23 luglio 2017

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: Il cervo e Sant'Eustachio (Parte LII)


di Alfredo Incollingo

Durante l'impero di Traiano i romani erano duramente impegnati nella guerra contro i i Parti, in Oriente. I nemici era ostici da sconfiggere, ma l'imperatore aveva dalla sua parte un valoroso generale, Placido, che aveva ottenuto strepitose vittorie. Questo nobile romano era un persecutore di cristiani, acerrimo avversario di Cristo, eppure soventemente faceva opere di carità. Durante una battuta di caccia, inseguì forsennatamente un cervo, che gli sfuggiva continuamente. L'animale nella corsa si ritrovò al principio di un burrone e, senza via di scampo, si voltò verso Placido. L'uomo a quel punto vide tra le sue corna una croce e il cervo iniziò a parlare: “Placido, perché mi perseguiti? Io sono Gesù che tu onori senza sapere”. Impaurito il generale tornò a casa e raccontò tutto alla moglie, la quale gli narrò uno strano sogno: un uomo le avrebbe predetto che si sarebbe recata con il marito da lui. Fu così che l'intera famiglia si presentò dal vescovo e si fecero battezzare. Placido cambiò il nome in “Eustachio”, che vuol dire “che da buone spighe”, in riferimento alla sua conversione al cristianesimo e alla sua generosa carità. Dio volle mettere alla prova la sua fede e, come Giobbe, lo allontanò dalla famiglia per anni, senza averi e onori. Il generale non bestemmiò mai il Suo nome né maledisse la Provvidenza, ma anzi perseverava nella fede e nella preghiera, conscio che Dio lo avrebbe salvato. Fu così che Eustachio poté abbracciare di nuovo la sua famiglia e fu richiamato alle armi in Germania. Era un generale vittorioso e riuscì a spiazzare i barbari, ricevendo grandi elogi dall'imperatore Adriano. Quando si recò dal principe per ricevere i tributi, rivelò di essere cristiano e per tale ragione fu arrestato e torturato insieme ai suoi familiari. Fu condannato a morte, ma le belve del Colosseo non li toccarono. Spettò loro una morte atroce: furono arroventati all'interno di un bue di bronzo. Nell'omonimo Rione del centro storico di Roma si trova una basilica che ricorda il santo martire. Risale al X – XI secolo e probabilmente fu costruita nel luogo dove sorgeva la dimora di Eustachio. In cima, sul tetto, la croce che sormonta solitamente le chiese e le basiliche è posta tra un paio di corna, a ricordo della conversione di Sant'Eustachio.
Il viaggio continua.


 

22 luglio 2017

Intervista al presidente di Scienza & Vita: Il “miglior interesse” di Charlie

di Daniele Barale
Da settimane stiamo assistendo ad un vero miracolo. La grande mobilitazione per il bene di Charlie Gard, che da due settimane sta bloccando il delirio di onnipotenza dei giudici della Corte Suprema Britannica, CEDU e dei medici del Great Ormond Hospital, i quali giocano a fare i “demiurghi” contro il piccolo e i suoi genitori. Nel mentre si è potuto anche leggere sul giornale Avvenire un commento al vetriolo del presidente dell'istituto Luca Coscioni, rivolto loro.

Per approfondire meglio tutto ciò, abbiamo contattato Alberto Gambino, presidente dell'Associazione Scienza & Vita - che trae la sua origine da quella dell’omonimo Comitato che è stato protagonista, dal febbraio al giugno del 2005, dei referendum sulla legge 40 -. Inoltre, Gambino è professore ordinario di Diritto privato, docente di Filosofia del diritto nella Facoltà di Giurisprudenza e Direttore del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università Europea di Roma; Avvocato civilista (dal 1996).


Come giudica le dichiarazioni su Avvenire di Maria Antonietta Farina Coscioni, presidente dell'istituto Luca Coscioni?

Sono dichiarazioni che mescolano tre situazioni molto diverse: il caso Charlie, il caso Englaro e l'obbligo di vaccinazione. Mettere queste tre vicende sullo stesso piano è fallace. Nel caso Charlie siamo davanti ad una richiesta da parte dei medici di interruzione del presidio vitale, ratificata dai giudici. Nel caso Englaro, la richiesta proveniva dal tutore che era anche il padre. Per i vaccini si tratta di un rifiuto di trattamento sanitario obbligatorio. Sono tre situazioni che corrispondono a principi diversi, rispettivamente: una presunta sproporzione della cura; un testamento biologico presunto; un illegittimo rifiuto a trattamento obbligatorio. Metterle insieme significa fare confusione, forse con intenti strumentali.

I genitori di Charlie Gard sono davvero egoisti, perché vogliono tutelare il proprio figlio contro le sentenze dei tribunali e le scelte dei medici?

Affermare che i genitori di Charlie sono "inconsapevolmente" (la sig.ra Coscioni mitiga così il suo giudizio) egoisti ritengo non sia né corretto, né rispettoso. Comunque, risponderei con le parole di Papa Francesco: "Chi sono io per giudicare?".

Che giudizio dà alla scelta del direttore Tarquinio di ospitare sul quotidiano Cei quel commento? Chiedo visto che ha provocato diverse polemiche.

Aldilà dei motivi per cui è stato dato spazio alla signora Coscioni, constato che la risposta del direttore di Avvenire è stata ferma e completa.

Qual è il giudizio di Scienza & Vita su quanto sta accadendo al piccolo Charlie: la sua situazione configura realmente un caso di accanimento terapeutico?

Il giudizio di Scienza & Vita è stato ufficialmente espresso in un Comunicato dove si esprime dissenso con la decisione dei medici, avallata dai giudici inglesi e dalla Corte Europea per i Diritti Umani. Charlie non è un malato terminale, né – a quanto è dato capire – ventilazione, nutrizione e idratazione artificiali sono per lui tanto gravose da consigliarne la sospensione.

Perché, allora, un bimbo gravemente malato, pur avviato ad un esito infausto, dovrebbe essere fatto morire in anticipo sottraendo presidi vitali indispensabili? La giustificazione della irrevocabile sentenza di morte che ha colpito Charlie è che questo sarebbe il suo “miglior interesse”.

Si intravede, dietro questa decisione, un atteggiamento mentale che sta inquinando alle radici la pratica medica, le legislazioni e il sentire diffuso: l'idea che gli esseri umani con bassa qualità di vita abbiano una dignità e un valore inferiore agli altri e che sia irragionevole sprecare per essi preziose risorse che potrebbero essere destinate altrove. È la cultura dello scarto di cui il caso Charlie è diventato tragico simbolo.

Il caso creatosi attorno Charlie Gard suggerisce a noi italiani di non abbassare la guardia di fronte alle DAT? Se sì, per quale motivo?

In effetti dobbiamo fare molta attenzione a quanto sta accadendo in Parlamento: quanto deciso dai giudici della Cedu è esattamente ciò che avverrà anche in Italia con l’applicazione della legge sul biotestamento.

Nell'attuale versione che sta per essere approvata definitivamente dal Senato si è scritto infatti che nel caso di paziente con ‘prognosi infausta a breve termine’ il medico ‘deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure’, ma ostinazione e irragionevolezza sono parametri, ambigui e soggettivi che, in realtà, si possono giudicare solo dopo un tentativo di cura, non prima.

Ritenere, invece, che il medico, in queste situazioni, debba sempre astenersi dalla cura significa che lo deve fare anche contro la volontà del paziente e dei familiari. Tutto questo implicherà, inoltre, che se non si precisano questi termini in modo più rigoroso, ci sarà una evidente deresponsabilizzazione dei sanitari e una spinta verso l’abbandono terapeutico, per di più in un quadro strutturale di una sanità attanagliata dall'esigenza del risparmio dei costi e, dunque, talvolta incline a fare ciniche scelte efficentiste.

Tratto da La Baionetta
 

San Francesco antimoderno

di Alfredo Incollingo
La Chiesa Cattolica post-conciliare e, molto prima, i più astiosi critici del cattolicesimo hanno riscritto la biografia di San Francesco d’Assisi. Lo scopo è evidente: era necessario (e lo è ancora) presentare un uomo di Dio ribelle all’autorità, ai dogmi e per giunta animalista, ecologista e pacifista. Ridisegnando il volto di uno dei santi più popolari della Chiesa Cattolica, sarebbe stato più facile aprire il cattolicesimo alla modernità.

Un libro rivelatore
Più che di “rivelazione”, si dovrebbe parlare di “ricostruzione” della biografia di San Francesco d’Assisi: gli episodi e i miracoli più noti della sua vita sono stati ogni volta interpretati diversamente per assecondare le ideologie in voga. Guido Vignelli in “San Francesco antimoderno” (Fede & Cultura, 2014) aiuta il lettore laico o cattolico a conoscere il vero San Francesco.

Pacifista, ecumenista, ecologista e libertario?
I cattolici, non meno del mondo laico, hanno iniziato a guardare ad un San Francesco ecologista, libertario, pacifista ed ecumenista. Avrebbe predicato la pace, biasimando le Crociate, e allo stesso modo avrebbe criticato la Chiesa “istituzionale” per tornare al cristianesimo primitivo. Guido Vignelli affronta nel suo scorrevole saggio questi punti essenziali della storiografia francescana. Il problema, secondo l’autore, riguarda soprattutto l’erroneo approccio cattolico a San Francesco: il moderno divorzio tra fede e scienza ha finito per investire anche la cultura cattolica. Di conseguenza la ricerca storiografica francescana si è adeguata al “secolo”. La Chiesa ha finito per dare un volto falso del santo italiano. Si recò in Egitto per predicare al Sultano, visitò i crociati di San Luigi di Francia per incoraggiarli e rispettò sempre la gerarchia ecclesiastica. Allo stesso modo il suo “Cantico delle creature” non è un inno naturalista, ma è una richiesta di lode a Dio rivolta a tutte le Sue creature. San Francesco storico è all’antitesi del suo omologo ideologizzato, un vero santo, cattolico e antimoderno.

pubblicato anche su Barbadillo.it
 
 

Il Rosario. Ogni nostra preghiera passi dal Cuore Immacolato


di Massimiliano Marinelli

Il santo rosario è stato per moltissimi decenni la preghiera per eccellenza.
Lo stesso P.PIO lo considerava la sua “arma” e ai suoi figli spirituali ne imponeva la recita tutti i giorni.
Tantissimi papi da Giovanni xxiii a Benedetto xvi, passando dall’indimenticabile Giovanni Paolo ii hanno trascorso il loro papato con il rosario in mano e insegnando al popolo di Dio quanto questa preghiera fosse importante.

Ma negli ultimi anni il Rosario viene sempre più messo da parte, considerato una preghiera antica principalmente usata dalla gente ignorante.
Niente di più sbagliato considerare questa potentissima preghiera come antiquata, moltissimi sacerdoti sono loro stessi gli artefici di questo declino.
Dopo il concilio vaticano secondo, il rosario è stato lentamente sostituito dal breviario, Però è giusto e doveroso fare un precisazione: il breviario rimane obbligatorio per i religiosi, mentre per i non addetti ai lavori rimane facoltativo.
La stessa Vergine in più apparizioni ha invitato noi tutti a pregare quotidianamente il suo Santo Rosario.

