Campari E De Maistre

Non solo Cristiada: Los ultimos Cristeros


di Federico Sesia
Anno 1935, Messico. E’ scoppiata ormai da diverso tempo una nuova Cristiada (la cosiddetta Segunda) a causa della politica anti-cattolica del Presidente Làzaro Càrdenas...

Il discorso di Paolo VI alle CEI (1964) in dieci punti


di Fabrizio Cannone
Durante il discorso fatto alla CEI il 19 maggio scorso, il Pontefice ha ricordato un analogo discorso tenuto da Papa Montini alla medesima Conferenza Episcopale...

Elezioni Europee: perché votare Fratelli d'Italia


di Marco Mancini
Come è noto, questa domenica (dalle 7 alle 23) si terranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. Per quanto riguarda i 73 eurodeputati italiani...

La sinistra di Dio


di don Marco B.
«Una pace senza giustizia è un esercizio retorico destinato a un misero fallimento. Ma la giustizia, in questo caso, è tale se riconosce e rispetta i diritti di tutti...

Marcia per la Vita 2014: un successo e una gioia!


di Fabrizio Cannone
Come previsto da un anno, si è svolta a Roma, domenica 4 maggio u.s., la IV edizione nazionale della Marcia per la Vita. I numeri hanno ampiamente confermato...

San Giovanni XXIII: un Papa con la tiara (prima parte)


di Federico Catani
A poco più di cinquant’anni dalla morte, Papa Giovanni XXIII (1958-1963) è diventato santo. Di Angelo Giuseppe Roncalli si è arrivati a costruire...

Se Wojtyla e Ratzinger diventano massoni...


di Marco Mancini
Come è universalmente noto, nella giornata di ieri Papa Francesco ha proceduto alla canonizzazione dei pontefici Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II...

Non ci salverà certo Putin!


di Riccardo Facchini
Se non fosse che metto mano alla fondina ogni volta che leggo titoli tipo "il web impazzisce per [nome o fenomeno a vostra scelta]" inizierei...

Don Gallo: una brava persona, un prete discutibile


di Andrea Virga
Si è recentemente spento Don Andrea Gallo, un sacerdote genovese, assunto ad icona da parte dei cosiddetti “cattolici” progressisti...

Bowie, leggiti Greene, che è meglio!


di Paolo Maria Filipazzi
Il grande David Bowie, che un tempo fu un gigante della musica ma che da dieci anni non faceva una canzone, ritorna...

La Marcia per la vita 2013: un successo su tutta la linea


di Francesco Filipazzi
Successo su tutta la linea. Questa è l'unica analisi possibile riguardo la Marcia per la Vita che ha colorato ieri le vie di Roma...

I deliri in rosa di Boldrini e co.


di Marco Mancini
Doveva essere, come il precedente, il governo della sobrietà: il caso di Michaela Biancofiore, trasferita dalle Pari opportunità alla Pubblica amministrazione...

Le manif pour tous: alcune testimonianze


di Franciscus Pentagrammuli e Andrea Virga
Nonostante il silenzio pressoché totale della stampa e dei media italiani, qualcosa sta succedendo in Francia: da più di una settimana...

Quirinale: il 25 luglio dello smacchiatore


di Marco Mancini
Povero Bersani. Non più di due mesi fa era il vincitore annunciato delle elezioni politiche: restava solo da sapere se avrebbe avuto bisogno...

La morte di Maggie divide la destra


di Alessandro Rico e Andrea Virga
Chi ci segue avrà notato che – tra i nostri tavoli e su molte altre piattaforme simili – esistono diverse opinioni riguardo le opposte ricette economiche, politiche e sociali realizzatesi durante il XX secolo....

"The Passion" tra violenza e amore


di Giulia Dessena
Cosa accade, tra gli uomini, quando iniziano a compiersi meraviglie? Se c'è un film che nel 2004 fu criticato, deriso, rinnegato, è stato proprio "The Passion" di Mel Gibson......

Identikit di un Pontefice


a cura di Campari e de Maistre
L'elezione di Papa Francesco ha sorpreso molti ossevatori; tantissime sono state, inoltre, le reazioni "di pancia" da parte della blogosfera cattolica...

Infatuarsi di Chavez: una mancanza di realismo


di Paolo Maria Filipazzi
Dopo la morte di Hugo Chavez, si sono succeduti diversi giudizi. Interessante è la schizofrenia registratasi in seno alla cosiddetta Destra...

Ti piace Putin? Terrorista!


di Francesco Mastromatteo
Premessa importante: chi scrive non è certamente uno di quei complottisti affetti da dietrologia acuta, che vedono oscure trame dei servizi segreti...

Se il risultato delle elezioni è un grande vaffa...


di Marco Mancini
In principio fu la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto, infrantasi contro la discesa in campo di un noto tycoon brianzolo...

Un Campari con... Magdi Cristiano Allam


a cura di Riccardo Facchini
Magdi Cristiano Allam (Il Cairo, 1952) è un giornalista e politico egiziano naturalizzato italiano. Editoralista dal 2003 al 2008 del "Corriere della Sera"...

Vi presento i migliori alleati dei movimenti gay


di Riccardo Facchini
Notizia da poco comparsa in rete che merita due rapide battute: due candidati per Fratelli d'Italia in Veneto hanno girato uno spot considerato...

La lezione dell'Umile Servo


di Alessandro Rico
Un «umile servo nella vigna del signore». Così si era definito Benedetto XVI appena eletto pontefice, e in quella frase si trova forse...

Mons. Paglia e le coppie gay: molto rumore per nulla (oppure no?)


di Marco Mancini
Confesso che ieri, leggendo la notizia su Repubblica.it – è uno dei primi siti che apro la mattina, tanto per rovinarmi la giornata...

Se la Prima Repubblica non è mai finita


di Alessandro Rico
Qualcuno auspicava di andare, con il prossimo governo, Verso la Terza Repubblica. Ma ci ritroviamo col solito scontro Berlusconi-Sinistra...

La voce de lo Imperatore #1 - Il caso Monte Paschi


di Feudalesimo e Libertà
Con la presente invettiva, iniziano la loro collaborazione con noi i vassalli di Feudalesimo e Libertà...

La Russia, tra i gay e la Madonna di Fatima


di Federico Catani
Pare che dovrò imparare il russo. Così, in caso di emergenza, potrò espatriare a Mosca per avere un lavoro. E con l'aria che tira, non è poi un'ipotesi così assurda...

Lincoln contro il razzismo? Non esattamente


di Isacco Tacconi
Quando si parla di eroi americani, bisogna stare sempre attenti a prendere con le pinze la veridicità di quello che si racconta, specie se a raccontarlo sono proprio gli americani...

Il Guardian, il Vaticano e il "tesoro di di Mussolini"


di Marco Mancini
“Come il Vaticano ha costruito un impero immobiliare segreto usando i milioni di Mussolini”: più o meno così titolava ieri il quotidiano progressista britannico Guardian...

La marcia della Verità


di Franciscus Pentagrammuli
Domenica 13 Gennaio, a Parigi, un numero fra 300.000 (secondo la polizia) e 800.000 (riportato dagli organizzatori) persone di diverse culture, religioni...

Un Campari con... Mons. Livi


a cura di Giovanni Covino e Marco Massignan
Antonio Livi (Prato, 1938) è professore emerito di Filosofia nell'Università Lateranense, socio ordinario dell'Accademia di San Tommaso e presidente dell'ISCA...

Il Cavaliere, dalla Cei ai gay


di Riccardo Facchini
Che Berlusconi sia stato scaricato dai vescovi italiani è cosa nota. Che gli stessi prelati, col loro boss in testa, abbiano ormai benedetto l'avventura centrista di Monti...

Mamma li tradizionalisti!


di Satiricus
Siamo entrati in una nuova stagione di fervore tradizionalista: crollati un buon numero di taboo sessantottini, attenuato il furore del rinnovamento-a-tutti-i-costi e soprattutto sconfitta...

Qualche appunto sul "femminicidio"


di Marco Mancini
Non accennano a placarsi le polemiche provocate dall’affissione, da parte di un parroco di Lerici, di un volantino sul c.d. “femminicidio”. Il manifesto, contro il quale...

