26 settembre 2016

Padre Amorth e l'ultimo liturgista

 di Amicizia San Benedetto Brixia


Per commemorare la scomparsa del grandioso padre Gabriele Amorth, uomo della Provvidenza, che ha salvaguardato e rinnovato la consapevolezza demonologica negli ultimi critici e decisivi decenni, mi pare bello andare a recuperare un articolo di Satiricus, giovane penna genovese, da anni attiva sul medesimo blog che ci vede da poche settimane suoi collaboratori. L'articolo in questione si intitola L'ultimo liturgista ed è un'ode alla profonda opera liturgica compiuta da Benedetto XVI. Sul finire dello scritto l'autore riporta alcune parole di p. Amorth, che gettano luce sulla figura del pontefice tedesco, sul valore della liturgia rettamente celebrata, sul peso specifico della liturgia Vetus Ordo rispetto agli adattamenti sociologici del Novus Ordo. Riportiamo interamente il brano, incluse alcune frasi un po' audaci e barocche del nostro amico Satiricus.

"Servono nuove chiavi di lettura... La trovo con piacevole sorpresa nell’indovinata intervista di Rodari a padre Amorth, La mia battaglia contro satana. L’ultimo Esorcista, Piemme, Milano 2012, e merita di essere ripresa:
Benedetto XVI è temutissimo da Satana. Le sue messe, le sue benedizioni, le sue parole sono come dei potenti esorcismi… Credo tuttavia che il suo pontificato sia un grande esorcismo contro Satana.
Il modo con cui Benedetto XVI vive la liturgia. Il suo rispetto delle regole. Il suo rigore. La sua postura sono efficacissimi contro Satana. La liturgia celebrata dal pontefice è potente. Satana è ferito ogni volta che il papa celebra l’eucaristia.
(p. 219)
E’ una testimonianza che, di per sé, già dice tutto. Ma sarebbe un peccato interpretarla in chiave meramente celebrativa.
Benedetto XVI non è temuto per il valore della sua persona, per un carisma di fascinoso prelato o simili: è la liturgia a fare la differenza, è lo stile celebrativo a ferire Satana. Capire questo significa TUTTO, soprattutto per le giovani generazioni che hanno perso il senso soprannaturale del liturgico.
Non che l’abbiano perso per colpa propria, è il clero – a partire dai cosiddetti teologi e docenti – ad aver estromesso certe categorie e addirittura ad opporvisi fino ad oggi. Che una messa possa essere “più potente” di un'altra è cosa bollata come residuo di magismo. Inutile cercare di spiegare che tra magia e socialismo esisteva una sana via di mezzo: la liturgia cattolica e cattolicamente intesa (e celebrata). Inutile, anche perché faticoso rispondere alla mole ipertrofica di ragionamenti intricatissimi e dottissimi quanto originariamente anti-romani, sfiancante sopportare l’abuso di autorità e potere degno delle peggio sacrestie e da quelli ampiamente sfoggiato, quasi impossibile far breccia contro l’irrefragabile pregiudizio del senso comune (cui i cattolici non riescono a svincolarsi – e non per nulla il papa viene a indire un anno della Fede: c’è da ricostruire!). Contro tali e tanti baluardi, nei quali va serrandosi il post-conciliarismo, serve una testimonianza potente, capace di convertire i cuori prima che le menti.
Padre Amorth ci aiuta pienamente in questo, narrandoci un episodio ignoto ai più, ma a mio avviso strategico e risolutivo. Riassumo in poche righe i fatti narrati intorno a pagina 214 del testo: tra le grandi novità del Concilio si registrò anche la riforma del Rito degli esorcismi, rito venerabile compilato per lo più in età moderna, da pregarsi esclusivamente in latino, di chiaro taglio – diciamolo con i periti – amartiocentrico, cupo, pessimista, profeta di sventura, etc. Chiaramente la modifica del rito avvenne a porte chiuse, ad opera di un pool di insigni teologi e pastori che fecero a meno di ascoltare il parere degli esorcisti attivi sul campo. Il nuovo rituale fu diffuso per un periodo di prova, quanto basta perché gli esorcisti si accorgessero che esso era totalmente inefficace. Si rischiava la catastrofe: lo scatenamento di Satana in nome dell’obbedienza al Concilio e a Roma.
In extremis il cardinale J A Medina Estevez, che nel 1996 divenne prefetto della Congregazione per il culto divino, riuscì con un colpo di mano dell’ultimo minuto a inserire una particolare notificazione in cui si concedette agli esorcisti di servirsi ancora del vecchio rituale facendone richiesta al vescovo. Fu la nostra salvezza. Tutti potemmo continuare ad esorcizzare con il vecchio rituale, a mio avviso l’unico efficace contro il demonio.
L’attuale pontefice… è stato l’unico [allora] a ricercare ed ascoltare il parere di noi esorcisti
(p. 214)
E’ quanto. Non soffermiamoci sui soliti complottismi anti-conciliari. Inutili. Teniamo il dato sicuro, l’idea chiara e distinta: modificare i riti significa modificare l’efficacia della preghiera. No, la pretesa del tradizionalismo non è una faccenda di pizzi e merletti, ma di radicale salus animarum.
E quindi ben venga il fanone, ben venga la celebrazione del Summorum Pontificum in san Pietro, ben venga tutto l’armamentario utile a ferire Satana, ben venga la salvezza delle anime, specialmente le più bisognose della Sua misericordia."
 

25 settembre 2016

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: Santo Stefano, Gesù e Mitra (Parte XI)


di Alfredo Incollingo

E' vero che Gesù è in realtà il dio orientale Mitra? Così vocifera la piazza, o meglio coloro che, per partito preso, negano a tutti i costi l'originalità umana e divina di Cristo. Ci devono per forza essere rimandi che possano spiegare in alternativa la personalità del Messia: troppo difficile e onesto riconoscere chi Egli è veramente.

Non è mia intenzione trattare in maniera organica il problema, essendo una questione già affrontata da storici e studiosi di religione di rilievo. Citare questo nodo cruciale degli studi di religione è d'obbligo se parliamo di Santo Stefano Rotondo, sul Celio, nei pressi dell'Anfiteatro Flavio, chiamato volgarmente Colosseo. E' una chiesa particolare, di pianta circolare, con l'altare al centro dell'edificio e i fedeli disposti di fronte al sacerdote che celebra l'Eucarestia. Solo Sant'Agnese fuori le Mura, sulla via Nomentana, potrebbe rivaleggiare per struttura e nomea con questo luogo di culto.

