01 marzo 2017

Da dj Fabo a Lavagna, un unico vuoto


di Giacomo Boni

Sul tema dell’eutanasia ci vorrebbe più prudenza da parte di tutti. Chi da una parte si accanisce contro una scelta di una persona, accusandola di sacrilegio o offesa verso la specie umana è allo stesso livello di chi gioisce per una volontà tragica, alimentata da una sofferenza immensa di un uomo, soltanto per confermare le proprie tesi da bar.

Mentre i pagliacci da Facebook si scannano, c’è gente che decide di morire spontaneamente. Di fronte a questo scenario bisognerebbe riflettere su un punto, che poi è quello focale: davvero una vita di sofferenza non vale la pena di essere vissuta? Nessuno, però, è fonte di verità assoluta. È verissimo: la Vita è sacra, c’è chi ne è convinto e chi no, ma invece di cercare di far cambiare idea al prossimo bisognerebbe riflettere sul problema alla radice. Perchè molte persone pensano, appunto, che una vita di dolori non valga la pena di essere vissuta? Forse perché non c’è trascendentalità nella loro vita, non c’è spiritualità, aspirazione a qualcosa di grande, non c’è una speranza di vittoria! C’è solo una linea dritta che scandisce i giorni conditi da sofferenza su sofferenza, di fronte alla quale ci si sente impotenti.

Forse perchè non ci sono ideali in cui credere, valori che ti danno la forza e la voglia di vivere; non si crede neanche di essere legati alla propria terra, almeno non tanto da volerci rimanere. Forse perché non c’è una famiglia, non ci sono parenti pronti a starti vicino, figli che ti dimostrano che vale la pena restare, che ti amano; o forse questa famiglia c’è, ma non si crede che possa essere una fonte di amore, ma soltanto di altra sofferenza. Bisognerebbe valutare ogni singolo caso, con cura, perché nessuno ha la verità in tasca, però è chiaro che quando l’uomo perde Dio, Patria e Famiglia è come se fosse morto, e allora, tanto vale staccare la spina.

È disgustoso vedere un personaggio come Cappato approfittare di una tragedia per avere un tornaconto personale, così come Saviano, Tommasi e tutta quella melma di sciacalli pronti ad avventarsi sulla preda per poter scrivere un post in più. Dall’altra parte però, c’è un’isteria del dover per forza trovare un colpevole o cercare un caso di qualche altro malato terminale da opporvi. Dopo il caso di Dj Fabo, dopo il suicidio del ragazzo di Lavagna, non bisogna strapparsi i capelli e gridare dei No molto sterili che rappresentano soltanto degli scudi ideologici che generano scontro. Bisogna gridare un forte Sì: Sì alla vita!

E la vita non è altro che Dio, Patria e Famiglia: legami imprescindibili per la felicità dell’uomo. La missione è quella di far capire a tutto il mondo, tramite un grande Sì, che anche una vita piena di dolore e sofferenza può regalarti la felicità, che accudire un malato può riempirti il cuore di gioia, che vivere è il bene più grande che ci viene donato. Solo così, forse, si può cercare di aiutare chi sta perdendo la luce e vuole smettere di lottare.

http://www.motoretrogrado.it/2017/02/28/da-dj-fabo-a-lavagna-un-unico-vuoto/

 

La Quaresima dei 100 anni

E' infine giunta la Quaresima del 2017. Cento anni fa dei bambini, in Portogallo, si apprestavano alla Pasqua, ignari che di lì a poco i loro occhi avrebbero contemplato una Bellezza superiore ad ogni altra. La Madonna sarebbe apparsa, affidando loro segreti e profezie che tutt'ora non comprendiamo. E' interessante pensare alla Quaresima di 100 anni fa, con il mondo in guerra, con l'odio e il male che si stavano sprigionando inesorabilmente per tutto il globo. Un secolo di sangue si stava affacciando alla storia, e coloro che lo hanno saputo per primi sono stati tre pastorelli umili e semplici.
Cento anni, un numero che per molti evoca un'altra oscura profezia, una sfida che il demonio lanciò a Dio, udita da Leone XIII. "Toglimi le catene per cento anni e distruggerò la tua Chiesa". Sono questi i cento anni concessi da Dio al Nemico? Non lo sappiamo, non sappiamo a quali prove saremo ancora chiamati, sappiamo però che i 100 anni delle apparizioni di Fatima coincidono con il culmine del male nel mondo, con una persecuzione ai danni dei cristiani senza precedenti. Questi cento anni coincidono con l'apparente trionfo della cultura della morte, con i figli uccisi nel ventre delle loro madri, con la distruzione dell'unico rifugio sicuro che molti trovavano nel focolare domestico, con la disperazione di un'umanità che ha rinnegato Gesù e adesso si ritrova da sola e disperata in un universo enorme e freddo a chiedersi perché.
Non sappiamo se questi appena trascorso sono "I" cento anni, ma sappiamo che è stato un secolo assassino e sciagurato dal quale la Sposa di Cristo esce affaticata e con un volto irriconoscibile, "il Venerdì Santo della storia".
La Quaresima che ci apprestiamo a vivere sia un periodo di preghiera e riflessione personale. Un periodo di preparazione, per renderci degni di affrontare le prove che si porranno sul nostro cammino, con l'unica sicurezza di una promessa. "Alla fine il mio Cuore immacolato trionferà".
 

28 febbraio 2017

La confraternita degli apoti (quelli che non se la bevono)


di Enrico Roccagiachini

Quanti fra i miei venticinque lettori (concedetemi questa presuntuosa citazione!) ricordano chi fosse Giuseppe Prezzolini? Intellettuale dell’inizio del XX secolo, appartenne a quello spezzone della cultura laica sicuramente a-religioso, ma non anti-religioso, che percepì il proprio agnosticismo come un limite, ancorché accettato e metabolizzato. Amico e sodale di Giovanni Papini, non lo seguì lungo la via della conversione; fu un esponente di spicco della cultura della destra conservatrice fino alla morte, che lo colse centenario, giusto trentacinque anni fa, nel luglio del 1982. Così, riuscì ad essere un punto di riferimento per più d’una generazione, ed anche per quella che forgiò negli anni ’80 la propria critica – anzi, il proprio rifiuto – del progressismo sessantottino e post-sessantottino, in nome della tradizione.

Saltiamo al 2017. La gran parte dei cattolici laici (in questo momento mi sto riferendo solo a loro), che assiste con sconcerto – per usare un eufemismo – ai correnti accadimenti ecclesiali, si domanda pressantemente: “che fare?”. È un interrogativo tanto diffuso quanto, direi, inevaso; ed io non ho certo la pretesa di dargli una risposta esauriente, men che meno definitiva. In tanti lanciano appelli ai buoni pastori: “siate le nostre guide!”, ma è evidente che anch’essi sono legittimamente in difficoltà di fronte agli sconquassi sempre più choccanti nei quali ci imbattiamo. È anche evidente che alcuni non rimangono inerti né silenziosi: cercano di fare del loro meglio, e molti stanno dando il meglio soprattutto sul piano spirituale e del sacrificio personale, talora al limite del martirio bianco. Ma torniamo all’interrogativo, e proviamo a rifletterci su. In primo luogo, possiamo tentare di mettere a fuoco che cosa non fare. Secondo me, è imperativo non abbandonarsi allo zelo amaro, alla convinzione che tutto sia umanamente e storicamente perduto e che solo un miracolo ci salverà.

Non per escludere il miracolo, ovviamente, né per negare che senza un aiuto soprannaturale non potremo uscirne; ma per non tentare la Provvidenza. Quale che sia lo scopo provvidenziale di questa prova, è certo che di una prova si tratti: e ogni prova ci chiama alla (re)azione, sia sul piano spirituale, sia sul piano delle opere. Poi, possiamo e dobbiamo fare ciò che ci è stato indicato espressamente: siamo nel 2017, no? Nel centenario di Fatima: dunque “penitenza, penitenza, penitenza”! Confessione, comunione, rosario. Dovremmo saperlo bene, soprattutto quanti di noi sono tradì. E poi? Potrebbe esserci dell’altro?

È proprio qui che entra in gioco Prezzolini. Nel 1922/1923, egli ideò una cosa chiamata la Congregazione degli Apoti: «oggi», scriveva, «tutto è accettato dalle folle: il documento falso, la leggenda grossolana, la superstizione primitiva vengono ricevute senza esame, a occhi chiusi, e proposte come rimedio materiale e spirituale. E quanti dei capi hanno per aperto programma la schiavitù dello spirito come rimedio agli stanchi, come rifugio ai disperati, come sanatutto ai politici, come calmante agli esasperati. Noi potremmo chiamarci la Congregazione degli Apoti, di “coloro che non le bevono” tanto non solo l’abitudine ma la generale volontà di berle, è evidente e manifesta ovunque…. ». Si trattava, dunque, di coloro che non si lasciavano sedurre dal pensiero dominante, dai luoghi comuni subiti passivamente, da ciò che oggi chiameremmo lavaggio del cervello mediatico, dalla falsificazione della realtà e dall’adesione alla falsità. Insomma, tutti coloro che non si lasciavano prendere in giro dai “potenti” o dai “furbi”, e che si ostinavano a voler considerare le cose come stanno, e non come pure ci farebbe piacere – o comodo – che stessero.

Gli apoti ci sono anche nella Chiesa. Si trovano tra i fedeli semplici, tra i battezzati privi di appeal pastorale, ma non di dignità spirituale e di intelligenza dottrinale. Ne citiamo un esempio non preso a caso: gli sposi che hanno subito un divorzio, ma che, ciononostante, si sono mantenuti fedeli al sacramento, al coniuge che li ha abbandonati. Questi apoti non contestano la Gerarchia e non ne negano l’autorità, ma ne respingono l’incultura e il modernismo ormai sempre più palese: quello per cui la realtà è normativa e prevale su ogni ragionamento teologico o dottrinale, e il buon cattolico è colui che aderisce acriticamente ai fatti così come brutalmente accadono (oggi si dice “alla vita reale delle persone”), e che si beve tutto ciò che è necessario bersi per essere in sintonia con la contemporaneità, per non sentirsi “fuori dai giochi”. Quel modernismo per cui il tanto invocato discernimento non vale a discriminare le azioni o le intenzioni in base alla regola del comportamento, ma a rinvenire tale regola “a valle”, non “a monte”, dei comportamenti reali, di cui si “discerne” la normatività: così da assecondare l’onda, e sentirsi coerenti con i segni dei tempi... Senza rendersi conto – si spera – che ciò equivale a dire che il peccato, che è un fatto brutalmente reale, un comportamento intrinseco, ahimè, “alla vita reale delle persone”, è normativo, a iniziare dal peccato primo, il peccato originale.

Ebbene: come è già accaduto in altre analoghe contingenze storiche, qualcuno fra questi apoti ha iniziato a comprendere che esiste anche il “potere dei senza potere”, di quanti avvertono il bisogno di “vivere nella verità” (Vaclav Havel). Come potrebbe spiegarsi, infatti, l’inusitato proliferare di manifestazioni di disagio – anzi, di dissenso – espresso in forme ironiche, sarcastiche, satiriche, indirizzate da cattolici ad altri cattolici, che ha già toccato picchi in passato inimmaginabili (il riferimento alle famose affiches capitoline o alla falsa prima pagina dell’Osservatore Romano è voluto), se non come l’unica possibilità di farsi sentire concessa al vero emarginato, al vero abitante delle vere periferie ecclesiali? Egli è ridotto alla condizione di Pasquino: giustamente evocato proprio con riguardo agli episodi che ho appena ricordato. Questo diffuso e finora silente dissenso, che, come è stato ampiamente notato, è della stessa natura del dissenso popolare ai tempi della crisi ariana – cioè un santo dissenso, perché il bisogno di “vivere nella verità” è un bisogno benedetto –, può forse fare un qualche salto di qualità? Riusciranno questi fedeli, cui ben pochi pastori sono realmente capaci di prestare attenzione, a dare alle loro ragioni un’espressione più esplicita e più organica di uno sfottò? Sapranno rompere la coltre del conformismo di regime che li costringe a muoversi solo sul piano delle pasquinate clandestine? È pensabile una sorta di ideale “marcia dei quarantamila” dei cattolici che desiderano mantenersi tali? In altri termini: è forse giunto il momento di lanciare il manifesto degli apoti – anzi dei catto-apoti?
Il manifesto di coloro che non si bevono: la riduzione della misericordia a figura od espediente retorici; l’attribuzione di valore teologico all’ecologismo alla Al Gore; la collegialità di cartapesta attorno al più roccioso autoritarismo; il sociologismo esasperato, in ritardo più o meno di quarant’anni; l’aritmetica teologica del due più due uguale cinque; la spocchia di chi diffida delle parole del Verbo, perché non ci sono pervenute su supporto magnetico; Napolitano e la Bonino tra i grandi dell’Italia di oggi, o Enzo Bianchi tra i grandi dell’odierna Chiesa; la sussiegosa condanna della rigidità, che cela tutta l’insofferenza per chi si sforza di vivere come pensa e crede, anziché abbandonarsi a pensare e credere come vive; il disprezzo del diritto mascherato da irresistibile volontà di risanamento; l’incoerenza e la contraddizione spacciate per libertà evangelica; il culto della personalità travestito da amore per la semplicità e la modestia; e tutto il resto che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi.

