28 marzo 2017

Brescia pro-life: la testimonianza di Gianna Jessen


di Amicizia san Benedetto Brixia

Per una sera almeno, quella di venerdì 24 marzo, Brescia si è scoperta pro-life. L’occasione è stata offerta dalla presenza di Gianna Jessen, la quarantenne americana che, sopravvissuta ad aborto salino, nonché sfuggita miracolosamente ai tentativi di strangolamento del medico illuminato di turno, ora gira il mondo raccontando la propria storia e portando la testimonianza della “bambina di Dio”, abbandonata da tutti ma non dal Padreterno. Bello il racconto di Janna, che ha intrecciato tre livelli di riflessione: l’olocausto dell’aborto, l’annuncio di fede cristiana, l’invito alla riscoperta di una virilità e di una femminilità all’insegna della purezza. Mi preme particolarmente ricordare due commenti della Jessen: il primo di totale stroncatura nei confronti del progetto di legge liberticida che la Francia giacobina e anti-libertaria ha in cantiere, un progetto “terribile” e dannoso per tutti (non solo per i cattolici, con buona pace della Stampa illuminata), a dire della quotatissima testimone non cattolica; il secondo un endorsement biblico a Trump, “non trovate curioso - chiede ironica Gianna - che Dio abbia scelto una persona così particolare per attuare il suo grande progetto?” Non servono commenti.
E ora torniamo al risveglio pro-life di Brescia. A suo modo Brescia è una realtà dalla vivacità che davvero impressiona: piccola ma tenace, la sua attività culturale è continuamente tagliata da influssi di sinistra e di destra - se concedete la semplificazione. Non mancano periodici interventi dei grandi nomi à la page: Cacciari, Mancuso, Bianchi, Kung (sventato all’ultimo) e gli altri grandi ospiti del “pensiero pericoloso” (per dirla con i dizionaristi del Timone); sono già stati celebrati i primi matrimoni omosessuali in comune; si attende a settimane la profanazione del Corpus Domini con la sfilata del Gay-pride. D’altro canto la Leonessa ha sfornato in questi ultimi anni fenomeni del calibro delle Sentinelle in Piedi (da subito attivissime in questa sede); testimonial d’impatto nazionale come Massimo Gandolfini e ha raccolto in pochi mesi la presenza di nomi quali il card. Burke (due volte in meno di un anno), Amato (con e senza Povia), Miriano (con e senza p. Botta), Gotti Tedeschi, don Bux, il card. Sarah. Interessante, non trovate? Evidentemente i due spiriti del beato Paolo VI continuano a soffiare. E insomma non è stato per nulla scontato venerdì scorso trovarsi nella chiesa di S. Maria del Carmine e scoprirla stracolma di fedeli e sacerdoti, esponenti progressive e conservative, movimenti laicali e ordini religiosi, assessori e uomini di Curia (quest’ultimi mica troppi, a meno di aver visto male). Mi ha colpito in particolare notare come l’invito di Gianna Jessen abbia catalizzato e messo in stretta collaborazione svariati gruppi tra loro. Teniamo la doppia lezione: del fatto che il popolo pro-life non è né esiguo, né pavido, né disarticolato, né arrendevole e del fatto che se i gruppi variamente legati alla tradizione si uniscono tra loro, possono fare davvero la differenza su larga scala. Un insegnamento semplice, ma non banale per la causa contro-rivoluzionaria.

 

Non abbiamo nulla per cui morire. Una testimonianza da Londra

di Alessandro Rico

Il 22 marzo ero a Londra. Non ero sul Westminster Bridge, grazie a Dio. Sarei dovuto andare nel pomeriggio. Ci ero stato diverse volte, durante il mese trascorso nella capitale britannica. Potevo esserci io, potevano esserci i miei familiari a finire sotto le ruote di quell’auto lanciata sul marciapiede fino ai cancelli del Parlamento. Io mi trovavo alla National Gallery, a Trafalgar Square, la piazza dedicata alla battaglia con la quale l’ammiraglio Nelson, peraltro ferito a morte, era riuscito a sbaragliare la flotta francese, quando l’Inghilterra era un katéchon capace di frenare l’avanzata della rivoluzione permanente e anticristiana condotta da Napoleone.

Quando sono uscito da quella stupenda galleria, dove spiccano, in mezzo a tanti pur bellissimi fiamminghi, i pittori italiani – ma gli italiani c’entrano sempre qualcosa: il celeberrimo quadro di van Eyck ritrae i coniugi Arnolfini – lo scenario era apocalittico: traffico in tilt, decine di auto della polizia e ambulanze a sirene spiegate, cinque elicotteri che sorvolavano la zona. Westminster dista una decina di minuti a piedi, basta percorrere la strada che da Trafalgar scende e costeggia anche Downing Street, la residenza del Primo Ministro. Ma quel che più mi ha colpito è stata l’indifferenza generale. 

Mi sarei aspettato un po’ di panico, un po’ di preoccupazione, un po’ di fermento. E invece la gente per strada era la solita. Qualche turista frastornato e forse ancora ignaro, poi gli inglesi come sempre assorti nei loro affari, come sempre di corsa, come sempre pedine isolate in un labirinto frenetico che, nel tardo pomeriggio, sembra mosso da un’unica ossessione: fiondarsi nel primo metrò disponibile per tornare a casa dopo una giornata di lavoro.

Sui social è circolata l’immagine di una ragazza islamica che passa vicino al cadavere dell’attentatore, pochi minuti dopo il fattaccio, continuando a fissare lo schermo del suo smartphone, come se intorno fosse tutto normale. Gli utenti di Facebook hanno attribuito questo comportamento alla fede della giovane: ecco una musulmana che se ne strafrega dell’attentato islamista. Non credo fosse questa la ragione della sua apatia. Ne ho viste tantissime, a Londra, di ragazze come lei: vestite più o meno all’occidentale ma con un velo in testa. A loro modo sono integrate nella vita inglese, sono musulmane anglicizzate: vogliono il loro spazio di preghiera il venerdì, non indossano abiti succinti, osservano il ramadan, ma lavorano, mangiano e pensano esattamente come gli inglesi. E sono altrettanto distaccate. L’altro non le riguarda, queste persone. Quello che si potrebbe scambiare per un segno di forza, la fermezza di non lasciarsi scippare la libertà di vivere serenamente, è in verità un segno di indifferenza.

Non ho visto nessuno agitarsi, cambiare espressione, non ho sentito nessuno commentare i fatti con un amico o un parente. E resto convinto che gli inglesi non siano coriacei, ma solo egoisti.
D’altra parte, mentre le autorità parlavano da subito di un caso di terrorismo, a differenza di quello che accade in Francia e Germania, dove si va alla disperata ricerca del movente psichiatrico, la Londra progressista rientrava in piena fase negazionista. Per il sindaco Sadiq Khan, gli attacchi terroristici sono parte di quel che comporta vivere in una grande città multiculturale. Da noi, Repubblica e Corriere facevano a gara per far passare in secondo piano l’affiliazione religiosa dell’attentatore, descritto come un «britannico nato nel Kent» (peccato che i genitori fossero nigeriani e che a quanto pare lui fosse inglese come io potrei essere marocchino; ma mentre in Italia si discute dello ius soli, sarebbe scomodo ricordare ai lettori che la cittadinanza è un fatto di cultura e appartenenza, un privilegio che si può trasmettere come fosse un titolo patrimoniale, non un’etichetta amministrativa che spetta a chiunque emetta il primo vagito sul territorio di uno Stato). 
Poi, i giornali si sono concentrati sul fatto che Khalid Masood fosse un bodybuilder (sarà tutta colpa degli steroidi?) e un marito psicopatico e violento (sta a vedere che è tutta questione di maschilismo; gli altri mariti musulmani come si comportano?).

E ovviamente non poteva mancare la veglia di piazza, il giorno dopo l’attentato. A Burxelles ci furono i gessetti colorati, a Trafalgar Square due slogan che non riesco a comprendere. Da una parte, si ripete insistentemente: «We are not afraid», non abbiamo paura. Al che osservo: forse è vero che chi voleva la Gran Bretagna fuori dall’Unione Europea, chi vuole meno immigrati, chi accusa l’Islam di tutti i mali del mondo, chi adotta atteggiamenti maniacalmente xenofobi, fondamentalmente è mosso dalla paura. La chiusura è un atteggiamento tipico di chi è spaventato. Ma è vero pure che un’altra manifestazione della paura è il diniego. E tutto questo insistere sul “noi non abbiamo paura”, mentre si fa di tutto per fingere che non ci sia un problema, che le politiche adottate da qualche decennio a questa parte, il multiculturalismo, la tolleranza, il rifiuto delle nostra identità culturali, nazionali e spirituali, il trionfo del nichilismo postmoderno, non siano responsabili di un progressivo deterioramento della nostra civiltà, forse davvero prossima a una forma di sottomissione o addirittura all’assimilazione etnica, visti gli andamenti demografici; tutto questo insistere sul fatto che “loro” non ci faranno cambiare il nostro “stile di vita” (quale vita? Quella da spersonalizzati, da atomi indifferenti gli uni agli altri, che scappano a prendere la metro e si dimenticano persino di se stessi, che affogano la loro infelicità nelle sbronze del venerdì o devono usare la cocaina per reggere i ritmi del distretto finanziario?); tutta questa retorica del coraggio, in realtà mi sembrano nascondere una grande paura. La paura di non essere all’altezza di combattere una guerra che forse non si ha nemmeno la volontà di vincere. La paura di ammettere che molti di noi preferirebbero staccare la spina. La paura di affrontare la realtà, negandola: è una delle fasi psicologiche che attraversano i malati terminali.

E poi c’è l’altro slogan, che invita ad amare tutti e a non odiare nessuno. A leggerlo mi torna in mente Carl Schmitt, quando parla del “politico” come contrapposizione tra amico e nemico e ricorda che il Vangelo esorta ad amare il nemico privato, non il nemico pubblico, politico (diligite inimicos, non hostes vestros). L’impressione è che l’Occidente ex cristiano abbia perso di vista questa distinzione nell’illusione impolitica di una pacificazione universale, in cui tutto viene riassorbito in una ristrettissima sfera privata, dalla quale scompaiono la comunità, la nazione, quindi la politica, quindi l’inimicizia.

Anche l’Europa è nata sotto questa insegna, come sosteneva apertamente Kalergi, il fondatore della Società Paneuropea, ispiratore di Adenauer e De Gasperi: «L’uomo del futuro sarà di razza mista. Le odierne razze e le classi scompariranno gradualmente […]. La razza eurasiatico-negroide del futuro, simile nell’aspetto agli antichi Egizi, rimpiazzerà la diversità dei popoli con la diversità degli individui». La convinzione era che un uomo senza un’identità, ibrido e sradicato, fosse un uomo che non aveva niente per cui fare la guerra. E adesso che la guerra lo viene proprio a tirare per la giacchetta, quell’uomo è impreparato. Non che ci debba entusiasmare l’idea di uccidere e farci uccidere, per carità. Ma noi non sembriamo neppure più capaci di concepire l’idea di nemico, in special modo se si tratta di un nemico interno. Gli abbiamo appicciato la qualifica di “cittadino”, una fictio iuris: ormai quel nemico è un «britannico nato nel Kent». Gli inglesi, addirittura, hanno scelto di rimanere del tutto inermi di fronte a tali minacce. Se non fossero arrivate le leggi disarmiste di Tony Blair, forse Keith Palmer, poliziotto e padre di famiglia, avrebbe estratto una 9 millimetri e avrebbe riabbracciato i suoi figli, anziché essere ucciso a coltellate (ai fautori del proibizionismo, ricordo che le armi automatiche e semiautomatiche sono facilmente reperibili dalle organizzazioni criminali sul mercato nero e che, in Inghilterra, la violenza perpetrata con le armi bianche è diventata una piaga sociale, diffusissima tra le baby-gang, dopo il bando quasi totale sulle armi da fuoco).

