Campari E De Maistre

Non solo Cristiada: Los ultimos Cristeros


di Federico Sesia
Anno 1935, Messico. E’ scoppiata ormai da diverso tempo una nuova Cristiada (la cosiddetta Segunda) a causa della politica anti-cattolica del Presidente Làzaro Càrdenas...

Il discorso di Paolo VI alle CEI (1964) in dieci punti


di Fabrizio Cannone
Durante il discorso fatto alla CEI il 19 maggio scorso, il Pontefice ha ricordato un analogo discorso tenuto da Papa Montini alla medesima Conferenza Episcopale...

Elezioni Europee: perché votare Fratelli d'Italia


di Marco Mancini
Come è noto, questa domenica (dalle 7 alle 23) si terranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. Per quanto riguarda i 73 eurodeputati italiani...

La sinistra di Dio


di don Marco B.
«Una pace senza giustizia è un esercizio retorico destinato a un misero fallimento. Ma la giustizia, in questo caso, è tale se riconosce e rispetta i diritti di tutti...

Marcia per la Vita 2014: un successo e una gioia!


di Fabrizio Cannone
Come previsto da un anno, si è svolta a Roma, domenica 4 maggio u.s., la IV edizione nazionale della Marcia per la Vita. I numeri hanno ampiamente confermato...

San Giovanni XXIII: un Papa con la tiara (prima parte)


di Federico Catani
A poco più di cinquant’anni dalla morte, Papa Giovanni XXIII (1958-1963) è diventato santo. Di Angelo Giuseppe Roncalli si è arrivati a costruire...

Se Wojtyla e Ratzinger diventano massoni...


di Marco Mancini
Come è universalmente noto, nella giornata di ieri Papa Francesco ha proceduto alla canonizzazione dei pontefici Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II...

Non ci salverà certo Putin!


di Riccardo Facchini
Se non fosse che metto mano alla fondina ogni volta che leggo titoli tipo "il web impazzisce per [nome o fenomeno a vostra scelta]" inizierei...

Don Gallo: una brava persona, un prete discutibile


di Andrea Virga
Si è recentemente spento Don Andrea Gallo, un sacerdote genovese, assunto ad icona da parte dei cosiddetti “cattolici” progressisti...

Bowie, leggiti Greene, che è meglio!


di Paolo Maria Filipazzi
Il grande David Bowie, che un tempo fu un gigante della musica ma che da dieci anni non faceva una canzone, ritorna...

La Marcia per la vita 2013: un successo su tutta la linea


di Francesco Filipazzi
Successo su tutta la linea. Questa è l'unica analisi possibile riguardo la Marcia per la Vita che ha colorato ieri le vie di Roma...

I deliri in rosa di Boldrini e co.


di Marco Mancini
Doveva essere, come il precedente, il governo della sobrietà: il caso di Michaela Biancofiore, trasferita dalle Pari opportunità alla Pubblica amministrazione...

Le manif pour tous: alcune testimonianze


di Franciscus Pentagrammuli e Andrea Virga
Nonostante il silenzio pressoché totale della stampa e dei media italiani, qualcosa sta succedendo in Francia: da più di una settimana...

Quirinale: il 25 luglio dello smacchiatore


di Marco Mancini
Povero Bersani. Non più di due mesi fa era il vincitore annunciato delle elezioni politiche: restava solo da sapere se avrebbe avuto bisogno...

La morte di Maggie divide la destra


di Alessandro Rico e Andrea Virga
Chi ci segue avrà notato che – tra i nostri tavoli e su molte altre piattaforme simili – esistono diverse opinioni riguardo le opposte ricette economiche, politiche e sociali realizzatesi durante il XX secolo....

"The Passion" tra violenza e amore


di Giulia Dessena
Cosa accade, tra gli uomini, quando iniziano a compiersi meraviglie? Se c'è un film che nel 2004 fu criticato, deriso, rinnegato, è stato proprio "The Passion" di Mel Gibson......

Identikit di un Pontefice


a cura di Campari e de Maistre
L'elezione di Papa Francesco ha sorpreso molti ossevatori; tantissime sono state, inoltre, le reazioni "di pancia" da parte della blogosfera cattolica...

Infatuarsi di Chavez: una mancanza di realismo


di Paolo Maria Filipazzi
Dopo la morte di Hugo Chavez, si sono succeduti diversi giudizi. Interessante è la schizofrenia registratasi in seno alla cosiddetta Destra...

Ti piace Putin? Terrorista!


di Francesco Mastromatteo
Premessa importante: chi scrive non è certamente uno di quei complottisti affetti da dietrologia acuta, che vedono oscure trame dei servizi segreti...

Se il risultato delle elezioni è un grande vaffa...


di Marco Mancini
In principio fu la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto, infrantasi contro la discesa in campo di un noto tycoon brianzolo...

Un Campari con... Magdi Cristiano Allam


a cura di Riccardo Facchini
Magdi Cristiano Allam (Il Cairo, 1952) è un giornalista e politico egiziano naturalizzato italiano. Editoralista dal 2003 al 2008 del "Corriere della Sera"...

Vi presento i migliori alleati dei movimenti gay


di Riccardo Facchini
Notizia da poco comparsa in rete che merita due rapide battute: due candidati per Fratelli d'Italia in Veneto hanno girato uno spot considerato...

La lezione dell'Umile Servo


di Alessandro Rico
Un «umile servo nella vigna del signore». Così si era definito Benedetto XVI appena eletto pontefice, e in quella frase si trova forse...

Mons. Paglia e le coppie gay: molto rumore per nulla (oppure no?)


di Marco Mancini
Confesso che ieri, leggendo la notizia su Repubblica.it – è uno dei primi siti che apro la mattina, tanto per rovinarmi la giornata...

Se la Prima Repubblica non è mai finita


di Alessandro Rico
Qualcuno auspicava di andare, con il prossimo governo, Verso la Terza Repubblica. Ma ci ritroviamo col solito scontro Berlusconi-Sinistra...

La voce de lo Imperatore #1 - Il caso Monte Paschi


di Feudalesimo e Libertà
Con la presente invettiva, iniziano la loro collaborazione con noi i vassalli di Feudalesimo e Libertà...

La Russia, tra i gay e la Madonna di Fatima


di Federico Catani
Pare che dovrò imparare il russo. Così, in caso di emergenza, potrò espatriare a Mosca per avere un lavoro. E con l'aria che tira, non è poi un'ipotesi così assurda...

Lincoln contro il razzismo? Non esattamente


di Isacco Tacconi
Quando si parla di eroi americani, bisogna stare sempre attenti a prendere con le pinze la veridicità di quello che si racconta, specie se a raccontarlo sono proprio gli americani...

Il Guardian, il Vaticano e il "tesoro di di Mussolini"


di Marco Mancini
“Come il Vaticano ha costruito un impero immobiliare segreto usando i milioni di Mussolini”: più o meno così titolava ieri il quotidiano progressista britannico Guardian...

La marcia della Verità


di Franciscus Pentagrammuli
Domenica 13 Gennaio, a Parigi, un numero fra 300.000 (secondo la polizia) e 800.000 (riportato dagli organizzatori) persone di diverse culture, religioni...

Un Campari con... Mons. Livi


a cura di Giovanni Covino e Marco Massignan
Antonio Livi (Prato, 1938) è professore emerito di Filosofia nell'Università Lateranense, socio ordinario dell'Accademia di San Tommaso e presidente dell'ISCA...

Il Cavaliere, dalla Cei ai gay


di Riccardo Facchini
Che Berlusconi sia stato scaricato dai vescovi italiani è cosa nota. Che gli stessi prelati, col loro boss in testa, abbiano ormai benedetto l'avventura centrista di Monti...

Mamma li tradizionalisti!


di Satiricus
Siamo entrati in una nuova stagione di fervore tradizionalista: crollati un buon numero di taboo sessantottini, attenuato il furore del rinnovamento-a-tutti-i-costi e soprattutto sconfitta...

Qualche appunto sul "femminicidio"


di Marco Mancini
Non accennano a placarsi le polemiche provocate dall’affissione, da parte di un parroco di Lerici, di un volantino sul c.d. “femminicidio”. Il manifesto, contro il quale...

Quel cristiano dell'orso Baloo


di Paolo Maria Filipazzi
Dopo l’ultimo mio articolo sulla visione teologica dell'opera di Tolkien, ho ricevuto attacchi e critiche da ogni dove, per quella che alcuni hanno definito come...

Pannella, sciopero a fini elettorali


di Danilo Quinto
L’unico modo per comprendere fino in fondo Marco Pannella e la ragione delle sue azioni, è ascoltarlo. Questo vale soprattutto per quanto riguarda...

La casalinga sanguinaria se ne frega dell'animalismo


di Isacco Tacconi
Lo scorso 28 novembre due uomini, padre e figlio, sono stati assaliti di notte da quattro rottweiler mentre liberavano il giardino...

Se i massoni scrivono per la San Paolo


di Satiricus
Era da un po’ che attendevo di scrivere su questo tema, e pure di iniziare la mia collaborazione con la truppa di CampariedeMaistre, ma non mi decidevo mai a farlo – un po’ per pigrizia...

"It's a girl": il vero femminicidio


di Giulia Dessena
Quando ciò che genera la vita è causa di morte. "It's a girl" è un lungometraggio sulle donne, delle donne e per tutti noi: un documentario, firmato dal regista Christian Evan Grae Davis, sulla pratica...

31 marzo 2015

Caro Adinolfi, finiremo in cella assieme


di Francesco Filipazzi

Qualche giorno fa su questo blog è comparsa una riflessione riguardante il quotidiano “La Croce”, che purtroppo è stata, a torto, accolta negativamente da alcuni redattori del suddetto quotidiano. Nell’articolo di Satiricus era presente sin dall’inizio l’invito a comprare la Croce e a diffonderlo, per sostenere l’operato di Mario Adinolfi, che sta combattendo con noi la buona battaglia per la vita e per la famiglia tradizionale. 

