26 maggio 2017

Noi stiamo con Mons. Negri


di Giuliano Guzzo

Parte del mondo cattolico e del mondo mussulmano italiano, dopo l’attentato di Manchester, hanno espresso la loro condanna. Ma non contro il giovane attentatore, Salman Abedi, bensì verso S.E. Mons. Negri, arcivescovo di Ferrara, reo d’aver commentato l’accaduto da cattolico ricordando che «il Male è una persona», che quelle dei morti del Manchester Arena sono «vite falciate dall’odio del demonio» e che è tempo di sbarazzarsi della «retorica di chi non ha niente da dire di fronte alle tragedie perché non ha niente da dire di fronte alla vita».

Ora, che la comunità islamica di Bologna si sia risentita per queste parole – e per altre, in cui Mons. Negri ha osato parlare di «guerra di religione» –, sarò crudele, non mi allarma particolarmente. Mi preoccupa invece di più un mondo cattolico dove oggi il pensiero infastidisce più del peccato; dove delle cose si tenta di dare solo, spesso neppure riuscendovi, una interpretazione sociale e mai soprannaturale; dove si predica l’illimitatezza della misericordia ma se pratica l’assenza; dove la tolleranza è abbondante ma selettiva; e dove il Vangelo, ormai, fa più paura del Corano.

Lo so, non c’è molto da guadagnare a schierarsi dalla parte di un «vecchio rancoroso» – così è stato elegantemente apostrofato l’arcivescovo di Ferrara, in un sito teoricamente cattolico –, ma da quel poco che ho capito del Cristianesimo verità e convenienza non fanno rima; anzi, dove c’è la seconda, di solito, non trovi mai la prima. Per questo, e non certo perché venerdì scorso ha avuto parole generosissime per il mio libro, aggiungo il mio trascurabile appoggio a quello di coloro i quali, in queste ore, stanno esprimendo la loro solidarietà a Mons. Negri. Meno male che abbiamo ancora pastori che, all’intensità dell’applausometro, preferiscono l’integrità delle pecore.

https://giulianoguzzo.com/2017/05/26/io-sto-con-mons-negri/

 

Il “Remilia Pride” che mette alla prova anche la Chiesa.

di Alfredo Incollingo

Il 3 giugno avrà luogo a Reggio Emilia il primo gay pride dell'area mediopadana, il “Remilia Pride”.

L'evento è il più atteso dell'anno nel panorama LGBT, perché per la prima volta l'Arcigay di Bologna, di Parma, di Piacenza, di Modena e di Mantova, coadiuvati dalla locale sezione, la “Gioconda”, e patrocinati dal comune reggiano, sfileranno per le strade cittadine per chiedere il matrimonio egualitario per tutti. Al grido “Si, lo vogliamo!” gli attivisti sono pronti a rivendicare quello che per loro è un “sacrosanto diritto”: una legge che equipari le unioni civili tra persone dello stesso sesso alle normali unioni matrimoniali, godendo degli stessi diritti e degli stessi doveri delle coppie eterosessuali, regolarmente sposate.

Le autorità cittadine hanno mostrato piena solidarietà e si è provveduto con una raccolta fondi a reperire le risorse economiche necessarie per l'organizzazione. A quanto pare l'intera Reggio Emilia aspetta con trepidazione la manifestazione del 3 giugno. Le uniche voci di dissenso sono arrivate dal mondo cattolico, o almeno da una parte di esso, visto che come succede ormai fin troppo spesso, ai cattolici piace adeguarsi al mondo, invalidando gli insegnamenti di Gesù. Il promotore della contro - manifestazione è il “Comitato Giovanna Scopelli”, sostenuto da “Riscossa cristiana”, “Radio Spada”, “Notizie Pro Vita”, “Chiesa e post – concilio”, “Messainlatino” e per fortuna alcune  personalità altolocate del Vaticano.

La processione di ripazione per la pubblica offesa a Dio è stata annunciata da un semplice volantino informativo: “Il peccato impuro contro natura, come insegna il Catechismo, grida vendetta al cospetto di Dio e, quando palesato ed esternato in foro esterno, pubblicamente, attira ancor più l’ira del Signore sopra al popolo”. A diffonderlo è il neonato “Comitato Giovanna Scopelli”, l'unico referente locale del mondo cattolico (dissenziente). La diocesi di Guastalla e di Reggio Emilia, con il vescovo Massimo Camisasca, ha preso le distanze, affermando che non si risponde ad una provocazione con un'altra.

La processione partirà dalla cattedrale cittadina, cui è stato negato l'accesso ai manifestanti, e si snoderà per vie di Reggio fino al santuario della Ghiara. Con il vescovo diversi altri parroci e molti responsabili della pastorale giovani hanno dato il loro diniego alla contro-manifestazione. Alcune personalità altolocate della gerarchia cattolica hanno invece dato il loro assenso. Il cardinale statunitense Raymond Leo Burke, da tempo impegnato sul “fronte conservatore” a difesa della famiglia e del matrimonio, ha benedetto la contro-manifestazione. Non dimentichiamoci poi di Monsignor Antonio Livi, fondatore dell'associazione "Fides et Ratio", che ha pienamente aderito alle iniziative dei (pochi) cattolici reggiani.

E' evidente la profonda spaccatura che si è creata nella Chiesa Cattolica, anche a livello diocesano. La terra di Don Camillo e di Don Giussani ha finito per alimentare l'incendio, metaforico, che è divampato in Vaticano. I giornali nazionali, di fronte alla reazione cattolica, hanno subito parlato di “fronte reazionario” contro le aperture di Papa Bergoglio. Si è probabilmente voluto presentare la processione di riparazione come un fenomeno che attualmente, a quanto pare, è eretico e eterodosso. Non possiamo invece non accorgersi del “moto silenzioso” perseguito in questi casi dalle chiese locali, che fin troppe volte così hanno agito, dando adito a incertezze sulla dottrina attuale.

 

25 maggio 2017

I piedi non esistono


 di Edoardo D'Antonia
C’è chi venderebbe la propria madre per ottenere qualcosa, così come c’è chi negherebbe la verità più lapalissiana per sostenere la propria idea; non è detto che quell’idea sia sbagliata, ma è ovvio che esistono modi giusti e modi sbagliati di sostenerla e questo è senza ombra di dubbio un modo sbagliato, oltre che maldestro.

Mi riferisco in particolare a tutta la serie di obiezioni che vengono rivolte alla storicità di Gesù, il che è tanto antiscientifico quanto popolare tra la gente, anche e soprattutto intellettuale; perché la scienza, qualunque cosa voglia dire, viene usata a piacimento, soltanto quando fa comodo sbandierarla a sostegno di qualche cosa. Per non fare un discorso troppo ampio, basti pensare all’annosa questione della Sindone, sulla quale sono state dette e scritte infinite parole.

È inquietante e fastidioso che a fronte di numerose dimostrazioni del fatto che quello sia effettivamente un telo di lino risalente a duemila anni fa, a prescindere da chi vi fosse contenuto, ci sia una larga parte di persone che lo ritiene un falso storico. Pierre Barbet, fisico francese e primario di chirurgia all’ospedale di S. Giuseppe a Parigi, affermò, negli anni ’30 del secolo scorso, che la Sindone è autentica e che l’immagine ivi impressa è quella di un uomo flagellato, torturato e poi crocifisso. Pierluigi Baima Bollone, ordinario di Medicina Legale all’Università di Torino e autore di centoventi pubblicazioni scientifiche e quindici libri di medicina legale e criminologia, è convinto che la Sindone sia un telo di lino risalente a duemila anni fa e che l’impronta su di essa sia inequivocabilmente quella di un cadavere le cui ferite corrispondono esattamente a quelle della Passione di Gesù. Max Frei Sulzer, botanico e criminologo svizzero, negli anni ’70 determinò, attraverso alcuni prelievi di polvere dalla Sindone, che i pollini presenti in essa appartengono a piante esistenti solamente in Palestina e Anatolia. Jackson e Jumper nel ’77 e Tamburelli e Balossino nel ’78 dimostrarono, con elaborazioni elettroniche, che l’immagine della Sindone non è assolutamente un dipinto, come molti hanno insinuato.

Per non andare oltre, è evidente che i maggiori esperti hanno decretato che quello è veramente un telo di lino di venti secoli fa; può non essere appartenuto a Gesù Cristo, può non essere la prova della Sua Resurrezione, cosa che è infatti materia di fede; ma è assolutamente contro ogni logica e onestà scientifica negare persino la sua autenticità intrinseca. Eppure risulta essere una pratica piuttosto in voga tra quelli che si ritengono più illuminati e liberi nel pensiero. Ma è evidente quanto questo sia un puro pregiudizio, reso ancor più odioso dal fatto che i primi a negare questi fatti scientifici sono proprio quelli che ci ammorbano con questa parola; sono quelli che usano il maglio della scienza per abbattere qualunque idea non vada loro a genio, o non vada a genio al pensiero a cui hanno deciso di aderire, salvo poi comportarsi nel modo più antiscientifico possibile.

Verrebbe da pensare che se venisse ritrovato un sandalo presumibilmente appartenuto a Gesù, molti, anzi moltissimi negherebbero che quella calzatura possa essere più vecchia di cent’anni; direbbero che è un falso prima ancora di sapere qualunque altra cosa; direbbero che è qualcosa di fabbricato ad arte (come se a un cristiano servisse un sandalo per credere nella Morte e Resurrezione del Salvatore). Sospetto che ci sarebbe qualcuno che negherebbe persino l’esistenza dei sandali, pur di negare l’esistenza di Cristo. Se potessero, penso, negherebbero l’esistenza dei piedi, se solo non fossero costretti a camminarci ogni giorno.

http://www.thesparklings.it/lantiscientificita-degli-intellettuali/

 

San Beda, il dottore anglosassone


di Alfredo Incollingo

“Così io, Beda, servo di Cristo e sacerdote del monastero dei Beati Apostoli Pietro e Paolo, che si trova a Wearmouth e a Jarrow, con l'aiuto del Signore ho composto fino a dove ho potuto raccogliere, o dai documenti degli antichi o dalle tradizioni degli antenati o dalla mia conoscenza, questa storia ecclesiastica della Britannia, e specialmente del popolo inglese. Sono nato nel territorio del detto monastero, e all'età di sette anni i miei genitori mi affidarono alla cura del reverendissimo abate Benedetto, e in seguito a Ceolfrid, perché mi istruissero. Da quel momento ho passato tutta la mia vita all'interno del suddetto monastero, dedicando tutte le mie fatiche allo studio delle Scritture, e fra l'osservanza della disciplina monastica e del compito quotidiano di cantare in Chiesa, è sempre stato per me piacevole imparare, insegnare o scrivere. A diciannove anni fui ammesso al diaconato, a trent'anni al sacerdozio, ed entrambi li ho intrapresi nelle mani del reverendissimo Vescovo Giovanni, e sotto la disciplina dell'abate Ceolfrid. Dal momento dell'ammissione al sacerdozio al mio attuale cinquantanovesimo anno, mi sono occupato di aggiungere brevi note sulle Scritture, tratte dai lavori dei Venerabili Padri o in conformità con il significato e le interpretazioni da essi indicati, e ciò per mio uso personale e per quello dei miei confratelli.” Così si raccontava San Beda il Venerabile nell'introduzione della sua opera pià nota, la “Historia ecclesiastica gentis anglorum”, il primo testo di storia inglese. Il monaco è venerato come santo e dottore della Chiesa Cattolica ed è annoverabile tra le grandi personalità che hanno portato al rinnovamento culturale europeo, dopo la decadenza della Tarda Antichità. Siamo nell'Inghilterra dei sassoni dell'VIII secolo: l'isola è caduta nella barbarie e ha perso ogni coscienza di sé e della sua storia. E' San Beda che raccolse le memorie degli antichi inglesi nella sua opera più famosa affinché il suo popolo riprendesse possesso di se stessa. Un popolo che non sa chi è, facilmente può cadere nelle mani altrui. L'opera storica di San Beda è simile a quella di tanti altri monaci e missionari cattolici che raccolsero i trascorsi di altri popolo europei, a est come a ovest. Solo così queste genti poterono garantirsi un futuro e solo grazie alla Chiesa Cattolica si potè salvare la loro memoria. Il cattolicesimo conservava la specifiche tradizioni, ma le inquadrava nel Vangelo e costruiva l'unità continentale che oggi chiamiamo Europa.