Sabato 25 marzo si sono celebrati i sessant’anni dai Trattati di Roma ed è lecito chiedersi, a questo punto, che Europa abbiamo costruito. Un’Europa contabile, assoggettata ai disegni economici e geopolitici della Germania, da cui la Gran Bretagna si è chiamata fuori, ma forse troppo tardi, perché nel frattempo si è rovinata con le sue mani: la Londra multietnica è una babele in cui davvero, come dice il suo sindaco, è normale aspettarsi di tutto. E in questa Europa, gli unici sacrifici che ci vengono richiesti, anzi, imposti, sono quelli necessari a salvare banche, debiti pubblici, una moneta che nessun economista serio, di nessuna scuola o ispirazione ideologica, reputava sensata e una presunta società aperta, laicista, accogliente e tollerante, una società di ponti al posto dei muri, come dice Francesco il misericordioso.

Così, mi tocca confessarvi, con una punta di vergogna, vista la caratura dei principi che ispirano il nostro mondo liberale, che mentre passeggiavo per le strade di una Londra rapidamente tornata alla normalità, riflettendo sul fatto che mi sarei potuto trovare sul Westminster Bridge, come tante altre volte era accaduto in quel mese, sono riuscito a partorire un unico, qualunquistico, egoistico pensiero, un pensiero anche un po’ deprimente, spia della malattia spirituale da cui siamo affetti oggi, visto che nei presunti “secoli bui” del cristianesimo la gente si faceva uccidere volentieri per la sua fede in Gesù Cristo, mentre i maomettani, che sono pur sempre eretici, danno la vita purché riescano ad ammazzare qualcuno (e forse non sono tutti psicopatici): il nostro “stile di vita” sarebbe valso la mia pelle? 
 

27 marzo 2017

V Giornata della Buona Stampa Cattolica: la rivoluzione dell'uomo


di Amicizia San Benedetto Brixia

Se la giornata del Primo Maggio, con annessi concerti e parate, è indubitabilmente una delle più affilate espressioni della liturgia laicista e anticlericale del XX secolo, non può che essere applaudita l’iniziativa controrivoluzionaria che gli amici del Sodalizio Pio XII e del Coordinamento Nazionale Summorum Pontificum organizzano per quella data. "‘17: la rivoluzione dell’uomo" è il titolo dell’evento che si terrà nel piacentino, ad Agazzano, e la scaletta in programma si prevede succulenta e di grande valore. La scelta degli organizzatori è stata quella di sottolineare i tre fatidici anniversari della Rivoluzione: il diciassette luterano, quello massonico e infine quello russo. La triade non rispetterà forse la proiezione rivoluzionaria recensita da Correa de Oliveira, ma ugualmente scandisce con precisione la devastazione culturale e spirituale dell’Europa cristiana prima e del resto dell’orbe poi. Di peso anche i nomi dei relatori: don Marino Neri, penna nota soprattutto ai lettori di Radici Cristiane nonché sacerdote da subito impegnato con le associazioni nazionali dedite al ripristino non solo formale, bensì autenticamente spirituale e pastorale del rito tridentino; padre Siano, un sopravvissuto dei FFI, esponente di punta degli anni gloriosi della sua congregazione, esperto di massoneria (e qualcuno maligna che tale sua conoscenza sia alle origini della persecuzione dell’ordine - unitamente alla critica anti-conciliarista sempre sostenuta da padre Manelli); Ettore Gotti Tedeschi, che invece tratterà la rivoluzione rossa, tanto economica quanto antropologica nel suo insieme, tema che offrirà agio all’ex-banchiere dello IOR di spendersi nei suoi cavalli di battaglia, come peraltro sta già facendo specialmente negli ultimi mesi, tra conferenze, articoli e dichiarazioni. Si prospetta insomma una gustosa giornata in perfetta salsa De Maistre, cui alcuni di Campari sicuramente aderiranno. Il tutto accompagnato da utili banchetti della buona stampa tradizionale e incorniciato da una solenne Santa Messa in rito antico.

 

"Cavalieri e principesse", il nuovo libro di Giuliano Guzzo


di Giuliano Guzzo

Donne e uomini si nasce o si diventa? Vi sono reali e significative differenze tra maschi e femmine oppure esse non sono che il riflesso di stereotipi e modelli culturalmente determinati? E’ la natura o la cultura, insomma, a stabilire, per dirla con John Gray, se veniamo da Marte o da Venere? Da anni il pensiero dominante liquida questi interrogativi come infondati negando vi siano sostanziali differenze tra i sessi e sostenendo che quelle che permangono siano irrilevanti. Quel che siamo soliti considerare maschile e femminile – secondo questa corrente di pensiero – non sarebbe quindi che prodotto culturale o «concetto antropologico». Ma le cose stanno proprio così? Davvero donne e uomini si diventa?

Ho scritto Cavalieri e principesse (Cantagalli 2017, pp. 256) per verificare questa credenza scoprendo – sulla base di centinaia tra ricerche e studi scientifici – come la distinzione tra i sessi sia tutt’altro che superata o archiviabile; e l’ho fatto da un lato chiarendo come la differenza sessuale non sia affatto premessa alla discriminazione e, dall’altro, senza soffermarmi, come già fatto da altri autori, solo su un singolo aspetto, bensì esplorando la differenza tra uomo e donna a tutto tondo, in molteplici aspetti: preferenza dei colori, dei giocattoli, cervello, sogni, comunicazione – sondata sia sul piano verbale sia su quello di interazioni tramite sms, email, social network -, guida e parcheggio dell’automobile, mondo del lavoro, rapporti di coppia e tanto, tanto altro ancora.

Ho insomma voluto andare fino in fondo, al di là di astrazioni e facili ironie, con un lavoro di ricerca impegnativo ma appagante perché mi ha consentito, in modo spero convincente, di mostrare che uomo e donna, anche se non sempre del tutto differenti, sono comunque differenti in tutto; che il tempo passa e il costume muta ma, nonostante questo, la differenza tra maschio e femmina non solamente resiste – ed è già una notizia –, ma talvolta pure si accentua, divenendo cristallina e confermando ciò che le persone semplici, senza lauree ma provviste di buon senso, hanno sempre saputo. Per questo, penso che Cavalieri e principesse, se da un lato potrebbe incuriosire e divertire, dall’altro farà arrabbiare più di qualcuno.

In particolare, potrebbe non piacere agli alfieri del pensiero unico e, in genere, a coloro che sposano istanze progressiste: pazienza. L’onestà intellettuale viene prima e, soprattutto, la verità della differenza sessuale e della sua bellezza è patrimonio che sarebbe imperdonabile sottovalutare o disperdere. Anche per questo Cavalieri e principesse, in realtà, non è tanto o solo un testo sulle differenze sessuali, ma anche un libro sulla condizione dell’uomo e della donna di oggi, sul loro modo di essere ed esistere in relazione. Non a caso, un intero capitolo è volto proprio a sottolineare le ragioni della differenza tra i sessi come tesoro da riscoprire: per uomini e per donne, ovviamente.

Ce l’ho fatta? L’omologazione dell’indifferentismo sessuale che stanno tentando di inculcarci è stata smascherata? Sono dunque riuscito nel mio intento – sovversivo, direi, nei tempi dell’unisex e di quel contrasto alle discriminazioni che si tramuta spesso in guerra alle differenze – di dimostrare che uomo e donna, checché se ne dica, costituiscono ancora due mondi splendidamente distinti e complementari, protagonisti dello stesso Universo? Ditelo voi: Cavalieri e principesse, da adesso disponibile, non aspetta che di essere ordinato in libreria, letto e – se lo riterrete – diffuso e regalato. Detto questo, oltre a rendermi da subito disponibile, ove invitato, a presentare questo testo a me così caro, non posso fare altro se non ringraziare.

Nel libro c’è già un piccolo spazio dedicato ai ringraziamenti personali (occhio: potrebbe esservi qualcuno di voi), per cui sarò breve. Ma proprio non posso, qui, non esprimere gratitudine a quanti, in vario modo, hanno contribuito a Cavalieri e principesse e, in particolare, ad un editore, Cantagalli, che pur avendo avuto e avendo in catalogo testi e autori di livello mondiale – da Robert Spaemann ad André Glucksmann, da Benedetto XVI a Giacomo Biffi – ha in questo caso accettato una scommessa coraggiosa. Il mio ringraziamento più grande, tuttavia, va agli uomini maschi e alle donne ancora orgogliose d’essere femmine perché sono, in fondo, i protagonisti di questo libro. I veri Cavalieri e le vere Principesse.

https://giulianoguzzo.com/2017/03/27/cavalieri-e-principesse/

 

Il riassunto del lunedì. Ma dove vai se l'8 per mille non ce l'hai

di Francesco Filipazzi

Dubia e correzioni. One Peter Five riporta che il cardinale Burke, interrogato durante una conferenza, ha ribadito che su Amoris Laetitia la situazione deve essere chiarita. Per questo, assieme agli altri cardinali "dubbiosi" (che non sono solo quattro), ha intenzione di procedere con una sorta di correzione. Sarà una correzione "in generale" per il bene delle anime. Per la traduzione del testo e il link ai video rimandiamo a Tosatti.

Anniversario dei trattati di Roma. E' andata in onda nella capitale una pagliacciata ridicola, che ha coinvolto i capi di stato e di governo dei 27 paesi UE, per festeggiare i trattati di Roma che hanno dato inizio al processo di "integrazione europea". Che fortuna! Sessant'anni di fallimenti così grossolani non si erano mai visti. Ovviamente i black bloc non si sono fatti vedere (mica manifestano contro i loro padroni).

Bergoglio a Milano. Finalmente il Papa regnante si è presentato a fare visita a Scola, dopo una lunga serie di bidonate. Il povero cardinale ha dovuto prostrarsi per anni per riuscire a far dimenticare a sua Santità che in passato era un conservatore e soprattutto che ha rischiato di vincere il conclave. Ora è stato premiato. Fare il sindacalista islamico al posto di fare il vescovo paga, a volte. Bravo Angelo! Ora per fortuna andrai in pensione.

Voci di burrasca in vaticano. Un vaticanista, Andreas Englisch, ha spiegato durante un convegno che i rapporti fra i due papi sarebbero attualmente molto freddi e ben poco cordiali. Sarà vero?

Contestazione a Muller. Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede è andato a Trieste per un convegno. Prima del suo arrivo però un gruppo di cattocomunisti ha pensato bene di fare una richiesta molto singolare al vescovo: essere misericordioso con il cardinale. Detto in parole povere, hanno chiesto di annullare l'invito e di cacciare l'alto prelato a calci nel sedere dalla diocesi. Perché una tale idiozia? Ma è chiaro, Muller è favorevole alla monogamia, dunque contrario alla comunione ai divorziati risposati. Per questo è visto come un oppositore alla cialtroneria imperante ormai in vaste fette del mondo cattolico. Povero Muller, fra poco toccherà trovargli un alloggio di fortuna.

