20 settembre 2017

Summorum Pontificum. Fra musica e liturgia, è nato un nuovo Movimento Liturgico?

di Francesco Filipazzi
Il 16 settembre è stata celebrata, nella Basilica di San Pietro, la messa pontificale con la quale si è voluto rendere onore al decennale del Motu Proprio Summorum Pontificum, promulgato da Benedetto XVI, riguardante la celebrazione della Messa secondo il Messale di san Pio V.
Questa celebrazione è stata per molti versi storica, per la partecipazione e per l'occasione, ma anche per l'aspetto musicale. Per la prima volta dopo 60 anni, una celebrazione secondo il Messale di San Pio V è stata accompagnata da musica liturgica composta ex novo. Il Maestro Aurelio Porfiri, partendo anche dalla Missa De Angelis, ha composto infatti una nuova raccolta di canti liturgici. Siamo di fronte ad un salto di qualità vero e proprio, alla presa d'atto che la forma tridentina è pienamente viva e che attorno ad essa va anche prodotta musica nuova, legata alla tradizione di sempre. Porfiri ha in questo modo dimostrato che si può comporre nuovamente musica liturgica per coro e organo e che per essere contemporanei non è necessario (anzi) imbarcarsi con chitarre e tamburelli.

L'utilizzo della De Angelis è significativo e indica una volontà di rimanere nel solco già tracciato dai grandi del passato. Si tratta infatti di una serie di componimenti contenuti nel Kyriale Romanum, precisamente la raccolta VIII. La particolarità è che i brani della Messa De Angelis sono stati composti in periodi diversi, dal XII al XVI secolo e successivamente raccolti insieme, prendendo atto del loro utilizzo diffuso. Siamo dunque di fronte ad un'attuazione delle idee che lo stesso Porfiri ha delineato tempo fa su queste pagine. "Quelli che vogliono vivere il presente nella Tradizione sono i saggi. La Tradizione non è alle nostre spalle, ma davanti a noi. Questo credo sia un discrimine importante per poter giudicare un sano tradizionalismo dal tradizionalismo "impotente", quel tradizionalismo che si riunchiude in un immaginato passato e quindi senza presente e futuro".

Negli ultimi dieci anni è passata molta acqua sotto i ponti e va riconosciuto che a seguito di quel gesto papale, per certi versi dirompente, ha preso forma un vero e proprio moto popolare, che ha portato alla ri-diffusione in tutto il mondo della Messa antica e l'avvicinamento alle forme tridentine di migliaia di persone. Siamo probabilmente di fronte all'inizio di una nuova stagione, la rinascita del componimento di musica liturgica tradizionale. Superato ogni passatismo che soffoca la Tradizione stessa, il futuro ci dirà se il 16 settembre 2017 sia nato il Movimento Liturgico del Terzo Millennio.


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È tornato don Camillo/24. Il Libretto del Matrimonio

di Samuele Pinna
Capita sovente ai Curati di dover abbandonare per qualche giorno la propria Parrocchia. Nel passato era quasi inconcepibile allontanarsi dall’amato gregge per un periodo di riposo e, allora, gli avveduti Parroci moderni mascherano con una certa classe questi giorni di assenza. Il risultato di questa furberia si chiama “pellegrinaggio”. Solitamente l’impegno che ci mettono nell’organizzazione di tale viaggio devozionale rende moralmente lecito il non chiamarle vacanze e il sentirsi con l’animo in pace, nonostante siano lontani dalla loro sposa per qualche tempo. Il nostro don Camillo per non avere problemi spirituali e pesi sulla coscienza aveva deciso in secretum di vivere un pellegrinaggio perpetuo, ergo di essere sempre in vacanza. E da vacanziere si comportava, forse destando l’ammirata disapprovazione di molti.

Nonostante questo stile variamente ascetico, durante l’assenza del gioviale Parroco alcune questioni burocratiche erano ricadute sulle sue spalle grosse e forzute. Cose in sé abbastanza noiose e di talmente poco valore che è inutile stare a menzionarle, tranne di quel fatto che vede protagonista il Libretto di Matrimonio. È, difatti, ormai in voga nella cristianità che il Libretto che serve per la celebrazione del Matrimonio sia a carico, nell’assembramento e nella fattura, dei novelli sposi. I solerti Parroci devono solo correggere eventuali errori e refusi, sgravati in tal modo da un lavoro in più e assai noioso.

Don Augusto era ben conscio che doveva controllare uno di questi Libretti, ma rimase molto stupito quando si presentò quella strana coppia, che gli era stata descritta come tra le “migliori” nella cristianità parrocchiale. Lei aveva lunghi capelli neri e ricci, gli occhi verdi, il che premetteva che dovesse essere molto affascinante, anche se per il pretone gli occhi azzurri e i capelli biondi naturali erano i canoni della vera bellezza femminile. La delusione, che si può facilmente comprendere col senno del poi, fu invece cocente quando se la ritrovò davanti. Si trattava, infatti, di una ragazzotta sì dagli occhi chiari e dalla lunga chioma corvina, ma con un naso grosso e sporgente, la fronte spessa, il collo taurino, i movimenti goffi, i denti sporgenti con gli incisivi separati da un ampio corridoio d’aria e le buone maniere di uno scaricatore di porto. Le faceva, poi, da contro altare un omino insignificante, rossiccio e spettinato, con la barba trascurata da qualche giorno e l’incedere dimesso, come probabilmente, anzi sicuramente, la sua mediocre personalità.
Il pretone di città, nonostante si vide comparire quel bizzarro assortimento, li accolse con gentilezza e la risposta fu di estremo entusiasmo da parte di lei e di indifferenza da parte di lui. Due reazioni che il nostro don Camillo non vide di buon occhio: la prima perché le persone così affabili inizialmente non lo sono poi nei fatti a seguire; la seconda perché indice di superbia o poco interesse, cose entrambe deprecabili nei rapporti.

Di là da queste sottili analisi psicologiche, psicofisiche e tra poco anche psichiatriche, che vanno tanto di moda oggi, i due giovani consegnarono al nostro don Camillo il loro Libretto.
Don Augusto lo passò in rassegna tutto con attenzione, mentre quella – senza che alcuno glielo avesse chiesto – iniziò a parlare di cose di poco interesse, interrotta solo dal muggito che usciva ogni tanto dalla bocca del futuro marito. Ciò che però impressionò il sacerdote lì di fronte fu la risata scomposta e aspra, che si confaceva di più a un camionista di mezza età piuttosto che a una novella sposa.
«Il Libretto in sé va bene», sentenziò don Augusto, «ma posso darvi dei consigli?».
Erano “consigli” e non imposizioni soltanto perché a sposarli non sarebbe stato lui. La ragazza aveva risposto con un assenso fuori luogo, mentre il fidanzato con una scrollata di spalle.
«Vedo», aveva iniziato cautamente, «che fate molti canti, forse andrebbe cantato, non dico il Credo, ma almeno l’inno del Gloria in excelsis Deo, il Salmo responsoriale o almeno il suo ritornello…».
Ciò fu quello che disse, mentre questo quello che pensò: “Fate mille canti aliturgici, orribili, inutili e il Gloria, uno degli inni più antichi e incantevoli della storia della Chiesa che andrebbe sempre cantato, lo recitate?! E il Salmo responsoriale per cui vale lo stesso ragionamento? E il Credo o il Padre nostro…?”.

«Sui canti, poi, siete d’accordo col Parroco?», continuò il pretone, che in realtà avrebbe voluto dire: “Ma ’sti canti da dove li avete pescati? Povera Liturgia! Povera Chiesa! E sì che si è sforzata di affermare che il canto prediletto è il gregoriano. Non dico di eseguire tali composizioni, che renderebbero più suggestiva la cerimonia, cosa difficile da capire per due mal assemblati come voi, ma ’sta porcheria… In inglese, poi! Si lamentano del latino e dopo cantano in inglese…”.
«Sapete bene l’inglese, vedo?», riprese ironico.
E alla risposta positiva dei due nubendi, ci rimase male, non si aspettava che quella lì con la faccia da mucca bavarese dopo l’Oktoberfest potesse avere delle conoscenze linguistiche oltre a pochi versi gutturali.
«Ecco su questo, vi raccomando, informate il Parroco…».
«Ma noi vorremmo proprio questi canti», lo interruppe lei. Il pretone non ebbe il tempo di reagire che, come parlasse da solo, l’insignificante fidanzato iniziò a ciarlare spiegando per filo e per segno i motivi introspettivi che li avevano spinti a quella scelta: facevano parte della loro esperienza di giovani e di tutte quelle smancerie che spingono a una scelta dettata solo da un giudizio affettivo, da un becero sentimentalismo e dall'emozione del momento, senza pensare al senso profondo delle cose.
Don Augusto lo bloccò amabilmente, riaffermando il concetto che se la vedessero con il Parroco.
«Ah», aggiunse con finto modo distaccato, «vedo che inserite prima il nome di lei e poi quello di lui».

Davanti allo sguardo interrogativo dei promessi sposi, don Camillo redivivo continuò: «Sapete, non capisco questa galanteria fuori luogo e così errata da un punto di vista formale. Il cognome della vostra famiglia lo darà lo sposo», disse indicando l’omino insignificante davanti a sé, «e sui documenti campeggia prima il suo di nome. Va beh, questa è una quisquiglia…».
Invero, più che essere una questione di poca importanza il pretone di città si rese maliziosamente conto che “formalmente” mettere il nome di quella là non era poi così sbagliato: poteva, quantomeno di primo acchito, apparire lei l’uomo tra i due! E sicuramente era quella che portava i pantaloni!
Dopo qualche commento risentito nei fatti ma cordialmente antipatico nell’espressione, i due tirarono fuori un numero da circo, «Reverendo, mi scusi», fece la ragazza saputa, mentre il fidanzato sfoderava un ghigno malefico, quasi risvegliandosi dal suo letargo cerebrale, «i ministri del Matrimonio non sono forse gli sposi?».
«Sì», rispose serio e risoluto l’altro, «ma grazie a Dio, il ministro dell’Eucaristia è pur sempre il sacerdote celebrante: nel Rito del Matrimonio voi sarete i ministri, ma nella Santa Messa, in cui tale cerimonia è collocata, il ministro rimane il prete».
A queste parole calò un silenzio imbarazzato.
«Ah, inoltre», riprese sereno don Augusto, «dovete decidere se leggere pubblicamente gli articoli del Codice civile oppure semplicemente ai testimoni, prima delle firme».
Alla risposta sulla scelta, la mucca bavarese spiegò che avevano scelto quattro testimoni, come era consueto, ma tre erano per la sposa e solo uno per lo sposo.