Quel cristiano dell'orso Baloo


di Paolo Maria Filipazzi
Dopo l’ultimo mio articolo sulla visione teologica dell'opera di Tolkien, ho ricevuto attacchi e critiche da ogni dove, per quella che alcuni hanno definito come...

Pannella, sciopero a fini elettorali


di Danilo Quinto
L’unico modo per comprendere fino in fondo Marco Pannella e la ragione delle sue azioni, è ascoltarlo. Questo vale soprattutto per quanto riguarda...

La casalinga sanguinaria se ne frega dell'animalismo


di Isacco Tacconi
Lo scorso 28 novembre due uomini, padre e figlio, sono stati assaliti di notte da quattro rottweiler mentre liberavano il giardino...

Se i massoni scrivono per la San Paolo


di Satiricus
Era da un po’ che attendevo di scrivere su questo tema, e pure di iniziare la mia collaborazione con la truppa di CampariedeMaistre, ma non mi decidevo mai a farlo – un po’ per pigrizia...

"It's a girl": il vero femminicidio


di Giulia Dessena
Quando ciò che genera la vita è causa di morte. "It's a girl" è un lungometraggio sulle donne, delle donne e per tutti noi: un documentario, firmato dal regista Christian Evan Grae Davis, sulla pratica...

30 ottobre 2014

Sperando contro ogni speranza – incontro con padre Louis Raphael Sako


di Stefano Sala

“A dirla in breve, come è l'anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani.  L'anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. L'anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo.” (lettera a Diogneto)

Ma cosa ne è di un corpo senz’anima?
Sono molte ormai le zone del mondo dove i cristiani vengono perseguitati in quanto tali, ma probabilmente come è molto in voga pensare che l’anima non conti, o non ci sia, così forse qualcuno pensa che la scomparsa dei cristiani non sarebbe poi un gran problema per il corpo-mondo. E la scomparsa dei cristiani nelle aree dove sono maggiormente colpiti, davvero interessa e coinvolge noi cristiani d’occidente?
Il patriarca dei cristiani caldei dell’Iraq, padre Louis Raphael Sako, martedì 21 ottobre è venuto a parlare al teatro Dal Verme di Milano di fronte a una folta platea, proprio per farci sentire coinvolti dalla sorte dei 120 mila cristiani (in costante aumento) della piana di Ninive che da quest’estate han dovuto lasciare le loro case in fuga dall’estremismo islamista dell’Isis. L’incontro “Sperando contro ogni speranza” è stato reso possibile dalla fondazione Tempi e il Centro Culturale di Milano in collaborazione con l’Arcidiocesi, rappresentata dal vicario don Luca Bressan, che ha aperto l’incontro portando i saluti dell’arcivescovo. E’ stato un dialogo breve ma intenso tra il giornalista di Tempi Rodolfo Casadei e padre Sako, presentato dal direttore del cMc Camillo Fornasieri.

Padre Sako ha raccontato della sua gente, delle famiglie che han dovuto lasciare ogni cosa da un giorno all’altro, famiglie alle quali abbiamo potuto dare concretamente un volto grazie al filmato di Casadei che ad agosto ha potuto visitare le comunità cristiane e yazide, migliaia di persone in alloggi di fortuna, case ridotte a qualche materasso per terra e lenzuola come pareti. Questa gente ci dice Sako ha la speranza di tornare alle proprie case, anche se molti decidono di scappare in occidente perché non hanno più niente e temono che né l’esercito nazionale, né quello curdo, molto meglio organizzato, riescano a restituire loro ciò che hanno perso. Anche rispetto all’intervento della coalizione internazionale, a guida americana, nutre dubbi sulla sua reale efficacia, se limitata all’intervento aereo; così come dubita dell’utilità di piccoli gruppi di cristiani armati che sono sorti presso alcune comunità colpite dall’Isis: le definisce un vero e proprio suicidio, suggerendo come sarebbe meglio per i cristiani partecipare alle formazioni dell’esercito curdo o iracheno. La gente non si aspetta troppo da queste soluzioni politico-militari, che già hanno portato al passaggio da una dittatura all’anarchia più violenta, ma chiedono da parte nostra vicinanza e preghiera. Hanno bisogno di sentire che non sono soli, ma che c’è una comunità che a loro pensa e che per loro prega. E qui il patriarca esorta i presenti e i cristiani d’occidente tutti a “tornare alla propria religione”, a viverla e a non vergognarsene, davanti al nostro mondo secolarizzato e davanti ai musulmani, ricordandoci che grazie ai cristiani d’Europa il cristianesimo è arrivato in Africa e in Asia. Ci sollecita ad essere forti nella fede, e ad essere ovunque una sola Chiesa, ricordandoci che ogni cristiano, nel suo essere tale, è missionario, è mandato.
Afferma anche in modo chiaro che le armi saranno insufficienti se il mondo musulmano non vorrà una volta per tutte cambiare, promuovendo una nuova cultura, modificando i programmi di educazione religiosa, perché non siano più improntati al pregiudizio nei confronti di cristiani ed ebrei, fomentando una cultura dell’odio che non lascia spazio a orizzonti di giustizia e di pace. E’ deciso quando chiede maggiore trasparenza e correttezza dalle guide delle comunità musulmane, perché nelle moschee parlino maggiormente di pace e promuovano il rifiuto della violenza e dell’estremismo. A proposito dell’ambiguità cita una lettera aperta di capi religiosi musulmani dove si condanna l’estremismo, ma nella quale si usa il termine “tolleranza” in modo del tutto inadeguato e pericolosamente interpretabile, come se con “tolleranza” si volesse dire “Io  permetto che tu viva, anche se non lo meriteresti”. Con queste premesse è impossibile parlare di rispetto reciproco. Aggiunge ancora che una condizione essenziale per un cambiamento del mondo musulmano è che venga anteposto il principio di cittadinanza a quello di appartenenza religiosa, perché questa non sia una discriminante nella vita civile e sociale dell’individuo.
Padre Raphael Louis, che davvero vive ogni giorno in una condizione che umanamente, razionalmente, potrebbe indurre chiunque alla disperazione, è stato con le sue parole e la sua presenza testimone di Speranza. Lui in questa situazione ha deciso di rimanere, di essere il patriarca dei cristiani e anche dei musulmani, convinto che le cose dovranno e potranno cambiare.

E noi? Sapremo raccogliere il suo invito al coraggio di testimoniare la nostra fede, così da essere ovunque una sola Chiesa? Una testimonianza che, per ora, non ci chiede il prezzo del sangue, ma che è ormai evidente come non sia più così scontata, e soprattutto accettata dagli ambienti “che contano”. Intanto accogliamo l’invito di padre Rapahel Louis Sako a prendere coscienza della situazione dei cristiani in Iraq, e a pregare per loro.
Questo, per ora, possiamo farlo. Questo, per ora, ce lo lasciano ancora fare.


29 ottobre 2014

"Sed Gladium" di Andrea Giacobazzi

di don Marco B.