Adinolfi, a differenza di altri, rappresenta un evento nell’area vasta e composita che potremmo definire “pro life”, per i motivi che mi accingo a spiegare. 
In Italia purtroppo esistono delle zavorre mentali che limitano la libertà di espressione e riducono sempre e comunque la discussione a uno scontro fra fazioni. Chi parla di certi argomenti, in questo caso famiglia e bioetica, è obbligato sempre e comunque a schierarsi. O di qua o di la. Soprattutto a sinistra, esiste la cultura del “pacchetto completo” che, oltre ad essere un insulto per le intelligenze di chi è davvero di sinistra, crea dei fastidiosi riflessi condizionati. Per via di questo pacchetto completo, si deve per forza essere favorevoli a divorzio, aborto, matrimoni gay, utero in affitto, fecondazione eterologa e tanto ancora, per arrivare alle famiglie poli amorose. Per uno strano meccanismo, essere di sinistra vuole dire accettare acriticamente tutto ciò che “passa il convento”, in termini di nuove frontiere. Uno può essere favorevole, per dire, ai matrimoni gay ma non all’aborto? Ovviamente no.
Le persone di sinistra, quella vera, quindi non possono più parlare, ad esempio, di socialità, lavoro, lotta all’ingiustizia e difesa dei diseredati. Il comunista duro e puro non può più condurre la sua lotta contro la società borghese e il capitale, se prima non aderisce senza indugi alla grande battaglia per i “diritti”, anche se si tratta del diritto di un paio di ricconi di comprare il corpo di una donna per usarlo come macchina da cui sfornare figli. 
Chi non compra questo pacchettino preconfezionato difficilmente può esprimersi liberamente, senza essere zittito, insultato, bollato con una serie di etichette ridicole (fascista, omofobo, transofobo, maschilista, violento, intollerante ecc) e quindi il dibattito diventa sempre più asfittico. 
Mario Adinolfi ha avuto e ha il merito di aver totalmente sparigliato la costruzione ideologica e mentale qui sopra descritta. Fondatore del PD, era (sottolineo era) automaticamente incasellato fra chi “può parlare” e quindi non c’era dubbio che, qualche dissenso a parte, facesse parte della grande macchina da guerra dei "diritti". 
Invece no. Un giorno si è alzato e ha detto chiaramente che non era d’accordo. Un uomo di sinistra, addirittura fra i fondatori del partito di riferimento, che si dichiara in dissenso rispetto alla linea sempre più libertina di quell’area è risultato atipico e ha spiazzato molti, che prima di accorgersi davvero di cosa stava succedendo, hanno impiegato qualche mese. Nel frattempo Adinolfi è riuscito a coagulare un’area di opinione e a fondare attorno a sé un vero movimento di persone e famiglie che, per dirla come lui, “vogliono la mamma” e non si stancheranno mai di volerla. 
Il tutto non con argomenti “di destra”. Adinolfi rimane nel PD e non ha intenzione di uscirne. Finalmente è stato ribadito che essere di sinistra non vuol dire inventarsi diritti ridicoli e lottare contro la vita e che una persona che davvero vuole lottare a fianco dei più deboli e contro la supremazia del mercato sulle persone, deve per forza essere contro la mercatizzazione della vita e contro la riduzione del bambino a prodotto da supermercato. O a prodotto di bellezza, visto che sono state inventate creme a base di embrioni umani. 
In tutto questo, vedere persone che storicamente si battono per la vita e la famiglia, criticare in modo troppo diretto il progetto della Croce e dei Circoli Voglio la Mamma, sulla base che Adinolfi sta nel PD e via dicendo, lascia un po’ di stucco. Soprattutto perché i suddetti spesso sostengono l’NCD che con il PD ci va a braccetto.
Per una volta che possiamo davvero fare della “buona battaglia” una vera sfida trasversale al sistema dell’immoralità, in modo laico e non confessionale (visto che anche un ateo medio dovrebbe inorridire sapendo ciò che ha fatto Elton John), sarebbe giusto cogliere la palla al balzo. Il discorso destra e sinistra, partito giusto o partito sbagliato, sinceramente lascia il tempo che trova. 
Se poi quelli che mantengono l’appartenenza di destra o di sinistra, dopo questa lotta epocale, vorranno tornare a dividersi su tutto il resto, sarà legittimo e giusto. 
Altrimenti condivideremo tutti la stessa cella, condannati per la legge Scalfarotto, così avremo il tempo necessario per fare ogni tipo di distinguo.

28 marzo 2015

Gabriel Garcia Moreno, la Politica al servizio di Cristo Re


di Federico Sesia

morì vittima della Fede e della Carità cristiana per il suo amato paese” (Papa Pio IX)

Oggi nel nostro paese sembrerebbe essersi in gran parte perso quell’orientamento che ogni cattolico impegnato in politica, qualunque sia il suo partito o schieramento, deve tenere ben presente nel suo operare al governo piuttosto che all’opposizione, orientamento che in passato vide un capo di stato di un continente molto distante dal nostro mantenerlo anche a costo della vita: fu il caso di Gabriel Garcia Moreno, due volte presidente dell’Ecuador nel corso della seconda metà dell’800.

Garcia Moreno nacque la Vigilia di Natale del 1821, figlio di Gabriel Garcia y Gomez, mercante di origine spagnola, e María de las Mercedes Moreno y Morán de Buitrón, aristocratica creola di Guayaquil. Negli anni della sua giovinezza, convinto di avere la vocazione per il sacerdozio, trascorse un periodo in seminario per poi lasciarlo allo scopo di diventare avvocato. Una volta laureatosi in giurisprudenza e teologia, iniziò a lavorare come giornalista, impiego che gli consentì di mostrare pubblicamente la sua opposizione al governo liberale dell’epoca. In seguito ai suoi due viaggi in Europa (rispettivamente nel 1848 e nel 1854) potette rendersi conto degli sconvolgimenti rivoluzionari che infestavano il Vecchio Continente, esperienza che giocò un importante ruolo nello sviluppo delle sue posizioni politiche come riconobbe il giornalista francese Louis Veulliot: “In una terra straniera, solitario e sconosciuto, García Moreno si preparava a governare. Apprese tutto ciò che gli era necessario per governare una nazione, originariamente cristiana ma ora rapidamente decadente verso una condizione quasi selvaggia. Parigi, che è ad un tempo città cristiana e pagana, è precisamente il luogo dove poté meglio imparare la lezione di cui aveva bisogno, giacché i due opposti elementi si affrontano colà in un perpetuo conflitto. Parigi è una scuola per preti e martiri, è anche una manifattura di anticristi e assassini. Il futuro presidente dell'Ecuador fissò il suo sguardo sul bene e sul male, e quando ripartì per la sua patria lontana, la sua scelta era matura.”.

Tornato nel natìo Ecuador nel 1856, decise di intraprendere la carriera politica all’opposizione del governo anti-clericale del periodo, venendo alle elezioni del 1861 eletto presidente per un mandato di quattro anni (pur essendo lui monarchico e sostenitore dell’idea che un principe spagnolo avrebbe dovuto governare il paese).

Fu l’unico capo di stato a protestare formalmente per la presa di Roma del 20 settembre 1870 e l’annessione dello Stato Pontificio nel Regno d’Italia.

Uomo estremamente devoto, andava a Messa e si comunicava tutti i giorni (pratica all’epoca poco comune anche per i cattolici più assidui), oltre che far visita al SS. Sacramento quotidianamente.

Durante la sua presidenza l’Ecuador conobbe uno sviluppo notevolissimo in diversi campi, diventando il primo paese dell’America Latina in quanto a istruzione superiore e sviluppo scientifico, si ricordi a riguardo la fondazione di numerose scuole gratuite, l’obbligatorietà dell’istruzione fino ai 12 anni e l’inaugurazione del Politecnico di Quito, dell’Accademia di Belle Arti e del Conservatorio. Fu sua la decisione di inviare i gesuiti a civilizzare le tribù indigene, e suo il progetto di un imponente sviluppo di rete stradale che consentì al paese di vivere una stagione di intenso sviluppo reso possibile grazie alle infrastrutture da lui create. La sua politica economica permise inoltre di aumentare per un terzo il salario medio e di ridurre sensibilmente la pressione fiscale. Le stime parlano inoltre di un raddoppio delle rendite ecuadoriane avvenuto tra il 1869 e il 1872.

Nel 1873 ottenne l’approvazione parlamentare per consacrare l’Ecuador al Sacro Cuore di Gesù: “Il Congresso, considerato che questo atto, il più efficace per conservare la fede, è nello stesso tempo il miglior mezzo per assicurare il progresso e la prosperità dello Stato, decreta che la Repubblica, consacrata al Cuore di Gesù, lo adotti per suo Patrono e Protettore. La festa del Sacro Cuore, festa civile di prima classe, ci celebrerà in tutte le cattedrali con la più grande solennità. Inoltre verrà eretto in ogni cattedrale un altare al Sacro Cuore, sul quale sarà collocata a spese dello Stato una lapide commemorativa che porterà inciso il presente decreto”.

Dopo la sua seconda elezione del 1875 Garcia Moreno era consapevole che la sua stessa vita si trovasse in pericolo: scrisse per questo a Papa Pio IX, chiedendogli di venire benedetto: “Vorrei ricevere la Vostra benedizione prima di quel giorno, perché io abbia la forza e la luce di cui ho tanto bisogno per essere fino alla fine un figlio fedele del nostro Redentore e un servo leale e obbediente del Suo Infallibile Vicario. Ora che le Logge Massoniche dei paesi vicini, istigate dalla Germania, stanno vomitando contro di me ogni sorta di atroce insulto e di orribile calunnia, ora che le Logge stanno segretamente cospirando per il mio assassinio, ho bisogno più che mai della divina protezione perché possa vivere e morire in difesa della nostra santa religione e dell'amata repubblica che sono chiamato ancora una volta a governare”.


Gabriel Garcia Moreno fu assassinato il 6 agosto del 1875 appena fuori dalla cattedrale di Quito, davanti agli aguzzini che lo colpivano con coltelli e proiettili gridando “muori, assassino della libertà” trovò la forza di pronunciare le sue ultime parole: “¡Dios no muere! (Dio non muore), come a ricordare ai suoi carnefici quella promessa fatta a Pietro da Cristo stesso: “le porte degli inferi non prevarranno su di Essa”.