La sua storia inizia nel V secolo d.c. quando l'Urbe si stava progressivamente convertendo al Vangelo e stava abbandonando i vecchi culti, ormai atrofizzati. Non deve meravigliare se la chiesa venne costruita al di sopra di un altro luogo sacro, un mitreo del II secolo d.c. I romani erano soliti costruire edifici religiosi ex novo su strutture precedenti per rifondare nel sacro quelle aree. Da allora Santo Stefano Rotondo, che ricorda nel nome la pianta circolare, ha subito diverse evoluzioni strutturali e artistici soprattutto nel XVI secolo, in pieno Rinascimento.

Chi era Mitra? Era una divinità indiana che giunse a Roma tramite la Persia e il mondo ellenistico. I romani, onde porre rimedio al caos sacro inaugurato con la conquista del mondo (all'epoca) conosciuto, erano soliti accogliere nel loro pantheon (l'attributo “divino” è inutile, visto che “pantheon” indica di per sé l'insieme degli dei pagani) divinità straniere sia per propiziarsi la fedeltà di quei popoli sia per invocare la protezione di quelle divinità su Roma (e non per un qualsiasi moderno principio di uguaglianza e di laicità, come si crede comunemente). Superstiziosi com'erano i romani, nulla si lasciava al caso, specie in materia religiosa. Il mitraismo si diffuse rapidamente a Roma, conquistando anche molti imperatori che la resero la religione ufficiale dell'impero.

I punti affrontati nel continuo rapporto tra Mitra e Cristo riguardano il giorno di nascita, i culti e i riti per celebrarli. A quanto pare i sostenitori della somiglianza tra il dio e Dio sembrano vedere quasi esclusivamente le possibili similitudini e mai le differenze, senza considerare le numerose lacune che si hanno sul mitraismo. Il noto studioso neotestamentario B. Ehrman ricorda come la maggioranza delle congetture fatte su Mitra e Gesù sono frutto di ipotesi, prive di riscontro, anche perché del culto di Mitra abbiamo pochissime notizie certe. A differenza dei cristiani, i seguaci di Mitra non lasciarono testi scritti soprattutto perché era un culto misterico e iniziatico: la conoscenza religiosa non doveva uscire al di fuori del mitreo.

Cristo, non dimentichiamolo, è morto in Croce per espiare i peccati dei suoi figli. Mitra fece lo stesso? O lo fecero gli altri dei pagani? L'idea della remissione dei peccati con la morte e resurrezione di Dio è un pilastro solido della cristianità, che nessuno può scalfire.
Quando andiamo a Santo Stefano Rotondo per pregare e per visitare la chiesa o il mitreo e gli altri ambienti sotterranei, ricordiamoci che ancora oggi si cerca di denigrare Gesù negando (con disonestà) la Sua originalità e il Suo amore per noi.
Il viaggio continua.

 

24 settembre 2016

Grasse risate nei Sacri Palazzi

di Francesco Filipazzi 

Ogni tanto a tutti capita di voler essere simpatici. Certo a volte non si riesce ad esserlo. Troviamo un esempio di un fallimento in questo senso sul blog di Andrea Tornielli, Sacri Palazzi. Il Nostro, cercando di prendere in giro (credo) Antonio Socci, in un post dal titolo "Parole del Papa sui Musulmani", riporta una frase (facendo intendere che l'abbia detta Papa Francesco) di Giovanni Paolo II, pronunciata in un incontro con i Giovani Musulmani a Casablanca nel 1985. In essa il Papa dice "Noi crediamo nello stesso Dio, l'unico Dio vivente" ecc. Dunque il colpo di scena. Dopo aver fatto il verso a Socci, il nostrissimo rivela l'arcano "la frase l'ha detta Giovanni Paolo II, Papa e pure Santo. Soprattutto dimenticato".

In effetti ci duole ammettere che Giovanni Paolo II è dimenticato, soprattutto da chi lo cita parzialmente. Tornielli si è dimenticato di citare il paragrafo 10 di quel discorso: "Credo che noi, cristiani e musulmani, dobbiamo riconoscere con gioia i valori religiosi che abbiamo in comune e renderne grazie a Dio. Gli uni e gli altri crediamo in un Dio, il Dio unico, che è pienezza di giustizia e pienezza di misericordia; noi crediamo all’importanza della preghiera, del digiuno e dell’elemosina, della penitenza e del perdono; noi crediamo che Dio ci sarà giudice misericordioso alla fine dei tempi e noi speriamo che dopo la risurrezione egli sarà soddisfatto di noi e noi sappiamo che saremo soddisfatti di lui. La lealtà esige pure che riconosciamo e rispettiamo le nostre differenze. 
Evidentemente, quella più fondamentale è lo sguardo che posiamo sulla persona e sull’opera di Gesù di Nazaret. Voi sapete che, per i cristiani, questo Gesù li fa entrare in un’intima conoscenza del mistero di Dio e in una comunione filiale con i suoi doni, sebbene lo riconoscano e lo proclamino Signore e Salvatore. Queste sono differenze importanti, che noi possiamo accettare con umiltà e rispetto, in una mutua tolleranza; in ciò vi è un mistero sul quale Dio ci illuminerà un giorno, ne sono certo".

Sostanzialmente il Papa disse ai Giovani Musulmani che c'è una differenza fra le due religioni che si chiama Gesù Cristo. E' evidente che il buon Tornielli si è dimenticato questa parte.
Così come in questo periodo molti hanno dimenticato un'altra parte del magistero dell'epoca. Ad esempio nella Familiaris Consortio leggiamo: "La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall'Eucaristia. C'è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all'Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull'indissolubilità del matrimonio". Dunque, ci chiediamo, perché citare Giovanni Paolo II solo per le liti con i giornalisti rivali, per far volare qualche straccio via web, mentre invece non citarlo, che so, per commentare Amoris Laetitia?

Link -> Discorso di Giovanni Paolo II ai giovani del Marocco
 

23 settembre 2016

San Pio, il santo confessore di Pietrelcina


di Alfredo Incollingo

Quando si parla di San Pio di Pietrelcina, che noi tutti ancora chiamiamo affettuosamente Padre Pio, si tratta di un santo molto criticato e abusato da una pubblicistica assillante e profittevole. E' stato considerato uno psicopatico ignorante da Agostino Gemelli, frate francescano e medico, che negava l'origine divina delle sue stimmate. Allo stesso modo un'eccessiva devozione popolare, giunta a forme estreme e idolatre, ha creato un'immagine falsa del santo, considerato più un taumaturgo che un uomo di Dio, dimenticando che Padre Pio diede la sua vita a Cristo.
A Lui si rivolgeva il frate nelle preghiere e a Lui riconduceva i fedeli che si accostavano al confessionale.
Padre Pio fu un santo confessore, un pastore delle anime che non volle trascurare la loro cura spirituale: comprese l'importanza di chiedere perdono a Dio e di godere della Sua misericordia per poterci mondare delle nostre colpe in pensieri, parole, opere e omissioni.
La sua grande fede in Gesù, vissuta a tal punto da rivivere la Passione, le cui stimmate furono il segno esteriore dell'estasi, gli conferì un dono dello Spirito Santo: capire i cuori della gente, i loro pensieri più reconditi e inconfessabili. Nessuno sfuggiva allo sguardo scrutatore di Padre Pio. La confessione non aveva segreti. Padre Pio, al di là di qualsiasi forma di (eccessiva) devozione popolare, fu il santo della misericordia divina e della necessità per tutti noi di riconoscerci peccatori, per poterci sentire veramente cristiani.