Crollato l'8 per mille. I contribuenti cattolici sono stufi di foraggiare quelli che portano in palmo di mano Pannella e ne venerano lo spirito. Per questo l'ammontare dell'8 per mille destinato alla Chiesa Cattolica ha subito ultimamente una flessione precipitosa. Sarebbe il caso che qualcuno corresse ai ripari, magari proclamando qualcosa di cattolico. Ma ormai anche Bagnasco è in procinto di essere silurato e la Cei nei prossimi anni sarà galantinizzata sempre di più

Attentato a Londra. Una risorsa insostituibile per l'Occidente ha compiuto un attentato sanguinoso a Londra. I media questa volta hanno scelto il basso profilo e si sono anche dimenticati di ricordare che nello stesso giorno ricorreva l'anniversario dell'attentato di Bruxelles. D'altronde spiegare che il modello di integrazione scelto da molti paesi europei non ha integrato un bel tubo, deve essere difficile.

 

26 marzo 2017

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: la meridiana degli Angeli (Parte XXXV)

di Alfredo Incollingo

Nell'antichità i sapienti erano soliti sfruttare le posizioni privilegiate dei templi pagani per scrutare il cielo e le stelle. Il moto degli astri sembrava fornire ai sacerdoti gli indizi indispensabili per prevedere il futuro: gli esiti di importanti battaglie, le decisioni di governo o la prosperità della città. Il cristianesimo ribaltò l'idea che i corpi materiali avessero un'anima e tanto meno fossero in grado di fornire agli uomini le tracce per comprendere il loro destino. Lo studio della natura poteva dimostrare razionalmente la presenza di un Creatore che aveva creato e ordinato ogni cosa. Il Dio cristiano non è però riducibile a un Grande Regista, ma è anche quel Dio d'Abramo o d'Isacco che ci parla e ci fa dono della sua Misericordia e che si è incarnato per salvare i suoi Figli. Più di un dio pagano e più di un Ente trascendente e matematico, Dio è un Padre.

Anche le chiese cristiane ospitarono al loro interno per secoli antichi e noti osservatori astronomici. Prima della fondazione dei primi centri scientifici ufficiali, che risalgono agli inizi del settecento, le cattedrali, grazie alle loro elevatezze, fornivano agli studiosi un punto d'osservazione importante. Gli astronomi potevano scrutare le stelle e formulare le prime teorie astronomiche che avevano un carattere prettamente pratico: la scienza, più che semplice speculazione, come oggi, era rivolta a soddisfare le esigenze pragmatiche dell'uomo medievale e moderno. Fu così che l'astronomia, per esempio, serviva a perfezionare gli strumenti utili per la navigazione.

Sempre nelle chiese furono condotti i primi studi per calcolare con esattezza matematica il calendario gregoriano. A Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, in Piazza della Repubblica, vicino la stazione ferroviaria di Roma Termini, si trova una delle prime meridiane costruite per risolvere i problemi di calcolo del calendario.

Fu costruito nel 1700 per volere di papa Clemente XI e fu commissionata al religioso e astronomo Francesco Bianchini in occasione del Giubileo di quell'anno. La meridiana servì alla commissione incaricata dal papa per vagliare la correttezza del calendario gregoriano: in gioco vi era la definizione del giorno della Pasqua, che varia ogni anno. I protestanti, così come gli ortodossi, avevano mantenuto in auge il calendario giuliano per contestare in questo modo la presunta egemonia cattolica anche nel definire la cronologia dei riti e delle festività liturgiche annuali. L'Europa quindi si ritrovò spaccata tra le nazioni protestanti (e ortodosse) giuliane e quelle romane invece gregoriane. Cosa emerge da questa vicenda? La storia, naturalmente, le contrapposizione tra le varie confessioni cristiane, ma anche un altro aspetto: il mecenatismo scientifico dei papi, quali Clemente XI, e di tante altre autorità della Chiesa che hanno permesso il progresso della scienza.
Il viaggio continua.
 

25 marzo 2017

‘Musicam Sacram’ 50 anni dopo. Intervista ad Aurelio Porfiri


di Simone Baroncia

Domenica 5 marzo è ricorso il 50esimo anniversario dell’istruzione ‘Musicam Sacram’, l’ultimo grande documento dedicato alla musica che deve accompagnare la liturgia, approvato dal beato papa Paolo VI, e firmato dal card. Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna e presidente del ‘Consilium’ per l’attuazione della costituzione conciliare sulla liturgia, e dal card. Arcadio Larraona, prefetto della sacra congregazione dei riti.

Ed a Roma sono convenuti molti convegnisti sul tema ‘Musica e Chiesa: culto e cultura a 50 anni dalla Musicam sacram’, organizzato dal Pontificio Consiglio della Cultura e dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica, in collaborazione con il Pontificio Istituto di Musica Sacra e il Pontificio Istituto Liturgico dell’Ateneo Sant’Anselmo, ai quali papa Francesco ha detto: “Certamente l’incontro con la modernità e l’introduzione delle lingue parlate nella Liturgia ha sollecitato tanti problemi: di linguaggi, di forme e di generi musicali. Talvolta è prevalsa una certa mediocrità, superficialità e banalità, a scapito della bellezza e intensità delle celebrazioni liturgiche. Per questo i vari protagonisti di questo ambito, musicisti e compositori, direttori e coristi di scholae cantorum, animatori della liturgia, possono dare un prezioso contributo al rinnovamento, soprattutto qualitativo, della musica sacra e del canto liturgico”.

Ed a distanza di 50 anni più di 200 musicisti, musicologi ed esperti di musica sacra rendono pubblica una dichiarazione, rivolta ai responsabili della Chiesa, per cercare di riportare sui binari della correttezza una situazione che ai loro occhi sta degenerando. I promotori di questa presa di posizione sono due musicisti e musicologi di grande fama: Aurelio Porfiri, direttore della rivista internazionale ‘Altare Dei’, edita a Macao e Hong Kong, ed autore di libri e saggi sulla musica sacra e la liturgia, e l’americano Peter A. Kwasniewski, professore di teologia e filosofia e direttore di coro al Wyoming Catholic College. La dichiarazione sulla situazione attuale della musica sacra ‘Cantate Domino canticum novum’ si apre così: “Noi sottoscritti, musicisti, sacerdoti, insegnanti, studiosi e amanti della musica sacra, offriamo umilmente alla comunità cattolica di tutto il mondo questa dichiarazione, esprimendo il nostro grande amore per il patrimonio di musica sacra della Chiesa e la nostra profonda preoccupazione riguardo il suo difficile stato attuale”.

Per comprendere meglio il documento abbiamo rivolto alcune domande al prof. Aurelio Porfiri, partendo proprio dalle parole pronunciate da Papa Francesco, che ha sottolineato la necessità di valorizzare il patrimonio della musica sacra ed anche la sua attualizzazione con linguaggi moderni.

Come armonizzare questa duplice missione?

“Semplicemente prendendo come punto di riferimento le esigenze della celebrazione e i grandi modelli del passato che ci permettono di guardare più lontano. Il patrimonio non è un tesoro da tenere in cassaforte ma qualcosa da far vivere vicino alle nuove creazioni, così da poter essere un modello sempre vivo ed efficace”.

Come adeguare la musica sacra con le esigenze della ‘nuova liturgia’?

“Direi che prima bisognerebbe distinguere tra quelle che sono le esigenze vere della forma ordinaria del rito romano e le esigenze sovrapposte da alcuni, anche fra gli esperti in liturgia. Nova et vetera è un principio che funziona sempre”.

A 50 anni dall’Istruzione quale è la situazione della musica sacra nella liturgia?

“La situazione è drammatica, ma questo non lo sentirà dire da nessuno pubblicamente. Quando però si parla in confidenza, la situazione reale viene fuori anche da coloro che ufficialmente tessono le lodi dei ‘benefici che abbiamo ricevuto negli ultimi decenni’. La musica sacra è in ginocchio, si è perso il senso della dignità della celebrazione”.

Quali proposte per educare i giovani alla musica sacra?

“I giovani, per esperienza, non sono mai il problema, possono essere portati ad apprezzare cioè che è bello, buono e vero. I problemi sono i quadri intermedi, quelli che pensano di sapere cosa è giusto per i giovani, che gli danno quello che i giovani hanno già, lasciandoli dove sono e non permettendogli di andare dove dovrebbero essere”.

In questo senso sono di estrema importanza le conclusioni del documento che insiste su una formazione più approfondita tra liturgisti e musicisti per ‘discernere tra ciò che è buono e ciò che è cattivo’, come ha scritto papa Francesco al n^ 9 dell’enciclica ‘Lumen Fidei’: “E’ vero che, in quanto risposta a una Parola che precede, la fede di Abramo sarà sempre un atto di memoria. Tuttavia questa memoria non fissa nel passato ma, essendo memoria di una promessa, diventa capace di aprire al futuro, di illuminare i passi lungo la via. Si vede così come la fede, in quanto memoria del futuro, memoria futuri, sia strettamente legata alla speranza”. Quindi riprendendo un passo di Isaia (12, 5-6) il documento conclude che la musica sacra è necessaria alla liturgia: “Questo ricordo, questa memoria, questo patrimonio che è la nostra tradizione Cattolica non è qualcosa del passato soltanto. E’ ancora una forza vitale nel presente, e sarà sempre un dono di bellezza per le generazioni future”.

http://www.acistampa.com/story/a-50-anni-dalla-musicam-sacram-un-colloquio-con-aurelio-porfiri-5617

 

24 marzo 2017

Suicidio assistito. Alcuni interrogativi


di Daniele Barale

Da poco è iniziato presso il parlamento l'esame del ddl sul fine vita/dat-dichiarazioni anticipate di trattamento, ai primi di marzo Fabiano Antoniani, in arte dj Fabo, è stato accompagnato dal radicale Cappato per ricevere la morte in una clinica svizzera. Fatto accaduto poco prima dell'esame parlamentare, nel tentativo di influenzarlo, al fine di trasformare le dat in vere e proprie apripista dell'eutanasia. Cosa confermata dai promotori del ddl sul fine vita, i quali hanno un obiettivo preciso, chiarito da radicale Marco Cappato, tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni, sulle pagine di Repubblica: “Il vero passaggio sarà definire l'obbligo dei medici nel rispettare la volontà del paziente ed evitare ad ogni caso i tribunali”. In questo modo non solo si manda a quel paese il giuramento di Ippocrate, l'articolo 32 della Costituzione, bensì anche l'eventuale ripensamento del paziente.

Detto fra noi: vedere un radicale amante della libertà senza limiti, libertino e anarchico, così poco attento a non soddisfare la volontà delle persone, anche quando si contraddicono, è proprio un controsenso.