Dovrebbe essere una prassi comune che ogni singola preghiera che proviene dal nostro cuore passi prima per il Cuore Immacolato di Maria.
Citando nuovamente san Pio da Pietralcina diceva: 3 cose sono importanti per un buon cristiano il rosario la confessione e la messa tutti i giorni.
Perciò invito tutti a riprendere in mano il rosario e riscoprire questa stupenda preghiera che la vergine ci ha donato.
In questo mondo ormai martoriato da violenza, odio e continuo disprezzo nei confronti di Dio l’ unica cosa che può salvarci, l’unica cosa importante è mettersi nelle mani di Maria stringendo con fede il suo rosario.


 

21 luglio 2017

L'istigazione al suicidio: un crimine minore


di Daniele Barale

Il 27 febbraio è morto in Svizzera nella struttura dell'associazione Dignitas a Forch Fabiano Antoniani, in arte dj Fabo, a seguito della sua richiesta di somministrazione di una sostanza letale che ponesse fine alla sua sofferenza, procurandogli la morte. Nella vicenda ha avuto un ruolo significativo il leader radicale Marco Cappato che nei giorni precedenti lo aveva accompagnato in Svizzera con un mezzo attrezzato. Tornato in Italia, Cappato si è autodenunciato ai carabinieri ed è stato indagato per il delitto punito dall'articolo 580 del Codice Penale (istigazione e aiuto al suicidio) per aver agevolato il suicidio di dj Fabo. In data 2 maggio scorso, i media hanno riportato la notizia che la Procura di Milano ha fatto una richiesta di archiviazione del procedimento contro Cappato. Il gip per il momento non si è espresso, e lo farà soltanto dopo l'udienza del 6 luglio.

Considerando la delicatezza del tema, chiediamo a Carmelo Leotta, avvocato del foro di Torino e professore associato di diritto penale presso l'università Europea di Roma, di illustrarci il contenuto della richiesta d'archiviazione e i rischi che possono derivare qualora le motivazioni su cui tale richiesta si fonda venissero accolte e condivise.

Che cosa dispone l'articolo 580 del Codice Penale e che significato ha?

L’art. 580 punisce chi determina un'altra persona al suicidio, ne rafforza il proposito, oppure agevola in qualsiasi modo il compimento di tale atto. L'art. 580 c.p., così come l’art. 579 c.p. che punisce l’omicidio del consenziente, è un segnale di come, per la legge italiana, la volontà di morte del titolare del bene vita non escluda la responsabilità penale di chi la morte gli procura, ovvero di chi lo aiuta a togliersi la vita.
Prevedere, come fanno gli artt. 579 e 580 c.p., che è penalmente responsabile chi asseconda la volontà di morire di un’altra persona vuol dire affermare che il bene della vita non è solo inviolabile da parte di soggetti terzi, ma è anche un indisponibile da parte del titolare. Indisponibilità vuol dire che se il titolare del bene vita distrugge tale bene non esercita un diritto tutelato dall'ordinamento.

Dal momento che esiste l'art. 580 c.p. che punisce l'aiuto al suicidio, sulla base di quale ragionamento i due Pubblici Ministeri di Milano chiedono l'archiviazione?

I PM milanesi richiedono l’archiviazione poiché, come si legge nella richiesta, a loro dire, «le pratiche di suicidio assistito non costituiscono una violazione del diritto alla vita quando siano connesse a situazioni oggettivamente valutabili di malattia terminale o gravida di sofferenze o ritenuta intollerabile o indegna dal malato stesso».

Cosa può fare, secondo quanto si legge nella richiesta, il malato che ritenga che la sua vita non è più degna?

Secondo la prospettiva fatta propria dai due PM che chiedono l'archiviazione del procedimento contro Cappato, il malato che ritiene non più tollerabile la propria vita, ha diritto a porre fine alla propria esistenza non solo in via indiretta con la rinunzia alla terapia, ma anche in via diretta, con l’assunzione di una “terapia finalizzata allo scopo suicidario”. In altre parole: se il malato percepisce le proprie condizioni e la propria sofferenza come non più compatibili con il proprio senso di dignità, l’aiuto al suicidio, si legge nella richiesta, “diviene una condotta radicalmente inoffensiva del bene giuridico tutelato dall’art. 580 Codice penale”.

Secondo lei quali conseguenze può portare l'impostazione che sta alla base della richiesta di archiviazione?

L’impostazione alla base della richiesta dei due P.M. – secondo cui non c’è violazione del diritto alla vita se il malato ritiene indegna la propria – presenta, a mio modo di vedere, tre punti di profonda debolezza, sul piano giuridico.
Cominciamo a dire qual è il primo: se si accoglie l'impostazione dei due PM, che riconduce il "se" della tutela della vita ad un concetto di dignità auto-percepita dal titolare del bene, si modifica il fondamento di tutela del bene vita: l’ordinamento non protegge più la vita in sé e per sé, ma il bene vita fintantoché il suo titolare lo vuole.
In questo modo, però, il diritto è solo più l'espressione della volontà individuale e può anche prevalere sul soggetto, distruggendolo.

Quali sono le altre due criticità che, secondo lei, si rinvengono nell'impostazione su cui si fonda la richiesta di archiviazione?

La seconda criticità è una diretta conseguenza della prima: il passaggio dalla tutela della vita, bene oggettivo, alla tutela della volontà di vivere, bene soggettivo e mutevole, pone questo ulteriore dilemma: se il malato non è in grado di dire se la sua vita è degna di essere vissuta, servirà qualcuno che "parli" al posto suo. Proprio come è successo nel caso di Eluana Englaro, in cui il padre-tutore ha espresso la volontà in nome della figlia. Peccato che lo si sia fatto sulla base di una frase pronunciata dalla diretta interessata oltre 17 anni prima.

E la terza criticità in che cosa consiste?

La terza criticità che si rinviene, a mio avviso, nella richiesta di archiviazione è forse la più radicale. I due PM, infatti, non affermano che esiste un diritto generalizzato di disporre della vita, cioè un diritto al suicidio per tutti; titolari di tale presunto “diritto”, sono, invece, solo coloro che si trovano “in situazioni oggettivamente valutabili di malattia terminale o gravida di sofferenze o ritenuta intollerabile o indegna dal malato stesso”.
Secondo me, una simile affermazione che riconosce il diritto al suicidio al malato e non al sano, suona come dirgli: "la tua vita vale meno di quella del sano, perché tu, e solo tu, che sei malato, puoi disporne". Questo comporta una vistosa violazione del principio d'eguaglianza.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/07/conversazione-al-fronte-intervista.html

 

L'avvocato della morte


La vicenda del piccolo Charlie, dopo la possibilità di concedere la green card per entrare in Usa al bambino, sembra volgere al bene. Di seguito ci soffermiamo su un dettaglio non da poco e piuttosto inquietante.
 
di Hercule Flambeau

L’avvocato che rappresenta Charlie Gard in tribunale è un’attivista per l’estensione della legge sull’eutanasia.
In Inghilterra esiste un ufficio para-statale (indipendente da servizi sociali, tribunali, ospedali e quant’altro ma sotto la supervisione del ministero della “Giustizia”- virgolette d’obbligo- Britannico), denominato CafCass che si occupa di rappresentare i bambini nelle cause legali familiari nominando un “guardian”.

Questo è l’ufficio che ha provveduto alla nomina del rappresentante legale di Charlie Gard ed è l’ufficio che provvede al pagamento dell’avvocato stesso. Perché, se ancora qualcuno non lo sapesse, i genitori di Charlie Gard sono attualmente in giudizio non contro l’Ospedale in cui il piccolo è ricoverato, ma contro Charlie Gard stesso (rappresentato dal solerte avvocato Butler-Cole) che vorrebbe tanto morire (e si avvale per dimostrare le sue ragioni suicide della consulenza tecnica del Great Ormond Street Hospital) ma si trova impossibilitato a far valere la sua volontà dal ricorso presentato dai suoi stessi genitori.

Di qualche giorno fa la notizia che il “guardian” che rappresenta gli interessi del piccolo Charlie in giudizio, l’avvocato Victoria Butler-Cole, è presidente dell’associazione “Compassione nel morire”. Ci sarebbe poco da dire se non fosse che l’associazione di cui la Butler-Cole è presidente è “sorella” (medesimo  consiglio di amministrazione, una ha fini informativi, l’altra di estensione della legge eutanasica)  di un’altra denominata “Dignità nel morire” che, prima di adottare tale Orwelliana denominazione, si chiamava, più espressamente “Società per l’eutanasia volontaria”.

Cominciate a capire? Cominciate a farvi due domande? Qualcuno pensa ancora che sia il caso di :” ritrovare nel silenzio il mistero della vita e lasciare con fiducia che faccia il suo corso.”?  Credete ancora nella buona fede di chi, come Mons. Paglia o la Conferenza Episcopale di Inghilterra e Galles afferma di riconoscere: “anzitutto la complessità della situazione, il dolore straziante dei genitori, la ricerca del bene per Charlie messo in campo da tutti i soggetti coinvolti”
Ricordate Matteo 12, 29: “Come potrebbe uno penetrare nella casa dell'uomo forte e rapirgli le sue cose, se prima non lo lega?”
Non consentite a nessun traditore di legarvi le braccia o la mente, laico o prete che sia, perché un domani tutti noi saremo chiamati a rispondere di questo silenzio.

http://www.telegraph.co.uk/news/2017/07/16/charlie-gards-parents-angry-babys-lawyeris-head-charity-backs/

https://www.lifesitenews.com/news/charlie-gards-government-appointed-lawyer-chairs-assisted-suicide-charity
 

Ratisbona. La verità è ben altra

di Paolo Maria Filipazzi

A proposito dei cinquecentoquarantasette-bambini-abusati-del-coro-di-Ratisbona-quando-c’era-il-fratello-di-Ratzinger.
Innanzitutto va precisato che i fatti di cui si tratta, ai sensi della legge tedesca, sono caduti in prescrizione da decenni e che, dei 49 responsabili, i principali sono morti da tempo. Insomma, parliamo di fatti che non potranno mai essere verificati in un processo e di cui alcuni responsabili non potranno mai dire la loro e difendersi per ovvie ragioni.
Precisiamo poi che l’indagine riguarda violenze avvenute nella scuola Vorschule Etterzhausen, ai tempi in cui era diretta da Johan Meier, preside dal 1953 al 1992 e morto venticinque anni fa. Nel 2010 tal Alexander Probst per la prima volta parlò pubblicamente delle violenze subite fra il 1960 e il 1970 da quest’uomo morto da tempo e sulla base della sua denuncia la diocesi di Ratisbona, all’epoca guidata da monsignor Müller, aprì l’inchiesta, i cui risultati definitivi sono stati esposti nei giorni scorsi.