Allertante, e come altrimenti definire il piego libri che ho ricevuto dieci giorni fa? "Caro don Marco, è con grande piacere che invio questa copia omaggio. Con devozione, Andrea Giacobazzi". Giacobazzi. Sarà il comico di Zelig? Temo di no. Andrea Giacobazzi, quello di Radio Spada, il blog che ospita sede-vacantisti e filo-lefebvriani. Mi hanno scoperto! Ma come è successo? Mi ero nascosto così bene! Io, perfettamente inquadrato nel sistema, mai un colletto troppo alto né un ferraiolo, indulgente sul Santo-Zaire a messa (messa con la minuscola, tipo la messa in piega)... Ma come, come hanno fatto a scoprirmi? Apro il pacco-bomba. Già mi immagino di trovare una rivista proibita, tipo Tradizione Cattolica, che se volevi introdurla in seminario dovevi nasconderla dentro a Playboy; oppure una indagine in tempo reale sugli errori, grammaticali prima che teologici, della Relatio sinodale in latino (Radaelli docet); oppure, aiuto, un saggio anti-semita scritto da qualche ebreo libanese del XVIII secolo. Apro. Peggio del previsto: Sed Gladium. "Don Marco, so di chiederti molto, ma vorrei recensissi l'ultimo libro di Andrea". Ora ricordo quel messaggio di due settimane prima. "Ma sei sicura?" "Certo, c'è pure la prefazione di don Tranquillo". Ah beh, omen nomen. Ma chi è ‘sto don Tranquillo? Guardo la prefazione: FSSPX. Abbiamo un problema, don Marco: e io adesso cosa recensisco? Che ci sia distanza abissale di opinioni, manco si discute, con tutta la simpatia per il mondo tradizionale (che, secondo la scaletta di Lumen Gentium, è il più prossimo a noi), da qui a sposarne gli assunti teologici ne corre. Che dunque, mi rimangerò la parola data? Sia mai, voglio mantenere la promessa e accettare la sfida! Ne faccio una questione di principio. Dei gay non si può parlare sennò ti ingabbiano sventolando il ddl Scalfarotto, sarà almeno rimasto nella Chiesa un pizzico di libertà, quel che basta a consentire una recensione a un libro? E poi ricordo bene - sempre stato alunno modello e attentissimo alle lezioni - la retorica sul "cercare ciò che ci accomuna" e sul "dialogare con tutti" e infine sul "dovere di accettare, non solo e non più tollerare, ma accettare pienamente l’altro". Che dite, saranno suggerimenti che il mio professore, ecclesiologo di linea kasperiana, negherebbe solo nel caso di scritti anticonciliari? Impossibile, neh?

Dunque procediamo. Sed Gladium, recita il titolo completo, Dottrina e Sacra Scrittura contro l'ecumenismo. E qui non si scherza: Antico e Nuovo Testamento, documenti Pontifici e auctoritates teologiche a sostegno della tesi: questo ecumenismo non s'ha da fare. Ma quale e perché? In fondo l'impostazione stessa del libello, un centinaio di pagine, si presta a una felice lettura. Non troviamo infatti grandi dibattiti, fini cavillosità teologiche, argomentazioni addentate e agguerrite. La pubblicazione nasce con evidenti scopi formativi, destinata in primo luogo, oserei dire, a chi è già all'interno del giro. Non un pamphlet pensato per il dibattito dunque, quanto piuttosto un manuale in cui il cattolico tradizionalista può trovare tutti i più importanti loci scritturistici e magisteriali a condanna dell'ecumenismo. Essendoci poco da dire sui contenuti - visto che non si apre spazio a un confronto, che so, sul modo di intendere i documenti conciliari e le relative aperture ecumeniche (per la qual cosa rimando a Padre Lanzetta, Il Vaticano II, un concilio pastorale, Cantagalli 2014, Capitolo V, p.421ss.) -, mi soffermerò sul format e sulla idea che guida Sed Gladium, aggiungendovi un incoraggiamento, almeno relativo, al progetto che sta dietro a Radio Spada. Infine esprimerò la mia critica. Vediamo anzitutto il testo: che contributo potrò trarre dalla esposizione piana di brani biblici e dottrinali ante-conciliari? Certo un aiuto nel proposito di attuare l’ermeneutica della continuità, che in effetti non è possibile se non a patto di conoscere molto bene sia il prae che il post Concilio. Ecco, io di sicuro del prae non so quasi nulla, nonostante circa dieci anni di studi seminariali, e in fondo dubito che quel poco insegnatomi dal professore kasperiano di cui sopra sia fedele ai fatti: leggiamo dunque Sed Gladium per chiarirci bene la posizione della Catholica fino al Concilio. Credo inoltre - secondo apprezzamento - che abbia un qualche valore euristico venire a sfogliare pericopi scritturistiche abitualmente non troppo gettonate, scoprendole nella loro crudezza e immediatezza: è un rischio, ma è un rischio genuinamente conciliare, la capacità di tornare alle fonti rivelate, liberi dai filtri teologici di moda, un tempo rigidamente tomisti ed oggi non di rado rigidamente anti-tomisti. Sperimento questo brivido ogni mattina, quando inizio la mia giornata meditando San Paolo in greco, senza cesure né censure esegetiche di sorta: c’è poco da fare, ha un altro sapore, più penetrante, più spietato, non consente accomodamenti culturali di alcun genere, non offre appigli né nascondigli, soprattutto quando ritrae Nostro Signore e la fede nelle loro dimensioni più dure e virili - quelle care a Giacobazzi -. Resta bello e valido, in terzo luogo, lo scopo di editare e divulgare prontuari del credere semplici e chiari, che sottraggano i fedeli alla confusione delle molte agenzie informative, a volte anche cattoliche se non addirittura, in casi puntuali, curiali. Mi obietterete che per fare questo non è necessario ricorrere a testi di impronta anticonciliare. Non è necessario, è vero, ma a volte è inevitabile, dato che le editrici cattoliche più quotate latitano in simili obiettivi. Questo è il bene che avevo da dire sul testo, opinabile fin che volete e magari un po’ stiracchiato, non più stiracchiato comunque del tentativo di trovare punti di concordia con i cristiani acattolici iuxta l’imperativo ecumenista vigente. Ora rimango in attesa di qualcuno che integri il libello di Giacobazzi, compilando una debita collezione di brani post-conciliari, per darci così la versione più completa dell'argomento in ottica della continuità (quella che il sottoscritto sposa). Prima di chiudere mi sia concesso, come da promessa, un elogio che s’avvita a partire dal titolo: Sed Gladium, sono venuto a portare non la pace ma una spada. Per la prima volta ho riflettuto sul perché di quel nome: Radio Spada. Non che ci volesse molto, ma… che volete farci? Sono un ragazzo ingenuo. Purtroppo, dichiariamolo, c’è un puzzo drammaticamente anticonciliare anche in questa scelta: se il Concilio s’apre al mondo, con la sua pastorale di misericordia, contro profezie di sventura, rimuovendo anathemata e introducendo balsami, i radiospadisti tornano a ricordare che Cristo non è venuto a portare pace, ma una spada. E d’altra parte, che dire? Forse che il cattolico oggi ha davvero rimosso la dottrina della lotta spirituale, della pugna contro il Mondo? Abbiamo fatto cadere l’evangelico dictum sulla “spada”? Questo ci chiese il Concilio? Se i cultori del Concilio dei media lo affermano, io e i cultori del Concilio dei Padri e dell’ermeneutica continuitatis ci opponiamo. Potrà cambiare il modo dello scontro, la tattica, ma non la strategia. Lo insegna persino la massonica wikipedia alla voce, appunto, ‘strategia’: “la tattica riguarda cioè il come combattere una battaglia, mentre la strategia riguarda il capire se la battaglia debba essere combattuta o no”. Ecco, gli amici di Radio Spada mi insegnano che c’è una battaglia da combattere. Ma come, don Marco, e non te lo insegna già la Chiesa? Purtroppo, se per Chiesa intendiamo i preti che mi hanno cresciuto, nel mio caso devo rispondere con un no. E, di nuovo, se mi guardo attorno ho l’impressione che le agenzie informative e i relatori cattolici più blasonati rimarchino tale no. E dunque all’occorrenza riscopro con segreta complicità i radiospadismi e simili pose, in tutto fedele a quella libertà intellettuale dichiarata da tanti filosofi e teologi preconciliari (tutti portati in palmo nei corsi seminariali), quando si trattava di strizzare l’occhio a sinistra in un’epoca di destre ecclesiastiche. Ovviamente, colta l’imbeccata da Giacobazzi, posso tornare a tuffarmi in santa autonomia nel tesoro nascosto ma generoso della Madre Chiesa, e di questo ringrazio - di nuovo! - Papa Benedetto XVI, dal quale ho ricevuto il Summorum Pontificum, e con esso il nobile rito tradizionale, e perciò stesso il ripristino dell’ultimo Evangelium Missae, quell’impareggiabile prologo di san Giovanni in cui tutto, la storia l’apocalisse l’incarnazione il quotidiano la lotta la speranza, tutto si riassume, vertice celebrativo, condanna del Mondo e apertura sul mondo (segue infatti l’Ite missa est). Ed è così che, senza bisogno di scartabellare complicati documenti conciliari, anche l’ultimo dei fedeli trova impartita e ribadita la lezione de gladio al termine della Santa Messa more extraordinario celebrata. Fine del genetliaco all’amico Giacobazzi, ad Ilaria che mi ha costretto nella recensione e al simpatico gruppo di Radio Spada, di cui personalmente non condivido le tattiche, pur trovandomi di fatto più in sintonia circa le strategie (può essere questa la chiave di lettura relativa a simpatie ed antipatie, alleanze comode e fittizie ‘a sinistra’ versus prossimità effettive e perciò scomode ‘a destra’?). Tra tutte, voglio dirlo, la tattica che maggiormente aborrisco è quella di dividerci e massacrarci tra gruppi di ispirazione tradizionale, e in cima ci piazzo la ridda pro-life dei mesi scorsi; il tutto mentre l’ultra-progressismo mediatico tesse finissime quanto inimmaginabili alleanze - anche qui, forse, questione di tattiche, ma già vediamo quali siano le vincenti! -. Concludo: mentre per un simile articolo mi attirerò addosso “l’ira funesta delle cagnette” cui ho obliquamente “sottratto l’osso”, scelgo al contempo di definire appieno l’operazione terra bruciata con un appello scomodo rivolto questa volta ai radiospadisti, che invito di cuore a coltivare piuttosto l’unità che lo scontro, pur nell’affermazione della verità e del debito combattimento, e soprattutto a rimanere legati e fedeli a Santa Madre Chiesa e ai suoi Pastori, pur nei momenti di difficoltà, perché possiate essere una Spada ben piantata nella roccia. O qualcosa di simile. Perchè la strategia è la spada, la pace fa da tattica, l’unità sarà il compimento, beninteso: dono di Cristo e non artefatto degli uomini.