Il suo assassinio darà il via ad uno dei periodi più bui della storia ecuadoriana, caratterizzato da colpi di stato, dalla confisca dei beni della Chiesa, dall’omicidio di vescovi e da un clima di persecuzione religiosa.


Il giornalista Loius Veulliot, successivamente alla morte di Garcia Moreno, scrisse: “Egli ha dato un esempio unico nel mondo e nei tempi in cui è vissuto; egli è stato il vanto del suo Paese; la sua morte un bene fors’anche più grande, in quanto per essa ha dimostrato a tutto il genere umano quali capi Dio può dargli ed a quali miserabili esso si affida nella sua follia”.
Papa Pio IX fece erigere a Roma un monumento in suo onore nell’Istituto Pio Latino Americano.

25 marzo 2015

Il decalogo della bioetica nell'Evangelium Vitae


di Giuliano Guzzo
La vera forza di un documento sta nel suo non invecchiare, nel rimanere attuale e in grado di leggere la realtà cogliendone sfumature che possono anche sembrare minori, mentre invece sono quelle decisive. Ebbene, a distanza di ormai vent’anni dalla sua pubblicazione, avvenuta il 25 marzo 1995, l’enciclica Evangelium Vitae di Giovanni Paolo II costituisce indubbiamente un documento ancora forte e profetico, capace di offrire a chiunque lo legga spunti di notevole utilità per comprendere lo spirito autentico della bioetica, vale a dire quello personalista, mirato cioè alla tutela di tutti gli esseri umani, senza distinzioni. Nell’invitare quindi tutti a leggersi questa enciclica, vediamo brevemente quali sono, a nostro avviso, i suoi dieci maggiori insegnamenti.
La vita, questione sociale di oggi
Il primo riguarda la portata non già strettamente morale – e quindi, in qualche modo, individuale – bensì sociale della difesa della vita umana. Che, spiega il Santo Padre, riveste un ruolo, quanto ad urgenza, paragonabile a quella che nel passato ebbe la questione operaia: «Come un secolo fa ad essere oppressa nei suoi fondamentali diritti era la classe operaia e la Chiesa con grande coraggio ne prese le difese, proclamando i sacrosanti diritti della persona del lavoratore […] Ad essere calpestata nel diritto fondamentale alla vita è oggi una grande moltitudine di esseri umani deboli e indifesi, come sono, in particolare, i bambini non ancora nati» (E.V. 5). Poche parole che però sfatano già una leggenda metropolitana, vale a dire quello che la Chiesa e i cattolici abbiano a cuore solo i bambini non ancora nati: sbagliato – dice il Papa – la Chiesa ha a cuore i diritti dei più deboli a prescindere. E se i più deboli, ieri, erano certamente gli operai – e prima di loro gli schiavi -, oggi lo sono «i bambini non ancora nati». Per questo è giusto occuparsi di loro: per una mera, elementare questione di giustizia. Non per ragioni dogmatiche o confessionali: solo per giustizia.
La sfida per la vita come laica e centrale
Strettamente legato al primo, c’è poi un secondo passaggio dell’enciclica, nella quale si legge che il Vangelo della vita «ha un’eco profonda e persuasiva nel cuore di ogni persona, credente e anche non credente» e che sul riconoscimento del «valore sacro della vita umana dal primo inizio fino al suo termine» si fonda «l’umana convivenza e la stessa comunità politica. (EV. 2). Anche qui grande sintesi ma, al tempo stesso, grande efficacia nell’escludere la presunta natura confessionale della battaglia per la vita dal momento – spiega Giovanni Paolo II – che al suo destino è legato il destino addirittura «l’umana convivenza». Dunque sbaglia chi da un lato si occupa di temi pur prioritari quali, per esempio, la pace fra le nazioni e la lotta alla fame nel mondo, e, d’altro lato, tace sulle minacce alla vita e sul «valore sacro della vita umana dal primo inizio fino al suo termine»; sbaglia per il semplice fatto che dimentica tutta una serie di crimini ed ingiustizie a danni, per giunta, dei veri deboli di oggi che sono – lo dicevamo poc’anzi – «i bambini non ancora nati».
Le minacce alla vita si moltiplicano
Il terzo insegnamento dell’Evangelium Vitae concerne un sostanziale invito all’abbandono del buonismo affinché si possa guardare meglio in faccia la realtà di oggi, una realtà – segnala il Papa – dove si verifica «l’impressionante moltiplicarsi ed acutizzarsi delle minacce alla vita delle persone e dei popoli, soprattutto quando essa è debole e indifesa» (E.V. 3). In poche parole Giovanni Paolo II ci chiede di aprire gli occhi, anche se può far male. E non ce lo chiede, ovviamente, se non per renderci compiutamente consapevoli dei tempi drammatici in cui viviamo; tempi che, fino all’avvento della crisi economica, in superficie erano di compiaciuto e diffuso ottimismo ma in realtà già nascondevano qualcosa di brutto, ovvero quell’ «impressionante moltiplicarsi ed acutizzarsi delle minacce alla vita delle persone» di cui, perfino molti cattolici, spesso non paiono consapevoli.
Il problema della libertà “assoluta”
Ma com’è possibile, ci si potrà chiedere, che proprio oggi, in anni in cui non si fa che parlare di diritti umani e di democrazia, si sia verificano detto «impressionante moltiplicarsi ed acutizzarsi delle minacce alla vita delle persone»? Sembra un paradosso. In realtà non lo è, spiega Giovanni Paolo II, perché nel mentre  «con le nuove prospettive aperte dal progresso scientifico e tecnologico nascono nuove forme di attentati alla dignità dell’essere umano […] si delinea e consolida una nuova situazione culturale» con «larghi strati dell’opinione pubblica giustificano alcuni delitti contro la vita in nome dei diritti della libertà individuale» (E.V. 3). Qui l’Evangelium Vitae inizia a scendere al cuore del problema, che sta nel drammatico rovesciamento valoriale che si è verificato, ossia quello «della libertà individuale» che sopravanza il principio della dignità umana e diventa criterio unico  per la valutazione soggettiva di cosa sia bene e di cosa sia male.
Permissitivà etica uguale disinteresse morale
Dopo aver denunciato la dittatura libertaria, fondata sull’«assoluta libertà» e legittimata dalla «nuova situazione culturale», Giovanni Paolo II effettua un’altra importante considerazione a proposito dello scenario attuale nel quale, scrive,  vi sono «tendenze di deresponsabilizzazione dell’uomo verso il suo simile, di cui sono sintomi, tra l’altro, il venir meno della solidarietà verso i membri più deboli della società — quali gli anziani, gli ammalati, gli immigrati, i bambini — e l’indifferenza che spesso si registra nei rapporti tra i popoli anche quando sono in gioco valori fondamentali come la sussistenza, la libertà e la pace» (E.V. 8). Qui il Papa, se ci facciamo caso, effettua una sottolineatura decisiva: collega la permissività etica al disinteresse morale, «alla deresponsabilizzazione dell’uomo verso il suo simile» Non è vero, cioè, che la «nuova situazione culturale» è a favore della libertà bensì, semmai, del disinteresse. Detto in altri termini, se rifiuto di proporre all’altro il Bene, non è la sua libertà che premio bensì il mio egoismo. Il “ciascuno faccia ciò che vuole”, infatti, non è padre dell’emancipazione ma figlio dell’individualismo. La permissività etica nasconde quel disinteresse morale senza il quale la «deresponsabilizzazione dell’uomo verso il suo simile» non sarebbe possibile.
Dal delitto al diritto: cos’è la “cultura di morte”
Tornando al testo, diamo nuovamente la parola al Papa, che scrive: «La nostra attenzione intende concentrarsi, in particolare, su un genere di attentati, concernenti la vita nascente e terminale, che presentano caratteri nuovi rispetto al passato e sollevano problemi di singolare gravità per il fatto che tendono a perdere, nella coscienza collettiva, il carattere di «delitto» e ad assumere paradossalmente quello del «diritto», al punto che se ne pretende un vero e proprio riconoscimento legale da parte dello Stato e la successiva esecuzione mediante l’intervento gratuito degli stessi operatori sanitari. Tali attentati colpiscono la vita umana in situazioni di massima precarietà, quando è priva di ogni capacità di difesa. Ancora più grave è il fatto che essi, in larga parte, sono consumati proprio all’interno e ad opera di quella famiglia che costitutivamente è invece chiamata ad essere «santuario della vita». Dopo aver chiarito che la mentalità libertaria è in realtà mentalità indifferente, il Santo Padre porta quindi qui a riflettere sulle nefaste conseguenze che questo mutamento ha portato, vale a dire il passaggio – per degli attentanti «concernenti la vita nascente e terminale» - «a perdere, nella coscienza collettiva, il carattere di «delitto» e ad assumere paradossalmente quello del «diritto» (E.V. 11).
No alla contraccezione
Altro passaggio chiave dell’enciclica è il netto ed argomentato rifiuto della contraccezione, interpretata come espressione, al parti dell’abortismo, di una stessa «cultura di morte».  «Si afferma frequentemente – osserva Giovanni Paolo II – che la contraccezione, resa sicura e accessibile a tutti, è il rimedio più efficace contro l’aborto. Si accusa poi la Chiesa cattolica di favorire di fatto l’aborto perché continua ostinatamente a insegnare l’illiceità morale della contraccezione. L’obiezione, a ben guardare, si rivela speciosa. Può essere, infatti, che molti ricorrano ai contraccettivi anche nell’intento di evitare successivamente la tentazione dell’aborto. Ma i disvalori insiti nella «mentalità contraccettiva» — ben diversa dall’esercizio responsabile della paternità e maternità, attuato nel rispetto della piena verità dell’atto coniugale — sono tali da rendere più forte proprio questa tentazione, di fronte all’eventuale concepimento di una vita non desiderata. Di fatto la cultura abortista è particolarmente sviluppata proprio in ambienti che rifiutano l’insegnamento della Chiesa sulla contraccezione» (E.V. 13).  Ora, benché contenute in una enciclica e non in un documento scientifico, è interessante osservare come dette osservazioni abbiano una natura prettamente razionale giacché è ampiamente riscontrata, in letteratura, fra la diffusione della contraccezione e non solo in non calo degli aborti, ma persino il rischio di un loro aumento.  (Cfr. Scand J Public Health (2012) 40 (1): 85-91; Contraception (2011) 83 (1): 82-87; It. J. Gynæcol. Obstet. (2009) 21 (3): 164-178).
Aborto e non “interruzione volontaria di gravidanza”
Oltre a numerosi appunti di natura morale non mancano, nell’Evangelium Vitae, segnalazioni circa l’importanza del linguaggio. Curioso, ad esempio, è osservare come nel documento si parli di aborto decine volte e mai una volta – neppure una – di “interruzione volontaria di gravidanza”. Un caso? Nient’affatto, bensì un salutare esercizio di igiene del linguaggio da attuarsi in relazione alla possibilità di esprimere un giudizio di verità morale scevro da condizionamenti.  Scrive infatti il Beato Giovanni Paolo II: «Occorre più che mai il coraggio di guardare in faccia alla verità e di chiamare le cose con il loro nome, senza cedere a compromessi di comodo o alla tentazione di autoinganno. A tale proposito risuona categorico il rimprovero del Profeta: «Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre» (Is 5, 20). Proprio nel caso dell’aborto si registra la diffusione di una terminologia ambigua, come quella di «interruzione della gravidanza», che tende a nasconderne la vera natura e ad attenuarne la gravità nell’opinione pubblica. Forse questo fenomeno linguistico è esso stesso sintomo di un disagio delle coscienze. Ma nessuna parola vale a cambiare la realtà delle cose: l’aborto procurato è l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita» E’ utile registrare la netta condanna che il Santo Padre effettua contro l’espressione “interruzione volontaria di gravidanza” – cui tutti, oggi, siamo sovente tentati di ricorrere –  descrivendola come una sorta di paravento lessicale, di trucco per occultare «la vera natura e ad attenuarne la gravità nell’opinione pubblica» (E.V. 58). Riflettere su queste parole, ci porterebbe a prendere nuovamente e più vigorosamente coscienza della portata epocale e grandiosa della missione cui è chiamato il Popolo della Vita.
La leggenda nera della “condanna” alla donna
Sfatando lo stereotipo anticattolico che associa la condanna all’aborto alla condanna alla donna, Giovanni Paolo II ci invita poi – senza per questo negare la complicità che ovviamente anche la gestante, se consenziente, ha nella procedura di aborto procurato – a considerare il problema da una prospettiva più allargata e consapevole dell’insieme delle complicità che portano alla perdita, anzi all’eliminazione di una vita umana. «Non di rado la donna – osserva il Santo Padre - è sottoposta a pressioni talmente forti da sentirsi psicologicamente costretta a cedere all’aborto: non v’è dubbio che in questo caso la responsabilità morale grava particolarmente su quelli che direttamente o indirettamente l’hanno forzata ad abortire. Responsabili sono pure i medici e il personale sanitario, quando mettono a servizio della morte la competenza acquisita per promuovere la vita. Ma la responsabilità coinvolge anche i legislatori, che hanno promosso e approvato leggi abortive e, nella misura in cui la cosa dipende da loro, gli amministratori delle strutture sanitarie utilizzate per praticare gli aborti. Una responsabilità generale non meno grave riguarda sia quanti hanno favorito il diffondersi di una mentalità di permissivismo sessuale e disistima della maternità, sia coloro che avrebbero dovuto assicurare — e non l’hanno fatto — valide politiche familiari e sociali a sostegno delle famiglie, specialmente di quelle numerose o con particolari difficoltà economiche ed educative. Non si può infine sottovalutare la rete di complicità che si allarga fino a comprendere istituzioni internazionali, fondazioni e associazioni che si battono sistematicamente per la legalizzazione e la diffusione dell’aborto nel mondo» (E.V. 59). La rilevanza che questo passaggio assume concerne anche la dimensione politica e istituzionale dell’impegno per la vita e contro l’aborto. Infatti non possiamo in alcun modo pensare che sia casuale il fatto che il Papa, esaminando le molteplici corresponsabilità dell’aborto, chiami in causa «anche i legislatori, che hanno promosso e approvato leggi abortive e, nella misura in cui la cosa dipende da loro, gli amministratori delle strutture sanitarie utilizzate per praticare gli aborti». Per molti politici che amano proclamarsi cattolici, queste parole, dovrebbero suonare come un pesante invito a quella coerenza così spesso messa da parte. Talvolta persino da quanti, ammonisce più avanti il Papa, «partecipano attivamente alla vita ecclesiale» (E.V. 95).
L’embrione come uno di noi
Colpisce, andando avanti con la lettura dell’Evangelium Vitae, anche la sottolineatura che il Santo Padre fa – in corrispondenza della condanna dell’aborto – dell’importanza di tutelare l’embrione umano, ciascun embrione umano, come uno di noi, a tutti gli effetti: «La valutazione morale dell’aborto è da applicare anche alle recenti forme di intervento sugli embrioni umani che, pur mirando a scopi in sé legittimi, ne comportano inevitabilmente l’uccisione. È il caso della sperimentazione sugli embrioni, in crescente espansione nel campo della ricerca» (E.V. 63 ). Questa netta sottolineatura – che va ad aggiungersi alla condanna anche delle «varie tecniche di riproduzione artificiale» (E.V. 14), e che è seguita da un netto rifiuto dell’eutanasia e del suicidio assistito – rappresenta, concludendo il nostro breve percorso alla riscoperta di questa enciclica straordinaria e non di rado dimenticata, un invito a non perdere mai di vista la dignità umana una volta che è avvenuto il concepimento; non fermandoci alla mera condanna dell’aborto procurato ma tenendo d’occhio anche quelle «recenti forme di intervento sugli embrioni umani che, pur mirando a scopi in sé legittimi, ne comportano inevitabilmente l’uccisione». Questo non per pignoleria o per altro, ma per il semplice fatto che se il nascituro è uno di noi allora lo è, una volta concepito, in ogni sua fase. Non ci sono quindi distinzioni che tengano, sotto il profilo morale, se non quella fra quanti scelgono di impegnarsi concretamente per difesa incondizionata della vita umana e quanti – magari gli stessi che poi amano riempirsi la bocca col popolare tema dei “diritti” – ricorrono all’esercizio più comodo da duemila anni a questa parte, quando si ha a che fare con la salvezza della vita umana innocente: lavarsene le mani. Poco, decisamente troppo poco, per chi crede davvero ad una società realmente, e non solo in apparenza, fondata sull’uguaglianza e quindi, in primis, sulla difesa dei più deboli che oggi sono – ci indica il Papa -«i bambini non ancora nati».