Tornando alla questione principale, è chiaro che non è da condannare Fabiano Antoniani, ma l'associazione Luca Coscioni - guardate il video ove “cercano malati terminali”, una vergogna che grida vendetta! - e il partito radicale, che hanno convinto lui e la sua famiglia che suicidarsi è un diritto e un bene. Sono da condannare le cliniche svizzere ove è possibile ricevere la morte e con essa mantenere un bio-business, che vive mentre uomini veri muoiono; condannare i politici i giornalisti e gli intellettuali alla Saviano, ché strumentalizzano la morte di Fabiano per trasformare definitivamente la "dat" in eutanasia. Insomma, così l'umanità non fa un passo avanti, ma torna indietro, molto indietro, prima del 33 d.C., quando le persone (malate e non) erano considerate oggetti... nulla.

Di fronte ad uno scenario di questo tipo torna alla mente il romanzo distopico La morte moderna di Carl-Henning Wijkmark; egli immaginò un futuro in cui la dolce morte fosse intesa come il rimedio più efficace per sfatare quel vecchio tabù che si chiama rispetto dell'esistenza umana. Non ci siamo ancora, ma quasi. Se mettiamo in fila le tappe che hanno contraddistinto in questi anni l'introduzione delle pratiche eutanasiche in stati come Oregon, Washigton, Olanda, Belgio, vedremo dipanarsi un filo che, partito con la richiesta di intervenire su casi rari e terminali, s'è sfilacciato sempre più verso un'interpretazione fumosa di che cosa significhi ciclo vitale completo. E, ovviamente, in questo grande inganno libertario, i primi a farne le spese sono stati i deboli: depressi, vecchi, down, bambini. Wijkmark terminava il suo romanzo immaginando che un giorno la morte sarebbe diventata produttiva, coi morituri inseriti in un programma di riciclo per la creazione di medicinali, concimi e mangimi.

Ma per quanto il male possa essere forte, mai riuscirà a negare che l'uomo è fatto per compiere il bene: in ogni momento può tornare indietro e bloccare la deriva antropologica in atto.

Dunque, vale la pena porsi ancora queste domande: se uno non ce la fa più, è libero di uccidersi? A prescindere dalla legge: uccideremmo uno che non ce la fa più? A riguardo della legge: uno è libero di uccidersi quando vuole. Per esempio buttarsi da un ponte se gli muore un figlio. Ma la sua scelta sbagliata non può diventare un diritto esigibile presso lo stato. Ovviamente, è una provocazione, e si continua a desiderare che nessuno faccia quella scelta.

Se di fronte ad una persona disperata, che non vuole più vivere, pensiamo che sia giusto che metta fine alla sua vita con l'eutanasia (frutto della neolingua per nascondere “suicidio assistito"), perché il soffrire non rende la vita umana degna di essere vissuta, allora ognuno potrà avere diverse situazioni in cui la vita è intollerabile. Per esempio, uno potrebbe decidere che la sua vita è finita poiché il compagno di una vita lo ha abbandonato per un'altra. O se un figlio muore; o se ha perso tutti i risparmi di una vita perché la banca lo ha imbrogliato.

Nasce spontanea la domanda: chi decide quando una condizione personale fa diventare una vita intollerabile? Solo la persona stessa può stabilirlo. E se poi le persone dovessero essere manipolate, come il Belgio e l'Olanda, paesi all'avanguardia per le leggi eutanasiche, ci ricordano: la vicenda di Marcel Ceuleneur docet; uccisa in Belgio senza che neanche fosse malata, ma plagiata da un medico: rivolgersi a un tribunale è stato inutile, non ha avuto giustizia, ma la storia è raccontata in un terrificante documentario. Purtroppo, una delle tante storie terribili. Nonostante siano paesi in cui costantemente si rassicura che “non mancano l'esperto indipendente, l'equipe di boni viri, la commissione incaricata di vagliare puntigliosamente le richieste di suicidio. E ogni volta questa “perfezione” viene meno. Ad ogni modo, l'occidente attraverso i media le istituzioni ogni giorno si presenta come una civiltà disumana, della morte.

Le leggi sull'eutanasia sono molto pericolose, possono trasformare in maniera terrificante la dimensione tragica ma umanamente suprema del momento della morte, possono desacralizzarla e portarla in un territorio brutale di calcolo costi-benefici. Ma se rifiutiamo ciò e accettiamo il nefasto criterio di cui sopra, vuol dire che siamo pronti a vivere in una società in cui ci si può far uccidere on-demand. Voi ci vorreste vivere? Io personalmente no. Diciamoci la verità. L'eutanasia non è un problema di sofferenze fisiche, la scienza le ha sconfitte. Il dolore è sconfitto. L'eutanasia adesso è il diritto a morire quando voglio, quando penso che non vale più la pena vivere, per motivi personali. Le condizioni per cui la vita può diventare intollerabile, possono essere le più diverse, e sono indubbiamente soggettive. Ma ci rendiamo conto di che società rischia di venir fuori e che in Altri Paesi si sta rafforzando? Questo è il punto. Riflessioni di un cattolico, certo, ma credo che possano essere accettate e condivise anche dai non credenti, perché frutto della ragione; purché essi non siano ideologicamente prevenuti.

Qualcosa di cattolico, ora sì, vorrei rivolgere ai miei fratelli che alla Hans Kung provano qualche simpatia per la tentazione dell'eutanasia. Leggiamo cosa dice il Catechismo:

"2280 Ciascuno è responsabile della propria vita davanti a Dio che gliel'ha donata. Egli ne rimane il sovrano Padrone. Noi siamo tenuti a riceverla con riconoscenza e a preservarla per il suo onore e per la salvezza delle nostre anime. Siamo amministratori, non proprietari della vita che Dio ci ha affidato. Non ne disponiamo.

2281 Il suicidio contraddice la naturale inclinazione dell'essere umano a conservare e a perpetuare la propria vita. Esso è gravemente contrario al giusto amore di sé. Al tempo stesso è un'offesa all'amore del prossimo, perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la società familiare, nazionale e umana, nei confronti delle quali abbiamo degli obblighi. Il suicidio è contrario all'amore del Dio vivente.

2282 Se è commesso con l'intenzione che serva da esempio, soprattutto per i giovani, il suicidio si carica anche della gravità dello scandalo. La cooperazione volontaria al suicidio è contraria alla legge morale." (Per Marco Cappato e coloro che lo vedono come un “eroe”).

Non dimenticare questi punti è trovare l'aiuto prezioso per non cadere vittima delle sirene del mondo, le quali desiderano la caduta e la fine dell'umano, quindi dell'uomo.

Il dibattito sul “diritto alla morte” ci ponte di fronte a tale realtà, che vale sia per i credenti che per chi non lo è: dobbiamo decidere come guardare a noi stessi e agli altri. Dobbiamo decidere se la vita è un dono, che è il punto di partenza della nostra civiltà, o un problema da risolvere. In questo caso c’è solo una risoluzione vera al problema della vita: la morte. Però, per quello che sappiamo non possiamo e non dobbiamo arrenderci ad essa.

A Fabiano avremmo dovuto dire di avere fiducia e che anche stando su quel letto avrebbe potuto ancora scoprire tantissime meraviglie. Sì, e solo perché Cristo ci ha mostrato che il male non ha mai l'ultima parola. Ora, preghiamo per Fabiano, chiedendo a Dio che la sua anima non si sia dannata.

Ciò è quanto Don Antonio Surighi, parroco della parrocchia di Sant'Idelfonso a Milano, avrebbe dovuto ricordare a Fabiano e alla sua famiglia; e non fare semplicemente la cerimonia in memoria del ragazzo. Non basta una cerimonia per far riscoprire il senso della vita, ci vuole la presenza cristiana, sacerdotale e laica, ogni giorno e in tutti gli ambienti della vita umana. La nostra missione ci impedisce di stare fermi e di non intervenire quando il mondo diviene troppo buio. Il caso di dj Fabo ci renda vigili e ci sproni a non dimenticare chi ha bisogno. Saremo giudicati per ciò. Lo ricordiamo: “Tutto quello che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me”. (Matteo, 25,40).

https://labaionetta.blogspot.it/2017/03/suicidio-dat-legalizzazione.html

 

Islam e Occidente: i retroscena di un confronto millenario


di Alfredo Incollingo

Il 16 marzo presso il Museo di San Salvatore in Lauro, a Roma, si è tenuto il convegno d'approfondimento “Islam e Occidente: per finirla con lo scontro di civiltà”, organizzato dal giornalista Sebastiano Caputo, direttore de “L'Intellettuale Dissidente”. Il quotidiano telematico affronta da anni la questione dei rapporti tra oriente e occidente, cercando di smascherare i pregiudizi e le mistificazioni che avvolgono questo delicato tema. Ad apertura del convegno Caputo, che ha conosciuto in prima persona la situazione siriana, ha dichiarato lo scopo del convegno: parlare di Islam e dell'Occidente al di là della destra e della sinistra, al di là delle loro rispettive visioni del problema. Né la destra né la sinistra sono in grado di darci una ricostruzione generale e veritiera del millenario confronto tra il mondo musulmano e quello europeo, perché entrambi gli schieramenti si soffermano su determinati punti e problemi, tralasciando il resto. Accanto a Caputo, che ha introdotto i lavori del dibattimento, insieme all'editore Lorenzo Vitelli (Casa Editrice “Circolo Proudhon”), sono intervenuti lo storico Franco Cardini, Professore Emerito di Storia Medievale all'Università di Firenze, e il giornalista Alberto Negri, storico inviato del Sole 24 Ore in Medio Oriente e in Asia.

Il professor Cardini, medievalista italiano e fiorentino, ha affrontato in diversi studi il rapporto tra l'Islam e l'Occidente, sottolineando la complessità delle relazioni tra l'Europa e il mondo musulmano. Non si può parlare solo di conflitti, ha affermato, ma anche di momenti conviviali, di reciprocità culturale. I sostenitori dello “Scontro di civiltà” insistono sui conflitti sanguinosi, dimenticandosi delle influenze tecniche e culturali apportate dall'oriente nell'occidente, per esempio. Pensiamo al campo della filosofia e della scienza, sostiene Cardini, lo scibile greco, conservatosi in Persia o in Siria, venne tramandato in Europa dagli intellettuali musulmani durante le Crociate. Gli esempi di reciprocità tra oriente e occidente sono moltissimi così come non si devono dimenticare le guerre che li hanno opposti. Cardini insiste sulla necessità di sgombrare lo studio sul Medio Oriente da tutte le ideologie, che siano di sinistra o di destra, per poter comprendere ampiamente il problema. Ciò cui assistiamo oggi non ha come causa la religione, ma l'economia. Il post-capitalismo, la nostra economia finanziaria, con la globalizzazione cerca di imporre un controllo subdolo sulle nazioni arabe e il revanscismo islamico è la lotta esasperata di questi popoli contro un Occidente predatorio.