Ne esce fuori il quadro di un tipico istituto “di una volta”, in cui ancora vigevano le pene corporali, che in Germania furono proibite per legge solo nel 1980. I 547 sono coloro che, ascoltati dalla commissione, hanno affermato di averle subite. Molti di questi racconti urtano sicuramente la sensibilità contemporanea ma, in buona parte, corrispondono ai metodi educativi notoriamente in uso pressoché ovunque fino a pochi decenni fa.
Vi sono poi i 67 che hanno subito molestie di tipo sessuale da parte di 9 persone di cui i due principali accusati erano già morti ai tempi dell’apertura dell’inchiesta e non hanno quindi potuto raccontare la loro versione.
Senza negare la gravità di questi episodi, ci permettiamo di dire che la vicenda ci sembra avere una portata, tutto sommato, molto più circoscritta di quella che i titoli di TG e giornali chiaramente cercano di dare a intendere.
Fatto sta che c’è una parolina che a un certo punto spunta fuori, appositamente per rendere più succoso il tutto: Ratzinger.

Eh, già… La scuola suddetta era, infatti, quella in cui studiavano i membri del Regensburg Domspatzen, noto coro di voci bianche di cui all’epoca era maestro Georg Ratzinger, fratello dell’attuale Papa emerito. Quest’ultimo non è stato mai minimamente sfiorato dall’accusa di abusi sessuali. Dalle testimonianze che si leggono nel rapporto finale, risulta un quadro in cui alcuni allievi lo ricordano con apprezzamenti positivi e in qualche caso con affetto e altri ne rievocano soprattutto il carattere burbero che lo portava qualche volta a mollare qualche schiaffone. Ci sono anche passaggi che fanno sinceramente sorridere, come il racconto di un aneddoto in cui, mentre il maestro strilla arrabbiato, gli cade la dentiera… Per le percosse che, ripetiamo, erano tipiche dei metodi educativi “di una volta”, l’anziano sacerdote si era scusato sette anni fa, subito dopo le prime denunce. In sintesi, si tratta davvero di pochissima cosa.

Tuttavia, sembra proprio che si sia voluto a forza accostare il nome Ratzinger ai casi di abusi sessuali. E così l’avvocato Ülrich Weber, incaricato dalla diocesi di Ratisbona di condurre l’inchiesta, ha accusato, nella conferenza stampa dei giorni scorsi, il sacerdote, oggi 93 enne, di “aver chiuso gli occhi e non aver preso misure a riguardo”.

In realtà, a leggere il rapporto, le informazioni a riguardo sembrano assai confuse. George Ratzinger avrebbe ricevuto notizie in tre occasioni, molto distanziate nel tempo, nel 1969, nel 1979 e nel 1993. Di cosa abbia effettivamente avuto notizia, in realtà, non si capisce. Nel rapporto si parla genericamente di “violenze” senza precisarne la natura. L’avvocato Weber afferma che il sacerdote non capì che si trattava di abusi sessuali e pensò probabilmente ad un semplice eccesso nei metodi correttivi, cosa che il diretto interessato aveva già affermato nel 2010. A pag. 380 si afferma che egli “non fosse il contatto preferito per riferire di violenze sessuali considerato il suo carattere” e a pag. 381 si riporta l’affermazione di un ex corista che definisce “impensabile” fare discorsi inerenti il sesso con lui, descritto come un vero puritano. Diciamoci la verità: da quello che si ha in mano, a carico di Georg Ratzinger non c’è nulla di nulla.

Ma tant’è: la sera di martedì scorso, il nome “Ratzinger” era stato pronunciato vicino alle parole “abusi” e “sessuali” e tutti i TG hanno potuto urlare il titolo: “Abusi sessuali: il fratello di Ratzinger sapeva!”. Cosicchè tutto l’Occidente è andato a letto inorridito per il 547 bambini violentati dal fratello di Ratzinger. Con in più il non detto che però era l’unico e il solo motivo per cui la notizia era stata data: l’Emerito poteva forse non sapere?
Il tutto, guardacaso, a stretto giro di posta dal necrologio che Benedetto XVI ha dedicato al defunto cardinal Meisner e che ha creato scompensi nervosi a-chi-sappiamo-noi… E già che c’era, l’avvocato Weber si è sentito in dovere di attaccare anche il cardinal Müller, vale a dire colui che dispose l’apertura dell’inchiesta. Probabilmente fingeva…

Del resto, subito dopo che gli era stato suonato il chitarrino, nelle scorse settimane, qualcuno farfugliò che il motivo del siluro fosse che “non aveva fatto abbastanza contro i preti pedofili”. Nessuno era stato in grado di precisare la cosa. Ora forse capiamo. D'altra parte, si sa, quando vuoi fregare un prete, l’accusa di pedofilia è l’asso pigliatutto…
 

20 luglio 2017

Una rinuncia storica, secondo il diritto canonico

di Francesco Apponi

Lunedì 11 febbraio 2013, alle ore 11.30 circa, dopo 598 anni, dalla cattedra di Pietro risuonavano le parole che, come uno scalpello, hanno inciso il nome di Joseph Ratzinger accanto a quei pochissimi Sommi Pontefici che hanno deposto le chiavi del Regno sul soglio petrino, ultimo dei quali fu Gregorio XII.

Al di là di ogni altra analisi già fatta, in questa sede preme cercare di tratteggiare in modo sintetico e contenuto alcuni profili canonistici di questa rinuncia che non ha pari nella bimillenaria storia della Chiesa, non per il gesto in sé, quanto per lo status successivo che Benedetto XVI ha mantenuto.
Ci soffermeremo solo sulla disciplina attuale contenuta nell'ordinamento canonico vigente.

La norma contenuta nel Codice di Diritto Canonico del 1983 che disciplina la rinuncia all'ufficio ecclesiastico di Sommo Pontefice è il canone 332 § 2: "Si contingat ut Romanus Pontifex muneri suo renuntiet, ad validitatem requiritur ut renuntiatio libere fiat et rite manifestetur, non vero ut a quopiam acceptetur" - Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti.

Una norma scarna, molto scarna, per un atto dirompente.

Ad validitatem, per la validità della rinuncia - e non dimissione, come da più parti scritto, dato che nessuno ha il potere di accettare o respingere tale dismissione dall'ufficio ecclesiastico di Sommo Pontefice - si richiedono: la piena libertà e la manifestazione debita (rite) della volontà del Papa.
Tutto ciò è pienamente in linea con quanto occorso la mattina della memoria della Madonna di Lourdes: nella sua Declaratio papa Benedetto XVI afferma "plena libertate declaro me ministerio (...) commisso renuntiare"; per la manifestazione debita ha scelto di seguire quello che fu il modello di san Celestino V, cioè un Concistoro, l'assemblea di cardinali che aiuta il Pontefice nel disbrigo degli affari ordinari, in questo caso convocato per il voto di alcune cause di canonizzazione. Senza dimenticare l'udienza generale del 13 febbraio 2013, nella quale ha ripetuto in italiano quanto detto nella solenne dichiarazione di due giorni prima.

Nessuno ha sollevato problemi sul secondo punto, sul primo invece ce ne sono stati parecchi. Anche a quattro anni dall'accaduto, molti parlano di pressioni internazionali che avrebbero portato l'allora 86enne Ratzinger a ripercorrere un cammino che sembrava perso nella memoria storica più remota.

Vale la pena allora approfondire ed inquadrare il canone 332 § 2, che non è una norma che cala dall'alto senza alcun riferimento, ma è inserita in un ordinamento specifico e ha ad oggetto qualcosa di specifico, seppur straordinario, e cioè l'ufficio ecclesiastico del Romano Pontefice.
Il can. 332, § 2 è una norma speciale che disciplina un caso particolare: secondo le regole d'interpretazione del diritto, laddove la norma speciale non disciplina, si rimanda alla norma generale di cui la prima è una specificazione. In questo caso, al di là delle peculiarità del Sommo Pontificato, trovano applicazione per quanto possibile, le norme sulla rinuncia ad ogni ufficio ecclesiastico, disciplinata dai cann. 187-189.

Analizziamo allora cosa voglia dire ufficio ecclesiastico e rinuncia in diritto canonico.
In quanto tale, seppur apicale, l'ufficio di Sommo Pontefice è comunque sempre un ufficio ecclesiastico e cioè: "quodlibet munus ordinatione sive divina sive ecclesiastica stabiliter constitutum in finem spiritualem exercendum" (can. 145, §1) - è qualunque incarico, costituito stabilmente per disposizione sia divina sia ecclesiastica, da esercitarsi per un fine spirituale.
Ovverossia qualsiasi complesso di obblighi, funzioni, diritti per un fine spirituale, costituito per disposizione direttamente divina (Romano Pontefice, Vescovi diocesani, collegio episcopale,...) o ecclesiastica (conferenze episcopali, parroci, uffici della Curia Romana,...) stabile oggettivamente (il titolare dell'ufficio può cambiare, ma l'ufficio resta) conferito nei modi stabiliti e a carattere pubblico.

La rinuncia, invece, è una delle modalità di perdita dell'ufficio ecclesiastico, accanto a morte, scadenza del tempo se l'ufficio di cui si è titolari è a tempo determinato, raggiungimento dei limiti di età definiti dal diritto, trasferimento, rimozione e privazione.
I canonisti la definiscono come libera petizione di cessazione o dimissione dall'ufficio ecclesiastico di cui si è in possesso, fatta legittimamente all'autorità competente e da questa accettata che quindi comporta la vacanza dell'ufficio. Nel caso del Papa, invece, nessuno deve accettarla né a nessuno deve chiedere di farlo.

Dal combinato disposto dei canoni suddetti, applicando la disciplina della rinuncia all'ufficio ecclesiastico (cann. 187-189) alla rinuncia a quello del Papa (can. 332, § 2), se ne ricava che:
1) per essere lecita, ha bisogno di una causa giusta e proporzionata, cioè gravissima in questo caso essendo il massimo ufficio ecclesiastico (cann. 187, 189, §2);
2) per essere valida, che sia fatta da un Pontefice responsabile dei propri atti, "compos sui", in quanto capace di intendere e di volere, e che sia una rinuncia libera senza errore sostanziale, dolo sostanziale, timore grave incusso ingiustamente, simonia e violenza fisica;
3) sull'aspetto formale deve, come abbiamo detto, essere debitamente manifestata nelle forme che il Pontefice riterrà più opportune.

Tra i tre requisiti, sicuramente a livello giuridico canonico la prima domanda da porsi è se la rinuncia di Benedetto XVI sia stata valida, cioè abbia rispettato i requisiti richiesti dall'ordinamento ponendo tutti gli elementi essenziali dell'atto giuridico e con tutti i requisiti per produrne gli effetti. Benedetto XVI era compos sui, cioè capace di intendere e di volere, di disporre di sé: lo dimostra il suo comportamento precedente, concomitante e susseguente l'atto grave che stava compiendo.
La rinuncia fu libera in quanto il Papa non era soggetto a violenza fisica e non ha venduto il soglio ad alcuno. Per quanto riguarda gli elementi psicologici della volontà, non è incorso in errore sostanziale o dolo sostanziale, cioè sulla sostanza di ciò che andava a compiere, su ciò che avrebbe comportato la propria rinuncia, non si è sbagliato e nessuno lo ha fatto sbagliare sull'oggetto di ciò che andava a compiere. Infine, abbiamo il timore grave incusso ingiustamente: cioè una violenza morale, una perturbazione d'animo di tal modo e intensità che avrebbe condizionato la volontà della persona fino ad diminuire notevolmente o ad annullare la volontà del soggetto.