da http://giulianoguzzo.com/2015/03/24/evangelium-vitae-la-bioetica-in-10-punti-2/

Sulla legittimità di dirsi tradizionalisti

Il prof. Fabrizio Cannone (Roma, 1974), nostro collaboratore, ha avuto uno scambio teologico con il noto filosofo mons. Antonio Livi (Prato, 1938) sulla legittimità - per un cattolico che voglia manifestare la propria fedeltà alla Tradizione e al Magistero - di dirsi ‘tradizionalista’. Credendo di fare cosa gradita ai nostri lettori, riprendiamo e pubblichiamo questo interessante dibattito introdotto dallo stesso Livi.

In questa sede ho spiegato più volte che la “difesa scientifica della verità cattolica”, scopo dichiarato della nostra Unione, ci mette in netta contrapposizione con tutte quelle forme di ideologia riformista o progressista che rappresentano oggi la reviviscenza del modernismo condannato da san Pio X. Questa ideologia, che mira a eliminare la normatività dottrinale del dogma e la sua funzione di orientamento di tutta la pastorale della Chiesa, è oggi dominante, non solo tra i teologi e nelle istituzioni accademiche ma anche tra molti vescovi, in intere conferenze episcopali e tra alcuni membri del Sacro Collegio. Questo è il motivo per cui ho sempre dedicato i maggiori sforzi alla difesa della fede cattolica dall’eresia modernistica attraverso una critica rigorosa (“scientifica”) degli errori di metodo e di contenuto che inficiano le sue proposte, sia teoretiche che pragmatiche. Lo testimoniano le mie opere sistematiche (a cominciare del trattato su Vera e falsa teologia) nonché gli interventi di critica teologica occasionale pubblicati in questo e in altri siti. I cattolici che amano definirsi “tradizionalisti” mi hanno sempre apprezzato e sostenuto in questa mia battaglia culturale, ma non comprendono perché non voglia anch’io definirmi “tradizionalista” e perché abbia addirittura classificato il tradizionalismo tra le forme di difesa della fede cattolica che confidano più nella forza comunicativa e operativa dell’ideologia che nella forza delle argomentazioni che si limitano a ciò che può esser affermato con assoluta certezza in base alla “scienza della fede”, ossia a una corretta interpretazione del dogma. Le tesi e le iniziative pubbliche dei tradizionalisti mescolano inevitabilmente la teologia con la sociologica, il dogma con le libere opinioni teologiche, la dottrina della fede con la disciplina ecclesiastica, la religione con la politica. Sono modi di difendere la fede che io rispetto ma che non posso condividere in toto, ragione per cui non milito in quella corrente che si autodefinisce “tradizionalista”. Ciò non significa critica o tanto meno disprezzo, ma solo coerenza con il metodo di difesa della fede che io ritengo più consono alle mei competenze scientifiche e anche più utile alla causa. Del resto, la forza delle argomentazioni scientifiche sta proprio nel fatto che chi le propone non pretendere si ottenere il consenso con il prestigio della scuola di pensiero cui appartiene o con i risultati visibili delle iniziative del groppo sociale che lo sostiene pubblicamente. Perché presentarmi come “tradizionalista” quando basta presentarsi semplicemente come un sacerdote cattolico sollecito del bene delle anime – la cui salvezza dipende esclusivamente dall’accettare e dal vivere integralmente la fede della Chiesa – il quale intende solo richiamare i fedeli alla conoscenza del dogma (termine teologicamente più preciso di “tradizione”) e alle sue legittime interpretazioni e applicazioni pastorali (quelle sancite dal magistero ecclesiastico solenne e ordinario) senza dare ascolto ai cattivi maestri e ai falsi profeti.
Ritengo utile, ai fini di un ulteriore chiarimento di questa mia posizione, riportare qui appresso il dialogo costruttivo che ho sostenuto recentemente con un intellettuale laico, il dottor Fabrizio Cannone, il quale mi ha interpellato su questo argomento.