Alberto Negri, che ha vissuto per anni in Medio Oriente e sui principali teatri di guerra dell'ultimo decennio, ha narrato la storia delle relazioni tra occidente e oriente dalla seconda metà del novecento fino ai giorni nostri. Solo rifacendosi alla storia degli ultimi decenni, afferma il giornalista, è possibile comprendere gli sconvolgimenti attuali. Furono gli Stati Uniti ad armare i talebani durante l'occupazione sovietica dell'Afghanistan nel 1979. Quando gli americani desistettero dal portare guerra contro le altre nazioni miscredenti, costoro le si rivoltarono contro usando gli stessi fondi economici e le stessi strumenti da loro concessi. La politica estera americana è stata un totale fallimento, ritiene Negri: si sono sabotati governi legittimi, fino a rovesciarli, per imporre regimi sensibili alle strategie americane. Pensiamo alla Libia, all'Iraq o alla Siria, dove Assad resiste agli assalti dei “ribelli moderati” e alle pressioni internazionali. Che cosa ha prodotto tutto ciò? Il disordine che si vive nel Medio Oriente. Israele, gli Stati Uniti e la Turchia hanno giocato per imporre la propria presenza in quelle zone geografiche a scapito di nazioni che da secoli detengono una certa egemonia, come l'Iran o la Siria, afferma Negri. La Turchia in particolare ha sostenuto qualsiasi campagna di disinformazione e di sabotaggio dei governi occidentali contro i suoi rivali orientali per acquisire la supremazia. Gli occidentali, l'Unione Europea in particolare, applaudirono ai golpisti che nell'agosto scorso tentarono di rovesciare Erdogan. Il leader turco ha dovuto alla fine rivolgersi alla Russia di Putin che si è impegnata nella lotta al terrorismo sostenendo l'Iran e la Siria. Uno scacco matto per una nazione ha provato a vincere.

Cosa emerge da questi interventi? La religione, secondo Negri e Cardini, non è la causa principale dei conflitti mediorientali. I principali moventi del disordine politico e sociale sono l'economia e gli interessi egemonici. Come nel passato, così nel presente, lo scontro tra Europa e Medio Oriente ha una natura prettamente materiale e la religione è una sovrastruttura per giustificare le azioni più nefaste.

 

23 marzo 2017

San Turibio de Mogrovejo, un modello di vita

di Roberto de Albentiis

Il santo di oggi è europeo, spagnolo per la precisione, ma ha operato principalmente ed è infine morto nel Nuovo Mondo: stiamo parlando di San Turibio de Mogrovejo; la liturgia quaresimale ci fa concentrare prevalentemente sui sermoni e i miracoli di Gesù, e addirittura il santo odierno non è inserito nemmeno nel Messale, ma il suo nome è inserito comunque nel Martirologio, ed è enormemente venerato a livello popolare in America Latina, dove non è raro che i nuovi nati abbiano il suo nome, certo molto più diffuso a quelle latitudini che non da noi.
San Turibio nasce in Spagna, in una nobile famiglia, in un anno compreso tra 1536 e il 1538, e si dedicò allo studio del Diritto Civile e Canonico nelle migliori università iberiche, a Coimbra, Valladolid e Salamanca; professore universitario nella stessa Facoltà di Salamanca, divenne poi presidente del Tribunale di Granada, fin quando il Re Filippo II, per l'ottima fama di devozione mariana, rettitudine e di senso del dovere che lo circondava, lo mise a capo, pur essendo un laico, dell'Inquisizione di Granada e, poi, dell'intera Inquisizione spagnola.

Sia il Re che il Papa furono così bene impressionati da lui che lo nominarono concordemente Vescovo di Lima, nell'allora colonia spagnola del Perù; in poco tempo ricevette tutti gli ordini sacri e partì così alla volta della Nuova Spagna.
Con grande energia, e con l'ancor più grande esempio personale, estirpò gli abusi dei colonizzatori, che i sacerdoti rilassati, contro anche i quali combattè, non osavano riprendere; moralizzò i costumi, promosse la riforma del clero, cercò di agire in concordia con le autorità coloniali, che provò, senza riuscirci, ad indirizzare verso miti consigli, e si prodigò nell'evangelizzazione degli indigeni (di cui volle imparare la lingua e nel cui idioma tradusse catechismi e preghiere) e nella loro elevazione e protezione morale e materiale.

Intraprese tre visite pastorali nel vastissimo territorio diocesano, convocò concili e sinodi provinciali, fondò centinaia di parrocchie, installò una tipografia che produsse i primi libri stampati dell'America del Sud, fondò il primo seminario dedicato alla formazione del clero nativo; prodigo verso i poveri (cui regalava i suoi stessi vestiti), dedicava numerose ore alla preghiera, alla meditazione, alla penitenza e alla spiritualità. San Turibio visse in un contesto storico e politico fortemente diverso dal nostro, per certi versi, però, migliore, con una Chiesa comunque sicura della sua missione civilizzatrice e soprattutto evangelizzatrice e un’autorità politica, almeno formalmente, desiderosa di porsi al Suo servizio, e davanti al pessimo esempio di Vescovi pavidi e tiepidi, San Turibio ci affascina e ci interpella; soprattutto, ci fornisce alcune utili lezioni, importanti certo in qualsiasi giorno dell’anno ma soprattutto ora che stiamo vivendo il tempo della Grande Quaresima.

La prima, la devozione mariana: in una Chiesa, come quella di oggi, che scoraggia la devozione mariana per andare dietro le sirene protestanti e secolari, diventa tanto più urgente riscoprire questo tratto così bello e così autenticamene cattolico; del resto, da chi potremmo imparare ad amare meglio Gesù, se non dalla Sua eccellentissima Madre? A maggior ragione, poi, quest’anno, primo centenario delle apparizioni di Fatima, il cui appello di conversione e penitenza è ancora più urgente oggi rispetto a quella lontana primavera del 1917.

La seconda, l’osservanza dei propri doveri di stato: San Turibio, prima da laico e poi da uomo di Chiesa, si santificò osservando scrupolosamente i suoi doveri di stato, di professore, di giudice e infine di sacerdote e Vescovo, anzi, venne scelto come giudice inquisitoriale e poi come Vescovo proprio per la sua pietà e la sua dedizione eroicamente vissute da laico! Non è gradita a Dio la nostra preghiera se prima non ci santifichiamo, nell’obbedienza e nell’umiltà, nei nostri doveri di stato e di ufficio, e allora, proprio in questo clima quaresimale, e in un tempo che parla sempre insistentemente di diritti, riscopriamo i nostri doveri di stato, e con l’aiuto di Dio e l’intercessione di San Turibio adempiamoli!

La terza: il legame tra carità e verità. In un tempo in cui per essere davvero caritatevoli (o misericordiosi) pare che bisogna mettere da parte l’annuncio della verità, tanto che la Chiesa sta seriamente correndo il rischio di diventare una ONG o una loggia massonica, con una bontà e una mera filantropia che nulla hanno a che vedere con la reale carità cristiana, San Turibio ci dimostra concretamente che tale distinzione è fallace: San Turibio, il fermo giudice inquisitore, che agiva contro gli eretici protestanti, protestantizzati o giudaizzanti, era lo stesso che dava ai poveri, prima spagnoli e poi indios, le sue scarpe, i suoi vestiti, il suo cibo, i suoi soldi. La contrapposizione tra carità, verità, misericordia e giustizia è falsissima, figlia dei nemici della Chiesa, e come tale da respingere.

La quarta: in un periodo in cui sono tornate di moda tesi interculturali, che riducono l’annuncio evangelico alle mere condizioni storiche, soprattutto quando ci si approccia ai mondi indigeni e animisti, San Turibio, con il suo esempio pratico (volle imparare tutte le lingue indigene della sua vasta diocesi!), ci dimostra che un’altra finta contrapposizione, tra l’annuncio missionario e il rispetto della cultura indigena, è falsa: tutte le anime da lui convertite, battezzate e cresimate, comunicate, quindi salvate, dimostra ciò. E noi, come singoli e come Chiesa tutta, siamo animati dallo stesso zelo missionario, o abbiamo svenduto la missione, anzi, di missione non sappiamo proprio niente?
 

Londra, il terrore e le verità che dobbiamo raccontarci


di Giuliano Guzzo

Ancora la stessa storia, purtroppo. Sempre un attentato, sempre modalità jihadiste, sempre una falla nella gestione della sicurezza. L’attentato di Londra in sostanza si presenta così, come un copione già visto, come l’ennesima ferita ad un Occidente bendato, che si ostina a non capire. Ricordate? Ci avevano spiegato – incensando Sadiq Aman Khan, il primo cittadino londinese mussulmano e figlio membro di immigrati pakistani – che in fondo l’integrazione è possibile, che è ora di smetterla con l’islamofobia e che il terrorismo con la religione c’entra zero.

Peccato che ora, quella ostinata che risponde al nome di realtà, ci abbia presentato ieri pomeriggio il caso una vettura-ariete e un’arma da taglio, tipico modus operandi jihadista. L’identità dell’attentatore, non è ancora nota, ma oltre alle modalità della sua azione – e alla sua data, che riporta alla memoria gli attentati di Bruxelles -, che hanno subito fatto parlare le autorità di atto terroristico, fanno molto pensare, forse più del fatto stesso, le pagine social di Al Jaazera inondante di apprezzamenti, commenti festosi e Allahu Akbar. Questi, dunque, i fatti. E davanti ai fatti, si sa, le chiacchiere stanno a zero.

D’altra parte, la connessione tra fondamentalismo islamico e terrorismo, a livello planetario, è oggettivamente fuori discussione. Basti ricordare che, dai dati più aggiornati a livello globale, quelli del 2015, sappiamo come le tre realtà maggiori del terrorismo mondiale siano tutte, indovinate, di chiara matrice islamista. Si tratta infatti dell’Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL) – con 6.050 vittime -, di Boko Haram – con 5.450 vittime – e dei Talebani, con 4.512 vittime, (cfr. Annex of Statistical Information, Country Reports on Terrorism, 2016, p. 13). Ora, tutto questo qualcosa vorrà pur dire, no?

Oppure vogliamo continuare a far finta di nulla, raccontandoci che il problema del terrorismo sono i trafficanti di armi oppure la scarsa integrazione, tesi ridicola già dall’11 settembre, che ebbe come regista l’egiziano Mohammad Atta, uno che prima di sfracellarsi contro le Torri Gemelle di Manhattan conseguì, col massimo dei voti fra l’altro, un dottorato di ricerca in architettura all’università di Amburgo. Credo che molto, anzi moltissimo del radicarsi del fenomeno terroristico origini da questo: dall’incapacità, molto banalmente, di dirci la verità; o meglio, dall’ostinazione nel nasconderla.

Iniziassimo da questo, ammettendo tutti un legame tra settori del mondo mussulmano e cellule terroristiche, faremmo già un passo avanti. Esattamente come un progresso significativo sarebbe quello di riconoscere – senza temere ridicole accuse di razzismo – che l’immigrazione non è sempre un’opportunità, anzi, e che sull’apertura di moschee e centri islamici nessuna chiusura deve considerarsi aprioristica, a patto però che si stabilisca perfettamente chi vi predicherà, in quale lingua specificando che la galera è assicurata, per molti anni, per chi incita all’odio.

Poi è chiaro che il reclutamento dei “lupi solitari”, ormai, può avvenire anche su internet, indipendentemente dalla presenza territoriale di una rete terroristica organizzata. Tuttavia sarebbe terribilmente ingenuo – per quanto sull’attentato di Londra moltissimo debba ancora essere chiarito – non cogliere il legame che troppo spesso intercorre fra certi ambienti e quei processi di radicalizzazione che possono, nel giro di non molto tempo, portare all’esecuzione di assalti ed attentati, se non di vere e proprie stragi.

