26 giugno 2017

«Per lo Ius soli, preghiamo»


di Giuliano Guzzo

Che l’approvazione dello ius soli stia a cuore a settori importanti della Chiesa italiana è cosa, ormai, abbastanza nota. Lo prova un numero notevole di dichiarazioni, tra cui quella del presidente della Cei, cardinal Gualtiero Bassetti, che ha apertamente parlato di «provvedimento da sostenere e favorire». Certo, forse prima di schierarsi così apertamente alla Cei avrebbero dovuto pensarci bene, dal momento che non manca chi – sulla base di argomentazioni tutt’altro che polemiche – mette in luce come il disegno di legge (DDL S. 17) in discussione in queste settimane in Senato, volto a modificare la vigente Legge 91/1992, introducendo in Italia una forma temperata dello ius soli, sia iniziativa, in realtà, non rispettosa della Dottrina sociale della Chiesa.

Tuttavia, dato che la Cei, attraverso i suoi più autorevoli esponenti, ha preso una determinata posizione al riguardo, non resta che prenderne atto. Una simile constatazione non può però portare ad accettare che si arrivi, a Santa Messa, addirittura a pregare per lo Ius soli. Perché è esattamente questo che è successo, come racconta il quotidiano La Verità oggi in edicola. E’ accaduto alla chiesa di Bellaria Centro, parrocchia S. Cuore di Gesù, dove i fedeli, ieri mattina, si sono imbattuti in una preghiera dei fedeli che li ha lasciati di stucco. In particolare, il mio amico Francesco Giacopuzzi, da quelle parti in vacanza, non voleva infatti credere ai propri occhi ed è arrivato a fotografare il foglietto che, incredulo, si è trovato tra le mani, con una preghiera dei fedeli col seguente passaggio:
«Per coloro che ricoprono incarichi di governo e di responsabilità civili, perché si adoperino in tempi rapidi a far approvare la riforma sullo “ius soli”, consentendo ai giovani di origine straniera, nati o cresciuti nel nostro paese, di diventare cittadini italiani non solo di fatto, come già sono, ma anche per la legge. Preghiamo». Ora, che la preghiera dei fedeli risulti talvolta il momento meno ispirato della Santa Messa – riducendosi a concentrato di aria (quasi) fritta in luogo delle sentite intenzioni di orazione dei parrocchiani – non costituisce purtroppo una novità. Tuttavia, da qui a trasformare questo passaggio in un’invocazione affinché si approvi una determinata legge, francamente, ne passa. Anche perché, a ben vedere, non si ricordano precedenti.

O forse qualcuno rammenta una preghiera dei fedeli per l’approvazione di un disegno di legge X a favore delle famiglie numerose? O contro il divorzio breve, le unioni civili e il testamento biologico apripista dell’eutanasia? Niente di tutto questo, dato che – si dice – la Chiesa non fa politica. Benissimo. Ma perché allora, quando c’è di mezzo lo ius soli tanto caro al Pd, si scomoda persino la Santa Messa? Non sarà un po’ troppo? Non si starà perdendo completamente la bussola? Ha senso chiederselo tenendo presente che qui, evidentemente, il punto non è l’unità pastorale di Bellaria, bensì la piega presa da parti importanti del mondo cattolico, le quali oggi sembrano scambiare il Vangelo come vademecum dell’accoglienza dell’immigrato e Gesù come poverello migrante.
La realtà invece è ben diversa, a partire dal Presepe che – se si escludono i Magi – non rappresenta affatto l’incontro fra “culture diverse”, essendo popolato esclusivamente da ebrei. La stessa condizione di Gesù, analizzata storicamente, non pare quella di una persona socialmente svantaggiata dal momento che, ad un esame attento, «conoscenza delle lingue, abilità professionale, formazione intellettuale offrono un quadro personale sufficientemente delineato per considerare Gesù un imprenditore» (StoriaLibera, 2015; Vol.1:45-100). Questo significa che accogliere il forestiero o aiutare il povero non siano doveri cristiani? Certo che no, lo sono eccome. Ma l’approvazione dello ius soli, con tutto ciò, c’entra ben poco, anzi non c’entra nulla. E pare il caso, almeno durante la Messa, di evitare trovate a dir poco fuori luogo.

Il Cristianesimo è infatti qualcosa di troppo importante per essere ridotto a concentrato di buoni sentimenti, cosa che tantissimi fedeli hanno ancora ben chiaro ma che – incredibile ma vero – oggi sfugge ad un numero crescente di pastori. Anche la Cei, mi permetto di osservare, dovrebbe riflettere su questo, nella consapevolezza che se un cittadino – legittimamente, sia chiaro – è favorevole allo ius soli, all’accoglienza illimitata dei migranti, alla costruzione dello moschee e quant’altro, ha già un’opzione chiarissima e del tutto coerente dinnanzi a sé: farsi la tessera del Pd sostenendone il programma, candidandosi, organizzando convegni, cortei, manifestazioni. Tutte cose, lo si ribadisce, che in un regime democratico sono del tutto lecite. Ma il Vangelo e la Messa – fino a prova contraria – sono e restano una cosa diversa. Completamente diversa.

https://giulianoguzzo.com/2017/06/26/per-lo-ius-soli-preghiamo/

 

Se non si può dire «wlf»


di Giuliano Guzzo

Attenzione, cari eterosessuali, a dichiaravi tali. Potrebbero toccarvi i Carabinieri. Sul serio. E’ quanto successo a un imprenditore di Latina che, nel giorno in cui nella città laziale sfilava il Gay Pride, ha affisso fuori dalla finestra di casa sua uno striscione bianco con sopra una scritta molto chiara a proposito delle proprie preferenze sessuali: «W la f..a». Provocazione, come si diceva, costata a costui una visita dei militari dell’Arma. L’uomo, scrivendo alla redazione del sito Latina24ore.it, ha cercato di motivare così la goliardata: «Comprendo la frase di impatto forte, ma [… ] posso essere anche io libero di esprimere i miei gusti sessuali?».

In effetti, se da una parte l’orgoglio gay non solo esiste ma gode da anni di legittimazione e di immunità mediatica – al punto che le tendenze omosessuali, oggi, sembrano quasi oggetto di vanto – non si comprende per quale motivo, invece, l’orgoglio etero dovrebbe costituire un problema. Eppure a questo punto siamo, con una liberazione della sessualità del tutto unilaterale. Come se fosse la cara vecchia condizione eterosessuale ad essere una malattia. Che poi, a ben vedere, è esattamente ciò che ebbe a sostenere uno dei fondatori e guru del movimento omosessuale italiano, lo scrittore e filosofo Mario Mieli (1952–1983).
«L’eterosessualità – scrisse il Mieli – è patologica, poiché il suo primato si regge come un despota sulla repressione delle altre tendenze dell’Eros. La tirannide eterosessuale è uno dei fattori che determinano la nevrosi moderna e […] è anche uno dei più gravi sintomi di questa nevrosi» (Elementi di critica omosessuale, Feltrinelli 2002, p.39). Posto che, in generale, sarebbe opportuno la sessualità – in quanto tale – tornasse a fare rima con pudore, questo sconosciuto, oggi siamo quindi al punto che se dichiari di provare un’attrazione omosessuale, passi subito per eroe. Se invece, con una goliardata, rivendichi una preferenza sessuale opposta, rischi di passare dei guai. Tutto questo in nome della libertà. Ovvio.

https://giulianoguzzo.com/2017/06/25/se-non-si-puo-dire-wlf/

 

Il riassunto del lunedì/Il Rosario ha sconfitto Boko Haram

di Francesco Filipazzi
Dubia. I quattro cardinali sono tornati, o non se n'erano mai andati. In settimana è stata diffusa una lettera che il cardinal Caffarra ha mandato a Francesco per chiedere udienza. Nella lettera si denuncia lo stato confusionale della Chiesa in materia matrimoniale. Le risposte per ora non sono ancora arrivate e i cardinali non sono mai stati ricevuti.

Don Nicola Bux ha invocato una professione di fede papale contro l'apostasia. Ci associamo alla richiesta.

Padre Livio censurato. Il direttore di Radio Maria aveva dichiarato, in occasione dell'approvazione della legge sulle unioni civili, che anche la Cirinnà prima o poi morirà. Scandalo. L'ordine dei giornalisti lo ha sospeso, senza motivazioni realmente plausibili. Il Vaticano ovviamente non ha aperto bocca per difendere l'evangelizzatore via etere. D'altronde cosa dovremmo aspettarci da gente che ha chiuso le trasmissioni a onde corte di Radio Vaticana, impedendo a milioni di cattolici in Africa di ascoltarla?
Fatto sta che, al netto del fatto vergognoso, speriamo che Padre Livio rifletta sulle epurazioni che lui stesso ha effettuato in passato, ai danni di persone come Gnocchi, Palmaro e Cavalcoli.

Questione cinese. L'accordo con i cinesi sembra si sia allontanato. Il motivo starebbe nel fatto che il governo non ha mai modificato i suoi comportamenti nei confronti della Chiesa Sotterranea, perseguitandola e imprigionandone i componenti.

Don Milani. La genialata della settimana riguarda la riabilitazione postuma di Don Milani effettuata da Francesco. La faccenda è diventata così imbarazzante che il vescovo di Firenze, Betori (noto per essere in genere un governativo) ha dovuto prendere le distanze, dichiarando che fino a quando è lui il vescovo non ci saranno cause di beatificazione di Don Milani.
L'uscita di Bergoglio appare la solita fregatura tirata al Papa dai suoi consiglieri idioti. Tutti sanno che il noto prete fiorentino va lasciato là dov'è a riposare in pace, senza andare troppo a rivangarne le gesta. Il suo pensiero e le idee propugnate non sono, parlando sinceramente, il massimo.

Morto Kohl. L'ex cancelliere tedesco è morto il 16 giugno, ma nessuno si aspettava che venisse inscenato un siparietto attorno alle sue spoglie. La vedova ha chiesto di fare il funerale al parlamento europeo e di non far parlare la Merkel. Queste sarebbero le volontà del defunto. Dare un giudizio su questo personaggio è sicuramente difficile. Certo è che non è tutto oro quel che luccica.

Il Santo Rosario sconfigge Boko Haram . Dopo anni di massacri, si stimano almeno 20 mila persone morte, l'esercito Jihadista di Boko Haram è ormai in rotta. Le autorità Nigeriane stanno riprendendo il controllo di tutto il territorio e l'incubo del califfato africano è ormai finito. La svolta nella guerra si è registrata quando S.E. mons. Oliver Dashe Doema, vescovo di Maiduguri, epicentro della zona d’azione di Boko Haram, nel pieno dei massacri ha lanciato una crociata del Rosario, su espressa richiesta di Nostro Signore. Il presule scese in piazza, con abito talare e Croce, per diffondere il Rosario. Un coraggio indomito che ha salvato la Nigeria.Un miracolo epocale.

