05 maggio 2016

Padre, sia fatta la tua volontà

(OVVERO SOTTOMISSIONE A DIO COME VITTIMA PREZIOSA,
MA SAPENDO QUANTO COSTA IL LURPAK)


di Matteo Donadoni

Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore.
Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.
(Isaia, 55, 8-9)

Chi ci capisce è bravo. No, non parlo di quella deplorevole e noiosa imitazione del glorioso gioco del football che è il calcio in Italia – anche se avrei forse un consiglio per uno slogan pubblicitario della Nike: «Don’t run. Think Totti», ma purtroppo odio la pubblicità. No, stavolta non parlo nemmeno di donne. Primo perché fa stranamente male. Fa sempre male. Soprattutto durante quelle lunghe notti, quando il tempo, profondo e cieco, si allunga come una lama. Secondo, ormai ho rinunciato a comprenderle. Come ha scritto Bernanos: «Non si tocca mai il fondo della propria solitudine».

Parlo dell’altro grande problema del cattolico contemporaneo. Cercare risolutamente, disperatamente, unguibus et rostris, il modo di restare cattolici. Chi capisce che caspita bisogna fare oggi per restare cattolici è pregato di riferirmelo, perché io vedo un gran circo alimentato da otri di zelo amaro, da un’indecenza di sorrisi e chiacchiera volgare, e poca, pochissima, sostanza, preghiera, teologia. No, ma dico, ci prendete per i fondelli? O dobbiamo trasferirci in massa ad Astana, ovvero perfino fuori dall’Ecumene alessandrina? Credete forse che i poveri non siano mai esistiti prima del fantasmagorico mondo globale, in cui vescovi bianchi prendono l’aereo portando da sé brutte borse nere e magari lasciando intendere che, forse, si radono pure da sé? Non fu Cristo stesso a dire che li avremo sempre con noi? Mi rivolgo ai consacrati: siete proprio sicuri sia questa l’icona della Chiesa di Cristo che volete lasciare ai posteri? Veramente? Avete studiato le Scritture ed i Padri tutta l’intera vostra giovinezza per diventare dei chiacchieroni esperti di ecologia, equilibrismo politico da proletario medio e profugologia applicata? Perché se così fosse, a parità d’impegno, non potevate diventare campioni di scacchi? Eh no… con gli scacchi non si chiacchiera. Si vince o si perde, palesemente, inequivocabilmente, inesorabilmente Patzer, sotto lo sguardo ed il giudizio inappellabile di ogni Kibitzer del mondo.

Sono amareggiato, arrabbiato, ma non da quella sorta di solita drammatica dipendenza caratterialmente indotta. Noi poche anime elleniche siamo così – spiriti tragicomici agli occhi del mondo moderno. Adamantine, originariamente perfette, sfere di razionalità, poco meno degli angeli, come tutti gli altri del resto, ma, ahinoi, rivestite da una gelatina opaca a base d’un eterno chiassoso melodramma. Se c’è da godere godiamo. Se c’è da soffrire, soffriamo. Antropologicamente, spiritualmente, perfino politicamente. Abbiamo tutti sotto gli occhi la Grecia: povertà infantile, mancanza di lavoro, povertà senile (di proposito ignoro ogni commento sull’Italia, altrimenti dovrei aggiungere “educazione scarsa e depravata”). E l’intero establishment pancristiano che fa? Va a fare lacrime di coccodrillo a Lesbo! E perché? Perché i teneri virgulti della futura grecità vanno a scuola senza cena? Per le decine di chiese e monasteri secolari distrutti in Mesopotamia? Per celebrare Messe a suffragio dei cristiani scacciati e trucidati? Per canonizzare i nuovi martiri? No, per farsi selfie di proporzioni mondiali, ma volevo scrivere “escatologiche”, con poveri islamici nipoti degli invasori d’un tempo, puta caso, rifiutati dai vicini ricchissimi paesi arabi correligionari (in questi giorni l’Arabia Saudita ha acquistato due isolotti dall’Egitto per la notevole somma di 23miliardi di dollari, se non erro), e che l’Europa dovrebbe, invece, accogliere come ultima risorsa, ineffabile ricchezza, occasione improcrastinabile.

Già l’Unione Europea, un organismo brachicefalo parasovietico, strattonato da una Kanzlerin non esattamente callipigia, ma senza scrupoli, e governato da un manipolo di autonominati reciproci, che, anche messi tutti insieme, non sono uomini nemmeno la metà di quanto lo fu Margaret Thatcher, la quale ancora oggi rivolgerebbe loro la medesima domanda: «Mi sapete dire quanto costa il Lurpak? – No, non lo sapete!». E avrebbe ragione. Nel frattempo la gioventù di ciò che fu l’Europa come concetto di Civiltà se ne va alla beneamata malora, fra un talent show in cui non si capisce chi è il più rimbambito, e una gara di cuochi in tv che a furia di sfornar torte stimolano più che altro la denatalità, trascinando in tal modo gustosamente a picco interi popoli, destinati ad affogare culturalmente in un mare di melassa che essi stessi si stanno centrifugando attorno.

Ma questa non è la misericordia di cui ogni giorno si parla, è autolesionismo. Non carità, ma dabbenaggine.

Quanto è difficile dire “Sia fatta la tua volontà” quando il domani appare una notte lunga, nebbiosa ed insonne per noi poveri, inesperti, navigatori a piccolo cabotaggio. Così, la notte, cerchiamo di separare i grani della verità dalla pula delle bugie, ed essendo cattolici - si licet hodie - i nostri grani si chiamano  rosario. Lottiamo, sperando di non addormentarci, sperando di non affondare come accadde a Pietro quella volta. Ma, per quanto mi riguarda, è quello che spesso accade. Cerco appigli mentali, cerco di rivangare gli insegnamenti del passato, e, pensando al passato, chissà per quale strana associazione di idee, mi sono ricordato di quando mio nonno da Capo Pezzo d’Artiglieria Pesante Campale si ritrovò (IMI) all’improvviso marinaio sulle navi rompighiaccio del Reich sul mar Baltico. Mi sono ricordato le sue raccomandazioni riguardo il rispetto dell’abito ecclesiastico.
E questo è il punto. Se qualcuno ci ha capito, fra una scacchiera e il Baltico è un attimo. Mi sono ricordato di aver letto da qualche parte di San Giovanni di Kronstadt (nato Ivan Ilijč Sergiev 1829 – 1908): «Se vuoi correggere qualcuno delle sue mancanze, non pensare di correggerlo con i tuoi mezzi: faresti soltanto del danno usando le tue stesse passioni, quali l’orgoglio e l’irritabilità che da esso proviene; ma “getta il tuo peso nel Signore” e prega Dio, che “scruta il cuore e i reni”, con tutto il tuo cuore, perché Egli può illuminare la mente e il cuore dell’uomo. Se Egli vede che la tua preghiera respira amore e viene veramente dal profondo, Egli infallibilmente esaudirà il desidero del tuo cuore e tu dirai subito a te stesso, vedendo il cambiamento avvenuto in colui per il quale hai pregato, che è opera della destra di Dio, dell’Altissimo».

A metà del XIX secolo la città Kronstadt, era un postaccio putrido su un'isola del Mar Baltico, posto di deportazioni: poveri, delinquenti e senzatetto. Vivevano in sporche stamberghe, che in Austria non sarebbero state buone per i maiali, e si occupavano di quelle tipiche attività delle regioni culturalmente desolate diffuse in tutto il globo: chiedere elemosine, rapine, assassinii. Eppure là questo santo della chiesa ortodossa, che di li a poco sarebbe stata martirizzata e quasi distrutta, come del resto tutta la Russia, trovò la via della vera carità. Sin dall'inizio della sua missione evangelizzatrice non lesinò alcun aiuto ai poveri della sua parrocchia, comprando personalmente per loro cibo e medicine, donando loro ogni moneta che aveva. Le agiografie raccontano che gli abitanti di Kronštadt lo avrebbero visto a volte tornare alla sua abitazione a piedi nudi e senza cappotto, tanto che i calzolai, impressionati dagli atti di carità del santo, erano soliti regalare scarpe alla moglie del pope.

Al freddo, senza tante chiacchiere, e nel lerciume umano e naturalistico ebbe la forza morale di dire:
«Mai è così difficile dire dal profondo del cuore: “Padre, sia fatta la tua volontà”, come nei momenti di profondo affanno, quando si è colpiti da grave malattia e specialmente allorché si è vittima dell’ingiustizia umana o degli attacchi e delle insidie del demonio. È difficile dire dal profondo del cuore: “Sia fatta la tua volontà”, anche quando noi stessi siamo responsabili di qualche disgrazia, poiché crediamo che non sia stata la volontà di Dio, ma la nostra a ridurci in una siffatta situazione, sebbene nulla accada se non per volontà di Dio. In genere è difficile credere nel nostro intimo che è volontà di Dio la nostra sofferenza, quando il cuore sa, per fede e per esperienza, che Dio è la nostra felicità, per cui è difficile anche dire nell’infelicità: “Sia fatta la tua volontà”. Noi ci chiediamo: “È possibile che questa sia la volontà di Dio? Perché Dio ci tormenta? Perché altri sono tranquilli e felici? Che cosa abbiamo fatto? Avrà un fine la nostra sofferenza?”. Ma se alla nostra natura corrotta è difficile riconoscere sopra di sé la volontà di Dio, e piegarsi ad essa umilmente, allora l’uomo si sottometta alla volontà di Dio ed offra al Signore la sua vittima più preziosa, si affidi cioè a lui di tutto cuore non solo nei momenti di quiete e di felicità, ma anche negli affanni e nelle disgrazie. Sottometta la sua vana e inconsistente sapienza a quella perfetta di Dio, poiché quanto dista il Cielo dalla terra, altrettanto distano i nostri pensieri da quelli di Dio (Isaia 55, 8-9). Ogni uomo offra a Dio il suo Isacco, il proprio unigenito, il proprio prediletto, il suo promesso (a cui erano stati promessi pace e felicità, non affanni) come vittima a Dio e gli provi la sua fede e la sua obbedienza, per essere degno dei doni di Dio già ricevuti o che riceverà».