Si chiamava in realtà Francesco Forgione e nacque a Petrelcina, nei pressi di Benevento, il 25 maggio 1887 da una famiglia di poveri contadini, molto devoti a Gesù e a Maria, la cui scrupolosità delle pratiche religiose non si riduceva a sterile formalismo, ma era animato da una fede sincera. Nel 1903 decise di entrare nell'Ordine dei Frati Cappuccini, prendendo il nome di Fra Pio. Divenuto sacerdote dovette desistere dal suo desiderio di seguire la sua vocazione apostolica in terre lontane per gravi ragioni di salute. Fu costretto a ritornare a Pietrelcina e da qui fu trasferito a San Giovanni Rotordo, sul Gargano, nel convento di Santa Maria delle Grazie. Fu un periodo di gravi difficoltà fisiche e spirituali: la malattia polmonare era ostica da guarire e il Demonio non lo lasciava mai in pace.
Eppure la sua forza d'animo e la sua fede non si affievolirono, anzi la celebrazione dell'Eucarestia e la certezza della misericordia e dell'amore di Dio gli davano lo stimolo necessario per resistere.  Ciò era possibile solo con il sacramento della Confessione: Dio ci avrebbe assolto dalle nostre colpe, se pentiti, dandoci la volontà per sfuggire le occasioni di tentazione. Passava dalle quattordici alle sedici ore nel confessionale, senza sosta, provando non pochi problemi fisici: la fiducia nel sacramento era così forte da vincere ogni cosa. Offrì le sue sofferenze a Gesù, perché faceva tutto ciò per l'amore verso il Crocifisso, rivivendo il dolore del Suo sacrificio.
Il 20 settembre 1918 il cappuccino ricevette le stimmate di Cristo sulle mani, sempre sanguinanti, fino alla sua morte. Il miracolo sembrò confermare l'aurea di santità che già aleggiava sulla sua figura, ma le critiche non tardarono a giungere, anche da ambienti ecclesiastici: il medico Agostino Gemelli ritenne le sue piaghe una truffa.
La preghiera rimase la sua arma per resistere e per continuare a trarre la forza per andare avanti: la recita del Santo Rosario fu il suo grazie e la sua richiesta d'aiuto alla Madonna, verso la quale non mostrò mai dubbi. Sulla porta della sua cella fece incidere una celebre frase mariana di San Bernardo di Chiaravalle, “Maria è tutta la ragione della mia speranza”; a Lei dedicò anche la Casa Sollievo della Sofferenza, che oggi è uno degli istituti di ricerca e di cura più efficienti a livello nazionale e internazionale.
San Pio da Pietrelcina morì a San Giovanni Rotondo il 23 settembre 1968, nell'anno della contestazione più devastante. Le sue stimmate sparirono miracolosamente alla presenza delle decine di migliaia di fedeli che si erano radunati per vegliare sulla sua salma. Padre Pio fu considerato santo già in vita e questo fatto miracoloso incrementò la devozione dei numerosi fedeli che dalla sua morte si recano a San Giovanni Rotondo a pregare sulla sua tomba.
Il processo di canonizzazione ufficiale fu preceduto e parallelo a quello ufficioso del popolo. San Giovanni Paolo II lo dichiarò venerabile nel 1997 e nel 1999 lo beatificò; sempre il Santo Padre lo santificò qualche anno dopo nel 2002.
 

22 settembre 2016

Brutte chiese e teologia della fuffa


di Giorgio Enrico Cavallo

«Era una casa molto carina, senza soffitto, senza cucina…». Quella di via dei matti numero 0 è senza dubbio una casa originale, priva di tutti i requisiti essenziali. Altro che certificato di abitabilità! Essa assomiglia un po’ a quelle chiese costruite oggi che – scusate l’ignoranza in fatto di architettura – sembrano progettate proprio dagli abitanti della celebre via dei matti.

Ne ho viste tante, di chiese costruite dai matti: sono bizzarre e futuristiche, alcune fatte a forma di cubo, altre simili a piramidi; certe sono di splendente vetro, altre di assai decorativo cemento. Ce ne sono che assomigliano ad estetiche scatole da scarpe, altre che ricordano dei bunker dell’ultima guerra. Insomma, ce ne sono per tutti i gusti, e scusate se è poco: le chiese costruite dai matti sono spoglie, senza orpelli, senza fronzoli, senza tutto quello sfarzo e quell’oro che sembrano proprio un’allegra offesa ai poveri, i quali potrebbero anche prendersela con Nostro Signore, onorato come un re mentre loro non arrivano a fine mese.

Dunque, viva il vero francescanesimo e viva le chiese senza soffitto e senza cucina, senza oro e senza sfarzo. Già che c’erano, i nostri solerti architetti hanno anche eliminato i campanili – a che serviranno, poi? – azione che, a ben pensarci, ha anche un altro pregevole merito: quello di mimetizzare le chiese nell’uniforme panorama urbano. E sì, un tempo c’erano architetti un po’ bizzarri, che costruivano enormi torri sulle quali piantavano una croce e installavano grosse campane. Grosse e rumorose. Era evidente che campanili così alti, con campanoni che non stavano mai fermi, si distinguevano subito nel panorama cittadino. Qualcuno poi ci metteva anche un orologio, lassù, così che tutti alzavano lo sguardo per vedere l’ora. Orrore! La Chiesa non deve alzare la voce, non si deve far vedere, e soprattutto deve rispettare il pensiero di tutti: avere un campanile alto e fracassone avrebbe di certo disturbato i non credenti, i musulmani, gli indù, i pastafariani e via dicendo.

I nostri bravi architetti hanno poi eliminato abside e navate: a che servono? Meglio mettere l’altare in mezzo alla chiesa – magari – e meglio ancora se il tabernacolo viene messo in un angolo, dove nessuno lo può vedere. Piuttosto, è bene mettere in una bella posizione la cantoria, ché tutti devono sentire le raffinate canzoni stile pop della Messa-Nuova-Versione, e soprattutto le mamme devono poter vedere i loro pargoletti mentre schitarrano e stamburellano durante gli stacchetti musicali. L’organo – quel cupo strumento anteguerra – se proprio deve essere installato, deve essere lasciato ben coperto e nascosto da un telo. Non sia mai che si vogliano suonare delle musiche scritte da quel tizio che ha scoperto le gocce di fiori omeopatici.

