia quantomai poco eloquente. Se proviamo infatti a farne un elenco, potremmo dire che l'ampia vittoria del "NO" può significare, allo stesso tempo: 1) un rifiuto della riforma nel suo merito, cioè nella varietà dei cambiamenti che avrebbe apportato alla Costituzione 2) un rifiuto della riforma nella sua ratio formale, cioè perché scritta male 3) un rifiuto della riforma in quanto illegittima, poiché elaborata e proposta da un governo creato a tavolino e non passato dalle elezioni 4) un rifiuto verso la possibilità stessa di modificare una Costituzione assurta ad idolo e come tale venerata 5) la volontà di screditare il governo che questa riforma ha elaborato e voluto, vuoi perché considerato illegittimo, vuoi perché considerato inetto 6) la volontà di screditare il capo del governo, nel caso in questione Matteo Renzi, che più d'ogni altro ha voluto questa riforma, alla quale ha più volte ribadito di legare il proprio destino politico 7) la volontà di screditare quel modello politico che Matteo Renzi incarna, e che per comodità chiameremo "renzismo" 8) la volontà di combattere contro quello che viene percepito come il "sistema" tout-court, che a questa tornata elettorale si presentava nei panni del "SI". Se questo può essere considerato in linea di massima l'elenco delle possibili ragioni che hanno indotto l'elettorato a propendere per il "NO", diventa abbastanza semplice intravedere dietro ad ognuna di esse, o a più d'una, la consistente presenza di specifiche istanze politiche e, di conseguenza, di specifici partiti di riferimento. Ma ciononostante resta impossibile stabilire con un'approssimazione accettabile ed utile quali siano quelle ragioni - e quindi quelle istanze politiche e quindi quei partiti - che più delle altre hanno permesso di conseguire quel risultato, e di conseguenza resta impossibile scoprire quali potrebbero essere le forze politiche così premiate indirettamente dall'elettorato.
Tuttavia, riteniamo importante soffermarci con più attenzione sulle ragioni 6 e 7, che consideriamo quantomeno le più pregnanti nell'economia della nostra analisi sull'esito del referendum, non foss'altro perché sono considerate quelle "ufficiali", proposte all'attenzione dell'elettorato dallo stesso Matteo Renzi, il cui peccato originale, nello specifico di questa riforma costituzionale, che poi si è sempre riproposto durante tutta la campagna elettorale, è consistito appunto nella personalizzazione della riforma. Dunque la domanda che dovrebbe a questo punto suscitare il maggior interesse ed urgenza sarebbe: la sconfitta subita da Matteo Renzi ha segnato anche la sconfitta del modello politico renziano oppure quest'ultimo è riuscito a sopravvivere e ad emanciparsi da colui che, se non suo immediato artefice, è comunque stato la sua migliore incarnazione? Ora, a questa domanda dal valore tanto fondamentale per il prossimo avvenire politico dell'Italia, non è possibile offrire una risposta sufficientemente valida, proprio per quei motivi di cui parlavo prima riguardo alle ragioni del "NO", cioè che sono molte, diverse, talvolta confliggenti e comunque distribuite secondo proporzioni incerte.
Ma, se giunti a questo punto dell'analisi non è possibile procedere oltre, ciò non significa che sia legittimo disubbidire alla sempre valida legge di civiltà per cui la Storia la fanno i vincitori: ora, tra i vincitori di questa elezione referendaria ci sono sicuramente anche quei partiti che da diverso tempo a questa parte, pur in maniera diversa, erano stati messi in ombra dallo scontro a due tra PD e M5S. Ebbene, spetta a loro nel prossimo futuro il compito di offrire una risposta a quella domanda, e l'unico modo per riuscire in ciò sarà decidere se porsi in relazione al modello politico renziano con intento emulatorio e mimetico oppure con intento emancipatorio ed antagonista, ovvero esercitarsi nell'elaborazione di un modello alternativo che possa esser proposto nell'agone politico, e scontrarsi vittoriosamente con gli avversari in una elezione che personalmente auspicheremmo svolgersi non presto né tardi, ma quando certe condizioni, ad incominciare dal sistema elettorale, saranno adeguate.

 

Ma il vero sconfitto è Napolitano


di Giuliano Guzzo

Fedele a se stesso fino all’ultimo, Matteo Renzi ha voluto caricarsi sulle spalle la batosta referendaria congedandosi con una frase dalla parvenza eroica – «sono io che ho perso» – ma in realtà menzognera. Proprio così: una balla, l’ennesima. Auspicabilmente l’ultima. Infatti, anche se si è speso (ed ha speso, come ben documentato da La Verità) senza riserve in favore della riforma Boschi-Verdini, il primo destinatario dell’ondata di No uscita dalle urne non è l’ex Sindaco di Firenze bensì un altro signore, il quale in queste ore se ne sta sapientemente defilato, vale a dire un certo Giorgio Napolitano. E’ un’osservazione già fatta da altri, tra cui Marco Travaglio, e pare sacrosanta anche perché comprovata da una serie notevole di elementi.

Tanto per cominciare, è lo stesso Renzi ad aver in più occasioni evidenziato come, convocato al Colle in occasione della sua ascesa a Palazzo Chigi, avesse ricevuto da Re Giorgio chiare direttive non solo sulle priorità del nuovo esecutivo ma proprio sulla necessità di promuovere una riforma della Carta. In secondo luogo, a conferma di ciò, durante la campagna referendaria si è in più passaggi potuta riscontrare una singolare convergenza tra le dichiarazioni dell’ex inquilino del Quirinale e quelle del Presidente del Consiglio. Accadeva cioè che Napolitano rilasciasse una dichiarazione a favore del Sì al referendum, ed ecco che poche ore dopo Renzi rilanciava con parole sue le stesse cose parendo, a tratti, quasi radiocomandato. Impressionante.

Proprio come impressionante è stata la mobilitazione di questo signore che, ad anni 91, ha dato fondo a tutte le energie – con interviste e interventi vari – per una riforma della Costituzione discutibile sotto tanti punti di vista. La prova provata, insomma, che la cosa gli stava enormemente a cuore. E qui, se volete, sorge un piccolo grande enigma: come mai? Perché? Quale la ragione per cui un politico di lunghissimo corso, con tutta la possibilità di godersi la vecchiaia, ha scelto di spendersi anima e corpo per una revisione della Costituzione, propiziando perfino la nascita un apposito governo che la varasse? Qui le ipotesi sono sostanzialmente due. La prima è quella secondo cui l’ex inquilino del Colle, nonostante l’età, arde ancora di passione politica.

Una passione tale che l’avrebbe spinto nella direzione che si è detto. Se le cose stanno così, tanto di cappello a Napolitano, al quale tutti dovrebbero riconoscere l’onore delle armi. C’è però anche una seconda ipotesi circa i motivi della sua mobilitazione, ed è assai meno rassicurante. L’ipotesi infatti è che, come Renzi, pure lui stesse se non eseguendo ordini, quanto meno soddisfacendo desiderata altrui. Di chi, vi chiederete. Eh, domandona da un milione di dollari. Forse dietro a tutto vi sono gli stessi ambienti che hanno preparato ed eseguito, nel 2011, la caduta di Berlusconi e che l’altro giorno hanno spinto nella battaglia referendaria Romano Prodi, un altro che aveva provato a restarne fuori e ne avrebbe avute, del resto, tutte le ragioni. Ma questa è naturalmente solo una ipotesi.

E per capire come stanno davvero le cose, a questo punto, non si può fare altro che osservare non tanto Renzi e Napolitano, i quali è verosimile ora se ne stiano in disparte per un po’, bensì quanto accadrà a Palazzo Chigi e dintorni. Se infatti vi sono poteri desiderosi di allungare le mani sull’Italia, poteri talmente articolati da controllare le istituzioni e da tenere al guinzaglio il mondo dell’informazione, che durante la campagna referendaria ha dimenticato, con poche virtuose eccezioni, il significato della parola imparzialità, potete star certi che ci riproveranno. Nel frattempo, credo sia doveroso e salutare godersi per qualche giorno gli esiti del voto di domenica, che comunque la si pensi è stata una grande festa della democrazia. L’ennesima, dopo la Brexit e la vittoria di Donald Trump, in questo 2016 che per alcuni, potete scommetterci, è ormai un incubo.

https://giulianoguzzo.com/2016/12/06/ma-il-vero-sconfitto-e-napolitano/

 

Sant'Ambrogio, il campione del primato cattolico


di Alfredo Incollingo

I cattolici sanno che nei momenti più difficili della storia le virtù sono più fulgide e chi ne è in possesso riesce a compiere grandi azioni. La fede è più salda e ci spinge ad agire con speranza nel mondo. Quando meno ce l'aspettiamo, la Provvidenza ci aiuta e ci indica il percorso da seguire per uscire dalle sabbie mobili.
Nonostante il cristianesimo si fosse diffuso ad ampio raggio nell'impero, l'unità e l'ortodossia erano minacciate da sette eretiche e dalla corte imperiale, che non riconosceva l'autonomia e la superiorità del vescovo di Roma e della Chiesa Cattolica. San Paolo affermava che non c'è salvezza fuori dalla Chiesa: così è e sempre sarà, poiché ogni potere in Terra è legittimato da Dio, ha in Lui la sua origine. Questo affermava Sant'Ambrogio a Milano quando doveva respingere le ingerenze dell'imperatore Valentiniano II e della madre e reggente Giustina: entrambi erano di fede ariana e insieme ai pagani tentarono di ridimensionare e limitare la presenza dei cattolici nella vita politica a corte e nell'impero.