04 maggio 2016

Anche le femministe (vere) schifano l’utero in affitto


di Giuliano Guzzo

Una delle caratteristiche più interessanti dell’opposizione politica e culturale alla pratica della cosiddetta maternità surrogata consiste nel fatto che a sostenerla sono soprattutto donne e movimenti di matrice femminista. Lo si è visto a Parigi a primi di febbraio di quest’anno, con un convegno per l’abolizione universale dell’utero in affitto organizzato da tre sigle di insospettabili di simpatie conservatrici: Cdac, Collettivo diritti delle donne, guidato da Maya Surduts e Nora Tenenbaum, Clf, Coordinamento lesbiche francese, presieduto da Jocelyne Fildard e Catherine Morin Le Sech, e Corp, Collettivo per il rispetto delle persone.
Anche in Italia settori importanti del movimento femminista si sono mobilitati contro la cosiddetta maternità surrogata. Si pensi, su tutte, ad una rappresentante storica e nota a livello mondiale come Luisa Muraro, autrice peraltro di un libro fresco di stampa e dal titolo inequivocabile: L’ anima del corpo. Contro l’utero in affitto. Degno di nota è anche l’attivismo contro quella che alcuni chiamano assai discutibilmente “gestazione per altri” da parte di Francesca Izzo, filosofa, docente universitaria nonché una delle autorevoli del movimento femminile nato nel febbraio 2011, Se non ora quando? Ora, gli interventi di Francesca Izzo contro l’utero in affitto non sono esattamente una novità: se ne leggono già da diverse settimane.
Tuttavia quello pubblicato ieri sulle pagine de L’Unità – testata, pure questa, che è difficile tacciare di simpatie ecclesiastiche – da parte della filosofa e studiosa di Thomas Hobbes (1588–1679) e Antonio Gramsci (1891-1937), è particolarmente interessante perché fa a pezzi, da un punto di vista certamente non conservatore, l’idea che, allorquando non vi è imposizione né sfruttamento, la pratica dell’utero in affitto sia legittima in quanto espressione dell’autodeterminazione. Sbagliato, ribatte la filosofa, proponendo un argomentare che, per quanto muova da premesse non condivisibili (l’autodeterminazione è intesa in modo assai estensivo ed abortista, pertanto moralmente inaccettabile), risulta certamente interessante.
Proprio per questo, vale la pena lasciare la parola all’autrice di queste considerazioni, che sarebbe bene leggere ad alcuni parlamentari del Partito Democratico. Scrive Francesca Izzo: «L’autodeterminazione non significa automaticamente che ogni donna abbia l’assoluta, autonoma padronanza sulla maternità, né tantomeno che abbia il diritto ad essere madre. L’autodeterminazione, concetto assolutamente valido per l’interruzione del processo, non risulta altrettanto adeguato a dar conto del completamento del processo della maternità, perché in questo caso la donna non è il solo, unico soggetto coinvolto. C’è il partner/padre e soprattutto c’è il bambino.
La donna è libera di essere o non essere madre – continua la filosofa – e solo lei può deciderlo ma, se decide di esserlo, la sua libertà viene intrinsecamente connessa alla responsabilità verso l’altro (bambino). La maternità libera lascia emergere la figura della “libertà in relazione”. La sua libertà trova il limite nella libertà del bambino che non può e non deve perderla diventando oggetto di dono o di scambio mercantile. Sostenere come si sta facendo nella discussione sulla maternità surrogata che la condanna di questa pratica mette a rischio l’autodeterminazione femminile conquistata con la legalizzazione dell’aborto significa non averne chiari i fondamenti.
Come abbiamo visto, solo attribuendo dignità esistenziale all’intero processo procreativo e alle donne la titolarità soggettiva di esso si è affermata l’autodeterminazione e la libertà di non diventare madri. Ma se si accetta, come nella maternità surrogata anche quella solidaristica, di spezzare l’unitarietà del processo, di segmentarlo in ovociti, gravidanza e neonato, togliendo alla gravidanza ogni “pregnanza” fisica, emotiva, relazionale e simbolica, facendone un processo meccanico/naturale, si incrinano le basi stesse dell’autodeterminazione. Paradossalmente in nome della libertà si espropriano le donne di ciò che la determina e la fonda» (L’Unità, 3 Maggio 2016, p. 14).

https://giulianoguzzo.com/2016/05/04/lautodeterminazione-non-giustifica-lutero-in-affitto-parola-di-femminista/

La favola dell’utero in affitto «gratuito»



di Giuliano Guzzo

Pare che alcuni parlamentari del PD siano al lavoro – no, un attimo, la notizia non è questa – per una mediazione sull’utero in affitto. Avete letto bene: una mediazione su una pratica sulla quale, per inciso, non v’è alcun vuoto normativo dato che secondo la legge italiana trattasi di reato, ma che nelle intenzioni dei promotori dell’ideona dovrebbe essere resa legale purché gratuita. Si tratta quindi di una mediazione assai raffinata, ma non fra le varie anime del PD o della maggioranza bensì con la realtà. Infatti l’utero in affitto – o maternità surrogata o gestazione per altri, a seconda di quanto si voglia edulcorarne il dramma – non è mai gratuito. Mai davvero: da nessuna parte al mondo. E anche laddove pare esserlo, vi sono sempre “rimborsi” per la madre surrogata: e coi rimborsi…beh, avete capito di che gran bella gratuità si tratta.
Senza contare che le donne davvero libere, salvo casi di rarità infinitesimale, non mercificano il loro ventre e chi pensa il contrario, esibisca i dati della condizione economica media delle donne che si sottopongono a questa pratica, poi ne parliamo. Ma il punto vero, in realtà, non è neppure questo; il punto vero è che quand’anche l’utero in affitto gratuito esistesse – pura fantascienza -, in ogni caso ci si troverebbe di fronte a quel crimine che indiscutibilmente è la separazione d’un neonato da sua madre. Sì signori, un crimine. Non a caso nel 2005 una certa Monica Cirinnà, per il Comune di Roma, promosse “Maltrattamento di animali”, regolamento il cui comma 6 recita: «È vietato separare i cuccioli di cani e gatti dalla madre prima dei 60 giorni di vita, se non per gravi motivazioni certificate da un medico veterinario».
Ah, già, scusate, ma lì si parlava di «cuccioli di cani e gatti»: per i cuccioli umani, invece, meglio non far gli schizzinosi. Ora, battute a parte è evidente che la mossa dei parlamentari democratici – per quanto cozzi con realtà, etica e giusto qualche decennio di letteratura scientifica attestante il rilievo dell’attaccamento materno-fetale – ha il fine di anestetizzare le coscienze giacché una coscienza vigile, neppure nel più rincitrullito dei mondi possibili, mai potrebbe tollerare l’utero in affitto. Una pratica per farci digerire la quale i mass media, fateci caso, sono da tempo all’opera propinandoci servizi strappalacrime sulle “famiglie” ricorse a madri surrogate, vendute come le più belle al mondo e al cui confronto quella Mulino Bianco pare la famiglia Adams. Zero fotogrammi, invece, sull’addio fra il neonato e sua madre: per vedere quello – che poi è il nodo cruciale dell’utero in affitto – tocca arrangiarsi col web. Chissà come mai.

 https://giulianoguzzo.com/2016/04/29/la-favola-dellutero-in-affitto-gratuito/

03 maggio 2016

Le feste della Santa Croce e la figura di San Ciriaco di Gerusalemme

di Roberto de Albentiis
Oggi, 3 maggio, nel calendario liturgico si festeggia l’Invenzione della Santa Croce [1]; tale festa, commemorante il ritrovamento della Santa Croce a Gerusalemme da parte dell’Imperatrice Sant’Elena (feste, 19 e 21 maggio e 18 agosto) nell’anno 326, è stata espunta dal messale e dal calendario negli anni ’60, ma ha continuato ad essere celebrata localmente a livello diocesano, soprattutto nelle campagne, con Messe votive e processioni.

Cogliendo l’occasione di questo giorno, offro ai lettori di Campari & de Maistre una breve carrellata delle diverse feste liturgiche dedicate alla Santa Croce presenti nei calendari liturgici orientali e occidentali, a loro edificazione e a maggior gloria di Nostro Signore Gesù Cristo e della Santa Croce con cui Egli ha redento il mondo. Oggi è inoltre il giorno vigilare di San Ciriaco di Gerusalemme, Patrono di Ancona, che aiutò Sant’Elena proprio nel ritrovamento della Santa Croce e che, grazie ad essa, si convertì alla vera fede cristiana; su di lui torneremo a fine articolo.

-6 marzo (Invenzione della Santa Croce e dei Santi Veli da parte di Sant’Elena): in Oriente si festeggia in questo giorno il viaggio che fece Sant’Elena a Gerusalemme, accompagnata dal Vescovo della Città Santa San Macario (festa, 10 marzo) e dall’ebreo Giuda (quello che, dopo la sua conversione, divenne appunto San Ciriaco), in cui vennero distrutti tutti i templi pagani costruiti nei secoli precedenti e vennero infine ritrovate le Reliquie della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, in primis la Santa Croce. E’ il corrispettivo orientale della festa occidentale odierna.

-Domenica III di Quaresima (della Santa Croce): sempre in Oriente, come riportato anche da Dom Prosper Gueranger nella sua monumentale opera dedicata all’anno liturgico, questa Domenica di Quaresima (chiamata anche “Mesonestima”, cioè a metà del cammino e del digiuno quaresimale) è dedicata specialmente all’adorazione della Santa Croce, in vista della Settimana Santa e della grande adorazione del Venerdì Santo. -Grande e Santo Venerdì: al culmine della Grande e Santa Settimana, nel giorno in cui si commemora e si rivive la Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, la Chiesa tutta adora solennemente la Santa Croce quale strumento della Passione e perciò simbolo della Cristianità; con il Poverello d’Assisi diciamo “Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, qui e in tutte le Tue chiese che sono nel mondo intero, e Ti benediciamo, perché con la Tua Santa Croce hai redento il mondo”, e dal Catechismo di San Pio X leggiamo ancora: “Nel Venerdì Santo si adora solennemente la Croce, perché essendovi Gesù Cristo stato inchiodato ed essendovi morto in quel giorno, la santificò col Suo Sangue…Si deve adorazione al solo Dio, e però quando si adora la Croce, la nostra adorazione si riferisce a Gesù Cristo morto su di essa.”

-3 maggio (Invenzione della Santa Croce): la festa di oggi, occidentale di derivazione prevalentemente gallicana e di cui si è già in parte parlato al 6 marzo, e per questo, per non ripetermi, citerò invece ampiamente dall’opera “L’anno liturgico” le parole che Dom Gueranger dedica a questo giorno: “L'Oriente e l'Occidente trasalirono alla notizia di questa scoperta, che, condotta dal cielo, veniva a mettere l'ultimo suggello al trionfo del cristianesimo. Cristo confermava la Sua vittoria sul mondo pagano, innalzando così il Suo trofeo, non più come figura ma nella realtà: era il legno miracoloso, una volta di scandalo agli Ebrei, follia agli occhi dei pagani, ma di fronte al quale, d'ora in avanti, ogni cristiano avrebbe piegato il ginocchio.”; “Nel VI secolo Santa Redegonda sollecitò ed ottenne dall'imperatore Giustino II il frammento di proporzioni considerevoli che possiede il tesoro imperiale di Costantinopoli. La Gallia non poteva entrare in maniera più nobile a partecipare al privilegio di avere una reliquia dell'istrumento della nostra salvezza, che per mezzo delle mani della sua virtuosa regina; e Venanzio Fortunato compose, per l'arrivo di detta augusta reliquia, quell'inno ammirabile che la Chiesa canterà sino alla fine dei secoli, ogni qual volta vorrà esaltare gli splendori della Santa Croce.”