Forse, avevano anche spiegato il motivo, ma ormai il nostro don Camillo guardava fuori dalla finestra, nello stesso modo in cui faceva san Tommaso d’Aquino quando percepiva inettitudine nell’interlocutore posto davanti a lui, intento a buttar fuori dalla bocca uno sproloquio dietro l’altro. Era già difficile la questione della grammatica, non voleva proprio entrare in quella dell’aritmetica!
Infine, si accorse un poco triste, dinnanzi a ragazzi all’apparenza intelligenti e descritti come ottimi cristiani, nell’osservare tante scelte bislacche, un poco ignoranti e cariche d’ideologia. La finta umiltà che si trasforma in prepotenza aveva messo di malumore il pretone, che al caso poteva divenire pericoloso. Si riscosse quando pensò a una frase di Konrad Adenauer, che attribuiva a certi “cristiani”, sicuramente azzeccata per i due dinnanzi a lui: “ Pare che certa gente abbia fatto la fila per tre volte quando il buon Dio ha distribuito la stupidità ”.

Si congedarono freddamente sulla porta e don Camillo redivivo confermò pilatisticamente che per gli ultimi dettagli dovevano vedersela col Parroco, il quale molto più gioviale di lui avrebbe accettato probabilmente senza batter ciglio tutte le porcherie di quel Libretto, come le Preghiere dei fedeli lunghe, innumerevoli e incompressibili o il canto col battito di mani direttamente con un testo in swahili, lingua che evidentemente le tribù invitate alle nozze conoscevano perfettamente.
I due ragazzi salutarono fintamente con sorrisi tirati e artefatti e si incamminarono all’uscita con passo militare, tanto che per poco non si scontrarono con il povero sacrestano.
«Buon dì, don Augusto», lo salutò quest’ultimo, ma non avendo ricevuto risposta alcuna si piazzò di fronte e ridisse con più enfasi il suo buongiorno.
«A te, Pippo», si destò all’improvviso il prete, «scusami ma stavo meditando su una cosa».
«Eh mi pareva», riprese l’altro, «assomigliavate a una statua di sale».
«Riflettevo e mi è venuto questo ragionamento, dammi un parere: “è proprio vero che un cattivo può diventare buono e un buono diventare cattivo. Ma uno stupido rimane sempre uno stupido, buono o cattivo che sia”».
«E che vuole che le dica?», rispose il sacrestano, «Le dico che c’ha ragione!».
Poi vennero in mente al pretone che fu di paese le parole di Albert Einstein e sorrise, salutando con calore Pippo Girotti, il quale riprese le sue faccende con serio trasporto.
Solo due cose sono infinite, l’universo e la stupidità umana, e non sono sicuro della prima ”.
Parola di scienziato.


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Incerto Svenire


di Giuliano Guzzo

Tutta la stima, il rispetto e anche la familiarità che ho con diverse firme e collaboratori del quotidiano Avvenire non bastano, purtroppo, a frenare la mia incredulità per il recente spot – a tutta (prima) pagina – del quotidiano della Cei in favore dello Ius soli. Se da un lato, infatti, non è un mistero che il direttore del giornale e buona parte del clero italiano siano oggi a favore di una svolta del nostro ordinamento in materia di cittadinanza, dall’altro mi chiedo se una presa di posizione tanto plateale, che fa quasi apparire la Repubblica una testata equilibrata, non rischi di rispondere a una finalità più partitica che cristiana.

Il punto qui in discussione, infatti, non è tanto il diritto della Chiesa o dei cristiani di esprimersi – ci mancherebbe -, quanto il sistematico appiattimento di settori importanti del mondo cattolico italiano sull’agenda di un partito, il Pd, verosimilmente visto come il miglior antidoto all’ascesa politica della Lega o del M5S. Lo ha dimostrato, ieri, un’opposizione alle unioni civili, rispetto ai tempi dei Dico che fecero naufragare l’esecutivo di Romano Prodi, assai soft, e lo dimostra, oggi, un tifo da stadio per lo Ius soli, quasi che opporsi a detto provvedimento sia antievangelico quando, in 2000 anni di Cristianesimo, non c’è apostolo, santo o beato che si sia manco soffermato sulla questione.

E’ vero che i flussi migratori attuali sono un fenomeno epocale (anche se non ingovernabile, come per ragioni di comodo molti lasciano intendere), ed è altresì innegabile come la Cei, sotto la guida, pardon segreteria, di monsignor Galantino, abbia assunto da tempo una linea, sul tema dell’immigrazione, più attenta e sensibile. Viene tuttavia da chiedersi se sia opportuno che un atteggiamento di maggior apertura all’accoglienza dei richiedenti asilo – che mai richiama rischi e limiti di un’integrazione che non può essere illimitata, e che è del tutto arbitrario supporre i cosiddetti migranti non vedano l’ora di sperimentare –, sfoci in un supporto entusiasta a un’iniziativa politica come lo Ius soli.

Come sarebbe bello vedere, in queste settimane, una prima pagina – intera – del quotidiano della Cei a favore del diritto alla vita dei figli (anche stranieri) abortiti a migliaia ogni anno, di quello dei bambini di avere un padre e una madre, e dei malati di non essere liquidati con l’eutanasia! Tutti temi, sia chiaro, che Avvenire affronta e spesso con coraggio, ma ai quali non è viene riservata, almeno ultimamente, l’attenzione che oggi tocca allo Ius soli. Il che è drammaticamente indicativo di quanto sto cercando di sottolineare, ossia un appiattimento di un importante quotidiano cattolico sulla linea di un partito che si è adoperato come pochi, al governo, per sfasciare la famiglia e umiliare, ridicolizzandolo, il diritto naturale.

Per la cronaca, chi scrive leggeva Avvenire già ai tempi dell’università, portandolo sotto il braccio fin dentro l’aula, tra lo stupore e lo sconcerto dei compagni di corso (sociologia a Trento non è esattamente facoltà, per usare un eufemismo, che odori di cattolicesimo). Anche se scrivo per un altro quotidiano, ritengo quindi di avere tutto il titolo di esprimere amarezza per la sempre più marcata svolta editoriale di un quotidiano dal passato glorioso e dalle firme, a tutt’oggi, validissime, ma che da tempo riserva al tema dell’immigrazione una centralità quasi ossessiva, dando, non solo al sottoscritto, una triste impressione filogovernativa e quella, ancora più avvilente, che ciò possa celare una contropartita.

https://giulianoguzzo.com/2017/09/19/incerto-avvenire/


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19 settembre 2017

Una vita selvatica: manuale per sopravvivere alla modernità


di Alfredo Incollingo

E' veramente arduo vivere nella modernità: lo stress, l'inquinamento e l'isteria di massa rendono le nostre città e le nostre nazioni una giungla oscura e terribile. Claudio Risé è convinto della profonda decadenza e da anni si batte per un ritorno alla natura, che non è il solito invito all'ecologismo radicale e all'animalismo più settario. Lo psicologo ci invita a ritrovare la nostra naturalità, che non vuol dire soddisfare i nostri più bassi istinti: l'uomo ha in sé una scintilla divina che lo proietta verso l'Alto. Non può far a meno di Dio. La società moderna lo ha inibito alla spiritualità e gli concede di soddisfare momentaneamente la sua ansia divina con religioni effimere e del tutto false. Paradossalmente lo ha schiavizzato, promettendogli una maggiore libertà. Le merci, la squalifica etica dell'uomo e il materialismo assoluto lo hanno reso un automa. Francesco Borgonovo affronta questo spinoso argomento nel libro – intervista “Vita selvatica: manuale di sopravvivenza alla modernità” (Lindau, 2017), un interessante e pregevole colloquio con Claudio Risé. Come rappresentare la nostra realtà? Usando l'immagine nebbiosa e funesta di Londra, descritta ne “La terra desolata” del poeta inglese T.S. Eliot. L'esistenza è ovattata e l'essenza delle cose e della vita è avvolta in una nebbia fitta: noi ci muoviamo tra le coltri alla ricerca disperata di un significato a tutto ciò. Esiste un senso, c'è una verità e una via per uscire da questa desolazione. E' Cristo, afferma Risé, un ritorno a Dio, all'Eternità, che è una delle massime ispirazioni dell'uomo. L'amore, l'amicizia, il sesso, il denaro e tutti i beni e i valori sono trasmutati dalle nebbie del materialismo e del nichilismo. C'è e ci sarà sempre un raggio di Sole che penetrerà tra la nebbia e ci illuminerà la nostra strada. Per ritrovare se stessi è necessario cercare la natura, metafisica e, perché no, reale, come gli antichi monaci o gli eremiti che si allontanavano dalla mondanità alla ricerca di Dio. Risé e Borgonovo ci raccontano un mondo in piena crisi, come è evidente da decenni, ma anche una soluzione ai nostri mali: uscire dalla gabbia di cemento e di merce in cui viviamo e trovare la natura, recuperando la nostra vocazione all'Eterno.


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Il Santo Sacrificio della Messa, a 10 anni dal Summorum Pontificum


di Daniele Barale


Giovedì 14 settembre si è ricordato l'anniversario dell'entrata in vigore del Summorum Pontificum, frutto del Motu Proprio di Benedetto XVI, del 2007, a favore della "Messa di sempre". Azione che servì per dare forza a e ribadire quanto affermato durante il pontificato del Santo Padre Giovanni Paolo II attraverso l'indulto del 1984 Quattuor abhinc annos, l'indulto Ecclesia Dei adflicta del 1988. Nel 2011 è stato necessario, in risposta a sterili polemiche, realizzare in sede di Pontificia Commissione Ecclesia Dei l'istruzione Universae Ecclesiae.