Ma soprattutto – dicevamo – gli architetti hanno deciso che tutte le decorazioni dovessero essere eliminate. In fondo, i luterani già lo fanno: hanno delle magnifiche chiese con i muri tutti bianchi, sui quali viene appeso solo l’orario delle Messe e l’immancabile cartellone con le foto dei bimbi del catechismo. Bene: muri bianchi siano. Via le icone, via gli ori, via cappelle e statue di Madonne e santi. Via tutto. I muri li vogliamo bianchi, meglio ancora se di cemento a vista, meglio poi se ruvido come la grattugia del Grana Padano.

Ora, poiché questa situazione è comune al 99% delle chiese costruite negli ultimi cinquant’anni, c’è da pensare che in via dei matti ci sia probabilmente la sede della facoltà di architettura. Ridendo e scherzando, però, due domandine uno se le fa. Tra le tante: ma perché le chiese di oggi devono essere costruite come se fossero dei prefabbricati? Perché i muri devono essere spogli e bianchi, di nudo cemento, come un parcheggio multipiano? Perché i cristiani devono pregare rivolti verso un muro bianco e non verso delle icone o delle pale d’altare? Perché, in sostanza, le chiese di oggi devono essere grezze, tristi, asettiche, fredde, distanti dai fedeli, in una parola: brutte?
Perché non possono essere quello che sono sempre state: dei templi dello spirito, Casa di Dio e porte aperte sul Paradiso, luoghi di preghiera e di devozione; e soprattutto dei luoghi d’arte, dove la fantasia ispirata dall’uomo è stata per secoli messa in mostra, ammirata da altri uomini che a loro volta hanno potuto realizzare altri capolavori artistici? Ve li vedete un Giotto o un Michelangelo, un Bach o un Perosi, un Bernini o un Brunelleschi, ve li vedete oggi? Potete dire che, oggi, entrando in una chiesa moderna, vi venga voglia di emulare questi grandi, dipingendo una Madonna col Bambino, componendo una corale o progettando una cappella? Probabilmente, visto tutto il cemento che vi circonda, vi verrà voglia di fare una bella colata anche nel prato del vostro giardino.

Sarà per questo, forse, che anche i nostri bravi (?) vescovi approvano il progetto di chiese di questo tipo. Perché l’aberrazione più grande non è quella dell’architetto, ma quella della diocesi che accetta progetti di ben dubbio gusto. Perché c’è qualcuno che dice sì, quella chiesa s’ha da fare, e non importa che sia brutta. Anzi, meglio così. Chiedetelo alla Cei, Conferenza-Episcopale-Italiana, ad esempio, che commissionò a Fuksas un elegantissimo cubo di grigio cemento, che sfigurerebbe perfino nelle più squallide città dormitorio ex-sovietiche. Chiedetelo alla diocesi di Torino, che si è rifatta la sede in piena periferia, realizzando un edificio che ricorda più o meno un misero altoforno (con tutte le scuse per gli altoforni). Chiedetelo alla diocesi di Siracusa, dove si staglia per 74 metri un raffinato cappello delle streghe, altrimenti detto santuario della Madonna delle Lacrime. E via dicendo. Non sempre, però, si tratta di ecomostri: a volte le chiese post-conciliari, post-moderne e ormai post-cattoliche sono, esternamente, più simili a delle piscine o a dei cinema. Si mimetizzano così bene con il grigiore delle periferie che, camminando per strada, nemmeno le noti. Figuriamoci, poi, se ti viene voglia di entrarci dentro per pregare. L’occhio e lo spirito hanno bisogno di bellezza e di raccoglimento: ma come possono trovarli in un posto che ricorda l’interno di una fabbrica?

Ma in fondo, come abbiamo visto, questi edifici altro non sono che lo specchio della moderna teologia cattolica, che frulla un po’ di bizzarro ecumenismo insieme ad un pessimo protestantesimo e ad un finto francescanesimo, insieme ad una spruzzata di immancabile progressismo. Un cocktail di teologia appresa nella sala d’attesa del dentista, leggendo l’ultimo numero di “il mio Papa” o l’ultimo editoriale di “Repubblica”. Insomma, una teologia della fuffa, che al posto di cambiare il mondo annunciando Cristo preferisce che sia il mondo a cambiarla annunciando il nulla. Una deriva folle ed inquietante, tradita proprio dall’architettura inconsistente ed allucinata che ci hanno imposto costruendo discutibili chiese in “stile Ikea” e abbandonando o demolendo chiese vecchie di secoli. In nome di cosa, non si sa. Per quale fine, non si sa. Si sa solo che le nostre diocesi applaudono alla fuffa spirituale ed artistica, erigendo chiese sempre più brutte e conducendoci verso un cristianesimo sempre più arido. Indubbiamente, molti vescovi hanno le idee un po’ confuse. Probabilmente, hanno costruito il seminario in via dei matti numero 0. Alcuni di essi – viene da sospettare – ci abitano pure.
 

21 settembre 2016

Schiavi della droga? Al potere conviene

di Paolo Inselvini

É approdata in questi giorni in Parlamento la proposta di legge che tratta la legalizzazione della cannabis ad uso ludico-ricreativo. La sua eventuale approvazione rappresenterebbe, soprattutto se inserita in questo contesto storico, una vera e propria catastrofe per la nostra Nazione, per la nostra gente ed in particolare per i più giovani. I media di regime ed i politici in malafede spacciano, è proprio il caso di dirlo, questa proposta come una vittoria della libertà, come una grande fonte di guadagno per le casse dello stato e come sicuro e duro colpo inferto alla criminalità organizzata.

Tuttavia, per persone che ancora possedessero qualche tipo di ideale o semplicemente del sano buon senso, è doveroso analizzare le gravi conseguenze che avrebbe l'approvazione di questo disegno di legge.

Soffermandoci, innanzitutto, su quello che rappresenta un pilastro della propaganda antiproibizionista, è opportuno quantomeno dubitare della tesi secondo cui un mercato della cannabis gestito direttamente dallo stato indebolirebbe la criminalità organizzata. Coloro che producono tali falsità dovrebbero ascoltare e seguire gli insegnamenti di esempi come Paolo Borsellino, il quale ha donato la propria vita per la lotta alla criminalità e la difesa della Giustizia. Egli fu chiaro su questo argomento, sottolineando tutti i limiti della legalizzazione della cannabis come opposizione alle mafie. É un grande peccato, però, che moltissime persone si ricordino di Eroi come Borsellino solo il giorno della morte, giusto il tempo di scrivere un post, per poi dimenticarseli fino all'anno successivo.