Elezioni amministrative. Il PD soccombe nelle urne. Perde roccaforti come Sesto San Giovanni, Genova e Lodi. Il partito delle unioni civili e dello ius soli si avvia a tramontare. #ciaone
 

25 giugno 2017

Perché Carl Schmitt è ancora attuale. Spunti dall’ultimo saggio di Fabrizio Grasso

di Alessandro Rico

È indubbiamente ambizioso lo scopo che si prefigge Fabrizio Grasso nel suo saggio Archeologia del concetto di politico in Carl Schmitt (Mimesis, 80 pp., 10 euro). Il concetto di politico è uno dei nodi cruciali della riflessione del giurista tedesco, una nozione complessa e articolata, quasi sfuggevole, tanto da aver stimolato sia interpretazioni “di destra” che rielaborazioni “di sinistra”, in particolare da parte della sinistra radicale (si pensi a Chantal Mouffe).

Al netto di qualche farraginosità stilistica, provocata forse dalla necessità di sintetizzare in relativamente poche pagine una miriade di argomenti, il libro di Grasso offre diversi spunti di riflessione interessanti, a partire dalla minuziosa ricostruzione degli argomenti schmittiani di Cattolicesimo romano e forma politica. Gradualmente, Grasso ci accompagna nell’esplorazione di uno degli scritti più densi e ostici di Schmitt, dove magistralmente il giurista tedesco mostra in cosa risieda la grandezza della Chiesa cattolica, quella che le attira l’ostilità del pensiero secolarizzato, di natura tecnico-economica: la complexio oppositorum, la sua capacità di agganciarsi a questo o quel partito con un apparentemente cinico situazionismo, rimanendo però sempre superiore alle contingenze storiche, sopravvivendo cioè alla scomparsa dei contendenti che di volta in volta si avvicendano, a ciò nel mondo è transeunte.

La Chiesa è vero repositorio della potenza politica che scaturisce dal suo essere rappresentazione, cioè presenza dell’assente, non nel senso astratto, economicistico, di “riproduzione”, ma nella concretezza della successione apostolica, che riattualizza la persona storica e la figura teologica di Cristo. Un’irruzione della trascendenza nella storia di cui né il capitalismo né il comunismo sono capaci di portare il peso, chiusi in un materialismo che li rende incapaci di accogliere in sé la vertigine del politico.

Ma cos’è il politico? Come noto, per Schmitt «la distinzione specificamente politica cui si possono ricondurre le azioni e i moventi politici è la distinzione tra amico e nemico» ( Le categorie del politico). In sostanza, è politica ogni contrapposizione che le parti confliggenti siano disposte a spingere, almeno in teoria, fino all’eliminazione fisica dell’avversario; la dinamica dell’aggregazione politica, il momento dell’«amicizia», ha dunque bisogno dell’esistenza di un nemico. Come egli scrive in uno dei saggi contenuti nel Nomos della terra, quasi prefigurando certi sviluppi del cinema fantascientifico, un’unità della terra sancirebbe la scomparsa della politica, a meno che quell’unità non scaturisse dalla comparsa di un nemico alieno.

Grasso riflette su una delle aporie del concetto del politico schmittiano: il fatto che il giurista tedesco sembri arrendersi alla deriva nichilistica del pensiero postmoderno, rifiutandosi di cercare un fondamento metafisico del politico. Ciò che determina il contenuto di un’aggregazione politica è il frutto di una decisione, dell’atto assolutamente arbitrario di una volontà (forse weberianamente «carismatica») che istituisce un ordinamento, che imprime una frattura (de-cide) nel disordine dello stato d’eccezione e perciò rivendica la propria sovranità. Da questo punto di vista, la scoperta di Schmitt è sconcertante: è la scoperta dell’«abisso della politica e del ‘politico’ che è l’uomo deteologizzato che fonda su una decisione arbitraria il suo cosmo» (Grasso, p. 76). In ciò, Schmitt appare molto influenzato dalla filosofia politica moderna, da Hobbes a Rousseau, anche se i suoi punti di riferimento rimangono proprio quei pensatori reazionari, da de Maistre a Bonald a Donoso Cortés, che per l’appunto «reagiscono» al repertorio ideologico della Rivoluzione francese. Forse a riprova del fatto che una rivoluzione, una volta innescata, non può essere soppressa e ignorata; e che più che una rivoluzione al contrario, bisogna realizzare il contrario della rivoluzione (de Maistre). 

Il concetto di politico – ed è questa la riflessione che manca nel saggio di Grasso – ci fornisce però anche una penetrante chiave di lettura del liberalismo progressista che oggi rappresenta il credo ufficiale delle élite globali. L’essenza del pensiero unico dominante è proprio quella “neutralizzazione”, trascinata dall’egemonia dell’economico, che punta allo stemperamento di tutte le contrapposizioni genuinamente politiche, ma di fatto reintroduce surrettiziamente il politico nella forma di una subdola tirannia. Lo dimostra il mantra dell’inevitabilità della globalizzazione, esempio paradigmatico della sostituzione dell’arbitrarietà, che è anche libertà formativa, del politico, con la razionalità interna alla tecnica e all’economica. Lo dimostra l’uso del politicamente corretto, che dietro il velo della tolleranza universale nasconde il tentativo di sopprimere i punti di vista concorrenti, privandoli però della dignità del conflitto.

E a un livello ben più tragico, lo dimostra quello che è il nucleo del diritto internazionale riscritto dagli americani dopo la Seconda Guerra Mondiale: l’abolizione della contrapposizione agonale tra potenze concorrenti, come nello ius publicum europaeum, in favore della costituzione di una super-potenza moraleggiante con ambizioni di polizia planetaria. Ma dal nemico relativo del vecchio diritto internazionale, si è passati al nemico assoluto, al fuorilegge per eccellenza che nell’orizzonte di Schmitt è ancora il partigiano (il combattente irregolare dalla Cina maoista al Vietnam), e che ormai collide con la figura del terrorista. Un’involuzione che sempre più proietta sulle nostre società lo spettro di una guerra assoluta, totale e onnipervasiva. Carl Schmitt non è mai stato così attuale.
 

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: le streghe di San Giovanni (Parte XLVIII)

di Alfredo Incollingo
 
Il 24 giugno ricorre la memoria liturgica di San Giovanni Battista. Nel Vengelo il “Precursore” è una figura fondamentale nel disegno salvifico di Dio ed ecco perché per noi cristiani (cattolici) è un dì speciale. E' una ricorrenza particolare che cade all'inizio del Solstizio, tra il 23 e il 24 giugno: è la notte più breve dell'anno.
Per gli antichi pagani (e anche per quelli moderni) è un evento sacrale importante e i riverberi di questi culti sembrano sopravvivere nella tradizione popolare.
A Roma si credeva che la notte del giorno di San Giovanni Battista le streghe “romane” si dessero appuntamento nei pressi della basilica di San Giovanni in Laterano per celebrare un lugubre “sabba”. I fantasmi di Erode e di Salomè, i responsabili della decapitazione del santo, chiamavano a raccolta le streghe per seminare il panico in città. I romani, impauriti da tale manifestazione malefica, per evitare di incontrarle, erano soliti apporre un vaso di sale o una scopa o due, messe a croce, al di fuori di porte e di finestre. Le streghe, per entrare nelle case, erano così obbligate a contare i granelli o i fili di paglia. Le ramazze disposte a croce, rappresentando un simbolo cristiano, avevano un effetto repellente. C'era chi invece, non soddisfatto di queste precauzioni, era solito benedire con acqua santa la propria casa e recitare due volte il “Credo.”
Al di là di queste antiche e “pagane” tradizioni, la festa di San Giovanni Battista ci ricorda la Misericordia di Dio, che ha donato Suo Figlio per salvezza dell'umanità. Il “Precursore” annunciò la venuta del Figlio.
Il viaggio continua.
 

24 giugno 2017

Vagliate tutto e trattenete ciò che vale/2. Sulla pubblicistica jihadista


di Hercule Flambeau

PROLOGO: Stanco di meditare i profondi articoli di Famiglia Cristiana,  l’altra sera ho deciso di saltare la sponda e dedicarmi alla spiritualmente proficua lettura di qualche pregevole pubblicazione Jihadista.

Se, come abbiamo visto in precedenza, l’approccio di Benedetto XVI riusciva addirittura a strappare un briciolo di malcelato rispetto da parte degli stessi Jihadisti, come viene percepita la linea attuale, quella fondata sul “dialogo” ?

« Malgrado la chiarezza usata dai papi passati in merito alla loro ostilità verso l’Islam e i suoi insegnamenti, il papa attuale, Francesco, ha sfidato la realtà dei fatti al fine di promuovere la perversione degli insegnamenti islamici portata avanti dagli apostati presentandola come la vera religione dei Massulmani. Così mentre Benedetto, e molti prima di lui, hanno enfatizzato l’ostilità tra i pagani Cristiani e i Mussulmani monoteisti, il lavoro di Francesco è indubbiamente più subdolo e sottile, tenendosi ben alla larga da espressioni conflittuali che potrebbero offendere coloro che falsamente si proclamano Islamici. Questi apostati, con i quali i Crociati si sono ritrovati, giocano un ruolo perfetto per permetterne l’infiltrazione in terra Islamica. […] Francesco ha imboccato la strada già percorsa dai suoi interlocutori, dai “docenti” apostati di al-Azhar e Medina, cioè il sentiero di ignorare la chiamata a combattere contro il politeismo e i suoi sostenitori per mezzo del Corano e della Sunna – scegliendo invece di alterare la religione in una qualche demoniaca fantasia “interreligiosa”, ben lontana dalla verità, che ognuno è naturalmente inclinato a cercare. Questo fa tutto parte di un piano per demilitarizzare l’Islam o, per dirla più correttamente, per rimuovere il chiaro obbligo dettato dal Corano e dalla Sunna di combattere la jihad contro i pagani fino a che il mondo non sia governato dalla Sharia. E’ proprio quello che Lawrence Franklin, un uomo dei servizi segreti Israeliani che ha lavorato per il governo degli Stati Uniti, ha consigliato al papa, cioè che si sarebbe potuto: “sfidare i leader islamici a varare riforme specifiche che sradichino la giustificazione teologica dei comportamenti violenti e intolleranti”» [1]

Le motivazioni legate alle innumerevoli esternazioni “dialoganti” che arrivano dal Papa in giù vengono dunque lette come un tentativo POLITICO (che fa rima a volte anche con gesuitico) di far prevalere la propria fazione sulle altre.
In quest’ottica vengono interpretati i fini che muovono sia gli Islamici “moderati”, sia i dialogatori di professione. E risulterebbero anche razionali le conseguenze attese che impediscono ciascuno dall’essere del tutto sincero in ciò che afferma. Ognuno, nel perseguimento del suo obiettivo politico a scapito dell’Islamismo radicale trarrebbe giovamento da un certo “fumus” garantendo una situazione win-win per tutti i fronti in guerra secondo l’intramontabile principio: “il nemico del mio nemico è mio amico”.