Il manifesto di coloro che non si bevono il mantra del “finalmente”: di una chiesa “finalmente” accogliente, inclusiva, comprensiva, misericordiosa, povera per i poveri, pacifica, evangelica, ecumenica... che, insomma, in questi ultimi duemila anni testé trascorsi avrebbe capito poco del Vangelo, ancor meno del mondo, flirtato col potere, corrotto gli animi, ecceduto in pizzi e merletti, relegato il popolo nell’ignoranza, parlato una lingua morta, oppresso i fedeli con dogmi e divieti, diviso la cristianità respingendo orientali e luterani, fatto criminale proselitismo e, soprattutto, ingiustamente negato la comunione ai plurigami! Che non si bevono, in altri termini, la nuova Chiesa grande, strana, e stravagante, in cui tutti – evangelici, cattolici e sette di ogni denominazione; forse anche i mussulmani – possano riunirsi e avere uguali diritti (ma differenti dottrine: la dottrina è un puro gioco intellettuale, con “la vita reale delle persone” non c’entra), e pensano che, invece, Dio abbia altri progetti, e magari sia pure cattolico... NB: il riferimento alla beata Caterina Emmerich è anch’esso voluto.  

Questi apoti, in tutto quanto non si bevono vedono una sola cosa: l’estremo tentativo di un gruppo di vegliardi e dei loro pochi e sterili vassalli, incapaci di riconoscere il proprio fallimento, di trovare una rivincita, di affermare violentemente – cioè usando il potere senza carità e senza curarsi del diritto – i loro pregiudizi ideologici, maturati negli anni della loro giovinezza (formidabili quegli anni!), e di dimostrare che tra l’ideologia ed i fatti sono quest’ultimi a dover avere la peggio. Una specie di conventicola alla quale importa solo di vincere, senza necessità di convincere. Anche perché a convincere ci hanno provato senza successo per quasi cinquant’anni, ormai – per quanto la vita media si sia allungata – è rimasto loro poco tempo, i giovani, specie le nuove generazioni sacerdotali, non se li filano proprio, e sono costretti ad agire spregiudicatamente, fulmineamente e senza fare prigionieri.

Concludendo: un manifesto nel quale si dica, senza troppi giri di parole, senza ricorrere alla dissimulazione della presa in giro, con l’innocenza di chi non ha paura dell’evidenza, che il re è nudo. E che quello che dovrebbe essere magistero si è ridotto a pura affabulazione, talora bonaria o addirittura divertente, talaltra fatta di vuoti slogan o addirittura di meri sofismi proposti come illuminanti verità, dalla quale sono completamente assenti proprio le parole che i fedeli aspettano come le sentinelle l’aurora: le parole di vita eterna.
 

Dj Fabo, la morte e quello che ci nascondono


di Giuliano Guzzo

La morte di Fabiano Antoniani, 40 anni compiuti il 9 febbraio scorso, il dj rimasto cieco e tetraplegico dal 2014, in seguito ad un incidente stradale – e recatosi in Svizzera per porre fine a quella che considerava «una lunga notte senza fine» – è al centro, come prevedibile, di un dibattito inteso, senza dubbio appassionato, ma estremamente disonesto, nel quale le imprecisioni abbondano a tutto vantaggio di una lettura emotiva e non ragionata dei fatti. Per cercare di rimettere ordine, ritengo opportuno mettere a fuoco alcuni aspetti fondamentali, al di là dei quali l’intera vicenda continuerà ad essere equivocata.  Anzitutto, c’è da dire che Dj Fabo non era un paziente terminale dilaniato dalle sofferenze fisiche. Era, certo, una persona colpita da una condizione molto grave e senza, sulla base delle conoscenze attuali, concreta prospettiva di ripresa, ma non stava morendo. Versava cioè in una situazione serissima, ma la malattia e l’accanimento terapeutico – che si concreta nella somministrazione di cure inutili, sproporzionate o addirittura controproducenti per la salute di un paziente – non c’entravano affatto col suo stato. Sostenere il contrario, molto semplicemente, significa ignorare i contorni dell’intera vicenda.

Una vicenda – secondo aspetto da considerare – che non si è conclusa con un’eutanasia ma, più precisamente, con un suicidio assistito. L’eutanasia propriamente detta, infatti, è legale solo nei tre paesi del Benelux (Paesi Bassi, Belgio e Lussembugo), mentre Dj Fabo era stato accolto per morire nella clinica Dignitas di Forck, ad una decina di chilometri da Zurigo, poiché in Svizzera il suicidio assistito è legale. Come mai i media, da bravi, preferiscono parlare di eutanasia? La risposta è semplice: perché sono molti più gli italiani favorevoli all’eutanasia che al suicidio assistito. E chi vuole condizionare l’opinione pubblica, lo sa benissimo.

Un terzo aspetto da considerare è strettamente procedurale. Dignitas stessa, infatti, tiene a precisare che «per ogni singolo caso, un viaggio di questo genere, il colloquio con un medico, la redazione di una ricetta e il suicidio assistito è preceduto da un iter che normalmente richiede fino a tre mesi, ma che può durare anche più a lungo. Solo dopo questa procedura preparatoria, entro tre o quattro settimane, potrà aver luogo il suicidio assistito» (Come funziona Dignitas, p.4). Ora, come sappiamo Dj Fabo è morto ieri, lunedì 27 febbraio. Ecco, anche se molti non lo fanno osservare, non si tratta di una data casuale. Per un motivo semplice: è lo stesso giorno in cui era stato calendarizzato dalla conferenza dei capigruppo della Camera dei Deputati, l’inizio della discussione del disegno di legge sulle direttive anticipate e sul consenso informato. Ora, possibile che una morte che richiede – secondo Dignitas – un iter di diverse settimane, sia avvenuta proprio in questa data, o forse tutto ciò risponde ad un disegno politico? Pare il caso di chiederselo. Di certo la tempistica, come si è visto, dà da pensare. Inclusa quella di diffusione della notizia. A chi non l’avesse notato, infatti, ricordiamo che dj Fabo è morto alle 11:40, neppure dieci minuti dopo – alle 11:48 – Marco Cappato, che lo aveva accompagnato in Svizzera, ha twittato “la notizia”, che alle 11.55 era già il titolo di apertura di tutte le grandi testate nonché quella di tutti i telegiornali. Nessun complottismo, sia chiaro, ma se qualcuno avesse cinicamente pianificato a tavolino il tutto, per dare una eco mediatica massima a questo fatto, non avrebbe potuto fare di meglio.

A questo punto, uno potrebbe intelligentemente obiettare che si sta parlando di una morte per suicidio assistito, mentre il Parlamento si sta occupando di biotestamento. Ebbene, questo qualcuno coglierebbe nel segno nell’evidenziare che o le due cose – il suicidio assistito di Fabo e il testamento biologico – sono disgiunte, oppure strettamente connesse pur sembrando distinte. L’ipotesi corretta è la seconda. Infatti, anche se formalmente il suicidio assistito in Italia è punito (smettiamola, per piacere, di mentire dicendo che in Italia una legge non c’è: esiste eccome, e sanziona quello che correttamente definisce omicidio del consenziente), introducendo il biotestamento, apripista dell’eutanasia omissiva, si mira a renderlo presto legale, magari grazie a qualche sentenza “creativa” della magistratura. Morale della favola, al di là del dolore per la morte del quarantenne italiano, quella che resta è la sensazione d’aver assistito ad un macabro teatrino allestito per condizionare l’opinione pubblica. Nascondendo alla gente molte curiose coincidenze così come il fatto che laddove si riconosce il diritto a morire, la morte si fa cultura e porta oltre l’immaginabile. Cito due esempi soltanto. Il primo è quello dell’Oregon, dove il suicidio assistito è legale dal 1998, il tasso di suicidi nella popolazione generale è del 49% più elevato rispetto alla media nazionale; la stessa Svizzera ha un tasso di suicidio circa doppio a quello italiano. Il suicidio assistito può favorire una tendenza al suicidio? Così sembrerebbe, ma non ve lo raccontano: i dubbi seri, a chi fa propaganda, non interessano. Secondo esempio per riflettere. E’ la storia di Anne, un’insegnante britannica recatasi pure lei nella clinica Svizzera Dignitas per ottenere il suicidio assistito. Il motivo? Non riusciva ad adattarsi alle tecnologie e ai tempi moderni, ai computer e alle e-mail, e anche al consumismo e ai fast food. Perciò ha chiesto di morire ed è stata accontentata: ne parlava Repubblica il 7 aprile 2014. Non è una bufala. Le bufale le raccontano i promotori della cosiddetta autodeterminazione assoluta, che da una parte allestiscono teatrini di morte, e dall’altra ci fanno credere che la contrarietà al suicidio sia un valore cattolico, quando basterebbe leggersi Immanuel Kant: «Chi si toglie la vita […] si priva della sua persona. Ciò è contrario al più alto dei doveri verso se stessi, perché viene soppressa la condizione di tutti gli altri doveri» (Lezioni di etica, Laterza, Bari, 2004, pp. 170-171). Che dire? Mentono, mentono sempre. Ed hanno i media dalla loro. Ma non il buon senso, che rimane esclusiva degli apoti, quelli che non la bevono.

https://giulianoguzzo.com/2017/02/28/dj-fabo-la-morte-e-quello-che-ci-nascondono/

 

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: il Carnevale romano (Parte XXXI)


di Alfredo Incollingo

A Carnevale ogni scherzo vale! E' il motto della celebrazioni del Martedì Grasso, il giorno che precede il Mercoledì delle Ceneri e che segna l'inizio della Quaresima pasquale. La Chiesa Cattolica prescrive quaranta giorni di digiuno e di astinenza in preparazione della Pasqua: è la rievocazione del periodo di tempo che Gesù trascorse nel deserto dopo il suo battesimo nel Giordano e prima di iniziare la sua pubblica predicazione. E' una fase di ingresso nel tempo pasquale, vitale per vivere pienamente la liturgia. La Chiesa Cattolica ha tollerato, mai accettato pienamente, il Carnevale per i toni dissacratori e licenziosi di questa festa, derivanti dagli antichi Saturnalia pagani. Nel Medioevo ha iniziato a iscriverla nel calendario religioso, cristianizzandola di fatto e raccomandando un comportamento gioioso sì, ma non immorale. Era consentito ai fedeli mangiare in grande abbondanza e divertirsi come non mai, prima di iniziare i quaranta giorni di digiuno e di preghiera. Lo stesso nome “Carnevale” deriva dal latino “Carnem levare” o Carnem, Vale”: la diversa forma non inficia il suo significato che sottintende l'eliminare la carne dalla propria dieta. Questo alimento era molto costoso e prelibato nei secoli passati ed era un lusso mangiarne in grande quantità. L'eccesso è quindi simbolizzato da un piatto gustoso e sostanzioso. Si richiedeva un comportamento, soprattutto a tavola, modesto: i propri appetiti andavano sottomessi per raggiungere la perfezione spirituale. Nella Roma medievale e in quella moderna i romani si davano letteralmente alla pazza gioia, prima sul Monte dei Cocci, nel Rione di Testaccio, e poi lungo Via del Corso, dove addirittura venivano disputate alcune gare ippiche (da qui il nome della nota via romana).
Dopo i festeggiamenti c'è il Mercoledì delle Ceneri, quando tutti noi dobbiamo accostarci agli altari e riconoscerci umili peccatori pronti a iniziare un percorso di purificazione, quando il sacerdote ci traccia sulla fronte con la cenere il segno della Croce.
Il viaggio continua.