Qui in molti si sono domandati se Joseph Ratzinger temesse qualcosa o qualcuno a tal punto da fare un gesto simile. Ad oggi, non ci sono motivi sufficienti per ritenere invalida la rinuncia di Benedetto XVI su questo punto in particolare; inoltre lo stile e la personalità dell'attuale Papa emerito fanno escludere che sia potuto incorrere in timore grave incusso ingiustamente, fermo restando che il timore lieve non è causa di invalidità.
Per quanto riguarda le formalità previste, si è detto già che sono state rispettate seguendo la prassi degli immediati predecessori che pure compirono il grave atto, in special modo Celestino V, con il Concistoro e poi l'udienza generale del 13 febbraio 2013.

Per quanto attiene la liceità della rinuncia, questo è un requisito richiesto ai fini della moralità dell'atto, non per la validità giuridica: è una categoria nata in ambito sacramentario, per dire che, sebbene si fossero contraddette alcune norme canoniche, il sacramento comunque dispiegava i suoi effetti. La rinuncia può essere valida, ma illecita così come lecita, cioè contraria o meno al diritto, comunque dispiegante i suoi effetti. E mentre per gli altri uffici ecclesiastici questa valutazione è fatta dal superiore nelle cui mani si rinuncia, che può anche respingere tale atto, per il Papa la valutazione è personale. In altri termini: vi è una causa giusta e proporzionata come richiede il Codex Juris Canonici tale che il Pontefice abbia agito lecitamente, cioè non abbia rinunciato in modo valido ma illecito?

Leggendo la Declaratio dell'11 febbraio si vede come sia arrivato, dopo aver esplorato ripetutamente la sua coscienza davanti a Dio, alla certezza che le sue forze siano venute meno per l'età avanzata e non sono più adatte ad esercitare in modo adeguato il ministero petrino (ad cognitionem certam perveni vires meas ingravescente aetate non iam aptas esse ad munus Petrinum aeque administrandum). La debilitas corporis dovuta all'infermità o alla vecchiaia era una causa prevista dalla decretale Nisi cum pridem di Innocenzo III per i vescovi, disciplina poi utilizzata da Celestino V per la sua rinuncia, ma solamente se la presenza di queste due cause andava ad incidere sull'esercizio ordinario del munus episcopale, compromettendone l'attività in modo non lieve, e se a ciò non ostava la necessitas vel utilitas Ecclesiae (il bene della Chiesa). Tale debilitas corporis, per Ratzinger, porta all'insufficientia, si sente non in grado di esercitare il suo altissimo compito. Il Papa si pone quindi anche nel solco dei predecessori.

Poi prosegue, affermando che è anche conscio che il ministero petrino non va solo esercitato agendo et loquendo (in modo attivo, con atti e discorsi), ma anche patiendo et orando (soffrendo e pregando). Attamen, tuttavia, in un mondo come il nostro soggetto a rapidi mutamenti e turbato da grandi questioni per la vita di fede, è necessario un vigore di corpo e di animo che Ratzinger sente di non avere più. Si definisce incapax, insufficiens, incapace a reggere il timone della barca di Pietro e fa un passo indietro per il bene della Chiesa.

Preme qui fare alcune considerazioni: la rinuncia valida è valida, ha efficacia, anche se fosse illecita; in linea di principio, il Papa avrebbe potuto anche non esplicitare i motivi della sua rinuncia, sarebbe stata comunque valida, la liceità assume più una portata soggettiva; Ratzinger parla di sé, inutile fare raffronti, solo lui sa se le proprie forze non siano state in grado di reggere il munus petrino; vista la personalità di Benedetto XVI, non avrebbe sicuramente compiuto un tale passo se non per il bene della Chiesa, che è la causa ultima della sua rinuncia.

Al di là di ogni ricostruzione, qui si è voluto parlare strettamente dei dati certi e di diritto canonico. Ci troviamo di fronte ad una rinuncia, dati gli elementi ufficiali, valida e lecita di un Pontefice cui il diritto canonico dà la possibilità di rinunciare al proprio ufficio.
Assodato questo, il problema oggettivo che si è venuto a creare è successivo, seppur contenuto nella stessa Declaratio, e cioè lo status che Ratzinger è venuto ad assumere dopo il 28 febbraio 2013, con una formulazione foriera di equivoci: Papa emerito.  

 

Adinolfi su Spadaro: la Chiesa non si schieri politicamente (dalla parte sbagliata)

Pubblichiamo questo lungo articolo, condiviso da Mario Adinolfi anche su Facebook, riguardo l'inverecondo articolo di padre Spadaro e Figureoa che demonizza, su la Civiltà Cattolica (solo di nome, verrebbe da dire), un'alleanza pro life fra cattolici ed evangelici. E' molto interessante e ricco di informazioni.
Ci permettiamo però di non essere d'accordo riguardo le conclusioni. Dipingere ancora una volta Papa Francesco come una persona mal consigliata da gente cattiva, rischia di essere una tesi consolatoria che però i fatti smentiscono. Altrimenti non si spiegherebbe l'imperversare di persone come lo stesso Spadaro o come il suo confratello Padre James Martin, il grande araldo della pastorale arcobaleno, che al momento nessuno ha ancora smentito.

di Mario Adinolfi
(Link originale)

Ho letto con molto interesse l'articolo de La Civiltà Cattolica firmato da Antonio Spadaro e Marcelo Figueroa intitolato "Fondamentalismo evangelico e integralismo cattolico", dedicato in sostanza a demolire il rapporto tra cattolici ed evangelici con la presidenza Trump. Dopo averlo anche riletto mi pare chiaro che il gesuita siciliano ispiratore della "comunicazione" di Papa Francesco e il direttore dell'edizione argentina de L'Osservatore Romano siano incappati in una serie di errori derivanti da uno fondamentale: non hanno messo piede negli Stati Uniti da anni, non conoscono questo Paese. Con la finalità di attaccare un presunto manicheismo e il sottostante "fondamentalismo dell'odio", Spadaro e Figueroa hanno scritto un articolo manicheo che indica il male nella presidenza Trump, nelle precedenti amministrazioni repubblicane (sono citati in abbondanza Nixon, Reagan e Bush) e nei sostenitori evangelici e cattolici del Partito repubblicano.

Con il tono, quello sì, "suprematista" tipico di un razzismo al contrario, il dito è puntato contro la "collettività religiosa, composta principalmente da bianchi di estrazione popolare del profondo Sud americano" che si contrappone tendenzialmente da sempre negli Stati Uniti a chi minaccia l'American Way of Life: "Gli spiriti modernisti, i diritti degli schiavi neri, i movimenti hippy, il comunismo, i movimenti femministi e via dicendo, fino a giungere, oggi, ai migranti e ai musulmani". Questa semplificazione da film western davvero è inaspettata, sorprende: due menti non banali come quelle di Spadaro e Figueroa non possono essere incappate in questo disegnino degli Stati Uniti da copia di mille riassunti. Consiglio ai due fini autori de La Civiltà Cattolica un viaggio negli Stati Uniti, prima di scrivere degli Stati Uniti. Non a New York, o a Washington o a Los Angeles a presenziare alla prima di qualche film di Hollywood o a qualche ricevimento in ambasciata per iniziative benefiche, sempre a sfondo ambientalista. Consiglio a Spadaro e Figueroa una passeggiata per gli slum veri, che possono trovare a New Orleans come a Chicago, una visita senza preavviso alle comunità ispaniche del New Jersey come del New Mexico, un bel viaggio coast to coast sulla Route 66, 4.200 chilometri per conoscere davvero gli Stati Uniti e non scrivere articoli caricaturali che oscillano tra il partito preso e il sentito dire.

I territori che hanno fatto e fanno la differenza in termini di consenso per la presidenza Trump e l'esecrato "ideologo fondamentalista" Steve Bannon non sono quelli del "profondo Sud americano", tradizionalmente repubblicani da secoli e da secoli intessuti di "fondamentalismo cristiano", anche ai tempi delle presidenze Clinton e Obama (mai citati da Figueroa e Spadaro). La novità della presidenza Trump è la sua vittoria, giudicata alla vigilia impossibile da tutti gli analisti politici, nel Mid West e nella Corn Belt. No, non sono gli stati del "profondo Sud". Sono gli Stati della classe media, della cintura operaia, del grande nord produttivo e del cuore dell'America: Pennsylvania, Ohio, North Carolina, Michigan, Wisconsin, Iowa. Sono gli Stati della middle class più colpita dalla disoccupazione, perché le aziende hanno "delocalizzato" o hanno assunto immigrati. L'amministrazione Obama ha favorito i flussi migratori, legalizzato i clandestini, offerto dunque al mercato manodopera a basso costo e milioni di americani hanno perso il lavoro. Si sono ribellati alle élite politiche di destra e di sinistra e hanno votato Trump portandolo dall'1% alle primarie repubblicane a vincerle trionfalmente, infine nel novembre scorso alla Casa Bianca. La causa primaria della vittoria di Donald Trump è l'impoverimento della classe media e non stiamo parlando di "bianchi". La Clinton rispetto a Obama ha perso il 6% del voto degli ispanici, l'8% degli asiatici, il 5% degli afroamericani: lì ha perso le elezioni.

La vittoria di Trump è provocata dai poveri, o meglio, dagli "impoveriti" d'America. E certamente anche da un fattore di natura religiosa, che è quello su cui si appunta l'attenzione di Spadaro e Figueroa. Si tratta davvero di un "neofondamentalismo" o "teoconservatorismo" che dir si voglia? Sono entrambi fenomeni antichi, intrecciati alla società americana da decenni, i teocon sono stati protagonisti dell'ultima presidenza Bush così come con altri nomi delle presidenze Bush padre e Reagan.