Ad una persona in buona fede, inoltre, risultano abbastanza pacifiche anche le conseguenze negative che la cannabis ha sul corpo, sulla psiche e sulle relazioni delle persone. Pochi giorni fa un ragazzo americano ha ucciso i propri genitori perché colpevoli di aver chiamato la polizia a seguito del marijuana-party da lui organizzato. Questo rappresenta un caso emblematico dei tanti casi in cui si sono commessi atti inconsulti dovuti direttamente o indirettamente all'uso di droga. Come se non bastasse, come affermano la maggior parte degli operatori del settore, coloro che fanno uso di droghe più letali della cannabis hanno molto spesso iniziato da essa che, sociologicamente e psicologicamente, rappresenta una porta d'ingresso al mondo delle droghe. 

Già queste semplici motivazioni basterebbero per ritenere quantomeno una grande sciocchezza la legalizzazione della cannabis. La questione centrale, però, è ancora una volta di tipo culturale. Qual è il modello di vita che vogliamo offrire ai giovani? Vogliamo che passino le proprie giornate a farsi le canne estraniati dalla realtà o vogliamo che lucidi, interessati e liberi lottino per il proprio futuro? La legalizzazione incentiverebbe uno stile di vita assai discutibile se non inaccettabile spingendo i giovani più fragili a rifugiarsi nella droga, una demoniaca compagna che cerca di ammaliare coloro che non sanno resisterle.

Uno stato serio avrebbe il compito di difendere i più deboli, mentre questa proposta di legge, se approvata, spingerebbe i più deboli ad arrendersi scegliendo la strada più facile quanto sbagliata. Il mondo in cui viviamo è complicato, spesso crudele e ingiusto e coloro che si trovano in situazioni di degrado sociale e di malessere psicologico andrebbero allontanati da comportamenti negativi come l'uso di droga.

Dall'altro lato, differentemente alle situazioni di degrado, vi sono anche coloro che fanno uso di droghe ed in particolare di cannabis solamente perché hanno bisogno di trasgredire e provare emozioni diverse e nuove in un mondo che può dargli già tutto, in un mondo senza più regole ne divieti, se non il divieto di avere divieti. La cosa più grave è che, se fosse approvato il disegno di legge, tutto questo sarebbe avvallato dalle istituzioni.

In questa realtà sarebbe necessario, invece, proporre un modello di vita differente. Davanti ad una realtà ingiusta ed omologante i giovani dovrebbero combattere per riprendersi il futuro e la propria libertà.

A qualcuno, però, conviene che i giovani siano schiavi della droga. Di fronte al consumismo, all'individualismo ed al capitalismo sfrenato sarebbe vitale per i giovani riscoprire una dimensione spirituale, la bellezza della comunità e del sano rapporto con la natura. Purtroppo, anche da questo punto di vista, a qualcuno conviene maggiormente che i giovani continuino ad ignorare tutto ciò che di bello e di vero vi è nella vita.

Qualcuno vuole che i giovani perdano la propria libertà perché questo, che lo si ammetta o meno, è quello che succede a coloro che fanno uso e diventano dipendenti dalla cannabis o da altre droghe. L' approvazione di questa folle proposta sarebbe un ulteriore passo verso la realizzazione di un mondo composto da una massa di individui controllabili e manipolabili. Questo è ciò che il potere vuole. Se, invece, vogliamo che i giovani siano liberi, indipendenti e capaci di prendersi il proprio domani dobbiamo proporre modelli di vita alternativi e pregare, pregare molto, che i parlamentari non barattino il futuro delle prossime generazioni in cambio di qualche milione in più nelle casse dello stato ed in cambio della possibilità di fumarsi qualche canna libera che gli permetterebbe di partorire altre leggi inaccettabili come questa.
 

19 settembre 2016

Sindaci obiettori? La via delle dimissioni


di Amicizia San Benedetto Brixia

Premesso che, qualora i vescovi si pronunciassero con forza, io mi piegherei immediatamente alle loro disposizioni, mi permetto di intervenire sul problema delle nozze omosessuali e della crisi di coscienza dei sindaci cattolici. Non si tratta qui del sindaco della nostra città bresciana, il quale, pur potendo delegare la prima cerimonia gay del Comune, ha ritenuto anzi di doverla presiedere egli stesso, sostenendo di fatto la precedenza dello Stato sulla Chiesa. Su tali casi, nemmeno serve pronunciarsi, si giudicano da sé. Penso piuttosto ai sindaci cattolici che non sono disposti a celebrare matrimoni contro-natura (definizione da assumersi secondo il senso della morale classica), ma che si interrogano sullo scandalo religioso e sul degrado politico che deriverebbe anche solo da una loro concessione per via di delega. Si noti che non mancano nelle nostre zone sindaci, cui le opposizioni laiciste stanno già tendendo lacci insidiosi, col pretendere di palesare ufficialmente - a monte di qualsiasi richiesta di matrimonio omosessuale - quale vorrà essere la posizione del primo cittadino cattolico in carica.

Il card. Caffarra, se ho ben inteso, propende per una linea testimoniale dura: piuttosto le dimissioni che la delega. Sul principio non si discute: la celebrazione di situazioni amorali è comunque deleteria. P

erò, allo stato attuale, qualcuno potrebbe proporre una soluzione che tenga conto dell’urgenza politica: converrebbero le dimissioni di massa dei sindaci cattolici? Non converrebbe piuttosto una dichiarazione unificata, in cui i sindaci cattolici - almeno parte di essi, la parte fedele, il piccolo resto - dichiarassero ferma opposizione morale e religiosa alle leggi inique, pur disponendo per ragioni di prudenza politica dei delegati alle celebrazioni, al fine di scongiurare che tutti i seggi del Paese siano detenuti da acattolici e/o anticlericali? In fondo i precedenti non mancherebbero e gli sviluppi storici ad oggi non rincuorano:
“I rivoluzionari, persuasi che la maggior parte delle Religiose ignorassero le nuove disposizioni, che riguardavano la loro sorte, ordinarono alla municipalità di mandare in ciascun monastero degli ufficiali per leggere il decreto dinanzi alle comunità riunite e ricevere insieme le dichiarazioni di ogni singola sorella....
Frattanto un nuovo decreto incaricava gli ufficiali dei municipi di rinnovare nei monasteri l'elezione delle Superiore e delle econome. Lo scopo era evidente: si voleva gettare lo scompiglio nelle comunità religiose. Per somma sventura i membri del Consiglio municipale di Lione, sia per paura, sia per delicatezza di coscienza, avevano dato in gran parte le loro dimissioni, e furono sostituiti da uomini venduti al partito dominante dell'Assemblea nazionale.
A capo di costoro, nel gennaio 1791, si presentò al monastero delle nostre Suore il famoso Rolland, il più ardente fautore delle idee rivoluzionarie in Lione” (qui).