La riflessione che seguirà si colloca proprio sulla via indicata dalla Tradizione bimillenaria della Chiesa Cattolica a cui gli stessi documenti citati si riferiscono. E si spera torni utile, dato che di questi tempi se ne vedono di tutti i colori, come le divisioni nel mondo cattolico. Le difficoltà nel trovare unità in campo dottrinale teologico liturgico sono causate dallo smarrimento del senso, del fine di ogni cosa, in primis della Santa Messa: la quale non è l'occasione per celebrare l'uomo, bensì assistere al Sacrificio di Cristo per la salvezza degli uomini e del mondo. Il capirlo riporta l'unità tanto agognata, che sarà tanto longeva quanto più la vita di ciascun cattolico sarà incentrata sull'Eucarestia, santissimo viatico, che ci dona l'amore forte e potente della Pasqua del Signore, vittorioso su ogni male e sulla morte.

San Francesco ricordava "L'uomo deve tremare, il mondo deve fremere, il cielo intero deve essere commosso, quando sull'altare, tra le mani del sacerdote, appare il figlio di Dio".

Dopo tali premesse, l'approfondimento. L'Antico Testamento ricorda alla storia e a tutti noi che l'uomo ha sempre ritenuto opportuno (essendo homo religiosus-viator) offrire a Dio dei sacrifici, per riconoscerlo Creatore e Signore di tutte le cose. Ma questi sacrifici erano soltanto un simbolo ed una figurazione dell'unico vero Sacrificio, quello di Gesù sulla croce. Ad essi mancava la forza per riaprire le porte del Paradiso, chiuse dal peccato di Adamo: il peccato di un uomo, creatura finita, nei confronti di Dio, il Creatore infinito, è in certo qual modo una colpa infinita, che, come tale, l'uomo da solo non potrà mai cancellare. Solo il sacrificio di Dio stesso, fattosi uomo, poteva e può attuare la redenzione. Solo l'agnello-Cristo cancella quindi tutti gli altri sacrifici, si sostituisce ad essi perché è l'unico perfetto: il sacerdote è Cristo stesso, la vittima immolata è sempre Cristo.

Ecco, così si comprende subito che durante la Messa noi "popolo cattolico" non dobbiamo fare altro che unirci in Preghiera umile e silente all'azione sacrificale - actio Christi - di Cristo-Dio sull'altare. Non a caso Pio XII definisce così, nella sua enciclica Mediator Dei, la Messa: "Culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra". In questo modo nella Messa possiamo capire ancora di più il Suo santo invito: "Venite a me voi che siete affaticati e oppressi e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo su di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore e avrete serenità nelle vostre anime" (Mt. 11,25-30).

Perciò, la liturgia della Chiesa Cattolica ha valore e senso soltanto se è diretta verso l'Alto, verso Dio. Allo stesso tempo, ha valore e senso solo se è considerata come un esercizio dell'ufficio sacerdotale di Nostro Signore Gesù Cristo, ufficio che, qui sulla terra, non è terminato con la sua ascesa al Cielo. Gesù ha voluto che il Suo sacrificio sul Calvario continuasse tutti i giorni sull'altare, fino alla fine del mondo. Per questo Egli ha dato ai Suoi apostoli e dà ai sacerdoti, diretti successori di questi, la facoltà di celebrare la Messa, e dunque di attuare realmente la "rinnovazione del Sacrificio della Croce", reso presente sull'altare in maniera incruenta, cioè senza spargimento di sangue. Sul Calvario il sacerdote era Gesù che offriva se stesso all'eterno Padre; sull'altare il vero sacerdote è Gesù che offre se stesso, hostia, per mezzo del prete altro-Cristo. Nostro Signore stesso è il vero Sommo Sacerdote di ogni Messa: il sacerdote all'altare agisce soltanto come suo strumento.
Il volere quanto descritto, ossia la Messa di sempre, come l'ha accolta, protetta e donata il Messale di San Pio V, non è la fissa di qualche fantomatica fazione intransigente nella Chiesa Cattolica; non è nemmeno una questione linguistica: certo, il latino è la lingua più appropriata per il sacro, tuttavia si può utilizzare anche l'italiano, purché il senso di quanto detto sia rispettato e il sacerdote creda alla presenza reale di Dio nella Santissima Eucarestia; ma lo scrigno contenente il tesoro a Lei più prezioso: Cristo stesso, appunto, che Ella deve dare a ogni uomo.

Ora, sarebbe meraviglioso se il contenuto di questo articolo potesse diventare il contributo di un ragazzo al prossimo sinodo per i giovani. Perché i più giovani (adulti non esclusi) hanno bisogno non di "edulcorati surrogati", ma di proposte impegnative e ricche di senso, che sappiano dare un orizzonte di valori e principi entro il e per il quale vivere e morire. E la Messa di sempre non delude in proposito, giacché assieme al latino e, di conseguenza, al canto gregoriano è realmente strumento adatto allo scopo soprannaturale della Chiesa. Lo dimostrano i tanti che sono diventati santi e che hanno compiuto opere spirituali e materiali straordinarie. Come confermano libri quali le agiografie del padre Sicari e "Fisionomie dei santi" di Hello Ernest. Inoltre, volere la Santa Messa di sempre dai e chiederlo ai sacerdoti, nel pieno rispetto del canone 212 paragrafo 3, è far valere il proprio diritto di figlio della Chiesa Cattolica Romana.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/09/giovedi-14-settembre-si-e-ricordato.html


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Immigrazione e ius soli: il papa torni a fare il papa


di Giorgio Enrico Cavallo

Già speravamo in un cambio di rotta. Bergoglio, di ritorno dalla Colombia, era parso più moderato del solito in merito al suo cavallo di battaglia preferito: l’immigrazione incontrollata. «Un governo – aveva detto – deve gestire questo problema con la virtù propria del governante, cioè la prudenza. Cosa significa? Primo: quanti posti ho? Secondo: non solo riceverli, ma anche integrarli».
Noi però stavamo in campana, perché sperare è una bella cosa, ma conoscendo i nostri polli temevamo che le prudenti parole del papa, a conti fatti, non significassero granché. Ed effettivamente, su Repubblica, giornale preferito di Bergoglio, è comparsa la notizia di un patto segreto tra Gentiloni e il Vaticano per far annegare definitivamente questo sventurato paese: approvare lo ius soli in fretta e furia. “Missionario” inviato per questo delicato incarico, monsignor Rino Fisichella, che avrebbe l’arduo compito di forzare la mano al tetragono Angelino Alfano.
Come che stiano le cose davvero, non è dato sapere. Semmai, avremmo infiniti motivi per preoccuparci; e non soltanto perché l’invasione in atto diventerebbe ancora più endemica, dando il via libera ad una sostituzione etnica e culturale che non avrebbe eguali nella storia europea; ma, prima ancora, perché allo stadio attuale ne va di mezzo il buon nome della Chiesa Cattolica.
Perché, signori, la Chiesa Cattolica non è un’Onlus impegnata nel sociale. Occorre che qualcuno lo dica ai nostri pastori, e spiace che quel qualcuno debbano essere le modeste colonne di questo blog: Cristo, quando ha detto a Pietro che sarà “pescatore di uomini”, non gli ha dato la patente nautica per “salvare vite umane” davanti alle coste libiche. Il telos, il fine, era leggermente diverso. La Chiesa dovrebbe occuparsi delle cose di Chiesa: un mantra che abbiamo sentito più volte, quando i pontefici e i cardinali cercavano di dire la loro sulle cose politiche di casa nostra. Com’è che da quando in Vaticano c’è Bergoglio, nessuno parla più di “ingerenza ecclesiastica”? Mistero. Eppure, siamo di fronte ad un pontefice che ben più dei suoi predecessori sembra prediligere il protagonismo politico; poiché, tuttavia, la politica di Bergoglio va a braccetto con quella dei poteri forti che governano il mondo (coincidenze?), allora tutto va bene: l’ha detto il papa, s’ha da fare!
Il papa, d’altronde, non ha il problema della scadenza del mandato; il fatto che gli italiani sembrino avere le scatole piene dell’incapacità con la quale è gestita l’immigrazione, non lo riguarda. Lo riguarda – questo sì – la gestione delle anime. Perché la Chiesa – si diceva – non è un’Onlus e deve pensare a come mandare in Cielo le anime; non a come legalizzare in Italia i clandestini. Ciò, oltre a non essere lo scopo dell’istituzione ecclesiastica, costituisce in estrema sintesi un madornale errore storico. Sì, perché da sinistra e da destra hanno ripetutamente accusato la Chiesa di essersi, nell’ordine: macchiata della terribile colpa delle Crociate; aver mandato sul rogo milioni di streghe; aver creduto che la Terra è piatta; aver fatto abiurare Galileo; aver spento il lume della ragione nei popoli, con tanto di festini a base di oppio&religione; aver taciuto sulla deportazione degli ebrei; e via dicendo. Molte di queste storie sono bugie con il naso lungo, altre hanno le gambe corte; eppure, nonostante l’evidente assurdità di buona parte delle accuse rivolte alla Chiesa, salta sempre fuori qualcuno che domanda, testualmente: “E le crociate?”. Siamo tutti testimoni che, non appena un cattolico prova a difendere la Chiesa in una pubblica discussione, si trova a dover smentire o a dover giustificare l’operato degli uomini di chiesa del passato. «E le crociate?». «E Galileo?». «E i preti pedofili?». Facciamo attenzione, perché tra qualche anno potrebbe aggiungersi la domanda: «E la sostituzione etnica del continente europeo incentivata da papa Bergoglio nel corso del suo pontificato?». Quante anime sta allontanando dalla Chiesa – e dalla fede – l’insensata accoglienza senza freni? Quante anime sono turbate dalle parole del papa sull’immigrazione? Quante anime non riescono a darsi risposta – forse perché la politica dell’accoglienza senza freni è contraria all’insegnamento cattolico? – ed iniziano a prendere in antipatia la Chiesa e il papa che la rappresenta? Non si rendono conto, in quel di Santa Marta, che così stanno distruggendo il personaggio del “papa-buonasera”, il papa dei bagni di folla, il papa dei sorrisi e degli abbracci; personaggio che, all’inizio del pontificato, aveva portato masse oceaniche in piazza san Pietro.
È evidente che le follie umane si pagano. Le politiche folli hanno riempito i cimiteri e creato disastri economici incalcolabili. Gli errori della Chiesa si pagano nello stesso modo: semplicemente, perché allontanano i fedeli dalla loro Madre spirituale. Lo vediamo già adesso: piazza san Pietro, all’Angelus della domenica, è sempre più deserta. Forse, perché per sentire un comizio politico di sinistra, uno va alla festa dell’Unità: almeno ci sono anche le braciole e non si deve stare sotto il sole o sotto la pioggia per mezza giornata. Forse a Santa Marta non se ne sono accorti, e allora toccherà nuovamente a questo misero blog spiegare ciò che è evidente: Bergoglio viene percepito sempre più come il leader della sinistra mondiale e sempre meno per ciò che è, cioè il 266esimo successore di Pietro. Non sappiamo quale ruolo egli ami di più interpretare; di certo, il film che stiamo vedendo in questi anni dopo un po’ ha stancato: Bergoglio ha condensato nella sua figura tanto il ruolo di don Camillo che quello di Peppone. Noi, a dirla tutta, rivogliamo don Camillo.