 

24 maggio 2017

Le élite contro le identità


di Riccardo Zenobi

Dopo aver introdotto il tema nella conferenza del 13 maggio, il professor Simonetti è tornato sull’argomento con un ulteriore approfondimento, a partire dalla chiarificazione di alcuni concetti.

Quanto esposto precedentemente può infatti prestarsi all’accusa di “complottismo”, ossia di una ricerca ossessiva di dinamiche e fatti nascosti dietro la versione storica (o cronachistica) ufficiale. Scendendo nei particolari, nello scorso incontro è stata proposta un’analisi degli eventi attuali incentrata sull’esistenza di èlite mondialiste, le quali terrebbero le redini della finanza, e conseguentemente della propaganda mediatica e dei governi. Va qui fatta una considerazione: nel corso della storia sono sempre esistiti dei piccoli gruppi che avevano in mano molto potere (basti pensare alle varie dinastie), e la politica è sempre stata in pugno ad un numero relativamente piccolo di persone – poiché “è impossibile che i molti governino sui pochi”, come diceva anche Joseph de Maistre. 

In accordo con il pensiero sociologico di Vilfredo Pareto, è fisiologico che esistano delle èlite, anche se costituite dopo regolari elezioni: chi viene eletto agisce di fatto in maniera elitaria, e rispondendo a dinamiche interne al gruppo politico. E’ quindi del tutto ingenuo pensare che nelle dinamiche attuali non si creino dei gruppi, anche al di fuori della scena politica pubblica: chiunque può constatare che un gruppo ha dei rapporti di forza interni, non controllabili da chi non ne fa parte (pensate ad un partito politico: non è tutto deciso trasparentemente dagli elettori, nemmeno nel sistema grillino). Andando oltre il dato storico, anche l’indagine razionale implica che la verità vada scoperta dopo un certo procedimento di ricerca; non è quindi tutto palese e immediato alla nostra conoscenza, non solo a livello di ricerca scientifica ma anche in campo storico. Capita infatti di dover sconfessare certe interpretazioni storiografiche o addirittura delle teorie fisiche, per cui sfuggire all’accusa di “complottismo” può far finire nel campo opposto, nel quale non si mette in discussione nulla di quanto viene sostenuto dal generale accordo dei ricercatori – posizione questa che con un neologismo è stata nominata “ufficialista” dal relatore.

Tornando al tema centrale, per èlite si intendono dei gruppi di potere che discutono e si organizzano al loro interno prima di passare le loro delibere ai governi, il tutto con dinamiche non di dominio pubblico. Questo tipo di organizzazione è tipico di una compagnia di affaristi quale è in ultima analisi la massoneria, la quale dietro il paravento sacrale, filantropico, simbolico etc. è solo un’accolita di affaristi che maneggiano denaro e potere (oltre alle nostre opinioni). La presenza di società segrete è un grande vulnus per il vivere sociale e per la pace, perché chi può credere che si occupino del bene pubblico se fanno tutto in segreto? Poiché queste èlite sono costituite da plutocrati, cercheranno di distruggere tutto ciò che si oppone alle dinamiche finanziarie che hanno in mente. La presenza di una varietà enorme di identità religiose, culturali e sociali costituisce un puzzle di dinamiche interne che si sottraggono al potere della plutocrazia, la quale non ammette alcuna resistenza: il denaro non ha identità, non ha radici, non ha storia o cultura. Semplicemente circola, e se incontra degli ostacoli alla sua circolazione (valute nazionali, banche locali) la reazione di tali sètte non è certo la tolleranza o l’accettazione delle identità.

A tutti gli effetti, il moderno pensiero unico si fa scudo delle varie identità culturali, ma in realtà vuole solo distruggere e amalgamare; un po’ come si fa con i colori: una gran varietà di differenze cromatiche porta ad un’opera d’arte, mentre un miscuglio di tonalità porta solo a distruggere i vari colori, che peraltro non potranno più essere recuperati. Insomma: se si vuole scambiare merci, persone e denaro, è necessario che le identità scompaiano, altrimenti nascono i radicamenti culturali, sociali, civili etc. Le differenze sono una ricchezza da conservare, non da amalgamare in un pensiero unico. Il gender del resto è appunto una indifferenziazione del sesso/orientamento/identità: se ne inventano talmente tanti che alla fine portano solo ad una liquidazione e mercificazione della sessualità e della persona stessa, in un crogiolo dove conta solo la fluidità; ossia non opporre nessuna resistenza al flusso finanziario. Riguardo invece la posizione dell’islam in questo scacchiere, la Ummah non intende certo fare sconti sulla sua identità, ma non può essere semplicisticamente vista come “alleata” contro il globalismo; e dato il fatto che i petroldollari della finanza islamica vengono appunto da compagnie petrolifere in mano ai plutocrati, mi sembra più probabile che i maggiorenti islamici cerchino di inserirsi in questo scacchiere per darne vantaggio alla Ummah più che per servire la finanza globalista. A meno che non sia anch'essa una pedina della plutocrazia.

Di fronte a tale realtà, è molto difficile credere che l’invasione in atto si possa considerare paragonabile ad altri eventi storici ai quali è di solito accostata. Nella storia umana le varie migrazioni sono state o l’invasione di un popolo in armi verso il territorio nel quale vi era già stanziato un popolo, oppure il flusso emigratorio di privati cittadini verso altre nazioni in cerca di lavoro. Il fenomeno attuale non è nessuno dei due; in primis perché è organizzato dalle nazioni che ricevono i flussi di persone, in secondo luogo perché l’Europa attuale non è l’America o la pampa argentina dell’800: il fatto che centinaia di immigrati siano stipati in “centri d’accoglienza” presenti in borghi che spesso hanno meno autoctoni salta agli occhi di tutti come differenza. Non ha peraltro valore dire “scappano dalla guerra/fame/etc.”, poiché lo status di rifugiato riguarda il 3% delle persone che arrivano sulle coste italiane. Senza contare che i flussi migratori fanno guadagnare più soldi del commercio di droga: non è questa una semplice opinione personale.

Sostenere l’esistenza di élite plutocratiche non implica sostenere che, nascosto da qualche parte, c’è un “grande vecchio” che tiene in mano tutto: non c’è bisogno di ricorrere a queste fantasie; che certi gruppi esistano e si riuniscano in segreto è un dato di fatto; che siano abbastanza potenti da prendere un signor Nessuno e renderlo in due anni presidente della Repubblica di Francia dovrebbe mettere in allarme chiunque – ma non aspettatevi che i politici facciano qualcosa…

Il prossimo incontro dell’Associazione Culturale Oriente Occidente si terrà dal 25 al 27 Maggio nella sala conferenze della chiesa san Carlo Borromeo di Ancona, in via Gentiloni 4, e avrà come relatore padre Giovanni Cavalcoli o.p.

 

Manchester, l'ennesimo avvertimento


di Giuliano Guzzo

L’esplosione di lunedì sera nel foyer della Manchester Arena si è portata via ventidue vite umane, diverse delle quali di giovanissimi, inclusa una bambina di appena otto anni, ma – per quanto grande e comprensibile sia ora la commozione – rischia di lasciarci, come popolo e come Europa, illusioni pericolose che da troppo tempo continuiamo a cullare. La prima è l’illusione che tutto, prima o poi, passi; così, da sé, a colpi di incoraggiamenti, retorici inviti al dialogo e, soprattutto, senza la piena presa di consapevolezza di una guerra in corso. Attenzione, però: non la guerra del mondo occidentale contro il terrorismo, ma contro se stesso.

Se le armate jihadiste 2.0 risultano oggi così penetranti e distruttive nelle nostre città – da Parigi a Londra, da Berlino a Manchester, appunto – è semplicemente perché glielo si concede. Come? Anzitutto, coltivando il sogno di un’Europa secolarizzata e multiculturale, il che nei fatti non solo non ostacola, ma è una strepitosa risorsa del terrorismo. E’ infatti qui, da noi e non nei Paesi dei bigotti e populisti immaginari, che l’Isis infatti arruola molti più miliziani che altrove. Non è una provocazione, si badi, bensì un’evidenza: l’indice di radicalizzazione jihadista – calcolato considerando il numero di foreign fighters per milioni di abitanti di fede mussulmana – vede oggi il Regno Unito fucina di terroristi superiore a Paesi come la Libia o il Marocco.

Questo perché, come hanno potuto appurare analisi specialistiche, «il fenomeno dei foreign fighters non è il prodotto di società islamiche povere o repressive come spesso si dice, anzi la propensione è molto più elevata in società libere, democratiche e benestanti» (AA.VV. I Foreign fighter europei. Contributi per una riflessione strategica, Centro Alti Studi Difesa/Centro Militare di Studi Strategici, Roma 2015, p. 47). L’illusione che l’incubo terrorismo, in Occidente, svanisca da sé o grazie «maggiore integrazione» – paroline magiche del frasario politicamente corretto – è dunque destinata a infrangersi il giorno che si capirà che siamo noi stessi, l’Europa stessa, a favorire il materializzarsi di simili, orrendi scenari.

Se siamo a questo punto è difatti grazie ad un'Europa che da una parte esporta – o aiuta a esportare – la democrazia con le bombe, e dall’altra, in nome di una filantropia cieca e scriteriata, ritiene che l’accogliere tutti gli immigrati possibili sia un dovere morale; che da un lato – benché le tre più mortifere sigle terroristiche mondiali siano di matrice islamista (cfr. Annex of Statistical Information, Country Reports on Terrorism, 2016) – rifiuta di riconoscere connessioni, anche remote, tra la religione mussulmana, specie di corrente sunnita, e il cancro terroristico, e dall’altro rigetta il più possibile le proprie radici cristiane, senza rendersi conto che a queste condizioni la sospirata integrazione, molto semplicemente, non è possibile. Punto.