No, la novità è un'altra e si è manifestata in una data precisa. Per la precisione il 20 ottobre 2016 nell'aula magna dell'università di Las Vegas, Nevada (stato con popolazione fitta di immigrati ispanici, che per inciso a sorpresa venne vinto da Trump). Quel giorno si tenne il terzo e ultimo dibattito televisivo tra i due sfidanti per la Casa Bianca: Hillary Clinton sembrava trionfalmente avviata alla vittoria secondo tutti i sondaggisti e anche dopo quel decisivo dibattito, seguito da cento milioni di telespettatori, una compiacente CNN la dava per vincente senza appello, 52 a 39. Il Washington Post scrisse sicuro: "Trump ha perso l'ultima occasione per recuperare terreno".
Ero davanti ai teleschermi quella notte, sono non solo un appassionato di politica statunitense, ma negli Usa vivo diversi mesi l'anno e dagli Usa sto scrivendo in questo momento questo articolo. Così feci le tre del mattino per vedermi la diretta dello scontro, come cento milioni di americani favoriti da un fuso orario umano. Ebbene il duello fu durissimo, Clinton e Trump neanche si strinsero la mano, volarono accuse pesanti al limite dell'insulto. Poi, tre minuti che determinarono a mio avviso le elezioni. Si parla di aborto e Trump va all'attacco sulla tecnica della "partial birth abortion", cioè l'aborto praticato anche al nono mese di gravidanza che, partendo dal principio giuridico fissato dalla sentenza Roe vs Wade della Corte Suprema del 1973 per cui il bambino non ha soggettività giuridica finché è nel ventre materno, provoca il parto mantenendo però la testa del neonato all'interno del corpo della donna per schiacciarla lì, sopprimendo così il bimbo prima che sia giuridicamente tutelabile.

Quando si tentò di mettere al bando a livello federale questa tecnica, Hillary Clinton da senatore votò contro e anche durante il dibattito televisivo la candidata democratica alla presidenza si appellò alla sentenza Roe vs Wade. Trump concluse la sua tirata annunciando, in caso di vittoria alle presidenziali, la nomina di un giudice della Corte Suprema prolife per modificare gli equilibri della Corte stessa (cosa poi effettivamente accaduta con la nomina di Neil Gorsuch).
In quel preciso momento, il 20 ottobre 2016, un segmento fondamentali di cristiani cattolici ed evangelici è certamente passato dalla scelta astensionista al voto a Trump. I cattolici americani si erano divisi nelle due elezioni precedenti, preferendo Obama sia a Romney che a McCain (rispettivamente per nove e due punti). Ma davanti a Hillary Clinton che aveva come principale finanziatore le cliniche abortiste di Planned Parenthood ed era addirittura contraria al ban della "partial birth abortion tecnique", le percentuali si sono ribaltate: 52 a 45 per Trump. E non a caso in questi giorni Planned Parenthood inonda le tv americane di spot intimidatori contro i senatori che voteranno a favore della cancellazione dei 500 milioni di dollari di fondi federali che queste cliniche ottengono per praticare oltre 300mila aborti l'anno.

Non sono i suprematisti bianchi del Sud ad avere fatto la differenza, cari Spadaro e Figueroa: sono i cattolici prolife, giustamente inorriditi e tranquillizzati anche dalla figura del conservatore Mike Pence alla vicepresidenza, tutto tranne che un esaltato, ma un convinto sostenitore delle battaglie per il diritto alla vita fino ad essere stato un protagonista dell'ultima March for life a Washington.
Dopo una stagione che nel giugno 2015 proponeva la sentenza della Corte Suprema nota come "love is love" che obbligava gli Stati a riconoscere come legittimo il "matrimonio" gay e arrivava fino all'iperabortismo della Clinton nel dibattito dell'ottobre 2016, un segmento di milioni di credenti profamily e prolife ha deciso di incidere politicamente e di ribaltare gli equilibri. La Civiltà Cattolica se ne duole? Mi dispiace, ma sbaglia. E se Figueroa e Spadaro scrivono giustamente che "il Papa non vuole dare né torti né ragioni, perché sa che alla radice dei conflitti c’è sempre una lotta di potere", allora devono essere conseguenti e non provare a schierare Francesco sulla barricata tutta politica di un fondamentalismo antitrumpiano nutrito di una narrativa tutta sballata che mette insieme i Fundamentals di Lyman Stewart e la dottrina Rushdoony, il pastore Peale e la Church Militant, tutte questioni totalmente marginali nell'America di oggi. Non c'è nessun "fondamentalismo dell'odio" in voga negli Stati Uniti. Ci sono classi subalterne impoverite e valori importanti che provano a rialzare la testa e a battersi per una libertà che è dignità (e anche, sì, libertà religiosa senza alcuna tentazione ridicolmente teocratica) che passa attraverso diritti fondamentali come quelli alla vita e alla naturalità della famiglia.

Costruire una dicotomia Francesco-Trump come finisce per voler fare l'articolo in questione è un grave danno alla Chiesa che passa per una scarsa comprensione dei fenomeni e una pigrizia intellettuale che sfocia nell'ideologia. Bisogna costruire ponti e non muri, no?
La Civiltà Cattolica già in passato provò a condurre un presidente verso l'impeachment e vi riuscì: era il cattolico Francesco Cossiga, messo nel mirino dai comunisti di Achille Occhetto che avevano appena cambiato nome ma non avevano cambiato né classe dirigente né metodi. Padre Bartolomeo Sorge schierò la rivista dei gesuiti contro il presidente della Repubblica italiana, di cui sono stato amico personale, dunque conosco il dolore che ne derivò. Anche allora aveva ragione il riformismo cristiano cossighiano e avevano torto i comunisti, che però riuscirono a costringere il Capo dello Stato alle dimissioni anche grazie alla sponda de La Civiltà Cattolica. Non so se Spadaro vuole ripercorrere le orme di quella vicenda, visto che anche per Trump ora i democratici americani puntano all'impeachment sul ridicolo "scandalo" definito Russiagate. Oggi come allora, schierare la Chiesa politicamente dalla parte sbagliata è un clamoroso errore, peraltro scrivendo ipocritamente che "il Papa non vuole dare né torti né ragioni".

Il Papa dovrebbe invece. Dovrebbe stare con i poveri, con gli afflitti, con la cultura della vita assalita dai necrofili negli Usa come in Europa. Francesco per la verità lo fa continuamente, la sua pastorale contro la "cultura dello scarto", sulla ideologia gender come "sbaglio della mente umana", la sua battaglia per la vita che lo ha visto schierarsi con la famiglia di Charlie Gard, testimoniano che il Papa affibbia i torti e sostiene le ragioni. Non vorrei che qualche suo consigliere lo faccia finire politicamente fuori strada per insipienza e scarsa conoscenza esperienziale di quel che accade davvero nella società, italiana come americana, che hanno sempre più bisogno di una proposta politica popolare e di ispirazione cristiana, non per questo collaterale alla Chiesa che deve essere sempre soggetto terzo, alieno dalle parti e dai partiti, perché agisce ad un livello superiore. La stagione dei vescovi-pilota è assolutamente chiusa, in questo Francesco è stato chiaro. Non serve allora neanche un collateralismo più subdolo, perché libresco e pseudo-intellettuale, quindi ideologico a cui il Papa e la Chiesa, mi verrebbe da dire anche La Civiltà Cattolica, devono assolutamente sfuggire.
 

René Girard: La religione come strumento di Satana. 8/9: Il mondo non è più lo stesso: Satana scatenato.

di Hercule Flambeau 

Ora che la menzogna sottostante al meccanismo vittimario è stata svelata, il mondo non può più essere identico a prima. [53] La norma antropologica che regolava la società umana fin dal suo sorgere è radicalmente mutata poiché la malvagità, l’ingiustizia, insita nell’assassinio rituale, è emersa alla luce e non può più essere ignorata. Prima di Cristo la vittima veniva identificata con il colpevole e l’umanità era giustificata di fronte a dio e agli uomini per la violenza perpetrata. L’accusa del mondo era sufficiente a rendere colpevole la vittima e la pace scaturita dal sacrificio della vittima era la controprova della sua stessa colpevolezza.

Dall’annuncio del sacrificio di Cristo in poi, ogni volta che l’uomo verrà chiamato a sacrificare una vittima nell’interesse della comunità, saprà che essa è innocente e il persecutore colpevole, saprà di commettere un peccato che grida al cospetto di Dio.
Dalla morte di Cristo il mondo entra nell’apocalisse, nel processo di disvelamento del Cristo nella storia fino al momento della sua nuova venuta. [54] Ormai Satana è svelato e il meccanismo di autoregolazione della violenza disinnescato.

L’uomo ormai si trova da solo di fronte alla propria responsabilità e violenza, senza più la possibilità di ricorrere alla grande narrazione mitica, all’escamotage che aveva garantito per millenni il riciclaggio delle coscienze. [55] Il desiderio, la violenza desiderante, la concorrenza, non può più essere assopita nemmeno per un momento dal balsamo della falsa religione.

Per questo motivo il mondo , una volta liberato dalla schiavitù dei miti e dei riti, non giunge ad una pacificazione ma ad un nuovo livello di consapevolezza militante. Dalla resurrezione di Cristo in poi coloro che non riconoscono la vera religione saranno condannati, impossibilitati come sono a ricorrere a riti sacrificali catartici, ad una duplice condanna.

La prima deriva dall’esponenziale crescita dell’uniformità degli attori sociali: il mimetismo ancora presente nel tessuto umano infatti non può limitare se stesso e la concorrenza fra i doppi mimetici cresce parallelamente alla crescita dell’uniformità tra gli stessi. Il rischio è quello di una perdita di differenze e senso della gerarchia con il conseguente acuirsi di invidie ed odi reciproci. Tutti saranno contemporaneamente nemici e perfette copie gli uni degli altri. Il mondo dunque non potrà più pacificarsi, nemmeno temporaneamente.

Da qui, per i singoli, deriva anche la condanna alla consapevolezza che qualsiasi desiderio non può sopravvivere alla conquista dell’oggetto desiderato e che dunque, per sopravvivere, il desiderio sarà costretto a rincorrere se stesso in una corsa infinita verso il nulla: ogni desiderio porta in sé la propria frustrazione. [56] Per questo il desiderio moderno, declinato nella sua semplice sfera materialistica e consumista, si è contratto fino a risiedere non tanto nell’ottenimento dell’oggetto o del prodotto desiderato quanto nel disfarsi, nel sacrificare, il prodotto già posseduto sull’altare di quello che ancora dobbiamo possedere.