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18 settembre 2017

Il riassunto del lunedì. A testa alta



di Francesco Filipazzi

Pellegrinaggio Summorum Pontificum. Si è svolto a Roma il pellegrinaggio del Coetus internazionale del Populus Summorum Pontificum. Questa edizione, quella del decennale, ha registrato una partecipazione altissima, tanto che, per dare l'idea, alla Messa in San Pietro molte persone sono rimaste in piedi perché eravamo molti più del previsto. Molto importanti sono stati i convegni del giovedì e del venerdì ed è stata certamente notevole la prolusione del Cardinal Sarah, che ha invitato ad abbandonare la logica cosiddetta "tradizionalista", di fatto per giocarsi la partita in campo aperto. E' ora di andare a testa alta, senza sentirsi ospiti sgraditi, anzi.

Il cortile di Francesco. Si è svolto "il cortile di Francesco", una specie di tavola rotonda in cui i maestri del mondo radical chic si sono incontrati, per non dire in pratica nulla. L'iniziativa è presentata come un grande movimento culturale, ma ci chiediamo cosa possano dare al cattolicesimo personaggi come Romano Prodi, Oliviero Toscani, Corrado Formigli e Rula Jebreal. Pensandoci bene, è frequente che nei cortili ci stia il pollame.

Immigrazione. Dato che Bergoglio aveva fatto delle dichiarazioni meno devastanti del solito sull'immigrazione, accennando al fatto che si deve accogliere secondo le proprie possibilità, qualcuno pensava che fosse finalmente rinsavito su questo punto. Questa mattina però Repubblica apre con il titolo "Accordo Governo-Vaticano, lo Ius soli si farà entro l'anno". Vorremmo capire a nome di chi il Vaticano avrebbe fatto questo accordo, sicuramente non a nome nostro. Una volta appena un Papa osava parlare si parlava di ingerenza vaticana, ora addirittura c'è un accordo programmatico, oltretutto per una legge anti-cattolica... Qui addirittura ci sarebbe Rino Fisichella incaricato di fare pressione su Alfano. A questo punto ridiano il Quirinale al legittimo proprietario.

James Martin disconosciuto. Il gesuita James Martin, propugnatore di varie eresie a proposito dell'omosessualità, di cui abbiamo parlato diffusamente e al quale daremo la medaglia di personaggio dell'an(n)o, è stato escluso da una conferenza in un'università cattolica, dove sarebbe andato probabilmente a dire idiozie. La rivolta dei fedeli ha indotto gli organizzatori ad escluderlo. Per tutta risposta il simpaticone ha detto che i suoi detrattori sono isterici e pieni d'odio. Lui invece è pieno di amore.

Non ci sono differenze fra protestanti e cattolici. Lo ha detto il cardinale Walter Kasper, secondo il quale si dovrebbero incentivare i matrimoni fra cattolici e protestanti per giungere ad una fusione. Il problema è che i protestanti, per sposarli, dovremmo prima trovarli. In giro non ce ne sono poi molti.


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La dura vita delle «mogli» dei reverendi

di Giuliano Guzzo
Il celibato ecclesiastico, come noto, è da anni, costantemente, nel mirino di intellettuali e teologi progressisti i quali affermano che la vita dei sacerdoti e, più in generale, quella della Chiesa cattolica di rito latino migliorerebbe di molto se solo ai preti, come avviene in altre confessioni cristiane, fosse consentito di avere moglie. Una tesi condivisa da molti, ma che presenta almeno due punti deboli. Il primo consiste nel fatto che, se si vanno a vedere quelle congregazioni cristiane nelle quali i reverendi hanno famiglia, si scopre come esse subiscano allo stesso modo, se non di più delle altre, il fenomeno della secolarizzazione. Non è cioè vero che «aggiornando la morale», si arresti l’emorragia di fedeli che interessa molte chiese: proprio per nulla.

Un secondo aspetto che i tifosi della rimozione del celibato ecclesiastico farebbero bene a tenere presente, è che quella della moglie del reverendo non è affatto una vita facile, risultando piuttosto stressante. Non è, si badi, la tesi di qualche conservatore privo di misericordia, ma la realtà emersa da uno studio condotto su oltre 700 di queste donne (provenienti da diversi ambiti: Assemblee di Dio, Luterano, Pentecostale, Battista, ecc.), dal quale cui è emerso come una su quattro, tra le mogli dei reverendi, lavori a tempo pieno; come molte lamentino il fatto che essere la consorte di un pastore le limiti sia economicamente sia nelle relazioni: sette su dieci, infatti, dichiarano di avere appena una manciata di amici, e la maggioranza ritiene che gli impegni ecclesiastici ostacolino il tempo familiare.

Non solo, quasi l’80% di queste donne segnala come la loro comunità si aspetti che quella del reverendo sia una famiglia modello – con tutto lo stress che ne segue -, il 38% fa presente come la congregazione abbia aspettative eccessive sui figli del reverendo e più del 30% fa presente come il loro nucleo familiare non abbia abbastanza privacy (cfr. AA.VV. (2017) Pastor Spouse Research Study; «LifeWay Research»; 1-155). Numeri che mettono un po’ in crisi, si converrà, l’idea che abolire il celibato ecclesiastico e consentire ai pastori di avere famiglia sarebbe una svolta, nei fatti, così positiva. Poi è chiaro: lo studio citato non ha un gruppo di controllo e non consente confronti né generalizzazioni. Eppure basta a suggerire che quella a favore del celibato ecclesiastico sia, probabilmente, la posizione più saggia.

da Giuliano Guzzo.it


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17 settembre 2017

Dal dialogo col Crocifisso al dialogo fine a sé stesso


di Roberto De Albentiis

Nei giorni che vanno dal 14 al 17 settembre si celebra, liturgicamente, un trittico incentrato tutto sul Crocifisso: il 14 settembre è la grande festa dell’Esaltazione della Santa Croce, il 15 è la volta della festa della Madonna Addolorata, il 17, infine, delle Stimmate di San Francesco d’Assisi; un tempo celebrata a livello di memoria nel messale antico, oggi tale grande festa è rimasta solamente nel messale proprio della famiglia francescana, ed è un vero peccato, per i fedeli ordinari, rimanere privi della celebrazione di così grande avvenimento.
Due anni prima di morire, nel 1224, San Francesco, ormai quasi cieco e malato, si trovava nel monastero de La Verna per trascorrere il periodo di digiuno e penitenza che dedicava a San Michele Arcangelo; meditando così da giorni sulla Passione del Redentore (“O Signore mio Gesù Cristo, due grazie ti priego che tu mi faccia, innanzi che io muoia: la prima, che in vita mia io senta nell’anima e nel corpo mio, quanto è possibile, quel dolore che tu, dolce Gesù, sostenesti nella ora della tua acerbissima passione, la seconda si è ch' io senta nel cuore mio, quanto è possibile, quello eccessivo amore del quale tu, Figliuolo di Dio, eri acceso a sostenere volentieri tanta passione per noi peccatori”), fu esaudito, e la mattina del 17 settembre, tre giorni dopo la grande festa della Croce, si ritrovò impressi, su mani, piedi e costato, i segni della Passione, quasi come fossero dei bottoni di carne sanguinanti. San Franesco, alter Christus, lo era diventato ancora di più!
Negli ultimi due dolorosi anni prima della sua morte, San Francesco cercò sempre di nascondere per umiltà tale prodigio, essendo solo i suoi frati più vicini e Santa Chiara, che gli rammendava delle bende di lino per coprire le stimmate sanguinanti, ma dopo morte, in visione, ne confermò la veridicità a Papa Gregorio IX, come si può vedere in uno dei famosi affreschi della Basilica Superiore di Assisi. Già un secolo dopo, Papa Benedetto XI concedeva la celebrazione di tale memoria prima al solo ordine francescano e poi a tutta la Chiesa, pratica confermata nel 1669 da Papa Clemente IX; San Francesco di Sales, nel suo “Trattato dell'amor di Dio” del 1616, metteva in relazione le stigmate del Santo d'Assisi con l'amore di compassione verso il Cristo crocifisso, affermando che quest’ultimo trasformò l’anima del Poverello in un “secondo crocifisso”, e San Giovanni della Croce aggiungeva che le stigmate sono la manifestazione, la conseguenza della ferita d'amore e che per renderle visibili occorresse un intervento soprannaturale.
E veniamo all’oggi: proprio il 14 settembre di quest’anno si è inaugurato ad Assisi il cosiddetto Cortile di Francesco (ma non era santo?), che terminerà proprio il 17 settembre; qui se ne può vedere il programma. Ebbene, non c’è un accenno che sia uno a Dio o a San Francesco, che pure dovrebbero essere i protagonisti; e che dire degli ospiti invitati? Non risulta che la pro-gender Valeria Fedeli, l’ateo Umberto Galimberti o l’a volte blasfemo Oliviero Toscani siano degli ospiti privilegiati; l’unico cattolico sarebbe Romano Prodi, e il che è tutto dire, considerando che è uno degli esponenti più noti, anche se non certo tra i peggiori, dei c.d. cattolici adulti a suo tempo stigmatizzati da Benedetto XVI.
È tutto un insistere sul dialogo fine a sé stesso, dimenticandosi che San Francesco, quando dialogava, lo faceva per predicare e convertire; e fa soprattutto specie che ci si dimentichi del dialogo per eccellenza, quello che San Francesco intratteneva col Crocifisso. Da San Francesco dobbiamo soprattutto apprendere l’amore a Cristo, non certo robe moderne come il dialogo o l’ecologismo (anche qui si badi bene che San Francesco amava la natura come opera creata da Dio e contro l’eresia gnostica e dualista dei catari, quindi non c’è spazio tanto per dialoghismi o sincretismi); vogliamo lasciare il suo grido inascoltato, proprio nel giorno in cui festeggiamo le sue sante Stimmate?