Nelle sue pastorali Ambrogio si rammaricava dello stato di decadenza della corte milanese: intuì che il relativismo morale e la corruzione dei costumi influivano negativamente sulla solidità dello Stato: solo il cristianesimo poteva purificare e rigenerare il principato che stava collassando su se stesso. Era necessario quindi che Cristo prendesse il posto dei vecchi idoli. Due episodi emblematici ci raccontano il carisma di Ambrogio e la sua tempra, mai incline al compromesso: se ciò fosse stato fatto, per lui sarebbe stato un tradimento del Vangelo.
Nel 382 gli imperatori Graziano, Teodosio e Valentiniano II (all'epoca ancora un bambino) diedero seguito ai decreti dell'Editto di Tessalonica. L'influenza ambrosiana è evidente negli stessi contenuti del testo legislativo: infatti il vescovo riteneva che fosse necessario portare a termine la cristianizzazione iniziata con Costantino, ponendo fine all'idolatria ancora in auge.

A Roma l'Altare della Vittoria, posto nella Curia Iulia, venne spostato: i pagani con il noto retore Quinto Aurelio Simmaco perorarono la richiesta di riposizionare nel luogo originale l'ara direttamente all'imperatore. Sant'Ambrogio difese l'Editto di Tessalonica e dimostrò la superiorità del Dio cristiano sui vecchi idoli. Simmaco aveva chiamato a Milano un giovane retore africano, Agostino, il futuro Padre della Chiesa, per difendere la causa pagana: per quest'ultimo fu una totale sconfitta perché l'imperatore Valentiniano diede ragione ad Ambrogio (e Agostino si avvicinò al cristianesimo).

I rapporti tra il vescovo, strenuo difensore del primato romano, e l'imperium non furono sempre così idilliaci, come possiamo ben comprendere. L'imperatore Teodosio mal digeriva la tenacia di Ambrogio che più volte aveva costretto il principe a sedersi tra i fedeli e non a lato del vescovo, come era prassi a Costantinopoli. Nel 390 a Tessalonica le truppe imperiali avevano massacrato la popolazione, rea di aver assassinato il governatore cittadino e alcuni dignitari. Teodosio senza un razionale e umano giudizio aveva punito innocenti e colpevoli. Ambrogio di fronte alla crudeltà dell'imperatore pretese la pubblica penitenza, vietandogli di entrare in chiesa e di prendere parte ai Sacramenti: mai prima di allora un principe era stato costretto a riconoscersi colpevole e umile di fronte ai suoi sudditi. Ambrogio aveva dimostrato così che l'imperatore non è una divinità, ma un uomo comune e in quanto cattolico era parte integrante della Chiesa. Solo nella Chiesa c'è salvezza e Sant'Ambrogio dette concretezza all'insegnamento paolino.

 

06 dicembre 2016

Molti combattenti e un fronte solo, il NO vince


di labaionetta

Ha vinto il NO, e con una percentuale che onestamente non mi aspettavo - avrei scommesso un NO al 52, 53% - ma va bene anche il 60, intendiamoci.

Ha vinto quella parte di popolazione che non vuole un sistema veloce ma uno Stato che sa in che direzione andare, che vuole tenere conto delle minoranze e che non vende i principi su cui è stata costruita la nostra Costituzione, come gli articoli 3, 19 e 21 sulla dignità della persona, la possibilità di esprimere le proprie idee, la propria Fede, gli articoli 29, 30 e 31 sulla famiglia, il 118 sulla sussidiarietà, per qualche punto di spread.

Ha vinto chi ritiene che nella nostra Costituzione sia insita una visione antropologica, religiosa e filosofica che è la più ragionevole.

Ha vinto l'informazione fatta dal popolo e per il popolo, perché non è vero che l'opinione te la formi da solo leggendoti la norma (perché la riforma era illeggibile) ma occorre un continuo confronto e paragone con chi è autorevole nei giudizi. Pensando a quali sono state le voci del SI: giornali, televisioni e politici internazionali; e chi ha dato voce al NO: piccole ma diffusissime manifestazioni, volantini, il mondo cattolico (quello che ci capisce qualcosa sia chiaro) e il mondo di internet tanto criticato e disprezzato ma che si preoccupa di fare informazione; viene da pensare che la voglia di capire e informarsi c'è e che la maggior parte degli italiani vogliono incidere nella società.

Due sono le categorie di persone su cui vorrei focalizzare l’attenzione:
- la prima sono i tanto criticati giovani, quelli che non si interessano e non si informano, è sufficiente guardare questi numeri per capire che non è così.
La parte giovane dell'Italia ha lavorato molto con i vari comitati, uno su tutti gli Studenti per il NO, si è informata e ha preso una decisione.
- la seconda sono i cattolici, che tanto si sono impegnati nel controllare cosa ha fatto Renzi in questi mille giorni di governo.
Alcuni cattolici “alla Renzi” hanno votato SI in preda al “bello di guardare oltre” e al “dialogo”, molti altri, quelli che possono essere rappresentati dalla piazza del FamilyDay hanno votato e fatto campagna per il NO, andando in giro a spiegare cosa veramente era scritto nella Riforma.
Chiaramente la piazza non è solo mondo cattolico ma chiunque sia dotato di ragione, credenti e non credenti, che han condiviso le istanze a cui hanno dato voce chi ha organizzato e riempito gli incontri di piazza, alcuni di questi stanno pensando ai palazzi e altri no… vedremo.
Vi sono stati anche piccoli-grandi protagonisti come DNF, Sentinelle in Piedi, MCL, famiglie per il NO e molti altri, piccole forze che si sono ritrovate a combattere sullo stesso fronte con molti altri.

Rimane il dato che ora tutti vogliono accaparrarsi la fetta più grossa di questo 60%, bisogna capire se questa vittoria così schiacciante darà il coraggio a queste forze politiche di non dare la fiducia ad un governo tecnico che sicuramente verrà proposto, concedendo il tempo di fare la legge di stabilità e la legge elettorale, oppure se faranno i cattivi fino alla fine. Se il NO si fosse fermato al 52% non avrei avuto dubbi… ma l’ipotesi “cattivi fino alla fine” mi sembra richieda troppo coraggio.

Ad adesso c'è una legge di bilancio fatta di una tantum sulle entrate e di aumenti strutturali di spesa che non è stata approvata dall'Europa (forse alla fine verrà approvata proprio per non aggiungere altra instabilità) che va portata a termine e una legge elettorale che, allo stato attuale, è un proporzionale puro per entrambe le camere (pare). I 5 stelle vogliono usare “l'italicum corretto”, qualcun’altro parla di consultellum. Vedremo.

Il fatto è che noi non abbiamo problemi se il governo cade ogni due anni, a patto che questo rappresenti in modo reale la popolazione dello Stato. Non ci interessano mille mila leggi che regolamentino ogni aspetto della vita ma ne vogliamo poche, ben scritte e che lascino la massima libertà di iniziativa al singolo. Queste e molte altre cose erano soffocate e rese con la minima incidenza possibile all'interno della riforma proposta (il Senato come era disegnato e il combinato disposto non avrebbero mai rispecchiato il sentire comune); la riforma è stata fermata, e questa è una cosa buona, ora però bisogna rendere reale tutto ciò.

Intanto abbiamo un bell'annetto di respiro per quanto riguarda la battaglia sulle questioni antropologiche in cui possiamo costruire qualcosa di concreto e poi si vedrà.
 

05 dicembre 2016

Dopo la Misericordia, l'Ira

Giudizio Universale. Giotto. Cappella degli Scrovegni
di Amicia San Benedetto Brixia

Finalmente si è concluso l’Anno della Misericordia ed è tempo di bilanci. Il bilancio che voglio fare oggi non è relativo all’incidenza della proposta pontificia, alla risposta dei pellegrini, all’effetto Francesco o ad altri tanto gettonati parametri. Il mio bilancio parte da un’esperienza: un anno dedicato a meditare il Diario di santa Faustina Kowalska.