28 ottobre 2014

Big Bang, un’idea nata… dalla Chiesa


di Giuliano Guzzo

Il grande risalto avuto dalle parole di papa Francesco il quale, intervenendo alla Pontificia Accademia delle Scienze nella Casina Pio IV ai Giardini Vaticani, ha dichiarato che il Big Bang «non contraddice l’intervento creatore divino, ma lo esige», lascia intendere che si sia trattato dell’ennesima “apertura” del pontefice argentino. In realtà così non è – né può essere – dato che nel 1927 fu un astronomo gesuita, padre Georges Lemaître (1894–1966), il primo a formulare tale ipotesi, allora chiamata dell’atomo primigenio. E la Chiesa che fece? Perseguitò forse padre Lemaître come (non) fece, anche se molti ancora lo pensano, con Galileo? Nient’affatto. Infatti non solo l’ipotesi del gesuita venne progressivamente accolta – «Tutto sembra indicare che l’universo materiale ha preso, da tempi finiti, un potente inizio» disse nel novembre 1951 papa Pio XII (1876-1958) -, ma pochi anni dopo, nel 1939, venne eletto membro della Pontificia Accademia delle Scienze, della quale, dal marzo 1960, fu anche presidente sino alla morte.
Furono invece illustri scienziati – ricorda lo studioso Enzo Pennetta – ad attaccare Lemaître, dal fisico Arthur Eddington (1882-1944), che definì «ripugnante» l’idea che l’Universo avesse avuto un inizio a nientemeno che Albert Einstein (1879-1955), che rigettò la teoria del Big Bang apostrofandola come «abominevole» e vedendo in essa uno sfacciato tentativo di proporre in fisica il racconto della Genesi; la stessa Margherita Hack (1922-2013) non pare fosse convinta del Big Bang: «Io penso che l’universo sia infinito nel tempo e nello spazio, cioè sia sempre esistito e sempre esisterà», ha scritto in un suo libro. E’ vero che Lemaître non diede riscontri sperimentali della sua ipotesi – anche se ve ne sono un paio: la scoperta, da parte di Robert W.Wilson e Arno Penzias, della radiazione cosmica di fondo, e la rilevazione, ufficializzata allo Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics nel marzo 2013, degli effetti diretti delle onde gravitazionali sulla radiazione cosmica di fondo – ma certamente il suo contributo scientifico è stato assai rilevante.
Non è dunque un caso che l’Agenzia Spaziale Europea abbia deciso di dedicare proprio al sacerdote cattolico il quinto esemplare della navetta automatica Europea ATV – acronimo che sta per Automated Transfer Vehicle – lanciato nel luglio di quest’anno e denominato, per l’appunto, Georges Lemaître. E si è trattato solo dell’ultimo omaggio ad un grande studioso le cui intuizioni subito attirarono pesantissime critiche, più che per motivi strettamente scientifici, per il fatto che l’idea di un universo che comincia ad esistere sembrò a tanti qualcosa di apologetico e quindi di finalizzato alla dimostrazione del Creatore. Cosa che in realtà l’astronomo gesuita – la cui straordinaria opera, purtroppo, è ancora sconosciuta ai più – non cercò mai di fare, limitandosi invece a seguire insieme scienza e fede, nella convinzione che i due percorsi, anche se molti sostengono il contrario, vadano nella stessa direzione: «Ero interessato alla verità dal punto di vista della Salvezza così come alla verità dal punto di vista della certezza scientifica. V’erano due strade per giungere alla verità. Decisi di percorrerle entrambe».

http://giulianoguzzo.com/2014/10/28/big-bang-una-scopertadella-chiesa/


27 ottobre 2014

Le vittime cattoliche del terrorismo in Argentina


Se un giorno mi toccherà morire di morte violenta, pregherò Dio perché perdoni gli assassini (Raùl Alberto Amalong)

di Federico Sesia

Per coloro che vantano una certa conoscenza della storia dell’Argentina degli anni ’70 il giorno 24 marzo sarà ricordato come quello in cui ebbe inizio quel regime militare che andò dal 1976 al 1984, che provocò migliaia di desaparecidos e violò sistematicamente le libertà ed i diritti civili. Difficilmente però saranno a conoscenza in molti delle numerose morti violente provocate in quegli stessi anni dalle azioni terroristiche di gruppi come i montoneros (peronisti di sinistra) piuttosto che l’ERP (Ejercito Revolucionario del Pueblo, formazione di orientamento trotzkista), quando la realtà tristemente poco nota è che, stando alle stime contenute nel saggio Los Otros Muertos – Las victimas civiles del terrorismo guerrillero de los 70 di Carlos A. Manfroni e Victoria E. Villarruel, 1.094 persone trovarono la morte a causa delle organizzazioni guerrigliere nella sola decade degli anni ’70, anche prima quindi dell’avvento al potere dei militari.


Tra queste vittime vi sono alcune figure di intellettuali cattolici (Carlos Alberto Sacheri e Jordàn Bruno Genta) e di un membro dell’Azione Cattolica (Raùl Alberto Amelong) che a parer mio meritano di essere presentate anche ad un pubblico italiano.

Carlos Alberto Sacheri nacque a Buenos Aires il 22 ottobre del 1933 mostrando sin dalla sua gioventù grande virtù cristiana ed elevate capacità intellettuali. Nel 1963 conseguì la laurea in filosofia all’Università Laval de Quebec in Canada e nel 1968 ottenne il dottorato in filosofia (con Lode) nella medesima accademia, lavorando in seguito come insegnante di metodologia scientifica e della filosofia sociale alla Pontifica Università Cattolica Argentina, di filosofia e storia delle idee filosofiche all’Università Nazionale di Buenos Aires, di etica e filosofia sociale nel Institute de Philosophie Comparée di Parigi, di filosofia sociale e teoria dei valori all’Università di Laval in Canada. Fu inoltre segretario della Società Tomista Argentina, nonché uno dei suoi propulsori. Collaborò con diverse riviste, sia argentine che straniere, quali Philosophia, Les Cahiers du Droit e Presencia. La sua opera scritta più famosa risale al 1971 e ha come titolo La Iglesia Clandestina, nella quale denunciò le infiltrazioni marxiste all’interno della Chiesa CattolicaDomenica 22 dicembre del 1974 Carlos Sacheri venne assassinato da dei membri dell’ERP-22 de Agosto (frazione dell’ERP staccatasi da esso nel 1973) con un colpo di pistola alla testa sparatogli mentre si trovata in macchina per tornare a casa da Messa con tutta la sua famiglia. Sua moglie e i suoi sette figli (il maggiore di 14 e la minore di 2 anni) dovettero assistere all’omicidio.