A) I mussulmani integralisti con tutte le loro affermazioni mirano ad aumentare il livello dello scontro con l’occidente non per conquistarlo ma per serrare i propri ranghi, guadagnare terreno per la propria corrente ed attirare forze dall’area mussulmana “moderata” immolando cittadini occidentali e/o altri mussulmani.

B) I mussulmani “moderati” mirano ad ottenere riconoscimento e supporto da parte della comunità occidentale al fine di immolare i propri avversari tramite l’etichetta di: mussulmani integralisti. L’etichetta di “moderato” infatti, al di là dell’eccezione usata in questo articolo, va a colpire frange differenti a seconda del momento politico e della convenienza: Wahhabiti/Salafiti/Sunniti/Sciiti che siano. Ed ogni corrente “moderata” ha anche, a lato, un suo braccio armato integralista.

C) I politici occidentali mirano ad ottenere benefici dall’alleanza con le forze politiche mussulmane “moderate” giocando sulle geometrie variabili del mondo arabo e immolando i mussulmani integralisti tramite due strumenti: guerra aperta e colonizzazione culturale.
Qual è infatti il mezzo, oltre quello bellico, che si è deciso di utilizzare per modificare alcuni contenuti della religione islamica cercando, in particolare, di epurarla dalle sue componenti violente? Senza ombra di dubbio la colonizzazione culturale dell’islamismo radicale con l’islamismo “moderarato” Invertendo il percorso seguito negli ultimi cinquant’anni dalla politica Maomettana (andatevi a vedere con che razza di minigonne giravano le iraniane a Theran negli anni ’70).
Il tentativo in atto è chiaramente sintetizzato da personaggi come Wael Farouq e molti altri “modernisti islamici” [2] che, ad esempio sul Sussidiario, [3] propugnano l’idea di una separazione dell’Islam politico dal “Vero Islam”, di un “rinascimento” o “illuminismo” islamico.
I cattolici dialoganti viaggiano dunque, tra gli scossoni, i mezzo a tre veri e propri vasi di ferro, timorosi del fatto che, se dicessero la verità, li avrebbero tutti contro. Dunque “dialogano” e, mentre dialogano, sperano di ottenere qualche vantaggio indiretto; in particolare sperano che questa politica di alleanze e pressioni culturali possa sollevarli dalle violenze di cui sono vittime (non solo nel martirio ma anche in una discriminazione quotidiana che subiscono nei paesi “moderati”). [4]

I cattolici dialoganti mirano ad ingraziarsi i mussulmani moderati, i politici occidentali e provano ad imbonire i mussulmani integralisti immolando la Verità delle cose. Quale verità? Il fatto che né “rinascimento” né “illuminismo” sono le vere radici da cui è sorta la civiltà occidentale… La falsità di quello che Romano Amerio, e prima di lui il Manzoni, chiamava “cristianesimo secondario”. [5] (continua…)


[1] In the words of the enemy, Dabiq, n.15, 1437, pp 75
[2] http://m.nigrizia.it/2017/05/04/addio-al-filosofo-del-modernismo-islamico/21478
[3] http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2017/5/27/STRAGE-DI-COPTI-IN-EGITTO-Farouq-i-terroristi-vogliono-la-guerra-tra-cristiani-e-musulmani/766084/
[4] Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare. Neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui, dalle contese, allora frequentissime, tra il clero e le podestà laiche, tra il militare e il civile, tra nobili e nobili, fino alle questioni tra due contadini, nate da una parola, e decise coi pugni, o con le coltellate. Se si trovava assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti, stava col più forte, sempre però alla retroguardia, e procurando di far vedere all'altro ch'egli non gli era volontariamente nemico: pareva che gli dicesse: ma perché non avete saputo esser voi il più forte? ch'io mi sarei messo dalla vostra parte. […] Ma siccome v'eran poi finalmente al mondo, e vicino a lui, persone ch'egli conosceva ben bene per incapaci di far male, così poteva con quelle sfogare qualche volta il mal umore lungamente represso, e cavarsi anche lui la voglia d'essere un po' fantastico, e di gridare a torto. Era poi un rigido censore degli uomini che non si regolavan come lui, quando però la censura potesse esercitarsi senza alcuno, anche lontano, pericolo. Il battuto era almeno almeno un imprudente; l'ammazzato era sempre stato un uomo torbido. A chi, messosi a sostener le sue ragioni contro un potente, rimaneva col capo rotto, don Abbondio sapeva trovar sempre qualche torto; cosa non difficile, perché la ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell'una o dell'altro. Sopra tutto poi, declamava contro que' suoi confratelli che, a loro rischio, prendevan le parti d'un debole oppresso, contro un soverchiatore potente. Questo chiamava un comprarsi gl'impicci a contanti, un voler raddirizzar le gambe ai cani; diceva anche severamente, ch'era un mischiarsi nelle cose profane, a danno della dignità del sacro ministero.
[5] R. Amerio, Iota Unum
 

Analisi accurata degli errori di Padre Sosa


di Daniele Barale

“Abbiamo creato figure simboliche, come il diavolo, per esprimere il male”, “Dottrina è una parola che non mi piace molto, porta con sé l’immagine della durezza della pietra. Invece la realtà umana è molto più sfumata, non è mai bianca o nera, è in uno sviluppo continuo”.

Queste sono alcune delle ultime affermazioni che padre Sosa ha reso pubbliche nel corso di alcune interviste. Si sperava che il generale dei gesuiti si fermasse a “bisognerebbe incominciare una bella riflessione su che cosa ha detto veramente Gesù... a quel tempo nessuno aveva un registratore per inciderne le parole. Quello che si sa è che le parole di Gesù vanno contestualizzate” e che per queste assurdità, datate 18 febbraio 2017, chiedesse scusa, ritrattando. Purtroppo, così non è stato; anzi, ha rincarato la dose di asserzioni scandalose. Scandalose, quelle citate all'inizio, ma per nulla sorprendenti, dati i tempi non facili che corrono nella Chiesa. Da vari decenni, per esempio e per rimanere in tema, molte predicazioni e studi cattolici dimenticano il diavolo. Alcuni teologi non solo tacciono su questo personaggio della divina Rivelazione, ma spesso ne parlano come di una metafora banale: un frutto della fantasia pagana, penetrato poi nel giudaismo.

Considerando il ruolo che ricopre, risulta difficile credere che padre Sosa non si renda conto di quel che dice. Si potrebbe non essere in errore nel sostenere che stia appoggiando, assieme a quei teologi, sacerdoti e non, una linea che contraddice la dottrina cattolica, i fondamentali Esercizi Spirituali del suo fondatore Sant'Ignazio di Loyola e pure Papa Francesco, che non perde occasione per ricordare le tentazioni del diavolo. Si vede che gli interessi mondani preoccupano di più. Di fatti, chiunque abbia una conoscenza essenziale del catechismo, della teologia potrebbe riconoscerlo; e allo stesso tempo, questi si ricorderà che la Chiesa insegna da sempre che il demonio c’è e agisce, invitandoci con san Pietro (I lettera 5, 8-9) a vigilare perché “Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi”. E ancora “Dio non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li precipitò negli abissi tenebrosi dell'inferno, serbandoli per il giudizio (II lettera di San Pietro 2,4).

Ecco perché la Chiesa ha istituito anche la funzione dell’esorcistato per allontanare il demonio dalle persone che egli ha posseduto e dai luoghi che egli ha infestato. Per di più la Chiesa ci consegna la Sacra Scrittura assicurandoci che è davvero Parola di Dio, dotata di assoluta inerranza. Tutta la Bibbia, a cominciare dal Libro della Genesi, per esempio 3, 14-23, parla dell’esistenza del diavolo e degli angeli ribelli, della loro cacciata dal Cielo e della loro azione volta a impedire l’amicizia dell’uomo con Dio. Per non parlare del Nuovo Testamento: 27 libri canonici, tra cui i 4 Vangeli sinottici, in cui Cristo rivela che la propria missione è liberare gli uomini dal potere di Satana e quindi dal peccato. Non si dimentichino, perciò, gli esorcismi che Egli ha fatto, come nel caso dell'indemoniato di Gerasa (San Marco 5, 1-20), alle tre volte in cui ha respinto il diavolo, durante il digiuno di 40 giorni nel deserto (San Matteo 4,1-11, San Marco 1,12-13 e San Luca 4,1-13).

E da qui si può capire perché la dottrina i dogmi siano fondamentali: dogma, ossia «regula fidei», serve a fornire a ogni fedele il chiaro criterio di discernimento per sapere qual è la fede della Chiesa, che cosa ognuno deve credere e a chi deve dare ascolto; è l'aiuto, la scala verso il Cielo e non un peso. “Doni che rendono vivi”, perché portati da Gesù Cristo figlio del Dio vivente, incarnato morto e risorto per sottrarci al potere del peccato e del demonio. Eppure, alcuni cattolici veramente non ne credono e si dedicano a demolire la fede del popolo di Dio. Si tratta dell’eresia che rende gli uomini di Chiesa del tutto indifferenti al dogma, o anche insofferenti nei suoi confronti. Questa eresia ha un nome particolare, “modernismo - il coacervo di tutte le eresie”, come diceva San Pio X, giacché punta a demolire il dogma, lasciando lo spazio ad ogni opinione, anche a quella più strampalata. La reputazione di modernista rimane a padre Sosa, finché con sincerità non ritratta.

Certo, di audio con la voce di Gesù non ve ne sono, ma abbiamo qualcosa di più importante: la storia, che con i fatti ci dimostra la veridicità delle Sue parole. Non a caso, l'uomo ha vissuto realmente bene, con bontà bellezza sapienza giustizia, senza ansie e azioni diaboliche, proprio in quei secoli in cui ha ascoltato di più e non contestato i Suoi insegnamenti. Secoli nati dall'incontro del Figlio di Dio con l'uomo (questo è sopratutto il cattolicesimo) e dalle sue parole, le uniche in grado di dare la vita eterna.

Come conclusione, tornerà assai utile rileggere cosa affermava Papa Paolo VI il 29 giugno 1972: “debbo accusare la sensazione che da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio”. E diversi mesi dopo, 15 novembre, egli aggiungeva: “Cari presbiteri quali sono oggi i bisogni maggiori della Chiesa? Uno dei bisogni maggiori è la difesa da quel male, che chiamiamo il Demonio”. Quindi, non si sottovaluti il Demonio, che esiste per davvero; è un essere oscuro e conturbante, ché con proditoria astuzia agisce ancora: è il nemico occulto che semina errori e sventure nella storia umana. È lui il perfido e astuto tentatore, che in noi sa insinuarsi, per via dei sensi, della fantasia, della concupiscenza, della logica utopistica, o di disordinati contatti sociali nel gioco del nostro operare, per introdurvi deviazioni.

Diceva Lewis ne Le lettere di Berlicche “Vi sono due errori, uguali e opposti, nei quali la nostra razza può cadere nei riguardi dei Diavoli. Uno è di non credere alla loro esistenza. L'altro, di credervi, e di sentire per essi un interesse eccessivo e non sano. I Diavoli sono contenti d'ambedue gli errori e salutano con la stessa gioia il materialista e il mago”.