-7 maggio (Apparizione della Santa Croce su Gerusalemme): presente ancora nei calendari orientali, questa festa ricorda la miracolosa apparizione nel cielo di Gerusalemme, nel giorno di Pentecoste dell’anno 351, della Santa Croce, “più luminosa del sole” (come leggiamo nell’inno del giorno); menzionato in una lettera di San Cirillo di Gerusalemme (feste, 18 e 20 marzo) e attestato da vari storici dell’epoca, questo particolare evento fu visto come il definitivo trionfo dell’ortodossia cattolica sull’eresia ariana, allora protetta dall’eretico Imperatore Costanzo II.

-1° agosto (Processione del Venerabile Legno della Vivificante Croce del Signore): altra festa orientale, ora minore, un tempo enormemente celebrata, celebrava la processione con le reliquie della Santa Croce che veniva fatta per le strade della città di Costantinopoli in preparazione alla solennità mariana del 15 agosto; festa di derivazione greca, in Russia assunse un carattere ulteriore e particolare, poiché in questo stesso giorno si celebrava anche il Battesimo della Rus, avvenuto nel 988.

-13 settembre (Invenzione e Vigilia della Santa Croce): in questo giorno, o nella Domenica più vicina, si commemora, da parte degli Assiri, lo stesso avvenimento celebrato dai Greci il 6 marzo e dai Latini il 3 maggio; giorno di vigilia della solenne festa del 14 settembre per il resto della Chiesa Cattolica, si commemora anche la prima Dedicazione della Basilica del Santo Sepolcro, avvenuta nell’anno 335.

-14 settembre (Esaltazione della Santa Croce): questa solenne festa celebra due avvenimenti: la solenne benedizione di Gerusalemme da parte di San Macario della Città Santa e del mondo con la Santa Croce e la sua collocazione nella Basilica del Santo Sepolcro, e la ricollocazione della Santa Croce nella stessa Basilica da parte dell’Imperatore Eraclio nell’anno 628, dopo che questi aveva sconfitto i nemici Persiani e recuperato dalla loro capitale le reliquie che avevano precedentemente sottratto dalla Città. Nei primi mercoledì, venerdì e sabato dopo il 14 settembre si celebrano le Tempora d’Autunno; gli Armeni celebrano invece dal 10 al 14 settembre un digiuno speciale, mentre riservano al 15 la Vigilia e al 16 dello stesso mese la solennità dell’Esaltazione, mentre nella Domenica più vicina al 14 settembre celebrano una Divina Liturgia e una processione speciali dedicati alla Santa Croce. Celebrata solennemente dai Greci con una Domenica precedente di apertura e una Domenica successiva di chiusura, i Greci celebrano in questo stesso giorno anche un’apparizione della Santa Croce che sarebbe avvenuta nel cielo di Atene nell’anno 1925.

-27 settembre (Invenzione della Santa Croce): festa esclusivamente copta ed etiope; in questo giorno si commemora lo stesso avvenimento celebrato dai Greci il 6 marzo e dai Latini il 3 maggio. -Domenica più vicina al 28 settembre (Festa della Santa Croce di Varak): festa esclusivamente armena, collocata due settimane dopo l’Esaltazione della Santa Croce; in questo giorno viene celebrato l’interramento e il successivo ritrovamento miracoloso di un pezzo della Santa Croce nei pressi del Monte Varak.

-12 ottobre (Traslazione delle Reliquie della Santa Croce a Gatchina): festa esclusivamente russa e relativamente recente; in questo giorno viene celebrato l’arrivo delle Reliquie della Santa Croce e di San Giovanni Battista da Malta alla Russia nell’anno 1799, ai tempi della dominazione francese su Malta e della nomina dell’Imperatore di Tutte le Russie Paolo I a Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri di Malta. -Domenica più vicina al 26 ottobre (Invenzione della Santa Croce): festa esclusivamente armena; in questo giorno si commemora lo stesso avvenimento celebrato dai Greci il 6 marzo e dai Latini il 3 maggio.

-11 dicembre (Miracolo a Cihost): non si tratta in realtà di una festa liturgica (almeno, non ancora istituita), ma del ricordo di un miracolo che sarebbe avvenuto nella Cecoslovacchia comunista: durante la Domenica III di Avvento dell’anno 1949 il crocifisso della piccola Chiesa dell’Assunta del villaggio di Cihost, mentre il parroco di Cihost (il Servo di Dio Padre Josef Tourfar) stava predicando, si mosse e si inclinò misteriosamente. Tale fatto attirò le attenzioni di numerosi fedeli (suscitando scalpore e interesse anche all’estero) e, anche, della polizia politica stalinista; la Chiesa Cattolica ancora non si è pronunciata su tale fatto, ma la notizia dell’avvenimento (e l’attenzione che aveva a suo tempo suscitato) rimangono, e la recente introduzione della causa di beatificazione di Padre Tourfar, martire del comunismo, inviterebbe a non scartare nessuna ipotesi e a prestare attenzione a questo segno.

La Chiesa Cattolica, nella sua pluralità e nella sua universalità, ci offre numerose volte, nel corso dell’anno liturgico (che, per citare il Venerabile Pio XII, “è Cristo Stesso presente nella Sua Chiesa”), la possibilità di festeggiare e adorare la Santa Croce, “preziosa, vivificante, guida dei ciechi e medicina degli infermi” (dalla liturgia bizantina): non facciamo come i giudei e i pagani greci e romani, che la trovavano scandalosa, o come gli eretici, che separano la Croce da Cristo, ma amiamo e celebriamo lo strumento tramite cui Cristo ci ha redenti, su cui “si è fatto obbediente fino alla morte”! Pensiamo alla Santa Croce durante la settimana, di mercoledì (giorno in cui si ricorda il tradimento di Giuda) e soprattutto di venerdì (giorno in cui si ricorda la Passione di Nostro Signore); recitiamo la Via Crucis o la Coroncina della Divina Misericordia durante l’Ora della Misericordia, alle tre del pomeriggio, l’ora in cui morì Gesù; recitiamo la Via Crucis e i misteri dolorosi del Rosario di venerdì; adorniamo di fiori e belle piante il Crocifisso della nostra chiesa e del nostro altare; partecipiamo alla Santa Messa pensando al Golgotha; portiamo un Crocifisso indosso, sopra o sotto i vestiti, e, soprattutto, portiamolo nel nostro cuore! Questa festa cade in tempo pasquale: mentre contempliamo la gloria e la vittoria del Cristo Risorto, non dimentichiamoci quanto dolore ha patito per noi, coronato di spine e crocifisso, e quanto ce ne ha lasciato nella Santa Sindone (che si festeggia il giorno successivo, al 4 maggio).

La Croce è l’ornamento dei Santi: degli Apostoli Filippo e Giacomo il Minore, che si festeggiano anch’essi in questo giorno e che proprio predicando Cristo e la Croce vennero uccisi dai pagani; di San Paolo della Croce e di Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), che misero la Santa Croce nel loro nome religioso e che trascorsero la loro vita religiosa come una vera e propria immolazione, incruenta per San Paolo e cruenta per Santa Teresa Benedetta; del Servo di Dio Gino Lorenzi, giovane milite che fu ucciso in odium Fidei, crocifisso , dai partigiani comunisti proprio tra il 3 e il 4 maggio 1945, e le cui ultime parole furono “La Croce che Gesù Cristo ha portato non può far paura ad un cristiano”; infine, citato all’inizio di questo articolo e, ora, in chiusura, di San Ciriaco di Gerusalemme, Patrono di Ancona.

Giuda, questo era il suo nome da ebreo, era nato a Gerusalemme, dove vi era divenuto rabbino; quando Sant’Elena giunse a Gerusalemme alla ricerca del Golgotha e della Vera Croce, Giuda era l’unico abitante del posto che sapesse dove si trovavano le reliquie della Passione di Cristo, ma, ostile alla religione cristiana, si rifiutò di parlare, e per questo venne gettato in una cisterna, dove rimase per sei giorni senza né cibo né acqua. Decisosi a parlare, rivelò l’esatta ubicazione della Croce e, quando venne ritrovata, decise improvvisamente di convertirsi alla fede cristiana, e, nello stesso 3 maggio 326, ricevette il battesimo da San Macario, con Sant’Elena che assisteva: scelse come nome Ciriaco (“Dedicato al Signore”), e fu in seguito venerato come martire e “inventor Crucis” (“ritrovatore della Croce”).

Dedicò la sua vita alla diffusione della vera fede cristiana e allo studio dei Vangeli, e per questo motivo fu nominato dal Papa Vescovo di Gerusalemme e, al termine della sua lunghissima vita, venne fatto torturare e uccidere dall’empio Imperatore Giuliano l’Apostata assieme alla madre Anna, anch’essa venerata come santa assieme al figlio; dopo un lungo martirio, Ciriaco rese finalmente lo spirito a Dio. Secondo la tradizione San Ciriaco, per recarsi in Italia dal Papa, aveva fatto tappa ad Ancona, rimanendovi numerosi anni, e proprio in quella stessa città le sue spoglie vennero portate nell’anno 418, divenendone, da allora, il Patrono.

San Ciriaco, assieme a sua madre Sant’Anna, si festeggia il 4 maggio, il giorno successivo alla festa dell’Invenzione della Croce in cui ebbe un ruolo attivo, il 30 maggio, festa della Dedicazione del Duomo di Ancona a lui dedicato, e l’8 agosto, anniversario della Traslazione delle sue Reliquie ad Ancona; nei calendari greci è invece ricordato al 14 aprile e al 28 ottobre.
La bella storia di San Ciriaco ci mostra come non può esistere cristianesimo, non può esistere santità senza la Croce: come Cristo ha salvato il mondo attraverso la Croce, così anche noi (ricordiamoci che siamo chiamati ad essere santi, tutti, indistintamente!), unendoci spiritualmente alla Croce di Cristo, prima di tutto accettando le piccole e grandi sofferenza della vita, possiamo partecipare nel nostro piccolo all’opera della salvezza. Preghiamo San Ciriaco nella sua vigilia affinchè ci insegni ad amare la Santa Croce, a festeggiarla in questo bel giorno, e ad abbracciarla in tutti i giorni e occasioni della nostra vita!