Jordàn Bruno Genta, nato il 2 ottobre 1909, ebbe un padre anticlericale ed ateo che non fece battezzare né lui né i suoi tre fratelli, mentre non ebbe la possibilità di conoscere la madre dato che ella morì quando era ancora un bambino. Abbracciò l’ideologia marxista durante i suoi studi universitari alla facoltà di lettere e filosofia, e successivamente si sposò con Maria Lilia Losada col rito civile nel ’34. Diagnosticatagli la tubercolosi, dovette recarsi a Cordoba per curarsi, città nella quale ebbe l’occasione di meditare i classici greci di Platone e Aristotele. Guarito nel 1935 potette trasferirsi con la moglie a Paranà, dove lavorò come insegnante nell’Università Nazionale del Litoral, conoscendo in questa sede l’opera di San Tommaso d’Aquino tramite gli scritti di Jacques Maritain. Sarà grazie ai dibattiti sul Cattolicesimo con il suo amico e professore del Seminario Diocesano Juan Ramón Álvarez Prado che ottenne la Grazia di una conversione, la quale lo porterà a ricevere il Battesimo e a sposarsi religiosamente con la Losada nel 1940, a 31 anni di età. La sua Prima Comunione risale invece al 1952, quando di anni ne aveva 42. Costretto a dimettersi dall’insegnamento per la sua opposizione al governo di Juan Domingo Peròn, potrà tornare al suo posto di lavoro in seguito alla Revoluciòn Libertadora (golpe civico-militare che detronizzò Peròn) del 1955, arrivando a divenire rettore dell’Istituto Nazionale del Professorato. A causa dell’abbandono del marxismo dovuto alla sua conversione al Cattolicesimo e alla sua denuncia degli errori di tale ideologia (culminata nel 1960 con la pubblicazione del suo saggio intitolato Libre examen y comunismo) si attirerà gli strali della sinistra radicale, che lo porteranno alla morte il 27 ottobre 1974, giorno della Festa di Cristo Re. Quella domenica mattina, mentre stava uscendo dalla sua abitazione di Buenos Aires per recarsi alla Messa, dei membri del gruppo ERP-22 de Agosto lo assassinarono a colpi di arma da fuoco davanti alla sua famiglia.

Raùl Alberto Amelong non fu, contrariamente a Sacheri e Genta, un uomo di pensiero ma un semplice membro dell’Azione Cattolica argentina che svolgeva il lavoro di manager dell’industria siderurgica Acindar. Uomo dalla Fede profondissima (sarà grazie alla sua fervente devozione che ebbe due vocazioni tra i suoi figli, una per il sacerdozio e due per la monacazione), confidava nella Provvidenza di Dio nonostante la consapevolezza di rischiare la vita e la certezza che il terrorismo nell’Argentina di quegli anni rimaneva sostanzialmente impunito. E’ a lui che si deve la fondazione dell’Azione Cattolica nella città di Rosario e il finanziamento della costruzione di diverse chiese, arrivando addirittura a indebitarsi per le sue opere di carità nonostante avesse un impiego redditizio. Ai primi di giugno del 1975 Amelong cadde vittima di quattro giovani che scesi da un veicolo lo uccisero a colpi di arma da fuoco, ferendo anche sua figlia Inès in una gamba. Dal giorno del suo omicidio i suoi nove figli rimasero senza padre. Questa volta gli assassini non erano militanti dell’ERP-22 de Agosto ma montoneros.

Di fronte alla morte di questi uomini viene da chiedersi quanto tempo ci vorrà prima che quel sottile ma oscurante velo del politicamente corretto si strapperà definitivamente per poter dar vita ad una seria e distaccata ricerca nei confronti delle vittime del terrorismo guerrigliero in Argentina, ricerca che possa mettere in atto l’unica opera di giustizia possibile nei confronti di quei morti: travasare la conoscenza di questi fatti da un ristretto ambito accademico a quello della memoria storica condivisa. 

Fonti:

25 ottobre 2014

Like a sister


di don Marco B.

“Like a virgin”, come una vergine. Siamo nel 1980 e una piccante Madonna, icona dello sfacelo culturale propagandato per mezzo musicale, si snoda sensuale tra croci e veli bianchi sulle acque della Laguna. 2014, tocca al fenomeno mediatico Suor Cristina interpretare il ruolo della vergine rinnovata dal suo amato, forte del velo sponsale (questa volta bruno e da monaca) e del medesimo scenario lagunare. “Leggendo il testo, senza farsi influenzare dai precedenti, si scopre che è una canzone sulla capacità dell’amore di fare nuove le persone. Di riscattarle dal loro passato. Ed è così che io ho voluto interpretarla. Per questo l’abbiamo trasformata dal brano pop-dance che era, in una ballata romantica un po’ alla Amos Lee” così dichiara la giovane consacrata. Che dirne? Non mi interessa buttarla sul moralistico (accusando la cantante) né sull’etico (maledicendo il malcostume dei tempi correnti), ma raccolgo due altri ordini di pensieri entrambi ispirati al McLuhan di “il mezzo è il messaggio”.