La seconda illusione di cui faremmo bene a sbarazzarci, infatti, è proprio questa: che integrare i potenziali terroristi, disinnescando per tempo il loro odio, sia cosa sempre possibile. Come se non fosse proprio nell’Occidente prospero, laicizzato e tollerante – come si diceva poc’anzi – che l’Isis ha visto crescere vertiginosamente la propria forza. Prendete l’Inghilterra: ospita circa 3 milioni di mussulmani, è un Paese avanzatissimo sotto molti punti di vista, col sindaco della capitale di fede islamica, eppure, purtroppo, insanguinato dal terrore; nel caso di Manchester ad opera di un giovane di origini libiche, ma britannico. Possiamo quindi davvero rilanciare la filastrocca dei muri da battere, della urgente «maggiore integrazione» e dell’islamofobia, senza provare un po’ di vergogna?

Il terzo e ultimo pensiero illusorio da cui, come europei, faremmo bene a sbarazzarci al più presto è che l’Europa possa tornare sicura solo grazie ad un coordinamento tra politici, servizi segreti e forze dell’ordine. Intendiamoci: tutto ciò certo necessario – urgentissimo, direi -, ma non sufficiente. La prima medicina di cui abbiamo bisogno è un’altra, ed è spirituale. Perché non possiamo nasconderci il fatto che l’Europa stretta nella morsa del terrorismo non è quella di sempre, bensì un Vecchio Continente che non ama la propria gloriosa storia, che non fa figli, che non prega. Questo chi vuole distruggerci lo sa benissimo, per questo conta di annientarci anche se siamo militarmente molto superiori.

Concludo condividendo la notizia che proprio a pochi chilometri da Manchester, alla Saint Thomas in Werneth a Oldham, pare non vi sia neanche uno studente – non uno –, oggi, disposto a definirsi «cristiano». E che c’entra mai questo, ribatteranno i soliti cervelloni dalla lingua lunga e dalla vista corte, suvvia. C’entra eccome, invece. E’ un indizio simbolico, ma pur sempre un indizio, del declino da cui spiritualmente e demograficamente siamo, se uomini, chiamati a ribellarci. Poi però leggi i commenti di quelli secondo cui l’Occidente e l’Europa ce la faranno perché hanno la libertà, i diritti civili e il progresso, e vieni subito visitato dal dubbio che qui forse, più che una rinascita, serva proprio un miracolo.

https://giulianoguzzo.com/2017/05/24/apri-gli-occhi-europa-o-pure-manchester-sara-vana/

 

E' tornato don Camillo/7. Note stonate

di Samuele Pinna
 
“Paese che vai e usanza che trovi” e anche “ogni sacrestia ha la sua liturgia”. Detti popolari con qualche saggia verità di sottofondo. La Liturgia per quel prete dai modi rudi e dal cuore grande era un affare terribilmente serio. Si poteva chiudere anche un occhio e un orecchio a qualche involontaria bestemmia, ma sulla Liturgia niente sconti. Perché il rito, per quel pretone là, era come un contenitore bellissimo, austero e insieme atto a contenere in modo degno un dono meraviglioso. E allora la Liturgia, contenitore, doveva essere la via comoda per raggiungere Dio, contenuto. Mistero. Non c’erano altre parole per descriverla. Un Mistero grandioso che oltrepassa la ragione, ma non per umiliarla, bensì per tirarla su di giri al massimo consentito. Un magnum Mysterium, per dirla alla san Paolo, che permette il contatto soprannaturale col divino, una sorta di trasfusione spirituale in cui si trova un anticipo di Paradiso. Pertanto, la Liturgia era uno stramaledetto affare serio: come una composizione di Bach o di Mozart così sublime che l’aggiunta o la variazione di una sola nota o, persino, di una pausa renderebbe tutto inevitabilmente stonato. Bisognava fidarsi dello spartito e interpretarlo, senza modifica alcuna, nel migliore dei modi.

Ma “se ogni sacrestia ha la sua liturgia” gioco forza che di stecche quel povero prete là era costretto a sentirle suo malgrado. Da giovane sacerdote aveva lottato con tenacia contro i mulini a vento della scelleratezza liturgica, ma quando si accorse di essere praticamente solo, abbandonato anche dal fido Sancho Panza, allora cedette le armi e ingoiò bocconi amari. Soprattutto nella città. Non voleva inquietarsi, non desiderava per nulla litigare. Eppure si inquietò e litigò.
Malauguratamente lo invitarono nella Parrocchia vicino a dire una Santa Messa dei ragazzi, perché il pretino era caduto a letto ammalato. Entrato in chiesa sobbalzò, pensando di essere entrato in uno stadio, visto gli urli e il caos che regnava.



“Mancano solo gli striscioni”, disse borbottando tra sé e sé, ma ecco che sull’altare campeggiava un orrendo cartellone che strideva con la delicata architettura della chiesa romanica.
“Come non detto”, concluse, segnandosi e inginocchiandosi dinnanzi al Santissimo Sacramento.
Dopo un rapido passaggio in sacrestia, si recò sull’altare maggiore e lì si imbatté nella classica direttrice di coro della Messa dei ragazzi. Il coro in questione era quello delle chitarre e la classica direttrice era la solita “giovane”, di anni cinquanta, vestita da ventenne e accaldata come una quindicenne: col freddo porco che faceva in quella chiesa, lei girava con un maglioncino improbabile e leggerissimo. A chi poteva obiettare il leggero vestiario avrebbe però fatto notare la sciarpa simil bandiera della pace, nella fattura e nella ideologia, che teneva tanto caldo.

La direttrice del coretto dei ragazzi, questo il suo nome usuale, si presenta sempre sorridente e ilare. Si presenta, appunto, poi si conosce e inizi a dubitare della scienza: perché quella lì non invecchia mai nei modi, mettendo nella zucca un po’ di saggezza, e sembra sempre nella fase lunare. Aperta al dialogo a una sola condizione: mai contraddirla, altrimenti diventa isterica come una pazza.
Quando il pretone la incrociò la salutò con gentilezza, anche se la pressione stava a poco a poco montando visto il caos nel tempio sacro di Dio. Mentre risistemava l’altare una ragazzetta andò a salutarlo e gli disse i canti che avrebbero suonato durante la celebrazione.

“Almeno sono gentili e sanno che il Presidente della celebrazione è il direttore d’orchestra della Liturgia e che deve dirigere anche la direttrice del coro”, pensò tra sé e sé. Ma appena ebbe sentito qual era l’Alleluia e il Santo proposti, don Augusto divenne serio e accigliato. Rispose alla dolce ragazzina di dire alla direttrice del coro di cambiare quei due canti. Ritornato gentile, la ringraziò e dopo averla salutata tornò in sacrestia per indossare i paramenti.
Non fece in tempo a vestirsi completamente che la direttrice del coretto entrò in sacrestia come un ciclone transatlantico, riempiendo di parole il povero prete. Lo definì retrogrado, pieno di sé, maleducato e incapace di rendersi conto di chi con tanta dovizia si prestava per un servizio.
«Ma chi si crede di essere? E soprattutto chi l’ha mandata?», concluse la guerrafondaia rivestita con la bandiera della pace.
Don Augusto inizialmente rimase fermo come un sasso dinnanzi a quella scena che non si aspettava minimamente, poi si riscosse.
«Scusi, ma perché dirmi i canti, se tanto non avevo voce in capitolo?», disse con logica impeccabile, «Comunque se vuol dire Messa lei, io me ne vado».
«No, no», si sentì rispondere, «purtroppo noi donne non possiamo per questa chiesa medievale. Lei doveva solo confermare, ma troppo difficile per un presbitero retrogrado come lei».

Di là dal fatto che presbitero significa anziano, don Camillo redivivo avrebbe potuto a quelle parole disintegrare la giovinastra direttrice di coro. La pressione, si sa, sale e arriva a un punto in cui il danno è fatto e così il pretone divenne una furia, ma si limitò: anche se non pareva proprio una donna quella davanti a sé lo era nei fatti e una donna non si tocca neppure con un fiore. L’idea di uno sganassone passò subito di mente al saggio sacerdote così come buttar lì un discorsetto logico. Non c’è purtroppo un briciolo di logica in chi riveste i propri occhi di ideologia: inutile dire, pertanto, che il canto è a servizio della Liturgia e non viceversa oppure che la chitarra suonata a grattugia oltre a essere suonata male non può sostenere il canto di innumerevoli persone.

L’organo, lo strumento eletto per la Liturgia (così come il canto gregoriano, pur non disdegnando altre forme), è quello scelto dalla Chiesa. Don Camillo redivivo si ricordò di aver letto a proposito in un articolo di uno psichiatra che il gregoriano era una delle forme di canto che i bambini apprendevano più velocemente, rispetto alle canzonette sincopate che toglievano il fiato a chiunque, a motivo pure degli attacchi e delle pause approssimative. Non stette neppure a spiegare che mettersi a servizio significava proprio mettersi a servizio e non invece spadroneggiare. Aveva troppa paura della questione della grammatica per spingersi così oltre. Avrebbe, però, voluto sottolineare che il “piacere” assurto a criterio ultimo non era da usare nelle scelte liturgiche. Il rito sacro non doveva essere, poi, usato per dimostrare l’avanzamento sociale: si era a servizio di Dio, non ci si serviva di Dio per primeggiare.
Voleva precisarlo, ma si trattenne e non volle neanche dire che un direttore di coro doveva studiare, oltre la musica, la Liturgia e le sue norme, anche se i preti intorno erano ignoranti in materia. Pervertire il rito, anche in una piccola cosa, significava dunque in qualche modo affermare che si era più importanti di chiunque, Papa e Vescovo diocesano compresi. In fondo chi agiva in questo modo si percepiva come la Verità incarnata, sciolta da ogni riferimento: infatti se una cosa non si poteva fare, come quell’Alleluia e quel Santo, ma si eseguivano lo stesso voleva dire che il Capo della Liturgia non era più la Chiesa ma il proprio io (in)cosciente.

Don Augusto, però, si trattenne e non disse nulla, perché immaginava che sarebbe stato solo fiato sprecato.
«Davanti alla sua umiltà, posso solo tacere», rispose serio, «E ora che le ho ribadito che quei canti non dovranno essere eseguiti in questa celebrazione altrimenti sarò costretto a fare tutta l’omelia sul perché quell’Alleluia e quel Santo non andrebbero cantati a Messa, le chiedo di tornare al suo posto. Non vorrei infatti trasformarmi in un prete medioevale e mandarla al suo scranno con una pedata nel sedere».