Ma nessuno si scoraggi. Con audacia e filiale abbandono, affidiamoci a Dio e al principe della milizia celeste, il male non prevarrà.

Sancte Michaël Arcangele,
defende nos in proelio,
contra nequitias et insidias diaboli esto presidium;
imperet illi Deus, supplices deprecamur;
tuque, princeps militiae coelestis,
satanam aliosque spiritus malignos,
qui ad perditionem animarum pervagantur in mundo,
divina virtute, in infernum detrude.
Amen

San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia: sii tu nostro sostegno contro la perfidia e le insidie del diavolo. Che Dio eserciti il suo dominio su di lui, te ne preghiamo supplichevoli. E tu, o principe della milizia celeste, con la potenza divina, ricaccia nell’Inferno satana e gli altri spiriti maligni i quali errano nel mondo per perdere le anime. Amen.

Cari lettori, pazientate ancora un momento, siamo alla fine dell'articolo, non temete, e leggete quanto segue: la storia di come la Preghiera appena proposta è nata. Anch'essa sarà un toccasana per l'anima.

Il 13 ottobre 1884, al termine della celebrazione della S.Messa, Leone XIII udì una voce dal timbro gutturale e profondo che diceva: “Posso distruggere la tua Chiesa: per far questo ho bisogno di più tempo e di più potere” Il Papa udì anche una voce più aggraziata che domandava: “Quanto tempo? Quanto potere?” La voce gutturale rispose: “Dai settantacinque ai cento anni e un più grande potere su coloro che si consegnano al mio servizio”; la voce gentile replicò: “Hai il tempo...”. Profondamente turbato, Leone XIII dispose che una speciale preghiera, da lui stesso composta, venisse recitata al termine della S.Messa.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/06/obice-padre-sosa-e-le-sue-preoccupanti.html

 

23 giugno 2017

Pensieri controrivoluzionari - cronaca semiseria in quel di Brescia


di un astante

Sabato 10 giugno si è svolta una bella conferenza (qui il video) in quel di Brescia: sei redattori di Campari hanno tenuto banco per un’ora e mezza nell’aula Venerabile Luzzago, presentando i contenuti del libro “Pensieri Controrivoluzionari”. Con buona pace di Langone e dei suoi cammei esteticisti (termine e brutto e scorretto e quindi adatto all’affronto), il primo elemento che il pubblico ha apprezzato è stata la verve ironica e giovanile del team. Il presidente della Amicizia San Benedetto Brixia, la piccola associazione liturgico-culturale che ha promosso l’evento, ha fatto da moderatore favorendo l’intervento dei relatori in accordo al susseguirsi delle varie parti del libro - fondativa, tematica, risolutiva. Il primo a parlare è stato Righini, il lato “zero-campari” del gruppo, simbolo vivente dell’auto-ironia in Redazione, reincarnazione di De Maistre o almeno del suo guardaroba. Con lui Alessandro Elia, ventenne, romano e onnipresente ad ogni presentazione del libro, giunto in ritardo non a causa delle distanze chilometriche ma per aver presenziato alle Sentinelle in Piedi,  ha illustrato il capitolo relativo alla Metafisica. Una sola la domanda: com’è possibile per un giovane d’oggi ignorare la metafisica? E’ possibile pensare all'adolescenza senza Tommaso? Sembra di sì, e invece… Vedano e prendano appunti i padri sinodali! Poi, sempre per la serie “non prendiamoci troppo sul serio”, la parola è passata al sene del gruppo, l’avvocato Sgroi, referente nazionale del CNSP, che da amatore ha riportato la sua valutazione circa la quaestio liturgica, denunciando la resa rituale davanti al dilagare di mode espressive, con tanto di scarsità di frutti al seguito. Su questa analisi è intervenuto il presidente Susa: l’ASBB è nata in effetti dalla denuncia della spettacolarizzazione del liturgico, mossa sulla base di studi su teatro e spettacolo (cfr. il libro “Le forme del sacro” di L. Martinelli, ed. Cavinato). L’ultimo momento “fondativo” è toccato al prete, il quale a seguito dell’appassionato finale bombarolo dello Sgroi, ha ricordato e sottolineato che la propria collaborazione su Campari non tocca temi di religione e quindi ha parlato di sesso. Scelta bizzarra, ma coerente col blog. Ecco la tesi: il transessualismo dilaga come simbolo di ogni trasgressione, impugnato a mo’ di testa di ariete da tutti i fautori della Rivoluzione - la quasi totalità dei quali non è gay o LGBT - e intervenuto a colmare le sacche di vuoto lasciate dai cedimenti in ambito teo-filosofico e liturgico. Paolo Maria Filipazzi ha avuto invece l’onore di svolgere il suo proclama anti-europeista, mostrando in particolare l’evoluzione contraddittoria dei partiti filo-europeisti e dei loro rappresentanti di ieri e di oggi, l’assurda pretesa di scavalcare il potere patrio e l’autonomia nazionale, il rinnegamento delle radici di fede e di cultura senza le quali non ci può essere Europa. Morale della favola: onorate il padre e la madre evitate Melloni e votate Meloni. Dopo un’ora abbondante di ottimi interventi è stato il turno di Francesco Maria Filipazzi e lì, ahinoi, è finita la pace. L’editorialista princeps, reginetto delle cronache del lunedì, ha tirato le fila, non solo del senso del libro e della risposta di devozione e di regola che la Redazione ha ritenuto di proporre nelle conclusioni del testo, ma anche dei debiti proclama non proprio politically correct con cui ha ravvivato e divertito il pubblico. In breve e forzando un po’ l’intervento finale, il concetto è stato: sessantottini, mettetevi il cuore in pace; Sinodo dei giovani, fai pure a meno di perdere tempo in sondaggi vari; c’è una generazione nuova con proposte sane e capaci di durare nel tempo e noi ne siamo i portavoce. Il resto non si può scrivere. Chiaramente questa parte finale nel filmato è stata criptata. Nel frattempo è possibile che i discendenti di De Maistre ci querelino definitivamente, mentre molti giovani desidereranno invecchiare presto per non sentirsi da noi rappresentati. Saremo comprensivi con entrambi. Voialtri comprate il libro e seguiteci nelle prossime trasferte!

 

Perché il gay pride è un male in sé


di Paolo Spaziani

In queste settimane di sbornia mediatica in cui è stato dato ampio risalto ai gay pride di tutta Italia abbiamo letto una serie innumerevole di prese di posizione favorevoli (molte) e contrarie (poche) sugli eventi che hanno interessato tutta Italia. Purtroppo, quello che ne emerge è un quadro abbastanza confuso anche tra le fila di coloro che, in un certo senso, hanno tentato di non accodarsi allo stuolo di benpensanti che hanno visto in queste manifestazioni un esempio di civiltà. Per quanto concerne le amministrazioni comunali il terreno di battaglia ha riguardato la concessione o meno del patrocinio all’evento, con alcuni sindaci che hanno deciso di non concederlo: scelta certamente coraggiosa che però è stata spesso accompagnata da dichiarazioni e comportamenti contrastanti. E’ il caso, ad esempio, del Sindaco di Cosenza che ha negato il patrocinio al gay pride, ma ha tenuto a precisare, in un comunicato datato 11 maggio 2017 (presente sul sito del Comune di Cosenza) di “....aver sempre sostenuto nei fatti le battaglie contro le discriminazioni sull’orientamento sessuale, promuovendo iniziative nelle scuole, attivando progetti mirati al rispetto dell’identità di genere e all’educazione sentimentale (…) e consegnando all’Arcigay di Cosenza dei locali all’interno della Casa delle Culture perché ne facessero la loro sede d’incontro, di discussione e di partecipazione”. In sostanza, come precisato dal Sindaco, il motivo per il diniego del patrocinio era la contrarietà “alla spettacolarizzazione della preferenza sessuale spesso ostentata attraverso modalità stereotipate e conformistiche”. Una contrarietà certamente condivisibile, che però denota una posizione debole in quanto si fa scudo della negazione del patrocinio, ma nel concreto non contrasta quella che il Cardinale Caffarra ha definito alcune settimane fa “la nobilitazione dell’omosessualità”. Il Cardinale, intervenendo il 19 maggio scorso al Life Forum, ha precisato che “….la nobilitazione dell’omosessualità nega interamente la verità del matrimonio, il pensiero di Dio Creatore sul matrimonio. La nobilitazione del rapporto omosessuale quale si ha nella sua equiparazione al matrimonio (…) è l’opera di Satana, che vuole costruire una vera e propria anti-creazione. E’ l’ultima terribile sfida che satana sta lanciando a Dio”. E’ proprio a questo livello che si gioca la battaglia, che è di natura escatologica e non consiste nella concessione o meno di un patrocinio e nemmeno nella preoccupazione, certamente condivisibile, di evitare che nelle strade del proprio comune avvengano atti osceni. Sul fronte delle associazioni non sono mancate realtà, anche cattoliche, che hanno espresso la loro contrarietà ai gay pride in quanto nel manifesto programmatico delle associazioni LGBT organizzatrici si rivendica il diritto all’adozione da parte di persone con tendenze omosessuali. Un motivo certamente validissimo, ma che non coglie quale sia la posta in gioco. Eppure, anche Benedetto XVI era stato molto chiaro quando, nel Messaggio per la Giornata della Pace 2013, aveva chiarito che “…la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale. Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. (..) L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace”. Un’opera di satana, una minaccia alla giustizia e alla pace: quelli di Benedetto XVI e del Cardinale Caffarra sono giudizi di una nettezza difficile, se non impossibile, da ritrovare nelle dichiarazioni di qualche politico o dirigente di un’associazione pro-life e pro-family. Come già sopra evidenziato, la natura della battaglia è escatologica e ogni tentativo di ricondurla ad una semplice dimensione terrena rischia di essere perdente in partenza. Lo hanno capito coloro che in queste settimane si sono prodigati per organizzare processioni, veglie e momenti di preghiera pubblici in riparazione ai gay pride organizzati sul territorio. Proprio per essere andati alla radice della battaglia in corso gli organizzatori sono stati osteggiati e attaccati, anche da esponenti del mondo “cattolico”. Nelle prossime settimane proseguiranno le iniziative di riparazione, tra cui ricordo il Corteo di Preghiera previsto a Milano il 29 giugno prossimo, Solennità dei Santi Pietro e Paolo, con partenza alle 19.15 dall’ingresso del Castello Sforzesco. Partecipiamo numerosi.