Dunque, tra tanti brani d’amore, si è voluto scegliere un brano conteso tra interpretazioni anche volgari, “Like a virgin”. L’importante, a detta degli autori, era “non farsi influenzare dai precedenti”: può bastare? A mio parere no. Sposto il problema dall’intenzione degli artisti al campo dell’arte, dai precedenti più o meno ingombranti del brano (cosa qualcuno ha detto di esso) alla sua storia degli effetti (di quali significati è attualmente portatore nel mondo), dalle pie intenzioni del nuovo lancio discografico al predominio culturale del genere e del singolo selezionati. La mia sentenza è spietata: l’arte ha i suoi linguaggi e le sue stagioni cui si sottraggono parzialmente solo i grandi geni, la storia degli effetti di “Like a virgin” è emblematica del cupo decorso artistico vigente, e quindi in tale contesto la possibilità di evangelizzare con un re-make di Madonna non è impossibile ma, se possibile, stocastica: cioé, se riesce, le riesce per caso. Peggio, riesce perché la gente è abbastanza ignorante da lasciarsi commuovere dalla suora giovane cantante senza preoccuparsi della natura del brano. E ciò in linea di principio consacra la deriva new-age dell’evangelizzazione, quando cioè la gente segue un predicatore solo in nome della simpatia e del carisma, praticamente a prescindere dal messaggio che viene proposto (cristiano, buddista, anarchico: è optional). Suor Cristina dunque evangelizza davvero? Come? Prende un brano controverso e ne fa un manifesto dell’amore. Quale amore? La Caritas che è Cristo? Vedo due possibili risposte. Una è confondere l’Amore cristiano col “love” all’americana, termine transitato dal Sessantotto al Burning man, senza veri appigli a Nostro Signore: ciò farebbe della sorella non una evangelizzatrice bensì una corruttrice. L’altra è tentare una sorta di setaccio dei semina verbi, le tracce di Cristo nascoste nella cultura acristiana, per estrarle e riportarle alla loro buona terra nella Chiesa. Credo che quest’ultimo sia il disegno di Suor Cristina, ma continuo a reputarlo fallimentare. Non sto semplicemente asserendo che è difficile dare un nuovo significato a elementi che ne hanno già ricevuto uno e ben solido dalla tradizione che li ha generati: “Like a virgin”, per esempio, nasce dall’ambiente della dissoluzione pop e di questo parla. Non mi limito a rigirare la frittata di McLuhan ripetendo un mantra aprioristico - il mezzo è il messaggio - quasi che il pop di per sé sia inadatto a evangelizzare, per il solo fatto d’essere musica bassa nata dal basso per compiacere le fasce basse che amano volare basso. No, mi preme un concetto più specifico, ed è solo per questo che sto scrivendo l’ennesimo articolo controcorrente (fregandomene per il resto di Suor Cristina, Giosy Cento, i Gen, Frisina, the Priests e tutto il resto: prediligo la Missa letta e nel tempo libero ascolto solo Jordi Savall). Ritengo dunque che il pop non sia solo un ambito della modernità, di quelli con i quali è duro ma in fondo possibile confrontarsi e cimentarsi. A mio avviso il pop è massimo emblema della modernità e della secolarizzazione, di quel processo di svuotamento dell’umano, di trionfo degli ideali rivoluzionari, di demolizione del cristianesimo, di radicamento della post-religiosità tanto ben illustrato da Del Noce. Due amici mi aiuteranno a svolgere il concetto, entrambi hanno scritto per il Dossier del Timone n.135: Dissoluzione Pop. Carlo Susa, esperto di storia del teatro e dello spettacolo, ha messo anzitutto in evidenza la natura idolatrica del mondo dello spettacolo, denunciata anzitempo dai Padri della Chiesa ed esplosa nuovamente nell’era del Cinema. Samuel Thomas, citato da Susa, ci insegna infatti che i divi “incarnano un bisogno moderno di fede, bisogno religioso più che artistico”, che trova il suo coronamento nella “mitica” Hollywood. Il divismo appare appagamento spurio della domanda religiosa, e se è vero che dagli anni sessanta “sembra di assistere a un ridimensionamento dell’aura delle star cinematografiche”, è pur vero che “il cinema ha perso progressivamente la sua posizione dominante in favore della televisione e, più recentemente, di altri mass media”. In questa logica suor Cristina è sicura di essere effettivamente agente evangelizzatrice e non, pur suo malgrado, replicato del divismo massmediatico? Andiamo oltre. Roberto Manfredini, penna e cervello free-lance della rete, di invidiabile acume e di vasti interessi, sostiene che il decadimento della cultura pop è indice di una saturazione del mercato della dissoluzione” in cui “le devianze sessuali e i comportamenti antisociali sdoganati dalle odierne pop-star passano quasi inosservati, soppiantandosi a vicenda in una sorta di manierismo porno-soft”. Ma da dove inizia questa corsa allo sfacelo? Chi sarebbe il primo protagonista del passaggio di consegne dal divismo anomico del Cinema a quello antinomico della Pop culture? “La gara alla ‘pornificazione’ inizia con Veronica Ciccone, nota a tutti come Madonna” la quale debutta quando “il consolidamento del disordine morale permette la liaison tra marketing e trasgressione”. Regina dell’osceno, bisessualità divina, pansessualismo, moda omosessualista: queste le coordinate culturali in cui si snoda la carriera musicale della Ciccone. Contro questo Moloch, paradigma e veicolo preferenziale del decadimento spirituale e della disumanizzazione, suor Cristina vorrebbe lanciare il suo sogno evangelizzante. Ha perso in partenza, a giudicare dal contest, e senza tacere del problema tecnico di base: nessun critico serio le riconosce una voce all’altezza dell’esposizione mediatica, e i più malevoli non tardano a suggerire che di carriera non si sarebbe mai parlato, qualora Cristina non avesse avuto un velo in testa. Sconfitta che costa cara, in termini di kulturkampf, perché implicitamente afferma che il modello vincente è davvero quello pop, cui persino la vita consacrata si inchina. Vergogna per molti, che vedono beffata la propria scelta di castità, sulle note di un brano risemantizzato con successo da uno degli spezzoni più volgari del lungometraggio, il celeberrimo incipit di “Le Iene”, ad opera del più nicciano tra gli autori viventi, Quentin Tarantino.

Tirando le fila, difficile dire come risolvere una tanto impari sfida, e certo non è con il conservatorismo di maniera che se ne verrà fuori. Se però, al di qua del mero caso, rimane un posto per la ragione e per la progettualità umana, non c’è dubbio che siano quantomeno da evitarsi: l’ignoranza (il video è bello e in fondo nessuno più sa la storia di Madonna), il divismo (suor Cristina è simpatica e questo ci basta), l’imprudenza (confrontarsi con modelli culturali dominanti è sempre vincente), l’innocentismo (bastano un velo e una buona intenzione per redimere la peggio cultura anticristica). Concludo dunque la digressione, già raggiunto dai primi sfottò, che non riesco a confutare, della cultura laica: “Chiaro, dopo l’inedito orrendo scritto da Neffa in molti avranno spinto perché Sister Cristina si rifacesse a un repertorio di classici, tanto per non andare di male in peggio, ma tra i classici esistono brani più dichiaratamente rivolti all’Amore, senza dover per forza tirare in ballo una che già dal nome diceva quali fossero le sue intenzioni rispetto allo scandalizzare i cattolici”. Prender lezioni di fede dal Fatto Quotidiano, che pena. Non voglio nemmeno argomentare alla Vassallo, ipotizzando una posa ‘idealistico-hegeliana’ in suor Cristina: la contraddizione come mezzo di redenzione, l’esaltazione dell’anticattolico come frontiera di riaffermazione di un cattolico restaurato. Ma va’, le suore nostrane mica arrivano a tanto, sono brava gente. Più banalmente vedo il successo del registro culturale progressista, verso il quale il cattolicesimo degli ultimi decenni si trova sempre meno munito di anticorpi, succube, quasi mendicante.

Ora veniamo al secondo pensiero (quello promesso nelle prime righe dell’articolo), lasciamo perdere la governance mondiale e la sua colonna sonora pop e guardiamo in casa, nella Chiesa. La domanda che vorrei porre è semplice: siamo sicuri di avere già sperimentato tutte le tecniche di formazione ed evangelizzazione debite e opportune? Mi regala le parole Cattaneo sulla Nuova Bussola Quotidiana: “Ora ci chiediamo: invece di prospettare soluzioni ambigue, che non fanno che disorientare i fedeli, perché non è stata detta nessuna parola sulla “bellezza della castità”, come valore autenticamente umano e cristiano? O forse che la castità non è più una virtù? O forse che la Chiesa non ha più il coraggio di indicare ai giovani, ai fidanzati e anche alle coppie sposate, il valore della castità e della verginità per il Regno di Dio? Non sarebbe questo il vero messaggio profetico per il nostro tempo?”. E qui avvertiamo tutta la drammaticità dei tempi. Lungi dall’accusare un complotto mondiale dei Padri Sinodali, è però evidente la crisi di strumenti culturali, il senso di inferiorità e la paura di fronte al trionfo dei registri della dissoluzione. Umanamente encomiabile addirittura, quando operata in buona fede, la disponibilità a perdere posizioni economiche e teologiche, pur di non perdere le pecorelle (e ormai si teme di perdere la totalità del gregge!). In fondo non è colpa di nessuno in particolare, è un’epoca che ci trascina tutti, e che dovrebbe incitare tutti a chiedere una riconsacrazione del mondo o qualcosa di simile. Serve una soluzione in tutto anti-pelagiana, un’offerta di sé e del creato alla pura Grazia, un ravvivamento della preghiera, come vorrebbero quei neo-pelagiani dei tradizionalisti (mi sia concesso dirlo col sorriso, da semi-tradizionalista, e senza alcuna polemica verso l’amato Papa). Invece degradiamo: i Padri non parlano di castità; i figli ne parlano ma scimmiottando una diva del pop-porn; e continuiamo a sperare che da ciò possa sgorgare sa Dio quale rinascimento cattolico o anche solo umano. Che volete, non ho soluzioni da offrirvi, mi nasce tiepido solo un consiglio: invochiamo la Madonna quella vera, Aiuto dei cristiani, perché ci protegga e custodisca, e impariamo a cantare unanimi Colei che non fu “like a virgin” ma Semper Virgo e Tota Pulchra.

23 ottobre 2014

“Fuga dal Campo 14”


di Stefano Sala
“La persona che più ho odiato, anche più dei miei carcerieri, anche più del dittatore, è stata mia madre, perché mi aveva messo al mondo.” Così inizia la testimonianza di Shin Dong Hyuk, tenutasi sabato 27 presso la libreria Lirus in via Vitruvio a Milano. Shin, classe 1982, è l’unico uomo nato e vissuto in un campo di concentramento nord coreano riuscito a scappare; la sua vicenda è raccontata nel libro “Fuga dal Campo 14” scritto dal giornalista americano Harden Blaine, il quale ha messo per iscritto il racconto di Hyuk.