 

27 febbraio 2017

Il riassunto del lunedì. Salumeria venezuelana


di Francesco Filipazzi 

Chiesa-salumeria. Cosa succede se un venezuelano con la faccia da salumiere diventa il generale dei gesuiti? Succede che ci ritroviamo padre Arturo Sosa Abascal che dichiara, tutto contento: "intanto bisognerebbe incominciare una bella riflessione su che cosa ha detto veramente Gesù. A quel tempo nessuno aveva un registratore per inciderne le parole" e dunque riguardo le parole del Vangelo "l'uomo non divida ciò che Dio ha unito", non fa fede Gesù ma fa fede Bergoglio. Dunque Bergoglio evidentemente è Dio. Ci chiediamo, il Vangelo è opinabile ma il Concilio Vaticano II è un dogma? Dunque, se non fa fede ciò che c'è scritto nella Bibbia, perché non può fare fede ciò che dicono gli ortodossi, per cui il Papa può essere ignorato? O magari può fare fede ciò che dice Lutero, il nuovo santo della costruenda chiesa-salumeria, che sul papato ne diceva di tutti i colori. O può far fede ciò che diciamo noi, cioè che la dittatura ecclesiastica dei ciarlatani ignoranti ha stufato.

Colti in fallo*. Si è scoperto che l'Unar, il solerte ente che richiama i politici italiani se non usano un linguaggio politicamente corretto, finanziava associazioni dedite alle orge gay. Si tratta delle stesse associazioni che vanno ad insegnare sessualità nelle scuole elementari. Il presidente dell'Unar, Spano, associato all'Anndos, finanziata con i nostri soldi, si è dimesso. Da registrare il grande lavoro svolto dagli amici di ProVita nello smascherare questa porcheria. Il caso era infatti scoppiato dopo un servizio delle Iene, che aveva tenuto secretato il nome dell'associazione destinataria della fetta più grossa, che è appunto l'Anndos. La rivista di Toni Brandi invece non ha avuto paura e ha scoperchiato la fogna. Onore.
Purtroppo, dobbiamo registrare che Spano è un grande frequentatore di alti prelati italiani, i quali sapevano perfettamente che era direttore di un'agenzia il cui principale scopo è diffondere l'ideologia gender nelle scuole. Non vorremmo che questa amicizia abbia in qualche modo influenzato le recenti scelte politiche in ambito CEI, tra cui il boicottaggio del Family day da parte dell'alto clero.

Fuoco di Paglia. Mons. Paglia, noto per le sue gesta come vescovo di Terni, ha dichiarato riguardo a Pannella che "lo Spirito di Marco continua a soffiare". Sarà per questo che all'Ospedale San Camillo di Roma hanno pannellianamente deciso di assumere solo ginecologi non obiettori? "Nessuno più di Pannella in Italia ha lavorato contro la vita e contro la famiglia - scrive la Bussola Quotidiana - e a tesserne le lodi è colui che è presidente della Pontificia Accademia per la Vita ed è stato a capo del Pontificio Consiglio per la Famiglia. Non ci sono parole sufficienti per esprimere lo sdegno e il disgusto per questa esibizione".

Tranquilli e sereni. La segreteria di Stato ha emesso un comunicato che minaccia sostanzialmente vie legali contro coloro che usino impropriamente l'immagine del Santo Padre e i simboli propri della Santa Sede. Faranno controlli periodici! Questo è forse un segnale palpabile della tranquillità e serenità con cui Francesco ha accolto i famosi manifesti e la falsa copertina dell'Osservatore Romano? La segreteria ha poi specificato che, naturalmente, non c'è alcun riferimento a questi fatti. Assolutamente no. E' solo una volontà di tutelare l'immagine del Papa. Ma non ci avevano mica pensato già loro a rovinarla*?

Nel frattempo oltre Manica. Mentre a Roma si pensa di denunciare le PERZONE FALZI!11!1!, la Chiesa inglese ha consacrato l'Inghilterra ed il Galles al Cuore Immacolato di Maria. Forse nell'anno del centenario di Fatima, Sua Santità potrebbe pensare a qualcosa di simile, magari riguardante la Russia...

Epigrammi bergogliani. Un lettore molto simpatico ha scritto un libro di epigrammi riguardanti l'attuale situazione della Chiesa. Titolo: "Francescheide. Sono una freccia che punta ad Io". Acquistabile in ebook e cartaceo. Eccone un assaggio:
"Che al papa piaccia Marco sono guai;
che lui piaccia a Pannella è peggio assai."

Trump. Purtroppo sembra che il disgelo con la Russia sia già finito, quindi il buon Trump potrebbe disattendere quella che era l'attesa principale che ci aveva portato ad averlo in simpatia. Per fortuna si è riscattato in parte prendendo a pesci in faccia la stampa massonica che lo perseguita.

Partito Democratico. Finalmente i compagni sono usciti dal PD, e hanno fondato l'MDP. Movimento dei Democratici e progressisti. Poiché sosterranno il governo, appare chiaro che questa manovra è semplicemente volta a prendere più parlamentari in caso di legge elettorale basata sul proporzionale.

La deposizione del Papa. Un'ipotesi. La Sorbona, assieme ad altre università, organizza per il 30 e 31 marzo un convegno piuttosto importante, nel quale verrà discussa l'ipotesi teologica della deposizione di un papa, con tanto di discussioni approfondite di diritto canonico. Qualcuno non la prenderà bene.

*Le frasi contrassegnate da asterisco sono battute dei lettori che riportiamo volentieri.
 

26 febbraio 2017

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: il Tempietto e il Ghetto (Parte XXX)


di Alfredo Incollingo

Convertire gli ebrei era un obiettivo non secondario per la Chiesa Cattolica: era di fondamentale importanza recuperare quei Figli di Dio che avevano ostinatamente rifiutato Gesù. Anche il popolo che aveva condannato a morte Cristo poteva riscattarsi, come il Salvatore stesso aveva chiesto al Padre con la richiesta di perdono.
A Roma fin dall'antichità era presente uno dei ghetti ebraici più grandi dell'occidente e lì la Chiesa tentò di convertire al Vangelo i giudei che vi risiedevano. Naturalmente la missione non era senza rischi e si contemplarono numerose soluzioni per ovviare al problema. Si temeva una rivolta o il linciaggio del predicatore, reo di aver parlato di Gesù. Nel 1759 i padri gesuiti edificarono in Piazza Costaguta una cappella di forma circolare, sormontata da una cupola e chiusa da alcune grate. Sembra a tutti gli effetti una cella, una gabbia e serviva per proteggere il gesuita da possibili ritorsioni. Al suo interno il predicatore cercava di convincere i passanti della fondatezza della verità cristiana. Stiamo parlando del Tempietto del Carmelo, ma il suo vero titolo è Santa Maria del Carmine e del Monte Libano. E' conosciuto ai più con la forma abbreviata del suo nome. E' il reperto di un passato non troppo lontano, ma per il cattolicesimo moderno è il simbolo di una Chiesa che non ha mai abbandonato la sua vocazione missionaria, anche nelle direttrici interne. Qualcuno grida all'intolleranza di quel periodo e il Tempietto parrebbe il simbolo più eclatante di questo fatto. Eppure gli ebrei furono protetti dai massacri efferati durante le crociate, per esempio, quando le bande armate si riversavano nelle città alla ricerca delle “quinte colonne interne”, dei presunti cospiratori. L'idea di missione è oggi sbiadita e si pensa a diluirla sempre di più. Ecco perché non comprendiamo più il perché del Tempietto.

Il viaggio continua.



 

25 febbraio 2017

10 cose da sapere prima di (s)parlare di aborto e obiezione di coscienza


di Giuliano Guzzo

Non intendo tornare sul mio pensiero in fatto di aborto procurato e obiezione di coscienza, credo oramai ben noto ai miei lettori e amici, ma solo mettere a fuoco dieci punti fermi, dieci aspetti che sarebbe bene tenere a mente prima di qualsivoglia considerazione su questo delicatissimo argomento. Dieci cose, in definitiva, che sarebbe opportuno sapere altrimenti, invece di dire la propria opinione, si finisce solo per dimostrare la propria ignoranza.

1. L’obiezione di coscienza è espressamente prevista dalla Legge 194, dunque non è una gentile concessione di qualche ASL o Regione a governo oscurantista bensì un diritto di rango almeno pari a quello di chi intende abortire.
2. La contrarietà all’aborto non esige alcuna adesione confessionale. Si potrebbero, a questo proposito, ricordare le parole di Bobbio o di Pasolini, con quest’ultimo che un giorno ebbe a dire: «Sono traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio».
3. E’ da vedere che l’opposizione all’aborto derivi dal Medioevo, ma è certo che i primi Stati a rendere legale l’aborto siano stati l’URSS di Lenin, nel 1920, e la Germania di Hitler, coi nazisti ascesi al potere da neanche sei mesi quando, nel 1933, stabilirono per legge l’impegno a prevenire «le nascite congenitamente difettose»: due “prime volte” che non hanno esattamente il sapore del progresso.
4. L’obiezione di coscienza non è un valore cristiano, essendo connaturata alla professione medica sin dai remotissimi tempi di Ippocrate di Kos (460- 377 a.C.).
5. I medici obiettori, in Italia, non possono rappresentare un problema poiché non solo non crescono, ma risultano in calo: erano il 71,5% nel 2008, mentre nel 2014 il 70.7 % (cfr. Relazione del Ministero della Salute 2016, p.44).
6. L’Europa non ha mai condannato l’Italia sull’obiezione di coscienza, anzi: il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa si è espresso definitivamente lo scorso luglio dopo due reclami, uno della IPPF-EN, l’altro della CGIL, con un giudizio positivo.
7. Il problema vero, per un medico, non tanto è il numero di aborti eseguiti quanto il fatto stesso di praticarne, cosa che comporta – secondo uno studio – «stanchezza cronica, irritabilità, paura di andare a lavorare, disturbi fisici e mancanza di gioia di vivere» (cfr. Nursing Ethics, 2013).
8. In media, in Italia, ogni ginecologo non obiettore esegue ogni settimana, a livello nazionale, 1.6 aborti (considerando 44 settimane lavorative in un anno), con una procedura abortiva che, secondo l’OMS, ha una durata media che non supera i 10 minuti.
9. Guardando i dati regionali, in Italia solo 3 ASL su 140 (con fino a 15 aborti settimanali) si discostano dalla media nazionale, mentre nelle restanti 137 invece i numeri sono molto più bassi (7 in un caso, e poi sempre meno di 5), corrispondenti a un lavoro di non più di mezza giornata.
10. Non c’è nulla di scandaloso nel fatto che in alcune strutture non si riesca ad abortire: neppure in ogni ospedale, se è per quello, vi sono i punti nascita. Avete mai sentito chi oggi lamenta l’impossibilità di abortire denunciare quella di partorire?

Una volta che questi punti risultano ben chiari, ha senso discutere.  Altrimenti, tanto vale farsi una passeggiata: sarebbe fiato sprecato.

https://giulianoguzzo.com/2017/02/25/10-cose-da-sapere-prima-di-sparlare-di-aborto-e-obiezione-di-coscienza/

 

L'uso politico della storia


di Enrico Maria Romano

Che l’uso della storia per finalità di indottrinamento o di proselitismo sia qualcosa di diffuso e di attestato, ecco una verità fattuale che nessuna persona di mondo si sentirebbe di contestare.

La cosa paradossale è che tale uso politico o ideologico, viene spesso anzi normalmente ritenuto appannaggio delle dittature e dei regimi autoritari (fascismi e comunismi) ed essendo sepolti questi, il problema sarebbe sepolto con essi. Riduzionismo evidente o angelismo beota.

E’ palese che qui si gioca con le parole o c’è chi fa, per ragioni di comodo, il finto tonto. Dal processo di Norimberga (1946) in poi infatti, è apparso più chiaramente che mai il valore del motto secondo cui “la storia la scrivono i vincitori”.