 

Topo di gomma in piatto di lenticchie

(OVVERO IL CRISTIANESIMO SECONDARIO NELLE RICETTE DEL GRANDE INQUISITORE)
« La voce è la voce di Giacobbe, ma le braccia sono le braccia di Esaù ».
(Gen 27,22)

di Matteo Donadoni
Non solo non sarei abbastanza santo da riuscire a pregare se attorno a me piovessero pietre, ma non sono proprio in grado di pregare nemmeno quando intorno a me si fa una non esattamente involontaria parodia della liturgia. Un qualsiasi rito celebrato senza osservarne le regole infatti non è un rito. E non è neppure una novità. Perciò, per continuare a scrivere (e leggere) certe cose abbiamo bisogno di una discreta dose di ingenuità. Quindi ce ne stiamo qui al caldo seduti, con un’espressione fissa come la facciata di un penitenziario texano. Se non per altro, almeno perché la nostra esistenza spirituale, regnante Francesco, ha preso ormai la magra silhouette di una condanna a vita.

Poi c’è ancora chi si scandalizza perché, durante una confessione (probabilmente troppo pia), il nostro don Ariano ha fatto schizzar fuori un topolino di gomma, mettendo così in fuga la povera fedele terrorizzata. E non assolta. Ormai, dall’anarchismo ermeneutico in materia di teologia e dalla spettacolarizzazione della liturgia, siamo mestamente giunti alla ridicolizzazione dei sacramenti.

Inutile farsi le budella di stagnola, a me pare del tutto coerente. D’altra parte è anche vero il fatto che, se cotanta cattolicità continua a partecipare a Messe sacrileghe in cui si nega ontologicamente ogni Sacrificio, vuol dire che cotanta cattolicità non era poi tanto cattolica nemmeno prima.
L’estrazione del topo di gomma in confessionale, infatti, è solamente la pistola fumante, la prova materiale che si sono spiritualmente ingollati il piatto di lenticchie con tutta la primogenitura. La minestra fumante è il piatto preparato dai vari gastroteologi à la page preoccupati di far prevalere i poveri bisogni della carne su quelli dello spirito. Compagni di banco di quelli che Cornelio Fabro chiamava pornoteologi, a me piace individuarli semplicemente come teologi da minestra, alla Esaù: «Ecco, sto morendo: a che mi serve allora la primogenitura?» (Gen 25:32). Sono i deleteri teorici del cristianesimo secondario, o sociologico. Cercano la salvezza in una minestra, cercano la vita eterna nel fare e non nella fede, cercano il Paradiso nel mondo, ignorando o fingendo di ignorare che il Paradiso Terrestre non è nel futuro, ma nel passato.

Nel passato rischia così di finire l’intera Chiesa cattolica, soppiantata a mestolate di nouvelle cuisine/nouvelle theologie dalla neochiesa o anti-chiesa, esito di quel grande movimento di apostasia che si sta organizzando da circa un secolo in ogni paese al fine d’istituire un’unica chiesa mondiale che non abbia dogmi, né freni, fino al ritorno a un paganesimo diabolico (a rischio d’antropofagia), e il cui primo stadio è quello della confusione generalizzata. Il cristianesimo secondario è invero la confusione fra religione e civiltà.

Il cristianesimo secondario è oggi elevato a ideologia, secondo cui la Chiesa (nella fattispecie postconciliare) viene orientata all’immanenza tendendo ad includere i valori “umani” nella religione e costretta a trascurare il proprio compito, primariamente trascendente, che è la salvezza delle anime. Così, mentre non si scomunica più nessuno per eresia, lo si vorrebbe fare per corruzione – oh che cruditè –, e, per quanto riguarda la “charcuterie”, da decenni siamo costretti ad assistere a sproloqui come ”la Chiesa che ha per centro l’uomo” o “la religione fa diventare l’uomo più uomo” che è un’affermazione impropria perché non si danno gradi a un sostantivo (essere uomo non è condizione quantitativa, ma al limite qualitativa).

Ora, per quanto la religione abbia per effetto, fra gli altri, la civiltà, il modo contemporaneo afferma tuttavia una posizione di indipendenza – soprattutto da Dio –, di “aseità”, con la pretesa di autoporsi. Per questo motivo, durante il post-concilio, è avvenuta una modifica sostanziale della Chiesa Cattolica, come spiega in “ Iota Unum” Romano Amerio: «La Chiesa sembra paventare di esserne rigettata, come positivamente è rigettata da una frazione grande del genere umano. Allora essa viene decolorando la propria peculiarità assiologica e colorando viceversa i tratti che essa ha comuni col mondo: tutte le cause del mondo diventano cause della Chiesa. Essa porge al mondo il proprio servizio e tenta di capeggiare il progresso del genere umano». In ciò il filosofo fu profetico. Il vertice di questo movimento è oggi Bergoglio, ormai unico punto di riferimento del progressismo mondiale (o perlomeno chiunque sia l’autore dell’Enciclica “Laudato sì”), la grande tavolata dove si rinnova l’opzione per il piatto di lenticchie.

Nel nostro tempo la filosofia ha raggiunto il livello più basso di irrazionalismo con il quale guarda con disprezzo assoluto a Dio e alle Verità eterne, ma chi voglia negare il soprannaturale del cristianesimo, cioè l’azione concreta di Dio nelle anime tramite la Grazia, e il fine soprannaturale dell’uomo (e quindi della Chiesa stessa), ne nega l’essenza, tolta la quale, riduce la religione a strumento nel mondo, del mondo e per il mondo. Questa inversione della prospettiva finale è la dimostrazione di non aver capito niente dell’intero millenario, benedetto, piano di Dio (il cattolicesimo non è una religione hegeliana del divenire storico!). Già Romano Amerio individuava il doppio errore: 1. Errore teologico: epocazione del trascendente. «Quindi: prospettiva finale puramente terrena, riduzione del Cristianesimo a mezzo, apoteosi della civiltà». 2. Errore eudemonologico (per la verità non inferiore), che pretenderebbe il godimento dei beni terreni, quelli onesti ( scilicet), sia maggiore e più fermamente sicuro nella religione che altrove, dimenticando che «il concetto di una Chiesa felicitante il genere umano nella vita del tempo è opposto al Vangelo che non armonizza, ma contrappone cielo e terra o, più esattamente, riguarda questa sotto un aspetto meramente relativo a quello e il cielo sotto una spetto meramente assoluto riguardo alla terra e relativo soltanto riguardo a Dio».

Tramite generici pretesti tipo di libertà e dignità umana, di una fantomatica pace mondiale, questi organismi proteiformi, nipotini dei modernisti, galleggiano come topi di gomma in un paiolo di minestra nella crisi della Chiesa, derivata dalla mancanza di un insegnamento chiaro e dal persistere del vecchio dissenso intestino fra i preti (e fra laici), che, se li spremi, spruzzano modernismo bollente. Smascherati, ma tollerati per troppi anni, hanno continuato a covare sotto pressione e sviluppare pseudo ideali camuffati da diritti umani e dottrine aliene alla Chiesa Cattolica. Così il Modernismo, troppo a lungo incubato all’interno della Chiesa Cattolica, è come cotto al vapore e poi esploso, creando un’anti-chiesa.

Come è noto, già Paolo VI parlò del “fumo di Satana” nella Chiesa e Suor Lucia di Fatima disse che l’apostasia nella Chiesa sarebbe cominciata dai vertici, confermando le rivelazioni di La Salette. Meno conosciuta, forse, una profezia di mons. Fulton Sheen: «Il Falso Profeta avrà una religione senza croce. Una religione senza un mondo a venire. Una religione per distruggere le religioni. Ci sarà una chiesa contraffatta. La Chiesa di Cristo [la Chiesa cattolica] sarà una. E il falso profeta ne creerà un'altra. La falsa chiesa sarà mondana, ecumenica e globale. Sarà una federazione di chiese. E le religioni formeranno un certo tipo di associazione globale. Un parlamento mondiale delle chiese. Sarà svuotato di ogni contenuto divino e sarà il corpo mistico dell'Anticristo. Il corpo mistico sulla terra oggi avrà il suo Giuda Iscariota, e sarà il falso profeta. Satana lo assumerà tra i nostri vescovi».

L’anti-annuncio dell’anti-chiesa in molti casi, uditi in innumerevoli parrocchie, non si distingue affatto dall’ideologia secolare che ha rovesciato la legge naturale e con essa i Dieci Comandamenti, e ormai i sacerdoti si vergognano della legge morale universale, come aveva del resto già amaramente denunciato Benedetto XVI. Ci si vergogna dell’antica Dottrina rifiutando quel paradigma cristiano Sì Sì/No No, che, connesso al principio di non contraddizione, esprime chiarezza e certezza delle cose credute, per rifugiarsi in comodi quanto vacui afflati d’umane consolazioni. La dottrina diviene così un ideale evanescente. Come nel caso del matrimonio cattolico smerciato all’ingrosso col generico possibilismo dell’idioma teologico ambiguo e noioso di Amoris Laetitia. Un linguaggio che, se fosse un brodo, saprebbe di dado.

Ormai, una volta messi insieme tutti gli ingredienti, non si capisce più quale sia la Chiesa di Cristo.
Tutto sommato, inoltre, questo atteggiamento a me ricorda molto un aspetto del Grande Inquisitore dostoevskiano, una sorta di precursore dell’anticristo che, secondo la convinzione della Russia zarista, verrà sotto le spoglie del Grande Umanitario; un benefattore che parlerà di pace, prosperità e abbondanza non come mezzo per condurci a Dio, ma come fini in sé. Gonfio di tutto il suo amore per l'umanità, avrà un grande segreto che egli non dirà a nessuno: egli non crede in Dio. Non ne difende i diritti, ne storpia la parola, arcuandone la divinità lo vorrebbe abbassare a benevoli quanto fiacchi costumi umanitari, soppiantando l’autentico messaggio evangelico.

La tragica pretesa del Grande Inquisitore è quella di correggere l’opera di Cristo: «Ma io ho aperto gli occhi, e non ho voluto servir la follia. Ho virato di bordo, e mi sono aggregato alla schiera di quelli che hanno corretto le Tue gesta». Ritenendo ormai impraticabile per cristiani la strada indicata da Cristo, mentendo, vuole sostituire la strada impervia, la porta stretta della libertà, con la strada facile del servilismo felice, permettendo anche di peccare: «Diremo che ogni peccato, se commesso col nostro consenso, sarà riscattato, che permettiamo loro di peccare perché li amiamo e che, in quanto al castigo per tali peccati, lo prenderemo su di noi. Così faremo, ed essi ci adoreranno come benefattori che si saranno gravati coi loro peccati dinanzi a Dio».

È il progetto di concedere almeno la felicità terrena ad un’umanità che sarebbe comunque incapace di raggiungere quella eterna: «Sai Tu che passeranno i secoli e l’umanità proclamerà per bocca della sua sapienza e della sua scienza che non esiste il delitto, e quindi nemmeno il peccato, ma che ci sono soltanto degli affamati? “Nutrili e poi chiedi loro la virtú!”, ecco quello che scriveranno sulla bandiera che si leverà contro di Te e che abbatterà il Tuo tempio». E chi avrebbe pensato che questo progetto, che prevede la trasformazione del comandamento evangelico in una morale orizzontale più accessibile all’uomo, sarebbe partito dalla Chiesa stessa? Non più una divina istituzione, ma un’associazione a misura di umanità. Se l’anti-Chiesa dovesse riuscire a requisire tutto lo spazio della vera Chiesa, i diritti dell’uomo soppianteranno i diritti di Dio attraverso la dissacrazione dei sacramenti, il sacrilegio della Messa, la profanazione del santuario e l’abuso del potere apostolico. I cattolici, invece, verranno denigrati, inquisiti, disprezzati e calunniati, marginalizzati e poi, quando ancora non si piegheranno, perseguitati all’interno della Chiesa stessa.