La storia di Shin, aiutato da un interprete, non ha potuto che coinvolgere i purtroppo pochi ascoltatori (qualche decina, ma dove è stato pubblicizzato l’evento?), i quali hanno partecipato attivamente ponendo al relatore diverse domande, nel corso dell’intervento strutturato più come un’intervista “collettiva” che non come una conferenza frontale. Il nostro, Testimone numero uno della commissione d’inchiesta dell’ONU sulla violazione dei diritti umani in nord Korea, ha risposto con compostezza tutta orientale alle domande che andavano a indagare sulla sua vicenda, e sulla situazione del suo paese. Un paese che vive sotto la dittatura comunista da sessant’anni, e che ha sul proprio territorio oltre al Campo 14, esteso quanto la superficie di Los Angeles, altri quattro campi conosciuti, per una popolazione concentrazionaria complessiva di 200 mila persone. Il sistema dei campi è basilare per la sopravvivenza del regime, permette attraverso il terrore di mantenere sotto controllo e di piegare al volere del dittatore e del partito l’intero popolo nord coreano. Gli abitanti infatti sanno che qualsiasi forma di dissenso, foss’anche una lamentela per la scarsità cronica di cibo, sarebbe punita con il trasferimento all’interno di uno di questi campi; e non solo per il diretto colpevole del “crimine”, ma per tutta la sua famiglia e per le seguenti due generazioni.

Questo è quello che è successo a Shin, il quale non ha saputo rispondere alla domanda sul perché i suoi genitori fossero stati imprigionati da giovani, probabilmente da quel che è riuscito a scoprire sono stati rinchiusi perché dei parenti ai tempi della guerra con il Sud Corea erano scappati in questo paese, e dunque considerati traditori. Del campo racconta soprattutto la fame persistente, una fame ancora più insopportabile delle torture arbitrarie, delle violenze quotidiane delle guardie e delle esecuzioni pubbliche all’ordine del giorno. Una fame che è stata la sua spinta nella ricerca della libertà, concetto sconosciuto a chi è nato dietro al filo spinato, senza un termine di paragone per valutare cosa sia una vita normale, cosa sia una vita in libertà.

Proprio i racconti “culinari” di un nuovo prigioniero del campo, che parlava di cibi neanche mai sognati in prigionia, spinge Shin a decidere di scappare perché “anche se fossi stato preso e giustiziato, almeno per una volta sarei riuscito a mangiare”. Con la fuga inizia il viaggio attraverso il paese, dove Shin può confondersi con gli abitanti dei villaggi che attraversa date le loro condizioni dovute alla denutrizione. Una fuga che lo porterà in sud Corea e infine negli Stati Uniti, da dove potrà raccontare al mondo gli orrori di una dittatura basata sulla fame e la violenza, che porta i figli a denunciare i genitori consegnandoli al boia (cosa per altro successa a Shin) e tratta i propri abitanti, usando le parole di altri rifugiati, “come delle bestie”. Shin non ha parole di odio per i suoi carcerieri; anche a chi domanda cosa pensi di quegli occidentali che niente han fatto per il suo paese, e che anzi dicono non ci sia niente di terribile nella dittatura di Kim Jong Un (da Dennis Rodman a Razzi), risponde semplicemente “un giorno il popolo coreano dirà che erano amici del dittatore”, come a dire che questo basterà come “punizione”.

Grazie al coraggio di Shin Dong Hyuk “ora la comunità internazionale sa, non ci sono più scuse”, come ha detto nel marzo 2014 Michael Kirby, presidente della commissione d’inchiesta dell’ONU sulla situazione in Corea del Nord, davanti al Consiglio dei diritti dell’uomo dell’ONU. Ma viene naturale chiedersi: davvero solo adesso, dopo sessant’anni, la comunità internazionale sa? Perché il silenzio sui crimini di Kim Jong Il e figli? Hanno forse un “colore” più accettabile per l’intellighenzia occidentale e le varie organizzazioni umanitarie? 
Lecita la domanda, scontata la risposta.

22 ottobre 2014

Le Purghe raggiungeranno nuovi livelli (sanno che sono in una corsa contro il tempo)



traduzione a cura di Franciscus Pentagrammuli

Un paio di giornali italiani (Il Messaggero; Corriere della Sera) lo hanno riferito questo lunedì, così come nel fine settimana. Come punizione per la sua difesa della fede ortodossa contro i tentativi sovversivi ed eretici del suo conterraneo Walter “L'africano buono è quello che sta zitto” Kasper e la sua posizione di ferma resistenza prima e durante il Sinodo, il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, cardinal Mueller, verrebbe spedito in Siberia. No, pardon, in Germania. Ci sono almeno due Sedi maggiori disponibili in Kirchensteuerland: Berlino, vacante, e la sua città natale, Magonza, il cui vescovo, il kasperiano cardinal Lehmann, ha quasi 79 anni. Questo dovrebbe aprire una vasta prospettiva per il largamente rumoreggiato smantellamento completo della Congregazione per la Dottrina della Fede, tale da renderla un ornamento inefficiente.

Mueller non è mai stato un tradizionalista, tutt'altro, ma non v'è dubbio che egli abbia brillato nella sua posizione, perché ha completamente incarnato ciò che essa significa: difendere la Fede Cattolica ed Apostolica della Sede Romana, non le sue proprie idee teologiche. Ma d'ora in avanti persino le semplici parole del chiarissimo e solare documento di Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, sono considerate frasi di buio ed oscurità: nessuno è salvo.
Parlando di papa Wojtyla, tutti gli articoli e le voci convergono in una direzione: il nuovo livello delle presenti purghe non si fermerà ai ratzingeriani (come Burke o Mueller), ma raggiungerà egualmente i wojtyliani. Tutti i polacchi conservatori nella Curia, ed i loro alleati, verranno rimossi con la riforma della Curia. I loro offici potrebbero venire semplicemente estinti o sommersi, e la nuova leadership sarebbe certamente di un nuovo (in realtà, vecchio liberal) tipoQuesto, comunque, ci dà una grande speranza: nessun popolo al mondo ha sofferto più purghe del grande popolo di Polonia. ma sempre essi sono tornati. Sempre. Gli uomini oggi al potere sanno che hanno un tempo relativamente breve (in termini di storia ecclesiastica) per rifare la Chiesa.
Ma ognuno di noi conosce le generazioni di preti ormai anziani. Li conosciamo nelle nostre parrocchie, cappelle ed oratori. Essi non sono semplicemente i figli di grandi famiglie rurali che han finito per entrare in seminario o negli ordini religiosi quasi automaticamente, che hanno formato tante generazioni di grandi preti, ma alcuni dei quali hanno perso la fede (ed anche abbandonato il sacerdozio) nel caos posconciliare. Essi sono uomini che hanno scelto di rimanere fedeli contro ogni più facile e comoda opzione offerta dal mondo contemporaneo, uomini che veramente credono in Dio, che sono stati profondamente ispirati da Giovanni Paolo II, che possono non essere tradizionalisti (come Wojtyla certo non lo era), ma che sono fiduciosamente conservatori.

Gli uomini al potere stanno assumendo un grosso rischio: stai tirando il pendolo dal loro quasi al punto di rottura. Quando si muoverà dal lato opposto, la reazione sarà così e pesante e forte e chiara che essi rimpiangeranno il loro giocare con la Verità Eterna. Liberals, sappiamo che molti di voi non credono in Dio, ma ciononostante Egli esiste, e "Non vi fate illusioni, non ci si può prender gioco di Dio" (Galati, 6,7).

http://rorate-caeli.blogspot.com/2014/10/the-purge-will-hit-new-levels-they-know.html

Tandem Triumphas, ovvero perché "Walter & Company" non prevarranno



di Francis Covenant

Nonostante le forti pressioni ricevute in proposito, non ero particolarmente ben disposto a scrivere qualcosina sul Sinodo che si è concluso questo week end. Non è per menefreghismo, ma è che quando è troppo è troppo. Cosa si può dire se non quello che si sa già? La tentazione di lasciare che tutto passasse era forte. Purtroppo, però, lo streaming di Radio Deejay non funziona o comunque eccede di molto le limitatissime capacità della rete internet domestica e, quindi, non avendo più scuse valide per perdere tempo inutilmente, ho ripiegato su un classico, estraendo dalla catasta di libri nei pressi del mio letto il primo volume di un’opera che è da sempre la mia preferita: “Tutto don Camillo” la raccolta di tutti i racconti di Mondo Piccolo a cura di Carlotta e Alberto Guareschi (Rizzoli, 2003).