Caro monsignor Livi,
da anni la seguo e la stimo grandemente. Anche lei un minimo mi stima come disse una volta a mia moglie a margine di una conferenza. Proprio per questo non ho condiviso affatto questa assoluta identificazione che lei fa del termine tradizionalista con una visione ideologica del cattolicesimo. Sembra quasi che se uno si dichiara cattolico e basta sia alieno da rischi di natura dottrinale e se uno usa un neologismo sarebbe per forza di cose un ideologo della fede (senza nessuna teologia alle spalle). Da vent’anni circa studio teologia ogni giorno e non ho alcun problema a definirmi tradizionalista. Se i termini facessero problema allora avrebbero sbagliato anche i Papi: Pio X in un discorso disse che i veri amici del popolo non erano i riformatori ma i tradizionalisti, e altre volte disse che di termini come “papista” bisognava farsene un vanto. Pio IX esaltò i cattolici “intransigenti” che si definivano loro stessi così. Anche BXVI ha parlato di riforma nella continuità: se uno identificasse la continuità con la tradizione, come faccio io nel senso teologico della Tradizione della Chiesa, potrebbe invece che dirsi continuista, che suona male, dirsi tradizionalista. Dov’è l’eresia?
In un piccolo studiolo su Fides Catholica avevo risposto positivamente a questa domanda: “E’ lecito nella chiesa attuale dirsi tradizionalista?”. Oltre a ragionamenti sulla bellezza e la pregnanza di un termine che ha un valore anche culturale, facevo notare che la parrocchia personale affidata alla Fraternità s. Pietro nel centro dell’Urbe per volontà diretta di BXVI era stata eretta “per la comunità dei fedeli tradizionalisti” (dal Decreto pubblicato sulla rivista diocesana di Roma). Non sono lefevriano né sedevacantista, ma non mi pare in nulla ideologico l’uso di quel nomignolo, assai diffuso in Francia tra i migliori cattolici detti comunemente ‘tradis’ (per abbreviazione di traditionnalistes). Rischi di natura dottrinale sono indipendenti dall’uso dei termini: la stragrande maggioranza dei modernisti, antichi e moderni, non si chiamavano modernisti, ma lo erano nel senso della Pascendi.
Mi creda davvero dispiaciuto per questa sua presa di posizione, che vuole sottolineare una impossibile equidistanza (tra chi vuole difendere la Tradizione e chi vuole demolirla): la Chiesa è sofferente e l’eresia abbonda (secondo quanto dice il Cavalcoli in Il problema dell’eresia oggi) non per fantomatici tradizionalisti (inesistenti o quasi), ma per la valanga del progressismo, del relativismo e del modernismo.
Con stima, rispetto, ammirazione,
Fabrizio

Carissimo Cannone,
La ringrazio di avermi scritto, e desidero risponderLe con calma e completezza, perché la questione da Lei sollevata è quella che mi preoccupa di più in questo periodo, essendo essa legata alla tragedia che la pastorale sta vivendo da alcuni anni a questa parte. E io vivo il mio sacerdozio, ivi compresa l'attività accademica, solo per la pastorale, ossia per l'annuncio del Vangelo a tutti e con tutti i mezzi.
Prima di risponderle in modo sistematico, Le chiedo se ha letto il mio articolo sull'Isola di Patmos nel quale spiegavo perché non desideravo essere etichettato, nel mio servizio pastorale alla retta interpretazione della fede, né come progressista né come tradizionalista. Scrissi quell'articolo per non provocare confusione nei lettori, e anche per indurre gli altri due redattori della rivista telematica e smetterla con la loro polemica disgustosa contro i tradizionalisti, identificati in blocco con i lefebvriani. L'inutilità del mio sforzo di prudenza pastorale non ha sortito alcun effetti, come Lei avrà capito leggendo il commiato dall'Isola di Patmos, che gli altri due hanno avuto almeno la bontà di pubblicare (e ancora è leggibile nel sito).
Se mi risponde dicendomi che ha letto quei testi e che ciò nonostante non approva la mia posizione, allora vuol dire che davvero devo spiegarmi meglio, sia con Lei che con tante ottime persone che nella sostanza sono d'accordo con me, come io son d'accordo con loro. Restano solo equivoci lessicali e ambiguità concettuali determinate dalla presente situazione ecclesiale.
La coerenza della mia impostazione dottrinale la trova consultando il sito www.fidesetratio.it
A presto. Attendo una Sua breve risposta in merito, e nel frattempo restiamo spiritualmente uniti nell'amore per la Chiesa: amore effettivo e sincero che realmente ci ha tenuti uniti sempre, malgrado quello che Lei ha potuto sospettare.
Dio La benedica!

Caro mons. Livi,
ho letto quell’articolo e proprio per questo le ho scritto. Non ho dubbi sulla sua coerenza dottrinale e rara e coerente visione teologica cattolica. La rarità della sua visione sta nel fatto di essere legata alla Tradizione, Tradizione odiata dal progressismo, dal relativismo, dal fideismo odierno. Per me lei proprio lei merita, perché è un punto d’onore e un fiore all’occhiello, la qualifica di tradizionalista!!
Io stesso non mollerò mai questo termine nobile. Ancora un esempio storico: il ‘Sodalitium pianuum’ di mons. Benigni era certamente sostenuto da Pio X (con vari rescritti autografi e con delle donazioni periodiche). Ebbene, essi si definivano ‘cattolici romani integrali’. Certo, cattolico in astratto potrebbe bastare: ma tutti noi viviamo nel concreto… In ogni caso mi pare davvero assurdo il dire che se uno si definisce tradizionalista (mi pare che Paolo VI definì una volta la Chiesa come ‘conservatrice intransigente’) sarebbe fuori dall’ovile o avrebbe una visione ideologica della fede. Questo per me è assurdo. Anche milioni di coloro che si definiscono cristiani sono devianti, ma allora dovremmo per evitare confusioni rifiutare un termine che evidentemente ci ricollega al Maestro? Per me sarebbe magnifico sei lei spiegasse sul blog in che senso e in che modo (coi distinguo che lei sa fare da par suo) si può dirsi tradizionalisti. Ma appunto in che senso si può e forse si deve.
Cito da un testo di Cavalcoli intitolato Per la pace nella chiesa: ‘Esiste un sano tradizionalismo, in comunione con la Chiesa’. Meno male!! Non esistono solo i lefevriani a usare quel termine!!
Attendo sempre il suo chiarimento.

Carissimo Cannone,
anche il cardinale Burke, se è per questo, parla positivamente di "tradizionalisti". Le spiego meglio la mia posizione. Abbia la pazienza di leggere quanto segue. Gli amici di Alleanza Cattolica scrissero sulla rivista Cristianità, recensendo favorevolmente il mio trattato Filosofia del senso comune, che io mi potevo considerare, come si considerano loro, “tradizionalista”. Il motivo? Aver dimostrato che - da un punto di vista strettamente logico – non è possibile negare la trascendenza e la validità perenne delle certezze del “senso comune”, che sono di fatto la premessa razionale sia della scienza (riflessione sull’intero dell’esperienza o su alcune sue parti) che della fede nella rivelazione. Ma questa dottrina, che smentisce il relativismo, può essere etichettata come “tradizionalismo” solo se la si vede in contrapposizione all’ideologia dello storicismo e dunque anche del progressismo teologico. Ammetto che la mia posizione possa essere vista e anche utilizzata, dialetticamente, in questo rapporto con il maggiore conflitto ideologico in atto oggi nella Chiesa; ma ciò non toglie che io non desideri limitarmi a questo aspetto contingente e che quindi consideri superflua questa aggettivazione, ché anzi la rifiuto per me in quanto può offuscare il carattere scientifico e non – appunto – ideologico della mia tesi, peraltro fondamentale anche in rapporto alla necessaria ricostruzione della teologia fondamentale (o apologetica) su basi solide.
Ma a questo punto occorre chiarire in quale senso io parlo di “ideologia”. Certamente, riguardo ai cattolici che si definiscono “tradizionalisti” io non uso questo termine in un senso negativo, e tanto meno dispregiativo. Lo uso in un senso epistemico molto preciso (e necessario al dialogo culturale), anche se poco condiviso, perché da Marx i poi “ideologia” è venuta a significare qualunque teoria che non sia la “scienza” del materialismo storico e dialettico, ossia il marxismo. Invece proprio il marxismo è la prima grande ideologia nel senso che io dò al termine, come insieme di analisi e di sintesi teoriche che pretendono di essere “scienza” – e quindi si presentano come verità apodittica e reclamano il consenso di tutti - ma non rispettano l’esigenza primaria di ogni vera scienza, che è la capacità di giustificare ogni singola affermazione, sia di tipo fenomenologico che di tipo ermeneutico. L’ideologia è dunque un’opinione, a volte rispettabile e a volte inammissibile, la cui caratteristica fondamentale è di mirare al consenso per motivi pragmatici, a volte nobili e a volte ignobili, proprio in forza della sua apparente qualità di scienza.
Io applico questa categoria epistemica a molta parte della filosofia contemporanea e anche della teologia. Ma la applica anche a le correnti di opinione, maggioritarie o minoritarie, che nella Chiesa oggi si contrappongono, ossia appunto al progressismo e al tradizionalismo. Che la applichi al progressismo significa che intendo difendere la fede del popolo di Dio dalle arbitrarie interpretazioni della vita ecclesiale e in particolare del magistero solenne e ordinario degli ultimi tempi. Si tratta di interpretazioni, non solo arbitrarie (perché basate sul falso dogma filosofico dello storicismo dialettico, quale è professato da Hans Küng), ma anche mirate a promuovere nell’opinione pubblica cattolica un consenso sempre più ampio alle tesi ereticali, il che è quanto di più contrario al bene della Chiesa si possa pensare e fare. Per contrastare tale ideologia combatto da anni con la armi della logica epistemica, capaci –ne sono convinto e chi mi legge mi dà ragione – di de-costruire i le false o almeno parziali analisi testali e soprattutto i falsi argomenti della retorica progressista. Nel fare tale critica dell’ideologia progressista mi colloco a mia volta in un ambito ideologico, quello dei tradizionalisti? No, perché mi limito a operare, con tutto il rigore possibile (e con tuta la passione per la verità della fede che mi muove come la ragione della mia vita), nel campo del quale sono competente, quello della scienza filosofica (logica e metafisica).
E perché chiamo talvolta “ideologia” anche la posizione dei tradizionalisti, che pure sono animati a dalle mie medesime intenzioni? Perché talvolta anche i tradizionalisti non si limitano a quanto ognuno di loro può sapere e dire con rilevamenti davvero scientifici (sulla base della loro competenza specifica, ad esempio Roberto de Mattei come storico) e argomentazioni teologicamente rigorose (rispettose della logica aletica e dell’ermeneutica della fede) ma estrapolano da dati inevitabilmente parziali conclusioni generalizzate (di carattere esegetico) sulla conformità dei documenti del Vaticano II con la Tradizione, assieme conclusioni generalizzate (di carattere socio-religioso) sulla situazione di fatto nella Chiesa cattolica, confrontandola con quella rilevabile prima del Vaticano II. Sono induzioni e deduzioni legittime, beninteso, ma solo come opinioni prive di fondamento certo, anche se formulate da persone di indubbia onestà intellettuale e di solida formazione dottrinale. Se tali opinioni, che per la loro stessa natura non hanno la garanzia di un fondamento scientifico pubblicamente comunicabile e condivisibile, vengono presentate con la pretesa di proporre a tutti i cattolici una verità apodittica, ecco che allora assumono i connotati dell’ideologia: un’ideologia, in questo caso (il caso dei tradizionalisti che io conosco, apprezzo e frequento) che diffonde opinioni del tutto rispettabili, anzi talvolta convincenti, persino condivisibili da parte di tutti i cattolici sensibili ai problemi della pastorale, ma pur sempre un’ideologia, che si costituisce come tale nel momento stesso di darsi un nome – quello di “tradizionalismo” – che vorrebbe essere comprensivo di tutte le varie tesi e di tutti i loro rispettivi autori. Questo è il vero motivo per il quale rifiuto per me l’etichetta di “tradizionalista” e non accetto “in blocco e a scatola chiusa” le tesi dei tradizionalisti. Tante volte mi sono trovato d’accordo con alcuni di loro, ed essi con me, su singole tesi dottrinali e su singole iniziative culturali, ma non posso condividere altre tesi che risentono delle premesse ideologiche di partenza. Non posso condividere, in generale, il metodo troppo “politico” (troppo legato alla necessità di semplificare il linguaggio per esigenze di comunicazione socio-culturale in una realtà dominata dal potere mediatico dei progressisti) di difesa della Tradizione cattolica. I tradizionalisti – dei quali condivido in pieno gli intendimenti apostolici - hanno tutto il diritto di adottare questo metodo dialettico, ma io mi attengo sempre a un metodo diverso, lavorando per quella “difesa scientifica della verità cattolica” che è lo scopo della mia Unione Apostolica “Fides et ratio”.