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Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: la peste, la Madonna e il portico (Parte LX)


di Alfredo Incollingo

Nei pressi del ghetto ebraico, a Roma, nel rione Sant'Angelo, vi è una chiesa all'apparenza anonima e di rango inferiore. E' vero che nell'Urbe ci sono migliaia di cappelle e di chiese, per cui è difficile conoscerle tutte. Spiccano quelle maggiori ovviamente, ma tante volte l'arte sacra alberga anche in luoghi di culto piccoli e modesti. Santa Maria in Portico in Campitelli ha un titolo strano: ne racchiude infatti due. In origine, nel medioevo, esistevano due chiesette separate: Santa Maria in Portico e in Campitelli. Nel 1656 papa Alessandro VII volle la costruzione di un edificio sacro che potesse al meglio conservare l'icona mariana miracolosa che aveva salvato la città dalla peste.
Venne edificata una chiesa “ex novo”, demolendo le due più piccole. Così si spiega la strana titolazione. A metà del XVII secolo una terribile epidemia di peste stava falciando la popolazione del Regno di Napoli e minacciava Roma. La popolazione romana formalizzò un voto alla Madonna: Le avrebbero costruito una chiesa nuova se fossero stati risparmiati dall'epidemia. La popolazione si raccolse a pregare di fronte un'icona mariana a Santa Maria in Portico, che era prospiciente il lazzaretto dell'Isola Tiberina. La peste non toccò Roma e Alessandro VII, osservando il voto, fece erigere l'attuale chiesa mariana, la cui costruzione terminò nel 1667.
Il viaggio continua.



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15 settembre 2017

Attenti a Dr Darwin e a Mr Marx!


di Alfredo Incollingo

La teoria evoluzionista di Charles Darwin e la dottrina rivoluzionaria di Karl Marx sono foriere di contraddizioni. I loro discepoli hanno provato a risolverle, alle volte riuscendovi, ma in altre occasioni ci si è arresi di fronte all'evidenza. Può accadere che le idee di un filosofo sortiscano effetti diversi, spesso opposti alle aspettative. E' quello che è successo per Marx e per Darwin, che hanno contribuito, volenti o nolenti, alla “liquidità” del postmoderno. Il nichilismo e il capitalismo sfrenato degli ultimi decenni sono un conglomerato di marxismo, delle conseguenze filosofiche e antropologiche del darwinismo e, naturalmente, del pensiero decostruttivo di Nietzsche. Il filosofo Giuseppe Zuppa ha affrontato in “Gli strani casi del Dr Darwin e di Mr Marx” (Circolo Proudhon, 2015) queste tematiche fondamentali per capire il nostro presente. E' diventato un tabù criticare Darwin, ma lo è di meno giudicare Marx, perché è ormai evidente il fallimento di ogni pretesa rivoluzionaria. Il darwinismo è l'ultimo appiglio di chi crede nella concezione laicista del mondo e della vita. La dissertazione di Zuppa ci illustra l'origine delle teorie evolutive di Darwin, ricordando come l'Origine delle Specie, il testo cardine del biologo, fosse la rielaborazione di tesi evoluzioniste di altri autori: la novità sta nell'aver considerato la “selezione naturale” il fattore determinante dell'evoluzione, senza peraltro dimostrare ampiamente questa asserzione. La conseguenza più evidente del pensiero di Darwin è l'associazione uomo e animale: non esiste una differenza sostanziale, ma solo di grado. Alla fine l'essere umano è come un cane, ma con un livello di sviluppo superiore! La diffusione dell'animalismo è proporzionale al livello di squalifica dell'uomo, come risulta dalle recenti normative sull'eutanasia. Messo di fronte alle contraddizioni della sua teoria, Darwin cercò per tutta la vita di provarne comunque la scientificità. Lo stesso fine tentò di raggiungere Marx per dimostrare la concretezza delle riflessioni sul materialismo storico. Il filosofo di Treveri salutò infatti positivamente la pubblicazione dell'Origine delle Specie, trovandovi la giustificazione delle sue idee. Se la selezione naturale favorisce il più forte, allo stesso modo nella società umana il proletariato, più energico, avrebbe posto fine al capitalismo. Il fallimento del marxismo non è si risolto nella sua progressiva scomparsa, ma nella perdita della sola componente rivoluzionaria: il  materialismo storico si è evoluto in un “materialismo assoluto”, che giustifica di fatto il nichilismo capitalista. Giuseppe Zuppa ci accompagna nella scoperta di questi due “giganti” della filosofia moderna, svelandoci i retroscena di due filosofie che hanno contribuito direttamente alla deriva esistenziale della postmodernità.


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Il puntatore. Confesso

di Aurelio Porfiri

Credo che il lavoro compiuto dai confessori sia veramente un lavoro duro. Dover leggere nell'anima delle persone per poterle aiutare e giudicare, non è certamente facile. Uno dei temi che mi affascina molto è quello della libertà: quanto le persone sono veramente libere quando peccano. Mi domando questo non per giustificare il peccatore ma semplicemente perché non si può fare a meno di considerare quelle che sono le nuove conoscenze in psicologia, come certi comportamenti siano in realtà un riflesso di disagi mentali molto profondi che sono difficili da controllare. Il padre Paolo Gabriele Antoine nel suo "Compendio di tutta la tologia morale" (1819) osservava: "La libertà in genere è lo stesso che immunità: per la qual cosa la libertà è di tante spezie, di quante è l'immunità.

L'immunità è di sei spezie, e sono, immunità dalla servitù, immunità da impedimento, immunità dalla miseria, immunità dal peccato, dalla coazione, e dalla necessità". Quanto difficile pensare che si pecchi liberi da tutte le "immunità" a cui si riferiva il padre Antoine. Ecco perché anche nella morale del passato, c'erano già tutte le soluzioni a molti dei dilemmi morali della contemporaneità, con l'avvertenza di considerare anche i recenti sviluppi nel campo della psicologia.

Interessante il pensiero di Elémire Zolla nel suo "Gli arcani del potere": "Le norme morali hanno senso nella misura in cui si giustifichino dinanzi a un tribunale superiore, cioè nella misura in cui conferiscano la quiete; infatti se sono rettamente intese si risolvono in consigli, in constatazioni di equilibri psichici: se ometterai questa azione non sarai turbato – è la giusta forma della norma morale: l’apodosi varia a seconda dei tempi e dei luoghi e delle vocazioni, il contenuto è sempre relativo, mentre il criterio della contemplazione resta l’asse immutevole che non può vacillare". È certamente importante per un confessore fare in modo che il penitente non perda la sua "opzione fondamentale", malgrado i peccati di cui si è macchiato e malgrado le sue indegnità. Benedetto XVI, il 25 marzo 2011, così diceva: "Nel nostro tempo caratterizzato dal rumore, dalla distrazione e dalla solitudine, il colloquio del penitente con il confessore può rappresentare una delle poche, se non l’unica occasione per essere ascoltati davvero e in profondità. Cari sacerdoti, non trascurate di dare opportuno spazio all’esercizio del ministero della Penitenza nel confessionale: essere accolti ed ascoltati costituisce anche un segno umano dell’accoglienza e della bontà di Dio verso i suoi figli. L’integra confessione dei peccati, poi, educa il penitente all’umiltà, al riconoscimento della propria fragilità e, nel contempo, alla consapevolezza della necessità del perdono di Dio e alla fiducia che la Grazia divina può trasformare la vita. Allo stesso modo, l’ascolto delle ammonizioni e dei consigli del confessore è importante per il giudizio sugli atti, per il cammino spirituale e per la guarigione interiore del penitente. Non dimentichiamo quante conversioni e quante esistenze realmente sante sono iniziate in un confessionale! L’accoglienza della penitenza e l’ascolto delle parole “Io ti assolvo dai tuoi peccati” rappresentano, infine, una vera scuola di amore e di speranza, che guida alla piena confidenza nel Dio Amore rivelato in Gesù Cristo, alla responsabilità e all’impegno della continua conversione". Ecco, raggiungere la consapevolezza che si ha bisogno del perdono di Dio è un importante punto di arrivo per ciascuno di noi.


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Carlo Caffarra tra aneddoti e l’omelia di mons. Zuppi


“Tempus resolutionis meae instat” (2 Tm 4,6)