Ne ho tratto un’impressione meravigliosa, relativamente al dono della Misericordia divina, però compreso nel suo debito contesto. Ne ho tratto al contempo una discreta amarezza, constatando quanto sia stata povera e fuorviante la predicazione di moltissimi pastori, in confronto alla lezione privatamente rivelata dalla santa polacca. Stupisce in particolare lo svilimento della Misericordia, sottratta al suo contesto reale, scissa dal suo inevitabile riferimento alla miseria, al peccato, alla seduzione diabolica, al castigo, al giudizio e all’ira. Ho deciso dunque di raccogliere una piccola antologia di brani, in cui il rapporto complementare tra Misericordia e Giudizio è ben affermato. Non li ho selezionati tramite un’operazione di ricerca meccanica, ma appuntandomeli man mano tra una meditazione e l’altra, per cui forse non sono i più significativi od esaustivi, ma sono esemplari ed emblematici. Scelgo di corredarli di brevissimi commenti, lasciando a voi di trarre le debite conseguenze.

O mio Dio, sono consapevole della mia missione nella santa Chiesa. Il mio impegno continuo è quello di impetrare la Misericordia per il mondo. Mi unisco strettamente a Gesù e mi offro come vittima che implora per il mondo. Iddio non mi negherà nulla, quando L'invocherò con la voce di Suo Figlio. il mio sacrificio è niente per se stesso, ma quando l'unisco al sacrificio di Gesù Cristo, diviene onnipotente ed ha la forza di placare lo sdegno di Dio. Iddio ci ama nel Figlio Suo. La dolorosa Passione del Figlio di Dio è una continua invocazione che attenua la collera di Dio. (Quad. I, 29.IX.1935)

Cosa succederebbe in un mondo in cui non ci siano più anime dedite a placare la collera divina?

Ad un tratto vidi la Madonna che mi disse: « Oh, quanto è cara a Dio l'anima che segue fedelmente l'ispirazione della Sua grazia! Io ho dato al mondo il Salvatore e tu devi parlare al mondo della Sua grande Misericordia e preparare il mondo alla Sua seconda venuta. Egli verrà non come Salvatore misericordioso, ma come Giudice Giusto. Oh, quel giorno sarà tremendo! E’ stato stabilito il giorno della giustizia (cfr. At 17,31), il giorno dell'ira di Dio davanti al quale tremano gli angeli. Parla alle anime di questa grande Misericordia, fino a quando dura il tempo della pietà. Se tu ora taci, in quel giorno tremendo dovrai rispondere di un gran numero di anime. Non aver paura di nulla; sii fedele fino alla fine. Io ti accompagno con la mia tenerezza». (Quad. II, 22.III.1936)

Che senso avrebbe tacere l’incombere dell’Ira? Quanto è rischioso tacere del rapporto tra l’ultima grande elargizione di Misericordia e l’alternativa tremenda del Giudizio?

«I più grandi peccatori pongano la loro speranza nella Mia Misericordia. Essi prima degli altri hanno diritto alla fiducia nell'abisso della Mia Misericordia. Figlia Mia, scrivi sulla Mia Misericordia per le anime sofferenti. Mi procurano una grande gioia le anime che si appellano alla Mia Misericordia. A queste anime concedo grazie più di quante ne chiedono. Anche se qualcuno è stato il più grande peccatore, non lo posso punire Se esso si appella alla Mia pietà, ma lo giustifico nella Mia insondabile ed impenetrabile Misericordia. Scrivi: prima che io venga come Giudice giusto, spalanco la porta della Mia Misericordia. Chi non vuole passare attraverso la porta della Misericordia, deve passare attraverso la porta della Mia giustizia». (Quad. III, 6.VI.37)

Ecco un aut-aut che è peccato tacere: se il volto divino è Misericordia, anzi proprio perché lo è, chi Lo rifiuta sceglie da sé di confrontarsi con il Giudizio.

Il Signore mi rispose: «Per punire ho tutta l'eternità ed ora prolungo loro il tempo della Misericordia, ma guai a loro, se non riconosceranno il tempo della Mia venuta. Figlia Mia, segretaria della Mia Misericordia, non solo ti obbligo a scrivere sulla Mia Misericordia e a diffonderla, ma impetra loro la grazia, affinché anche loro adorino la Mia Misericordia». (Quad. III, 27.VI.1937)

Iddio punisce, non solo con una malattia o un cataclisma, bensì con un’eternità di sofferenze, ma non è questo il suo obiettivo, sua mira è che ci convertiamo.

Oggi ho udito queste parole: «Figlia Mia, compiacimento del Mio Cuore, con delizia guardo alla tua anima, invio molte grazie unicamente per riguardo a te, trattengo anche molti castighi unicamente per riguardo a te. Mi trattieni e non posso esigere giustizia, Mi leghi le mani col tuo amore». (Quad. III, 9.VII.1937)

Iddio punisce e castiga, ma a dirla tuttalo fa con estrema rarità.

O Cristo, dammi le anime! Manda su di me tutto quello che vuoi, ma in cambio dammi le anime. Desidero la salvezza delle anime; desidero che le anime conoscano la Tua Misericordia. Non ho nulla per me, perché ho distribuito tutto alle anime, così che nel giorno del giudizio starò davanti a Te con niente, perché ho distribuito ogni cosa alle anime; e perciò non avrai di che giudicarmi e in quel giorno ci incontreremo: l'Amore con la Misericordia… (Quad. V, 30.XI.37.)

La risposta all’Ira divina non è scandalizzarsi, resistere a Dio, ingannare le anime con la favola della redenzione garantita a prescindere, ma è offrire se stessi per gli altri e in tale offerta vale di più, agli occhi di Dio, il dono di chi occupa posti più alti nella Chiesa: questa è l’unica strategia della Misericordia. 

Gesù per la terza volta parla all'anima, ma l'anima è sorda e cieca, incomincia a consolidarsi nell'ostinazione e nella disperazione. Allora incominciano in certo qual modo a sforzarsi le viscere della Misericordia di Dio e, senza alcuna cooperazione da parte dell'anima, Iddio le dà l'ultima grazia. Se la disprezza, Iddio la lascia ormai nello stato in cui essa stessa vuole stare per l'eternità. Questa grazia scaturisce dal Cuore misericordioso di Gesù e colpisce l'anima con la sua luce e l'anima incomincia a comprendere lo sforzo di Dio, ma la conversione dipende da lei. Essa sa che quella grazia è l'ultima per lei e se mostra un piccolo cenno di buona volontà - anche il più piccolo - la Misericordia di Dio farà il resto. (Quad. V, DIALOGO FRA DIO MISERICORDIOSO E L’ANIMA DISPERATA).

Grande è la potenza della Misericordia, ma seria e terribile la possibilità di schermirsene.
O mio Gesù, vita della mia anima, vita mia, mio Salvatore, mio dolcissimo Sposo, e nello stesso tempo mio Giudice, Tu sai che nell'ultima ora non farò affidamento su nessun mio merito, ma unicamente sulla Tua Misericordia. (Quad. V, 30.1.1938)

Non serve negare il volto Giudice di Dio, serve conoscere come comportarsi al Suo tribunale: appellarsi alla sua Misericordia. 

Quando entrai un momento in cappella, Gesù mi disse: «Figlia Mia, aiutaMi a salvare un peccatore in agonia; recita per lui la coroncina che ti ho insegnato».Quando cominciai a recitare la coroncina, vidi quel moribondo fra atroci tormenti e lotte. Era difeso dall'angelo custode, il quale però era come impotente di fronte alla grande miseria di quell'anima. Una moltitudine di demoni stava in attesa di quell'anima, ma mentre recitavo la coroncina vidi Gesù nell'aspetto in cui è dipinto nell'immagine. (Quad. V, 3.II.1938)

L’ira e il castigo hanno la forma dell’impotenza: la libertà e l’ostinazione umana rendono impossibile l’aiuto divino e pongono l’uomo in balia delle leggi cosmiche, delle tare psichiche, delle brame diaboliche. 