Sintetizzo in alcuni punti quanto lei ha scritto.
1. Il termine di tradizionalismo e tradizionalista in sé non ha una valenza negativa. Anzi racchiude valori e concetti alti e nobili.
2. Questo termine dunque anche vedendo l'uso di neologismi fatti nella storia dai cattolici può essere usato in chiave apologetica o sanamente polemica.
3. Certi tradizionalisti usano a volte argomenti e analisi né ben fondate nel dogma né ineccepibili sotto il profilo filosofico.
4. La chiesa è colpita nel suo cuore oggi da tendenze e orientamenti che nulla hanno a che fare con il tradizionalismo anzi ne sono la perfetta negazione come il modernismo il relativismo il soggettivismo morale etc.
5. La conclusione è mia: visti i punti sopra esposti cerchiamo di migliorare le argomentazioni dei tradizionalisti, evitiamo di usare troppo tale termine (che io uso quasi solo in privato) e soprattutto restiamo uniti e fermi nella lotta apocalittica tra gli amici di Dio, della Chiesa e della Tradizione, e i nemici di Dio.

Caro Cannone,
Lei, da persona intelligente e di fede sicura, ha compreso bene quello che io volevo dire. Le saranno parse eccessive tante complicate considerazioni, ma il problema sta tutto qui: se si vuole parlare di ciò che è la fede necessaria alla salvezza (che molti chiamano la "tradizione"), esigendo il consenso di tutti i cattolici (non solo quelli di una parte o fazione o corrente) bisogna distinguerla accuratamente dalle opinioni o interpretazioni ipotetiche, che possono essere legittime ma non coincidono con il dogma. Fare queste distinzioni non è dovere di tutti, ma lo è per me, per l'apostolato della dottrina che svolgo, e quindi si capisce che io perda tanto tempo (e lo faccia perdere a buoni amici come Lei) per giustificare la mia scelta di restare nel recinto del dogma, pur rispettando e condividendo, se del caso, opinioni altri in materia di fede e di pastorale.

Con rinnovati sensi di sincera stima e di immutabile cristiana fraternità.

24 marzo 2015

Oltre l'uomo e la donna


di Fabrizio Cannone

La sciagurata teoria del gender è in questo primo quindicennio del XXI secolo il luogo in cui al meglio si manifestano due fronti contrapposti e irriducibilmente avversi: i fautori del bene e della pace contro i fautori della violenza e del disordine. Al male non c’è limite (se non la volontà divina) e al bene neppure: anzi è il solo bene a risultare assolutamente illimitato e assoluto, eterno ed eternamente vittorioso, e non il male. Secondo s. Tommaso però Dio potrebbe fare un mondo migliore di quello che ha creato realmente e liberamente, essendo infinita la sua fantasia e la sua potenza; ma questo più di un teologo lo nega poiché crede che altrimenti l’avrebbe già fatto, al posto di questo modo imperfettamente buono. Questione intrigante e complessa… Si potrebbe anche rovesciarla così: il mondo e l’umanità possono sempre peggiorare poiché si può essere lontani da Dio, ma anche più o meno lontani, e perfino lontanissimi.

L’omosessualità ad esempio è in sé e per sé una negazione dell’eterosessualità (naturale) voluta da Dio e come tale sembra una negazione assoluta (simpliciter), e non superabile. La teoria del gender invece, benché sostenuta soprattutto in ambienti omosessualisti, supera a sinistra l’omosessualità tradizionale: questa ammetteva la differenza sessuale innata tra uomo e donna, pur riconoscendo la legittimità di orientamenti sessuali dismorfici, cioè diversi da ciò che la natura ha stabilito nel sesso biologico. Il gender supera l’omosessualità poiché tra i suoi errori, mirabilmente descritti dal filosofo Alain de Benoist, c’è la negazione nettissima della stessa realtà del sesso biologico come tale. 

Nel suo opuscolo sintetico e in un certo senso esaustivo ("Oltre l'uomo e la donna. Contro l'ideologia gender", Edizioni Circolo Prudhon, 2015, pp. 57, euro 6), de Benoist cita molti tra gli slogan dei fautori del gender (i quali auspicano, non dimentichiamolo, la violenza dolce e apparentemente indolore da praticarsi sui bambini nelle scuole di Stato). Eccone un campione sufficiente: “Uomo e maschio potrebbero designare sia un corpo femminile che un corpo maschile; donna e femminile sia un corpo maschile che femminile” (Judith Butler, capofila del femminismo radicale e profetessa dei gender studies); “La natura non è sufficiente a definire la differenza dei sessi (…). La differenza dei sessi non è un semplice dato della natura (…). Non si nasce maschio o femmina. Questo è il punto di partenza di ogni riflessione sul gender” (Eric Fassin); “La teoria del gender come l’omogenitorialità rimette in causa la rappresentazione ancestrale che le donne e gli uomini disporrebbero di una essenza propria che darebbe loro delle caratteristiche specifiche e soprattutto complementari” (Caroline de Haas). Quest’ultima frase è materialmente vera: la teoria del gender e l’omogenitorialità, nella loro assurdità e contraddittorietà, in effetti minano non una o più tradizioni ancestrali umane, ma la Tradizione universale di tutti i popoli della terra, sovvertono i cardini della morale, giustificano la violenza, la perversione, l’omologazione-schiavitù degli uomini e la soppressione della natura. Se c’è qualcosa che abbatte la natura più dell’atomica, le piogge acide e gli OGM, è la teoria del gender.

La radice filosofica di queste vomitevoli abiezioni sta nel rapporto, falsato appositamente, “tra la natura e la cultura”. Certo, come spiega l’autore, ci sono convenzioni, tradizioni, usi e costumi per individuare il maschile e il femminile che dipendono dalla storia, dalla cultura e dalle credenze dei popoli: potremmo immaginarci una società in cui alle femmine sia associato il fiocco celeste e ai maschi il fiocco rosa, o i capelli lunghi all’uomo e quelli corti alla donna, etc. etc. Ma questi elementi culturali, in un certo senso contingenti (Cristo aveva i capelli lunghi…), non negano affatto l’esistenza della natura, cioè della differenza tra l’umanità maschile e quella femminile, tra la natura intima dell’uomo e della donna, perfettamente complementari dal punto di vista biologico-psicologico-sessuale. Negare la natura per sottolineare la discutibilità di alcuni elementi tipici della cultura è un abbaglio così immane che non può avvenire sine ira et studio. E la volontà evidente qui è quella di distruggere, di decostruire la famiglia e in essa la pace e l’armonia della società, umana e cristiana.