Le varie Giornate della memoria (selettiva), istituite nelle progressiste democrazie d’Occidente, hanno almeno questo di buono: aiutano a non dimenticarlo mai. I perdenti, specie quando essi non si sono limitati a perdere con le armi, ma hanno incarnato l’irruzione del Male del mondo, scrivono al massimo la micro-storia, la storia della comunità, la contro-storia, ma mai la Storia Ufficiale.

Gli armeni vivi e vegeti ancora oggi, nipoti di chi fu sterminato nel biennio 1915-16, hanno de facto meno diritto di ricordare pubblicamente i loro morti, rispetto ad altri popoli più fortunati. E d’altra parte nessun paese occidentale ha avuto finora il coraggio di istituire una giornata per il ricordo di quello che fu il primo genocidio del XX secolo, con oltre 1 milione di morti, e chi ci ha provato, ha poi declinato, parrebbe per pressioni molto forti… La Turchia, erede morale e culturale dell’Impero ottomano e dei Giovani Turchi che misero in atto la deportazione, parla di persecuzioni contro la minoranza cristiana armena, ma non accetta ancora i numerosi documenti che sono emersi in questo secolo e che concludono in favore dell’ipotesi genocidio (cf. Marco Impagliazzo, Il martirio degli armeni, La scuola, 2015 e il commovente La masseria delle allodole, di Antonia Arslan).

Le decine di milioni di morti dovuti al regime sovietico (1917-1989) o alla spietata dittatura di Mao (tra il ’59 e il ’61, il “grande balzo in avanti” causò oltre 20 milioni di vittime) vengono forse ricordati nelle scuole, nelle università e nelle società, al pari di chi fu ucciso durante la Seconda Guerra mondiale? La cosa non pare. Eppure tali genocidi, messi in atto dal dittatore cinese o da Stalin non sono di entità minore, e risultano cronologicamente successivi e dunque più vicini a noi. Ma certo passato non deve mai passare (quello dei vinti), mentre il passato dei vincitori è dimenticato subito, o ridotto a due righe di testo.

Il discorso in realtà è ben più ampio. Non è la sola memoria negata di vari genocidi antichi e recenti (come Hiroshima e Nagasaki) a fare problema. Ma è la lettura che viene offerta, specie nei manuali scolastici, di tutta la storia umana a dover essere analizzata e scientificamente criticata: la storia antica, medievale, moderna e contemporanea… L’Unione Europea e le sue commissioni hanno una concezione del tutto surreale dell’identità dei popoli europei, e si crede di poter favorire la pace, a base di nichilismo e di memoria selettiva. Ma i popoli, specie quelli di antica civiltà come il nostro, hanno radici che non si possono strappare per caso o senza colpa: chi vuole sradicare i popoli riducendoli a consumatori, fa di tutto per diluire le identità e spegnere le idealità che sono ad esse collegate. La colpevolizzazione degli europei (specie maschi, bianchi e cristiani) va di pari passo con il progetto mondialista di omogeneizzazione verso il basso e unificazione in nome della tecnica, ovvero del vuoto culturale.

I servili ministri della cultura e dell’istruzione dei paesi europei si adeguano al rullo compressore e spesso, come la nostra Valeria Fedeli, ne sono dei propugnatori ardenti. Lo scopo è sradicare, cancellare le differenze (culturali, religiose, sessuali, di civiltà), fondere e mescolare.

Gli antichi romani un tempo erano presentati agli studenti come i “civilizzatori” delle varie regioni del mondo dove arrivò il loro influsso, dal nord Africa sino alla Gallia e alla Britannia. Ora più spesso, vengono chiamati “colonizzatori” e il cambiamento terminologico non è innocuo (in guisa di contravveleno si consulti il sempre valido e disponibile "Fregati dalla scuola" di Rino Cammilleri, 2013).

La storia cristiana del nostro continente europeo è divenuta, a partire dell’illuminismo, il terreno fertile per un’opera di rilettura manichea così sfrontata e a senso unico, che supera la stessa lettura che ne diedero le ideologie anti-cristiane nel marxismo e del socialismo. Marx per esempio in più pagine della sua opera loda la società medievale (per il divieto ecclesiastico dell’usura e dello stesso prestito a interesse), e così non mancarono mai gli autori, di destra e di sinistra, laici o cattolici, che ammirarono a chiare lettere la fermezza dei martiri nei primi secoli, il sacro romano impero risorto con Carlo Magno, l’epopea delle Crociate (lodate per esempio da Mazzini), o la grandezza culturale e artistica delle cattedrali che sorsero in tutta Europa dal X al XV secolo.

Sfogliando oggi moltissimi libri di testo, e anzitutto i manuali di storia per i licei e le scuole superiori, se può dirsi in parte superata la retorica giacobina sui medievali secoli bui (in cui non v’era alcuna luce di bene, più o meno dal crollo dell’impero romano d’Occidente nel 476 alla scoperta dell’America!), si tendono a sottolineare sempre gli aspetti negativi, le carestie, le guerre, le carenze tecno-scientifiche, e insomma i limiti che ogni civiltà (non esclusa la nostra) presenta. Tutto pare scritto con un’ottica progressista che porta, anno dopo anno, lo studente ad illudersi che il mondo andrà certamente verso il meglio, tranne qualche rara parentesi di incredibile regresso, identificato con l’affermarsi delle destre o l’Ur-Faschismus di Eco: da Mussolini a Trump.

Uno studente romano non saprebbe spiegarsi come mai nella capitale d’Italia ci sia una piazza dedicata alle Crociate (in zona Tiburtina). Ma se furono infami violenze di saccheggio e di ruberia, mascherate da guerre sante, tipico esempio di una Chiesa ottusa e poco ecumenica come quella medievale, a che pro dedicarvi una piazza? Sarebbe quasi come istituire una via Auschwitz o un Corso Mengele…

Se nella civiltà cristiana si nota assai più il male che il bene, in ogni altra civiltà umana (indiana, africana, cinese, nordica, etc.), il rapporto si inverte misteriosamente. Così nell’islam, prevale la focalizzazione sulla cultura, sulla saggezza morale e il sapere astronomico dei dotti imam, ignorando o minimizzando le violenze sistematiche e continue, da Maometto a oggi, passando per le celebri scorrerie saracene e l’imperialismo della Sublime Porta.

Urgono quindi libri di testo più oggettivi per i nostri giovani, e in attesa di questi, è d’uopo studiare la storia in modo scientifico e direi formativo, specie per chi ha responsabilità educative a vario titolo. Da poco è stato ripubblicato un manuale di storia ecclesiastica che unisce in sé il rigore e l’acribia della scienza e l’amore per la verità del teologo non infeudato alle varie cricche storiografiche liberal o marxiste (Mons. Umberto Benigni, Storia sociale della Chiesa, CLS, 2 volumi, 2016-2017).

Questa storia della Chiesa, senza minimamente ignorare le colpe gravi delle varie autorità ecclesiali e le vicissitudini non sempre edificanti della cristianità, nota altresì, e oggi è più raro dell’unicorno, che i valori del Vangelo restano un faro e un punto di riferimento etico insuperabile per una civiltà che voglia fondarsi sulla roccia e non sulle sabbie mobili delle ideologie e del “progresso”.


 

24 febbraio 2017

Seguire lo «spirito» di Pannella? No, grazie


di Giuliano Guzzo

Houston, abbiamo un problema: la Chiesa, o comunque una parte non trascurabile dei suoi esponenti, si è innamorata persa dei radicali. Sì, proprio di quelli che – battendosi per divorzio, aborto, figli in provetta, spinelli liberi, eutanasia – hanno dato e continuano a dare un contributo decisivo alla devastazione culturale, demografica e spirituale dell’Italia; per capirci, l’Erode, con la sua strage degli innocenti, a confronto era uno sprovveduto. Esagero? Non è vero niente? «La CEI guarda con attenzione a questa iniziativa e come Segreteria generale dà una convinta adesione». Queste le parole con cui il sottosegretario e portavoce della CEI comunicava l’adesione della Chiesa italiana alla Marcia per l’Amnistia, la Giustizia, la Libertà promossa dal Partito Radicale il 6 novembre scorso a Roma. Vorrei tanto sbagliarmi, ma di fronte ad «una convinta adesione» è la lingua italiana ad inchiodare alla realtà chiunque non viaggi coi paraocchi.

Un caso isolato? Nient’affatto. Lo scorso 17 febbraio, direttamente dalla sede del Partito Radicale, è arrivata non da parte di un pretino di periferia bensì da un arcivescovo, oltretutto Presidente della Pontificia accademia per la vita, un’apologia di Marco Pannella: «Credo che il Marco pieno di spirito continua a soffiare. Un uomo che […] che sa aiutarci a sperare […] Questo nostro mondo ha bisogno più che mai forse più di prima di uomini […] come lui […] mi auguro che lo spirito di Marco ci aiuti a vivere in quella stessa direzione». Purtroppo, in questa sbornia radicaleggiante, anche il Santo Padre in persona ci ha messo del suo. Il riferimento, qui, è all’inserimento papale di Giorgio Napolitano ed Emma Bonino «tra i grandi dell’Italia di oggi», effettuato – senza più smentita -, nel febbraio dello scorso anno, in un’intervista concessa da Casa Santa Marta al Corriere della Sera.

Avessero potuto parlare, Eluana Englaro e i nascituri aspirati dal ventre materno con una pompa di bicicletta avrebbero dissentito, ma c’è la concreta speranza che il pontefice, essendo argentino, ignori la storia d’Italia o la segua piuttosto distrattamente. Tuttavia, il fatto grave resta: della politica radicale, tra uomini di Chiesa, pare non sia più possibile parlare, se non con commossa riconoscenza. In tempi normali, anziché parlare del bisogno di farsi guidare dallo «spirito» di Pannella, si sarebbe vigorosamente evidenziato quello di pregare per l’anima del leader radicale; «tra i grandi dell’Italia di oggi» si sarebbero richiamati Massimo Gandolfini e Paola Bonzi; si sarebbe data «una convinta adesione» al Family Day, che invece il giorno dopo ottenne più spazio sulla prima pagina di Repubblica, ed è tutto dire, che su quella di Avvenire. Gli attuali, dunque, non sono affatto tempi normali, anzi pare si faccia a gara a chi la spara più grossa ed è questo, Houston, il nostro peggior problema.

https://giulianoguzzo.com/2017/02/24/seguire-lo-spirito-di-pannella-no-grazie/

 

Non tutti i Guam vengono per nuocere


di Satiricus

Siamo a 5! No, in realtà il numero è anche più alto, ma non importa mettersi a fare la conta, del resto in teologia i numeri non contano (cit. Spadaro), contano i contenuti e le personalità. La quinta personalità è quella del card. Zen, il quale, “in una intervista con EWTN di Raymond Arroyo ha espresso il suo appoggio ai Dubia dei quattro cardinali che chiedono chiarimenti sulla esortazione apostolica Amoris Laetitia - Capitolo 8, ha detto: "Credo che sia una richiesta molto rispettosa, da parte di quei vescovi e cardinali, di avere chiarimenti"”. Meno male che Zen è un vecchio bauco, altrimenti c’era il rischio che qualcuno lo spedisse a Guam, nell’arcipelago della Misericordia. Guam è divenuta improvvisamente celebre dopo il periodico incarico quivi affidato al card. Burke, ma a ben vedere, e a voler fare della dietrologia gratuita e infondata - del resto essere Campari significa concedersi talvolta anche questi sfizietti e queste ragazzate - la mossa Guam avrebbe un precedente (almeno uno). Si tratta, così malignano i Pasquini, del vescovo Savio Hon Tai-Fai. Protetto di Bertone e successore di Sarah alla Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, mons. Savio sarebbe stato spedito a Guam dal 6 giugno al 31 ottobre scorso. Qui la sua missione, ma non la sua permanenza, parrebbe essersi conclusa con la nomina ad Arcivescovo Coadiutore con facoltà speciali di S.E. Mons. Michael Jude Byrnes. Ma perché Guam? Perché davvero c’è un caso spinoso di pedofilia che richiede l’intervento di prelati dal cuore retto e dal pugno di ferro? Oppure perché il viaggetto a Guam va pensato come un’occasione per rivedere eventuali propensioni politiche non abbastanza franceschiane? Non so dirlo, fatto sta che, a ben vedere, simili propensioni non mancherebbero nella carriera di mons. Hon Tai-Fai, in quanto “in passato ha avuto a criticare l’incoerenza fra i proclami liberali del governo cinese e le azioni dell’Associazione patriottica in merito alle ordinazioni episcopali”. Un degno figlio di Zen, insomma, e un personaggino non troppo comodo da avere tra i piedi in quel del Vaticano, specie in questo new deal di politiche sinofile. Sia come sia, nell’attesa di chiarirsi il giusto ordine delle cose, consiglio di leggere il discorso di congedo presentato dal vescovo cinese al termine del proprio mandato in quel di Guam, soffermandosi in particolare sui saluti finali. Poche e semplici parole, che sarebbe curioso sentir risuonare anche da altri pulpiti: “I take the opportunity to express my sincerest heartfelt gratitude to all my dear brothers and sisters for all the support, affection, and fraternal corrections to me”. Keep calm and go to Guam!