di Samuele Pinna
Sono rimasto piacevolmente colpito dagli attestati di affetto unanimi che ho potuto leggere in questi giorni a riguardo della grande figura del cardinal Carlo Caffarra. Prima di conoscerlo personalmente con l’amico Davide Riserbato avevamo chiesto un parere al cardinal Giacomo Biffi su quello che allora era il suo immediato successore sulla cattedra di San Petronio. Ricordo che Biffi con la sua consueta ironia aveva risposto che non aveva nulla da eccepire a riguardo del nuovo Arcivescovo di Bologna se non su un importante e non trascurabile aspetto: la sua fede calcistica! E sentendosi un poco deluso dal fatto che il prof. Riserbato tifasse per la medesima squadra, fu risollevato quando confidai che io invece “ci” tenevo all’Inter.
In realtà, quanto ci disse in seguito Biffi era un quadro veritiero che ben descriveva quel gigante che è stato Carlo Caffarra e di cui ho potuto direttamente beneficiare una volta conosciuto. I nostri incontri furono sempre così ricchi e proficui da lasciare un grato ricordo di un’amicizia profonda e discreta. Ci eravamo sentiti a fine agosto per fissare un incontro per settembre e ne avevo approfittato per inviargli il mio articolo su Guareschi apparso su questo sito. Sapevo che il Cardinale era un appassionato lettore di Don Camillo, come ricorda mons. Matteo Zuppi nella splendida omelia delle esequie: «La sua è la terra di Peppone e don Camillo, Samboseto di Busseto. Guareschi era una delle sue passioni – lo aveva sul comodino – anche perché il Cardinale era capace di unire riflessione teologica e morale con tanta conoscenza letteraria, storica e anche musicale. Lo immagino nella preghiera parlare con Gesù proprio come faceva don Camillo che si rivolgeva appassionato e con immediatezza al crocifisso e ne ascoltava poi i richiami a volte bonari a volte forti che lo invitavano sempre alla misericordia. E proprio questa era il suo stemma e il suo motto: Sola misericordia tua, con Gesù che sembra accorrere per stringere quelle mani tese verso di lui dell’uomo che cerca salvezza. Sola misericordia tua è la verità».
Quando con il prof. Riserbato e don Massimiliano Sabbadini stavamo organizzando la presentazione del libro in ricordo del cardinal Biffi a un anno dalla morte ( Ubi fides ibi libertas. Scritti in onore di Giacomo Biffi, Cantagalli 2016) ricordo che l’Arcivescovo ci chiese di convincere l’Emerito di Bologna a esserci. Tutti i presenti erano dell’opinione che non avrebbe mai accettato, avendo scelto di non apparire per non dare fastidi al suo Arcivescovo successore. Non solo invece il cardinal Caffarra ci donò per il volume la sua predica delle esequie di Giacomo Biffi, ma ci disse immediatamente e con certa convinzione che per lui e per noi “ragazzi” (così ogni tanto ci apostrofava) sarebbe venuto sicuramente e più che volentieri. In quell’occasione, inoltre, alcune sue parole furono forti e significative insieme, come quando disse in un boato di applausi: «Una Chiesa povera di dottrina non è una Chiesa più pastorale, è semplicemente una Chiesa più ignorante» (cfr. G. Biffi, Cose nuove e cose antiche, a cura di Samuele Pinna e Davide Riserbato, Cantagalli 2017, p. 282)
Verità nella misericordia: dire la verità non per umiliare ma per innalzare a uno sguardo migliore sulla realtà e per vivere una vera libertà, giungendo alla beatitudo. Questa era la strada scelta da Caffarra, il quale non voleva attrarre a sé o alle proprie idee, ma coinvolgere nel guardare insieme una Verità più grande. Ecco dunque, come ricorda mons. Zuppi nella sua omelia, che «molti che in passato ebbero posizioni differenti dalle sue, hanno sottolineato proprio la sua integrità e chiarezza e l’importanza di avere un interlocutore così».
Tra gli attestati di affetto apparsi in questi giorni, tutti ugualmente degni di nota, mi sono ritrovato molto nelle belle e toccanti parole dell’Arcivescovo di Bologna: «Lo salutiamo inaspettatamente – ha detto con verità in un passaggio –, con l’amarezza di tanti discorsi interrotti e con una presenza che viene a mancare, importante per la Chiesa tutta e per la nostra città». Il Cardinale ha amato e servito l’unità della Chiesa «con intelligenza e fermezza – sono ancora parole di mons. Zuppi – e allo stesso tempo con tanta delicatezza e profonda vicinanza umana ad ogni persona, con ironia sempre colta e misurata. Tutti lo ricordiamo come un uomo affettuoso, sensibile, sincero, come mi disse parlando di lui Papa Francesco, con i tratti di timidezza. In tempi di narcisismo protagonista e di esibizione di sé la riservatezza del Cardinale è una ricchezza che aiuta ad andare oltre le apparenze e a cercare la profondità interiore in ogni incontro e nel sensibilissimo relazionarsi degli uomini. Non voleva essere affatto confuso con interpretazioni e posizionamenti preconcetti che, al contrario, indeboliscono l’unità. Il suo era un amore indiscusso ed obbediente per Cristo e per la Chiesa e alcune interpretazioni strumentali o divisive lo amareggiavano profondamente. Ha voluto che la Chiesa indichi e predichi la Verità di Cristo senza accomodamenti e opportunismi “non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio che prova i cuori” [1Tess 2,4b], con una chiarezza che ha ottenuto il rispetto anche di quanti avevano sensibilità e convinzioni diverse».
C’è, dunque, da ringraziare: «Ringraziamo di cuore il Cardinale per come ha vissuto i suoi tre amori – i sacerdoti, le famiglie, i giovani – e come ha coinvolto tanti per questi. Ogni amore, poi, è anche motivo di qualche sofferenza, ma è sempre pieno di frutti, anche se a volte non li riusciamo a vedere come vorremmo». E tanti sono poi questi “grazie” concreti: «Grazie per l’insegnamento e per l’Istituto Giovanni Paolo II, per la difesa della famiglia […]. Grazie per gli infiniti legami di amicizia, coltivati sempre con profondità e intelligenza evangelica […]. Grazie per il suo servizio alla Chiesa universale nei vari dicasteri della Santa Sede, in particolare per la collaborazione lunga e ricca con Papa Benedetto XVI».
Carlo Caffarra è stato – e lo si evince dalle commoventi parole di mons. Zuppi e dagli affettuosi incontri che ho avuto il dono di vivere con lui – un uomo di Dio, capace «di abbandono, di ascolto, di intimità con Colui che è stato il centro di tutta la sua vita».


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14 settembre 2017

Lo scudo di Cristo. Bisanzio difese l'Europa dal pericolo turco.


di Alfredo Incollingo

Per secoli Costantinopoli, o Bisanzio nella traduzione greca del nome, ha difeso l'Europa dal pericolo arabo, prima, e da quello turco ottomano, poi. E' stato un baluardo difensivo fondamentale per evitare che gli eserciti musulmani dilagassero in Occidente. Lo storico Gastone Breccia racconta la grande e secolare storia dell'Impero Bizantino nella sua ultima opera storiografica “Lo scudo di Cristo: le guerre dell'impero romano d'Oriente” (Laterza, 2017). Si parte dall'inizio, dalle origini della “Nuova Roma” e del suo dominio. L'imperatore Costantino fondò la nuova capitale dell'impero romano dopo averlo unificato (330 d.C.): volle una città monumentale che celebrasse il suo principato (non a caso venne chiamata Costantinopoli) e il nuovo corso politico e religioso (in seguito all'Editto di Milano del 313 d.C.). I suoi successori divisero di nuovo il dominio romano per esigenze politiche e strategiche. Nonostante si annoverino diversi tentativi di riunificarlo, con l'imperatore Teodosio e i suoi figli si sancì la definitiva divergenza tra Roma e Costantinopoli. Erano due mondi opposti: l'Occidente soffriva un crisi cronica, mentre il mondo mediorientale continuava a crescere. L'Impero Romano d'Oriente infatti sopravvisse al 476 d.C., alla caduta della Città Eterna. Breccia si sofferma nel descrivere le guerre e le azioni militari dei bizantini durante la Tarda Antichità e oltre, fino al 1453, quando Costantinopoli venne presa dai turchi, ma, al di là del notevole lavoro scientifico, emerge il ruolo fondamentale di Bisanzio a difesa della Cristianità. Nonostante le enormi divergenze con la Chiesa di Roma, il patriarcato ortodosso e la corte imperiale (rappresentati entrambe dall'imperatore) difesero l'Europa cristiana dai continui assalti musulmani. I bizantini furono sempre consci e orgogliosi di questo ruolo, certi di difendere la vera religione e la civiltà. Il titolo ben sintetizza l'importanza di Bisanzio nella storia europea e mediterranea: fu infatti lo scudo della civiltà di Cristo contro la scimitarra.

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Natività della Madonna. Una messa a punto

di Francesco Filipazzi

L'8 settembre di quest'anno abbiamo scritto sulla nostra pagina Facebook "8 settembre: nascita di Maria. Diffidate da chi si inventa altre date", riferendoci palesemente alla moda da poco diffusasi in ambito cattolico, per cui in realtà la la data settembrina sarebbe "solo" una data liturgica. La "vera" data per i motivi che poi vedremo, secondo i detrattori dell'8 settembre sarebbe il 5 agosto.
Questo tentativo surrettizio di sovrapporre un calendario mariano diverso da quello tradizionale, oltre ad essere fonte (come sempre) di confusione, è frutto di una mentalità anti litirugica e anti tradizionale che vorrebbe i sentori dei singoli o dei piccoli gruppi (perché tali sono rispetto alla Chiesa, anche se contassero milioni di persone), posti al di sopra delle tradizioni ecclesiastiche millenarie.

Personalmente sono stato sorpreso, assieme ad altri amici, da un articolo della Nuova Bussola Quotidiana dal titolo "La data della natività di Maria non è un dogma di fede", che appare un compendio della mentalità "innovatrice" che ha invaso negli ultimi 60 anni ogni ambito. Non stiamo portando un attacco alla Bussola, sia chiaro, che riteniamo il miglior quotidiano cattolico in circolazione, ma su questo punto ci sentiamo in dovere di dissentire.

Dopo una critica a chi "ha alimentato polemiche sterili sui social network", per questo ci sentiamo chiamati in causa, inizia la disamina riguardante il cinque agosto. L'articolista dice:
"E' quindi necessario chiarire bene i termini della questione: nel 1984 la Regina della Pace rivelò ai sei veggenti di Medjugorie che il 5 agosto di quell'anno sarebbe stato il duemillesimo anniversario della sua nascita."
Già questa frase costituisce un problema. Come possiamo chiarire bene i termini della questione, se tiriamo in ballo le apparizioni di Medjugorie, attorno alle quali non c'è nulla di certo e nulla di riconosciuto? L'altra prova del 5 agosto sarebbe una rivelazione privata, che rispettiamo ovviamente, ma che è appunto privata. Lo stesso articolista nota "La rivelazione che il compleanno della Madonna sarebbe il 5 agosto viene quindi da rivelazioni private ed è quindi assai improbabile che la Chiesa si esprima in modo definitivo su di essa, a prescindere dal giudizio definitivo che la Chiesa stessa, a tempo debito, darà su questi fatti".