Notando la tranquillità minacciosa del pretone e ricordando alcune strane voci sul suo conto, a denti stretti la direttrice del coro dei ragazzi e delle chitarre scordate e usate come grattugie tornò al suo posto.
La Messa fu un cinema di confusione e distrazione, ma don Augusto fece la sua brava figura soprattutto nell’omelia: quel prete lì sapeva scaldarti il cuore quando si impegnava e in quel momento era tanto su di giri che appariva ispirato.
Al momento dell’elevazione fissò il suo sguardo nell’ostia consacrata. “Perdonatemi Signore”, sussurrò, “sono un sacerdote indegno”.

Nel cuore c’era tutta la sofferenza davanti a celebrazioni così sciatte e scadenti e alla sua incapacità di testimoniare un’altra via, quella cioè della bellezza. Al sol pensare che l’Eucaristia doveva essere la realtà più importante per ogni cristiano c’era da svenire per la vergogna.
Dopo che appoggiò il calice di vino consacrato sull’altare, ormai Sangue di Cristo, nel genuflettersi vide un bambino. Era uno tra i tanti, benché non tantissimi, lì davanti, ma a differenza di molti altri non era distratto, anzi inginocchiato con le mani giunte teneva gli occhi chiusi e muoveva le labbra in preghiera.
A don Augusto parve un angelo.
“Grazie, mio Signore”, disse tra sé prima di rialzarsi e continuare il sacro rito. Nonostante i canti, inascoltabili anche per i duri di orecchie, la confusione in chiesa, il disinteresse dei genitori che portavano i figli come fossero pacchi postali, i cristiani adulti e adulteri per cui Dio era solo una scusa per fare altro… Nonostante tutto questo e altro ancora il Signore, davvero onnipotente, si faceva presenza in mezzo al suo popolo che, immutato in secula saecolorum, continuava a essere di dura cervice.

Prima di uscire dalla Chiesa don Augusto s’imbatté in quel piccolo angioletto e dopo aver ravanato un bel po’ nelle tasche trovò una caramella e la pose al bimbetto senza dire nulla e uscì. Nella mano si scoprì anche un foglietto. Fu attirato dall’esergo che recava una frase di Guareschi. La lesse con attenzione e sorrise: “Ciò che non va è la nostra libertà”, si disse, “che il Signore ci aiuti a ricercare sempre la sua volontà, massimo bene per noi: verità che ci rende liberi!”.

La frase attinta dalla miniera ricchissima della produzione guareschiana diceva infatti testualmente:
«Don Camillo guardò in su verso il Cristo dell’altar maggiore e disse: “Gesù, al mondo ci sono troppe cose che non funzionano”. “Non mi pare”, rispose il Cristo. “Al mondo ci sono soltanto gli uomini che non funzionano”».
 

23 maggio 2017

Il misticismo dei matematici


di Giuliano Guzzo

Scienza e fede sono compatibili? Se un simile quesito solleva in voi dubbi, pensieri o semplice curiosità, c’è un libro – appena uscito – che fa esattamente al caso vostro. Sto parlando de Il misticismo dei matematici (Cantagalli 2017, pp. 137), l’ultima fatica di Francesco Agnoli, ottimo studioso da anni impegnato in una meritoria opera di approfondimento sui grandi scienziati della storia. Si tratta di un volume con cui l’Autore, con la competenza dello storico e la chiarezza del divulgatore, mette in luce – come viene premesso nelle prime pagine – «la presenza, in quasi tutti i più grandi matematici, di riflessioni filosofiche e teologiche riguardo all’esistenza di Dio, l’anima immortale, il mondo soprasensibile» (p.13).

La cosa bella del libro è però il fatto che, a parlare del misticismo dei matematici, una volta tanto sono…loro stessi. Angoli infatti compie un’opera di notevole onestà intellettuale dando la parola direttamente a 15 giganti della matematica – da Pascal a Gauss, da Boole a De Giorgi -, cosa che consente al lettore di scoprire come costoro fossero non soltanto credenti, ma spesso veri e propri difensori della religione. Attraverso le pagine de Il misticismo dei matematici è così possibile scoprire aspetti e particolari interessantissimi ma che normalmente i libri di storica omettono e a scuola gli insegnanti quasi mai dicono. Tipo che Cartesio definiva l’ateismo «crimen atrocissimum» (p. 28) o che Leibniz combatteva il materialismo, apostrofato come «figlio illegittimo della nuova scienza della natura» (p.37).

Ma per forza costoro erano credenti – ribatterà subito lo scettico – dal momento che tutta la società, a quel tempo, era molto religiosa. Un’ipotesi interessante, ma che Il misticismo dei matematici confuta totalmente da un lato mostrando la religiosità di grandi uomini di scienza anche contemporanei – da Enrico Bombieri a Federico Faggin -, e, dall’altro, mettendo in luce come talvolta i giganti della matematica furono uomini di fede anche contro le mode del proprio tempo. Come fece per esempio Eulero, il più prolifico matematico della storia, il quale se da una parte frequentava ambienti nei quali «l’argomento principale della conversazione» era la presa in giro della religione dall’altra «tutte le sere riuniva la famiglia e leggeva un capitolo della Bibbia, che accompagnava con una preghiera» (p.45).

Ingenuo, dunque, sarebbe chi pensasse di spiegare la religiosità dei matematici appoggiandosi a meri fattori culturali. Ciò che Agnoli evidenzia, infatti, è come queste menti geniali fossero molto più che semplicemente credenti, ma costantemente attratte dalla religione. Si pensi al fascino che in Alexander Grothendieck, considerato da molti il più grande matematico del XX secolo e uno dei più grandi di sempre, suscitò «la cattolica francese Marthe Robin: una mistica segnata dalla sofferenza, che vive di Eucaristia» (p.102-103), o alla spinta metafisica che portò il grande logico Kurt Gödel «a respingere materialismo e panteismo, a leggere la Bibbia, a porsi, nei suoi taccuini personali, numerose domande sulla dottrina cattolica» (p.92). La religiosità, in ciascuna delle 15 figure approfondite da Angoli, è una costante.

Il motivo per cui consiglio vivamente l’acquisto e la lettura de Il misticismo dei matematici non è quindi tanto la sottolineatura del fatto che molti scienziati siano credenti – già una ricerca della Rice University, condotta su 1.700 studiosi di primissimo piano, aveva chiarito come il 70% di essi lo sia (cfr. Science vs Religion – What Scientists Really Think, 2010) -, bensì la possibilità, che questo libro – che si legge davvero tutto d’un fiato, provare per credere – offre di seguire da vicino i percorsi di fede, talvolta anche tormentati e per nulla lineari, di grandi scienziati la cui profondissima religiosità non viene mai ricordata. A tutto vantaggio dello stereotipo dello scienziato ateo, anticlericale e desideroso di smascherare le menzogne della Chiesa cattolica. Una bufala clamorosa della quale, quando avrete letto questo eccellente testo, non potrete che farvi lunghe risate.

Giulianoguzzo.com

 

Il suicidio di Cornell e la disperazione di una generazione

di Alfredo Incollingo
 
Ha terminato il suo concerto prima di togliersi la vita nella notte tra il 17 e il 18 maggio. Chris Cornell ha deciso di lasciare questo mondo volontariamente, impiccandosi nel bagno del suo albergo a Detroit, negli Stati Uniti, dove il suo tour era approdato.
Quella sera, raccontano le persone più vicine a lui, era più euforico del solito e pronunciò al pubblico una frase molto strana: “Mi dispiace per la prossima città”. In seguito al suo insano gesto tutto torna: ha premeditato ogni cosa. Ha voluto comunque congedarsi dai suoi fan, quegli ammiratori che probabilmente lo seguivano dai tempi dei “Soundgarden” fino ai recenti progetti solisti e con gli “Audioslave”.

Con il suicidio di Cornell va via un altro pezzo della stagione musicale “grunge”, quel suono duro e disperato che ha accompagnato l'adolescenza di americani e di europei. Tra gli anni ottanta e novanta del secolo scorso a Seattle, negli Stati Uniti, esplose la febbre di questo stile rock molto grezzo, semplice, ma dai testi carichi di disperazione, di malinconia e di rabbia. Cornell non era da solo: migliaia di gruppi, noti e meno noti, emersero nel panorama musicale americano di quei decenni, ma pochi furono i catalizzatori del malcontento giovanile.

Chris ha seguito la strada di Kurt Cobain, il frontman dei Nirvana, suicidatosi nella sua casa il 5 aprile del 1995. Cocaina, alcool e donne impregnavano la vita di questi ragazzi sbandati, con un passato difficile alle spalle, che sfogavano nella musica la rabbia dell'infanzia infelice. Cantavano l'assurdità della vita, il dramma di un'esistenza difficile, senza famiglia o abbandonati a se stessi, e il desiderio di riappropriarsi dei propri giorni. Con loro vi erano intere generazioni di giovani che avvertivano il peso di una società che sempre più li marginalizzata o li trattava al pari di burattini e di oggetti (cosa molto evidente adesso).

Cantando i brani dei “Soundgarden” i ragazzi manifestavano l'antipatia, se non l'odio, verso la famiglia, i modelli sociali e un mondo che sembrava mal sopportarli. Eppure Cornell ha resistito all'ondata nichilista, ha affrontato il successo e la popolarità e non è stato travolto come fu per Cobain. Era sicuramente un artista di talento, che è passato per tanti altri progetti importanti nella sua vita. Forse i “Soundgarden” rimangono il faro della sua produzione musicale e della sua esistenza. Il brano “Black hole sun” (in italiano “Sole del buco nero”) è, a parer di chi scrive, il pezzo che più di altri rappresenta l'angoscia di Cornell e quella dei suoi fan, probabilmente gli stessi che lo hanno seguito nell'ultimo concerto a Detroit. Il ritornello “O sole del buco nero, giungerai e spazzerai via la pioggia?” è una richiesta di soccorso ad una entità (celeste?) che possa spazzare la “pioggia”, la tempesta emotiva negativa che si viveva.

Cornell, come Cobain, fu un ribelle, un eterno giovinetto, ma come tale, soffriva di una parte ormai passata, chiuso in una fuga senza scampo. Aveva ragione nel parlare dell'angoscia esistenziale, del nichilismo serpeggiante nella ridente società a cavallo tra gli anni 80 e 90 del novecento, ma in lui mancava lo sguardo rivolto all'Eterno e solo da lì, molto probabilmente, avrebbe recuperato un senso alla propria esistenza.
 