[1] Invenzione:  Nel linguaggio giur., il ritrovamento di un tesoro nascosto o il rinvenimento di un oggetto smarrito, come modo di acquisto originario della proprietà. 

Nel segno della via pulchritudinis

Interroga la bellezza della terra, interroga la bellezza del mare, interroga la bellezza dell’aria diffusa e soffusa. Interroga la bellezza del cielo, interroga l’ordine delle stelle, interroga il sole, che col suo splendore rischiara il giorno; interroga la luna, che col suo chiarore modera le tenebre della notte. Interroga le fiere che si muovono nell’acqua, che camminano sulla terra, che volano nell’aria: anime che si nascondono, corpi che si mostrano; visibile che si fa guidare, invisibile che guida. Interrogali! Tutti ti risponderanno: Guardaci: siamo belli! La loro bellezza li fa conoscere. Questa bellezza mutevole chi l’ha creata, se non la Bellezza Immutabile? (Sant'Agostino)

di Marco Massignan

Dopo La bellezza salverà il mondo (Morrone editore, 2013) Francesca Bonadonna, siciliana, collaboratrice della rivista “Radici cristiane”, continua la sua ricerca spirituale e culturale nel segno della via pulchritudinis con il saggio I volti della bellezza e le false proiezioni ideologiche (2015), una raccolta di parole ed immagini (tra cui alcuni scatti fotografici di Venezia), aforismi che nutrono l'anima (da Sant'Agostino a Solzenicyn, da Barsotti a Chesterton, ed altri ancora) e citazioni controcorrente rispetto alla bruttezza e volgarità odierne - pagine di spiritualità cristiana ispirate agli assoluti della divina Bellezza.

“Ritornino i volti della bellezza – scrive l'autrice nell'introduzione: dal fascino casto della donna, all'innocenza perduta del fanciullo; dalla bellezza di un incontro all'incanto della famiglia; dalla ricerca del volto di Dio al ritrovamento di se stessi e del proprio volto. I volti della bellezza, trasfigurati nel volto della sofferenza, la sola capace di donare vita anche quando geme e muore a se stessa, varcando la soglia della speranza che, oltre l'effimero, conduce all'eternità”.

Nella presentazione, padre Serafino Tognetti, successore di don Divo Barsotti alla guida della “Comunità dei figli di Dio”, sottolinea: “Nulla è bello all'infuori del vero, perché soltanto il vero è degno di amore. Il primato dell'essere sull'intelligenza, la docilità dell'intelligenza nel seguire l'ordine che si irradia da tutto quanto esiste, ecco il segno che distingue l'uomo nella civiltà tradizionale. (…) Il Bello dunque è un valore oggettivo, che ci è dato, che esiste a prescindere da noi... Un mondo in cui non regni la concezione del Bene oggettivo che ordina la realtà è abbandonato a tutti i disastri”.

E' la Rivelazione a comunicarci che Verità e Bellezza hanno un Nome e un Volto: il volto di Cristo, il più “bello tra i figli dell'uomo” (Sal 45,3), immagine perfetta e splendore Padre. “Questo mondo nel quale viviamo – ha ricordato Paolo VI - ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione”.

In tal senso, sentire nel più profondo dell'anima lo splendore della verità che rifulge nelle opere dell'Artista divino, significa amare l'ordine, l'armonia, l'innocenza; è “contemplazione sacrale” per le cose visibili ed invisibili, sguardo pieno di stupore e potente mezzo di purificazione interiore. La via pulchritudinis si rivela così come un affascinante itinerario per accostarsi ai mistero trinitario ed orientare le coscienze al bello, al vero e al buono; è inoltre un prezioso strumento di evangelizzazione (pensiamo solo ai legami tra catechesi, arte e liturgia, ambiti privilegiati per l'apostolato).

Francesca Bonadonna, I volti della bellezza e le false proiezioni ideologiche, Morrone editore, 2015. 

02 maggio 2016

Sant'Atanasio di Alessandria nella dura difesa dell'ortodossia.

di Alfredo Incollingo

I primi secoli della cristianità furono turbati da continui conflitti dottrinali sulla natura di Cristo. Chi era Gesù? Vero Dio o Vero Uomo o entrambe le Sostanze? Era “della stessa sostanza del Padre” o erano due Persone differenti?
Queste domane, naturali per la Chiesa nascente in cerca di identità e dell'ortodossia, infiammarono gli scritti di polemisti, gli imperatori e i fedeli. Scismi e divergenze, spesso seguite da atti di forza, suscitarono gli animi dei cristiani.
In questo marasma di voci e dottrine Sant'Atanasio di Alessandria si erge come il difensore dell'ortodossia cattolica, impegnando tutta la sua vita nella difesa della verità che risiede nel dogma della Trinità.
Sul finire del III secolo Atanasio nasce ad Alessandria d'Egitto, una delle capitali culturali dell'Impero Romano. La città egiziana era rinomata per ospitare una scuola teologica molto fervida e ambiziosa. Mosse i primi passi nel mondo ecclesiastico in questa città, divenendo in pochi anni segretario del vescovo Alessandro. Immediato fu anche il suo coinvolgimento nelle dispute dottrinali che occuperanno poi tutta la sua vita. Partecipò al Concilio di Nicea nel 325, contribuendo ai dibattimenti sull'eresia di Ario.

Ario, anche lui di origini alessandrine, negava la natura “consustanziale” di Cristo. Il presbitero rifiutava l'idea che Cristo fosse della stessa sostanza del Padre: Cristo è stato creato da Dio Padre. Sono quindi due Persone differenti. Atanasio contribuì attivamente nella definizione del dogma della Trinità, rispondendo agli attacchi eterodossi e subendo continui oltraggi.
La proclamazione del Credo Niceno tuttavia non aveva posto fine alle polemiche che continuarono imperterrite. Atanasio affrontò vari scismatici sempre con la lucidità che gli era propria.
Nonostante avesse sconfessato i suoi avversari, costoro riuscirono ad attirare su di lui la disapprovazione dell'imperatore Costantino (con l'accusa di aver rotto la tregua teologica imposta a Nicea). Diversi sinodi lo giudicarono colpevole e, onde porre fine alle sue critiche, fu deposto come vescovo di Alessandria ed esiliato.

A Treviri, dove si rifugiò, continuo la sua polemica nella strenua difesa della Chiesa di Roma e nel dimostrare gli errori delle chiese orientali, ree di avvicinarsi alle dottrine ariane. Subì continue condanne, perpetuate anche da imperatori compiacenti di Ario, e si vide negare dai successori di Costantino la sua riabilitazione a vescovo di Alessandria. Era una figura troppo scomoda che avrebbe causato non pochi problemi all'ordine pubblico.
La situazione migliorò con Costanzo I, molto vicino alla Chiesa di Roma, che reintegrò Atanasio e tutti i vescovi fedeli al Credo Niceno. Alla morte dell'imperatore le tensioni tra le chiese orientali, che avevano quindi in parte abbracciato le tesi di Ario, e la Chiesa di Roma si acuirono. Il protagonista fu il nostro “nemico pubblico numero uno”, Atanasio.
Costanzo II aveva riabilitato i vescovi ariani e aveva colpito con anatemi ed esili i fedeli alla Chiesa di Roma. Atanasio subì processi e condanne per il suo rispetto dell'ortodossia. Condanne, corruzione ai suoi danni e tradimenti non piegarono la tenacia di Atanasio.
Con Giuliano l'Apostata fu indetta una generale tolleranza che permise ai vescovi esiliati di rientrare nelle proprie sedi. Fu così che Atanasio si insediò di nuovo ad Alessandria e convocò un ultimo concilio per sedare le turbolenze dottrinali intorno al Credo Niceno. Morì qualche anno dopo.
La frattura tra la cristianità occidentale e orientale era ormai evidente e irrisolvibile. La stessa azione di Atanasio aveva riscontrato le divergenze dottrinali e sancito la polarizzazione dell'occidente intono alla Chiesa di Roma.
La sua fede, la sua penna chiara e colta e la sua tenacia vennero riconosciute e santificate nel medioevo e nei secoli successivi. Fu proclamato Dottore della Chiesa da San Pio V nel 1578, in un epoca di eresie ed eresiarchi, per rinnovare l'impegno a purificare e a rinnovare la Chiesa di Cristo.

01 maggio 2016

Cari lavoratori, il vostro santo è San Giuseppe Artigiano e non Marx!

di Alfredo Incollingo

San Giuseppe, ci dispiace ricordarlo, è il santo più bistrattato dai contemporanei. E' considerato un membro marginale della Sacra Famiglia, posto sempre alle spalle della Vergine Maria e di Gesù. E' una presenza muta sulla scena e nulla più. Non è il padre di Gesù e non pare avere la stessa visibilità di Maria. E' tutto vero? O sono i tipici discorsi un po' qualunquisti e un po' anticristiani (anticattolici)?

San Giuseppe è per noi moderni la soluzione a tutti i problemi. Di fronte alla latitanza del padre, con figli sbandati e famiglie sfasciate,  è il genitore presente nella vita di Gesù. Lo educa, l'accudisce e gli insegna il mestiere del falegname. E' un padre devoto, buono e laborioso e non ha mai mancato alla sua “speciale missione”. San Giuseppe, che poniamo nel Presepe, non è una comparsa, è “il santo più importante dopo la Vergine Maria”, affermava il Beato Pio IX che lo proclamerà non a caso patrono della Chiesa Cattolica nel 1870. Perché questo tributo papale?

Basta leggere i Vangeli per trovare la soluzione a tutte le nostre domande. Dio si Incarna nel seno della Vergine Maria per divenire uomo, il Figlio. Lo può fare tramite la materia e “secondo la natura umana”: il concepimento e il parto all'interno di una famiglia, formata, ricordiamolo, da un padre e una madre. Gesù entra nella storia dirompente, accudito e sostenuto da una famiglia, perché è, nei piani di Dio, il fondamento dell'umanità. San Giuseppe accoglie con fede e devotamente l'annuncio del concepimento e della nascita di Gesù e sempre con ossequio adempie al suo ruolo di padre. Cristo è così Vero Dio, “della stessa sostanza del Padre”, e Vero Uomo, concepito da Maria e allevato dalla Vergine e da San Giuseppe.