Dico questo, sia chiaro, non per soffiare populisticamente sul fuoco, ma perché più rimandiamo l’appuntamento con la realtà e più, inevitabilmente, il conto all’apertura degli occhi sarà salato e insanguinato. Preciso anche, per concludere, che il terrorismo islamico e più in generale l’odio contro l’Occidente che questo esprime è in primo luogo conseguenza non di una società non che non ama, ma che non si ama; che non apprezza la propria storia, che quasi si vergogna delle proprie radici, che non prega. La nostra vulnerabilità è infatti, in definitiva, riflesso di una fragilità spirituale prima che identitaria. E quando lo capiremo, sarà senza dubbio un gran giorno.

https://giulianoguzzo.com/2017/03/23/londra-il-terrore-e-le-verita-che-dobbiamo-raccontarci/

 

22 marzo 2017

Il telescopio di Padre Ephrem

(O RETORICHE FRA ALIENI E PROTESTANTI)

«Noi che abbiamo per amica la verità e i dogmi della verità, non seguiremo affatto gli eretici, ma calcando le vestigia della fede lasciataci dai santi padri, custodiremo contro tutti gli errori il deposito della divina rivelazione». (In Ioann., 1. X - San Cirillo di Alessadria)

di Matteo Donadoni

Forse qualcuno più preparato del sottoscritto si ricorda quali sono le leggi dell’argomentazione probabile. Queste vengono studiate dalla topica e applicate dalla retorica. La retorica è quella parte della logica che cerca di argomentare in modo persuasivo sui contenuti (solo) probabili.
Contenuti probabili, perché in retorica non si fa una dimostrazione vera e propria, ma, nei vari piani di abilità pratica, dal professionismo delle aule giudiziarie al linguaggio spiccio del bar, essa è il meccanismo usuale con cui noi accettiamo abitualmente ciò che è vero o ciò che è falso, indipendentemente dalle dimostrazioni. A ben vedere, sono ben poche le affermazioni rigorose che ci capita di sentire o di esprimere. Per quanto possa non piacere, viviamo immersi nella retorica, se non addirittura nelle fallacie sofistiche, più di quanto non crediamo. Inutile lamentarsi delle fake news. Il mondo moderno sarà sempre pronto a cercare di convincervi che un normalissimo cimitero di un orfanotrofio irlandese non sia altro che una fossa comune celante non si sa quali orribili delitti. La verità è che siamo tutti collocati in una situazione di ordine persuasivo. Non è un male in sé, ma occorre attenzione.

Ad esempio, una mattina di fine inverno, ben prima dei festeggiamenti per San Patrizio, potreste svegliarvi con la notizia di rilevanza mondiale secondo la quale il telescopio “Cosoweltanmarzius”, alla radice quadrata del venticinquesimo di unmilionequattromilaseialfa fratto radice di zenzero alla quattordicesima potenza, ha visto il Big Bang! Mah. Notizia verificabile? Chi ha guardato nel telescopio? E se il costruttore della lente avesse sbagliato? Non è dimostrato. Infatti le dimostrazioni incontrovertibili sono pochissime. Il resto è demandato all’autorità, dobbiamo credere all’auctoritas del guardone. Perché siamo tutti collocati in una situazione di ordine persuasivo. Nell’ordine persuasivo, dice Aristotele, conta molto ciò che viene detto, ma conta di più chi lo dice, a chi lo dice e come lo dice. Nella situazioni di persuasione si studiano gli argomenti dal punto di vista retorico, non sono dimostrazioni scientifiche.

Dunque, ci hanno presto edotti che nel sistema solare Trappist-1, a ben 39 anni luce da noi (quantità matematica non concepibile da un uomo comune) ci sono ben sei pianeti potenzialmente simili al nostro, ma lo hanno fatto premurandosi di mostrarci immagini a colori contenenti pianeti visibilmente coperti da oceani, ventilando la possibilità che vi sia vita extraterrestre, che poi in realtà è il vero scopo della loro ricerca. Ovvero la definitiva defenestrazione universale della Terra come centralità assiologia cosmica. Tutto ciò in base alla distanza dalla stella nana in rapporto alla massa del corpo celeste dato. Ora, è evidente che l’immagine è stata elaborata al computer, oltretutto come si fa da un’immagine elaborata ex post a sapere di cosa è composta l’atmosfera di quei pianeti? Certo, se esistessero forme di vita biologicamente funzionanti in un’atmosfera satura di metano sarebbe il loro trionfo ecospaziale. Ciò non di meno il fatto non ha impedito a chiunque di parlarne per giorni, ovviamente sull’onda emotiva. Fosse vero, pazienza.

Esistono tuttavia situazioni ben più gravi ed urgenti per noi, come l’intercomunione con i luterani ad esempio. Basterebbe verificare un attimo cosa ha detto il fondatore della setta luterana, la quale, non avendo un Ordine sacro, tecnicamente non si può nemmeno definire chiesa, oppure verificare in cosa essi credano o, soprattutto, in cosa non credano per sapere immediate che non è possibile nessuna intercomunione.
Certo, mi devo fidare dell’auctoritas dei libri, o a volte di chi pubblica in internet, o di wikipedia. Come in genere, se vado dal medico per un medicinale, mi fido della sua autorità medica, e in genere, devo dire, me la cavo.

E l’autorità religiosa? La gerarchia cattolica vorrebbe persuaderci che l’intercomunione con i luterani sia cosa buona, contando sul fatto che il sentimentalismo imperante, fondato sull’ignoranza, abbia talmente offuscato le nostre menti (onda emotiva) da farci accettare le peggiori novità teologiche. Peccato che, come detto, il cosiddetto “ministero” esercitato nelle comunità protestanti da cosiddetti “pastori” non ordinati da nessuna autorità proveniente dalla successione apostolica, non abbia alcun valore sacramentale. Dato che questi signori sono de facto semplici laici, la loro cosiddetta “Cena” non è una Messa, e in quel rito non avviene assolutamente nulla di soprannaturale, si può agilmente inferire che un'eventuale “concelebrazione” tra ministri di queste diverse confessioni è non solo una impostura teologica, ma anche, come ha intuito don Elia, qualcosa di impossibile a livello logico e metafisico. Perché, a causa delle intenzioni di una parte concelebrante, che non vuole fare ciò che la Chiesa vuole, avverrebbe e insieme, allo stesso tempo e sotto lo stesso aspetto, non avverrebbe la Transubstanziazione. Dunque, questo processo io lo chiamo sacrilegio.

D’altra parte, dovrei essere persuaso dall’omelia di un pastore come quello incardinato nella mia ex parrocchia cattolica (ora non saprei come definirla), in cui, come dicono, si sosteneva la non veridicità sostanziale dell’episodio dei quaranta giorni di digiuno di Gesù nel deserto? Certamente no. Mi ricordo benissimo invece la spiegazione che ne fece qualche anno fa il mio amico padre Ephrem, profugo siriano ospite in casa di mio padre: Gesù soffrì la fame per quaranta giorni per la sua natura umana, ma non poté morirne, in forza della sua natura divina. L'argomento, unitamente alla testimonianza diretta, permette di confutare anche l’affermazione che trovate riguardo alla Chiesa Ortodossa Siriaca (per la verità scismatica, ma che accetta il primato d’onore di Pietro) su wikipedia, dove si sostiene erroneamente sia una chiesa monofisita. Pare che a Calcedonia vi fu un equivoco linguistico.

Il padre è uno dei monaci del monastero di sant'Ephrem fuggiti dalla Siria, ad oggi è l’unico rifugiato mai ospitato nella mia parrocchia, che al netto di tanta retorica clericale immigrazionista, a famiglie sta a 0ⁿ. Ora vive in Svezia, vicino Göteborg, prima città islamica del paese, dove, nonostante problemi cardiaci, ha dovuto costruire da solo e dal nulla una comunità religiosa costituita da profughi della Siria e dell’Iraq. Ma ha il telescopio della fede padre Ephrem, vede lontano, si occupa di 240 famiglie, cui fa personalmente visita a turno ogni giovedì. Ha formato un coro per accompagnare la liturgia, che per gli ortodossi è importante, e non utilizza l'antica anafora di Addai e Mari, propria della sua tradizione, e che si vorrebbe inserire nel canone della Messa cattolica al fine di creare anfibologie liturgiche. Circondato da mussulmani aggressivi e luterani che tengono più che altro ad apparire teneri ed accoglienti, per dimostrare quanto sia migliore e umana la loro setta e così convertirli, addirittura sta costruendo una chiesa. Non sono per nulla persuaso che cercare l'unificazione con chi si è separato in modo violento teologicamente e sanguinario politicamente sia un'idea intelligente. Noi cattolici dovremmo prima cercare di sanare i pochi problemi politici con gli ortodossi, altrimenti, per non cedere qualche privilegio ecclesiastico, finiremo per tenercelo e, in cambio, per cedere il bene più prezioso che abbiamo, la Messa.
 

21 marzo 2017

I «Paesi più felici» del mondo? Tanti suicidi, violenza sulle donne e alcolismo


di Giuliano Guzzo

Ieri era la Giornata della Felicità e col World Happiness Report, pubblicato alle Nazioni Unite, si sono voluti indicare al mondo i «Paesi più felici», gli esempi, quelli da prendere a modello. La classifica della felicità internazionale, elaborata sulla base di fattori quali diseguaglianze, trasparenza della pubblica amministrazione e politiche sociali, ha visto prevalere la Norvegia sulla Danimarca, che invece lo scorso anno primeggiava. Lontana, solo quarantanovesima, l’Italia. Per fortuna, viene da aggiungere. Sì perché, dovete sapere, vi sono lati oscuri dei Paesi più felici – Norvegia e Danimarca, soprattutto – stranamente non considerati alle Nazioni Unite. Quali?

I suicidi per esempio. Il tasso di suicidio, espressione del numero annuo, ogni 100.000 abitanti, di persone che la fanno finita ogni, vede le progreditissime Norvegia (11.9) e la Danimarca (11,3) distanziare alla grande la nostra Italia (6,7). Un male? Non si direbbe. Allo stesso modo non si capisce cosa abbia l’Italia da imparare dalla Norvegia, dato che da noi la percentuale di donne che ha subito stupri o tentati stupri è del 5,4%, mentre nel Paese più felice del mondo il 10% della popolazione femminile ha subito uno stupro almeno una volta nella vita e appena l’11% delle vittime lo denuncia (cfr. NKVTS – Vold og voldtekt i Norge En nasjonal forekomststudie av vold i et livsløpsperspektiv – 2014).

Anche in Danimarca, fino allo scorso anno primatista della felicità mondiale come si diceva poc’anzi, v’è poco da stare allegri se si pensa che al 52% donne che racconta d’avere subìto violenza fisica o sessuale dall’età dei 15 anni, mentre quella stessa percentuale nella retrograda Italia è del 27% (cfr. Violence against women: an EU-wide survey, © European Union Agency for Fundamental Rights – 2014). Non solo: nella felicissima Danimarca, pare si alzi non poco il gomito, dato che il consumo alcolico pro capite è mediamente pari a 11.4 litri, ben più della Norvegia (7.7) e naturalmente dell’arretratissima Italia (6.7) (cfr. Global status report on alcohol and health, © World Health Organization – 2014).