A ciò si aggiunga che sindaci cattolici nudi e puri rischierebbero di trovarsi isolati ed osteggiati, ignorati e dimenticati, non solo dagli avversari, non solo dai cittadini (sia pur religiosi), non solo dai media cattolici (cfr. A titolo di esempio il caso Avvenire), non solo dal clero, ma anche dai Pastori fino ai più alti seggi.

Tuttavia, noi di Campari & De Maistre rispondiamo di no a questa posizione, svelandone il tranello e prediligendo posizioni più solide e più vicine a quelle del Card. Caffarra (e del Catechismo): il male non ha diritto di esistere e noi non vogliamo affatto favorirlo. Nessun calcolo politico può essere più importante del valore della famiglia: non possiamo appoggiare questa posizione, così come non difendiamo quei politici che firmarono la legge criminale sull'aborto per non consegnare l'Italia ai comunisti. Che i sindaci si dimettano: per testimonianza, per riportare la legge in discussione alla Corte Costituzionale, nonché per evitare di lordarsi le mani cooperando al male.

 

"Ultime Conversazioni": alcuni spunti di riflessione


di Francesco Filipazzi

Il libro "Ultime Conversazioni", la lunga intervista a Benedetto XVI appena uscita a firma di Peter Seewald, ha infiammato il dibattito nel mondo cattolico, riguardo quanto ci sarebbe scritto sulle motivazioni delle dimissioni del Papa tedesco. In realtà, a parte qualche spasmodico tentativo di ricercare fra le righe messaggi in codice, al riguardo degli argomenti scottanti che in questi anni stanno togliendo il sonno ai cattolici, non c'è scritto granché e, sotto questo aspetto, che il libro non riservasse colpi di scena era prevedibile. Qualche punto interessante però si può trovare, in particolar modo riguardo la persona Joseph Ratzinger.

Il volume parla della storia di un giovane sacerdote che, dopo il seminario, prese la strada dell'insegnamento totalmente ignaro di cosa la vita gli avrebbe riservato, ma sempre pronto ad obbedire alle chiamate che gli giunsero dall'alto. L'intelligenza brillante e il metodo con cui si applicò, portarono il teologo a diventare subito una specie di celebrità nel mondo accademico tedesco e la novità del linguaggio ratzingeriano ben presto lo portò ad essere considerato un "progressista". Quest'ultimo però, per chi conosce i suoi scritti e alla luce di ciò che spiega Benedetto nel ricordare la sua vita, non appare un aggettivo esatto. Un punto centrale del volume è probabilmente  questa distinzione che, se non tenuta in considerazione, rischia di trarre in inganno nella valutazione dell'uomo e del sacerdote. Il progressismo del giovane Ratzinger è infatti un metodo espositivo rinnovato, un nuovo approccio alla teologia, un linguaggio novecentesco applicato alla dottrina di sempre. Non è il progressismo deleterio di chi ancora oggi vuole negare verità di fede e rileggere il cattolicesimo in un'ottica mondana.

L'approccio teologico nuovo venne portato da Ratzinger al Concilio Vaticano II e inizialmente fu dirompente, ma ben presto lasciò il passo a chi, con la scusa di un nuovo linguaggio cercò davvero di fare della Chiesa una struttura svuotata e "moderna" nel senso stretto del termine. L'operazione modernista non riuscì, ma i semi del male vennero piantati.

 Lo stesso Ratzinger ammette di essersi interrogato poco tempo dopo, con i suoi interlocutori, sull'esito del Concilio. Già nel 1966 denunciò che gli avvenimenti stavano prendendo una brutta piega. Anche in ambito liturgico, il futuro Papa non fu d'accordo con il pensionamento frettoloso dell'antica liturgia, ritenendo che un rito millenario non potesse essere liquidato in poco tempo. Proprio per ricostruire un legame che riteneva spezzato, scrisse durante il suo pontificato, il Motu Proprio Summorum Pontificum.

Le critiche e le riflessioni post conciliari valsero al professor Ratzinger molti grattacapi, tanto che il suo amico Kung iniziò ad odiarlo e lo odia tutt'ora.

Ratzinger però non era solo un teologo di fama. La sua attività di insegnante lo portò ad avere a che fare con molti studenti dei quali curava anche l'anima. Un aspetto della storia di Benedetto poco conosciuto è proprio il suo rapporto con i giovani, dai quali a quanto pare era molto amato e cercato. In misura diversa, ma in qualche modo simile, un altro grande "pastore" di giovani fu Karol Wojitila e non è un caso che entrambi durante i loro pontificati abbiano saputo toccare le corde del cuore dei ragazzi di tutto il mondo.

A parte questi aspetti, nel libro non c'è molto e chi ha già avuto modo di leggere l'autobiografia troverà la possibilità di fare un veloce ripasso della vita e delle opere di Joseph Ratzinger, il cui ruolo storico e spirituale probabilmente sarà chiaro nei prossimi anni.


Scriveva Joseph de Maistre che l'Ordine, dopo la rivoluzione, non potrà essere identico a quello pre rivoluzionario. "Questa rivoluzione - scrive il Conte - non può finire con un ritorno all'antico stato di cose, che sembrerebbe impossibile, ma con la rettifica dello stato in cui siamo caduti". Ciò vuol dire che non si riporteranno indietro le lancette dell'orologio, ma che nascerà qualcosa di nuovo, nel segno della millenaria tradizione cristiana, mondato dalle eresie dell'oggi. A mio parere, mi si permetta un giudizio del tutto personale, la "rettifica" si baserà sugli scritti di un mite teologo tedesco che per un caso fortuito divenne Papa. Joseph Ratzinger ha fornito le fondamenta per permettere alle nuove generazioni di riedificare la Chiesa. Nei prossimi anni sarà evidente.
 