Pur essendo una figura “silenziosa” è comunque una personalità attiva e fondamentale perché sostenta la Sacra Famiglia ed è un santo educatore, un “padre modello”.
Nella società di padri “liquidi” è il Genitore. L'unico vero “papà” (umano). Le virtù mostrate nell'educare Cristo sono le stesse che San Pio XII identificava nell'esperienza del “lavoro”. Lavorare significa svolgere con devozione e al meglio il proprio mestiere per il sostentamento della propria famiglia. Come San Giuseppe fece il falegname crescendo il piccolo Gesù, così il lavoratore lavora per portare il “pane in tavola”. Sembra oggi una questione banale, ma rispecchia il messaggio di carità, di dono di sé, del Vangelo. Il 1° maggio si celebra Sa Giuseppe Artigiano,  patrono dei mestieri e delle professioni per “santificare” questa preziosa e virtuosa attività umana. Siamo abituati al classico “concertone”, ma è una ricorrenza laica ormai decontestualizzata. Di fronte alle nuove sfide socio – economiche non possiamo non affidarci a San Giuseppe, il padre di Gesù, che ha saputo con devozione dare seguito alla sua “missione”, anche nelle insidie. Con un santo così, non abbiamo più bisogno di Carlo Marx!

30 aprile 2016

Il “campione della carità” e “l'uomo di buona volontà”: San Giuseppe Cottolengo


di Alfredo Incollingo

Figure di Santi come […] Giuseppe Cottolengo […] rimangono modelli insigni di carità sociale per tutti gli uomini di buona volontà. I Santi sono i veri portatori di luce all'interno della storia, perché sono uomini e donne di fede, speranza e carità” Così nella “Conclusione” dell'enciclica “Deus caritas est” Benedetto XVI ricordava la personalità di San Giuseppe Cottolengo (Bra, 3 maggio 1786 – Chieti, 30 aprile 1842), il “campione della carità”. Non l'unico, ma uno dei tanti “uomini insigni” che hanno fatto della loro vita un continuo servizio per gli ultimi, coloro che animano e decadono nelle tante periferie esistenziali della nostra civiltà.
Il Papa non poteva non scegliere parole più semplici e intese per commemorare un santo che ha riconosciuto nel Dio d'Amore il fondamento della sua vita. Senza questa conoscenza nessuno, nemmeno Giuseppe Cottolengo, avrebbe potuto dare ragione ad una vita al servizio degli altri: sarebbe altresì scaduto in una mera ed effimera filantropia, come piace oggi.
“Dio è in assoluto la sorgente originaria di ogni essere; ma questo principio creativo di tutte le cose — il Logos, la ragione primordiale — è al contempo un amante con tutta la passione di un vero amore. In questo modo l'eros è nobilitato al massimo, ma contemporaneamente così purificato da fondersi con l'agape.” (Deus caritas est – Benedetto XVI)

Gli stessi cristiani oggi mostrano una blanda osservanza del comandamento d'amore di Cristo. San Giuseppe Cottolengo dimostra invece che per un cristiano la sua stessa vita è carità, continuo dono di sé, intenso amore per il prossimo, perché “qualunque cosa avete fatto ai più piccoli, lo avete fatto a me” (Mt 25,40). San Giuseppe diede prova del suo amore nelle sue innumerevoli azioni caritative verso gli indigenti nella Torino dei primi decenni dell'ottocento. Poveri, vagabondi e malati erano lasciati “bruciare” nell'indifferenza delle istituzioni.

Di fronte ai drammi esistenziali cui era costretto ad assistere nelle periferie torinesi compì una seconda convertirsi, abbandonando tutto per seguire Cristo. San Giuseppe aveva compreso che quell'amore che Dio ha rivolto ai suoi figli nell'estremo gesto del sacrificio doveva adesso essere rivolto ai suoi fratelli e alle sue sorelle.

Nato in una ricca famiglia di commercianti di tessuti, primo di ben dodici figli, Giuseppe conobbe la fede e il Vangelo già nella tenera età grazie alla devota madre. Si mostrò fin da giovane sensibile ai più bisognosi in un regno, quello del Piemonte, i cui tassi di povertà erano tra i più alti in Europa. Il giovane Giuseppe crebbe nei riverberi dell'illuminismo e della rivoluzione francese, nel mito di Napoleone, ma ciò non gli impedì nel 1811 di scegliere la vita religiosa, ordinato sacerdote in quello stesso anno.

Divenne un dottore di teologia, affermato cultore di materia religiosa, ma la sapienza non è nulla di fronte ai mali della vita. Fu così che, osservando l'acuta sofferenza di una giovane francese lasciata morire di tubercolosi, senza ricovero da parte dell'autorità sanitaria per paura di causare un'epidemia, in lui si accese una nuova speranza, quella di poter partecipare alla beatitudine non nello studio, ma al servizio dei disagiati. “Chi mi vuol seguire rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mc 8,27-35), San Giuseppe prese la Croce e si fece carico anche di quelle dei poveri infermi e malati.
Il 17 gennaio 1828, con l'aiuto di pie donne, aprì nel centro di Torino il primo ricovero per poveri abbandonati, raccolti nelle periferie più degradate della città: “Deposito de poveri infermi del Corpus Domini”. Il progetto ebbe successo per la tenacia di un uomo votato completamente alla carità e mosso dalla sua viva fede e dalla speranza, capaci anche di convincere dei suoi buoni propositi coloro che avevano mostrato diffidenza nei suoi confronti. Anche quando fu espulso dal centro cittadino (poiché le autorità temevano il diffondersi del colera causato dalla presenza di infetti in città) continuò imperterrito la sua azione caritativa aprendo la “Piccola Casa della Divina Misericordia” a Borgo Dora (oggi quartiere “Aurora”) e diversi altri istituti nel Piemonte. Suore, frati e sacerdoti si impegnarono nel continuare la sua opera di misericordia e fu grazie al loro impegno se ancora oggi la fondazione di Cottolengo continua ad agire in un mondo sconquassato da nuove emergenze sociali e sanitarie.
Per il suo impegno a servizio dei poveri e per essere stato in vita un cristiano fedele al Vangelo, Giuseppe Cottolengo fu proclamato beato da papa Benedetto XV il 29 aprile 1917 e santo il 19 marzo 1938 da papa Pio XI. La sua memoria liturgica ricorre il 30 aprile.

29 aprile 2016

Dopo Colonia, la Germania riforma la legge sullo stupro. Deludendo



di Giuliano Guzzo

La notizia da noi circola, sì, ma non troppo. Strano, perché è abbastanza esplosiva: in breve, la Germania, dopo i fatti di Colonia, pare intenzionata a rivedere la legge sui reati sessuali; non però per inasprirla – come ci si aspetterebbe – bensì per lasciare troppe cose come stanno. Lo denunciano in particolare diverse associazioni, riunite ora nell’iniziativa «No significa no», che fanno presente come anche in futuro, dopo tutto quel è accaduto, da un lato non basterà ancora il chiaro «no» pronunciato da una vittima di abusi sessuali per far condannare uno stupratore e, dall’altro, i palpeggiamenti contro la volontà della donna resteranno privi di conseguenze gravi.
Strano davvero, questo atteggiamento da parte del governo tedesco. L’impressione è infatti che non si voglia andare fino in fondo nella condanna contro lo stupro e chi se ne rende responsabile. Una impressione che, per la verità, circola da mesi, dopo che sugli ormai noti fatti Colonia – città dove, a Capodanno, decine e decine di donne sono state molestate da aggressori in gran parte stranieri, per un totale di oltre 1.000 denunce per l’accaduto – si sono addensati non pochi gialli, sia a livello nazionale che internazionale. Per quanto riguarda la Germania, una stranezza sulla quale non si è mai fatta piena luce riguarda il tentativo istituzionale di minimizzare quei fatti.
Nello specifico, il Ministero degli interni della Renania Settentrionale-Vestfalia è stato accusato d’aver tentato di far sparire parola ‘stupro’ nei rapporti sulle molestie del Capodanno di Colonia: un’accusa pesantissima, mossa da un agente che ha raccontato d’aver subìto strane pressioni mentre stilava il rapporto che, appunto, descriveva i fatti. Curiosamente, la stampa italiana non ha però riservato ampio spazio alla cosa. Il che non stupisce se si pensa – secondo enigma, questa volta internazionale – che le notizie dello stupro di massa avvenuto la notte di Capodanno, a dispetto della loro assoluta gravità, hanno iniziato a circolare non con ore bensì con giorni di ritardo. Non ci credete?
Eppure potete verificare voi stessi: Corriere, La Repubblica e La Stampa hanno iniziato a raccontare l’accaduto – come provano i loro portali web – a quattro, cinque giorni di distanza. Nell’era di internet e della comunicazione istantanea, converrete, è un fatterello curioso, no? La sensazione, al di là della riforma della legge sui reati sessuali e dei fatti di Colonia stessi, è che tutto ciò si inquadri in un tentativo mediatico e politico ben preciso, che è quello – allorquando di mezzo vi sono fatti gravi imputabili a immigrati o migranti che dir si voglia – di edulcorare il più possibile la realtà, arrivando perfino ad occultarne degli aspetti; e per chi osa dissentire, subito l’accusa è di allarmismo, xenofobia e populismo: è il politicamente corretto, bellezza.

https://giulianoguzzo.com/2016/04/28/dopo-colonia-la-germania-riforma-la-legge-sullo-stupro-deludendo/

28 aprile 2016

L'Europa sempre più a destra. I successi elettorali degli identitari

di Alfredo Incollingo

La vittoria del Partito delle Libertà in Austria il 24 aprile riconferma lo spessore elettorale delle destre identitarie europee: il candidato Norbert Hofer con il 35% di preferenze vince a scapito degli sfidanti popolari e socialisti. Il secondo turno vedrà il confronto tra i verdi e i nazionalisti, ma i sondaggi danno per certa la vittoria di quest'ultimi.
Il successo di Hofer è naturalmente la risposta degli elettori all'emergenza profughi: i recenti fatti del Brennero confermano la volontà del governo e della popolazione di difendere la propria integrità nazionale. Non possiamo poi non constatare come il voto concesso al Partito della Libertà sia una forma di protesta per la superficialità con cui Bruxelles affronta la questione mediorientale: la paura del terrorismo islamico, le ripercussioni del multiculturalismo e della crisi economica hanno dato visibilità a quei movimenti che si pongono in antitesi all'attuale sistema.
Ma l'Austria è solo un esempio, dato che in molti stati europei i partiti populisti nelle singole elezioni  nazionali riescono ad ottenere risultati stupefacenti: i consensi maggiori provengono da quell'elettorato che rigetta un'Europa avvertita come un'entità astratta e autoritaria, negatrice delle singole identità e delle fondamenta antropologiche della società.
La confusione socio – economica imperante ha quindi spinto anche l'elettorato tradizionalmente di sinistra a scegliere la destra. La sinistra europea ha da decenni abbandonato le classiche battaglie sociali e non ha saputo reagire all'arretramento dei diritti sociali, cosa che invece hanno fatto i partiti nazionalisti, portando avanti quelle battaglie che negli anni precedenti erano condotte da socialisti e comunisti.