 

23 febbraio 2017

Amoris laetitia, le aperture maltesi erano state previste e condannate. Da…


di Giuliano Guzzo

Non accenna a placarsi, nella Chiesa, il dibattito sull’interpretazione di Amoris laetitia, l’esortazione apostolica il cui capitolo ottavo aprirebbe, secondo alcuni, alla possibilità, per i fedeli divorziati e risposati (o in genere per tutte le coppie cosiddette irregolari) di accedere – almeno in alcuni specifici casi – all’Eucaristia. Altri contestano però con forza tale interpretazione anche se papa Francesco, pur stimolato dai dubia sottopostigli da alcuni cardinali, non pare intenzionato ad offrire ufficialmente chiarimenti al riguardo. Prosegue così una guerra di interpretazioni, in corso ormai da mesi, con alcune diocesi che si sono sentite autorizzate a dare ai propri fedeli le letture più permissive del documento papale. Come a Malta dove, in un documento firmato da monsignor Mario Grech, vescovo di Gozo, e da monsignor Charles Scicluna, arcivescovo di Malta, pubblicato per la prima volta in inglese l’8 gennaio 2017, da una parte la continenza coniugale è definita un ideale «molto difficile» e, dall’altra, si spiega che vi possono «essere coppie che, con l’aiuto della grazia, praticano questo ideale senza mettere a rischio altri aspetti della vita comune».

Poche ma esplosive parole con le quali si è implicitamente affermato che la continenza coniugale, da sempre insegnata dalla Chiesa, sarebbe in conflitto, almeno in alcuni casi, con «aspetti della vita comune». Nelle guide linea maltesi viene poi aggiunto che a chi – anche se in posizione irregolare – ritenga, dopo attento discernimento, di essere in pace con Dio non può essere rifiutato l’accesso ai sacramenti. Ora, anche se l’intento primario dei vescovi maltesi sembra quello di garantire l’accesso alla comunione ai divorziati risposati che convivono more uxorio, pare evidente come le loro parole aprano le porte a comunioni sacrileghe anche per chi si sia reso autore di un altro peccato mortale, purché si senta – bontà sua – «in pace con Dio». Non sorprende quindi apprendere della gioia delle associazioni Lgbt, entusiaste per quelle che giudicano un’apertura dei vescovi maltesi alla comunione anche per quanti peccano contro il sesto comandamento. Tutti contenti dunque?

Non proprio. Qualcuno di deluso pare esservi. E potrebbe essere nientemeno che la Madonna. Esagero? Giudicate voi. Come alcuni già sapranno, dal 29 settembre 1986, nello stato di Bahia, la Vergine apparirebbe regolarmente al brasiliano Pedro Regis ad Anguera in quello che, fosse confermato, sarebbe essere uno degli eventi più prodigiosi della storia. Il condizionale però è d’obbligo dal momento che su queste apparizioni la Chiesa non si è ancora pronunciata, anche perché sono ancora in corso. Tuttavia molti segni inducono a ritenere il fenomeno autentico: il veggente dice che colei che gli appare chiede insistentemente la conversione, raccomanda la recita quotidiana del rosario e la frequente ricezione dei sacramenti, consigliando la confessione settimanale e ricordando la realtà del purgatorio e dell’inferno, realtà spesso dimenticate dai cristiani di oggi. In nessuno dei messaggi si sono riscontrate, a quanto pare, contraddizioni con gli insegnamenti della Scrittura, della Tradizione o del magistero della Chiesa.

Che cosa c’entra tutto questo con le aperture sulla comunione dei vescovi maltesi? C’entra eccome. Infatti, un messaggio riferito dal veggente l’1 febbraio 2008 recita: «La Chiesa camminerà su strade difficili. Affronterà molta ingratitudine dei cattivi pastori e berrà il calice amaro del dolore. Da Malta verrà un ordine che scuoterà la Chiesa e farà soffrire i fedeli. Sono vostra Madre Addolorata e so ciò che vi attende. Non allontanatevi dalla verità». Ora, la corrispondenza temporale della profezia – in anticipo di otto anni esatti rispetto al documento dei vescovi di Malta, cui sembra proprio riferirsi – e il fatto che parecchi altri messaggi abbiano effettivamente previsto eventi futuri notevoli, dal terremoto di Haiti al terrorismo in Europa, dalle dimissioni di Benedetto XVI all’elezione di un papa gesuita, dovrebbero suggerire qualche riflessione. Non solo per Malta, ma per tutti i «cattivi pastori». Intanto la Madonna di Anguera, come viene chiamata, continua a parlare del periodo che stiamo vivendo come quello della «grande confusione spirituale», anche se invita a pregare e a non scoraggiarsi.

https://giulianoguzzo.com/2017/02/23/amoris-laetitia-le-aperture-maltesi-erano-state-previste-e-condannate-da/

 

La Battaglia di Hacksaw Ridge: Andare al cinema per parlare di teologia


di Anna Fagiolo e Francesco Del Giudice

Il 2017, dal un punto di vista cinematografico, si apre con una piacevole notizia che è anche una certezza: Mel Gibson colpisce ancora, e ancora una volta fa centro. L’attore/regista di Braveheart, The Passion ed Apocalypto è tornato infatti sugli schermi con un nuovo film: La Battaglia di Hacksaw Ridge che narra l’esperienza sotto le armi (nella Battaglia di Hokinawa, nel Giappone del 1945) di Desmond Doss (Andrew Garfield), un obiettore di coscienza decorato della più alta onorificenza militare statunitense per aver salvato 75 feriti senza alcun ausilio delle armi. Si tratta senza alcun dubbio di un film che vale per intero il prezzo del biglietto (come anche quello dei pop-corn) in cui ogni singolo fotogramma è intriso di grandi tematiche (fede, patria, guerra, famiglia, tra le altre) e che permette al cervello, sia durante la visione del film che in seguito, di accendersi e di lavorare: sia che si torni a casa in silenzio, sia che si lasci il cinema discutendo con i propri amici, le domande che Mel Gibson ha voluto lanciare a tutto il mondo vengono prepotentemente a galla.

Abbiamo visto il film in un pomeriggio della settimana scorsa, in una sala semi-vuota (ma era pur sempre lo spettacolo delle 15:00) e tornando a casa abbiamo animato il vagone del treno sul quale ci trovavamo discutendo apertamente, e sotto certi versi anche animatamente, delle numerose tematiche del film ed abbiamo deciso di farvene partecipi. Su diversi punti le nostre visioni coincidono, su altre un po’ meno ma il semplice fatto che ne è scaturita una discussione vuol dire che le domande che ci siamo posti non sono poi così peregrine: se una cosa è evidente, infatti, è logico parlarne ma se si parla di un qualcosa che non c’è vuol dire fantasticare.

Il film in se stesso è molto semplice, e la trama rispecchia i primi 20/25 anni della vita di Desmon Doss che abbiamo tratteggiato poco sopra. La struttura della trama riprende inoltre elementi che si ritrovano anche in altri film dello stesso genere: un inizio per così dire pacifico (sebbene le primissime scene riportino parti della battaglia che troveremo in una parte sostanziosa di tutta la pellicola), l’arruolamento volontario nell’esercito degli Stati Uniti del protagonista ed il relativo addestramento, la realtà del campo di battaglia. In chiusura c’è anche una brevissima parte documentale, con alcune video interviste realizzate ad alcuni dei protagonisti, cosa che rende il prodotto anche interessante perché permette di uscire dalla logica della finzione ed addentrarsi sempre più nei dedali della coscienza personale di ciascuno dei protagonisti. I dialoghi non sono mai banali, con una punta di spirito qua e là per distendere la tensione (memorabile la discussione tra Desmond ed un suo commilitone, suo acerrimo nemico durante l’addestramento, nella prima notte che segue la battaglia dove i due sono stati buttati in mezzo dai loro superiori). Come ci ha abituato a fare nei suoi ultimi lavori, Mel Gibson cura in maniera dettagliata la fotografia, che restituisce un’immagine accurata di ferite e di esplosioni, come anche le condizioni di vita di quello che si può incontrare in guerra: non manca il punto di vista di ogni soldato, rappresentato ora dalla camera sfocata (riproducente lo sguardo spento e spossato di Desmond dopo le fatiche della notte alla ricerca dei feriti) ora dal fucile da guerra da cui saltano fuori decine di bossoli. Non manca l’elemento romantico, vale a dire la storia d’amore tra Desmond e sua moglie Dorothy, raccontata con emozione e semplicità senza né fronzoli di sentimentalismo né, tantomeno, mostrare una benché minima immagine di sesso esplicito: in una settimana in cui un film inneggiante all’amore sadomasochista, scevro di qualsiasi affetto e basato unicamente sulla dominante sessuale e psicologica, sta sbancando ai botteghini è bene invece sottolineare come si possa parlare, ed anche mostrare, un amore ed anche un rapporto, come può essere quello tra un marito e sua moglie, senza tuttavia mostrare nudità o rapporti sessuali consumati.

Tornando alle scene che rimarranno impresse agli occhi dello spettatore, sicuramente non si può tacere il contrasto tra la dimensione e l’ambiente familiare (in particolare dell’infanzia) del protagonista e quella bellica, in tutta la sua brutale e nuda verità, che viene trasmessa a livello visivo da splendide inquadrature del paesaggio in cui avvengono le singole vicende: casa Doss è circondata da erba verde, un bosco, montagne ed anche un fiumiciattolo; sul campo di battaglia, lontano centinaia di miglia da casa, invece, la macchina da presa si focalizza sulla rupe sassosa ed irta che conduce ad una spianata dominata solo da alberi secchi, e dalla presenza dei tanti morti sul terreno duro brulicante di topi che si cibano delle carcasse dei soldati caduti. Ma attenzione: essendo il film un ritratto vero delle vicende di Desmond (e non una finzione idilliaca ed idealizzante, in stile Famiglia del Mulino Bianco) il paesaggio non deve fuorviare il giudizio dello spettatore: a casa Doss non sono tutte rose e fiori e, contemporaneamente, è proprio sul terribile campo di battaglia (in cui il colore dominante è il grigio del fumo dei colpi sparati ed il rosso delle carni straziate) che il protagonista mette davvero alla prova se stesso e riesce soprattutto a far del bene. Da questo punto di vista, è emblematico uno scambio di battute tra i soldati della compagnia di Desmond che arriva a pochi metri dal Hacksaw Ridge ed il medico della compagnia che invece l’ha appena abbandonata («Com’è li sopra? Ehi! Ho detto com’è li sopra?», «L’inferno: i musi gialli non temono la morte, anzi: la cercano»): probabilmente è questo il punto di cesura tra la prima e la seconda parte del film, tra la vita dura ma pur sempre lontana dalla prima linea della caserma e il campo di battaglia, tra la luce e l’ombra, tra la preparazione e il mettere in pratica, tra le scelte da compiere ed il metterle in pratica all’istante.