18 settembre 2016

Padre Amorth, l’ultimo esorcista


di Giuliano Guzzo
Si raccontava che il cardinale Bellucci, l’alto prelato del film La Grande Bellezza, interpretato da Roberto Herlitzka, in gioventù fosse stato un grande esorcista ma era veramente difficile crederlo, mondano e appassionato di cucina com’era diventato. Padre Gabriele Amorth (1925-2016), il sacerdote paolino spirato ieri all’età di 91 anni, invece no: non è mai divenuto cardinale ma, soprattutto, non ha mai smesso di vestire credibilmente i panni – assai scomodi in un’epoca che ridicolizza la fede salvo poi tuffarsi tra lotterie, oroscopi ed esoterismi vari – di esorcista. Anzi, fino all’ultimo nessuno ha messo in dubbio il suo primato planetario di combattente del Diavolo, prima, sia ben chiaro, conquistato sul campo con oltre 160.000 riti di liberazione compiuti su indemoniati.
Anche per questo davanti alla sua morte, sopraggiunta dopo un ricovero di alcune settimane per complicanze polmonari, sono due – almeno tra i cattolici – i sentimenti dominanti: la tristezza e la gratitudine. La tristezza per la perdita di un uomo che, divenuto esorcista della diocesi di Roma nel 1986 per mandato firmato dal cardinale vicario di allora Ugo Poletti (1914-1997), non si è mai tirato indietro neppure quando si trattò di affermare cose ecclesialmente scorrette; come quando, per esempio, puntò il dito contro le infiltrazioni massoniche presso la Santa Sede: «La massoneria – disse – ha i rami dappertutto. Anche in Vaticano, purtroppo. Esiste. Perché è basata sul denaro, sulla carriera. Si aiutano reciprocamente». Parole, si converrà, assai pesanti che però l’anziano sacerdote paolino, uno che non le mandava a dire, non pensò mai ritrattare.
Oltre alla tristezza, però, c’è anche la gratitudine dei cattolici per l’operato infaticabili di un servitore della Chiesa i cui vertici – almeno quelli terreni – anziché sostenerlo arrivarono, talvolta, a deriderlo. «Non mi dica che lei davvero ci crede», fu per esempio l’esclamazione sprezzante di un’eminenza importante della Santa Sede davanti ad affermazioni sull’esistenza del Diavolo che non solo padre Amorth non ritrattò, ma alle quali fece seguire un invito che il suo interlocutore non prese molto bene: «Lei dovrebbe leggere il Vangelo». Ecco, il più famoso esorcista del mondo, come chi l’ha conosciuto può confermare, era così: un uomo di fede non disposto a scendere a compromessi in un mondo nel quale, purtroppo anche fra personalità della Chiesa, i compromessi non sembrano dare più scandalo.
Invece padre Amorth – divenuto prete dopo essere stato, diciottenne, partigiano e laureato in giurisprudenza – di mediazioni non ha mai voluto sentir parlare. Neppure quando, negli anni passati, esegeti come Hubert Haag pubblicavano libri fuorvianti sin dal titolo – «Addio al diavolo» – e si cercò di attribuire in tutti i modi ad un teologo del calibro di Hans Urs von Balthasar (1905-1988) l’idea di «inferno vuoto», apertamente respinta dallo stesso von Balthasar (cfr. Von Balthasar H.U. Sperare per tutti. Breve discorso sull’inferno, Jaca Book 1997, p. 123). L’anziano sacerdote paolino è insomma rimasto al suo posto di combattimento fino all’ultimo e se oggi, dopo la sua morte, vi sono ancora anche giovani disposti ad abbracciare la fede integralmente, sapendo che è combattimento prima che avventura, battaglia quotidiana prima che scampagnata esistenziale, buona parte del merito è anche sua.

 

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: Sant'Ivo, la Sapienza e Borromini (Parte X)


di Alfredo Incollingo

E' vero che la Chiesa Cattolica ha sempre combattuto la scienza e la filosofia? Il medioevo è sinonimo di oscurantismo e di tirannia clericale o sono solo falsità? La risposta è scontata, ma per i più è una novità imbarazzante. Non tutti riescono a condividere e ad accettare l'idea che il medioevo sia stato un periodo di rinascita e che la Chiesa fu il volano del progresso culturale di quei secoli. La nascita delle università è la prova di quello che abbiamo scritto, un fervore intellettuale senza precedenti.
Anche nella città dei Papi venne fondato un ateneo che divenne uno dei più importanti e prestigiosi in Italia e in Europa. Oggi la prima università di Roma, La Sapienza, che nel 2008 rifiutò la visita di Benedetto XVI, sembra aver dimenticato la sua origine e ciò che essa doveva rappresentare, ovvero il rapporto complementare tra fede e ragione. Il 20 aprile 1303 con la bolla  In supremae praeminentia dignitatis Bonifacio VIII inaugurò lo Studium Urbis. Nel corso dei secoli divenne sempre più grande, tanto da necessitare l'ampliamento del corpo docente e quindi della sede storica. Nel seicento Alessandro VII trasferì l'ateneo a Palazzo della Sapienza: da allora il nome ufficiale dell'università sarà Sapienza, come ancora oggi si chiama.
Sempre nel XVII secolo Urbano VIII incaricò l'architetto Francesco Borromini di edificare una chiesa riservata agli studenti e ai docenti: nacque così Sant'Ivo alla Sapienza; questa intitolazione oggi è usata per indicare l'intero complesso, anche dopo il trasferimento dell'università nell'attuale sede mussoliniana.
La chiesa è oggi il gioiello più prezioso del complesso della Sapienza, ammirabile su Corso del Rinascimento. Tanti dubbi ha sollevato la strana struttura dell'edificio del Borromini per le sue proporzioni e per le strane fattezze. Perché l'architetto costruì la lanterna spiraliforme e fiammeggiante? Perché la pianta ha quella anomala forma triangolare? A queste domande sono state proposte varie risposte, citando esoterismi, dottrine segrete e riscontri pagani del Borromini. La soluzione a questi enigmi è semplice e cristiana. La forma triangolare richiama il simbolo della trinità: il triangolo è la figura geometrica che spiega la relazione tra le tre Persone divine, un mistero che Borromini ha voluto rendere nella pietra. La lanterna spiraliforme e con rilievi fiammeggianti ha suscitato non pochi dibattiti sul suo significato. A prima vista pare un falò, enorme, la cui luce si irradia in tutte le direzioni. E' un faro, come quello di Alessandria, che deve attirare i fedeli al culto religioso che si celebra a Sant'Ivo: la torcia che illumina la città con fede e sapienza.
Sant'Ivo è una tappa importante per una visita, anche rapida, di Roma. Oltre all'alto valore artistico, una delle tante pregevoli opere del Borromini, qui si concretizza quel legame salutare tra fede e ragione che l'architetto scolpì sulla porta della chiesa: "l'inizio della Sapienza è il timore di Dio".
Il viaggio continua.

 

17 settembre 2016

Tutti gli errori di Ciampi

di Marco Mancini

È morto ieri, all'età di quasi 96 anni, Carlo Azeglio Ciampi. Mentre è già partito il coro della santificazione postuma, occorre ricordare alcuni episodi della sua vita pubblica ai fini di un giudizio storico e politico più ponderato.

Azionista in gioventù, Ciampi percorse - da laureato in Lettere e poi in Giurisprudenza - tutto il cursus honorum della Banca d'Italia, fino a diventarne Governatore nel 1979, a seguito del dimissionamento di Paolo Baffi.