Ora, con le comparazioni si potrebbe continuare, non fosse già chiaro che i due Paesi «più felici al mondo», Norvegia e Danimarca, al di là di una pubblica amministrazione trasparente e di politiche sociali, hanno maree di problemi su aspetti in cui nostro Paese, pur coi guai che ha, pare messo assai meglio. Ma qui il punto, chiaramente, non è insinuare che l’Italia sia il Paradiso (non lo è affatto, purtroppo), ma più che altro quello della singolarità di valutazioni che trasformano Paesi con tassi di suicidio non bassi, enorme diffusione di violenza sessuale e consumi di alcolici non esemplari come dei modelli internazionali. Non sarebbe il caso di stilare classifiche più prudenti? Sempre che alle Nazioni Unite non tifino per un mondo babelico: in quel caso va tutto bene, si fa per dire.

https://giulianoguzzo.com/2017/03/21/i-paesi-piu-felici-del-mondo-tanti-suicidi-violenza-sulle-donne-e-alcolismo/

 

"Politica" di Chesterton, con prefazione di Paolo Gulisano



La neonata casa editrice Nuova Europa sta pubblicando "Politica", di Gilbert K. Chesterton, un testo molto interessante, impreziosito per l'occasione da una prefazione di Paolo Gulisano. Pubblichiamo sinossi e sommario.

Il libro mette insieme una serie di inediti chestertoniani su politica e società di un’attualità sconcertante. Attraverso queste pagine è possibile tracciare il profilo di un Chesterton politico che troppo spesso è stato dimenticato, sostituito invece da uno completamente appiattito all’ambito letterario e alle opere di carattere morale. Eppure il Chesterton letterato era il volto artistico di un fine osservatore sociale e di un acuto critico politico. È con questo volume che si cerca di ridonare tridimensionalità storica e profondità filosofica al pensiero di Chesterton, dimostrandone la correttezza e la preveggenza delle sue prese di posizione.

Questo volume presenta dunque la raccolta di articoli politici di Chesterton, scritti nell’arco dei primi trent’anni del secolo scorso, in cui egli tratta di società, politica interna e internazionale, teoria politica e filosofia, e dimostra come la “trappola della logomachia”, ovvero l’inadeguatezza del frasario politico liberale, abbia circoscritto il conflitto e disinnescato le possibilità di rivolta, riconducendo ogni narrazione politica (democrazia, repubblicanesimo, conservatorismo, socialismo…) ad una sua parodia. Li accompagnano un’introduzione di Paolo Gulisano, dove si sottolineano le tematiche comunitariste in Chesterton, e un saggio in appendice di Orazio Maria Gnerre, in cui si quantifica distintamente l’adesione dello scrittore inglese al percorso storico di autocoscienza comunitarista e l’attualità indiscussa del suo pensiero.

Indice

Prefazione di Paolo Gulisano

1 Lo stato del mondo
2 La congiura del giornalismo
3 Il carattere poetico nel liberalismo
4 Perché non sono un socialista
5 Che cos’è un conservatore?
6 Un saluto all’ultimo socialista
7 Il collasso del socialismo
8 L’abbaglio inglese riguardo alla Russia
9 Il disegno di una nuova guerra
10 Germania e Alsazia Lorena
11 La vera diplomazia segreta
12 La vera accusa contro il bolscevismo
13 Il repubblicano tra le rovine
14 L’irritante internazionale
15 Sulla morale americana
16 La difesa dell’Occidente
17 La fine dei contemporanei
18 Sesso e proprietà
19 La persecuzione dell’uomo comune
20 La questione contro la corruzione

Chesterton e il comunitarismo, di Orazio Maria Gnerre

Indice dei personaggi storici citati, a cura di Camilla Scarpa
 

20 marzo 2017

Il Riassunto del Lunedì. Pesciolini


di Francesco Filipazzi 

Presentato il libro a Roma. Il weekend ha visto andare in onda la presentazione di "Pensieri Controrivoluzionari" in quel di Roma. Un bel successo di pubblico. Anche questa volta abbiamo conosciuto i nostri lettori affezionati. Grazie a Toni Brandi e a Pro Vita per la partecipazione.

Dubia sugli anonimi. Socci muove giustamente dei dubbi su alcune manifestazioni di dissenso alla linea papale, recentemente apparse sul web. In particolare ci soffermiamo su un riferimento ai "blog anonimi". Il riferimento è molto probabilmente ad "Anonimi della Croce" che si diletta nel pubblicare rumors piuttosto forti. Anche noi ci associamo alla perplessità.  Un sito nato da neanche 3 mesi, con centinaia di migliaia di visite, che condivide rumors sulle future mosse liturgiche, può passare inosservato ad una Curia attentissima? É possibile che questi sappiano di una riforma liturgica di cui neanche i cardinali sono informati? E il fantomatico Fra Cristoforo invece sì? L'operazione inizia a puzzare, insomma.

Avvenire le spara grosse. Ancora... A quanto pare il giornale dei vescovi ha perso il senso del ridicolo. Mentre l'andazzo sembra elargire misericordia e perdono a chicchessia, l'unico peccato rimasto grave per il clero d'alto bordo e i loro emissari rimane "il populismo". L'esultanza scomposta di Avvenire per la sconfitta di Wilders in Olanda (che poi sconfitta vera non è) rimarrà negli annali delle figure di palta, ormai quotidiane, di un foglio che si sostenta solo grazie ai contributi pubblici. Aridatece Dino Boffo!

La De Mari alla gogna. Silvana De Mari, la scrittrice fantasy più importante d'Italia, è ancora nell'occhio del ciclone per le sue dichiarazioni riguardo l'omosessualità. Sostanzialmente, mesi fa la dottoressa ha spiegato, con linguaggio piuttosto esplicito, quali problematiche sanitarie si portano dietro le pratiche omosessuali. Dichiarazione sostenute dal fatto che la stessa De Mari è un medico che spesso si occupa proprio di queste situazioni: ovviamente la dottoressa non poteva rimanere impunita ed è stata denunciata. Dalla gravità delle grane giudiziarie che colpiranno la De Mari capiremo il grado di libertà dell'Italia odierna.

Lo Spirito del Concilio. Uno dei teologi di riferimento del Concilio, Gregory Baum, prete spretato, responsabile tra l'altro della stesura di Nostra Aetate, uno dei testi più problematici, oltre che della resistenza ad Humanae Vitae, si è dichiarato gay a 93 anni. L'infingardo ha spiegato di praticare l'omosessualità sin da quando aveva 40 anni ma di non averlo detto, poiché voleva rimanere nella Chiesa a diffondere le sue dottrine velenose. Praticamente, Humanae Vitae non gli piaceva poiché lui stesso portava avanti una condotta immorale. Se questa è l'onestà con cui i documenti conciliari sono stati scritti, stiamo freschi. D'altronde anche l'altro maggiorente dei disastri conciliari e post conciliari, Karl Rahner, aveva una relazione (platonica?) con una donna, che lo chiamava pesciolino. Probabilmente non si riferiva al celebre acrostico utilizzato dai primi cristiani.

 

Moonlight: L’Oscar e lo Scuro. La storia, non a lieto fine, di un buon film...


di labaionetta

Moonlight è un prodotto di riconosciuti meriti ma quell’oscar puzza e lo fa puzzare. Eccovi la spiegazione.

Ci sono premiazioni che, come suggerisce il termine stesso del termine, “premiano” le qualità di un determinato lavoro, opera, così che si arrivi a un riconoscimento meritato; poi però ci sono anche delle premiazioni che paradossalmente sono delle vere e proprie pugnalate: macigni che devi portare e di cui soprattutto devi esserne all'altezza. Perché? Perché ciò che spesso caratterizza un premio è, oltre all'ambito su cui si focalizza, il suo prestigio, quella fama che lo ha sempre circondato. Se poi il premio in questione è un Oscar, e peggio ancora è quello per “il miglior film”, questo vuol dire che ti sei preso un bel “fardello” tolkieniano che peserà sul giudizio del tuo lavoro nel corso degli anni a venire. La seconda situazione accade spesso e volentieri quando ti danno il merito per qualcosa che infondo non sei riuscito a fare: quando il risultato di un determinato lavoro (in questo ci riferiamo ai film, visto che parliamo di Oscar) è ben lontano dal valore effettivo di quel premio.

Questa è, detta così in sintesi, la storia di Moonlight. Per precisare, non la sua storia come trama di un film, ma intesa come un percorso, rapidissimo, che lo ha visto consacrato a un oscar che proprio non meritava o, per meglio dire, non era proprio il suo ambito. Ma andiamo per gradi...

Tanto per cominciare, va tenuto a chiarire che la pellicola di Barry Jenkins ha una sua qualità, con pregi notevoli e lavoro meticoloso, soprattutto sulla scenografia e il montaggio (che sono stati in questo caso “giustamente” premiati con l’oscar anche questi); gli interpreti sono pochi ma decisamente buoni, anche perché devono sostenere dei ruoli che nonostante le apparenze non sono molto facili.

La trama è molto semplice ed è divisa in tre sequenze (come accade nell’originale opera teatrale a cui il film si rifà) che narrano la vita del protagonista durante l’infanzia, l’adolescenza e infine l’età adulta: Chiron, soprannominato “Piccolo”, è un bambino afroamericano spesso bersaglio delle angherie dei bulli del quartiere e sopporta oltretutto la noncuranza della madre, Paula, una donna alcolizzata e tossicodipendente. Viene accolto a un certo punto dallo spacciatore Juan e dalla moglie Teresa che lo trattano come se fosse un loro figlio; tuttavia il bambino non riuscirà mai ad aprirsi fino infondo con loro. Nell’adolescenza (II° atto), Chiron sentirà ancora di più amplificati i suoi problemi, a cui si aggiunge anche la questione di una sua presunta omosessualità (già affibbiatagli durante l’infanzia …)che crea ancora più distanza tra lui e i suoi compagni. Juan è morto (non viene specificato come) e Teresa, nonostante le amorevoli attenzioni che ha per lui, non riesce ad avere ancora confidenza da parte del ragazzo. Chiron tuttavia trova un iniziale conforto nel rapporto amore/amicizia con un suo amico di infanzia, Kevin, che però lo tradirà per non perdere la stima dei bulli della scuola. Picchiato a sangue proprio da Kevin, Chiron sfogherà la sua rabbia repressa contro uno dei compagni di classe che lo maltrattava colpendolo con una sedia.  Si arriva poi all’atto finale: ora Chiron è un muscolosissimo spacciatore, tatuato con denti d’oro finti e pistola che vive ad Atlanta. In questa occasione troverà la possibilità di confrontarsi con la madre e con il vecchio amico Kevin. Finale a sorpresa...