Oggi ho udito queste parole: «Nell'Antico Testamento mandai al Mio popolo i profeti con i fulmini. Oggi mando te a tutta l'umanità con la Mia Misericordia. Non voglio punire l'umanità sofferente, ma desidero guarirla e stringerla al Mio Cuore misericordioso. Faccio uso dei castighi solo quando essi stessi Mi costringono a questo; la Mia mano afferra malvolentieri la spada della giustizia. Prima del giorno della giustizia mando il giorno della Misericordia ». Ho risposto: « O mio Gesù, parla Tu stesso alle anime, poiché le mie parole non hanno importanza». (Quad. V, 3.II.1938)

Dio castiga, malvolentieri, ma lo fa. Fa parte di quel gruppo di “cattivi”, che preferiscono subire malelingue, anziché sottrarsi al proprio compito, ancorché gravoso, ma inevitabile. Mi viene da commentare: Dio oggi non scenderebbe in terra come Inquisitore, ma come Cardinale (cfr. La vicenda dei “dubia”). 

Allora il Signore mi guardò benevolmente e mi consolò con queste parole: «Non piangere, c'è anche un gran numero di anime che Mi amano molto, ma il Mio Cuore desidera essere amato da tutti e poiché il Mio amore è grande, per questo li minaccio e li punisco...». (Quad. VI)

L’ira nella storia ha funzione propedeutica: se noi la neghiamo e impediamo al popolo di riconoscerla, stiamo forse impedendo e neutralizzando un intervento divino? A danno di chi andrà tale istanza? 

Una volta udii queste parole: «Se tu non Mi legassi le mani, manderei molti castighi sulla terra. Figlia Mia, il tuo sguardo disarma la Mia ira. Anche se le tue labbra tacciono, gridi a Me così potentemente che tutto il cielo ne è scosso. Non posso sfuggire alla tua supplica, poiché tu non M'insegui lontano, ma nel tuo proprio cuore». (Quad. VI, 26.V.1938)

Alla luce dei precedenti commenti, tutti rivolti alla serietà e ineluttabilità della collera divina, commuove questo testimonio, in cui si rivela la grandiosità della Misericordia a tutti offerta. 

«Scrivi: sono tre volte santo ed ho orrore del più piccolo peccato. Non posso amare un'anima macchiata dal peccato, ma quando si pente, la Mia generosità non ha limiti verso di lei. La Mia Misericordia l'abbraccia e la perdona. Con la Mia Misericordia inseguo i peccatori su tutte le loro strade ed il Mio Cuore gioisce quando essi ritornano da Me. Dimentico le amarezze con le quali hanno abbeverato il Mio Cuore e sono lieto per il loro ritorno. Dì ai peccatori che nessuno sfuggirà alle Mie mani. Se fuggono davanti al Mio Cuore misericordioso, cadranno nelle mani della Mia giustizia. Dì ai peccatori che li attendo sempre, sto in ascolto del battito del loro cuore per sapere quando batterà per Me. Scrivi che parlo loro con i rimorsi di coscienza, con gli insuccessi e le sofferenze, con le tempeste ed i fulmini; parlo con la voce della Chiesa, e, se rendono vane tutte le Mie grazie, comincio ad adirarMi contro di essi, abbandonandoli a se stessi e do loro quello che desiderano». (Quad. VI, 26.V.1938)

La Misericordia: noi ci offriamo a Dio, che ci desidera. L’ira: Dio ci dona quanto noi desideriamo. 
 

Il riassunto del lunedì/1


Iniziamo una rubrica settimanale nella quale, ogni lunedì, riassumeremo con un breve commento i fatti salienti della settimana appena trascorsa.

Settimana 28/11-4/12 2016

di Francesco Filipazzi

Referendum italiano 
Ma anche no. Il figlio segreto di Wanna Marchi (copyright Meloni) ha preso una legnata senza precedenti e ha annunciato le sue dimissioni. Vediamo cosa accadrà nei prossimi tempi. Sulle analisi del voto, il vostro blog preferito si impegnerà nei prossimi giorni. Al momento la certezza è che Renzi, colpevole di averci funestati con le unioni civili, è andato a casa.

Morto Fidel Castro. Con relativi funerali
Non è affar nostro.

Nella cabina di regia dell'Osservatore Romano è entrato un protestante.
Un altro?

Scontro totale su Amoris Laetitia
L'argomento tiene banco. I quattro cardinali che hanno sollevato i dubia sono vittime di una gogna mediatica durissima e alcuni prelati si stanno esponendo sia per difenderli che per attaccarli. Fra chi li attacca, l'unica argomentazione è che, semplicemente, stanno mettendo in difficoltà il Papa. Qualcuno avanza l'ipotesi che vengano defenestrati, scardina(la)ti magari. Risuonano a quanto pare urla sconvolte. "Tagliategli la testa" urlano contro Burke, "calpestategli la cappamagna. Date olio di ricino a Caffarra. E questo Brandmuller! Non bastava Muller? E Meisner da dove salta fuori!?!". 
Fra le altre, i quattro si sono presi degli eretici scismatici dal capo dei vescovi greci, il che ha generato qualche sorriso qua e là, mentre si è sparsa la notizia che alcuni alti sostenitori (uno in particolare) delle linee aperturiste hanno fior di account farlocchi per cercare di fare numero sui social network. E dire che qualcuno aveva accusato quei quattro gatti dei rigidi fondamentalisti che si oppongono alle aprture di fare la stessa cosa!!! Altro che la moglie di Brunetta.
Nel frattempo il prefettone Muller dichiara di avere le mani legate. Solo Francesco può rispondere ai dubia.

Lapo Elkann è stato ancora una volta sgamato in una situazione imbarazzante. 
Dopo giorni passati con un trans ad assumere droga, il rampollo della famiglia Agnelli avrebbe simulato un sequestro per richiedere alla famiglia 10 mila euro. Ovviamente il web dei guardoni si è profuso in derisioni di ogni tipo. Eppure le gesta poetiche del buon Lapo rivelano solo una dura realtà: i soldi non rendono felici, se non c'è qualcuno che ci stia vicino. Gli consigliamo di leggere il Vangelo, per trovare qualcosa che non può acquistare.

Elezioni austriache
"Tu hai i vip, io ho il popolo", ha detto Hofer al suo avversario. Quello di destra però è Hofer. Il fenomeno per cui la sinistra ormai è diventata l'agente dell'oppressione dei poveracci è già stato spiegato dal dottor Plinio. Purtroppo però Hofer, salvo novità dell'ultima ora, ha perso. Aridatece gli Asburgo, a questo punto.

Hollande dichiara "non mi ricandido per il bene della Francia"
Ammettere di essere un imbecille è difficile, ammettere di essere il male per il proprio paese anche di più. Hollande ha fatto entrambe le cose. Fra una pernacchia e l'altra, finisce l'ultima fase della rivoluzione laicista francese. Ultimo colpo di coda: la proposta di fare una legge per vietare chi critica l'aborto online. E farebbe già ridere così, ma non è una barzelletta. Arance per tutti.
p.s. Dall'altra parte dello schieramento si segnala la tranvata di Sarkozy, che finalmente può essere consegnato a un tribunale internazionale.

Il cardinale Dolan vittima di oltraggi inutili.
Lo spesso cardinale di New York è andato a salutare le ballerine di uno spettacolo natalizio, le Rockettes del Christmas Spectacular. Le ragazze, nelle foto diffuse, hanno il costume di scena, cioè sono scosciate. I bigottoni da tastiera si sono messi a oltraggiare il cardinale, dandogli praticamente dell'immorale, in pieno stile puritano. In realtà (nota Introvigne) quello spettacolo è uno dei pochissimi che hanno mantenuto al proprio interno, nonostante le pressioni, delle simbologie religiose. Dunque, cari testoni, andate a farvi due risate, ogni tanto.



 

04 dicembre 2016

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: la cattolicissima Fontana dei Quattro Fiumi (Parte XIX)

Visita di Innocenzo X alla fontana
dei quattro Fiumi


Alfredo Incollingo
La Pace di Westfalia del 1648 aveva posto fine alla Guerra dei Trent'anni (1618 - 1648) che aveva devastato il continente europeo. I cattolici erano stati vinti, con il beneplacito di re e principi “doppiogiochisti” (pensiamo alla Francia che aveva spalleggiato i luterani!), e il papato doveva sopportare una cocente sconfitta. Eppure, nonostante i tempi presagissero un destino sempre più marginale, Roma seppe resistere e riaffermare con orgoglio la sua natura apostolica e universale, sperando di recuperare quella centralità politica che era stata compromessa.

Papa Innocenzo X si rese conto mestamente della vittoria luterana e degli intrighi dei sovrani cattolici che avevano disertato il fronte romano. Avrebbe dovuto ammettere la sconfitta di Roma e invece al contrario tentò di infondere un nuovo spirito di rivalsa nei fedeli e nei principi. Lo fece con l'arte, perché da sempre la bellezza era un veicolo indispensabile per difendere i propri valori e per fare una classica e efficace apologetica. Commissionò così ad un genio del seicento, Gian Lorenzo Bernini, la costruzione di una fontana monumentale in Piazza Navona, di fronte la chiesa di Sant'Agnese in Agone.