Il film di Mel Gibson parla di coerenza, e probabilmente lo fa sia da un punto di vista “americano” che “giapponese” (mostrando ad esempio anche l’indomito coraggio ed il sacrificio epico dei nemici i quali si buttano all’assalto, quasi alla baionetta, spinti dall’ideale di servire la Patria) partendo tuttavia da un punto di vista ben chiaro e apparentemente contraddittorio: Desmond Doss è un soldato che arruolatosi volontariamente (perché l’esercito degli Stati Uniti non è un esercito formato da coscritti di leva come lo intendiamo noi europei) sceglie di vestire un’uniforme militare ma di non toccare assolutamente un’arma, perché «morde» (e ricorda a Desmond di aver desiderato di uccidere con una rivoltella suo padre ubriaco cercando di salvare sua madre dalle percosse,) volendo andare testardamente in prima linea senza possibilità di difendersi ma, anzi, cercando di salvare, in quanto operatore sanitario, le vite dei propri commilitoni. Si tratta di una coerenza di pensiero (e che, quindi, si traduce anche in coerenza di azione secondo l’adagio agere sequitur esse) che probabilmente solo Mel Gibson poteva mettere in scena in maniera così nuda e perfetta: se infatti volete una riflessione patinata o stereotipa del fare il proprio dovere e di ricordare gli esempi di storia patria, questo film non fa per voi. La vita di Desmond (ma, ripetiamo, probabilmente di tutti, o quasi tutti, i protagonisti del film) si traduce in eventi che lo spingono ad andare oltre il minimo indispensabile a tenere a bada la propria coscienza.

Desmond, benché venga bollato come vigliacco ed un antiamericano solo perché obiettore di coscienza, riesce con una tenacia che ha dell’incredibile, radicata solamente nella sua fede di Cristiano Avventista del Settimo Giorno, a mantenere la sua posizione: Desmond non nasconde la sua identità ma l’afferma o la sottolinea quando è necessario farlo, senza quindi vanagloria o fanatismi («Ti credi meglio degli altri?» «No, per nulla!» - «Figliolo, tutti qui crediamo in quel libro, ma nessuno si comporta come te: perché fai così?» «Perché sono un Cristiano Avventista del Settimo Giorno ed il sabato è il mio shabbat, Signore»). La cifra di tutto il film, di tutta la vita di Desmond Doss, è infatti questo principio: si deve fare ciò che si è chiamati a fare (e che, dunque, si deve fare). Secondo il linguaggio della dottrina morale della Chiesa Cattolica questo corrisponde al proprio dovere di stato: ogni persona, cioè, deve agire facendo quello che deve fare e solo facendolo la sua vita si riempie di senso e diventa pienamente vissuta. Mel Gibson da questo punto di vista, a nostro parere, mutatis mutandis, è paragonabile a Santa Caterina da Siena la quale rivolgendosi sia ai vari principi del suo tempo sia ai suoi discepoli, esortava tutti con l’invito «se sarete quello che dovete essere, metterete a fuoco l’Italia»: Mel Gibson infatti porta sullo schermo non solo una delle battaglie più cruente del fronte del Pacifico della II Guerra Mondiale, non porta unicamente una riflessione sulla pace e sulla guerra (tra l’altro, se questa interpretazione fosse corretta, Desmond sarebbe in palese contraddizione con se stesso in quanto non critica mai né i Giapponesi né tantomeno i suoi commilitoni che sparano ed uccidono il nemico che gli si pone dinanzi: anzi, per poter salvare diversi compagni, non esita ad esporsi per far uscire allo scoperto cecchini e soldati nemici nascosti che verranno a loro volta presi di mira ed uccisi dagli americani), e altresì non racconta nemmeno unicamente la singolare vicenda di un obiettore di coscienza in prima linea. Mel Gibson ci parla di altro, ovvero di come una persona deve compromettere tutto se stesso quando sa e sente di dover compiere una determinata azione anche in palese contraddizione con il pensiero dominante. La frase radicale (intendendola anche in senso etimologico, che è dunque alla radice delle cose) non è tanto la preghiera di Desmond sul campo di battaglia «Ti prego Signore, fammene trovare un altro» bensì il grido di (quasi) disperazione che il protagonista rivolge a Dio all’interno della cella in cui è stato confinato dai suoi superiori che non accettano la sua obiezione di coscienza: «Cosa vuoi da me?». E questa frase, sebbene non pronunciata, è facilmente individuabile negli occhi attoniti di Desmond il giorno in cui, con non poche fatiche, scala per la prima volta Hacksaw Ridge e vede dinanzi a se lo sfacelo procurato da giorni di bombardamento e dall’avanzata delle due parti in lotta tra di loro: stesso sguardo che ritroviamo al momento della ritirata statunitense quando Desmond si rifiuta di calarsi dalla rupe e rimane, inerme, sulla spianata del campo di battaglia avviandosi verso le fiamme dei bunker e delle trincee in fiamme (spettacolare la visione del muro di fuoco, un vero e proprio inferno, in cui il protagonista, novello Dante, entra per poter salvare i propri compagni).

Desmond crede realmente  in quello che fa e lo fa perché crede quasi volesse mostrare che la fede senza le opere è vana[1]. Ma dobbiamo stare attenti ad alcuni possibili errori frutto dell’emotività che suscita il film e la sua figura: Desmond, e quindi Mel Gibson, lo ripetiamo, non fa un elogio dell’obiezione di coscienza in contrapposizione a chi sceglie di abbracciare le armi per difendere il proprio Paese ed i valori nazionali; non vi nascondiamo che la prima persona che ci è venuta in mente guardando il film, non è stato né Gandhi né altri maestri della non-violenza: a nostro avviso il miglior paragone che si possa fare è quello, anche qui mutatis mutandis,  con Santa Giovanna d’Arco vale a dire di una giovincella che, contrariamente a tutti gli standard della sua epoca, spinta da voci interiori, si rivolse al futuro Re di Francia ad accettare la Corona del Regno (invitando quindi a fare ciò che doveva fare) e prese le armi andando anche in battaglia contro gli invasori inglesi: né Giovanna né la Chiesa Cattolica hanno mai fatto un elogio della carriera militare femminile ma, contemporaneamente, è innegabile che ha compiuto la volontà di Dio ricoprendo incarichi riservati generalmente agli uomini e imbracciando le armi.

Desmond non è un santo modernamente inteso, vale a dire – ci sia permessa la semplificazione – perfetto e tutto miele e zucchero: egli è un uomo di carne e ossa, con tutti i suoi pregi e tutti i suoi difetti, Desmond, in quanto uomo, ha le sue passioni, i suoi momenti bui, le sue gioie ed i suoi amori ma che, pur tentano continuamente di abbandonare tutto e tutti (la tentazione a lasciar perdere tutto è sempre dietro l’angolo, cosa che Mel Gibson sa bene: in The Passion non è forse lui ad inserire tra le persone che seguono Gesù nella Via Crucis, probabilmente per la prima volta in tutta la storia del cristianesimo, il Diavolo che tenta Cristo non volendo che si compia il sacrificio della croce?) riesce sempre a reagire (oppositum per contrarium afferma sempre la morale cattolica) con uno slancio eroico[2] degno di questo nome impegnandosi sempre a compiere il bene che corrisponde – e sarà sempre bene ricordarlo fino alla nausea – nell’esercizio di ciò che si deve fare in un determinato momento.

A proposito della rappresentazione a tutto tondo della persona del protagonista, è interessante il rapporto che Desmond ha con Thomas, suo padre (Hugo Weaving), rimasto traumatizzato dalla perdita degli amici commilitoni sul Fronte Occidentale della Grande Guerra (da cui è tornato con due medaglie al merito): alcolista violento, prende le distanze dai figli al momento dell’arruolamento si arruolano per poi far leva sulle sue conoscenze per aiutare il figlio minore cui si voleva negare la sua peculiarità di obiettore di coscienza sotto le armi. Desmond sa benissimo che ha un padre tremendo, e lo confesserà anche nella prima notte di guerra al suo compagno di fossa, ma ugualmente lo ama, soprattutto per avergli trasmesso quel sentimento di amor patrio che lo muove all’arruolamento ed alla guerra. E proprio questo amore/odio per il padre che spinge il figlio a prendere la risoluzione di non uccidere, anzi: di non toccare nemmeno un’arma. Quale migliore occasione per comprendere, vivere e trasmettere ciò che dice San Paolo «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio», rendendo visibile il fatto che Dio trae sempre un bene dal male?

Per concludere dobbiamo dare ancora fare alcune brevi considerazioni.

La prima è che ci ha (felicemente) sconvolto il fatto che il film si apra con la frase «una storia vera» e non «tratto da una storia vera» e sia assente il benché minimo accenno a rimaneggiamenti o libertà del regista e degli sceneggiatori: tutto ciò che Mel Gibson racconta è vero, corroborato dalle testimonianze finali di alcuni protagonisti, ormai anziani, degli eventi (se non ci fosse stata quella scritta sarebbe stato difficile ammettere che Desmond abbia deviato ben due bombe a mano giapponesi, la prima con le mani e la seconda con un calcio degno di un centrocampista per poter salvare i suoi compagni). Ci piaccia o non ci piaccia, quello che è concentrato nel film ha fatto realmente parte della vita di quest’uomo e dell’esercito degli USA. E’ ovvio che la Bibbia sia una specie di sottofondo di tutta la trama (gli esempi sarebbero tantissimi ma basta ricordare il parallelismo tra la preghiera di Desmond prima dell’assalto finale che spinge gli uomini a battersi come leoni con la preghiera di Mosè durante le campagne di conquista della Terra Promessa compiute da Giosué) ma, come anche dicevamo prima, se un fedele vuole vivere intensamente la propria vita saprà leggere e trarre tutti i benefici possibili da ciascuna pericope delle Sacre Scritture ricordando sempre che è lo Spirito Santo, secondo quanto promesso e garantito dalle parole di Gesù, che ci indicherà i modi ed i tempi di agire e parlare.

La seconda riguarda un parallelismo impossibile da non compiere vedendo il film e contestualizzandolo all’interno delle aspre polemiche, che negli USA avvengono praticamente quotidianamente, che riguardano la libertà religiosa ed il ruolo pubblico delle religioni nella società: lo scambio di battute, dure e taglienti come può avvenire quando si difende la verità, tra Thomas Doss ed il giudice della corte marziale che deve giudicare suo figlio ne è una riprova. La conferma è data anche da una delle interviste finali in cui viene affermato che avere o non avere una fede, e quindi difenderla e non difenderla, non è la stessa cosa: la sottolineatura dei valori costituzionali, delle garanzie riconosciute dai Padri Fondatori, dai valori incarnati e rappresentati e difesi dalle uniformi militari non lasciano dubbi al riguardo.

Si tratta di un ottimo film per chi al cinema non va solo per passare un po’ di tempo. Questi sono i film che prendono e che restano attaccati molto più a lungo della durata della pellicola. Secondo Francesco non è un vero kolossal benché abbia ottenuto diverse nomination agli Oscar (Francesco avrebbe infatti gradito maggior rispetto e riconoscimenti per The Passion e forse ancor di più per Apocalypto). Forse non si tratta di un vero e proprio kolossal al pari di altri lavori di Mel Gibson ma è, e resterà tale, ciò che l’ha definita il settimanale Tempi: «una gibsonata». Mel Gibson c’è. E ringraziamo Dio che ce l’ha ridato.

E parlando di Dio chiudiamo la nostra riflessione con un’ennesima, necessaria, essenziale, ineludibile domanda cui però non vogliamo dare risposta perché probabilmente Mel ce la lascia volutamente aperta: il protagonista vero del film chi è? Desmond o Dio?

1. Cfr. Gc 2,26. E’ innegabile che l’essere coerenti nei fatti con la propria fede comporta anche un’azione nella vita pubblica sulle orme di Cristo che, medico delle anime e dei corpi, si è fatto tutto a tutti fino all’effusione del suo sangue per la salvezza di tutta l’umanità: riconosciamo sinceramente che senza la citazione della Lettera di San Giacomo è difficile per noi far capire questo concetto.