La cattiva gestione dell'immigrazione e una degenerata assimilazione ha causato violenza urbana e degrado, fino a permettere al terrorismo islamico di fare ciò che ha fatto. La risposta dei movimenti nazionalisti è stata quindi decisiva e alternativa ad un sistema fallimentare. Il vento del cambiamento spira sull'Europa e minaccia la sua (presunta) unità.
I primi timidi successi elettorali hanno poi riscosso una “valanga” di preferenze negli ultimi anni. Il Front National ha surclassato in alcune regioni francesi i socialisti e i popolari; in Germania e nei Paesi germanofoni i nazionalisti ottengono ottimi esiti; in Polonia un partito conservatore è al governo.
L'Europa delle nazioni va a destra, a quanto pare. Reagisce così ad un'Europa dei tecnocrati che ha negato sé stessa e i suoi principi cooperativi. In Francia il Front National di Marine Le Pen stravince e, di fronte agli ultimi fatti di terrorismo islamico, ha ampi consensi. Non possiamo definirlo un partito anti-europeo, ma anti Unione Europea di cui chiede una ristrutturazione, e si pone per il blocco dell'immigrazione e per una marcata inclinazione sociale.
Anche in Germania Alternativa per la Germania ha registrato ottimi risultati, specialmente in Baviera. Le elezioni regionali hanno mostrato così il regresso dei democratici cristiani e dei socialisti. E' un partito che si dichiara nemico dell'Unione Europea specialmente per le sue politiche di salvataggio degli Stati europei meridionali che, secondo il leader Frauke Petry, avrebbe causato danni irreparabili all'economia tedesca.
Il caso più eclatante naturalmente è la Polonia della premier Beata Maria Szydlo e del presidente Andrzej Duda. Il partito conservatore Diritto e Giustizia ha così dato adito all'ondata nazionalista europea divenendo il principio di questa rivoluzione che potrebbe mettere in pericolo la stessa Unione Europea.

27 aprile 2016

Un cattolico nelle “tempeste d'acciaio”. Teresio Olivelli, il partigiano di Dio


di Alfredo Incollingo

Il venerabile Teresio Olivelli è probabilmente il protagonista meno conosciuto della Resistenza italiana. La sua memoria è stata occultata, come del resto quelle di anonimi combattenti, dai “visi noti” della lotta partigiana, gli stessi che si resero rei anche di carneficine di innocenti.  La propaganda tuttavia non potrà mai mistificare lo spirito cristiano di Olivelli, capace di redenzione e di riscatto nella piena comprensione dell'Amore di Dio.
La “Preghiera del ribelle per amore” è infatti l'inno che il partigiano scrisse per santificare la Giustizia e la Misericordia di Dio, che punisce i rei nell'infangare il Suo comandamento d'amore; solleva i deboli e dona la forza per ottenere la giustizia.

“Signore, che fra gli uomini drizzasti la Tua Croce, segno di contraddizione, che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro le perfidie e gli interessi dei dominanti, la sordità inerte della massa, a noi, oppressi da un giogo numeroso e crudele che in noi e prima di noi ha calpestato Te, fonte di libere vite, dà la forza della ribellione.”

Teresio Olivelli era stato redento dall'Amore divino. La Grazia lo aveva aiutato nel comprendere gli errori della sua vita. Il “partigiano di Dio” da fedele osservante del culto del Littorio, ammaliato fin da giovane dalle parole enfatiche del Duce, aveva riscoperto la Verità del Vangelo.
Entrò giovanissimo nel Pnf, militando anche nelle organizzazioni giovanili del partito e ottenendo poi ruoli di rilievo nella macchina burocratica del regime. Come lui purtroppo tanti ragazzi italiani caddero nella “trappola” mussoliniana.
Il suo ardore politico, che soppiantò la sua educazione cattolica, lo spinse ormai adulto ad arruolarsi come volontario nel corpo degli alpini per partecipare alla campagna russa.
Dopo l'armistizio dell'otto settembre, ferito, fu imprigionato. Questi mesi tremendi furono l'occasione per far luce sui suoi errori, soprattutto di fronte agli orrori che le “tempeste d'acciaio”, ovvero la guerra, avevano palesato di fronte ai suoi occhi. Le illusioni erano svanite e adesso Terenzio vedeva la cruda realtà.

“Dio che sei Verità e Libertà, facci liberi e intensi: alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà, moltiplica le nostre forze, vestici della Tua armatura.”

Una rocambolesca evasione lo salvò dai suoi carcerieri e aderì alle brigate partigiane impegnate nella provincie di Brescia e Cremona. Come combattente per la libertà lottò negli stenti, evitando morti innocenti, e prese parte a numerose azioni di sabotaggio. Entrò contemporaneamente nella formazione scout clandestina delle Aquile Randage che si occupava di salvare e far emigrare di nascosto gli ebrei in Svizzera.
Nel 1944 fu arrestato a Milano e torturato nel carcere di San Vittore. Subì le più efferate torture, ma sempre con animo fermo, come San Massimiliano Kolbe che decise di morire per salvare un suo compagno di prigionia ad Auschwitz.

“Nella tortura serra le nostre labbra. Spezzaci, non lasciarci piegare. Se cadremo fa' che il nostro sangue si unisca al Tuo innocente e a quello dei nostri Morti a crescere al mondo giustizia e carità.”

Trasferito nel campo di concentramento di Hersbruck, secondo la testimonianza di un suo compagno di prigionia, fu protagonista di un ultimo gesto di carità e d'amore. Morì infatti tentanto di salvare un prigioniero ucraino da un forsennato pestaggio, facendo scudo con il suo corpo. Un aguzzino del campo lo colpì con il calcio del fucile in testa.

“Sui monti ventosi e nelle catacombe delle città, dal fondo delle prigioni, noi Ti preghiamo: sia in noi la pace che Tu solo sai dare. Dio della pace e degli eserciti, Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi ribelli per amore”.

26 aprile 2016

Filosofia della donna e dell'uva


di Matteo Donadoni

ASSIOMA
La donna è come l’uva… passa.
(CAVE! - Ho detto l’uva passa, non passata… quella è proprio andata, di lei non resta che il ricordo).

COROLLARIO 1
(O DILEMMA ESISTENZIALE DEL GENTILUOMO)
Se non la cogli, quasi certamente la coglierà un altro non necessariamente migliore di te.

COROLLARIO 2
Se la cogli la devi strizzare.
VARIANTE PRESUMIBILE (OVVERO COROLLARIO FAVOLISTICO) AL COROLLARIO 2
Se non si fa cogliere… era acerba.

COROLLARIO 3
Se la strizzi va in fermento.
VARIANTE ALCOLICA AL COROLLARIO 3
Se continui a spremerla, facile che ti ubriaca.

COROLLARIO 4
(O RASSICURAZIONE PER GLI ANSIOSI EROTICI)
A volte è possibile spremere anche l’uva passa. Con risultati variabili, a volte apprezzabili.

N.B.: CONSIDERAZIONE RAGIONEVOLE INTORNO ALLA VARIANTE ALCOLICA SOPRAELENCATA:
A quel punto sei fregato.
Se sei abbastanza prudente, svignatela in fretta dalla finestra sul retro, altrimenti accadrà l’irreparabile. Perché in caso contrario, infatti, si verifica una legge della fisica che ho scoperto personalmente.


PRIMA LEGGE FISICA DELLA CAUSALITA’ FAVOLISTICA INVERSA
(O PRIMA LEGGE ENOGINOLOGICA)

La continua (auto)somministrazione della variante alcolica del corollario 3 all’Assioma della Donna e dell’Uva produce alla lunga una fatale forma di distrazione spaziotemporale per cui l’uva diventa, sotto l’aspetto sostanziale, una sorta di volpe esponenzialmente più intelligente e furba di te, la quale ti costringerà, spremendoti e strizzandoti, ora piacevolmente ora dolorosamente, a fare quello che vuole lei per tutto il resto della tua vita. Molti durante i secoli scorsi lo chiamavano “Matrimonio”.

CONCLUSIONE STORICOBIBLICA
Il patriarca Noè, molto saggiamente, come prima cosa dopo il Diluvio Universale piantò una vigna e si ubriacò.
Non sappiamo se in seguitò piantò anche la donna, o almeno la Scrittura non ne rende notizia. Tuttavia è facilmente deducibile il contrario.

CONCLUSIONE
Erano altri tempi.

POSTILLA DEL FILOSOFO
In ogni caso la caccia alla volpe è una delle migliori e più soddisfacenti imprese che l’uomo possa mai realizzare, al fine di portare a termine il proprio compito, il proprio dovere, in proprio mandato divino e per realizzare se stesso. Ma questa è un’altra… filosofia. Ergo, fuoco alle polveri!

24 aprile 2016

San Giorgio, il cavaliere cristiano, e la lotta contro il Drago.

di Alfredo Incollingo

Sembra a tutti gli effetti una leggenda medievale, ambientata in regni “fatati”, tra principesse e mostri pronti ad insediarle. Secondo la “Leggenda aurea” di Jacopo di Varagine, un prode cavaliere, fedele al Cristo, salvò una città e la sua popolazione da un drago malefico.
Il re di Selem, nel deserto libico, terrorizzato da un drago malefico, invocò il soccorso di un guerriero in grado di ucciderlo. La creature insediava gli abitanti e, dovunque si recasse, portava solo morte e distruzione. Il drago si invaghì della figlia del re, la principessa Silene, e pretese dal monarca che fosse sacrificata in suo onore sulle rive di uno stagno. La giovane dovette così assecondare il desiderio della belva, ma provvidenzialmente un giovane cavaliere, incrociandola per strada, la fermò e le assicurò il suo aiuto, giurando di esser pronto ad uccidere la belva. Questo  cavaliere era San Giorgio. Chiese alla principessa di andare lo stesso dal drago per cingergli il collo con la sua cintura. Facendo così lo avrebbe ammansito.