Dal marmo prese forma la Fontana dei Quattro Fiumi che è il cattolicesimo in pietra: le forme, le decorazioni e i rimandi raccontano la Chiesa Cattolica in pochi e avvincenti concetti. Le quattro statue alla base dell'obelisco rappresentano i fiumi maggiori dei quattro continenti allora conosciuti: il Rio della Plata (Americhe), Nilo (Africa), Gange (Asia) e Danubio (Europa). Non sono semplici decori a tema geografico, ma indicano le direzioni dell'apostolato cattolico e l'universalismo che abbraccia tutte le genti che vivono sui continenti (allora) conosciuti. Il luteranesimo aveva frammentato la cristianità e aveva disperso la tradizione. Era tempo che Roma ricordasse ai potenti e ai fedeli la sua vocazione, sfuggendo alle grinfie di quanti la volevano addomesticare.

La presenza degli stemmi papali e dei simboli araldici di Innocenzo X personalizzano le intenzioni celate nell'opera d'arte. E' questo papa a reagire alla sconfitta e ed il papato che deve guidare la riscossa delle nazioni cattoliche. Oggi i turisti affollano Piazza Navona e ritrattisti di strada animano il “salotto romano” per eccellenza, ignari della storia e dei significati dell'opera beniniana. Noi invece no, sappiamo l'enorme valenza storica e religiosa che quel monumento e con deferenza ci accostiamo a lui. Il viaggio continua.
 

03 dicembre 2016

In cielo è appeso un orologio dai cento rintocchi

(OVVERO IL RE SOLE, FATIMA E UN VESCOVO VESTITO DI BIANCO)

di Matteo Donadoni

Ovviamente in questi giorni non si può nemmeno prendere un caffè al bar senza venir coinvolti in discussioni – tipo come stamane col sindaco – pro o contro il quesito del Referendum costituzionale. Ovviamente non mi piace un senato fantoccio che nemmeno ai tempi di Caligola, quindi è bagarre. Spesso lo scontro si conclude, ahimè, con la domanda: “allora tu come la cambieresti, la Costituzione?”. Non lo so. Ma, a furia di non saperlo, ci ho pensato e sono sicuro di una cosa: perché non cominciare dall’articolo uno («L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione»), la cui prima parte è per me un assioma privo di senso logico, sostituendolo con «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sulla Regalità sociale di Cristo Re dell’Universo. La sovranità appartiene a Nostro Signore Gesù Cristo, dal popolo riconosciuto come proprio unico ed eterno Re, il quale la esercita tramite il popolo, cui ne è demandato il governo pratico nelle forme della legge naturale universale espressa entro i limiti di questa Costituzione»? Lo so, ciò ne farebbe una monarchia parlamentare e sarebbe magnifico. Da questo primo discenderebbe a catena tutto il resto, a partire dall’elezione democratica di un Re “vicario”, dall’incoronazione di Maria Immacolata Regina d’Italia, et cetera, fino alla modifica del tricolore con l’inserimento del Sacro Cuore al centro e la sostituzione del verde con il giallo. Ma, sapete, ci han fatto apposta un Referendum…
A proposito di bandiere, non è di costituzioni che volevo parlare, volevo parlare delle richieste inascoltate di Maria e del dramma collegato ad esse. Con domande finali.

Alla fine del secolo XVII, a seguito delle guerre di religione conclusesi con la Pace di Westfalia (1648) l’Europa era sotto il giogo del protestantesimo, che, anche se ostacolato dalla Riforma cattolica, diffondeva comunque le sue eresie e cominciava a corrompere gli spiriti. Così avvenne che il 17 giugno 1689 il Sacro Cuore apparve a santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690), facendole delle rivelazioni.
«Fa’ sapere al figlio primogenito del mio Sacro Cuore che, come la sua nascita temporale fu ottenuta grazie alla devozione ai meriti della mia santa Infanzia, così la sua nascita alla grazia e alla gloria eterna verrà ottenuta mediante la consacrazione che egli farà di se stesso al mio adorabile Cuore, che vuole trionfare sul suo e, mediante questo, sui cuori dei grandi della terra».
«Il Sacro Cuore vuole regnare nella sua reggia, essere raffigurato sui suoi stendardi e inciso sulle sue armi, per renderle vittoriose su tutti i suoi nemici, abbattendo ai suoi piedi le teste orgogliose e superbe, per farlo trionfare su tutti i nemici della Chiesa».
«Il Sacro Cuore desidera entrare con pompa e magnificenza nei palazzi dei prìncipi e dei Re, per esservi oggi onorato tanto quanto venne oltraggiato, umiliato e disprezzato durante la sua Passione. Egli desidera di vedere i grandi della terra tanto abbassati e umiliati ai suoi piedi, quanto allora venne annichilito».
Il Re Sole Luigi XIV non obbedì alla richiesta di Gesù – altrettanto fecero per un secolo i suoi eredi – e la consacrazione richiesta da Nostro Signore Gesù al Re non si realizzò. Un secolo dopo, nel 1789 (in realtà il 17 giugno), la Rivoluzione francese abbatté la monarchia, fece rotolare la testa del Re Luigi XVI nel 1793. Dopo la morte del Re la Francia iniziò la sua inarrestabile discesa, con ripercussioni sull’Europa cristiana, oramai alla deriva, perseguitò la Chiesa e poi, con Napoleone, il Santo Padre

Questa vicenda ha uno stretto legame con i fatti di Fatima.

Nella terza delle Sue sei apparizioni di Fatima, avvenuta il 13 luglio 1917, la Beata Vergine Maria disse ai tre pastorelli che Ella sarebbe tornata successivamente per chiedere la consacrazione della Russia al Suo Cuore Immacolato. La Madonna enfatizzò l’importanza di questa richiesta, che si accompagnava ad un avvertimento davvero terrificante:
«Se le Mie richieste saranno ascoltate, la Russia si convertirà e vi sarà la pace; altrimenti, essa diffonderà i suoi errori in tutto il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa; i buoni saranno martirizzati, il Santo Padre dovrà soffrire molto, diverse nazioni saranno annientate; infine il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre Mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo qualche tempo di pace».
Nell’estate del 1931, l’urgenza della richiesta venne sottolineata da un’altra apparizione. Questa volta, fu Nostro Signore a parlare a Suor Lucia, e a darle un ammonimento in merito alla Consacrazione della Russia:
«Fai sapere ai Miei ministri, dato che seguono l'esempio del Re di Francia nel ritardare l'esecuzione della Mia richiesta, che lo seguiranno nella sciagura». Evidente il riferimento a Luigi XVI. Ma la consacrazione della Russia, nei termini voluti da Gesù, non vi fu mai.
Nell’ottobre 1942, in piena Seconda Guerra Mondiale, Papa Pio XII compì una consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria. Non fece alcuna menzione della Russia, né alcun vescovo del mondo partecipò a quella cerimonia.
A metà del 1952, durante la Guerra in Corea, Papa Pio XII compì un’altra consacrazione. In questo caso, egli nominò esplicitamente la Russia, ma non chiese ad alcun vescovo di unirsi a lui a quella consacrazione (come se un vescovo cattolico potesse mai essere comunista) avvenuta via radio, e non durante una cerimonia pubblica e solenne. Senza la partecipazione dei vescovi, anche quella consacrazione non poté soddisfare la richiesta della Madonna.
Come se non bastasse, verso la fine del 1962, l’apertura del Concilio Vaticano Secondo si inventò un nuovo ostacolo: per ottenere da Mosca la partecipazione al Concilio di due osservatori della Chiesa Russo Ortodossa, il Vaticano acconsentì formalmente a non condannare la Russia Sovietica, o il comunismo in generale, durante i lavori di quel Concilio. Tale decisione diede inizio alla cosiddetta “Ostpolitik”.