2. E’ doveroso, facendo una rapida incursione nella teologia cattolica, ricordare un principio della Chiesa Cattolica oggigiorno abbastanza dimenticato: contrariamente a quanto si pensi, la santità non consiste nel fare il bene (inteso in maniera generica, filantropica ed umanitaria) bensì nell’esercizio eroico delle virtù che si dividono in due grandi gruppi, le cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) e le spirituali (fede, speranza e carità). Solo partendo da questo punto si capisce come la Chiesa, e da sempre, venera come Santi sia uomini di governo che monache di clausura, medici e religiosi, sacerdoti e laici, sposi e consacrati, semplici insegnanti ma anche teologi, agricoltori e guerrieri, etc.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/02/cinematografo-dellalpino-la-battaglia.html

 

22 febbraio 2017

Unar, lo scandalo è parlare degli intoccabili


di Giuliano Guzzo
La cosa scandalosa, nel pandemonio esploso dopo il servizio delle Iene, non è il fatto che l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (Unar), alle dipendenze di Palazzo Chigi, abbia destinato (anche se, pare, non ancora versato) fondi pubblici ad una associazione gay dall’attività assai libidinosa, per usare un eufemismo, né nella presenza di essa in progetti scolastici, nell’iscrizione (a sua insaputa, alla Scajola) dell’ormai ex Direttore allo stesso circolo cui l’Unar erogava finanziamenti, né nelle frequentazioni che costui aveva nel mondo cattolico (gli scandali nella Chiesa, lo si sarà capito, non sono tutti uguali), no, che andate a pensare.

La cosa scandalosa è che le Iene abbiano osato scoperchiare la realtà di un mondo, quello di certo associazionismo, intoccabile. E’ infatti contro il servizio della trasmissione che diversi si son scagliati. Franco Grillini, per esempio, ha dichiarato che «giornalisticamente parlando» quello era «un servizio confezionato male anche dal punto di vista deontologico» perché «infilarsi dentro un circolo privato per fare riprese non autorizzate», secondo lui, «non è giornalismo: è agguato giornalistico». Dello stesso tenore un comunicato di Gabriele Piazzoni.

Pure secondo il segretario nazionale di Arcigay, infatti, quello delle Iene era un servizio «che in malafede dosava anonimati, vaghezza e repentini precisi dettagli, perfino lesivi del diritto alla privacy» finendo con l’innescare «una macchina del fango ignobile, subito cavalcata dagli omofobi di professione, dentro e fuori il Parlamento». Ora, lungi da chi scrive l’idea di candidare Le Iene al Pulitzer, ma come si fa – davanti all’ipotesi che una o più associazioni, dietro il paravento della discriminazione sessuale e magari pure destinatarie di fondi pubblici, possano lucrare allegramente con attività di assai dubbia moralità senza, dulcis in fundo, pagare un euro di tasse – mettersi a cavillare sulla privacy o su ciò che «giornalisticamente parlando» sarebbe o meno corretto?

Forse perché i riflettori, su certi ambienti, non andavano semplicemente accesi? Sarebbe da capire. Sia chiaro, in ogni caso, che in tutto ciò l’omosessualità in quanto tale non c’entra. Il punto qui sono i soldi dei contribuenti e certi club. Alcuni dei quali, nelle scorse ore, avrebbero – via Whatsapp, per fare alla svelta – informato i gentili soci che le loro “attività” sono momentaneamente sospese. Peccato. Per il momentaneamente.
 

21 febbraio 2017

La pornografia come sistema di controllo mentale (individuale e sociale)


di Alessandro Benigni

Parte prima: un quadro generale

E’ questo, quello che ci serve, prima di tutto: un quadro generale di riferimento, in cui tanti fenomeni, apparentemente isolati fra loro, possano essere collegati insieme e spiegati in relazione al controllo: dalle “comunità degli uomini-cane“, all’aborto, alla legalizzazione delle droghe, all’eutanasia, alla “teoria svedese dell’amore“, al divorzio, alla diffusione del consumo di psicofarmaci, aumento dei suicidi, depotenziamento cognitivo in ambito scolastico, e tanto altro ancora: non da ultimo, l’incredibile disegno di legge n. 2688, di cui ha dato chiarissima illustrazione Enzo Pennetta su Critica Scientifica. Un quadro, insomma, in cui collocare la pornografia contemporanea, per poter capire che cos’è in realtà.

Anticipo così la tesi che andrò a sostenere in questa e nelle prossime puntate:

La pornografia è un micidiale sistema controllo sociale.

Ma come agisce?

Tramite l’instupidimento, la distrazione di massa (era Noam Chomsky a spiegare questa tecnica), con la deprivazione sensoriale e mentale, con una progressiva e impressionante atrofizzazione del cervello e delle facoltà mentali superiori (linguaggio, significazione, quindi intelligenza latu sensu), ed in particolare attraverso un immane ed inevitabile processo di svirilizzazione del maschio e di trascinamento (nota n. 1) e condizionamento (nota n. 2) della femmina allo stato degradante di addetta a masturbazioni assistite, quando non di prostituta de facto.

Sì, svirilizzazione. Avete letto bene: la pornografia – come vedremo – si basa sull’effetto Coolidge e conduce a problemi di erezione, anche nei più giovani (deficit erettile) e mancanza del desiderio. Ma del versante biochimico andremo a parlare nella prossima puntata. Come andrò a mostrare nelle seguenti puntate, infatti, la pornografia si iscrive perfettamente tra le tecniche di controllo mentale, quindi di controllo sociale, non solo per la sua drammatica forza simbolica ma, come vedremo, per il suo effetto fisiologico misurabile, sul cervello. E quindi sul comportamento.

Per quello che ho visto, la normalizzazione (che è la premessa logica del controllo) indotta dal consumo di pornografia agisce su due livelli:

– un primo livello, in cui ci si abitua a considerare il rapporto unitivo tra uomo e donna come prestazione e consumo, nella riduzione dell’altro (prima immaginato e fantasticato, poi eventualmente anche realizzato) come dipendente rispetto all’io-spettatore rinchiuso in sé, incapace di un’autentica relazione. Una specie di monade, come avevo già indicato (vedi nota n. 3 a piè di pagina).

– un secondo livello deriva dall’assuefazione e dall’abitudine. L’abbruttimento del Sacro non è mai senza conseguenze. In questa fase,  esattamente per come avviene nelle droghe (ecco emergere l’aspetto fisiologico, di cui tratteremo nella seconda parte) il cervello di abitua e non si eccita più normalmente, con gli input naturali: una volta assuefatto, per stimolarlo c’è bisogno di qualcosa di più: ovvero di oggetti fantasticati sempre più fuori norma, più giovani per esempio, oltre che passare via via a pratiche sempre più estreme, fino alla sottomissione o alla tortura o alla violenza più bestiale, che col sesso non hanno più niente a che fare.

Il mio discorso introduttivo, quindi, è semplice.

E breve:

anche la pornografia è un’arma dell’Impero.

Anche se la giustificazione di questa tesi sarà chiara solo alla fine di queste micro riflessioni sul tema, posso già anticipare che come tutte le armi dell’Impero, questo metodo di controllo si presenta con la maschera del suo contrario: promette una maggiore libertà di espressione, una immediata realizzazione di sé stessi, al di là di dogmi e tabù. Mentre invece rende sudditi. Anzi: schiavi. E a due livelli: uno psichico, l’altro psichico. Nel seguito indicherò esattamente cos’ho trovato in merito.

Andiamo invece a marcare ancora solo un paio di cose sul quadro generale della faccenda.

Il mio assunto è che siamo nel mezzo di una morsa a tenaglia, di livello planetario, che sta giungendo alla fine. Molti sono i segni indicativi: l’uscita allo scoperto delle intenzioni mortifere, su tutto il pianeta, delle varie forze politiche che agiscono sul campo da un pezzo. L’accelerazione legislativa per restringere le libertà individuali. Gaffes clamorose, dei massoni, che finiscono per invitare Jovanotti ad una delle loro riunioni, e tanto altro ancora che per brevità per ora tralascio.

Una gigantesca operazione di ingegneria sociale, insomma, che ha avuto probabilmente inizio nel ’68 e si è via via perfezionata ed allargata negli anni seguenti. Il suo scopo è la completa riduzione dell’umanità a monadi-isolate (nota n. 3), ad esseri dall’intelligenza ridotta, dalla capacità di critica sempre più  atrofizzata, preferibilmente asessuati, sempre meno capaci di stringere rapporti reali, sempre più dipendenti, in particolare dalla Tecnica e dal Mercato.

Questa premessa potrebbe durare pagine e pagine (credo di aver già scritto fin troppo in merito): andiamo anche qui al punto.

Come ci co-stringe, questa morsa a tenaglia?

Ovvero:

Come agisce, in concreto, questa immane operazione di ingegneria sociale?

La pornografia, infatti, è un potentissimo mezzo di condizionamento, ma non è certo il solo.

Per chi riesce ancora a vedere, oltre che guardare, è chiaro: il controllo agisce nella scuola, tramite il depotenziamento cognitivo (nota n. 4). Come lo si ottiene? Direi che anche intuitivamente ci si può arrivare: attraverso una progressiva riduzione del potenziale formativo dei programmi, dei metodi, delle qualità e dell’autorità (oltre che autorevolezza socialmente percepita) del corpo docente. Ogni giorno abbiamo una nuova notizia sull’impoverimento culturale e cognitivo dei nostri ragazzi. Non credo sia il caso di soffermarsi molto a lungo su questo punto. Tutti avete visto il problemino di terza elementare di qualche lustro fa che gli studenti universitari oggi non sono più in grado di rispondere, vero? Cercatelo. Ha fatto il giro del web.

La morsa agisce poi con il depotenziamento della famiglia. Dal ’68 la famiglia è stata sistematicamente oggetto di un violentissimo attacco destrutturante: aborto, divorzio,  in tempi più recenti la “lotta per i diritti degli omosessuali” (che ha portato alla sostanziale equiparazione di qualsiasi tipologia di coppia allo status di “famiglia”, mentre altrove già si parla di terna, quaterna, etc.), costituiscono i tratti più vistosi di questa evoluzione drammatica. Non dobbiamo certo stupirci se perfino l’Accademia della Crusca cade nel trucco della dipendenza dalle neo-lingue, così com’è chiaro quando ci riferisce che “siccome la lingua cambia”, anche  anche il concetto di matrimonio deve cambiare. Pazzesco, vero: è la lingua che dà senso alle cose e non viceversa. Eppure siamo a questo punto, come avevamo già osservato (vedi nota 5). E’ tutto il nostro mondo culturale che si trova ormai impastato nelle paludi del relativismo e della “post verità“.

Ed è quindi chiaro come mai oggi siamo qui ad usare termini impossibili, che non hanno alcun legame con la realtà: è la famosa neo-lingua, progettata a tavolino e metodicamente inculcata nel linguaggio comune, fino ad impossessarsi dei cervelli. Perché è così che funziona:

chi stabilisce le regole della sintassi e della semantica, ha già vinto il gioco del controllo sociale.

E lo ha già fatto in partenza.

Ora, concludendo questa sommaria introduzione, non posso evitare un accenno rapidissimo al lavoro instancabile, coordinato, delle cause farmaceutiche e di chi oggi detiene il potere enorme di stabilire che cosa sia malattia e di che cosa no. Non ci deve stupire se il consumo e la dipendenza da psicofarmaci ha raggiunto oggi livelli spaventosi. e nemmeno che ci sia una correlazione col tasso dei suicidi (vedi nota 6). E nemmeno, logicamente, la planetaria campagna in atto per convincerci a morire: e a farlo alla svelta, soprattutto quando si è diventati un inutile costo, nella società dominata da chi regola l’azione sulla base del profitto e non certo sulla base della difesa della dignità umana.

Abbiamo visto cliniche dove i piccoli d’uomo vengono macellati da “operatori tanatologici“, per usare l’azzeccata espressione di Enzo Pennetta, che hanno il coraggio di farsi chiamare medici. Per poi essere rivenduti, a pezzi. Siamo attoniti, incapaci di rispondere alla pretesa di legalizzazione delle droghe. Anche se tutti sanno quanto siano dannose. Passando poi per la teoria svedese dell’amore ci dice com’è bello vivere soli. Morire soli. Come monadi, appunto. Siamo nell’epoca in cui i spopolano i bambini transgender e le bambole transgender. Siamo nell’epoca della “comunità” di “uomini – cane” … e degli accessori che servono per leccare i propri cani o i propri gatti.

La prima reazione, di fronte a questa carrellata (minima, vi assicuro), potrebbe essere quella di dedurre che il numero dei matti è in aumento. Deduzione corretta, ma incompleta. Proprio in base al mio assunto iniziale: dietro c’è un’immane operazione di ingegneria sociale. Ne avevo già cominciato a parlare qui (link).

Direi che come quadro iniziale, sia pure largamente incompleto, può bastare per farsi un’idea di cosa ci aspetta.