22 maggio 2017

Aborto legale, un eccidio lungo 39 anni


di Giuliano Guzzo

Vi sono ancora, a quasi quattro decenni dall’entrata in vigore della Legge 22 maggio 1978, n. 194, valide ragioni a suffragio dell’aborto legale? Apparentemente sì. Anzi, sembrano esservene talmente tante che non esisterebbe neppure un valido argomento per opporvisi, pena accuse che spaziano dalla violazione dei diritti della donna a spietate nostalgie medievali. Tuttavia, se analizzate attentamente ed al di là della retorica si scopre come, in realtà, le tesi giustificative della depenalizzazione della pratica abortiva risultino sorprendentemente fragili, quando non del tutto infondate anche se, a prima vista – occorre riconoscerlo – ben confezionate e convincenti. Passiamo allora in rassegna, al fine di poterne valutare l’effettiva consistenza, i cinque più diffusi argomenti a favore dell’aborto legale, che sono quelli dell’aborto clandestino, della salute della donna, del caso di stupro, dell’esercizio di libertà della donna e della maggioranza degli ordinamenti giuridici.

Per contrastare l’aborto clandestino

E’ un argomento condiviso da quasi tutti, persino da molti cattolici, ma fallace sotto il profilo sia logico sia e pratico. La prima criticità concerne la logica secondo cui, se esistente e ritenuto non eliminabile del tutto, un fenomeno deve essere legalizzato. Ricorrendo allo stesso, fallace ragionamento, si dovrebbe ritenere corretto legalizzare realtà esistenti e non eliminabili del tutto quale il furto, l’evasione fiscale, le bustarelle, lo spaccio e altro ancora: il che sarebbe assurdo. Perché dunque quello che non vale per furto, evasione ed altro dovrebbe valere per l’aborto? Tanto più che – e veniamo al lato pratico – l’aborto clandestino, dopo decenni di legalizzazione, rimane, eccome: le stesse, prudentissime (e non aggiornate) stime ministeriali alludono ad almeno di 15.000 casi l’anno: troppi per brindare all’avvenuta eliminazione degli aborti clandestini. Senza considerare che ormai pure gli studiosi abortisti riconoscono come, per ridurre davvero gli aborti, occorrano norme restrittive (Perspectives on Sexual and Reprod H 2017).

Per la tutela della salute della donna

Tesi diffusissima, ma clamorosamente falsa: l’aborto volontario non agevola, ma mina la salute materna. Non a caso la ricerca più autorevole ha rilevato come la perdita volontaria di un figlio sia associata – per fare una rapidissima panoramica – ad una più alta incidenza di tumori al seno (Indian J of Cancer 2013), di isterectomia post-partum (Acta Obstet Gynecol Scand 2011), placenta previa (Int J Gynaecol Obstet 2003), aborti spontanei (Acta Obstet Gynecol Scand 2009), depressione, abuso di sostanze (Psychiatry Clin Neurosc 2013), mortalità materna (J of American Physicians and Surgeons 2013), suicidi (Scand J Public Health 2015). Lo stesso divieto di aborto non comporta maggiore mortalità materna (PLoS ONE 2012): in Irlanda, con detto divieto, si è registrata una bassissima di mortalità materna, addirittura la più bassa al mondo nel 2005 e la terza più bassa nel 2008. L’incubo delle mammane, dati alla mano, è dunque appunto più incubo che realtà.

Per non costringere donne stuprate a partorire

E’ il classico “caso limite” col quale l’abortismo ammutolisce quanti osano discuterne i presupposti. Trattasi però, ancora una volta, di argomento debole. Per ragioni etiche e statistiche. Partendo dalle prime, se la soppressione deliberata di un essere umano è ritenuta intrinsecamente ingiusta e malvagia, giammai si può derogare a questo principio senza comprometterlo; se, cioè, si ritiene l’aborto giustificabile “a certe condizioni”, si finisce inevitabilmente – per via della slippery slope o teoria della china scivolosa – per giustificarlo a “tutte le condizioni”. In seconda battuta, la debolezza di questo argomento emerge dai numeri: la percentuale delle donne che abortiscono a causa di uno stupro è infinitesimale – l’1% -, come appurato anche dal Guttmacher Institute, punta di diamante della lobby abortista americana (Perspect on Sexual and Reprod H 2005). Questo significa che chi evoca l’ipotesi dello stupro per giustificare l’aborto legale non fa altro che evitare di confrontarsi col cuore del problema, che è l’intangibilità della vita umana.

Per tutelare la libertà della donna

La libertà è valore inviolabile: vero. Il punto è che la donna incinta non ha in grembo un ammasso di cellule, un fungo o un cucciolo di specie aliena, bensì un essere umano. Il figlio concepito e non ancora nato è infatti persona a tutti gli effetti: ha un Dna unico ed irripetibile, già alla 6° settimana di gravidanza assistiamo alla formazione degli organi (polmoni, fegato, pancreas, tiroide, cuore che pulsa fino a 150 battiti al minuto, cervello distinto in tre differenti regioni) e, prima di nascere, sperimenta il dolore (Semin Perinatol 2007), risponde a stimolazioni esterne (Arch Dis Child 1994), intrattiene una vita relazionale (Neuroendocr Lett 2001) e memorizza, fra le tante, proprio la voce di sua madre (Acta Paediatr 2013). Circoscrivere l’aborto alla libertà individuale, dunque, è del tutto sbagliato. E comunque resta un dubbio: sicuri che una donna compiutamente informata dell’umanità del feto, degli effetti sulla propria salute dell’aborto e, soprattutto, messa dinnanzi a sostegni (non solo materiali) ed alternative (parto in anonimato), abortirebbe?

Perché tantissimi Stati lo prevedono

In effetti, spulciando gli ordinamenti giuridici vigenti, si scopre che è così. Ma la giustizia, fino a prova contraria, non è necessariamente assicurata dalla maggioranza. Può quindi capitare – e spesso è capitato – che la maggioranza abbia torto, anche se si tratta dalla maggioranza degli Stati considerati avanzati. Un esempio storico è quello del commercio degli schiavi, pratica messa al bando per la prima volta nel 960 dalla Repubblica Serenissima di Venezia nel 960. Ebbene, se Pietro IV Candiano si fosse fatto intimidire o avesse preso a modello gli ordinamenti giuridici degli altri Stati, non avrebbe mai dato il buon esempio riunendo l’assemblea popolare e facendo approvare una legge che, per la prima volta nella storia, inaugurava il filone normativo anti-schiavista.
Anzi, c’è da scommettere che più di qualcuno avrà ritenuto la decisione del Doge bizzarra, ingiusta o pericolosa. Allo stesso modo, chi osa criticare l’aborto legale, oggi, viene bersagliato da critiche di ogni tipo. Ma non ha affatto torto, proprio come non l’aveva, quella volta, Pietro IV Candiano. Si tratta di avere il coraggio – in Italia e non solo – di remare controcorrente, esercizio faticoso ma, quando la meta si chiama Giustizia, irrinunciabile. Chiaramente per trovare la forza di condurre una battaglia tanto controcorrente, oggi, occorre avere la forza – non comune a tutti – di ammettere cosa sia l’aborto di Stato, vale a dire uno scandalo che ieri inquietava anche intellettuali non cattolici e tutto fuorché estremisti di destra come Pier Paolo Pasolini (1922–1975), che scriveva: «Sono traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio».

https://giulianoguzzo.com/2017/05/22/aborto-legale-un-fallimento-lungo-38-anni/

 

Il riassunto del lunedì. Nervi a pezzi



Enzo Paolo Turchi
si dispera per le emorroidi
di Francesco Filipazzi

La settimana appena trascorsa è stata molto interessante. Abbiamo avuto la conferma che in un certo settore della Chiesa, quello degli "interpreti di Francesco", i nervi sono a pezzi. Non ce la fanno più. La rivoluzione che si aspettavano non è arrivata e in 4 anni tutto il loro starnazzare ha prodotto solo una nota a pié di pagina. Sorge il dubbio che lo stesso Bergoglio non sia molto convinto delle porcherie di questi signori. Però a questo punto dovrebbe dirlo, diradando ogni dubbio.

Benedetto XVI. Il Papa Emerito ha scritto una postfazione al prossimo libro del Cardinal Sarah, elogiandone le idee liturgiche e le capacità. Forse non immaginava che per il suo gesto avrebbe mandato in vacca i nervi di molti personaggi.

Andrea Grillo. La cartina tornasole dei nervi saltati è stata un'intervista rilasciata da Andrea Grillo, teologo progressista che ha sempre nutrito rancore verso Ratzinger, teologo migliore di lui sotto ogni aspetto. Ne abbiamo già parlato su questo blog e abbiamo notato un certo interesse sull'argomento, dato che l'articolo è stato letto oltre 22 mila volte. Possiamo aggiungere che, purtroppo per lui, il buon Grillo si trova in una brutta situazione. Le teorie (non sue) che propaga continuamente, sono fallimenti certificati. Senza contare che se non le propugnasse, dato l'andazzo, avrebbe la carriera rovinata. E dire che il teologo è il sosia di Nanni Moretti, potrebbe nascerne qualche collaborazione interessante.
Maradiaga contro Burke. Il cardinale saxofonista sudamericano ha rilasciato un'intervista sconcertante, nella quale dipinge Burke come un pover'uomo deluso e assetato di potere. Così assetato di potere da aver perso tutte le cariche che ricopriva, pur di difendere la Verità. Maradiaga, come dicevamo sopra, non è evidentemente molto tranquillo, visto che molte delle incomprensioni dell'attuale pontificato sono dovute proprio alla sua imprudenza.
Da questi pochi esempi pare di capire che nella chiesa vi sia una competizione a chi la spara più grossa, con la speranza di ricevere una cattedra, una diocesi, una consulenza o una berretta rossa.

Dimissioni di Benedetto XVI. In settimana il nostro blog ha riaperto il caso delle dimissioni di Benedetto. Non tanto per dire che siano invalide, ma per cercare di capire da cosa siano state provocate. Il caso è stato poi aperto anche dall'amico Alessandro Rico su La Verità e da Socci su Libero.

Marcia per la Vita. In tutto questo chiacchiericcio, si è svolta anche la Marcia per la Vita. Migliaia di persone si sono riversate per le vie di Roma e anche quest'anno la manifestazione è stata un successo. Come sempre, c'è un'Italia che marcia per il proprio futuro, mentre un'altra marcisce aspirando quasi all'estinzione. Qualche giorno prima, l'università che ha accolto papa Francesco a braccia aperte ha censurato Gianna Jessen, una ragazza sopravvissuta ad un aborto salino che testimonia in giro per il mondo il valore assoluto della vita.

Reggio Emilia. Tiene banco ormai da un paio di settimane la questione della processione riparatrice del Gay Pride a Reggio Emilia, in un momento in cui anche la Chiesa è palesemente influenzata da una lobby gay che crede di poter piegare il Corpo Mistico di Cristo alle voglie del mondo (come sempre non prevarranno). Il Cardinale Burke ha dato la propria benedizione all'evento religioso, mentre la curia locale glissa. Siamo vicini spiritualmente a tutti coloro che intendono in ogni modo pregare per riparare all'offesa rivolta alla comunità emiliana, recentemente consacrata al Cuore Immacolato di Maria. Come Giovanni Paolo II ai tempi del Giubileo, riteniamo che i gay pride siano offese alle città dove si svolgono.