Il momento del vero godimento , del soddisfacimento del desiderio non sta nel comprare la nuova versione di un prodotto, quanto nel gettare via quella vecchia. La cultura dello scarto si è elevata a nuovo, perennemente insoddisfacente, meccanismo di controllo sociale. [57] La modernità si ritrova così in un accanito processo rivoluzionario di creazione, presto abortita, di capri espiatori successivi; nell’ individuazione ed eliminazione costantemente frustrata dei colpevoli del male nel mondo.
“Nel Vangelo di Luca Cristo vede Satana ‘cadere dal cielo come la folgore’. Evidentemente, il diavolo cade sulla terra, dove non resterà inattivo. Non è la fine immediata di Satana che Gesù annuncia, o almeno non ancora, è la fine della sua trascendenza menzognera, del suo potere di riordinamento. Per designare le conseguenze della rivelazione cristiana il Nuovo Testamento dispone di una vasta gamma di metafore.
Si può dire, come ho già fatto , che Satana non può più scacciare se stesso, o che non può più incatenarsi, il che in fondo equivale a dire la stessa cosa. Siccome i giorni di Satana sono contati, egli ne approfitta più che può e, in modo assolutamente letterale, si scatena.” [58]

[53] La passione di Cristo ce lo insegna, e ce lo dice a chiare lettere: Gesù è una vittima innocente sacrificata da una folla che gli si rivolta unanimemente contro dopo avrlo osannato solo qualche giorno prima. E per nessuna ragione particolare. Questo tipo di coscienza porta alla rottura di quel meccanismo di misconoscimento, di copertura cognitiva che era alla base dello schema mitico: d’ora in poi non possiamo più far finta di non sapere che l’ordine sociale viene costruito sulla pelle di vittime innocenti. Il cristianesimo ci priva di quel meccanismo che stava alla base dell’ordine sociale e religioso arcaico, introducendoci in una fase nuova della storia dell’uomo. Una fase che possiamo legittimamente chiamare “moderna”. Tutte le conquiste della modernità per me partono da lì, da quella presa di consapevolezza interna al cristianesimo. [R. Girard, Verità o fede debole?]
[54] Nella rivelazione troviamo un altro titolo di Gesù che chiede un momento di meditazione: Gesù è o erchomenos, il “veniente”, “colui che verrà”, o, forse meglio, “colui che è in atto di venire”. Gesù è sempre donato dal Padre al mondo, perciò è sempre in atto di venire. Riconoscenti per questa donazione noi, con le folle della domenica degli ulivi, diciamo in ogni celebra
[55] “Nelle società precristiane il gioco delle interferenze mimetiche, come abbiamo detto, è controllato dal sacro: i riti, i passaggi di iniziazione, e i divieti. Ma dopo che il messaggio cristiano ha svelato lo stretto e vizioso legame fra violenza e ordine sacro le istituzioni hanno perso progressivamente il loro alone sacro. Nel mondo moderno privato della sorgente rigenerativa che era garantita dal processo vittimario, si fa strada un’attenuazione di quei divieti assoluti e di quelle differenze che erano consacrate durante il rito; in altre parole, avviene una liberazione del desiderio mimetico.” Il risentimento
[56] “Per Girard, la rivelazione cristiana segna così una metamorfosi decisiva delle dinamiche interattive e sociali, che si trovano obbligate a ripiegare su se stesse: la modernità vive il dilatarsi di una crisi mimetica schiacciata dall’impossibilità di trovare una catarsi attraverso il capro espiatorio. Nel nostro universo il desiderio, privo dei chiari divieti istituiti dal rito, si vuole illimitato, cioè ha imparato che non può sopravvivere alla conquista di un oggetto; quindi, deve scegliere oggetti sempre più inaccessibili: «il desiderio diventa un (quasi) soggetto interessato all’autoconservazione, e sempre catturato nella trappola di una strategia di autosconfitta» (15). Paradossalmente, come testimonia emblematicamente il caso dell’anoressia analizzato da Girard nell’ultimo saggio di questa antologia, solo attraverso un’irrimediabile condanna di sé alla sconfitta, il desiderio può sfuggire all’automatica e dolorosa conversione di ogni vittoria in frustrazione.” Introduzione a R. Girard, Il risentimento
[57] Cfr. Z. Bauman, L’etica in un mondo di consumatori.
[58] R. Girard. Vedo satana cadere come la folgore. P 241 (ggiungere il dopo?)
 

19 luglio 2017

Postconcilio. Il rapporto con il mondo nel secondo Maritain

di Daniele Laganà

Jacques Maritain, nato a Parigi nel 1882 da un padre cattolico “per tradizione” e da una madre protestante neoconvertitasi, subisce il trauma del divorzio dei genitori e in adolescenza inizia a professarsi socialista; iscrittosi alla Sorbona, si laurea dapprima in filosofia e successivamente in scienze naturali. Nel frattempo, conosce Raïssa Oumançoff, immigrata russa di origine ebraica insieme alla quale inizia a frequentare Charles Péguy; sposatisi con rito civile nel 1904, grazie all’incontro con Leòn Bloy, si convertono al cattolicesimo e decidono di battezzarsi.

Jacques simpatizzerà per l’Action Française sino alla condanna da parte di Pio XI e stringerà amicizia con intellettuali francesi del calibro di Mounnier e Gilson; l’opera più famosa del filosofo francese è Umanesimo integrale, un tentativo di proporre una nuova cristianità che sappia trarre frutto dall’esperienza della cristianità medievale e, al contempo, affrontare con decisione le sfide del presente, mentre meno noto, ma non meno significativo è il suo testamento spirituale, Il contadino della Garonna, scritto nell’ultima fase della sua vita, trascorsa a Tolosa, ospite dei Piccoli fratelli di Gesù dopo la morte della moglie.

Da non pochi Maritain viene considerato un filosofo cattolico militante nelle schiere progressiste, ma è bene sottolineare come egli stesso abbia sconfessato tutte le interpretazioni modernisticheggianti del suo pensiero e, soprattutto nell'ultima fase della sua vita proprio attraverso Il contadino della Garonna, abbia apertamente condannato la gravità delle derive postconciliari, in gran parte dovute al misterioso Spirito del Concilio.

Maritain offre in principio a tale libro una contestualizzazione del tempo che sta vivendo attraverso «tre descrizioni contraddittorie»: nella prima tinteggia «una fede ardente e purificata, una passione dell’assoluto, un fervido presentimento della libertà, dell’ampiezza e delle varietà delle vie di Dio, una bramosia della perfezione della carità, e tutto ciò cerca e trova modi nuovi di offerta della vita in testimonianza dell’amore di Gesù per tutti gli uomini e della generosità dello Spirito di Dio », nella seconda tratteggia «la febbre neo-modernista, molto contagiosa almeno nei circoli detti “intellettuali”, tale che il modernismo dei tempi di Pio X non appare al confronto che un modesto raffreddore da fieno, [...] una specie di apostasia “immanente” (intendo decisa a restare cristiana a tutti i costi) che si stava preparando da molti anni e di cui certe speranze oscure latenti nelle regioni basse dell’anima e qua e là portate in superficie in occasione del Concilio, hanno accellerato la manifestazione», nella terza fonde le precedenti, delineando « l’anima, divisa tra il dubbio e una nostalgica ostinazione – e una spaventata pietà per il mondo moderno per il quale solo una totale rifusione della religione appare ultimo bastione contro l’ateismo – crede necessario di mettersi alla ricerca di rimedi eroici per far sopravvivere la fede in Gesù Cristo ad un regime mentale essenzialmente incompatibile con essa. [...] Tradiscono il Vangelo a forza di volerlo servire (a modo loro) e lo fanno con una fede in Gesù Cristo tormentata e la meno illuminata possibile, ma sincera»; egli conclude non sconfessando la contraddittorietà di queste tre descrizioni, ma bensì inscrivendole tutte e tre negli atteggiamenti tipici dell’epoca in cui è chiamato a vivere, in ossequio anche al principio filosofico per cui «la storia del mondo progredisce simultaneamente nella linea del male e in quella del bene».

Nel terzo capitolo di questa sua opera definitiva, l’autore analizza il mondo e i suoi aspetti contrastanti, esordendo con la «verità religiosa o “mistica” sul mondo», la quale consiste nella «fondamentale ambivalenza del mondo visto sotto l’angolo del suo rapporto col Regno di Dio»: il mondo, infatti, differisce «vedendolo o in quanto accetta la sua destinazione finale d’essere assunto e trasfigurato in un altro mondo, un mondo divino, che è il Regno di Dio, già cominciato, che durerà eternamente; o vedendolo in quanto rifiuta il regno e si trincera in se stesso».

Successivamente la trattazione si sofferma sull’ontologica bontà del mondo dovuta alla sua divina creazione, sottolineando che «il mondo fu creato buono (il che non vuol dire che fu creato divino). Fu creato buono e le sue strutture naturali sono buone» e evidenziando come fu l’ingresso del male del mondo mediante la disobbedienza dei nostri progenitori ad aprire la ferita che solo il sacrificio salvifico di Cristo può rimarginare.

L’odio del mondo nei confronti del Redentore e dei cristiani è causa del possesso temporaneo sul mondo dell’angelo delle tenebre, del “principe di questo mondo” e questa consapevolezza è alla radice della disgiunzione esclusiva tra l’amicizia di Dio e l’amicizia del mondo: «siamo dunque costretti a scegliere se essere amici del mondo o amici di Dio. Poiché il mondo non è solo la natura creata, quale Dio l’ha fatta; è questa natura creata , come coronata del triplice diadema dei cattivi desideri della libertà umana – orgoglio di bastare sovranamente a se stessi; ebbrezza di sapere, non per la verità, ma per il potere e per il possesso; ebbrezza di essere vinti e dilaniati dal piacere».
Dopo aver citato il passo di Umanesimo integrale dove si rimarca che «il mondo è un campo chiuso che appartiene a Dio per diritto di creazione, al diavolo per diritto di conquista, a causa del peccato, al Cristo per diritto di vittoria sul primo conquistatore, a causa della Passione», ne consegue che «il mondo non può essere neutro in rapporto al regno di Dio o è vivificato da esso o lo combatte. [...] Il regno di Dio, che non è del mondo, assume le sue crescite nel mondo e la vita della grazia fa in esso il suo misterioso lavoro, di modo che, alla fine ultima, quando il mondo sarà manifestamente e definitivamente salvato, esso non sia più hic mundus, ma sia stato d’un colpo trasmutato nell’altro mondo».

Prosegue con l’esplicitazione della «verità ontosofica sul mondo», la quale ci rivela che «nonostante il male che c’è indiscutibilmente [...], il bene tutto sommato è molto più grande, più profondo e più basilare. Il mondo è buono nelle sue strutture e nelle sue finalità naturali», aggiungendo che l’esortazione di San Giacomo a non essere amici del mondo non consiste nel distogliersi dalla missione temporale del cristiano, in quanto essa «è quella che d’esser pronto a dare la propria vita per far passare nel mondo qualcosa di quel Vangelo e di quel regno di Dio e di quel Gesù che il mondo detesta e del cui pungo ha invece così bisogno».

In seguito enumera i tre aspetti che compongono il fine naturale del mondo: «il dominio dell’uomo sulla natura e la conquista dell’autonomia», «lo sviluppo delle molteplici attività immanenti e spirituali [...] dell’essere umano» e la «manifestazione di tutte le potenzialità della natura umana» e riprende a trattare la missione temporale del cristiano, identificandola come «un’espansione della sua vocazione spirituale nel regno di Dio» e situandola nel «penetrare il più possibile nelle angosce, nei conflitti e nei problemi terreni, sociali e politici del suo tempo e di non esitare a “gettarsi in acqua”».