Al contrario come ha scritto Michel Schneider, “non si sceglie il proprio sesso e non ce ne sono che due soli”. E’ la logica iniqua dell’iper-capitalismo consumista che vuole l’aumento delle scelte oltre il limite della natura per favorire la logica del mercato e dell’acquisto: anche il sesso biologico oggi è oggetto di compravendita! E moltissimi bambini vengono abortiti perché non sono del sesso desiderato. Nota invece de Benoist che la “differenza di sesso è la differenza più immediata, la differenza prima all’interno del genere umano, ed è altresì quella che permette alla specie di riprodursi”. Gli omosessuali in realtà, “sono uomini e donne come gli altri dal punto di vista del sesso biologico. E’ dunque un abuso di linguaggio qualificare l’omosessualità come terzo sesso”. Ma su questo il filosofo è stato ampiamente superato dalla fantasia dei media (al servizio delle logge) i quali ipotizzano ora anche dei nuovi generi: bisexual, transgender, ungender, queer, e moltissimi altri! La visione dell’essere umano al di là del sesso di appartenenza è definita una visione giustamente come “negazionista della realtà della differenza sessuale”: per la Butler infatti l’uomo nasce neutro e sarebbe la società a (de)formarlo sessualmente. Oggi quindi dovremmo favorire la nascita di apertissimi e tollerantissimi gay e trans, e non di ottusi e antiquati maschi e femmine, rappresentanti archetipici della società patriarcale, misogina e bigotta! Gli studi scientifici (non finanziati dai gruppi di potere) ci dicono invece che tutto nell’uomo è sessuato, non solo l’apparato genitale, ma anche il cervello e questo spiega perché “Quando li si contraddice, le bambine piangono, i bambini danno calci”. D’altronde, “nel corso della vita, gli uomini rischiano di più delle donne, hanno più incidenti, commettono più crimini e atti di delinquenza, sono arrestati più frequentemente, si ammalano di più e muoiono più giovani”.

La confusione sessuale di oggi è una delle cause principali della violenza, della depressione, della noia di vivere, della debolezza, dell’odio, dell’ignoranza e dell’immoralità: che qualcuno voglia inculcare queste tendenze nei cuori dei nostri figli deve solo riempirci di orrore. E di coraggio.

22 marzo 2015

Affittate anche voi un utero. Prezzi modici


di Francesco Filipazzi

In Italia la pratica dell'utero in affitto non è legale e un figlio che esce dal grembo di una donna, concepito in via naturale o con inseminazioni artificiali, è riconosciuto come figlio di quella donna. Un po' come si è fatto negli ultimi milioni di anni di vita mammifera su questa terra. 
Oggi però le cose stanno cambiando e anche nell'ignorante Italia si può affittare un utero per la cifra convenientissima di 30 mila euro, da un'azienda in Ucraina. Il sito è www.uteroinaffitto.com.
Aprendolo possiamo vedere una bella schermata da shop online, ma i prodotti non sono telefonini e libri, ma.... i nostri futuri pacioccosi bambini. E si fanno anche degli affari, con tanto di offerte e di "soddisfatto o rimborsato". I genitori in pectore possono scegliere il prodotto che più li aggrada e poi andare in Ucraina a prenderselo bello che pronto. 
Come potrete vedere l'azienda è molto seria, (fanno loro il "preglievo" dei gameti), incluso nel prezzo c'è il catering e l'appartamento è provvisto di tutte le comodità, nello specifico TV, cucina, frigorifero, doccia e, non poteva mancare, una bella stanza da letto. A breve aggiungeranno un set di pentole in acciaio Inox 18/10.
Organizzano anche escursioni locali, però solo se il tempo è bello. Non si sa mai che il cliente si ammali.
Unica pecca, che speriamo venga risolta, manca il servizio a domicilio, il che è un po' scomodo, visto che stavo già pensando di farmi spedire un pupo con la posta raccomandata. Però nel prezzo è compreso l'accompagnamento finale all'aeroporto, il che non fa mai male, non si sa mai che il cliente si perda.
Insomma, siamo di fronte a un'occasione imperdibile: il pacchetto All Inclusive, di Utero in Affitto punto com.

21 marzo 2015

Una critica (costruttiva e amichevole) a La Croce - Quotidiano


di Satiricus

Non ce la faccio più, non tollero più di esser trattato da utile idiota, con argomenti fatui e lacunosi, con totale assenza di auto-critica, con sicumera ottusa e con una superficialità che solo gli intellettualisti possono permettersi. Sembra di sentire gli eurocrati con ministri mai votati al seguito “la crisi è passata, state tranquilli”; sembra l’untuosità sorniona dello stesso Scalfarotto “il mio ddl non vi darà problemi, state tranquilli”. Peccato che qui si tratti di La Croce Quotidiano, dove fin dal primo numero hanno scelto di trattare così il lettore in materia di cattolicismi, puntando evidentemente sul fatto di avere a che fare con un target di destinatari totalmente sprovvisti di conoscenze in merito. Lo dico con totale nausea, ma anche col diritto del cliente, di quello che ci mette i soldi e la faccia per diffondere tra conoscenti e amici il doppio foglio di Marione, formidabile grimaldello sui temi caldi della laicità. Lo dico dagli inizi e qui lo ribadisco: onore agli arditi de La Croce, i redattori che fecero l’impresa. Onore al grande sforzo, alla passione, al coraggio, allo studio, al servizio di questa equipe piacevolissima, soprattutto perché nata dal basso. Oggettivamente intollerabili stanno divenendo invece i palchetti raggelanti di Marcotullio - eh già, è a lui che vanno i miei disappunti - roba che quasi rimpiango il normalismo aplomb di Introvigne o il papalisimo anodino di Invernizzi su La Roccia. Qualunquismo mascherato da professionalità, è il mio giudizio personale un po’ calcato. Un qualunquismo pericoloso, sebbene limitato ai temi vaticani, perché in tutto simile a chi sbeffeggia le veglie delle Sentinelle, i Congressi regionali, le bandiere giganti nelle piazze ed in generale tutta la militanza critica pro-life, in quanto espressione eccessivamente allertata di compulsivismo bigotto e conservatore (quasi “essenzialista” in materia bioetica - cfr. più sotto): insomma roba che ti attenderesti dal circolo LGBT o dall’ACLI di quartiere, non da La Croce Quotidiano.