 

La vedova e religiosa Santa Rita da Cascia

di Alfredo Incollingo
 
Santa Rita da Cascia sopportò un matrimonio infelice prima di farsi monaca e vivere pienamente la sua vocazione religiosa. Era nativa di Roccaporena, nei pressi dell'attuale comune di Cascia, in Umbria, in data incerta. 

Apparteneva sicuramente ad una ricca famiglia del luogo che la destinò ancora giovane al matrimonio, sposando un uomo più grande di lei, Paolo. Il suo carattere mite seppe stemperare quello violento e istintivo del marito, senza che potesse tuttavia modificarlo nel profondo. Paolo fu ucciso da alcuni rivali e solo per diretto interessamento della donna si evitò la vendetta. Rita, pregando e meditando, comprese la necessità di perdonare gli assassini, riuscendo nell'intento di porre fine alle contese.

Alla morte del marito seguì quella dei figli per malattia e a quel punto, ormai sola, decise di farsi monaca, entrando nel monastero agostiniano di Santa Maria Maddalena, a Cascia. Si racconta che il 18 aprile 1432, un Venerdì Santo, durante la preghiera, ricevette sulla sua fronte una spina della corona del Crocifisso che aveva di fronte a se. La stigmata fu un segno di santità, di “imitatio Christi”, come era avvenuto per San Francesco d'Assisi o per San Pio da Pietralcina, ma le provocava continue febbri. Eppure nel 1446 volle comunque partire per Roma per assistere alla canonizzazione di San Nicola da Tolentino, anch'egli monaco agostiniano. La spina sparì dalla sua fronte il giorno prima di partire, potendo così affrontare il duro viaggio. La sua salute non migliorò. Negli ultimi giorni di vita chiese alla cugina di andare a cogliere dei fichi. Era la stagione invernale e la donna pensò che stesse deliranto. Giunta nei pressi dell'albero che la santa le aveva indicato, si stupì nel vedere la pianta in fiore. Questa leggenda, come quella delle api bianche che volavano sulla culla di Rita, sono simboli di santità che preannunciano il suo candore d'animo e il suo destino da santa.
 

21 maggio 2017

Due Italie in marcia. Una sola per il futuro


di Giuliano Guzzo

In un primo momento ho pensato si trattasse di una coincidenza fortunata, ma mi sbagliavo: il fatto che ieri, nello stesso giorno, si siano tenute due manifestazioni – a Roma quella per la vita, a Milano quella per l’accoglienza dei migranti – è stato un bene, direi quasi una benedizione. Sì, perché chiunque non abbia i paraocchi è stato così messo nelle condizioni di osservare come oggi convivano, entro gli stessi confini, due Italie distinte e distanti. La prima è l’Italia di famiglie tra famiglie, la seconda quella dei politici tra persone straniere; da una parte mamme, papà e giovani tra mamme, papà e giovani col loro stesso amore per la vita; dall’altra Beppe Sala, Gad Lerner con abbronzatura da yacht club ed Emma Bonino tra gente con la loro stessa diffidenza per gli italiani.

I veri sostenitori dell’accoglienza degli immigrati più indifesi, sia chiaro, però non sfilavano a Milano, bensì a Roma. Per un bambino non italiano, oggi, il posto meno sicuro non sono infatti i barconi o le città governate dalla Lega dell’odiato Salvini, ma il ventre materno. Non lo dico io, ma i numeri: gli stranieri sulla nostra penisola sono l’8,3 per cento della popolazione, ma oltre il 30 per cento degli aborti, in Italia, risulta a carico di donne straniere (cfr. Relazione del Ministero della Salute sull’attuazione della Legge 194, 7.12.2016, p.2). Vuol dire che per un immigrato, da noi, è molto più facile manifestare per strada, che venire al mondo. Si ringrazino dunque le famiglie che, senza supporti istituzionali rilevanti – e, loro sì, nella quasi clandestinità mediatica -, ieri hanno sfilato contro il nostro vero muro culturale: l’abortismo.

C’è inoltre un secondo aspetto per cui vanno ringraziati i partecipanti della manifestazione di Roma, è cioè il fatto che sono i soli, ieri, scesi in piazza per il futuro dell’Italia. La mancanza di nuovi nati è infatti il vero problema emergenziale dell’Italia, non certo quella dei «nuovi italiani» che – checché ne dicano i soliti noti – non costituiscono affatto una manna per il nostro Paese. Ancora una volta, non sono pensieri in libertà da parte del sottoscritto, bensì considerazioni esposte in modo inattaccabile da demografi come Gian Carlo Blangiardo Docente all’Università di Milano Bicocca, i quali da anni, purtroppo inascoltati, denunciano la rapidissima occidentalizzazione degli stili di vita delle comunità straniere, trascinate anch’esse nel vortice della denatalità.

I soli ad averlo capito, oltre agli studiosi, sono quanti ieri hanno manifestato per la vita; perché se da una parte l’abortismo è solo contro la vita, dall’altra l’essere per la vita è molto di più del pur doveroso antiabortismo. Significa aver capito che col bambino non ancora nato non è a rischio solo il futuro di una madre o di una famiglia, ma di un Paese. Tutto questo, ai cervelloni che ieri hanno sfilato a Milano, chiaramente non interessa. In particolare, a loro non interessa il futuro di un’Italia che, benché accolga molti più stranieri di quanti ne avrebbero diritto (nel 2016 lo stato di rifugiato è stato riconosciuto a 4.940 persone su 123.000 richiedenti), sarebbe ancora poco tollerante, cattiva, chiusa. Ma i sorrisi e i colori che ieri hanno invaso Roma fortunatamente testimoniano un’altra verità e, soprattutto, raccontano un’altra Italia.

https://giulianoguzzo.com/2017/05/21/due-italie-in-marcia-una-sola-per-il-futuro/
 

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: Giordano Bruno, simbolo di odio anticlericale (Parte XLIII)

di Alfredo Incollingo
La condanna a rogo di Giordano Bruno a Campo de Fiori, a Roma, il 17 febbraio 1600, è per il mondo laico un evento epocale. E' la prova schiacciante dell'oppressione intellettuale che la Chiesa Cattolica ha esercitato per secoli fino all'età moderna. Bruno è considerato, come lo sarà Galileo Galieli qualche decennio dopo, il paladino della libertà e, come tale, è stato venerato per secoli, anche al giorno d'oggi. Ogni 17 febbraio le associazioni laiche e anticlericali sono solite depositare una corona di fiori sul monumento del frate domenicano a Campo de Fiori. E' un culto della personalità, forse, presentato quale omaggio alla libertà di pensiero.

La statua di Giordano Bruno è un manufatto molto discusso a Roma. Fu realizzato dallo scultore Ettore Ferrari e sulla base in pietra il filosofo Giovanni Bovio fece incidere l'iscrizione: “A Bruno, il secolo da lui divinato qui dove il rogo arse”. Venne posta nella piazza il 9 giugno 1889, dopo una lunga processione dissacrante verso la Chiesa Cattolica che percorse le strade principali della città.

I festeggiamenti furono un chiaro segno di odio verso la tradizione cattolica e papa Leone XIII minacciò addirittura di lasciare la città, se la statua non fosse stata rimossa. Passò un intero giorno in preghiera e digiunando di fronte la scultura in marmo di San Pietro, in Vaticano, per chiedere perdono a Dio di quel gesto di sfida. La storia del monumento a Giordano Bruno inizia qualche anno prima. Già nel 1849, durante la Repubblica Romana, si era eretto un monumento al frate domenicano, che fu abbattutto da Pio IX dopo il suo rientro. La massoneria, che aveva fatto di Bruno uno dei suoi vessilli, e il mondo liberare italiano, da sempre anticlericale, onde sbeffeggiare il cattolicesimo, non si arresero alla possibilità di dedicare un luogo alla memoria di Giordano.

 Nel 1880 si costituì un comitato internazionale che comprendeva numerosi intellettuali europei di grande fama (Victor Hugo, Herbert Spencer, Ernst Renan...) e tutti profondamente anticristiani per chiedere al governo italiano di concedere l'autorizzazione per erigere il monumento. La Chiesa Cattolica riuscì a bloccare i lavori, ma per pochi anni. Nel gennaio del 1888 una grande manifestazione di studenti, repressa nel sangue dalla polizia, chiese al governo di dare il consenso per innalzare la statua. I tumulti convinsero Francesco Crispi a dare l'assenso, nonostante le proteste di papa Leone XIII. Nel 1929, dopo i Patti Lateranensi, si rinnovò al governo Mussolini la richiesta di rimuoverla, ma il ministro dell'istruzione Giovanni Gentile, ammiratore del pensiero filosofico del frate, riuscì a impedirne la rimozione.

Il viaggio continua.
 

20 maggio 2017

San Bernardino da Siena, il predicatore e l'economista


di Alfredo Incollingo

Se si pensa ai frati predicatori, ci vengono in mente uomini devoti che annunciano alla popolazione le verità del Vangelo. Abbiamo l'immagine di frati moralisti, dediti a biasimare la licenziosità pubblica; i più coraggiosi arrivarono a instaurare teocrazie e a incitare i fedeli a commettere atti violenti in nome della morale più ferrea. I frati predicatori erano altresì uomini colti, intelligenti e sensibili al loro tempo. Pensiamo a San Domenico di Guzman e ai suoi confratelli e, perché no, al francescano San Bernardino da Siena. L'Ordine di San Francesco era da tempo impegnato nella lotta all'usura, alla ricerca di un “giusto mezzo” per riformare l'economia: i primi bagliori del capitalismo moderno già mostravano quei mali sociali che si svilupparono negli ultimi due secoli. Il problema dell'usura era una piaga sociale che aveva gettato sul lastrico migliaia di famiglia e aveva arricchito spietati “mercanti di denaro”. Un predicatore deve essere attento alla sua realtà storica per comprendere il malessere che spinge la popolazione a seguire pericolose eresie. San Bernardino comprese la minaccia che incombeva non solo sui patrimoni, ma anche sulle anime dei fedeli, se si facevano seguaci di Mammona. Era fondamentale lottare contro l'usura e dare un senso cristiano all'economia: solo così era possibile assicurare la salvezza tramite un uso corretto della proprietà privata e del lavoro. Non a caso il santo senese è considerato il primo teologo cattolico ad aver scritto un'intera opera sul tema, “Sui contratti e l'usura”. E' una raccolta di prediche contro l'usura, sulla difesa della proprietà privata, dove si cerca di trovare un'etica economica cristiana. Il lavoro è benedetto da Dio, quello onesto e dignitoso. Se un mercante svolge il suo commercio con rettitudine, può portare utili servizi alla società: ripiana la scarsità di beni, può risolvere carestie e produrre beni utili per tutti. L'imprenditore onesto si denota da quattro virtù: efficienza, responsabilità, laboriosità e assunzione del rischio. Oltre alla purezza d'animo, chi ha questi pregi, ottiene lauti guadagni. Allo stesso modo la proprietà privata è un mezzo per il miglioramento dell'intera società, se messa al servizio della collettività e non solo per il proprio guadagno. Il realismo cattolico portava San Bernardino a considerare indispensabile la materia economica per la salvezza delle anime. Comprese che facilmente l'uomo poteva essere traviato dalle ricchezze e quanto fosse necessaria una via mediana per poter gestire al meglio il denaro. I tempi erano cambiati e bisognava mantenere viva la tradizione e la giustizia nonostante la moneta e i commerci non fossero più considerati lo “sterco del diavolo”. Queste premesse sono indispensabili per capire la sua lotta all'usura e a quei nuovi ricchi che avevano tratto ingenti profitti con i prestiti a tassi esorbitanti. Nel 1425 San Bernardino predicò tutti i giorni per sette settimane a Siena contro gli usurai e contro le case da gioco, che causavano ingenti problemi di ordine pubblico. Per reazione questi influenti ambienti riuscirono ad intentare un processo per eresia che si svolse a Roma nel 1427, risolvendosi in una piena assoluzione. Papa Martino V, colpito dalla sua eloquenza e dalle sue idee, volle San Bernardino presso di sé, ma il santo preferì ritornare in Toscana.