Nella prossima riflessione: come la pornografia agisce sul cervello. Elementi di biochimica del cervello e le basi neurofisiologiche della dipendenza.

https://ontologismi.wordpress.com/2017/02/21/pornografia/

Note

1) Trascinamento: già Pier Paolo Pasolini – uno dei nostri più acuti intellettuali del secondo dopoguerra, omosessuale intelligente – aveva avvertito il rischio farsi “trascinare” dal medium televisivo, fino al verificarsi di vere e proprie alterazioni del comportamento, e più in generale degenerazioni sociali e culturali. Per Pasolini il trascinamento, l’omologazione, era osservabile già a partire dagli strati sociali più culturalmente indifesi: i giovani di borgata avevano infatti iniziato a vestire, comportarsi, pensare seguendo passivamente i modelli proposti allora dalla televisione. Con un acuto riferimento alla biologia (cosa che fa pensare anche a Oswald Spengler e al suo capolavoro Il tramonto dell’occidente), Pasolini denominò questi fenomeni col termine di “mutazione antropologica”, indicando con questo termine anche il fatto che la variazione delle mode e dei desideri della collettività è decisa prima nei consigli d’amministrazione delle reti televisive nazionali e poi viene fissata nelle menti dei telespettatori tramite messaggi manipolatori subliminali, la pubblicità, i programmi d’intrattenimento e così via. In campo più marcatamente filosofico, non si può dimenticare che anche un pensatore del calibro di Karl Popper ha riflettuto con preoccupazione sulla violenza che la televisione fa ai più indifesi, soprattutto ai bambini. La televisione trascina, appunto. In “Cattiva maestra televisione” (1994), analizzando i contenuti dei programmi e gli effetti sugli spettatori televisivi, Popper era giunto alla conclusione che il piccolo schermo fosse diventato ormai un potere a sé stante, incontrollato, capace di immettere nella società modelli violenti, in grado di influenzare concretamente la visione del mondo, le scelte di vita, le azioni ed i comportamenti degli individui. La televisione cambia radicalmente l’ambiente e dall’ambiente così brutalmente modificato i bambini traggono i modelli da imitare: ne vengono trascinati. Tanto che se non si attuano contromisure, il rischio in cui si incorre – secondo Popper – è quello di avere giovani sempre più disumanizzati, violenti ed indifferenti. Certamente si può andare ben oltre lo scomodare Popper e Pasolini per sostenere l’idea che la televisione abbia un potere formativo o addirittura di manipolazione vera e propria che è spesso – soprattutto in relazione all’audience – smisurato. In questo senso dovremmo ricordare anche John Condry. Secondo questo studioso, occorre saper distinguere tra i fini “espliciti”, manifesti, del mezzo televisivo e i suoi fini “latenti”, e lasciare emergere la corrispondente diversificazione valoriale. La sua analisi diventa prevedibilmente lapidaria ed inappellabile nelle sue conclusioni: la televisione “…presenta idee false e irreali, non possiede un sistema di valori coerente se non il consumismo” , anzi, precisa lo studioso “i suoi valori sono i valori del mercato”. (John Condry, Thief of time, unfaithful servant. Television and the American child, 1993).

2) Il condizionamento è quel processo che si verifica con l’associazione di uno stimolo incondizionato (naturale) ad uno condizionato (artificiale) in un organismo, ove lo stimolo condizionato induce naturalmente una risposta della cui prossimità lo stimolo incondizionato (arbitrario) si avvale. Il concetto è di derivazione etologica. Ed è una modalità di apprendimento potentissima, proprio in quanto si basa sulla formazione di riflessi “associativi” o, appunto, “condizionati”. Il termine viene comunemente usato in due accezioni: il classico (o pavloviano, rispondente) e il condizionamento strumentale (od operante, skinneriano). Il primo tipo di condizionamento, scoperto e studiato dal fisiologo russo Pavlov, si riferisce ai processi che si verificano in un organismo ogni volta che due stimoli dotati di determinate caratteristiche vengono presentati in stretta contiguità temporale. Di tali stimoli, uno (stimolo incondizionato o SI) è in grado di provocare una determinata risposta (risposta incondizionata o RI), mentre l’altro (stimolo condizionale o SC) non è in grado di provocarla di per sé; in seguito all’accoppiamento ripetuto dei due stimoli, anche lo SC acquista la capacità di provocare una risposta (risposta condizionata o RC) assai simile a quella provocata dallo SI. Perché il condizionamento si possa verificare è necessario che lo SC preceda o si sovrapponga allo SI. Il secondo tipo o condizionamento strumentale, studiato in particolare dalla scuola americana sulla scia di Thorndike, Skinner e Hull, si riferisce ai processi che si verificano in un organismo ogni volta che uno stimolo, che abbia prodotto una risposta avente come effetto una ricompensa o l’allontanamento di una punizione, acquista in seguito a ciò maggiori probabilità di produrre la medesima risposta. La risposta che produce la ricompensa viene detta risposta condizionata (RC) e lo stimolo che la evoca viene detto stimolo condizionato (SC); lo stimolo provocato dalla RC viene definito stimolo incondizionato (SI) o, più frequentemente, rinforzo (Rf). La situazione sperimentale più comunemente usata nel condizionamento strumentale è la seguente: un animale affamato viene posto in una gabbia speciale, dotata di una leva che possa essere agevolmente premuta dall’animale e di una mangiatoia rifornita da un meccanismo automatico. Se il soggetto preme la leva (RC) una piccola dose di cibo (Rf) cade nella mangiatoia e l’animale la mangia: ciò rende più probabile l’ulteriore pressione sulla leva che verrà quindi nuovamente premuta provocando ancora la presentazione del Rf e determinando un ulteriore aumento della probabilità di esecuzione della RC. Entrambi i tipi di condizionamento hanno in comune caratteristiche che fanno pensare ad almeno alcuni meccanismi simili. Queste caratteristiche sono: l’estinzione, cioè la progressiva diminuzione e la scomparsa della risposta se lo SC in un caso e il Rf nell’altro non vengono più presentati; la generalizzazione, fenomeno per cui la RC viene provocata anche da stimoli molto simili allo SC; la discriminazione, per cui un animale riesce a distinguere fra due stimoli di caratteristiche sufficientemente differenti. I principi dell’apprendimento e quindi le possibilità del condizionamento sembravano essere universalmente diffusi nel regno animale, tanto da far parlare addirittura di un “principio unico”, comune a ogni animale; ma con l’allargarsi degli esperimenti ci si avvide che animali differenti rispondevano a condizioni uguali in maniera qualitativamente diversa. Se, per esempio, veniva cambiata la ricompensa nel corso dell’esperimento, e ne era somministrata una che non piaceva al soggetto, i ratti rispondevano peggiorando la performance, mentre i pesci rossi non variavano l’efficacia della risposta al mutare della ricompensa. Si parla di condizionamento avversivo, quando a un ratto viene somministrato un alimento di per sé innocuo, per esempio una soluzione di glucosio, e poi gli viene iniettata una soluzione tossica, per esempio cloruro di litio, il ratto eviterà in futuro di assumere quell’alimento. Il fenomeno viene spiegato con l’instaurazione di un processo associativo che mette in relazione l’alimento ingerito e il malessere sperimentato. Gli animali a dieta piuttosto ampia spesso ingeriscono solo piccole quantità degli alimenti che non conoscono, comportamento adatto a prevenire un eventuale avvelenamento. È possibile che attraverso le sensazioni procurate da questi alimenti decidano poi se continuare ad assumerne o meno. Anche variazioni delle caratteristiche dell’estinzione fra ratti, pesci rossi e tartarughe fanno pensare a differenze nei vari processi del condizionamento. Tutti questi studi hanno come fine non solo la scoperta dei processi del condizionamento in quanto tale, ma anche di quelli dell’apprendimento come fenomeno che necessariamente sottostà al condizionamento stesso. Tali studi sono oggi rivolti non tanto a generalizzare i processi di condizionamento dall’animale all’uomo – tra l’altro perché il condizionamento sull’uomo può essere e molto spesso è ben diverso – quanto a scoprire le modalità dell’apprendimento in ogni animale, secondo un’ottica etologica che mira cioè a conoscere il comportamento degli animali dal punto di vista evoluzionistico. Rientra in questo tipo di studi anche il problema dell’innato. Si è infatti notato che esistono processi innati di apprendimento che influiscono sulle performances di animali sottoposti a condizionamento in modo da impedire loro di rispondere “normalmente” alle condizioni sperimentali. Questi processi prendono il nome di malcomportamento e dipendono probabilmente dai cosiddetti “limiti biologici all’apprendimento” (constraints on learning). Accade così che un procione non riesca più dopo qualche prova a mettere un gettone in una cassetta, proprio perché l’animale in natura manipola il cibo prima di mangiarlo: il gettone non viene più buttato via perché “è” il cibo e il cibo non va certo gettato. Questi e analoghi esperimenti hanno convinto gli etologi che gli animali rispondono a situazioni simili in maniera dettata non solo dal contesto sperimentale, ma anche dai loro stessi metodi di nutrizione o più in generale di comportamento. Si va così facendo strada l’ipotesi che tipi diversi di apprendimento (e quindi di risposta alle condizioni di condizionamento) si siano evoluti separatamente l’uno dall’altro in differenti linee filetiche e che non si possa così generalizzare troppo facilmente ed estrapolare, da processi limitati a poche specie animali, principi generali che possono differire invece moltissimo da animale ad animale. L’ipotesi del “principio unico”, secondo cui l’apprendimento e il condizionamento obbediscono sostanzialmente alle stesse leggi in ogni animale, può così essere respinta. Gli esperimenti vengono effettuati non solo su pochi animali da laboratorio, ma altresì su un gran numero di animali anche filogeneticamente distinti, per poter condurre ricerche comparate sul condizionamento e descrivere una scala di modalità di apprendimento che rispecchi anche la filogenesi. (Cfr. Enciclopedia di Psicologia De Agostini)

3) “Monade animale“: per “monade animale” intendo (vedi cap. I, II, III e IV de “La monade animale”) la prefigurazione di un nuovo modello di uomo e di cittadino, funzionale al sistema globale del controllo e dei consumi (quello che io chiamo Impero) in cui la persona viene progressivamente ed impercettibilmente ridotta a “monade”, a individuo isolato e sempre più scisso (non più “in-dividuo”) nella sua interiorità, come nei rapporti e nei legami sociali. Convinto di essere poco più che un animale evoluto, e di averne più o meno lo stesso valore, incerto sulla propria dignità, sulla propria identità sessuale, sulla sfera inviolabile dei propri diritti e sulla sacralità della vita umana, sarà più facilmente ridotto ad essere totalmente manipolabile. Il sogno del mercato e la manifestazione più violenta della volontà di potenza, tipica del nichilismo imperiale, che stiamo subendo. E non da tempi recenti.

4) “Depotenziamento cognitivo“: ne abbiamo discusso nei cap. I, II e III de “La monade animale“. Ripeto qui solo quanto Giuseppe Semerari ricordava in un suo recente scritto: […] già il vecchio Weber, non aveva esitato a denunciare il pericolo di un’età degli “specialisti senza intelligenza“, preoccupati solo di applicare gli schemi concettuali di una razionalità tecnico-formale burocraticamente organizzata, ovverosia solo intenti “a costruire la gabbia di quell’assoggettamento dell’avvenire, al quale un giorno forse gli uomini, simili ai fellaga dell’antico Egitto, saranno costretti ad adattarsi impotentemente, se per essi una sistemazione buona dal punto di vista puramente tecnico… è il valore ultimo e unico che deve decidere sul genere della loro attività” (M. Weber, Gesammelte politische Schriften, Tübingen, 158, p. 320, cit. in G. Semerari, Filosofia e Potere, Dedalo, Bari, 1973, p. 212).

5) A questo proposito rimando qui: Gender: l’impossibile è possibile, anzi reale, Gender – follia: inventare parole per ciò che non esiste (il caso “Hen”), Gender – distruzione: attraverso il linguaggio – (Parte prima), Gender – distruzione: attraverso il linguaggio – (Parte seconda)

6) “In Italia è aumentato – ed è presumibile che stia crescendo tutt’ora – sia il consumo di antidepressivi che il numero dei suicidi. Lo rileva il Rapporto Osservasalute del 2015.”