Oggi la politica mondiale è in fermento come dimostra il voto sulla Brexit, i governi della Mitteleuropa e la vittoria di Trump. Tutto questo mentre entriamo nel 100° anniversario delle apparizioni della Madonna a Fatima: cento anni dalle richieste e dagli avvertimenti in Portogallo nel 1917.
Come ha ricordato Patrick Archbold su The Remnant, questo «anniversario non è solo un fenomeno umano. Infatti, nostro Signore stesso ha fatto un’allusione diretta al significato di un secolo nella timeline di Fatima». Quindi è lecito chiederci se dobbiamo aspettarci qualcosa di terribile. Se tanto mi dà tanto, il 13 luglio 2017 dovremmo aspettarci qualcosa di eclatante? Un disastro, fisico e spirituale?
Spero vivamente di no. Però è giusto fare un collegamento, perché il collegamento esiste ex ante.
Dunque, un secolo dopo le richieste disattese di Paray-le-Monial un Re è stato deposto (prima che decapitato). Un secolo dopo le richieste disattese di Fatima un pontefice potrebbe essere messo in discussione?
Questo esito da cosa lo si può evincere se non dai “Dubia” dei cardinali del Sale della Terra? Quattro coraggiosi cardinali hanno la possibilità e probabilmente l’intenzione di emettere un atto di correzione formale al Vescovo di Roma, a causa dell'errore latente in Amoris Laetitia. Nonostante le minacce avanzate a Madrid da mons. Pio Vito Pinto, Decano della Rota Romana, per conto del Santo Padre, di ritirar loro il cappello cardinalizio.
Ciò, in entrambi gli esiti, senza dubbio può portare ad un terribile castigo, sulla Chiesa e sul mondo.  Questo, naturalmente, ci riconduce alla visione di Fatima.

«[Il Vescovo vestito di bianco] attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo esitante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; dopo aver raggiunto la cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono proiettili e frecce contro di lui, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari di varie classi e posizioni».


Un Vescovo vestito di Bianco, suor Lucia disse ”abbiamo avuto l'impressione che fosse il Santo Padre”. Perché l’impressione? E’ ovvio che il Vescovo vestito di bianco sia il Papa. Sine dubio. Suor Lucia non sapeva (o non volle dire?) che nel 2017 ci sarebbero stati – come presumibilmente sarà – due Papi. Ora, è possibile che la confusione sopra l'identità del vescovo vestito di bianco sia generata dal fatto che c’è un Papa “deposto”, ancora vestito di bianco? Il vescovo morente della visione, appurato ormai che non è Wojtyla, è Bergoglio o Ratzinger? Dovesse mai accadere, Antonio Socci avrebbe forse una magra consolazione nell’aver avuto ragione?

Uno scenario inquietante ci attende al volgere dell’anno. Forse che qualcuno trama nell’ombra un oscuro proposito?

Che fare, allora, carissimi “sgranarosari”?
La Chiesa è un unico Corpo mistico di Cristo, dal quale non ci si possiamo isolare, pena lo scivolare su posizioni inaccettabili proprio nell'intento di salvaguardare la sana dottrina. Tuttavia possiamo legittimamente domandare se non siano i novatori ad essersi già, de facto, separati dal Corpo mistico per peccati contro la fede, ma la maggior parte del clero e dei cattolici praticanti sono soggettivamente in buona fede e non si può, con leggerezza di spirito lasciare che vadano in malora.
Finchè in Vaticano molti saranno preda del modernismo, si dovrà continuare a dar battaglia spirituale, dentro, fuori le mura domestiche, con l’unica arma che abbiamo: il Rosario. Non per fare i duri e puri, ma perché non ci è permesso né offendere Dio, né ingannare le anime.
Sia lodato Gesù Cristo.
 

02 dicembre 2016

Sulla Costituzione solo «riforme condivise». Chi lo diceva?


di Giuliano Guzzo

«La Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza antifascista, è il documento fondamentale dal quale prendiamo le mosse. La Costituzione non è una semplice raccolta di norme: oggi non meno di ieri è la decisione fondamentale assunta dal popolo italiano sul come e sul perché vivere insieme. È il più importante fattore di unità nazionale e di integrazione sociale, proprio in quanto assicura il consenso della comunità sui princìpi della convivenza al suo interno e permette di dirimere i conflitti di opinioni e di interessi.
Il Partito Democratico riconosce i valori che ispirano la Carta costituzionale, unitamente a quelli della Carta dei diritti umani fondamentali dell’Unione Europea e della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, e li assume come princìpi validi per tutti, al di là delle disuguaglianze legate alla nascita, all’educazione, al reddito e alle condizioni individuali.
La sicurezza dei diritti e delle libertà di ognuno risiede nella stabilità della Costituzione, nella certezza che essa non è alla mercè della maggioranza del momento, e resta la fonte di legittimazione e di limitazione di tutti i poteri.
Il Partito Democratico si impegna perciò a ristabilire la supremazia della Costituzione e a difenderne la stabilità, a metter fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza, anche promuovendo le necessarie modifiche al procedimento di revisione costituzionale. La Costituzione può e deve essere aggiornata, nel solco dell’esperienza delle grandi democrazie europee, con riforme condivise, coerenti con i princìpi e i valori della Carta del 1948, confermati a larga maggioranza dal referendum del 2006».

Chi diceva, secondo voi queste parole? Massimo D’Alema? Bersani? Qualche ostinato dissidente del Partito Democratico? No, il manifesto del PD del 2008! Qualcuno lo ricordi al segretario attuale del Partito e a quelli che promuvono una riforma non solo fatta a colpi di maggioranza, ma pure imbarcando gli Alfano e i Verdini. Da brividi.

https://giulianoguzzo.com/2016/12/02/sulla-costituzione-solo-riforme-condivise-chi-lo-diceva/
 

Il martirio di Bibiana, santa della purezza


di Alfredo Incollingo

Nonostante la tolleranza religiosa imposta dall'imperatore Costantino (313), la minaccia delle persecuzione non era svanita. I cristiani non erano al sicuro da attacchi esterni e il potere ancora bramava di distruggere la Chiesa di Cristo. Con l'imperatore Giuliano l'Apostata la comunità cristiana era piombata di nuovo nel terrore: nuove restrizioni e nuovi arresti gravavano sui fedeli di Gesù e ormai si preannunciava una nuova ondata di condanne a morte in odio alla fede. In molte province dell'impero i cristiani più reticenti furono martirizzati. E' il destino che fu riservato a Santa Bibiana, una giovane nobile romana che venne arrestata e condannata a morte per il suo credo. La sua famiglia discendeva da un ricco casato consolare e dai tempi di Costantino aveva abbracciato il cristianesimo. Per questo motivo, quando divenne imperatore Giuliano, Flaviano, il padre di Bibiana dovette abbandonare il suo incarico prefettizio e, sorpreso mentre seppelliva alcuni confratelli, venne ridotto in schiavitù e infine ucciso.
La famiglia, certa della sorte che le sarebbe toccata, si chiuse in casa in preghiera, aspettando i soldati, che non tardarono a fare irruzione nella loro abitazione. Dapprima fu loro riservata la morte per inedia, ma miracolosamente sopravvissero; poi si optò per altre condanne più efficaci. Dafrosa, la madre di Bibiana, venne decapitata, mentre la sorella, Demetria, venne rinchiusa di nuovo in prigione dove morì senza mai rinnegare la sua fede.
Bibiana venne risparmiata, ma fu affidata a una donna lasciva, esperta nell'arte d'amare e nella seduzione. Si voleva convertirla al paganesimo con la mondanità e il sesso, ma a nulla valsero le numerose tentazione cui fu sottoposta. Bibiana rifiutò qualsiasi lusinga e pregava intensamente. La sua fede era infatti più salda della malvagità dei suoi aguzzini. La sua tenacia le causò la morte: venne legata ad una colonna e fustigata con delle “piombate”, ovvero dei fasci di verghe con pallini di piombo. Il supplizio fu cruento e il suo corpo martoriato fu abbandonato per strada tra i cani randagi, gli unici ad avere pietà, evitando di mangiarlo e di annusarlo. Un prefetto, mosso da compassione, provvide alla sepoltura.
Quanti cristiani in Africa o in Asia vengono uccisi per la loro fede? Ancora oggi i martiri si contano a migliaia e niente pare arrestare la furia anticristiana che si manifesta purtroppo a fasi alterne nella storia. Santa Bibiana ci rammenta tutto ciò e la sua fortezza è per noi un esempio: è un monito a resistere nella fede tra le tante lusinghe del mondo.