Come faccio di solito, con don Camillo non mi premuro di andare con ordine ma apro a caso e inizio a leggere da dove capita. Se non che mi imbatto nel racconto nr. 118 “Quel gatto bianco e nero”. Embè? Cosa ha di tanto speciale questo racconto? Basta leggerne le prime righe per capire:
Entrò nella saletta della canonica Giorgino del Crocilone e pareva più ubriaco del solito. [...] “sono qui” borbottò Giorgino, mentre, a testa bassa, rigirava tra le mani il cappello unto e bisunto. Già” rispose don Camillo. “E’ un po’ che non ci vediamo. Neanche quando ti sei sposato hai voluto venire a trovare l’arciprete. E hai visto com’è finita? Dovete mettervi in mente che un sindaco, anche se è robusto come Peppone, non ce la fa, da solo, a legare assieme due cristiani per tutta la vita.”

Ecco perché non potevo più tergiversare. In poche parole Guareschi ha risolto un problema che sta angosciando la delicata e sensibilissima coscienza pastorale del Walter da decenni e che ha tenuto occupati 150 vescovi per due settimane, e che terrà la Chiesa sulle spine per i prossimi due anni: come si fa con i divorziati? Perchè è scontato che i divorziati ci sono e sono un problema. Normale amministrazione quando gli uomini vogliono “fare da soli”. Ma qui bisogna fare un passo indietro, infatti il cattolico medio che partecipa alla frazione del pane nella sua parrocchia saltuariamente durante l’anno non ha ben chiaro dove stia questo problema. Per lui il problema semplicemente non c’è. E’ ovvio, ci si sposa, ci si separa, ci si risposa. E’ normale. Infatti, chi va a Messa poi va a prendersi la comunione in mano dal ministr* straordinari* della comunione. Si va a messa per quello, no? Lo fa anche Matteo Renzi, lo ha fatto Valeria Marini e pure Berlusconi. Quindi? Quindi niente. Perché noi “stolti e tardi di cuore” non capiamo qual è la vera natura del problema che invece è cristallina alla coscienza del Walter che pur non crede alla natura.
Non è la Prassi con la “P” maiuscola a far problema, ma la chiesa con la “c” minuscola che deve adeguarsi anche formalmente a questa “Prassi”. Bisogna riconoscere “gli elementi di sacramentalità” presenti in ogni matrimonio. Contro quella che potrebbe sembrare la cosa più ovvia - e che a quanto pare non lo è - e cioè che chi vuole essere cattolico deve rispettare i dettami della Chiesa cattolica, deve essere sancito anche formalmente che la chiesa con la “c” minuscola deve adeguarsi al Mondo con la “M” maiuscola, con buona pace anche di quella parte (in verità maggioritaria) di mondo con la “m” minuscola che non ha ancora capito in che direzione bisogna procedere. Infatti, stando alle risposte del famoso questionario, la maggioranza dei cattolici non è che sia così favorevole a queste “aperture” sacrileghe, però, al Walter poco gliene cale. La Storia con la “S” maiuscola, le Sorti Magnifiche e Progressive dell’Umanità van in una ben precisa direzione - che conoscono solo loro - e il loro compito è quello di indicarci la via e di farvi entrare tutti il prima possibile. Proprio in nome della “Storia” e dello “Spirito” ben presto si rispolvererà l’evangelico “compelle intrare” (Lc 24,23) che fino a qualche anno fa veniva ricordato con disgusto come la sintesi di tutti gli orrori della chiesa costantiniana.

Il Nuovo Corso ha stabilito che al posto della Croce stanno le voglie e i pruriti degli uomini che bisogna assecondare sempre e comunque, perché la Chiesa - con la maiuscola, di cui quella cattolica è solo una parte - è al servizio dell’Uomo.
“Cosa aspetta la chiesa ad adeguarsi?!” dirà Walter.
“Mah - qualche impudente obietterà - e come la mettiamo col Vangelo?”
“Semplice, risponderà il Walter in ginocchio (teologico), è ovvio che “bisogna contestualizzare”: San Paolo dice che risposarsi è peccato? Sì, è vero, ma bisogna capire che ragionava nel contesto della Palestina del I° secolo dell’Era Volgare ... non vorrai mica tornare al primo secolo dell’Era Volgare, vero?! E poi anche san Matteo diceva che si poteva divorziare perché aveva capito che Gesù l’aveva sparata grossa.”
E così il nostro povero impudente, pieno di confusione, è messo a tacere perché, diciamolo francamente, se “era volgare” ci poteva anche stare [il galateo non ha mai fatto per lui], ma tornare proprio al primo secolo no! Dopo finisce che i colleghi al lavoro gli danno dell’integralista e in mensa nessuno si vuole più sedere di fianco a lui. Ci ha provato, di più cosa poteva fare?

E così il povero Arciprete della Bassa si ritroverà messo all’Indice per aver risposto alle angosce di Giorgino che sfinito dai rimorsi della coscienza diceva “andrò a costituirmi!”, nell’unico modo in cui sapeva farlo e cioè mettendolo di fronte alla Verità per quanto scomoda e dolorosa sia: “No: devi pagare il tuo enorme debito verso Dio. Questo è difficile. Pagare il debito con la giustizia degli uomini è facile. [...] Va, e mai la sofferenza ti abbandoni. Il tuo orrendo peccato è scritto dentro gli occhi di quella inconscia bestiola che Dio ha scelto per risvegliare la tua coscienza: che essi ti guardino sempre e ti ricordino il tuo delitto sì che sempre tu abbia a pentirtene. Vai, fratello.”
Parole molto dure e che paiono distanti anni luce ed estranee a molti di noi oggi abituati ad essere il miele della terra. Eppure, a ben vedere, prima che iniziassero a contestualizzarlo, anche a Gesù mentre insegnava a Cafarnao gli dissero: “Questa parola è dura, chi può ascoltarla?” (Gv 6,60) e la risposta di Gesù è chiara ed inequivocabile: “Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono.” Ed infatti “molti tornarono indietro”, tanto da far chiedere da parte di Gesù ai Dodici se volessero andarsene anche loro. Ma, nonostante la risposta rassicurante di S. Pietro “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio», Gesù fu chiaro: «Non sono forse io che ho scelto voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!». Parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: costui infatti stava per tradirlo, ed era uno dei Dodici” (Gv 6,60-66). Consci di questa realtà allora non dovremmo scandalizzarci troppo se anche oggi e soprattutto oggi tra i successori dei “Dodici” c’è qualcuno che “ciurla nel manico” e a volte “i diavoli” sembrano essere divenuti la maggioranza.

Ci basti “permanere nella verità di Cristo”, per citare il card. Burke, consci che “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mt 24,35). Alla fine vinceremo noi, o meglio, vincerà Lui perchè ha già vinto: “In mundo pressuram habetis, sed confidite, ego vici mundum” (Gv, 16,33). Ed è questa la fondamentale differenza tra il mondano “¡No pasarán! detto dalla Pasionaria Dolores Ibarruri il 19 luglio del 1936 a Madrid [“e noi siamo passati” chiosavano efficacemente i Gesta Bellicae il divino “non praevalebunt” (Mt 16,18) di Nostro Signore.
Allora don Camillo andò ad inginocchiarsi davanti al Cristo dell’altar maggiore e aveva la faccia piena di sudore e la testa vuota. “Gesù” balbettò “io non so … Io non so quel che ho fatto!”. “Lo so io” rispose il Cristo sorridendo.”. 
E allora se cercheremo sempre di fare ciò che “piace a Lui”, costi quel che costi, anche scontentando il povero Walter, potremmo alla fine dire come san Paolo “bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi” (II Tim 4,7).