Fu così che San Giorgio riportò la principessa dal re e trascinò il mostro in città di fronte allo stupore della popolazione. Il santo prima di ucciderlo parlò: “Iddio mi ha mandato a voi per liberarvi dal drago: se abbraccerete la fede in Cristo, riceverete il battesimo e io ucciderò il mostro.”
Il re e i suoi sudditi si convertirono in segno di ringraziamento e San Giorgio uccise la belva con la sua lancia, trascinando poi il suo corpo fuori dalle mura cittadine.
La “Leggenda aurea” interpreta chiaramente la storia di San Giorgio secondo i modelli cavallereschi dell'Alto Medioevo. Questa storia, come molte altre di santi “guerrieri”, motivò la fede di coloro che partivano alla volta della Terra Santa, impegnandosi così nella riconquista del Santo Sepolcro. La lotta (vittoriosa) del santo contro il drago non è una semplice favola (anche le favole tuttavia, ci insegna Chesterton, hanno un senso profondo), ma la rappresentazione “epica” del conflitto tra il Bene e il Male; tra Cristo e Lucifero. Come i cavalieri tolkeniani anche San Giorgio ha ingaggiato la sua personale battaglia contro Melkor e il “suo agente” Sauron. Siamo lontani da uno scontro manicheo, eterno tra due opposti: il male viene sopraffatto dalla lancia di San Giorgio che trafigge il drago. Il serpente, il rettile è sconfitto e il santo, imitando Gesù, vince sul peccato.

Gesù era venuto a portare non la pace ma la spada, edificò per tutta l'eternità il suo colossale realismo, contro l'eterno sentimentalismo del secolarista" (G.K. Chesterton - Ortodossia)

Al di là delle tante versioni agiografiche San Giorgio, sulla scia di San Michele Arcangelo, è il cavaliere che pone la sua spada al servizio di Dio e della cristianità. Non è quindi il classico guerriero pagano che guerreggia per la sua gloria, ma lo fa per “alti” valori. Da ciò possiamo dedurre perché San Giorgio divenne l'emblema degli ordini monastici – cavallereschi e il “patrono” di rocche e castelli. E' il simbolo della difesa contro le avversità e i mali. Come non ricordare a proposito la Repubblica di San Marino!

Sulla vita di San Giorgio abbiamo purtroppo scarsissime notizie. Qualche racconto apocrifo ce lo presenta come un legionario che fu martirizzato per la sua fede sotto Diocleziano. Di fronte alla corte imperiale che gli chiedeva sacrifici in onore dell'imperatore, San Giorgio avrebbe difeso tenacemente il suo credo. E' , come possiamo ancora una volta notare, l'espressione di quella “fortezza” che caratterizza gli eremiti, i monaci, i sacerdoti e i laici santificati per la loro carità e per la loro fedeltà al Vangelo.
Ecco, mettendo da parte le disquisizioni sulle origini del santo, lo dobbiamo ricordare quale simbolo di fede e di “fortezza”, coraggio e solidità, specialmente in questi tempi in cui la nostra fedeltà è continuamente posta sotto attacco da draghi malvagi.

23 aprile 2016

Studio scientifico (non) sdogana le famiglie gay

di Giuliano Guzzo
Una delle leggende metropolitane più diffuse, anche fra persone di una certa cultura – e che con le mie orecchie ho sentito dare per certa pure da diversi professori universitari -, è che decenni di studi sull’argomento avrebbero inconfutabilmente appurato come, per il benessere di un bambino, sarebbe indifferente crescere in una famiglia cosiddetta tradizionale oppure con due papà e due mamme. Perché parlo di leggenda metropolitana? Non perché questi studi non esistano, ci sono eccome, ma perché la loro attendibilità – per ragioni che non si mancherà di sottolineare – viene ampiamente sovrastimata. Un esempio molto attuale aiuterà a capire.

Si prenda un recente studio pubblicato sul Journal of Developmental and Behavioral Pediatrics e subito enfaticamente presentato, anche da siti web italiani, come la prova che «i figli delle coppie omosessuali crescono sani e felici quanto quelli allevati nelle famiglie tradizionali». Ora, pur nel rispetto delle opinioni di ognuno, risulta doveroso – specie data la delicatezza dell’argomento – non fermarsi a titoli più o meno ad effetto e ad interpretazioni più o meno discutibili per andare a verificare se davvero il contenuto di questa ricerca possa giustificare toni tanto trionfalistici e, soprattutto, possa far ritenere superato il primato educativo della cosiddetta famiglia tradizionale.
Ebbene, uno sguardo anche superficiale basta a capire che pure questa ricerca fresca di pubblicazione – analogamente ad altre precedenti, della cui debolezza metodologica si è già scritto – tutto sia fuorché la prova che «i figli delle coppie omosessuali crescono sani e felici quanto quelli allevati nelle famiglie tradizionali». Per almeno cinque ragioni. La prima: uno che si sentisse dire che nelle famiglie arcobaleno i figli «crescono sani e felici» sarebbe subito portato ad immaginare, giustamente, verifiche puntuali sulle loro condizioni psicofisiche o almeno che, interpellandoli, si sia dato voce alla loro esperienza. Peccato che lo studio in questione si sia basato solo su interviste telefoniche ai genitori dei bambini stessi.

Ora, non occorre una cattedra universitaria per capire come: a) un’intervista telefonica a dei genitori, ancorché dettagliata, nulla dice sulla reale ed effettiva condizione dei figli; b) i cattivi genitori di solito non sono mai molto contenti di confessarsi come tali, tanto meno rispondendo a domande al telefono; c) le coppie omosessuali, specialmente in questa fase storica, hanno tutto l’interesse, comprensibilmente, ad accreditarsi come famiglie felici e serene. Queste prime considerazioni dovrebbero bastare, già da sole, a far capire come taluni entusiasmi per questo nuovo studio siano, per usare un eufemismo, un tantino esagerati. Ma andiamo avanti, perché è solo l’inizio. Un secondo limite è la dimensione del campione.

Infatti, se da un lato questa ricerca ha l’indubbio merito di basarsi sul National Survey of Children’s Health, sondaggio rappresentativo che ha portato ad avere quasi 96.000 questionari di nuclei familiari statunitensi con almeno un figlio di età compresa tra 0 e 17 anni al momento dell’intervista, dall’altro essa si è ridotta a confrontare appena 95 coppie di lesbiche e 95 coppie eterosessuali; il che non solo esclude le coppie composte da due uomini, ma determina una fortissima riduzione della dimensione dei campioni considerati e, come si sa, più due campioni sono numericamente ridotti più la significatività statistica delle loro eventuali differenze diviene – a meno che esse non siano macroscopiche – difficile da rilevare.

Non è un caso che lo studio di Simon Crouch – criticabilissimo per altre ragioni– avesse comunque un campione assai più vasto, pari a 500 bambini. Il terzo, direi decisivo aspetto critico di questa ricerca – i cui esiti, lo si sarà capito, son stati magnificati con troppa fretta – è che non solo è stata condotta su un campione di contesti affettivi assai ridotto, ma non ha considerato, per quantificare il benessere dei figli “studiati” tutta una serie di dati su costoro in termini di rendimento scolastico, problematiche a scuola, partecipazione ad attività sportive, depressione e bullismo. Perché questa omissione, data ricchezza di informazioni che in tal senso il NSCH offre? Perché cioè non includere ulteriori elementi nell’analisi? E’, converrete, una bella gran bella domanda e che non può non insospettire.

Una quarta criticità di questo studio è, per così dire, di natura politica. Come infatti è stato osservato, gli autori di questa ricerca – fra i quali non si può non notare i nomi di Henny Bos e Nanette Gartrell, entrambe lesbiche e militanti di organizzazioni LGBT – fanno parte del NLLFS, acronimo che sta perNational Longitudinal Lesbian Family Study, una organizzazione che ha lo scopo di “sdoganare” l’omogenitorialità lesbica ottenuta tramite inseminazione con donatore. Quello che si dice, insomma, un piccolo grande conflitto d’interessi. Dicendo questo, sia chiaro, non s’insinua che l’orientamento sessuale di uno studioso renda le proprie ricerche più o meno credibili, ci mancherebbe, ma a fronte invece d’una militanza politica ritengo sia legittimo avere qualche sospetto.

La quinta ed ultima criticità di questo studio, molto semplicemente, sta nel fatto che pur con tutti i limiti che presenta – e non sono né pochi né irrilevanti – qualche aspetto poco allegro sulle coppie lesbiche, rispetto alle altre, lo riscontra comunque; si è infatti visto come queste risultino maggiormente stressate e più inclini a litigare con i ragazzini rispetto a quanto fanno genitori eterosessuali: non proprio un dato rassicurante. Come mai, ci si a questo punto chiedere potrebbe chiedere, tanta enfasi su una pubblicazione simile? Cosa spinge a presentare con toni trionfalistici ricerche che, ad esser buoni, andrebbero prese con estrema cautela e certamente non possono essere considerate definitive? Fretta? Disattenzione?

Penso che per rispondere a questa domanda un buono spunto provenga da quanto sei accademici – nessuno dei quali, beninteso, con la fama di conservatore – ha diffuso nel febbraio dello scorso anno segnalando in sostanza i pregiudizi anti-conservatori e anti-cristiani che oggi dominano scienze sociali e dintorni. Il che probabilmente spiega da un lato come mai si continuino a pubblicare studi dalle metodologie discutibili e, dall’altro, motiva l’enfasi che a questi viene riservata. Un atteggiamento francamente ingiustificato e che, se il metodo scientifico conta ancora, non può portare a mettere in discussione il bene, per un figlio, rappresentato della famiglia unita e composta da padre e madre, che – come osserva il sociologo Mark Regnerus– è ancora una empirica e robusta verità.
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Marcia per la Vita 2016. Ribadiamo il nostro NO all'aborto

di Alessandro Elia

Domenica 8 maggio 2016 si terrà a Roma la sesta edizione della Marcia per la Vita, in difesa del diritto alla vita per tutti sin dal concepimento. Il ritrovo sarà a Piazza Bocca della Verità alle 8.30 e la partenza sarà alle 9.30 dal medesimo luogo. Inoltre, per chi fosse interessato, sabato 7 maggio alle ore 20:00 ci sarà l’adorazione Eucaristica in riparazione per il crimine dell’aborto presso la Basilica Santa Maria sopra Minerva (Piazza della Minerva).

La coscienza degli abortisti è morta e sepolta ormai da un pezzo. Ma non basta, nemmeno la libertà di coscienza può essere tollerata: adesso la furia omicida dev’essere estesa a tutti, volenti o nolenti. L’ha sancito una pronuncia del Consiglio d’Europa sotto richiesta della CGIL, l’ex sindacato comunista, che ha insistito perché i medici obiettori fossero obbligati a procurare aborti. I cultori della morte vogliono imporre la pratica abortista e terminare definitivamente il dibattito, già fin troppo spento, circa la legittimità dell’aborto.