 

19 maggio 2017

GrilloShock. "Esiliare Ratzinger per sempre". E vuole chiudere i conti con il Summorum Pontificum


di Francesco Filipazzi
 
Generalmente quando parliamo di certa gente non facciamo nomi, ma questa volta l'entità delle affermazioni urlate da Andrea Grillo in un'intervista è tale, che è obbligatorio citarlo. Il "teologo" di fama ha infatti rilasciato dichiarazioni sconcertanti riguardo Benedetto XVI, reo di aver semplicemente scritto una postfazione al prossimo libro del card. Sarah.

Grillo auspica la "morte istituzionale" di Ratzinger

E' chiaro che l'intervista è stata rilasciata in modo concitato, perché il limite della decenza è ampiamente superato. Secondo Grillo l'uscita pubblica di Benedetto è uno sconfinamento inaccettabile, una scelta di campo ben precisa per disconoscere il successore Francesco. Opinione legittima? Forse, però condita con una selva di insulti vomitata contro il nostro novantenne preferito, che fanno presagire solo una grande isteria. "Come è evidente che la veste bianca e la loquacità, oltre alla residenza, debbono essere dettagliatamente normate. Il Vescovo emerito deve allontanarsi dal Vaticano e tacere per sempre." Inoltre "si dovranno prevedere, in futuro, norme che regolamentino in modo più netto e sicuro la “morte istituzionale” del predecessore e la piena autorità del successore, in caso di dimissioni". Dunque la libertà personale del Papa Emerito dovrà essere limitata in qualche modo? Lo mandiamo a Sant'Elena?
Ebbene, secondo Grillo Benedetto è ipocrita, poco umile, troppo loquace. E il cardinal Sarah sarebbe uno che ha "creato continui imbarazzi alla Chiesa" e a Papa Francesco. Quali imbarazzi? Difendere la liturgia è imbarazzante? Secondo Grillo sì.

Chiudere i conti con la San Pio X e abolire il Summorum Pontificum

Grillo è un fiume in piena. Il palesarsi sulla scena di Ratzinger, teologo che accademicamente Grillo non vede neanche con il binocolo, lo ha fatto andare fuori dalla grazia divina. Purtroppo però non ha gli strumenti culturali per parlare di liturgia e si lascia andare ad un'inveterata che però spiega molte cose. "La fissazione sul “rito antico” è, precisamente, il segno preoccupante che accomuna il Vescovo emerito di Roma e il Prefetto della Congregazione del culto. E su questo papa Francesco ha preso posizione con giusta fermezza". Posto che Sarah recentemente ha parlato molto di più del rito di Paolo VI, ci chiediamo quale posizione avrebbe preso Francesco, perché a noi non risulta che ci siano state comunicazioni pubbliche o ai vescovi al riguardo.

Poi arriva l'affondo. L'intervistatore chiede a Grillo cosa ne pensi dell'accordo con la San Pio X. Ebbene, la risposta è molto semplice. I lefebvriani avranno una funzione molto importante, nell'economia grilliana. "Mi riferisco, in particolare, all’uso del “rito antico”, che con un accordo di comunione con i lefebvriani – subordinato a specifiche garanzie – sarebbe sottratto all’”uso straordinario” ed entrerebbe nelle caratteristiche rituali di un settore specifico della esperienza ecclesiale, che per questo risulterebbe accuratamente circoscritto e controllato". Rileggete bene.

Sarebbe sottratto all'uso straordinario.  Ciò vuol dire che, stando così le cose, il Summorum Pontificum verrebbe abolito e si rinchiuderebbe praticamente nel recinto della San Pio X, circoscritto e controllato accuratamente, il rito antico.

D'altronde si sa, il Motu Proprio Summorum Pontificum non è mai andato giù a questi signori, soprattutto perché hanno avuto la plastica rappresentazione del loro fallimento. Il movimento collegato alla Messa di San Pio V è ormai talmente numeroso e capillarmente diffuso, che ha fatto saltare tutte le elucubrazioni di chi lo avversa.

Alcune domande

Poniamo alcune domande, sperando che prima o poi qualcuno risponda.
1 - Grillo si presenta spesso come interprete di Bergoglio. Ebbene, è davvero l'interprete di Bergoglio? Ciò che pensa il teologo assieme alla sua compagnia di giro, è condiviso dal vertice?
2 - L'intento recondito dell'operazione "San Pio X" è questo? Nel caso, mons. Fellay ne è a conoscenza? In caso contrario, qualcuno potrebbe per favore smentire?

Chi vuole farsi due risate, legga pure l'intervista completa.

 

San Pietro Celestino. Papa dimissionario e dirompente

di Alfredo Incollingo

Ha guidato la Chiesa cattolica per pochi mesi, ma il suo papato ha rappresentato un momento di svolta nella storia medievale e nella cristianità occidentale. Celestino V, al secolo Pietro Angelerio, noto a Isernia, dove è il Santo Patrono, come San Pietro Celestino o “Ru Sandone”, è una delle personalità più enigmatiche del Medioevo europeo e italiano.
Su San Pietro Celestino si è scritto fin troppo e alle volte si è tentato di spiegarne la personalità con le tesi più improbabili. La scarsità di certezze ha dato adito alla fantasia di storiografi e di scrittori. Chi era veramente il papa eremita? Non era un uomo incolto né ingenuo, come spesso è stato descritto da una devozione popolare fin troppo pietista. Non possiamo neanche definirlo un eretico o un cristiano eterodosso, non avendo mai negato negli scritti e negli atti l'autorità del papa e la gerarchia sacerdotale. Non troviamo il rifiuto dei dogmi o della Chiesa istituzionale, ma un loro pieno riconoscimento. Una certa pubblicistica ha al contrario esagerato la sua vocazione eremitica e mistica, vedendovi invece una vena ereticale se non rivoluzionaria. Era altresì un cattolico ortodosso, animato da un incontro diretto con Dio, cercando per questo la solitudine dei Monti della Majella. Come avrebbe potuto chiedere l'approvazione dell'Ordine dei Celestiniani se fosse stato un incolto e un “cafone”? Il fatto stesso di cercare l'assenso di papa Gregorio X, poi, lo scagiona da qualsiasi accusa di eresia.

Nel febbraio del 1274 Pietro del Morrone giunse con alcuni compagni a Lione dove si sarebbe tenuto di lì a pochi mesi un concilio. Le agiografie ci raccontano dei suoi modi umili e garbati di porsi di fronte al pontefice: mosso da pietà gli accordò l'approvazione dell' Ordine Celestiniano. In realtà la bolla che confermò la sua famiglia religiosa venne emanata il 22 marzo del 1274, cioè due mesi prima dell'inizio del concilio. E' inoltre incerto se ci sia mai stato effettivamente un incontro con Papa Gregorio X. Un ruolo primario nella conferma dei celestiniani lo ebbero i Cavalieri Tempari, che ospitarono il santo nella città francese e con i quali rimase sempre un forte legame. E' probabile che avallarono loro le richieste di Pietro al pontefice, assicurando che fossero approvate. La fama dell'eremita era così nota che i cardinali riuniti in conclave a Perugia il 5 luglio del 1294 lo elessero successore del defunto Niccolò IV. Scelse di chiamarsi Celestino V e la sua incoronazione avvenne il 29 agosto presso la badia di Colle Maggio, all’Aquila , di proprietà dei celestiniani. Era il candidato perfetto anche per l'angioino Carlo II di Napoli che cercava con ansia un papa incline ad assecondare le sue pretese politiche nel Meridione d'Italia. Sotto la sua protezione, giudicata da alcuni una forma di soggezione, in parte evidente, Celestino V visse a Napoli.

A questo punto fa la sua comparsa la figura del cardinale Benedetto Caetani, uno dei più grandi giuristi dell'epoca. Le leggende celestiniane lo vedono come il responsabile della rinuncia del papa, colui che aveva orchestrato un complotto per sbarazzarsi del suo rivale. Non solo ci riuscì, ma lo fece uccidere nel castello di Fumone, dove venne rinchiuso per evitare che i nemici francesi del nuovo pontefice, Bonifacio VIII, lo stesso Caetani, lo usassero per delegittimarlo. E' tutto vero? Celestino V rinunciò al pontificato il 13 dicembre del 1294 e non poteva non farlo senza il consulto del Caetani, l'esperto di diritto canonico: si doveva valutare la legittimità della rinuncia al pontificato. Diversi altri papi, prima di Celestino V, avevano rinunciato al papato e il cardinale di Anagni confermò le intenzioni del morronese. Si trattò di un semplice consulto giuridico. Le leggende sul complotto di Bonifacio VIII sono la conseguenza lampante dell'inimicizia incorsa tra il successore di Pietro del Morrone e il re di Francia, Filippo il Bello . La cronistica francese (e angioina) di fronte ad un pontefice recalcitrante a riconoscere l'ingerenza temporale nella Chiesa cattolica ha sfruttato l'effettiva detenzione del santo per costruire la storia della congiura ai danni di un uomo in odore di santità. Bonifacio VIII tentò di liberare la Chiesa dall'influenza dei monarchi e renderla “super partes”: questo tentativo spirituale e politico spinse il fronte avverso a usare Celestino V per delegittimare il papato del Caetani. In tutta evidenza il morronese fu rinchiuso a Fumone, nella Ciociaria, per evitare che i francesi lo potessero eleggere “Antipapa”.