 

01 dicembre 2016

Pioggia di ricatti. Ma non si doveva discutere del «merito» della riforma?


di Giuliano Guzzo
Se vince il No, governi tecnici in vista. Se vince il No, ben otto banche italiane rischiano di fallire. Se vince il No, l’Italia finisce dritta dritta nelle mani di uno, Grillo.  Il variegato fronte a favore della riforma costituzionale Boschi-Verdini, dopo averci tartassati sulla necessità di valutare nel «merito» il provvedimento su cui domenica saremo chiamati a pronunciarci, ormai da giorni – è palese – ha scelto di giocarsi la squallida carta del ricatto. Il che dovrebbe far riflettere tutti quanti, e parecchio, sul fatto che questa riforma, venduta come talismano del cambiamento e che piace da matti Matteo Renzi come al ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, – tutta gente, fateci caso, mai eletta dal popolo italiano , prima che su ragioni poggi su interessi.
Quali interessi, vi chiederete. Per esempio quelli delle banche. Oh, dirà qualcuno, ecco il solito complottista. Ecco, prima di pensare una cosa simile leggetevi bene le sedici pagine del documento del maggio 2013 della J.P. Morgan (banca il cui consulente, Tony Blair, è stato casualmente ricevuto a Palazzo Chigi da Renzi e Ministri) sulla situazione economica dell’Europa – laddove, parlando anche dell’Italia, si lamenta l’esistenza di «poteri esecutivi deboli» e «stati centrali deboli rispetto alle regioni», presunti “problemi” affrontati dalla riforma Boschi-Verdini -, poi ne parliamo. Del resto, lo stesso martellante ricorso ai ricatti di queste ore per far passare questa riforma dimostra che gli interessi superano di gran lunga le ragioni. Direi, quand’anche la riforma contenesse qualche passaggio condivisibile (in oltre 40 articoli riformati, non lo si può escludere), che è quindi un ottima ragione per bocciarla, non vi pare?
 

30 novembre 2016

Storia, mistica e pratica dell'Avvento


di Amicizia San Benedetto Brixia

Dal sito di Familia Christi, vado a riprendere alcuni interventi interessanti, relativi a stralci di riflessioni che dom P. Gueranger ha sviluppato attorno al mistero dell'Avvento. I link rimandano alle fonti e al sito originario, che qui mi permetto di rielaborare sinteticamente e personalmente. Muoviamo le prime annotazioni a partire dalla storia del tempo di Avvento.
Si dà, nella Chiesa latina, il nome di Avvento al tempo destinato dalla Chiesa a preparare i fedeli alla celebrazione della festa di Natale, anniversario della Nascita di Gesù Cristo. Il mistero di questo grande giorno meritava senza dubbio l’onore d’un preludio di preghiera e di penitenza: cosicché sarebbe impossibile stabilire in maniera certa la prima istituzione di questo tempo di preparazione, che ha ricevuto solo più tardi il nome di Avvento. Tale tempo conosce una evoluzione graduale sotto tre profili: l'intreccio di pratiche di pietà e uffici liturgici; la durata, oscillante dalle cinque settimane (antico uso, oggi osservato da alcuni riti francesi), le quattro settimane (uso classico, presto affermatosi) e le sei settimane (in rito ambrosiano e mozarabico); il carattere penitenziale, che porterà l'Avvento a configurarsi quale rigorosa “Quaresima di san Martino” intorno al V secolo, per poi assumere toni non più di digiuno quanto di astinenza nel Basso Medioevo. In ogni caso, la storia conferma l'impegno di una preparazione penitenziale al fine di cogliere al meglio i frutti natalizi. Su tale base si può costruire una mistica del tempo di Avvento. In essa si afferma che il "mistero della Venuta di Gesù Cristo è insieme uno e triplice. È uno, perché è lo stesso Figlio di Dio che viene; triplice, perché egli viene in tre tempi e in tre modi". Tali tempi e modi trovano nitida spiegazione attraverso le parole di Pietro di Blois: “Vi sono tre Venute del Signore, la prima nella carne, la seconda nell’anima, la terza con il giudizio. La prima ebbe luogo nel cuore della notte, secondo le parole del Vangelo: Nel cuore della notte si fece sentire un grido: "Ecco lo Sposo!" E questa prima Venuta è già passata, poiché Cristo è stato visto sulla terra ed ha conversato con gli uomini. Noi ci troviamo ora nella seconda Venuta: purché, tuttavia, siamo tali che egli possa venire a noi; poiché egli ha detto che se lo amiamo, verrà a noi e stabilirà in noi la sua dimora. Questa seconda Venuta è dunque per noi una cosa mista d’incertezza; poiché chi altro fuorché lo Spirito di Dio conosce coloro che sono di Dio? Coloro che il desiderio delle cose celesti trasporta fuor di se stessi, sanno bene quando egli viene; tuttavia, non sanno né donde viene né dove va. Quanto alla terza Venuta, è certissimo che avrà luogo; incertissimo il quando: poiché non vi è niente di più certo che la morte, e niente di più incerto che il giorno della morte. Al momento in cui si parlerà di pace e di sicurezza, dice il Savio, allora la morte apparirà d’improvviso, come le doglie del parto nel seno della donna, e nessuno potrà fuggire. La prima Venuta fu dunque umile e nascosta, la seconda è misteriosa e piena d’amore, la terza sarà risplendente e terribile. Nella sua prima Venuta, Cristo è stato giudicato dagli uomini con ingiustizia; nella seconda, ci rende giusti mediante la sua grazia; nella terza, giudicherà tutte le cose con equità: Agnello nella prima Venuta, Leone nell’Ultima, Amico pieno di tenerezza nella seconda” (De Adventu, Sermo iii). A livello liturgico, l'attesa intensa della Terza venuta e l'invocazione timorosa della Seconda venuta si esprimono con un sensibile tono di lutto - nei colori violacei, nell'omissione del Gloria in excelsis e del Te Deum, nella sospensione degli Alleluia feriali, nel congedo sobrio del "Benedicamus Domino" -, in cui però sia il canto alleluiatico domenicale, sia la vivacità concessa alla terza Domenica "Gaudete" tolgono quel senso di gravità, specifico di altri momenti e luoghi liturgici della Chiesa. L'Avvento non è da confondersi, per intenderci, col tempo di penitenza quaresimale davanti al Cristo crocifisso, piuttosto esprime l'unione dei fedeli ai sentimenti dei "veri Israeliti che aspettavano il Messia sotto la cenere e il cilicio, e piangevano la gloria di Sion scomparsa, e “lo scettro tolto a Giuda, fino a quando non venga colui che deve essere mandato, e che forma l’attesa delle genti” (Gen 49,10)". Infine possiamo sostare sulla pratica del tempo di Avvento. Detta pratica riposa sopra due imperativi spirituali: la preghiera e la conversione. E innanzitutto, è per noi un dovere di unirci ai Santi dell’Antica Legge per implorare il Messia, e soddisfare così quel debito di tutto il genere umano verso la divina misericordia. Onde animarci a compiere questo dovere, trasportiamoci con il pensiero nel corso di quelle migliaia di anni rappresentate dalle quattro settimane dell’Avvento, e pensiamo a quelle tenebre, a quei delitti di ogni genere in mezzo ai quali si agitava il vecchio mondo. E' tanto dolce, al termine del Giubileo della Misericordia, riscoprire queste parole di dom Gueranger, manifesto dell'antica coscienza ecclesiale: la Misericordia è un dono necessario all'umanità corrotta, dono che la Chiesa ha da invocare per il bene dell'intera umanità; sulla tragedia della storia umana, significata dal numero cosmico ed empedocleo delle quattro settimane, su di essa si distende copiosa la preghiera di intercessione del popolo sacerdotale, del popolo dei redenti. L'abate prosegue col secondo imperativo: "Compiuto questo primo dovere, penseremo alla Venuta che il Salvatore vuol fare nel nostro cuore: Venuta, come abbiamo visto piena di dolcezza e di mistero, e che è la conseguenza della prima, poiché il buon Pastore non viene soltanto a visitare il suo gregge in generale, ma estende la sua sollecitudine a ciascuna delle pecore anche alla centesima che si era smarrita. La preghiera dunque assolve al soccorso generale di cui l'umanità è bisognosa, ma non esaurisce il compito di rinnovamento personale, cui provvede l'impegno individuale di conversione. La vita cristiana è dunque chiamata a crescere al modo in cui il Natale ci mostra Gesù Bambino nella sua umana nascita e crescita. Ma, come nella sua apparizione in questo mondo il divino Salvatore si è dapprincipio mostrato sotto le sembianze d’un bambino prima di giungere alla pienezza dell’età perfetta che era necessaria porche nulla mancasse al suo sacrificio, egli intende prendere in noi gli stessi sviluppi. Ora è nella festa di Natale che si compiace di nascere nelle anime, e diffonde per tutta la sua Chiesa una grazia di Nascita alla quale, purtroppo, non tutti sono fedeli". Davanti a tanto ideale i cristiani sono chiamati ad interrogarsi e a verificare lo stato del loro avanzamento interiore: ne troveremo di fervorosi, di tiepidi e fino di spenti. I primi e i secondi saranno variamente sedotti dalle armonie e dalle dolcezze natalizie, ma i secondi si troveranno interpellati dall'ineludibile giudizio che il Giudice sarà tenuto a compiere alla sua prossima Venuta. E se la tenerezza e la dolcezza di questa misteriosa Venuta non vi attraggono, perché il vostro cuore non potrebbe ancora comprendere la fiducia o perché avendo per lungo tempo ingoiato l’iniquità come l’acqua, non sapete che cosa significhi aspirare mediante l’amore alle carezze d’un padre di cui avevate disprezzato gli inviti, pensate alla Venuta piena di terrore che seguirà quella che si compie silenziosamente nelle anime. Sentite lo scricchiolio dell’universo all’avvicinarsi del terribile Giudice. L'Avvento si afferma dunque quale via purgativa, momento dolce e terribile di quel reiterato appello che Gesù, giudice misericordioso, sempre ci rivolge, al fine di trovarci pronti per accoglierlo quando busserà alla porta del nostro spirito.