La religione è così ridotta a una fantocciata, a un gioco di ruolo pacchiano in cui il sacerdote, sminuito lo spirito evangelizzatore come proselitismo e solenne sciocchezza (“decolorando la propria peculiarità assiologia”) pretende di essere una sorta di venerabile Dungeon’s master, un burattinaio che si occupa della raccolta fondi per il Mato Grosso di turno, ora un moralizzatore proibizionista protestante, ora un calmante ansiolitico di ogni scrupolo teologico legato all’aldilà, e sempre un riduttore al fine ultimo di qua che sono soldi e minestra per tutti, pacche sulle spalle, grandi sorrisi e volemose bene. In ultima drammatica istanza un pastore che non pasce il gregge, proteggendolo dal lupo, ma che inganna le pecore dicendole pastori, o molto più semplicemente negando loro l’esistenza del lupo. Possiamo chiamare questa Chiesa: Chiesa di Giuda, Chiesa di Saruman, Chiesa di Esaù o Chiesa di Bergoglio.

Ma nella prospettiva cristiana prima viene la fede e poi la morale: non si può annunciare la morale cristiana se non si crede in Gesù come Figlio di Dio, risorto da morte e realmente presente nell’Eucaristia fino alla fine del mondo.
Il fatto è che questi buontemponi parabolici dei modernisti hanno stancato, sinceramente. Dovrebbero almeno sapere, attingendo qualche cucchiaiata dai propri approfondimenti sociologici e storico-critici, che la lealtà è come la verginità: persa una volta, persa per sempre. Ergo, anche se sul piano del successo mondano sembrano trionfare, pure per loro vale il detto «i migliori piani di uomini e topi vanno spesso in rovina…». Infatti, tanto per restare a “I Fratelli Karamazov”, anche per noi come «per i veri Russi il problema dell’esistenza di Dio o dell’immortalità, oppure le stesse questioni da un altro punto di vista, sono le più importanti e urgenti, e così deve essere».

Quindi non scoraggiamoci, perché il lato positivo di tutta la faccenda è che l’avvento di Francesco, il vescovo vestito di bianco autodichiarato, si potrebbe rivelare, nell’ordine divino delle cose, una benedizione. E’ da oltre cent’anni che questo conflitto cuoce in pentola in seno alla Chiesa: fu rivelato a Papa Leone XIII, contenuto da San Pio X, scodellato dal Vaticano II. Se lo spirito ammuffito e stantio degli anni Settanta è risorto, portando con sé altri sette demòni, è anche vero che l’odierno disastro rientra nel piano di salvezza: ora i nemici della Chiesa all’interno della Chiesa si sentono talmente sicuri da essere totalmente esposti. Li vediamo alla luce del sole immersi nei loro capricci gastroteologici, che siano ricette terzomondiste riscaldate, coperchietti sofistici per tutti i pentolini del diavolo, discorsi blasfemi in salsa umanitaria. C’è da chiedersi se non siano davvero questi tempi di cui ha profetizzato San Paolo durante i quali «non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole» (2Tm 4,3).

Noi non ci scoraggiamo, perché i figli delle tenebre sono più scaltri (Luca 16,18), ma solo nel loro genere, nelle cose del mondo, mentre il tempo è di Dio e potrebbe venire un tempo che reca in sé una purificazione, o magari invece che un Papa nero, un Papa russo. O un tempo in cui il Signore non mancherà di suscitare fra noi qualcuno con la voce di Giacobbe benché le mani siano di Esaù, che sbugiarderà i sofismi degli eretici con parole di fuoco, perché: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me» (Mt 10, 37-38). E noi lo seguiremo perché «Il segreto dell’esistenza umana infatti non sta solo nel vivere, ma in ciò per cui si vive. Senza un concetto sicuro del fine per cui deve vivere, l’uomo non acconsentirà a vivere e si sopprimerà piuttosto che restare sulla terra, anche se attorno a lui non ci fossero che pani».

 

22 giugno 2017

Gay pride e Comitati di riparazione: quando una rondine fa primavera


di Marco Ferraresi

Di recente i cattolici c.d. tradizionalisti (più spesso, spregiativamente, “ultra cattolici” o di “estrema destra”) hanno guadagnato ampio spazio su testate giornalistiche locali e nazionali. Non capita spesso e, se accade, è perché l’hanno fatta grossa. Per meritare simile attenzione occorre ad es. che la “Messa in latino” sia rilegittimata; che dei Cardinali si oppongano alla Comunione dei pubblici concubini; o che ci siano di mezzo le associazioni LGBT.
E’ successo che – mentre si organizzavano manifestazioni di orgoglio per tendenze carnali di vario tipo, rivendicare il “matrimonio” egualitario e l’introduzione del reato di eteropinione – gruppi di fedeli decidessero di reagire con momenti di preghiera di riparazione. Ora, pregare in riparazione, per i cattolici, è diventato come applicare le terapie riparative, per gli psicologi. Ordini professionali e Ordinari locali, a seconda dei casi, non sempre gradiscono, perlopiù si dissociano, talora sanzionano. Per questo, i laici che si imbarcano in simili esperienze, probabilmente, devono avere molta fede o assumere il rischio come mestiere, secondo la parola di San Paolo: “pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli da parte di falsi fratelli” (1Cor 11,26).
I tre eventi di preghiera pubblica – Reggio Emilia (3 giugno), Pavia (10 giugno), Varese (17 giugno) – hanno presentato aspetti in parte diversi e in parte analoghi. L’evento reggiano, con il Comitato Beata Giovanna Scopelli, si è distinto per la sua ampia capacità di aggregazione (come era opportuno in reazione a un gay pride di rilievo nazionale) e per l’abilità nel volgere a proprio favore la risonanza ostile dei grandi media. Quello pavese, con il Comitato Beata Veronica da Binasco, per essersi realizzato essenzialmente in Cattedrale e in liturgie d’orario, con una difesa da parte del Vescovo, pur estraneo all’organizzazione. Quello di Varese, per il buon seguito numerico nonostante la dimensione meramente cittadina. A Reggio e a Varese l’opposizione del clero è stata più o meno evidente, ma i fedeli hanno potuto contare sull’appoggio dei sacerdoti della Fraternità San Pio X.
In tutti i casi, gli organizzatori hanno subìto valanghe di insulti, di violenza verbale inaudita. Ma, in tutti i casi, non hanno ceduto di un passo, portando a termine l’iniziativa, pur con le modifiche di programma costrette dalle reazioni interne o esterne alla Chiesa (si pensi, a Varese, alla proibizione di calcare il sagrato della Basilica di San Vittore, con conseguente trasferimento ai piedi del Sacro Monte).
Indubbiamente la processione di Reggio Emilia ha avuto un ruolo chiave, anche di traino, incoraggiando il coming out di chi non si rassegna alla omosessualizzazione della società e delle sue istituzioni, convinto che le relazioni omosessuali costituiscono “gravi depravazioni” e che gli atti relativi sono “intrinsecamente disordinati”, “contrari alla legge naturale”, perché “precludono all’atto sessuale il dono della vita” e dunque “in nessun caso possono essere approvati” (Catechismo della Chiesa cattolica, par. 2357).
Lo si è detto con lo strumento più umile: la preghiera. Ecco perché, per screditare i partecipanti, occorre inventarsi – giudicando i cuori – intenzioni provocatorie e sentimenti di odio. Eppure, pregare per la grazia della conversione propria e altrui è l’atto di amore più vero che si possa immaginare.

 

René Girard: La religione come strumento di Satana. 4/9: La religione come sovrastruttura