Basterebbe questo per chiudere la discussione. Se l'articolista avesse tenuto conto della questione liturgica, si sarebbe ricordato che l'anno ha delle scadenze ben precise. Va tenuto conto inoltre che ci sono dei Pilastri della Chiesa che sono le Scritture, la Tradizione e il Magistero. Mettersi a sindacare sulle date è un attacco alla Tradizione. Le origini della festa della Natività di Maria sono radicate nella storia della Chiesa. 
Scrive in "L'anno liturgico" il Gueranguer:
"La festa della Natività sorse in Oriente. La Vita di Papa Sergio (687-701) la elenca fra le quattro feste della Santa Vergine esistenti a quel tempo e sappiamo inoltre che l'imperatore Maurizio (582-602) ne aveva prescritta la celebrazione con le altre tre dell'Annunziazione, della Purificazione e dell'Assunta. San Bonifacio introdusse la festa in Germania. Una graziosa leggenda attribuisce al vescovo di Angers, Maurilio, l'istituzione della festa e forse veramente egli introdusse nella sua diocesi una festa, per realizzare il desiderio della Vergine, che gli era apparsa nelle praterie del Marillais verso l'anno 430, e di qui il nome di Nostra Signora Angevina o festa dell'Angevina, che ancora le dà, nella regione occidentale, il popolo cristiano.
Chartres da parte sua rivendica al vescovo Fulberto (1028) una parte preponderante nella diffusione della festa in tutta la Francia. Il re Roberto il Pio (o il suo seguito) diede le note ai tre bei Responsori Solem iustitiae, Stirps Iesse, Ad nutum Domini, nei quali Fulberto celebra il sorgere della stella misteriosa, che doveva generare il sole, il virgulto sorto dal ceppo di Jesse che doveva portare il fiore divino sul quale riposerà lo Spirito Santo, la onnipotenza che dalla Giudea produce Maria, come una rosa dalle spine.
Nel 1245, durante la terza sessione del primo Concilio di Lione, Innocenzo IV stabilì per tutta la Chiesa l'Ottava della Natività della Beata Vergine Maria (oggi soppressa) compiendo il voto emesso da lui e dai Cardinali durante la vacanza di diciannove mesi, causata dagli intrighi dell'imperatore Federico II alla morte di Celestino IV e terminata con l'elezione di Sinibaldo Fieschi col nome di Innocenzo.
Nel 1377, il grande Gregorio XI, il Papa, che aveva spezzate le catene di Avignone, completò gli onori resi alla Vergine nascente con l'aggiunta della vigilia alla solennità, ma o perché non espresse al riguardo che un desiderio o per altre cause, le intenzioni del Pontefice non ebbero seguito che per qualche tempo negli anni torbidi, che seguirono la sua morte".

Leggete bene gli anni a cui ci riferiamo. Ora, con tutto il rispetto, qualcuno ha davvero voglia di sindacare l'8 settembre? Per fare cosa? Qual è il fine?

Ma andiamo avanti.
Dice l'articolista: "In ogni caso, l’ipotesi che la Vergine Maria sia nata proprio il 5 agosto non è per nulla peregrina. Risale a tale data, infatti, il noto "miracolo della neve" caduta sul colle Esquilino a Roma quale segno del luogo dove Maria Santissima desiderava fosse costruita una grande chiesa a lei dedicata. Non è quindi da escludere che il Cielo abbia scelto proprio questa data per un segno - la neve, simbolo di purezza, caduta in piena estate - che corrisponde proprio alla data di nascita della Madonna".
Se la base è il miracolo della Neve, l'ipotesi è audace, poiché quel miracolo non è collegato alla Natività della Vergine, personalmente è la prima volta che sento questa ipotesi.

A Loreto l'8 settembre, sono avvenuti numerosi miracoli. Parliamo del miracolo delle fiamme, di cui hanno scritto il Teramano e il Riera. Il primo ricorda che  un eremita del luogo, un certo fra’ Paolo della Selva, dal suo rifugio l’8 settembre prima che scendesse la notte vide una luce che dal cielo scendeva verso la Santa Casa e poi diffondersi intorno al santuario. Il fenomeno si ripeté, con lo storico Riera come testimone. Sono stati registrati anche altri casi. Anche in virtù di essi Papa Urbano VI nel 1389 concesse al santuario un’indulgenza plenaria per l’8 settembre. Oltre ai due storici già citati, un'altra fonte che comprova questi miracoli è lo storico Torsellini. Del miracolo reiterato si può trovare riferimento in "Storia della Santa Casa di Loreto esposta in dieci ragionamenti", testo del 1790.
I miracoli di Loreto, al contrario del miracolo della Neve, sono legati alla natività di Maria. La casa trasportata dagli angeli nelle Marche è infatti la casa di Nazareth dove viveva la Madonna. San Luca, dice padre Santarelli, "nel racconto dell’annunciazione e della visitazione fa supporre che Maria fosse di Nazareth" e dunque nella casa di Loreto, oltre all'Annunciazione e all'Immacolata Concezione, è verosimile che sia nata anche Maria stessa.

Nell'articolo viene fatto poi un riferimento assai singolare. La data deriverebbe dalla dedicazione alla Beata Vergine della basilica di Sant’Anna a Gerusalemme, che sorge sul luogo dove avevano casa Gioachino e Anna. In realtà il sospetto è che la dedicazione sia stata fatta in quella data proprio perché riconosciuta come quella della natività, quindi il ragionamento andrebbe svolto al contrario. Gli antichi non agivano a caso. Però sulle motivazioni della data della dedicazione non ci sono fonti certe.

Successivamente l'articolo procede fra amenità varie, ove ricorre l'idea di "festeggiare il compleanno" di Maria, espressione decisamente singolare.
Fra le conclusioni, dopo aver ripreso la Miriano che ha fatto gli auguri a Maria l'8 settembre, l'articolista dice "Sebbene, come abbiamo visto, è improbabile che la Vergine Maria sia nata proprio l'8 settembre ecc". Certamente, "nessuno era li a registrare" direbbe qualche baffuto sacerdote, ma ricordiamo che anche il 25 dicembre era "improbabile" eppure i dubbiosi sulla data della nascita di Gesù alla fine hanno dovuto cedere. La Chiesa non fa nulla per caso. Sarebbe bene ricordarselo, senza incoraggiare la creazione di calendari personali per religioni personali.

Infine, anche se forse c'entra meno, è giusto ricordate che l'8 settembre si colloca nove mesi dopo l'8 dicembre, Immacolata Concezione, data sancita dalla bolla di proclamazione del dogma, "Ineffabilis Deus". E' una data liturgica? Va bene. Quindi vogliamo tirarne fuori un'altra? Forse il 5 novembre? Se si accetta il 5 agosto, le conseguenze non tarderanno. Dunque, quelli del 5 agosto che problema hanno con l'8 settembre? A che pro?


 

13 settembre 2017

Fabrizio Grasso intervistato dall'Ansa


L'amico Fabrizio Grasso è stato intervistato dall'Ansa e ha citato, fra i blog "ortodossi" anche il nostro. Lo ringraziamo.

MERCOLEDÌ 13 SETTEMBRE 2017 11.18.18
Libri: Benedetto/Francesco Papi in Chiesa divisa 'La rinuncia. Dio e' stato sconfitto?' di Fabrizio Grasso (Di Francesco Gallo) (ANSA) - ROMA, 13 SET - FABRIZIO GRASSO, LA RINUNCIA. DIO E' STATO SCONFITTO? (ALGRA EDITORE, PP.70, euro 6). Dopo quattro lunghi anni 2.0 sembra tutto normale, ma non lo e'. La rinuncia al pontificato di Benedetto XVI e l'elezione al soglio di Francesco, ovvero la convivenza nella Citta' del Vaticano di due papi, uno emerito e uno regnante, ha creato macerie all'interno della Chiesa, macerie teologiche e di rappresentanza. E' quello che racconta un pamphlet di Fabrizio Grasso 'La Rinuncia. Dio e' stato sconfitto?' facendo riferimento alla teologia-politica di Carl Schmitt. Che ne e' oggi insomma della relazione tra potere temporale e spirituale in Occidente? E come puo' concepirsi poi la duplicazione di una linea tradizionale che e' un vero e proprio ossimoro?

Intanto i fedeli, come le alte gerarchie del Vaticano, si sono divisi sostenendo o osteggiando il papa emerito e quello regnante percepiti come antagonisti e non alleati. Solo quest'anno c'e' stato uno scontro epico tra quattro cardinali (Walter Brandmuller, Raymond Burke, Carlo Caffarra, Joachim Meisner) e papa Francesco. Motivo del contendere i noti cinque 'Dubia' espressi dai cardinali riguardo l'interpretazione dell'esortazione apostolica 'Amoris Laetitia' sulla comunione ai divorziati. Una cosa che ha scatenato una feroce lotta tra i cosiddetti cattolici 'tradizionalisti' e 'progressisti'. "Il Vaticano e' certamente stressato dalla presenza di due papi - dice Grasso -. Non dimentichiamo che nel 2015 il cardinale belga Godfried Danneels, pubblicamente ammetteva di aver fatto parte di un 'Mafiaclub' composto da cardinali e vescovi che si opponevano a Benedetto XVI. Nella biografia di questo cardinale, la faccenda e' trattata diffusamente e vengono fatti anche i nomi di principi della Chiesa che avrebbero fatto parte del cosiddetto gruppo di San Gallo. Il cardinale Martini, il vescovo olandese Adriaan Van Luyn, i cardinali tedeschi Walter Kasper e Karl Lehman, il cardinale italiano Achille Silvestrini e quello britannico Basil Hume.

Erano proprio loro a spingere per una modernizzazione della Chiesa e voler eleggere Bergoglio come successore di Ratzinger per concretizzare il loro progetto. E che dire poi - continua l'autore - le recenti dichiarazioni di monsignor Negri, grande amico del papa emerito, che a giugno ha lasciato la guida della diocesi ferrarese? A proposito della rinuncia, disse a un giornale: 'Benedetto XVI ha subito pressioni enormi. Non e' un caso che in America, anche sulla base di cio' che e' stato pubblicato da Wikileaks, alcuni gruppi di cattolici abbiano chiesto al presidente Trump di aprire una commissione d'inchiesta per indagare se l'amministrazione di Barack Obama abbia esercitato pressioni su Benedetto. Resta per ora un mistero gravissimo, ma sono certo che le responsabilita' verranno fuori''. Intanto una divisione netta all'interno del Vaticano c'e' gia' ''una cosa che ha fatto emergere al suo interno piu' d'un partito. I principali sono senza dubbio quelli composti dai 'Tradizionalisti' e 'Progressisti'. Ognuno di loro ha i suoi cardinali, intellettuali e giornali di riferimento. Penso a noti vaticanisti che nel corso di questo pontificato, hanno mutato il loro orientamento e faccio anche i nomi: Aldo Maria Valli, Marco Tosatti, Sandro Magister. Per non dire di Antonio Socci che e' critico dall'inizio.
A questi si aggiungano blog come 'Campari & De Maistre' o 'RadioSpada', che in questi anni si sono erti a difesa dell'ortodossia. I 'Progressisti' invece hanno i loro alfieri sia in vaticanisti di grido che scrivono per prestigiosi quotidiani, in blog come 'Faro di Roma', o in giornali come 'Formiche', che si vocifera sia molto vicino a Santa Marta. A dire poi che papa Bergoglio su molti temi, quali per esempio globalizzazione ed ecologia, tenda a sinistra, sono in tanti - spiega ancora Fabrizio Grasso -. Addirittura per l'ex presidente del Senato Marcello Pera (che con Ratzinger scrisse un libro) Bergoglio non e' nemmeno interessato al cristianesimo come dottrina ed infatti e' arrivato a dire che: 'Questo Papa ha preso il cristianesimo e lo ha volto in politica'. Senza girarci attorno, Pera da filosofo si e' accorto che in questo pontificato, il cristianesimo e' passato dall'essere un fine all'essere un mezzo. E questa e' una rivoluzione vera'.