 

28 novembre 2016

Votare No per difendere quel che resta della Patria


di Marco Muscillo

Lungi da me far l’elogio della Costituzione “più bella del mondo”, o gridare al pericolo autoritario che la riforma costituzionale scritta dal PD può costituire. A me personalmente (ma credo anche a voi) le Costituzioni non mi hanno mai fatto né caldo e né freddo, anche se nella mia vita sono stato di tutto, da neofascista, a berlusconiano, a rosso-bruno, a comunista, ad anarchico. Cercavo un’appartenenza, cercavo la Giustizia, cercavo la Verità. Ora che ho trovato Cristo “Via, Verità e Vita”, della Costituzione me ne importa ancor meno di prima: io sono per il Trono e per l’Altare, per la Regalità sociale di Cristo Re dell’Universo.
Tuttavia, vorrei in queste righe dire la mia sul perché è necessario andare a votare No il prossimo 4 dicembre. L’unico motivo per il quale trovo fondamentale che la riforma di Renzi venga stracciata è uno solo: affinché questo Stato italiano non svenda quel briciolo di sovranità che gli è rimasta.
Già nella relazione introduttiva del Disegno di Legge Costituzionale del 8 aprile 2014 si legge che uno dei motivi fondamentali per cui la riforma si rende necessaria è che:

“Lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono discesi, tra l’altro, l’introduzione del Semestre europeo e la riforma del patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (quali le nuove regole del debito e della spesa); le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale”

Bisogna tenere conto anche che questa riforma costituzionale è la continuazione del processo iniziato con l’approvazione della legge costituzionale 1/2012 durante il governo Monti, la quale legge introdusse in costituzione il principio del “pareggio di bilancio”. Quella modifica, seguiva in toto le indicazioni contenute nella lettera della BCE inviata al governo Berlusconi nel 2011 dove, tra le altre cose, si diceva che: “sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio”. Le legge costituzionale 1/2012 andò già a modificare sensibilmente la Costituzione italiana agli articoli 81, 97, 117 e 119, articoli che nella nuova riforma, riguardo al principio ispiratore, sono rimasti sostanzialmente gli stessi.
Introdurre il principio del pareggio di bilancio significa praticamente andare a scardinare l’impostazione economica della Costituzione italiana del 1948. Come sappiamo, essa fu un compromesso tra la Dottrina Sociale della Chiesa, seguita dalla Democrazia Cristiana e le istanze socialiste del Partito Comunista. Il risultato fu una Costituzione garante dei diritti sociali e dell’intervento statale in economia. Per fare questo, era necessario che lo Stato potesse fare un forte disavanzo di bilancio, coadiuvato da una politica di monetizzazione del debito pubblico da parte della Banca Centrale, che fino al 1981 era sotto il controllo del Ministero del Tesoro.
Ora, le restrizioni alla politica di bilancio vanno ad intaccare anche i cosiddetti “principi fondamentali”, che in teoria non potrebbero essere modificati, ma che di fatto non contano più nulla perché, se già all’art.1 si sancisce che “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” e quindi si dice in pratica che scopo della Repubblica è il perseguimento dell’obiettivo della piena occupazione, questo obiettivo non può essere perseguito senza il supporto di una politica espansiva dello Stato, che ora invece privilegia il rigore dei conti e la stabilità dei prezzi.
La riforma costituzionale di Renzi aggiunge a tutto ciò la cessione completa della sovranità politica del nostro Paese agli interessi dell’Unione Europea e della finanza internazionale.  Le modifiche più significative sono riscontrabili all’art.55, secondo il quale:
“Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Concorre all’esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione europea. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea”
e all’art.70, secondo il quale:
“La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere […] per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea”

Cosa implica tutto questo? Viene in pratica sancito costituzionalmente il principio del “vincolo esterno”, con uno spostamento della governance dal piano nazionale a quello sovranazionale e europeo. Di fatto è una piena cessione di sovranità.
 Lo spiega meglio il giurista Luciano Barra Caracciolo nel suo blog:
“Come rendersi conto della €uropean connection, ve lo indico in una breve sintesi suddivisa in semplici steps:

a) prendete il testo della riforma costituzionale col raffronto del testo originario della Costituzione del 1948;

b) verificate il testo dei "nuovi" articoli artt. 55 - "Le Camere": cioè conformazione, struttura e "mission" istituzionale delle Camere - e 70 - "La formazione delle leggi": cioè procedure e contenuti generali, ma anche "tipizzati", della funzione legislativa, ripartiti per competenze tra le due "nuove" Camere; e quindi definizione delle procedure in base a cui, certe leggi, con certi contenuti, devono esserci immancabilmente, violandosi altrimenti il dettato costituzionale, sia quanto alla mission che all'oggetto deliberativo delle Camere stesse-;

c) vi accorgerete, dunque, che l'effetto aggiuntivo più eclatante, rispetto alle previsione della Costituzione del 1948 è che "la partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea" è divenuta un contenuto super-tipizzato e dunque, potere-dovere immancabile, della più importante funzione sovrana dello Stato (quella legislativa): ergo, la sovranità italiana è, per esplicito precetto costituzionale, vincolata, per sempre, ad autolimitarsi attraverso l'adesione alla stessa UE che, per logica implicazione, diviene un obbligo costituzionalizzato.

d) Non potrebbe dunque non essere, lo Stato italiano, parte dell'Unione, così com'è (dato che la previsione costituzionale non parla di alcuna iniziativa tesa alla revisione e al dinamico aggiornamento dei trattati stessi), altrimenti il parlamento, cioè il teorico massimo organo di indirizzo politico-democratico, non sarebbe in grado di adempiere al suo dovere costituzionalizzato”.

Anche sul piano giudiziario, i contenziosi tra Unione Europea e Costituzione italiana non potranno che risolversi in favore della prima.
Infine, non meno importante risulta essere la modifica del Titolo V, che riporta in seno allo Stato, molte competenze che prima erano attribuite alle Regioni e agli altri Enti locali. Riaccentrare alcune competenze potrebbe essere visto positivamente perché si risolverebbero alcuni contenziosi tra Stato e Regioni che spesso ne hanno complicato la gestione o hanno rallentato le opere pubbliche. Tuttavia, portare in seno allo Stato la competenza di settori quali ad esempio l’energia e le infrastrutture, potrebbe facilitare la privatizzazione delle cosiddette utilities, finora in mano alle Regioni. Queste privatizzazioni rientrano tra le riforme che la BCE chiese all’Italia del 2011 e a quelle richieste da JP Morgan, grande sponsor della riforma costituzionale, che nel 2013 aveva detto che le Costituzioni europee post-belliche, tra cui quella italiana, sono “troppo socialiste” e che quindi si faceva necessario scardinare il sistema di garanzia dei diritti sociali in esse sancite:
“The political systems in the periphery were established in the aftermath of dictatorship, and were defined by that experience. Constitutions tend to show a strong socialist influence, reflecting the political strength that left wing parties gained after the defeat of fascism. Political systems around the periphery typically display several of the following features: weak executives; weak central states relative to regions; constitutional protection of labor rights; consensus building systems which foster political clientalism; and the right to protest if unwelcome changes are made to the political status quo. The shortcomings of this political legacy have been revealed by the crisis. Countries around the periphery have only been partially successful in producing fiscal and economic reform agendas, with governments constrained by constitutions (Portugal), powerful regions (Spain), and the rise of populist parties (Italy and Greece)”.

Per il resto, ci affidiamo nelle mani di Nostro Signore Gesù Cristo, consapevoli che solo da Lui viene l’autorità e solo Lui permette e decide ogni cosa, anche l’esito di un referendum. In ragione di ciò, non vedo l’ora che arrivi il 5 dicembre per non ascoltare più le chiacchiere che si sentono ogni giorno nelle trasmissioni televisive e nei telegiornali.