di Hercule Flambeau

La violenza, in qualunque sua declinazione (diretta, indiretta, fisica, morale, personale, sociale…), sta dunque a fondamento di tutte le relazioni umane. [21] Il desiderio si ingenera non dalla cupidigia per un oggetto qualunque, ma dalla brama di raggiungere e superare il prossimo per mezzo del possesso di qualcosa. [22] Questo confronto si avvia in modo incruento ma, rapidamente, cresce in ferocia trasformando il modello, il “doppio mimetico”, in un letale rivale che, desiderando il possesso delle stesse cose che noi desideriamo, si oppone al raggiungimento del nostro agognato compimento.
Il confronto al fine del possesso di un oggetto può sussistere, in sé, soltanto negli stadi iniziali dell’ escalation; mano a mano che il duello si incrudelisce, si fa strada sempre più una identità, una con-fusione tra i contendenti. I doppi mimetici si fondono l’uno nell’altro fino ad essere incapaci di scindere il desiderio dell’oggetto dal desiderio di sopraffazione dell’altro. L’oggetto stesso passa in secondo piano dato che, una volta che uno dei due l’abbia ottenuto, i contendenti battaglieranno o per la difesa dello stesso o per l’appropriazione di qualcos’altro.
La peculiarità del meccanismo mimetico è quella di non influenzare solo le relazioni tra i singoli individui ma di spandersi all’interno di una comunità come un morbo infettivo, aumentando esponenzialmente il numero dei contendenti e il livello di violenza del loro confronto.
Si capisce come un meccanismo di violenza mimetica di questo tipo, una peste come questa, possa portare alla formazione di fazioni contrapposte all’interno dello stesso popolo, sollevando gli uni contro gli altri fino a mettere a repentaglio non solo la pacifica convivenza di una comunità ma la sua stessa sopravvivenza. [23]
È per questo che, fin dalla fondazione del mondo , tutte le comunità umane elaborarono un meccanismo di difesa verso questo tipo di degenerazione violenta. [24] Girard nota che, da sempre e a tutte le latitudini, quando il calore dello scontro all’interno di una comunità abbia raggiunto il suo culmine, si innesca un meccanismo di selezione di uno o più individui, preferibilmente diversi, stranieri, deboli, che la comunità, tramutatasi in folla, addita come responsabili del caos.
In un più o meno breve lasso di tempo , il processo prevede che tutti i contendenti si coalizzino contro quella vittima e arrivino ad ucciderla nell’intento di ristabilire la pace sopprimendo l’ipotizzata causa scatenante della crisi. [25] Alla fine del processo mimetico tutta la popolazione si ritroverà coalizzata nello stesso partito, la fazione degli uccisori del capro espiatorio: colui che aveva portato morte, malattia, sventura o guerra all’interno di una comunità inizialmente pacifica.
La coagulazione di tutta la popolazione dalla stessa parte ha l’effetto di sedare la violenza montante. Dopo l’assassinio del colpevole la pace viene a ristabilirsi fra i partecipanti all’omicidio (almeno fino alla successiva crisi violenta) confermando il fatto che, evidentemente, il morto fosse sia la causa delle precedenti sventure, sia, con la sua morte, la causa del ristabilirsi della pace. La potenza dell’omicidio, l’improvviso ristabilirsi di una certa serenità all’interno della comunità, spinge inoltre il popolo a congetturare che, l’ucciso dovesse essere un dio o un eroe, dato che nessun essere umano potrebbe rivendicare per sé un tale potere. Il gesto compiuto, per la sua potenza misteriosa, si configura come l’irrompere del sacro nel vissuto quotidiano della società degli uomini. [26]
La possibilità di una duratura convivenza tra gli uomini si fonda dunque su un omicidio fondatore che, nei secoli e nei millenni, si tramanda nelle rappresentazioni rituali di quel sanguinoso atto iniziale. Il rito, definendo e ricalcando i tempi, i modi e i gesti del primo assassinio, previene e scongiura gli effetti più drammatici e sanguinosi delle possibili crisi mimetiche violente successive.
Il ritualizzarsi delle forme , nel tempo, porta ad un occultamento sempre più raffinato della brutalità iniziale facendo emergere modalità incruente di rito (tramite l’immolazione di animali, o di offerte inanimate, o di simboli …) e strutture sempre più complesse e monumentali: nasce il sacro, la religione. [27]
Tutta la civiltà umana si fonda dunque sulla religione, essa è lo strumento sociale che dà alla comunità umana la stabilità necessaria allo svilupparsi della cultura e delle arti. [28] Il sacro è il meccanismo di bilanciamento di un sistema altrimenti altamente instabile, una sovrastruttura costruita lungo i secoli per stabilizzare ciò che, se lasciato a se stesso, imploderebbe velocemente, un espediente sociale mirato al controllo della violenza tra e nei popoli.
[21] “La violenza, in qualsiasi forma essa si esprima, esclusione, emarginazione, sopraffazione, è a fondamento delle relazioni umane, di quel “mimetismo” che attraversa “me” e “l’altro”. E’ certo poco rassicurante credere, con Girard, che l’odio verso il rivale nasconda il desiderio di essere al suo posto, e che siano solo i nostri stessi desideri ad alimentare la violenza. Eppure, è solo attraverso la tragica consapevolezza di questa condizione, e cioè dell’impossibilità di sottrarci alla spirale della violenza, che può prendere corpo la possibilità della non-violenza, la possibilità, scrive Girard, dell’amore.” Girard, intro il risentimento
[22] L’ipotesi mimetica si riassume nell’espressione desiderio di “essere secondo l’altro”. Si tratta di riconoscere in ciascuno di noi un essere costitutivamente mancante, che non è autonomo né autosufficiente, ma che viene formandosi e trasformandosi attraverso l’altro, nel corso delle incessanti interazioni umane. Questa nostra incompiutezza non è tuttavia segno di «kantiana» minorità, di una maturità a venire, ma una condizione generativa, espressione di apertura e di potenzialità, come suggerisce d’altra parte la parola «desiderio». Girard il risentimento
[23] Forte dell’acquisizione della teoria mimetica, egli si rivolge ora alla mitologia delle religioni arcaiche, all’enorme mole del materiale etnografico, alle tragedie greche. Userà la teoria mimetica come chiave ermeneutica per rileggere la mitologia. La teoria del desiderio mimetico conduce direttamente, come abbiamo visto, ad una nuova comprensione dei rapporti umani minacciati costantemente dalla violenza, la quale appare sempre come elemento presente nella mitologia e soprattutto in quell’elemento della realtà mitologica generalmente trascurato che è il sacrificio. Analizzando una mole enorme di materiale etnografico troviamo che tornano sempre, alle più disparate latitudini e longitudini, gli stessi elementi ricorrenti: inizialmente una violenza e disordine generalizzati (peste, incesti, parricidi, ecc.); la delineazione di un colpevole; l’eliminazione del colpevole tramite un sacrificio; la ricomposizione dell’ordine e la riappacificazione della comunità; il ritorno sacralizzato della vittima in veste positiva. A questo punto Girard ha gli elementi per proporre una nuova teoria del sacrificio. La struttura antropologica umana basata sul desiderio mimetico conduce diritto ad una violenza generalizzata. All’inizio della storia, le prime comunità umane devono aver sperimentato in maniera distruttiva l’escalation della violenza generata dall’escalation dei desideri mimetici tra i membri della comunità. Poco alla volta queste comunità primitive hanno cominciato a sperimentare che alcuni fatti erano in grado di riportare la pace azzerando la violenza indiscriminata: quando la violenza indifferenziata di tutti finiva per coalizzarsi contro un membro della comunità che casualmente, per certe sue caratteristiche, finiva al centro dell’attenzione violenta di tutti. Avviene, in questo modo, una specie di transfert: la vittima che casualmente era finita al centro dell’attenzione violenta, aveva finito per polarizzare la violenza di tutti contro di sé, diventando la somma di tutti i mali e funzionando come una specie di parafulmine per tutti gli altri. La vittima finiva distrutta, ma la comunità si ritrovava momentaneamente sollevata dalla minaccia della violenza indiscriminata. Entra allora in funzione un secondo transfert: la ritrovata solidarietà viene accreditata alla vittima, la quale, se prima appariva come la somma di tutti i mali, ora appare come la causa della pacificazione. Da questi eventi spontanei, pian piano si generano i riti: per prevenire l’insorgere della violenza si cominciò a ripetere l’evento che aveva riportato la pace, tramite una specie di simulazione dell’evento fondatore: il sacrificio, che doveva essere tanto più correttamente ripetuto quanto più da esso dipendeva l’ordine e la pace sociale. Tutta una serie rigorosa di regole e di divieti (i tabù) delimitano tempo e spazio del sacrificio della vittima, i quali assicuravano così pace e prosperità alla comunità. Nasce in questo modo “il sacro”. Dalle vittime nascono le divinità ed è così spiegata la loro strana ambivalenza tra il malefico e il benefico. Il sacrificio diventa quindi la pietra angolare della cultura umana: esso è all’inizio l’unica possibilità di contenimento dei processi di violenza indiscriminata; esso è l’unico responsabile della generazione delle differenze all’interno della comunità che sono in grado di conservare l’ordine sociale; da esso nascono le varie espressioni culturali: il sistema politico (il potere della vittima differita), il sistema giudiziario (basato sulla regolazione della vendetta), il sistema economico (l’addomesticamento degli animali come vittime sostitutive), ecc.
[24] “L’iniziazione [alla religione animista] potrebbe sembrare positiva; ma, in realtà, questo rito è un inganno, una dissimulazione che utilizza la menzogna, la violenza e la paura. Le prove fisiche e le umiliazioni sono tali che non portano ad una vera trasformazione né ad una assimilazione libera degli insegnamenti da cui l’intelligenza, la coscienza e il cuore dovrebbero venire sollecitati. Vi si coltiva una sottomissione servile alle tradizioni per paura di essere eliminati nel caso in cui non ci si conformi alle prescrizioni. Durante il rito di iniziazione, i guardiani delle usanze fanno credere alle donne che il giovane adolescente muore e rinasce a un’altra vita. L’iniziato sarebbe mangiato da uno spirito, il “nh’emba” e, in base alle credenze animiste, è restituito alla società con uno spirito nuovo. La cerimonia di ritorno al villaggio è particolarmente solenne, perché il giovane appare per la prima volta pretendendo di essere fisicamente un uomo diverso, dotato di nuovi poteri nella società. L’iniziazione è un rito obsoleto, incapace di rispondere alle domande fondamentali della nostra esistenza e di mostrare come l’uomo guineiano possa integrarsi nella maniera giusta in un mondo pieno di sfide. Infatti, una società che non favorisce la capacità di progredire, di aprirsi ad altre realtà sociali per accogliere serenamente la propria trasformazione interiore, si chiude in se stessa. Ora, l’iniziazione ci rende schiavi del nostro ambiente, rinchiusi nel passato e nella paura. [R. Sarah, Dio o niente, p 21]
[25] “Le persecuzioni che ci interessano si svolgono di preferenza durante periodi di crisi che comportano l’indebolimento delle istituzioni normali e favoriscono la formazione di “folle”, cioè di assembramenti popolari spontanei, suscettibili di sostituirsi interamente a istituzioni indebolite o di esercitare su queste una pressione decisiva. […] Il crollo delle istituzioni cancella o comprime le differenze gerarchiche e funzionali, conferendo a ogni cosa un aspetto insieme monotono e mostruoso […] La folla tende sempre verso la persecuzione perché le cause naturali di ciò che la sconvolge, di ciò che la trasforma in “turba”, non possono interessa rla. La folla, per definizione, cerca l’azione, ma non può agire sulle cause na turali. Cerca dunque una causa accessibile che sazi la sua brama di violenza. I membri della folla sono sempre dei persecutori in potenza, perché sognano di purgare la comunità dagli elementi impuri che la corrompono, dai traditori che la sovvertono.” Girard, il risentimento
[26] “La figura del “capro espiatorio” è complessa. Per un verso, indica una vittima innocente che, polarizzando attorno a sé e su di sé gli odi reciproci, i veleni insidiosi della mimesi, salva la comunità dalla “crisi” interna, generata dagli effetti distruttivi delle rivalità che alimentano il desiderio unanime e indifferenziato di vendetta. La violenza sulla vittima sacrificale limita una violenza maggiore. Senza l'”intervento correttivo” del capro espiatorio si porterebbe all’eccesso la crisi interna alla comunità. Per un altro verso, la vittima espiatoria, con la propria stessa morte, traccia una differenza incolmabile tra sé e i propri persecutori. In quello spazio vuoto si realizza la catarsi della comunità. In essa irrompe il sacro. I sopravvissuti rimangono attoniti di fronte al prendere corpo – al posto delle molteplici narrazioni parziali l’una contro l’altra – di un’unica grande narrazione che iscrive la vittima nella sfera del sacro attraverso il suo sacrificio. Chi, se non proprio colui che, secondo questa narrazione totalizzante, ha generato il caos può essere all’origine del nuovo ordine? Chi, se non la vittima, sarà consacrata eroe del mito, e commemorata attraverso il rito e i divieti che esso sancisce? Per Girard, la storia dell’umanità inizia dunque con la figura simbolica di un omicidio fondatore, che i sopravvissuti raccontano nei loro miti e rivivono ciclicamente nella pratica rituale (7). Le società arcaiche, figlie di quell’assassinio, ossessionate dal rischio del dilagare della violenza, hanno cercato in ogni modo di prevenire le forme di rivalità mimetica: hanno perfezionato I divieti, canalizzato il desiderio conflittuale attraverso il sacrificio rituale e consolidato l’ordine sociale nei miti che raccontano in modo camuffato quell’assassinio, come dimostra l’analisi girardiana di tutti i testi mitici della tradizione occidentale (8).[1]” Girard il risentimento
[27] “Una volta in possesso di questo filo conduttore costituito dalla “mimesi” e dalla vittima espiatoria, ci si accorge immediatamente che solo la nostra ignoranza può ricondurre i divieti primitivi alla pura superstizione o ai fantasmi: il loro oggetto infatti è reale, ed è la “mimesi” desiderante stessa, con tutte le violenze che l’accompagnano.” R. Girard, Il Risentimento. “Molti indizi teorici, testuali e archeologici suggeriscono che nei primordi dell’umanità le vittime erano soprattutto umane. Con l’andar del tempo gli animali hanno sostituito in misura crescente gli uomini, ma quasi ovunque le vittime animali passano per essere meno efficaci delle vittime umane. In caso di estremo pericolo, nella Grecia classica, si ritornava al sacrificio umano. Se dobbiamo credere a Plutarco, alla vigilia della battaglia di Salamina Temistocle, sotto la pressione della folla, fece sacrificare dei prigionieri persiani.”R. Girard Vedo satana cadere come la folgore p. 116
[28] La gente cominciò prima a rendere onore ad un luogo, e poi guadagnò gloria in suo nome. Gli uomini non amarono Roma perché era grande. Roma fu grande perché gli uomini l’avevano amata» Ortodossia Chesterton
 