In effetti, sulla questione dell’aborto procurato non ci dovrebbe essere alcuna discussione. È come intraprendere un dibattito sulla liceità di ammazzare bambini e neonati: la risposta è scontata. Sarebbe assurdo solo domandarsi se si possa privare una persona innocente del diritto a non essere ammazzata. Eppure con la maledetta legge 194, per i primi tre mesi di gravidanza il feto può essere tranquillamente mandato al macello. La coscienza di politicanti e pseudointellettuali odierni è talmente anestetizzata che nemmeno ci si prende più la briga di chiedersi se sia normale che ogni anno centomila innocenti vengano spazzati via silenziosamente. Ormai è divenuto un dogma culturale accettato con tanta naturalità che, agli occhi della stampa di regime, sembra inutile anche solo parlarne; va più di moda stracciarsi le vesti per i mancati diritti alle “coppie gay”, che oggi in Italia sono talmente discriminate da non poter nemmeno affittare l’utero di una donna per comprarsi un bambino fatto in provetta e reso orfano a tavolino. Mentre i veri indifesi, ossia i feti e gli embrioni, non vengono per nulla considerati né dalla stampa né dalla politica, che nel 1978 ha emesso una legge omicida che li ritiene senza alcun diritto e dunque senza neppure alcuna dignità.

Non è una “superstizione religiosa” a dire che l’embrione è effettivamente un essere umano, bensì la scienza. Più precisamente quella branca della biologia chiamata “embriologia”, che si occupa di studiare la formazione e lo sviluppo dell’embrione. L’evidenza scientifica dimostra che, nel momento del concepimento, quando l'unione di ventitré cromosomi del gamete maschile con ventitré cromosomi del gamete femminile forma una nuova cellula di quarantasei cromosomi, si produce un nuovo essere umano fornito di un proprio patrimonio genetico.

Nessuno ha il diritto di dire che quella vita umana è soltanto la vita di un essere umano ma non di una persona. Si tratta, in effetti, di una distinzione del tutto infondata. Secondo questa logica, il bambino non nato è una persona, salvo che non sia ripudiato dalla madre, e allora improvvisamente diviene giuridicamente solo un grumo di cellule. La falla di questo modo di ragionare è che si basa sull'opinione soggettiva di una fazione prevenuta, ossia la madre o l'abortista. Ma il rapporto tra madre e figlio, come ogni rapporto giuridico, deve fondarsi su un’oggettiva legge comune di coesistenza, e non su sull’intenzionalità affettiva di un soggetto nei confronti dell’altro, in special modo se un tale soggetto sia contrario allo spirito del diritto, che tende per vocazione ad armonizzare l’esperienza co-esistenziale intersoggettiva.

Benché il feto non abbia ancora sviluppato per intero la propria personalità, ciò non indica che non sia una persona reale, perché già possiede pienamente la propria individualità umana. L’individualità riguarda l’essenza ed è una categoria ontologica, mentre la personalità è soltanto una categoria psicologica, che non è sufficiente a definire la persona. Il feto è veramente un essere umano individuale perché, sebbene dipenda dalla madre, in nessun modo si confonde con essa; non c’è nulla che faccia supporre che egli non sia una vita umana in sé. Il dottor A. W. Liley, conosciuto come il “padre della fetologia”, nonché professore di ricerca in fisiologia fetale ad Auckland, ha affermato: «Biologicamente, in nessuno stadio possiamo sottoscrivere l'opinione secondo cui il feto è una semplice appendice della madre. Geneticamente, madre e figlio sono due individui separati fin dal concepimento. Fisiologicamente, dobbiamo accettare il fatto che il concepito è, in larga misura, il responsabile della gravidanza».

Dal punto di vista giuridico, il fatto che la donna abbia il diritto sul proprio corpo non è pertinente con il diritto ad abortire, perché l’aborto procurato interviene precisamente sull’embrione per ucciderlo, e l’embrione non fa parte del corpo della donna, ma è un individuo distinto da essa che risiede nel corpo della donna; in quanto individuo è soggetto e non oggetto dei diritti fondamentali, tra i quali la tutela della propria vita. Quando due diritti si scontrano, il diritto più vitale ha la prevalenza. Nel caso della donna, il suo diritto ad agire sul proprio corpo non ha la precedenza sul diritto dell’embrione alla vita, poiché la difesa della vita è sempre la priorità.

Di questo passo in Italia giungeremo presto a sei milioni di innocenti uccisi tramite l’aborto volontario dal 1978. Questo dato non sembra interessare le testate giornalistiche, ma certo non tutti restano indifferenti: la Marcia dell’anno scorso ha radunato moltissimi militanti per la vita, tanto da riempire le strade del centro della Capitale. Siccome in Italia, al contrario degli Stati Uniti in cui i media non omettono il dibattito sull’aborto, vi è una completa anestesia mediatica, l’unico modo per esprimere la nostra voce è partecipare alla Marcia per la Vita. Domenica 8 maggio di quest’anno saremo ancora di più, ancora più carichi e decisi nella nostra testimonianza di indubitabile bontà. Per la vita, contro la morte.

22 aprile 2016

Sentinella in piedi in lista, “L’Espresso” dà l’allarme


di Giuliano Guzzo

Ma quale astensionismo, quali ballottaggi, quali politica senza più credibilità: il vero rischio delle prossime elezioni comunali, almeno a Milano, è costituito – a dire de L’Espresso – dal fatto che nella lista del candidato Stefano Parisi “Io corro per Milano” vi siano personaggi discutibili. Su tutti, in particolare, il pericolo è Francesco Migliarese, reo di essere, segnala il settimanale debenedettiano, «membro attivo delle Sentinelle in piedi, i gruppi informali che per un anno e mezzo si sono ritrovati per protestare contro il disegno di legge Cirinnà». Un pericolo pubblico, insomma.
Ironia a parte, a leggere articoli del genere c’è da rabbrividire. Per tutta una serie di motivazioni. Anzitutto per ragioni puramente giornalistiche: Migliarese – che ho fra i contatti su Facebook: confesso subito la colpa, magari avrò sconti di pena – è orgogliosamente e notoriamente pro-family, sicché ripeterlo significa da un lato fargli un complimento e, dall’altro, prendere per fessi e disinformati i lettori de L’Espresso, visto che si sta oltretutto parlando di una giovane esponente politico abbastanza noto, tanto da essere già stato chiamato in diretta da La Zanzara.
A meno che dunque non sia stato introdotto il reato di concorso esterno in associazione cattolica o pro-family – mai dire mai, con questo governo -, la notizia che “Io corro per Milano” abbia fra i candidati anche un «membro attivo delle Sentinelle in piedi», peraltro già conosciuto, ha la stessa rilevanza giornalistica dell’intervista che potrebbe rilasciare un lontano cugino di Belen Rodriguez. Un secondo motivo, poi, per cui c’è da trovare inquietante il pezzo de L’Espresso è che le Sentinelle in Piedi, oltre a non essere un’associazione di stampo mafioso, non è neppure, a differenza di come viene detto, realtà di «cattolici integralisti».
Lo dimostra il fatto che quando per esempio Francesco Migliarese si batte – come ha fatto da consigliere di Zona 3 – contro il gender nelle scuole, non fa che tradurre in azione politica quanto indica Papa Francesco quando (sì, è lo stesso Papa Francesco di cui va pazzo Eugenio Scalfari) parla della teoria del gender come qualcosa di pericoloso, per l’umanità, quanto – parole sue – una bomba atomica. Dunque delle due l’una: anche Jorge Mario Bergoglio fa parte dei «cattolici integralisti», oppure prima di impiegare certe espressioni, peraltro assai pesanti, sarebbe il caso di andarci piano.
La terza ed ultima ragione per cui segnalare come candidato quasi impresentabile un «membro attivo delle Sentinelle in piedi» è ridicolo è per quanto discusso questo tipo di attivismo, a differenza per esempio di quello di Lotta Continua – del quale a L’Espresso dovrebbero avere memoria – o dei centri sociali, indiscussi campioni di legalità, è sempre risultato pacifico. Non si hanno infatti notizie di Sentinelle in piedi violente, mentre se ne hanno di aggredite mandate all’ospedale. Cosa c’è dunque di male nell’avere in lista un «membro attivo delle Sentinelle in piedi» o nell’essere uno di costoro? Vai a saperlo; forse la detenzione illegale di cervello funzionante, colpa gravissima.

https://giulianoguzzo.com/2016/04/22/sentinella-in-piedi-in-lista-lespresso-da-lallarme/

Inscindibili: Verità, Giustizia, Misericordia

di Riccardo Zenobi

Mai come oggi la confusione regna sovrana tra i cattolici, che non sanno più a chi far riferimento per conoscere Cristo, sorgente e Vita della Chiesa e dei fedeli. L’Associazione culturale Oriente Occidente propone un ciclo di conferenze per dirimere alcune delle questioni più scottanti dell’attualità, non solo ecclesiale, ma anche politica e culturale.

Questa serie di incontri ha per titolo “Inscindibili: Verità, giustizia, misericordia - se mancano le prime due l’ultima non è tale”, e si propone di offrire un contributo sui corretti rapporti tra Verità, giustizia e misericordia, di fronte all’attuale incapacità di cogliere le loro implicazioni reciproche, anteponendo (o spesse volte contrapponendo) la “misericordia” alla Verità e alla giustizia ed ottenendo così una falsa immagine della misericordia, che viene svuotata di ogni caratteristica che non sia un vago sentimentalismo buonista. Tale deformazione porta poi a una ingiustizia reale, perché ridurre l’Amore di Dio e il Logos eterno al rango delle sensazioni sentimentali è la cosa più ingiusta che si possa fare verso i poveri in Spirito, i quali possono essere consolati solo da Gesù Cristo, non da un umanitarismo nelle sue varie versioni.

La peggiore ingiustizia che possa fare un cristiano verso il prossimo è falsificare il messaggio di Dio per una supposta “pastorale dell’accoglienza”, privandolo così di ogni possibilità di incontro con il Logos fatto carne in Gesù Cristo.
Questa serie di conferenze ha avuto inizio lo scorso 21 marzo, con la relazione tenuta da Mons. Antonio Livi sul tema “Di quale ideologia si è fatto banditore il sig. Enzo Bianchi”, la cui recensione potete trovare sul nostro sito a questo link; qui la registrazione. Dopo tale conferenza introduttiva, il prossimo incontro si terrà venerdì 13 maggio dalle ore 16:45 ad Ancona, presso l’Hotel City (via Matteotti 112-114), e proseguirà sabato 14 maggio dalle ore 9:45, sempre nella stessa sede, sul tema “Culto dell’emozione, oscuramento della ragione”.

Gli incontri seguenti si terranno invece nella chiesa di Santa Maria della Piazza, nell’omonimo piazzale ad Ancona; il programma degli incontri può essere consultato presso il sito dell’Associazione al seguente link.

Questo sito fornirà riassunti e recensioni di ognuno degli incontri, ai quali l’autore del post intende presenziare: appuntamento quindi al 13-14 maggio a tutti coloro che si sentono interessati all’argomento.