Dopo un excursus lessicale e storico, Maritain arriva al punto saliente, parlando apertamente di «un’aberrazione proiettata al di fuori con tutto il fracasso e la beata ignoranza di una ragione resa folle dall’ebbrezza della novità [...]. Quale stupidità? Quella di inginocchiarsi davanti al mondo» e affrontando lo schema XIII della Costituzione pastorale Gaudium et Spes, la quale mette in chiaro che «l’aggiornamento non è per nulla un adattarsi della Chiesa al mondo come se fosse il mondo a regolare la Chiesa; bensì una messa a punto delle posizioni essenziali della Chiesa».
Con viva preoccupazione si accinge a tratteggiare la nefasta condotta dell’inginocchiamento davanti al mondo: «In larghi settori del clero e del laicato, non appena la parola mondo è pronunciata, una luce d’estasi passa negli occhi degli uditori. E subito si parla di espansioni necessarie e necessari impegni, come di fervori comunitari, presenze, aperture e delle loro gioie. E tutto quello che rischierebbe di richiamare l’idea di ascesa, di mortificazione e di penitenza è naturalmente scartato. [...] Allora, in pratica e almeno nel loro modo di agire e anche – per i più arditi e i più decisi ad andare fino in fondo – nella dottrina e nel loro modo di pensare (di pensare il mondo e la loro propria religione), il grande affare e la sola cosa che importa è la vocazione temporale del genere umano, il suo cammino contrastato, ma vittorioso verso la giustizia, la pace e la felicità. [...] In altri termini, non esiste più altro che la terra. Completa temporalizzazione del cristianesimo!».
L’itinerario analitico continua con la denunzia della rinunzia dei cristiani al desiderio di santità, rinunzia che costituisce «un tradimento verso Dio e verso il mondo» e con la tematizzazione del rapporto tra santità e mondo, evidenziando come «i santi partecipano lungo tutto il tempo all’opera redentrice di Gesù nei riguardi del mondo. Quanto alla loro relazione personale con il mondo, è paradossale e misteriosa. Il mondo è per loro prima di tutto, mi sembra, un’occasione di abbandono a se stessi per essere più interamente in balia dell’Amore per amore».
Jacques conclude attribuendo alla «confusione tra due significati totalmente diversi attribuiti alla stessa parola “mondo”» l’origine del «folle sbaglio» dell’inginocchiamento davanti al mondo e ricordando che «il progresso temporale del mondo domanda il rinforzo che gli viene dal regno di Dio che eleva e rischiara le anime e domanda dunque il combattimento contro il mondo in quanto è nemico del regno. E il progresso delle anime verso il regno di Dio esige da loro che si ami di carità il mondo come creatura di Dio in cammino verso i suoi fini naturali e perciò si cooperi alla sua lotta temporale contro l’ingiustizia e la miseria».
 

L'ultima di padre Spadaro


di Dario Alessandrini

«Lo schema teopolitico fondamentalista vuole instaurare il regno di una divinità qui e ora. E la divinità ovviamente è la proiezione ideale del potere costituito. Questa visione genera l’ideologia di conquista.
Al contrario lo schema teopolitico davvero cristiano è invece escatologico, cioè guarda al futuro e intende orientare la storia presente verso il Regno di Dio, regno di giustizia e di pace. Questa visione genera il processo di integrazione che si dispiega con una diplomazia che non incorona nessuno come "uomo della Provvidenza"» (p. Spadaro).

La pars destruens è condivisibile: quando religione e Stato coincidono generano regimi (teocrazie islamiche nelle quali la religione assume un orizzonte totalizzante e teocrazie "secolari" nelle quali è la politica ad assumere l’orizzonte onnicomprensivo dell’umano come nei regimi di Stalin, Hitler, Pol Pot, Ceausescu, etc.).

La pars costruens lascia basiti: se la vera Chiesa guarda al "futuro escatologico" nei rapporti con lo Stato, allora dovrebbe limitarsi a "generare processi" senza avere la pretesa di fornire un criterio ontologico nella formulazione delle leggi civili? Mentre in Italia ci si appresta "escatologicamente" a produrre un processo secondo il quale dall'Unione civile si dovrà passare gradualmente al Matrimonio Omosessuale, mentre si avvia a conclusione il processo che conduce alla liberalizzazione della Droga, e si conclude la parabola che approda alla legge sulla Eutanasia, la Chiesa - "il vero schema teopolitico cristiano" - che fa?

Guarda oltre, guarda al futuro escatologico, ignora questi nodi, e "sogna" una umanità riconciliata promuovendo la Parenesi Globale per la prossimità al Migrante. Così la Chiesa "escatologica" di Spadaro resta librata in aria e lascia lo spazio pubblico nelle mani di quella “escatologia secolare” che si approssima a  condurre il mondo verso il post-umano. Questo "gioco" costituito dall’intreccio di due escatologie reciprocamente implicate  - una che conduce al post-umano, l'altra che vagheggia l'umanità riconciliata - può risolversi in modo diverso se non nella loro piena identificazione? Tradotto nelle categorie della teologia classica: la separazione netta tra Chiesa e Stato non si risolve in definitiva nella  perfetta identificazione Stato/Chiesa? E questa non genera sempre mostri? In questi rigurgiti teologici sembra sentire il riecheggiare  di “teologie politiche” non ben assunte e  metabolizzate (Bloch, Moltmann).

La Chiesa non ha mai ridotto il Regno di Dio alle categorie intramondane, cioè all'ambito socio-politico. Il Regno di Dio (dimensione escatologica) è già (anticipato nella fede) e non ancora (realizzato nella gloria). L'unico "errore" - se così si può dire - operato dalla Chiesa è consistito nella non sempre chiara distinzione tra le due sfere: Cesare (stato) e Dio (chiesa). Questa è stata una trattativa lunga e drammatica mai definitivamente risolta. Ratzinger diceva che ci sarà sempre una tensione nell'attribuzione della sfera di influenza tra chiesa e stato.  L'importante è aver chiaro - e la Chiesa lo ha avuto sempre chiaro - che la dimensione escatologica, per quanto sia il fermento  della storia, non sarà mai realizzata pienamente nella storia. Il fine della storia non può essere collocato nell’ambito intramondano, non può nascere dal basso, dallo sforzo dell’uomo, non può consistere nella riconciliazione tra tutti i popoli o nella sintesi tra tutte le religioni in un unico comune denominatore, ma è la Parusia, cioè l'irruzione del divino nel mondo perché questo sia definitivamente trasfigurato e assunto nella gloria trinitaria.
 

E' tornato Don Camillo/15. Giù le mani!

di Samuele Pinna
In ogni Parrocchia che si rispetti c’è una vecchietta atta a fare tutto durante le sacre cerimonie, che se si potesse Ordinarla col Sacramento direbbe anche Messa. Ma non sono poche le comunità cristiane che hanno in dotazione anche la vecchia babbiona.

La vecchia babbiona, a differenza della vecchietta tuttofare, ha un carattere scontroso, solitamente zitella sicuramente vedova, perché il buon Dio se ti dà una Croce poi ti dota anche della forza necessaria per portarla oppure ti toglie direttamente le forze, l’incomodo et pax vobis. Infatti, se alla vecchietta che legge le letture, fa la voce guida, ritira le offerte, intona i canti eccetera eccetera, le si ripete con garbo che è bene che non faccia “tutto” lei e glielo si ricorda ogni volta, con molta probabilità si raggiungeranno piccoli risultati. Con la vecchia babbiona, invece, le cose sono diverse e tutt’altro che scontate.

La vecchia babbiona dinnanzi ad alcune indicazioni del nostro don Camillo, come quella di non leggere lei tutte le Letture della celebrazione ma di alternarsi con qualcun altro, come è buona creanza fare, rispose che la Messa era la sua, facendo surriscaldare la pressione termostatica interna di quell’ammasso di ossa e carne.
«Mi spiace», rispose ancora calmo, ma col piede sull’acceleratore, «ma si sbaglia di grosso, la Messa non è proprio di sua proprietà!».
Avrebbe voluto aggiungere di obbedire, perché altrimenti l’avrebbe scaraventata dall’altare, ma si trattenne.

Sicché, la vecchia babbiona, appollaiata nella sua postazione di comando, sbuffava al microfono ogni volta che vedeva il pretone arrivare per celebrare Messa, il quale quando incrociava il suo sguardo aveva, poco cristianamente, un attacco di bile. Nell’ignorarsi le cose provvidenzialmente andavano bene, ma la vecchia babbiona non si faceva ignorare, non rendendosi conto del rischio delle sue provocazioni: accendeva e spegneva di continuo una miccia attaccata a una bomba atomica. Se scoppiava era un disastro inaudito. Infatti scoppiò.

Alla vecchia babbiona, a causa dei suoi modi burberi e scontrosi, non era stata affidata nessuna responsabilità verso le nuove generazioni né una classe di bambini per il catechismo, anche per non togliere il primato alla catechista brutta di essere la più “detestata”. Nonostante entrambe avessero i capelli tinti di biondo, uno sguardo truce, un nonsoché di animalesco e il nome che finiva in “ella”, una differenza c’era: una era vecchia l’altra semplicemente tarda. Tuttavia, la babbiona svolgeva il ruolo di “jolly”, così si diceva, sostituendo le varie catechiste assenti per i più diversi motivi. In questo modo si occupava della Messa dei ragazzi, senza che nessuno glielo avesse chiesto, con il pretino dell’Oratorio che, per quanto possibile, cercava di arginarla. Le attenzioni di controllo con l’Ornella Pinciroli, questo il profetico nome, risultavano sempre poche, cosicché in tutte celebrazioni si muoveva avanti e indietro impartendo ordini inascoltati a destra e a manca, con il solo risultato di disturbare il rito e fare in ogni occasione una gran baraonda.

Quella domenica là, era destino che le cose prendessero una piega sballata e infatti la vecchia babbiona andò in sacrestia e invece del pretino tanto carino si trovò davanti, caso più unico che raro, don Camillo redivivo, per nulla felice di vedersela comparire davanti.
«Ah celebra lei», disse con malgarbo l’Ornella Pinciroli.
«Se vuole celebrare lei…», lasciò volutamente la frase a metà don Augusto mentre l’altra usciva lemme lemme e borbottando a mezza voce.
La Messa fu caotica, accompagnate da canzonette di musica leggera e ogni sorta di diavoleria moderna. Nonostante le non rosee previsioni ogni cosa volò via liscia, per modo di dire, fintanto che non si giunse al Padre nostro. Il pretone aveva letto l’introduzione scritta sul Messale: Elevando le mani verso il Padre che è nei cieli… Accortosi però che anziché stare composti o, tutt’al più, alzarle (come concedeva la Liturgia riformata) i bimbi, i giovanotti e persino gli anziani, compresa la vecchia babbiona, se le stringevano gli uni con gli altri, il pretone dall’altare mimò il gesto e fece loro sciogliere quella variopinta catena umana.