La discriminazione positiva ovvero il razzismo anti-bianco


di Enrico Maria Romano

Se c’è una forma di razzismo che non ha bisogno di nascondersi, in nessuna società teoricamente egualitaria dell’Occidente ex cristiano, questo è proprio il razzismo anti bianco, o anti whyte racism. Si tratta dello stesso giro mentale che porta taluni a disprezzare il maschilismo, e la semplice difesa della virilità (o della paternità) ed esaltare il femminismo, come fosse un toccasana. Oppure a criticare il matrimonio come istituzione borghese, fissista e bigotta, mentre diventa il massimo della vita se si tratta di un matrimonio gay e di una famiglia arcobaleno…
O ancora quando si parla di religione e di storia. Intollerabili sono i crimini nostri come le crociate, che hanno tutte le aggravanti del caso (ingiustizia, violenza, ipocrisia, frode, etc.) e nessuna attenuante. Anche se si tratta di eventi di quasi 1000 anni fa in cui nulla, in sé e per sé, ovvero nei principi di legittima difesa armata che le hanno ispirate, ci sarebbe da rinnegare (cf. Thomas Madden, Le Crociate. Una storia nuova, Lindau, 2017). Meno deprecabili, appaiono ai media le odierne crociate islamiche contro di noi: anzi chi le fa non è mai un vero mussulmano, ma solo una scheggia impazzita, uno con problemi mentali, un drogato, uno che noi europei non abbiamo voluto/saputo integrare…
A livello strettamente razziale-etnico (mi scuso per l’uso della parola razza oggi censurata dal bon ton progressista), in America si è andati molto oltre, nel senso della discriminazione positiva in favore di neri ed ispanici, e a danno dei bianchi, specie se biondi o bionde.
Sul settimanale Minute (numero 2826, uscito da pochi giorni in edicola) c’è un’intervista assai significativa a Jared Taylor, fondatore della rivista patinata American Renaissance ed intellettuale politicamente scorretto, sostenitore di Trump e della filosofia conservatrice law and order.
Il Taylor, che è comunque un giornalista raffinato ed un ex del Washington Post, racconta sino a che punto la commiserazione degli americani di colore, visti sempre e solo come discriminati e vittime, abbia a poco a poco portato ad una parallela criminalizzazione del poliziotto bianco, in quanto bianco, od anche al sospetto verso il giudice non di colore, proprio in quanto non di colore (e che secondo i più radicali non dovrebbe giudicare l’americano di colore!!).
Così, tra altre facezie ed enormità, Jared Taylor racconta cosa è accaduto tempo fa presso una piccola scuola superiore dello Stato di Washington. Da vari anni a questa parte, e con l’accordo più o meno tacito della dirigenza accademica, gli studenti non bianchi (neri e ispanici) scelgono un giorno per farne un ufficiale “giorno d’assenza”. In tale giorno, si riuniscono fuori dalle porte della facoltà, per discutere sui temi caldi del razzismo e della discriminazione di cui sarebbero vittime.
Ma quest’anno accademico in corso, come spesso accade in questo genere di manifestazioni, i più estremisti tra i colored hanno preso il sopravvento e hanno preteso che fossero i bianchi ad uscire dalla School e i non bianchi a restare dentro…
Praticamente tutti i docenti e il personale universitario ha obbedito all’ingiunzione piuttosto minacciosa, tranne un solo professore di biologia, Bret Weinstein, il quale ha trovato inaccettabile una discriminazione del genere, seppur mascherata dagli slogan triti e altisonanti dell’uguaglianza e della lotta contro l’odio (?).
Il malcapitato professore è stato, alla fine della contesa, tratto in salvo dalla polizia, poiché secondo il racconto di Jared Taylor, le cose si stavano mettendo piuttosto male per lui, solo contro i pacifisti…
Secondo Taylor la cosiddetta “discriminazione positiva è sempre stata la discriminazione, ufficialmente ammessa, contro i bianchi” o comunque i nativi, da parte delle minoranze più attive, solitamente più che spalleggiate dai mass media del Sistema. Questi episodi, secondo l’intellettuale conservatore, sono destinati a moltiplicarsi all’inverosimile durante la presidenza Trump, proprio per trovare un motivo, ancorché fabbricato ad arte, per lottare contro il predominio dei repubblicani, le destre di ogni tipo, il fondamentalismo cristiano e sinteticamente contro il razzismo (o contro una sola faccia di esso…).

 

21 giugno 2017

Radio Maria: l'ennesimo atto di odio contro la Chiesa


di Giuliano Guzzo

La sospensione semestrale inflitta a padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria condannato dall’Ordine dei Giornalisti della Lombardia dopo che, durante la sua trasmissione quotidiana, tempo fa aveva attaccato duramente la relatrice della legge sulle unioni civili, Monica Cirinnà, verrà da molti letta – suppongo – come la punizione di uno che, in fondo, se l’è cercata. Altri ancora, invece, intenderanno questa sospensione, come il giusto contrappasso per un’emittente che, nel novembre dello scorso anno, aveva a sua volta sospeso dalla sua trasmissione Padre Giovanni Cavalcoli, domenicano reo d’aver associato causalmente – secondo talune interpretazioni – l’approvazione delle unioni civili a eventi sismici e catastrofici.

Pochi, temo, saranno invece coloro che sapranno inquadrate il fatto nella sua giusta dimensione, che è quella d’un progressivo restringimento della libertà di opinione dei cattolici. Se infatti da una parte è vero che neppure la libertà di espressione in quanto tale, ultimamente, se la passa bene (si pensi alla sospensione, irrogata sempre in questi giorni, a Filippo Facci, colpevole d’aver scritto la propria repulsione per l’Islam), dall’altra è innegabile come siano soprattutto i cristiani i destinatari di un bavaglio ogni giorno più grande. Un primo segnale venne, nel 2004, quando la candidatura a Commissario europeo di Rocco Buttiglione fu silurata perché costui, in quanto cattolico, dichiarò di ritenere l’atto omosessuale peccaminoso.
Nel 2008 fu invece il turno nientemeno che di Papa Benedetto, direttamente invitato dal rettore dell’Università di Roma “La Sapienza”, all’inaugurazione dell’anno accademico che poi, però, si tenne senza l’intervento del pontefice, la cui presenza, fecero capire 67 docenti della stessa università, non era gradita. Clamoroso, nel 2013, fu poi il caso di monsignor Joseph Léonard, arcivescovo di Malines-Bruxelles e primate del Belgio, letteralmente assalito da un gruppo di Femen nel corso di un evento pubblico. Recentemente poi, Xavier Novell, il vescovo più giovane di Spagna e tra i più giovani del mondo, è dovuto uscire dalla chiesa scortato dalla Polizia tra insulti e le minacce. La sua grave colpa? Aver dichiarato come l’eclissi della figura paterna giochi un ruolo significativo nella biografia di tante persone con tendenze omosessuali. Ora, direi che è chiaro – alla luce di questa breve, ma comunque sintomatica panoramica – come la sospensione di padre Livio sia solo l’ultimo episodio di una lunga serie. Il che, a mio avviso, dovrebbe stimolare una qualche riflessione, soprattutto in casa cattolica. Ci si dovrebbe in particolare interrogare sul fatto che, nel mondo occidentale, di fatto la Chiesa sia un’ospite sempre più sgradita. Ma come – mi si obietterà subito – non vedi quant’è amato Papa Francesco, o quanto questo o quel prelato vengono intervistati e ascoltati sui media?
Certo, tutto vero. Il punto però è che i cattolici, oggi, van bene solo se parlano di pace nel mondo, di contrasto al global warming, di accoglienza, di Ius soli. In pratica il credente è cioè ben accetto solo quando sposa – più o meno convintamente – l’agenda progressista. Quando invece un cattolico fa coming out, per dirla con un’espressione à la page, dicendo coerentemente la propria su temi quali l’aborto procurato, la famiglia, l’omosessualità e l’eutanasia, ecco che il suo diritto di espressione inizia a diventare un problema, un’ingerenza, una minaccia alla libertà. Perché accade questo? Semplice: perché il mondo, quello stesso mondo che si riempie quotidianamente la bocca di tolleranza e «muri da abbattere», odia la Chiesa.

Trattasi di un odio sapientemente dosato, intendiamoci; un odio che, per il momento, trascolora nell’invito ai cattolici ad essere prudenti, quando aprono la bocca. Ma pur sempre odio è. Dopotutto, non si può dire i cristiani non siano stati avvertiti per tempo: «Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando – disse infatti Gesù – e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome» (Lc 6,22). Quindi di che ti lamenti, mi si potrebbe ancora contestare. Personalmente di nulla. Fa tuttavia un certo effetto, in questi tempi confusi, vedere tanti fratelli che non colgono la gravità della situazione, persuasi del fatto che con questo mondo si possa ancora dialogare, quando invece è impossibile.

Ed è impossibile, si badi, non per questioni di stile; non si tratta cioè di bon ton, di modi di dire le cose, di parole da calibrare meglio. Il punto, come già detto, è semplicemente che oggi la cultura dominante – e, ahimè, pure molti battezzati – la Chiesa non la vogliono vedere manco in cartolina, a meno che i credenti, intimoriti, non inizino a parlare sottovoce occupandosi di filantropia, buoni sentimenti ed ecologismo. In quel caso, problemi zero. Anzi, portoni spalancati da università, grande stampa e salotti buoni. Alla luce però delle grandiose verità cui il quieto vivere chiede di rinunciare – e tenendo presente che il Principale, che pure poteva cercare accordi con Caifa o con Pilato, scelse la fine che scelse -, conviene chiederselo: ne vale davvero la pena?

https://giulianoguzzo.com/2017/06/21/radio-maria-e-linevitabile-bavaglio/