Diverso è invece ritenere per vere le leggende sull'assassinio, smentite con le ultime ricognizioni sulle spoglie nel 2013 . Nessun chiodo trapassò il cranio di San Pietro Celestino. Il 5 maggio 1313 il francese Clemente V, su pressione di Filippo il Bello, canonizzò il Morronese non come “martire”, ma come “confessore”. Il monarca francese tentò di screditare in tutto il suo defunto rivale, senza però ottenere i risultati sperati.
Ignazio Silone ha immortalato la figura di Celestino V nel suo celebre romanzo “L'avventura di un povero cristiano”. Lo scrittore marsicano ha marcato l'aspetto “eversivo” dell'eremita, considerandolo alla stregua di un libertario. Lo spirito prevale sulla materia e la Chiesa cattolica è in realtà un'entità corrotta e tutto fuorché cristiana. Celestino V avrebbe tentato di concretizzare l'Età dello Spirito, secondo la definizione di Gioacchino da Fiore, quando il popolo cristiano avrebbe raggiunto la purezza di fede. Sul papa isernino si addensarono e si addensano le speranze (utopiche, forse) di un mondo nuovo e di pace. Non è un caso se un famoso romanzo new age, “ La Profezia di Celestino” di James Redfield, richiami nel titolo “Ru Sandone”.

Ecco, questo breve ritratto vuole dare un quadro generale del nostro santo per capire quanto di lui si è detto di falso e di vero. Al di là della questione delle origini isernine o del giudizio di Dante Alighieri , Celestino V ha rappresentato sicuramente un momento di cesura della storia medievale esprimendo una vena riformista, questa normale e costante nel cattolicesimo. Pensiamo alla “ Bolla della Perdonanza” del 29 settembre del 1294, uno dei primi atti del papa, una richiesta di perdono rivolta a Dio per i peccati della sua Chiesa.

pubblicato anche su www.isnews.it

Bibliografia generale:
1) Barbara Frale, L'inganno del gran rifiuto: La vera storia di Celestino V, papa dimissionario, Novara, UTET, 2013
2) Paolo Golinelli, Il papa contadino: Celestino V e il suo tempo, Milano, Mursia, 2007
3) Antonio Grano, La leggende del chiodo assassino: tutte le verità sulla morte di Pietro da Morrone che fu Celestino V , Napoli, T. Marotta, 1998
4) Antonio Grano, L'ultima profezia di Celestino V, l'Autore, 2008
5) Antonio Grano, I castelli di Pietro: tutte le verità sulle origini di Celestino V , Campobasso, Enne, 1996
6) Arsenio Frugoni, Celestiniana, Roma, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, 1991
7) Giuseppe Celidonio, San Pietro del Morrone: Celestino V, Pescara, Artigianelli, 1954
8) Ignazio Silone, L'avventura di un povero cristiano, Milano, Mondadori, 1968
9) Antonino Chiaverini (a cura di), San Pietro del Morrone, Sulmona, La moderna, 1984
10) Claudio Palumbo, Aeserniae in Samnitibus natus. Ma fu Celestino 5 di Isernia?, L'Aquila, FedeLmente, 2008
 

"Dio è meritocratico". Il nuovo libro di Ettore Gotti Tedeschi

E' uscito ieri il nuovo libro di Ettore Gotti Tedeschi, dall'eloquente titolo "Dio è meritocratico".

Non è un testo di teologia, ma una provocazione, ironica e controversa. Un’analisi critica del mondo cattolico, attraverso la quale l’autore accompagna il lettore dinanzi alle contraddizioni della società globale, sempre più corrotta e sgretolata dalla modernità. Il libro ci racconta la scomparsa di una civiltà, la crisi di un modello culturale, quello cattolico, sempre meno credibile non solo a causa di un crescente indebolimento della fede, ma anche di un cedimento caustico della ragione. Secondo l’autore, il cattolico non è più in grado di apprezzare, difendere e valorizzare la cultura cristiana, poiché incapace di comprenderne le ragioni. Questo libro propone diverse interpretazioni e attente riflessioni sulle ragioni del collasso di un intero sistema, e suggerisce alcuni rimedi validi, ma solo se si ha fede.



 

La potenza dei sacramenti

di Marco Parnaso

È bello vedere l’efficacia che la Parola può suscitare in chi la legge e la ascolta.
Tuttavia può accadere che la parola anzichè generare intendimenti, è usata per generare fra-intendimenti, perché ogni Parola ha un -senso, un doppio-senso ed un contro-senso: questo avviene perché la Parola ci fa da specchio e ci legge dentro.

Con un parallelismo si può dire che l’osservanza dei comandamenti del giovane ricco costituiscono quello che per noi sono le nostre osservanze, ossia la santa messa, le devozioni, i rosari ed in genere i nostri atti di culto e devozioni:
Il giovane ricco è un pio uomo religioso ma per rivolgere quella parola a Cristo vuol dire che, nonostante l’osservanza dei precetti, aveva un vuoto da colmare: intuisce che c’è un "di più" e che solo la persona cui si sta rivolgendo gliela può dare.
Il Cristo di Dio legge nel suo cuore e penso gli dia la risposta che lui vuole sentirsi dire, il pieno compimento dell’amore.

Non è sbagliato fare gli atti di culto e devozione, ma c’è un modo sbagliato di fare gli atti di culto, tra cui andare alla santa messa, l’atto di adorazione per eccellenza, oltre il quale niente è più importante, ossia c’è il rischio di  fare un atto di amore verso Dio senza amore, così come verso gli uomini.
Ciò che i profeti dell’Antico Testamento hanno detto ai Giudei in merito all’inefficacia del culto solamente esteriore senza giustizia, valgono anche per i cristiani.

Senza dubbio, la frase “agli occhi di Dio non importa se vai a Messa tutte le domeniche, se poi non compi un gesto di carità” come a volte ripete spesso il vescovo di Roma - è quella che si è prestata di più a fraintendimenti, perché non è stata letta nel contesto del riferimento del giovane ricco in relazione al secondo comandamento.

Noi tutti sappiamo che durante la Messa, prima della professione "annunciamo la tua morte Signore, annunciamo la tua risurrezione, in attesa della tua venuta"  avviene in maniera incruenta lo stesso sacrificio di espiazione che avviene sul Golgota: la crocifissione di Gesù.
Ora che cosa avviene durante la crocifissione? Durante la crocifissione (ossia durante l’Eucaristia) si può stare in diversi atteggiamenti:
c’è chi come la Vergine Maria partecipa alla passione di Cristo
o chi come Giovanni contempla la scena (l’Ora della gloria, secondo il suo vangelo, l’Ora dell’innalzamento),
c’è chi piange come le donne al seguito,
c’è il malfattore che confessa le proprie colpe davanti a Dio,
ma ci sono anche quelli che lo tentano (i sacerdoti, gli scribi e tutti i notabili e falsi sapienti di ogni tempo)
i soldati che sono indifferenti a quanto sta accadendo,
l’altro malfattore che bestemmia,
chi sonnecchia o  chiude gli occhi davanti alla sofferenza del giusto, etc.

In pratica durante il sacrificio di espiazione dell’Eucaristia possiamo rivivere le stesse situazioni di chi era presente alla crocifissione, perché lo Spirito rende presente e attualizza tutto ciò e a seconda della nostra disposizione d’animo possiamo trovarci ora nella condizione ora in quella di un altro dei personaggi citati.
C’è un modo di vivere i comandamenti e di relazionarci con Dio (e quindi anche con la santa Messa) che poco hanno a che fare con la sostanza del Cristianesimo: l’amore senza misura che Dio ci dona GRATUITAMENTE nel banchetto messianico.
La Santa Messa è tutto tranne che un OBBLIGO e un DOVERE, perché nell’amore non c’è dovere.
Perché noi andiamo a messa? Per rispondere ad un precetto? E’ troppo poco.
Noi cristiani  partecipiamo alla Santa Messa e amiamo non perché siamo meglio degli altri, ma perché siamo stati per primi amati da Dio e rispondiamo al suo amore con Cristo , per Cristo  e in Cristo nell’Eucaristia (= che appunto significa ringraziamento).

Quindi si ama il prossimo e i fratelli secondo i doni della grazia ricevuta e necessariamente si va a messa a fare ringraziamento perché siamo stati amati di un amore immenso: noi valiamo il sangue del Figlio dell’Altissimo!
L’uomo può compiere la stessa azione, ma essa può essere fatta per amore o per dovere: Maria stava sotto la croce per amore, i soldati per dovere.
Andando al giudizio universale: io posso visitare gli ammalati per dovere (come affermava l’etica kantiana e parte dell’etica protestante), ma posso, secondo il comandamento di Cristo, andare a visitarli per amore e stare presso la loro croce, anche senza fare niente, ma solo con la presenza, con amore, come Giovanni sulla croce (gli uomini abbandonano colui che dicono di amare fino a 12 ore prima, invece le donne sfidano tutte le avversità e rimangono al seguito del Messia crocifisso: c’è secondo me un mistero, un significato di Dio in questa presenza piangente ed impotente ai piedi della croce).

In questo sta l’amore di Dio: non siamo noi ad amare Dio ma è Lui ad amare noi per primi.
Questo si può comprendere  nel sacramento della confessione.
Cosa succede nel mirabile sacramento della riconciliazione? Succede che dopo che confesso ennesime volte i medesimi peccati prendo coscienza che Dio mi ama, non perché sono bravo o migliore o prego di più rispetto agli altri, ma perché mi ama cosi’ come sono in quanto è impossibile acquistare meriti presso Dio.
Allora il limite dell’uomo non diventa il luogo di divisione (dia-ballo, da cui diavolo = dividere dagli altri), ma il luogo di comunione con gli altri, ciòè che ho in comunione con gli altri uomini.
Dice l’apostolo Giovanni nella sua missiva: “Anche se il nostro cuore ci rimprovera, Dio è più grande del nostro cuore”. (cioè anche se noi non ci pentiamo perché ci sentiamo sempre in colpa, Dio è più grande della nostra colpa”).

Pensate che Dio abbia bisogno della nostra adorazione? La prefatio della liturgia in questo periodo ordinario recita quanto segue: “I nostri inni di benedizione non accrescono la tua grandezza, ma ci ottengono la grazia che ci salva”.
Caricarci il nome di Dio, assumere il nome di cristiani, significa dare gloria a Dio ed adempiere la legge: ma  che si riassume nel comandamento dell’amore.
Pieno compimento della legge e l’amore recita l’Apostolo.
Che cosa significa dunque dare gloria a Dio nella nostra vita: significa riconoscere ‘il peso’ e la consistenza  che Dio ha nella nostra vita e conseguentemente assumere il nome di Dio.
La carità, cioè l’agape, copre una moltitudine di peccati.
Nel nostro mondo c’è così tanto giudizio, ma così poco amore …..

Tutte le Scritture parlano di Gesù, il Figlio che ci rende figli di Dio, compimento di ogni dono.
La sua vita intera è testimonianza della Gloria di Dio: l’amore del Padre e dei fratelli.
Chi è attaccato alla legge e non sa amare, non lo riconosce e rifiuta il dono di Dio, anzi vuole meritare l’amore di Dio in quanto vuole comprare ciò che è gratuito (l’Amore) trasformando Dio in un  idolo e trattandolo da prostituta.