Una storia in parte già vista, contornata da quelli che poi sono i luoghi comuni dell’America underground con i suoi uomini afroamericani tosti e nerboruti, i bulli di quartiere, le madri in crisi e la discriminazione per chi è diverso, il desiderio di uscire da una realtà segnata da violenza e dolore. Un minestrone bello pieno e già visto (citiamo solo “8 Mile” di Eminem; le situazioni sono più o meno le stesse). Inoltre la narrazione è un vero e proprio nodo: da un lato si apprezza la sobrietà con cui vengono affrontate le vicende del protagonista, ma spesso è anche troppo fredda e distaccata, e questo può creare anche fastidio. Si apprezza in parte però proprio come questa sobrietà riesca a dipingere con molto realismo alcune delle tematiche legate: ad esempio la questione dell’omosessualità di Chiron non viene romanzata, e vale così anche per quello che concerne il rapporto con Kevin (è uno dei grandi pregi del film quello di non essere un banale “Love Wins”). Restano però irrisolte alcune questioni della vicenda (questo dovuto in parte proprio all’opera teatrale originale)molto importanti, in modo da dare spazio ad una chiarezza necessaria proprio per lo sviluppo dei fatti: la morte di un personaggio molto importante come Juan rimane un mistero; l’amicizia tra Chiron e Kevin negli anni dell’infanzia, rappresentata solo in qualche breve flashback non particolarmente esplicativo; il percorso con cui il protagonista prende coscienza della sua omosessualità, visto che se è vero che è descritta da un lato in modo sincero dal punto di vista dei sentimenti dall’altro pecca di spazi vuoti che non la chiarificano fino in fondo (si potrebbe arrivare benissimo alla fine del film pensando che questa, l’omosessualità, fosse solo un pretesto degli aggressori di Chiron, una delle tante prese in giro). Invece è bellissimo il messaggio che il film vuole trasmettere, cosa che gli riesce abbastanza bene: ci racconta di un personaggio che sin dalla sua tenera età tiene dentro di sé la durezza di chi da solo vuole sopportare e portare i pesi che la vita chiede, ma che ha già dentro il seme di chi vuole semplicemente abbandonarsi all’abbraccio di qualcuno che sappia semplicemente volergli bene; la lotta tra queste due pulsioni si snoda attraverso la maggior parte delle scene per vedere poi proprio Chiron abbandonarsi alla seconda. È affascinante vederlo vulnerabile e desideroso proprio quando è adulto: i suoi muscoli, la sua enorme stazza e l’aria da violento sono il risultato dei dolori mai superati e della rabbia esplosa, ma queste tuttavia non riescono possederlo totalmente, e si ritrova così pronto a lasciarsi andare in un abbraccio finale.

Di pregevole fattura sono le interpretazioni degli attori: bravissimo Mahershala Ali nel ruolo di Juan perché riesce proprio a trasmettere quel senso di paternità che voleva trasmettere il suo personaggio a Chiron, vince infatti un meritato oscar come “migliore attore non protagonista”; molto bravo è anche Trevante Rhodes a cui tocca la parte più importante del film, cioè l’età adulta del protagonista: sa esprimere bene le due nature di Chiron nella fase finale.

Insomma è un film che ha tanto da dire, nel bene e nel male, e sicuramente non può essere annoverato come uno dei tanti, anche quando sbaglia qualcosa, perché tiene la capacità di saper esprimere bene le sue idee intrinseche. Però quell’oscar...!!

Alla fine è proprio l’oscar ciò che lo “rovina” nel vero senso del termine. Perché Moonlight la stazza del miglior film proprio non la ha: gli manca quel qualcosa in più, quel tocco di classe che invece tengono capolavori come La La Land, Manchester by the Sea o il cruento  La Battaglia di Hacksaw Ridge del grande Mel Gibson. Moonlight manca di quella forza comunicativa che fa da spartiacque tra un buon film e un capolavoro: come è stato detto prima, le sue idee le sa trasmettere e lo fa anche molto bene, ma riesce a trasmettere solo quelle e nulla di più; ed inoltre quando potrebbe toccare picchi di potenza espressiva si accontenta della sua narrazione senza prendersi carico dei rischi che il pubblico spesso ti chiede (cosa che invece sa fare Manchester by the Sea, ma di lui ne parleremo un’altra volta...).

E allora l’oscar perché? Ed ecco il triste epilogo: una storia che parla di un ragazzo povero, afroamericano e omosessuale sono un  banchetto prelibato per un’Accademy che, nell’era del cattivo Trump, non può fare a meno di essere troppo, schifosamente “politicamente corretta”. Dopo le accuse di assenza di persone di colore negli oscar precedenti, bisognava dare la dimostrazione (ancora...!?) di essere un popolo migliore ed il migliore di tutti. Gli americani, come la Accademy degli oscar, non possono essere razzisti, omofobi e borghesi. È un imperativo categorico, soprattutto ora che c’è Trump! Ma chissà perché c’è lui...

Così viene però alla fine, e verrà così negli anni, ricordato Moonlight: un film che ha vinto l’oscar come miglior film non per le sue doti,  non per il personaggio meraviglioso di Chiron, ma perché l’America deve restare il paese dei più buoni e dei più tolleranti.

Speriamo che la medesima sorte non tocchi a “La Bella e La Bestia” di Emma Watson...

https://labaionetta.blogspot.it/2017/03/cinematografo-dellalpino-moonlight.html

 

19 marzo 2017

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: Carità, Sassoni e “mignotte” (Parte XXXIV)


di Alfredo Incollingo

Il cristianesimo è stata una rivoluzione, la più grande per Benedetto Croce. Questo stravolgimento della storia non è avvenuto con le armi o cavalcando ideologie disumane, ma nel segno della carità e della fratellanza. Fede, speranza e carità sono i tre presupposti della rivoluzione cristiana e i Vangeli fanno della Parola di Dio la sostanza di questa cambiamento. Non furono semplici parole, ma “verbi incarnati” nella persona di Gesù, quindi non erano e non sono concetti astratti, ma vivi e carnali.
La predicazione e i miracoli di Cristo sono “exempla”, moniti ai suoi apostoli e a quanti lo seguivano affinché accogliessero con fede (e con le opere) la Parola di Dio.

La Chiesa Cattolica nacque all'insegna della carità: quale corpo manifesto di Cristo agì in suo nome, costruendo il più vasto e efficacie “Stato sociale” della storia. Si trattava di una rete di conventi, ospizi, ospedali e case d'accoglienza che davano aiuto e ristoro ai poveri e ai derelitti. Mentre le società pagane avevano ignorato un sentore di fratellanza e di carità, con la civiltà cristiana si afferma il valore sacro del mutuo soccorso sociale, la necessità di alleviare (e non annullare) le piaghe dell'umanità: con grande realismo si cercava di arginare la miseria dove tendeva a manifestarsi.

Fu così che nel 1198 iniziò a Roma la costruzione di un primo ospedale della storia europea, il Santo Spirito in Sassia, nel Borgo di Santo Spirito, tra il Tevere e il Vaticano. Al suo interno per secoli furono ricoverati infermi, malati e furono ospitati gli orfani che le donne romane lasciavano in affidamento. Il termine romanesco “mignotta” deriva dalla definizione “mater ignota” (madre ignota) che indicava i piccoli ospiti senza famiglia.

La nascita del Santo Spirito in Sassia, il primo di una rete di ospedali dedicati alla Terza Persona della Trinità, fu possibile per diretto interessamento di papa Innocenzo III e del frate Guido di Montpellier. Lo stesso anno di fondazione del nosocomio il papa aveva approvato l'Ordine di Santo Spirito, inaugurato dal religioso francese nella sua città natale, che si occupava in Francia, in Italia e nel resto dell'Europa di portare soccorso agli ultimi. Montpellier guidò per tutta la sua vita questa straordinaria macchina caritativa, non equiparabile alle moderne Ong: il personale, per esempio, era costituito non solo da medici ma anche da infermieri che aveva scelto di dedicarsi interamente alla cura dei malati. Non si trattava di moderni stipendiati, ma di missionari. Allo stesso modo le Suore del Santo Spirito si occupavano di accogliere gli infanti che in anonimato le donne romane lasciavano in ospedale. Oppure tramite una ruota girevole esterna, la Ruota degli Esposti, era possibile lasciare inosservati il figlio non voluto. Si poneva il neonato al suo interno e la si girava: una volta dentro l'edificio le suore recuperavano il bambino in fasce.
Il viaggio continua.

 

18 marzo 2017

Giuseppe, il nome più bello che ci sia

di Alfredo Incollingo

Giuseppe è un nome bellissimo perché è un concentrato di amore paterno. Chi meglio di San Giuseppe sa cosa vuol dire essere padre! Ne ha passate tante e non ha mai smesso di amare Gesù e di riconoscere il grande dono che Dio gli ha concesso.

Essere padre è un dono perché significa dare tutto sé stessi per la cura dei propri figli: non solo nel generarli, ma anche nelle cure. Il lavoro, il proprio tempo libero e le proprie energie sono spesi per dare solidità alla vita del proprio pargolo. E noi, tuttavia, siamo spesso irriconoscenti nei suoi confronti. Quante volte lo abbiamo insultato, purtroppo, e quante volte abbiamo speso lacrime nel gridare la nostra antipatia nei suoi confronti! Eppure lui non smette di amarci, perché nei momenti di difficoltà ci conforta e tra le sue braccia troviamo la serenità che cerchiamo. Un papà c'è sempre e non manca mai di aspettare suo figlio, anche quando questi si mostra iracondo. Perdona le nostre colpe, perché sa che l'intemperanza giovanile è passeggera e che capiremmo alla fine quanto sia stato fondamentale per la nostra vita. Capiremo un giorno i suoi insegnamenti e testimonieremo il suo affetto ai nostri figli.

Anche Gesù avrà chiamato Giuseppe “papà”. “Papà” è una parola cosmica. E' la parola che pronunciavamo quando da piccoli volevamo allontanare l'insensatezza della vita. Tra le sue braccia, nel suo abbraccio, trovavamo quel confine sacro e inviolabile che ci proteggeva da una vita che ci appariva minacciosa. Nelle sue parole trovavamo il significato del vivere e il conforto che ci aiutava a sopportare il trascorrere dei giorni. Giuseppe è un nome bellissimo che ricorda l'importanza del padre nella nostra vita. Senza il papà c'è l'insensatezza, c'è la vertigine e manca un senso alle nostre esistenze.  

La generazione attuale soffre l'assenza paterna, Edipo pare aver vinto la sua battaglia. I suoi progetti nichilisti sono sabotati da Telemaco che parte per il mare alla ricerca del padre disperso e poi alla fine ritrovato. Questa riscoperta deve avvenire con San Giuseppe che è latore di una paternità responsabile e matura e pronta al dono per il bene della propria famiglia. Nella Sacra Famiglia pare avere un ruolo marginale, rispetto a sua moglie Maria e a suo figlio Gesù. Invece è un titano che prende sulle spalle il difficile fardello di essere padre e di esserlo per un figlio speciale.
Giuseppe svolge questo ruolo in silenzio, come tanti papà, che ogni giorno perseverano nell'amare e nell'educare i propri bambini. Oggi quale silenzio avvolge il padre? Il silenzio della sua inesistenza, perché la sua personalità si è eclissata. Quest'immagine si riverbera nelle coppie divorziate, dove il papà è latente e molto spesso subisce le angherie della legge e di un'ex coniuge rapace. Oppure nelle famiglie “libere”, dove i genitori sono ridotti a pure presenze. Invece San Giuseppe, pur nel silenzio, agisce senza gloria né avidità. E' un papà per Gesù e come tale lo cresce in vista della sua missione in Terra. Non tutti i figli sono i Messia, ma tanti papà oggi affrontano le stesse difficoltà d'allora, con i problemi dovuti ad una società che li rinnega. Giuseppe è un nome bellissimo, lo abbiamo già detto, perché è un carico di virtù e d'amore inestimabile. Prezioso è questo nome.