 

Summa Merceologica/2 Le Chiroteche

Abbiamo recuperato le pagine perdute del grande teologo sartoriale Giacomino da Villavesco, trapassato recentemente per il dispiacere dovuto alla sciatteria liturgica. Ci ha lasciato la Summa Merceologica. Pubblichiamo alcuni stralci.

Quesito. Se i successori degli apostoli debbano indossare i guanti noti con il nome di Chiroteche durante le celebrazioni solenni. 
Pare che vescovi e cardinali non debbano indossare le Chiroteche . Esse sono infatti retaggio del passato, ostentazione di un rango non più necessario. Esse sembrano oggetto di dileggio mondano e dunque foriere di imbarazzo per i prelati. A riprova della dismissione delle chiroteche ci sarebbe il fatto che ad oggi sono facoltative e l'uso è in pratica decaduto.

In contrario. Come satana irride la creazione, i progressisti irridono la liturgia. Le chiroteche, indossate dall'inizio della celebrazione pontificale fino all'offertorio, sono collegate alla consacrazione delle mani del sacerdote. Dunque è auspicabile che esse vengano indossate.

Dimostrazione. 
Il nome è un composto dal greco cheir cheiros mano e théke custodia, scrigno.
Al momento della vestizione, il vescovo dice, in latino "Circonda le mie mani, o Signore, con la purezza dell'uomo nuovo che discese dal cielo: affinché, come il tuo diletto Giacobbe con le mani ricoperte di pelli d'ariete, offrendo al padre un cibo e una bevanda assai graditi, ottenne la benedizione paterna; così anch'io, offrendo con le mie mani la vittima della salvezza, possa meritare la benedizione della tua grazia. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che apparso in forma umana offrì se stesso per i nostri peccati".
Si nota quindi che questi guanti sono legati ai significati più profondi del cristianesimo. Esse mantengono le mani del vescovo protette per la celebrazione dei sacramenti, pronte per toccare il Corpo di Cristo.
Dalle mani dei vescovi in particolare passano la successione apostolica e l'ordinazione di nuovi sacerdoti, dunque la perpetuazione di Santa Madre Chiesa, così come sancito da Gesù stesso nei vangeli. E' perciò importante tenere le mani dei successori degli apostoli in gran conto.

Di seguito la pagina del Missale Romanum dedicata alla vestizione del vescovo prima di un Pontificale.



 

È tornato don Camillo/23. Aspettando il miracolo

di Samuele Pinna
C’era sempre da lamentarsi, perché c’era sempre qualcosa che non andava come doveva andare. Quel giorno don Camillo redivivo aveva un diavolo per capello e neppure la bella giornata di inizio estate riusciva a rasserenarlo. Dove si voltava vedeva robe che avrebbe fatto in altro modo e soffriva terribilmente, lui che era stato un curato di campagna, a non poter intervenire nel suo modo pacato per risolvere i problemi a suon di legnate. Prese la bici di malavoglia e montato sopra si recò spedito alla chiesetta che fu, anch’essa, di “campagna”.

La suddetta chiesina era invero in città, ma in periferia tra le poche case basse dell’agglomerato urbano, ed era antica, piccola e molto graziosa. Don Augusto non disdegnava andare a celebrare il Divin sacrificio quando glielo chiedevano perché era raccolta e si poteva pregare bene. Giunto per la Santa Messa il suo animo si tranquillizzò. C’erano poche vecchiette ad attendere, ma il don Camillo che fu intravide nella modesta folla anche una donna con due bambini: uno composto sulla panca e l’altro dentro una carrozzina intento a farsi sentire e a pregare a suo modo.
Finita la celebrazione il pretone voleva ripartire veloce con il suo biciclo, ma non fece in tempo a uscire dalla sacrestia che fu chiamato proprio da quella giovane donna per la confessione. Sapendo che questo era il minimo sindacale richiesto dalla sua professione, don Augusto si incamminò veloce verso il confessionale.

Non si possono certo raccontare i peccati di chicchessia, ma la storia di quella donna sì, perché il pretone di città ne fu particolarmente colpito.
Quella ragazza non ancora trentenne raccontò come aveva trovato “tardi” il suo fidanzato: ricercava, infatti, non tanto l’uomo “umanamente” giusto, ma quello che il Signore aveva scelto per lei. Una visione un po’ rétro, si potrebbe pensare, sintomo di una pericolosa, e quindi autentica, cattolicità. Del resto, erano rari come mosche bianche anche i suoi coetanei che sceglievano di sposarsi all’incirca alla sua età, preferendo di solito posticipare di molto la data delle nozze.
Nonostante le nuove mode o stili di vita, come si usa dire oggi, la ragazza che diveniva ogni giorno sempre più donna osservava il tempo scorrere via senza troppi risultati sull’obbiettivo di maritarsi e quindi andò a scomodare la Madre dei cristiani per una piccola intercessione. Pure in questo caso al pretone pareva essere davanti a un racconto ottocentesco se non medievale, ma tant’è che la giovane trovò un po’ per caso (che non esiste), un po’ per provvidenza il futuro marito.

La “metà della mela” o l’“anima gemella” esiste – scriveva in una missiva a suo figlio il letterato inglese Tolkien –, ma è molto difficile da trovare. E in questo caso, invece, quasi fosse una fiaba – tolkieniana o meno non importa –, si era scovata, incontrata e presa al volo. La Madonna dal canto suo aveva fatto bene, come sempre, la sua parte di mediazione, permettendo la concessione di questa piccola-grande grazia.
Don Camillo redivivo ascoltava con interesse la storia di quella donna, ma all’improvviso fu turbato dal proseguo del racconto intervallato da pianti e singhiozzi, che stridevano con la dolce delicatezza della trama fin qui narrata.
Tutto procedeva bene nel Matrimonio di quella ragazza e così arrivò bello e sano il primo figlio e poi ancora un altro, ma purtroppo – ahinoi – infine il fattaccio. E davanti a ciò, l’unica risposta è e rimane la fede, che il pretone intravvide con chiarezza. All’età di trentatré anni, felicemente sposato e con due figli, il marito di quella donna veniva colpito da un male incurabile, lasciandogli pochi mesi, forse giorni, di vita.
Pur nelle lacrime quella moglie e madre là dinnanzi al nostro don Camillo non appariva disperata, ma in una sorta di pace profonda. Il dolore era forte, ma era il dolore di chi non si sente capace di portare con le sue sole energie quella Croce, che ha già accettato. Non era rassegnazione, no!, al contrario, sperava ancora nel miracolo, lo attendeva, pregava tra patimenti e gemiti. Ma sapeva anche, e di qui una forza soprannaturale, che la Sua volontà era quella giusta e che solo Dio le avrebbe dato la virtù della fortezza necessaria per tirare avanti.

Don Augusto rimase impressionato a quel punto del racconto e quando gli occhi di quella donna si riempirono di nuovo di lacrime, tentò di confortarla con le poche parole che a stento gli uscivano dalla bocca.
Finita la confessione di quella moglie e madre dal cuore umanamente spezzato ma tenuto insieme dalla grazia Dio, si accodarono un paio di vecchiette per ricevere il perdono sacramentale. Dopodiché, il pretone riprese la sua bicicletta e ritornò spedito in canonica, salutato dal sacrestano Pippo al suo arrivo con un “Buongiorno, don Camillo!”, a motivo della postura in sella che gli conferiva un’ulteriore somiglianza con il prete della Bassa.

Una volta giunto nel suo luogo di lavoro, don Augusto non riusciva a concentrarsi: pensava e ripensava a quella donna, al suo dolore, alla serenità che l’attraversava quale dono di grazia, alla croce dura e ruvida che doveva suo malgrado portare. Comprese in un attimo la pochezza di tanti problemi che gli uomini di oggi si fanno, forse perché troppo pieni di cose inutili e troppo vuoti di ciò che conta davvero. Rimuginò sui suoi problemi, su ciò che vedeva non andare via liscio nella sua Parrocchia, e tutto prese un luce diversa: chi rimane a contatto col dolore, come i sacerdoti che fanno bene il loro mestiere, capisce davvero cosa ha valore in questa fuggevole vita.
Si riscosse dopo un bel po’ di tempo da quei pensieri e aprì il breviario: era la memoria di san Luigi Gonzaga e nell’Ufficio si leggeva una sua lettera, oramai morente, indirizzata a sua madre. Don Camillo redivivo sospirò quando giunse in quel passo dove san Luigi scriveva: «O illustrissima signora, guàrdati dall’offendere l’infinita bontà divina, piangendo come morto chi vive al cospetto di Dio e che con la sua intercessione può venire incontro alle tue necessità molto più che in questa vita. La separazione non sarà lunga. Ci rivedremo in cielo e insieme uniti all’autore della nostra salvezza godremo gioie immortali, lodandolo con tutta la capacità dell’anima e cantando senza fine le sue grazie. Egli ci toglie quello che prima ci aveva dato solo per riporlo in un luogo più sicuro ed inviolabile e per ornarci di quei beni che noi stessi sceglieremmo».
Don Augusto sospirò, aspettando il miracolo, forse già avvenuto.