Non dico certo di buttarsi sulla spietata linea Socci (troppo caustico); non pretendo nemmeno di dar spazio all’intelligentissimo e prudentissimo Messori (troppo fine); mi andrebbe bene una posizione che si limitasse a presentare i lati più ortodossi del Magistero ufficiale attuale, smontando le strumentalizzazioni mediatiche su Francesco e sgonfiando il clamore di alcune sue comunicazioni atipiche: questo in effetti serve al cattolico medio, aderente alla battaglia contro i falsi miti di progresso. Per meno di questo, però, non sono disposto a proseguire nella diffusione della Croce. E invece il “meno” lo si tocca quasi quotidianamente. Un episodio per tutti. Il 17 marzo Marcotullio se n'è uscito con il riciclo di un'intervista della Stampa a Dianich per un resoconto che bollerei, rendendo addirittura onorifica la critica, come leibniziano. "Chi guarda al Sinodo dell'ottobre venturo con apprensione sembra ignorare la storia della Chiesa". Udite udite: l’eurozona non è un problema, Scalfarotto non è un problema e la bagarre sinodale sulla famiglia e i sacramenti non è un problema. Viviamo nella migliore delle Chiese possibili, perfetta addirittura, in cui non si ha da temere nulla. Qualcuno profetizza un nuovo terremoto di Lisbona? Una defezione nella fede ecclesiale? Catastrofista! I terremoti sono roba da Medioevo - o qualcosa di simile. Dianich è un esperto, lui ha studiato e sa che non rischiamo nulla, la Chiesa procede sicura, avvezza a dibattiti. "Tutta la storia del cristianesimo è anche la storia di un grande confronto". Ogni tanto qualcuno muore bastonato “dai suoi monaci”, ma anche questo non è di interesse, tanto più che tale sorte probabilmente non toccherà né a Dianich né a Marcotullio.
Anche io ho studiato, non tanto come Dianich, ma ho studiato, addirittura ho studiato libri e articoli di Dianich, e mi consta che negli ultimi cinquecento anni, a fronte di una Chiesa dottrinalmente salda (sulla carta - carta peraltro ampiamente contestata dai teologi più applauditi), abbiamo perso milioni di fedeli, rastrellati di secolo in secolo dalle ondate prima protestanti, poi illuministiche, poi comuniste ed ora nichiliste (sto semplificando, però in linea di massima tengo dietro alla Spe Salvi di Benedetto XVI). E poi, ardisco precisare, non solo la storia della Chiesa, ma la storia dell’umanità è “la storia di un grande confronto”, apocalittico addirittura, o non fu un grande confronto la Seconda Guerra Mondiale? O non si dice - per usare provocazioni meno gratuite - che le Crociate coi loro laghi di sangue sono state occasione di un grande scambio culturale tra europei ed arabi? Per cominciare dunque mi accontenterei di sottrarre alla banalizzazione irresponsabile questo primo punto, stando peraltro assolutamente al di qua di qualsivoglia critica al Romano Pontefice (così anche i fedelissimi della Croce possono leggere senza scandalo): rendiamoci conto che la Chiesa non è solo il balconcino di San Pietro e il rotocalco degli Acta Apostolicae Sedis; il dramma annusato da taluni insomma non concerne direttamente od esclusivamente la possibilità di stravolgimenti magisteriali o cedimenti pontifici, di documenti discutibili o prassi svecchiate, ma tiene conto del dissesto nel popolo, del tracollo nella vita cristiana ordinaria e nelle vocazioni sia speciali che familiari. Gli scontri, per quanto possano attendersi finali idillici nei sacri palazzi, costano sempre in termini di vittime sul campo, e la mancanza di preveggenza strategica può costar cara ai poveracci della prima linea.
Non basta, di colpo si passa dal tratto consolatorio in perfetto stile Don Raffae’ al pindarismo teologico più estremo. "La presunzione degli essenzialisti sta in questa riduzione del cammino della fede a un procedimento logico". Chi sarebbero gli essenzialisti? Quelli che difendono la realtà della Eucaristia? Quelli che non trasformano la Comunione in un palliativo psicologico per coppie in crisi e famiglie arcobaleno? Non si capisce. Del resto tale approfondimento supera il livello medio-basso delle riflessioni teologiche ammesse sulla Croce. E allora, proprio per la scelta programmatica di mantenersi ad un tenore di vaticanismo mediocre, paternalistico, pedagogicamente a-problematizzante, divulgativo, non si potrebbe lasciare del tutto esclusi certi temi specifici? È pure in contraddizione con la retorica autobiografica adinolfiana del peccatore recidivo in missione pro-life questa posa catara e innocentista, costruita sul mito di un cattolicesimo tradizionale ignorante e cupo, incline a vedere problemi dappertutto, prigioniero di schemi mentali idioti, così analfabeta da fraintendere sistematicamente tutte le cristalline dichiarazioni di Francesco. Tutto bene, signori lettori, dite il rosario e andate avanti, prenotatevi per il Palalottomatica, alla Chiesa ci pensa lo Spirito Santo (e alla famiglia no? Gli serviamo noi coi pullman da tutta Italia?). Storico e sovente accusato di essenzialismo è - concedetemi un esempio scomodo - Roberto De Mattei, le sue posizioni di militanza culturale possono dispiacere (io non le condivido), il suo lavoro di ricerca sul Concilio Vaticano Secondo può non essere ratificato in tutti i dettagli e nei giudizi conclusivi, ma in esso si mostra come anche il Concilio sia stato teatro di gravi e meschini scontri tra prelati, si documenta che alcune sensibili decisioni dei pontefici sono state influenzate da tali trame, e che il Popolo di Dio ne ha risentito: tutto ciò è innegabile, senza con ciò dover ratificare l'implosione della Chiesa e la fine del Papato. Davanti a bassezze degne di un romanzo della Mazzucco l’innocentismo è peccato, “la fede e la preghiera” chiedono anche astuzia e combattività. È eccessivo scrivere questo su La Croce? Lo è, La Croce si rivolge al popolino dei cristiani semplici, veloci allo scandalo; ma è davvero troppo chiedere, non dico la critica intelligente libera e coraggiosa (tipo Messori, che è l'equivalente di Adinolfi in tema di vaticanerie), ma almeno un rabbonimento che non scada nel ridicolo e nella beffa? E’ troppo chiedere che la consolazione del popolino - affatto digiuno di “essenzialismi” - non passi per l’irrisione di punti teoreticamente complessi, facilmente impugnabili dagli stessi teologi di grido (i teologi scomodi non durano molti anni sulle loro poltrone, teologo Ratzinger docet), comodi solo alla autoreferenzialità del redattore? Tiriamo le fila: che alla fin fine, all'indomani del Sinodo in arrivo, sul Catechismo non appariranno stampate eresie possiamo esser d'accordo nella fede (lo scrivo fingendo di non ricordare il Catechismo Olandese, per quanto non ufficiale, e le relative prefazioni di elogio compilate da teologi né “essenzialisti” né “irenisti”, autentici dianichiani ante litteram). Che sia impossibile la defezione di un Papa eretico, non è serio dirlo ma non è tema da quotidiano popolare. Che si riveli semplice a priori la difesa della fede da parte di Francesco e che il prossimo Sinodo possa correr via liscio, va contro ogni ragionevole previsione storica alla luce delle cronache (ma Marcotullio potrà scegliere di scommettere sull'esito, forte - perché no? - dei consigli pokeristici del suo Direttore). Che il Sinodo straordinario non abbia invece già rivelato posizioni materialmente eretiche sia di vari prelati, sia nella prassi di tanto basso clero, sia nel credo di non pochi fedeli è innegabile.
Tralascio altri affondi teologici, ormai sconfortato dalla provata ipocrisia degli ecclesiastici, che contestano con sicumera il Magistero passato, ma si trasformano in pudichi lacchè al cospetto dell'attuale Regnante, che fanno le pulci in aula con certosina minuzia ad almeno 11 secoli di storia della Chiesa, ma poi normalizzano i dissesti del tempo presente elargendo interviste trionfalistiche ad hoc. Curiosa però la dichiarazione sulla prospettiva di studio dell'ecclesiologo intervistato, la quale "non si è orientata verso un'ermeneutica della frattura, né per questo ha rinunciato a mettere in luce le reali e profonde innovazioni". L'eremeneutica o è della continuità o non lo è, dire “né per questo ha rinunciato” non ha molto senso, si annovera ben che vada tra le chimere e retoriche utili a raggirare la questione o a dimostrarsi ignoranti in materia. Che Benedetto XVI su questa benedetta ermeneutica si sia speso dal 2005 fino all’ultimo discorso prima del congedo non suggerisce proprio nulla a nessuno? Nemmeno a chi ha studiato molto?
Lasciamo perdere e andiamo ad una frase in chiusura dell'articolo che è tutto un programma: "Quanto più la fede è robusta tanto più possiamo permetterci di discutere e di litigare, sicuri che la grazia di Dio ci manterrà nella fede". Già, chissà che non stia qui il problema, e sì che Francesco ha preso il timone della Chiesa proprio nell'Anno della Fede. Qual è il gioco? I papi indicono anni speciali per riempire la noia delle loro giornate romane? O non era quell'anno, curiosamente corrispondente agli anniversari del Vaticanosecondo e del Catechismo, indice di una crisi fiacca, sempre più fiacca, tutto fuorché sicura o scontata? E sia, sono valutazioni che si giudicano da sé. Ribadisco, forse il popolo di Adinolfi può accontentarsi di un livello di formazione religiosa medio-bassa, quasi stupida, alimentata da mezze notizie gestite opportunisticamente, l'importante è che siano risoluti nel firmare Referendum e nel sentinellare in silenzio, nel far pienone ai convegni contro i falsi miti di progresso e nel creare comitati di sensibilizzazione pro-life locali. Cose sante, che in effetti possono convivere benissimo con la mediocrità della formazione cattolica e con un servilismo funzionale allo spirito di corpo. Il tutto peraltro viene benissimo compensato dal messaggino mensile di Medjugorie. E voglio appunto congedarmi lanciando una sfida in tema. Provate a interrogare i vostri conoscenti, lettori della Croce, ascoltatori di Radio Maria, fedelissimi di Papa Francesco, devoti di Medjugorie, provate a metterli spalle al muro: dovessero scegliere tra Medjugorie e Francesco, che farebbero? Io ci ho provato ed ho fatto scoperte mirabolanti. Ho scoperto che la Chiesa è piena di normalisti che si spacciano devoti di Francesco, solo perché lo ignorano crassamente quando gli fa comodo, per esempio nella devozione a Medjugorie. "Il Papa - testuali parole - non può opporsi alla Madonna", così un capo-gruppo locale attivissimo nella causa pro-life. Ho capito tutto: non c'è niente da capire.
E con tutto questo il sottoscritto compra La Croce, va a Medjugorie, obbedisce al Papa, dà spazio ai ragionevoli dubbi e prega e teme per l'esito della fede fragile della Chiesa. Anche Dio ne sembra preoccupato, a giudicare dalla marea di martiri che ci sta donando. Ma il Dianich di Marcotullio è tranquillo, lui ha studiato che tanto i martiri ci sono da sempre.

20 marzo 2015

Chi sputa sulla Croce sputa sulla propria anima


di Giuliano Guzzo
 
L’indignazione per la scena della serie House of Cards in cui Frank Underwood – il presidente degli Stati Uniti, interpretato da Kevin Spacey -, uscito dal confessionale, dopo non aver ottenuto l’assoluzione, sputa contro Gesù Cristo, è più che comprensibile anche se non è stata poi così forte, tanto che Pierluigi Battista, giustamente, ha parlato di «reazione tollerante», ben diversa da quella che si sarebbe scatenata qualora ad essere offesa fosse stata un’altra religione; e si può immaginare quale. D’altra parte è da tempo che, in nome della satira o dell’arte, Gesù viene preso di mira: come dimenticare Sul concetto di volto nel figlio di Dio, “spettacolo teatrale” presentato in più teatri d’Italia nel quale andava in scena il lancio di letame – vero o simulato, ha davvero poca importanza – sul volto di Cristo? E la recente pubblicazione di “Jezus!”, rivista olandese nella quale si sostiene che «Gesù non abbia bisogno d’avere un’identità di genere esplicita»? E il caso del presepe blasfemo con due Giuseppe, anziché l’originale con Maria?
 
L’elenco dei casi di offese a Gesù – com’è possibile constatare visitando il portale nocristianofobia.org – sarebbe ancora molto lungo, se non fosse già evidente il fatto che è il Cristianesimo, di gran lunga, la religione più perseguitata al mondo. Ma torniamo al presidente degli Stati Uniti House of Cards, che sputa contro il Signore. Sono andato a vedermi quella scena – davvero violenta e carica d’odio -, rimanendo impressionato da quello che a molti potrà apparire un particolare ovvio, ma che a mio avviso è commovente, e cioè il fatto che Gesù non si muove. Perché si tratta di un crocifisso, ribatterà più di qualcuno senza cogliere come quella scena – che rimane gravissima, e che personalmente mai avrei voluto fosse neppure girata – racconti più cose della condizione umana di tantissimi testi di filosofia, sociologia e antropologia. Assai diffusa, infatti, anche se non si hanno da confessare i peccati e l’orgoglio di Frank Underwood, è la tendenza a sfilare davanti ai crocifissi – non solo in chiesa, ma anche nelle scuole, nei tribunali, davanti ai monumenti di tante piazze – ignorandoli oppure arrivando ad oltraggiarli.
 
Ma Gesù non risponde, rimane com’è, al suo posto. Esattamente come quando fu dapprima arrestato, poi torturato dai soldati romani e infine crocifisso: lasciò e lascia agli uomini la libertà, pure la peggiore. Senza tuttavia – qui sta la bellezza assoluta del Cristianesimo – rinunciare a cambiare gli uomini. «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?», disse trasformando per sempre la vita Paolo di Tarso. E così ha fatto, ai giorni nostri, anche con i più “lontani”: atei convinti, satanisti, pornostar, gente che improvvisamente lascia il passato alle spalle e rinasce. Questo perché Gesù non molla: la sua missione è salvare l’uomo, ogni uomo. E’ far capire che chi sputa su di Lui fa qualcosa di infinitamente peggiore di chi sputa su se stesso; non solo perché mostra tutta la sua miseria, ma perché se la prende con Colui che davvero può aiutarlo. Ignoriamo dunque che ne sarà dell’anima di Frank Underwood e di quella di Kevin Spacey, che ha accettato di girare una scena così densa di disprezzo; sappiamo però che Gesù, fino all’ultimo giorno di vita di costoro, rimarrà come in quei fotogrammi: sofferente, immobile, a braccia aperte. Pronto a perdonare. A dare ad ognuno la sua occasione per risvegliarsi, ed iniziare una vita vera.