La divina celebrazione si concluse, fortunosamente, senza intoppi, ma appena il presidente coi chierichetti raggiunse la sacrestia un nugolo di catechiste capeggiate dalla Ornella Pinciroli raggiunsero il prete intento a togliere i paramenti liturgici.
«Al Padre nostro noi ci prendiamo per mano», iniziò senza preamboli la vecchia babbiona.
«Noi chi?», rispose con un finto sorriso don Camillo redivivo, conscio di far innervosire l’interlocutrice.
«Noi, i ragazzi, la comunità…», rispose esasperata l’altra.
«Allora voi semplicemente sbagliate», replicò ancora con il sorriso e davanti al borbottio scandalizzato si fece serio e duro, «Ho introdotto la preghiera del Padre nostro con le parole del rito attinte dal Messale, né io né voi possiamo cambiare la Liturgia! L’orazione insegnateci da Gesù si recita in maniera composta, senza stringimenti di mano. Punto e stop».
La secchezza della risposta scandalizzò ancora di più le pie catechiste.
«Quindi secondo lei abbiamo sempre sbagliato?», disse ironica la catechista brutta, che non poteva certo mancare a quel simposio.
«“Levare le mani al cielo” è il gesto dell’“orante”, dell’uomo che prega Dio, che si rivolge al Padre, così pregava Gesù e nel Vangelo non c’è scritto che prese per mano i suoi discepoli…».
«Ma certo», intervenne una catechista, «è solo un modo per insegnare la fraternità!».
«La fraternità si ottiene riconoscendosi figli di un unico Padre: senza obbedienza a Lui, come insegna la Sacra Scrittura, diventiamo fratricidi. E allora quello è il momento, tra l’altro con la presenza reale, sostanziale e vera di Cristo sull’altare, di guardare verso Lui e chiedere il Suo abbraccio, la Sua presenza, fonte di ogni possibile fraternità, Lui che è la Presenza! Il gesto della fratellanza tra noi è vissuto nello scambio di pace. Il prendersi per mano al Padre nostro non solo vuol dire duplicare quel gesto inutilmente, ma soprattutto distoglie l’attenzione da quel “rivolgersi in alto” che è il fondamento della comunione».

«Ma i bambini capiscono meglio con quel gesto!», protestò una del gruppo.
«E voi che ci state a fare?!», rispose sarcastico il pretone, «Cosa diavolo gli insegnate a catechismo? La Messa non è il luogo del sentimentalismo o del trovare facili emozioni né del fare quello che piace mediante un’esperienza che aggrada. Se questo principio fosse esatto, visto anche come lo perseguite, dovremmo avere le chiese piene zeppe e non con così tante panche vuote. Davvero voi pensate che quel gesto migliori la comprensione? Dubito allora che abbiate vissuto bene il vostro servizio educativo. Vedete, e questo non lo considerate mai, se togliete tutti i riferimenti che vi figurate “difficili”, e perciò profondi, quando i ragazzi si accorgono che l’unica differenza tra l’essere nella Chiesa o appartenere a una mentalità mondana si riduce soltanto che la prima pratica è più noiosa, questi ci salutano e si dileguano. Altro che fraternità!».
«Noi volevamo solo trovare forme d’aiuto», si sentì ancora una voce provenire dallo stormo catechistico, «per avvicinare i ragazzi alla celebrazione».
«Queste formule non aiutano un fico secco», riprese il pretone ormai lanciato, «e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Proponete questi gesti perché sono quelli che ricordate nei vostri anni giovanili di contestazione. A quel tempo eravate convinte che questa era la verità a cui consacrarsi, tra l’altro senza troppo sforzo né troppo cervello. Allora via la musica sacra, artisticamente elevata, e dentro musichette sincopate, tra l’altro eseguite sempre in modo deprimente. Via gli incensi e dentro i battiti di mano. Via Dio e dentro il nostro Io! Via cioè una vita spirituale autentica fatta di silenzio e contemplazione e dentro rumori di ogni sorta nella ricerca di quel che mi piace, dove “Dio”, nient’altro che uno specchio, è solo ciò che mi serve per prolungare le voglie del mio “Io” e, se il senso religioso non diviene infine inutile, quantomeno resta adatto ad acquietare i sensi di colpa della coscienza e, al più, una semplice forma consolatoria».

Siccome era calato il silenzio tra le catechiste e c’era chi aveva compreso o accusato il colpo, chi si stava interrogando e chi aveva smesso di ascoltare prima ancora che il saggio prete parlasse, quest’ultimo concluse solennemente: «Se Gesù pregava in quel modo, se la Chiesa l’ha confermato nella Liturgia e il sacerdote lo fa a nome di tutti non vedo il motivo per cui uno a caso di noi abbia l’autorità per pervertire tutto, prendendosi la responsabilità di correggere Nostro Signore e cambiare il Vangelo dicendo: “Gesù, prendendo per mano i suoi discepoli e chiedendo in futuro di fare lo stesso, disse: Padre nostro…”».

Poi, gli sovvennero in quell’istante alla mente alcune parole che aveva letto da qualche parte, in cui si affermava che recitare il Padre nostro durante la Santa Messa tenendosi per mano, una piccola cosa se si vuole tra gli abusi liturgici di oggi, è esattamente una spia dei punti fallaci che conduce all’attuale analfabetismo sui sentimenti e sull’amore in cui la nostra cultura si dibatte: senza il “guardare in alto”, con compostezza, alla verità, all’amore che è creatore, sorgente e redenzione di ogni sentimento umano, la persona umana facilmente chiama “amore” ciò che è il suo contrario. Pertanto concluse, avendo ormai intorno una serie di ragazzi venuti a salutarlo con gioia in sacrestia e che, inconsapevolmente, lo salvarono da quel reggimento femminile:
«Vedete, se Dio è amore, ciò non vuol dire che il nostro amore sia Dio».
 

18 luglio 2017

Curarsi dalle malattie spirituali


di Fabrizio Cannone

Il filosofo spagnolo Juan Donoso Cortés (1809-1853) nella sua opera principale uscita a Madrid nel 1851, il Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo e il socialismo (edizione italiana a cura di G. Allegra, Rusconi, 1972) mostrava efficacemente il rapporto necessario e insuperabile tra la politica e la teologia, ma anche in un certo modo tra la politica e la spiritualità.

Se infatti la politica è l’amministrazione della polis, essa non può che riferirsi a dei valori extra-politici e pre-politici, che ne siano a fondamento. (E se si parla di valori comunque si è già su un terreno spirituale e non materiale e misurabile).

D’altronde lo stesso rifiuto tutto laico e laicista-contemporaneo della morale cattolica come base della società, è una scelta a suo modo morale, sebbene sia, evidentemente, del tutto immorale.

Se dichiarare l’aborto delitto è una scelta politica di natura etica, non è meno moralmente significativo il dichiararlo e renderlo giuridicamente un “diritto della donna”. Dalla morale nessuno può scappare: né il singolo cittadino, né la società, né la politica intesa qui soprattutto come coloro che amministrano la cosa pubblica. Solo gli animali e i vegetali sono esseri a-morali e ethics free: bella libertà!

Le repubbliche e i regni di epoca medievale e moderna erano società connotate cristianamente. Ove più ove meno, ma questa era la norma in Europa, e in mezzo mondo.

Oggi non è più così, e la società di impianto cristiano (che in Italia ebbe un ultimo sostegno nel Concordato del ’29), non c’è più. Semmai esistono ancora, qua e là, delle società che hanno una maggioranza di cristiani, ma evidentemente non è la stessa cosa.

Solo che il carattere laico, impostosi di fatto dal ’68 ad oggi nell’intero Occidente, non è una dimensione neutra o una mera assenza di religione. E’ una scelta forte, e vista la secolare tradizione precedente, una scelta assai precisa: irreligiosa e anti-cristiana.

Questo è innegabile. Ma torniamo al Cortés. Ebbene, il pensatore ispanico diceva semplicemente che avendo la teologia (cattolica) per oggetto Dio, ed essendo Dio il creatore di tutto ciò che esiste (leggi fisiche, morali, astronomiche, etc.), ovviamente la teologia non può escludere nulla dai suoi interessi.

Tantomeno potrà escludere la politica la quale promuove certi comportamenti umani e cerca di rimuoverne altri. Il matrimonio ad esempio va incoraggiato o scoraggiato? E il divorzio? E l’aborto? La pornografia va repressa, come insegna il Catechismo del 1992, oppure no? Si tratta di questioni decisive su cui sta o cade ogni società ben costituita. E perciò non possono essere prese a colpi di referendum e di maggioranze fluide e improvvisate.

La teologia però risente anche della spiritualità e come esiste una teologia tomista, scotista o agostiniana, esiste pure una spiritualità francescana, domenicana, gesuita o benedettina.

Papa Francesco, gesuita fino al midollo, seppur in un certo senso “a modo suo”, stima più la mistica e la spiritualità gesuitica, che non la tradizionale teologia della Compagnia di Gesù. Preferisce cioè apertamente figure come Pierre Favre, Caussade, Lallement, Gagliardi e san Claudio de la Colombière, piuttosto che i vari Bellarmino, Canisio, Suarez, Molina, Billot e i fratelli Rahner.

Ma se c’è un testo spirituale che il papa predilige questo è il libretto esile ma essenziale appena tradotto dal latino in italiano con il titolo di Accorgimenti per curare le malattie dell’anima (San Paolo, 2016, pp. 146, € 14).

L’autore dell’utilissimo trattatello è il quinto superiore generale della Compagnia, l’abruzzese padre Claudio Acquaviva (1543-1615).

Padre Acquaviva fu eletto Preposito, ovvero presidente dei gesuiti del mondo intero nel 1581, quando aveva soli 37 anni, e restò superiore per ben 34 anni, durata finora imbattuta nell’ordine. Sotto la sua autorità i gesuiti passarono da quasi 5.000 membri ad oltre 13.000, fondando scuole, chiese, istituti e università in mezzo orbe terracqueo.

Il trattatello spirituale presente, riprendendo le riflessioni del Cortés sopra esposte, non solo è un ottimo mezzo per fare progressi nella vita cristiana e nella nostra personale esistenza, ma è un formidabile strumento per sanare, purificare e verticalizzare un contesto sociale laico, materialista ed edonista come il nostro.

Sebbene fosse indirizzato, col bel titolo originale di Industriae pro superioribus ad curandos animae morbos, ai padri spirituali della Compagnia per dirigere le anime dei novizi, esso è fruibile oggi da parte di tutti i cristiani, specie i più ferventi.

Claudio Acquaviva, secondo il direttore del Seminario Romano che presenta il testo, è equidistante da attivismo e quietismo, da volontarismo e pelagianesimo, e fa parte di quegli autori della prima generazione gesuita che “concepiscono la vita cristiana come una milizia, un combattimento continuo” (p. 9).

Se, come ci insegna il grande gesuita italiano, sapremo contrastare efficacemente l’aridità (cap. 3), la mancanza di obbedienza (cap. 5), l’inclinazione alla sensualità (cap. 8), l’ira e l’intolleranza (cap. 9), il secolarismo (cap. 15), l’ostinazione (cap. 16) e la malinconia (cap. 18), allora avremo fatto passi da gigante sulla via della pace interiore e della vera figliolanza cristiana.

Ma, dato che nessun uomo è un’isola, dei solidi cristiani, formati con i canoni imperituri della spiritualità classica, saranno anche oggi e forse oggi più che mai, quel lievito nella pasta e quella cittadella sul monte, che illuminando la società, mette in fuga ogni tenebra, ogni stortura e ogni violenza.

http://www.libertaepersona.org/wordpress/2017/07/curarsi-dalle-malattie-spirituali/