Da Via Nazionale fu uno degli artefici, insieme all'allora ministro Andreatta, del nefasto "divorzio" tra Tesoro e Banca d'Italia, primo vero colpo di piccone alla sovranità monetaria italiana, che portò con sé l'innalzamento dei tassi di interesse sui titoli del debito pubblico e contribuì, quindi, all'esplosione di quest'ultimo proprio a partire dagli anni '80.

Successivamente, nel 1992, Ciampi passò alla storia per una difesa ostinata e folle della quotazione della lira all'interno del Sistema Monetario Europeo: nel tentativo di far fronte agli attacchi speculativi e salvare così l'accordo di cambio, antesignano della moneta unica europea, il Governatore livornese gettò inutilmente nella fornace circa 60mila miliardi di lire di riserve in valuta estera della Banca Centrale.

In virtù di queste benemerenze, nell'aprile 1993 - a seguito dell'esplosione dello scandalo di Tangentopoli, mentre si preparava il passaggio alla Seconda Repubblica - ottenne l'incarico di Presidente del Consiglio in qualità di "tecnico". Il suo Governo si distinse in particolare per l'accordo con Confindustria e sindacati del luglio 1993, che indebolì la contrattazione nazionale a favore di quella decentrata provocando negli anni successivi un'ulteriore flessione della dinamica salariale, e per il concreto avvio della stagione delle privatizzazioni, che coinvolsero in primo luogo il sistema bancario ma anche la SME (holding alimentare di proprietà dell'IRI) e altre grandi aziende pubbliche.

Tutti questi passaggi erano propedeutici all'adesione dell'Italia al progetto della moneta unica: in sostanza il fallimento dell'accordo di cambio dello SME, anziché indurre tutti a più miti consigli, spinse invece a rilanciare in maniera ancora più drastica sul fronte dell'unione monetaria. "Errare humanum est, perseverare autem diabolicum", verrebbe da dire, ma si potrebbe anche ricorrere alla nota citazione di Einstein, per il quale la definizione di follia era proprio "fare sempre la stessa cosa ed aspettarsi risultati diversi".

Fatto sta che Ciampi gestì da protagonista l'ingresso dell'Italia nell'euro come superministro del Tesoro, proseguendo la svendita del patrimonio pubblico attraverso le privatizzazioni.
Come premio per la sua fedeltà al dispositivo di potere euro-atlantico giunse infine, nel 1999, l'elezione bipartisan a Presidente della Repubblica. In tale veste, Ciampi riuscì oggettivamente a risvegliare una certa passione per i simboli dell'identità nazionale italiana (inno, bandiera tricolore), che nella sua ottica, tuttavia, richiamavano anzitutto a un patriottismo "costituzionale" e "repubblicano", una sorta di religione civile di natura massonico-giacobina coerente con la sua cultura politica di stampo azionista.

La popolarità che egli riuscì a conquistare come inquilino del Quirinale, dunque, non deve farci dimenticare che Carlo Azeglio Ciampi è stato uno dei principali esponenti di quell'ideologia del vincolo esterno, fatta di paternalismo e culto della tecnocrazia, che ha arrecato un vulnus quasi irreparabile non solo alla sovranità, ma da ultimo anche al benessere del nostro Paese. La storia, pertanto, si incaricherà di darne un giudizio più realistico - e quindi più severo - rispetto alle stucchevoli lodi di cui oggi viene ricoperto da parte della comunicazione di regime.
 

16 settembre 2016

Dalla cultura alla fede


Amicizia San Benedetto Brixia

“Come rassicura lui stesso dal pulpito, durante la Messa in Duomo per la Natività di Maria (8 settembre), il card. Angelo Scola non intende neppure quest’anno scrivere una nuova lettera pastorale. Offre solo uno spunto pratico, che è l’indicazione a mettere al primo posto, sia per le parrocchie che per il mondo associativo cattolico, il dovere di “crescere nella dimensione culturale della fede (…) per proporre con gioia a tutte le donne e a tutti gli uomini della nostra società plurale che Cristo Risorto, Verità vivente e personale, non cessa di venire incontro ad ogni uomo”.” (link)

Noi lodiamo l’iniziativa del primate ambrosiano: meno carta, meno parole, più sostanza e dedizione. Ma soprattutto ci troviamo in profonda sintonia con tale pensiero e per questo decidiamo di rilanciarlo dalla nostra pagina: la dimensione culturale della fede per noi è davvero importante ed è stata il trampolino di lancio della nostra Associazione.
In realtà l’uso di questi termini - cultura e fede - nel nostro dizionario e in quello del Prelato non è in tutto il medesimo, ma neppure è del tutto eterogeneo. In fondo il Cardinale parla un lessico moderno, mentre noi cerchiamo di riattualizzare la Tradizione liturgico-spirituale scavando appositamente nella teologia classica. Rimane il punto fondamentale: mons. Scola esorta a valorizzare lo spessore culturale della fede e noi, nelle nostre analisi, continuamente ritorniamo alla cultura, al senso comune, all’antropologia comune, per ricavarne indicazioni utili a ricomprendere e riattuare prassi di fede ingiustamente ed ingenerosamente dimenticate e destituite di merito.
E’ un esercizio fecondo, che mette d’accordo soprattutto i fedeli comuni, digiuni di teologie elucubranti. Ci auguriamo che molti vogliano percorrere come noi tale strada, i cui frutti non tardano a manifestarsi per chi la pratichi.

 

Fertility Day: non chiediamo un welfare, ma un cambio di mentalità


di Giovanni Di Domenico

Ad inizio settembre non sono mancate le critiche all’ennesima iniziativa governativa, il cosìddetto “Fertility Day” in programma per il prossimo 22 settembre.
Questa iniziativa avrebbe come scopo quello di mettere al corrente uomini e donne del fatto che dopo una certà età i figli sono molto più difficili da fare, e che ci sono numerosi comportamenti da evitare se si vuole evitare il rischio di infertilità (che non è solo femminile, è bene ricordarlo).
Tutto questo, ovviamente, in un’ottica di rinascita demografica per l’Italia. È bello notare che, finalmente, qualcuno ai piani alti abbia preso coscienza del fatto che se non torna a crescere il tasso di figli per donna (attualmente 1,39, quando per avere una sostituzione minima servirebbe almeno 2,1) sarà molto difficile per questo paese riprendere a crescere e diventare nuovamente solvibile da un punto di vista pensionistico.
Fin qui, tutto bene. I problemi iniziano non appena si va ad analizzare la campagna e i suoi contenuti. Molto sinteticamente, le frasi scelte come slogan e le immagini messe a corredo sono semplicemente inopportune, di una bruttezza incredibile (potremmo dire che invogliano a diventare azionisti della Durex).
Oltre a questo, la campagna punta molto alla promozione della fecondazione medicalmente assistita, tacendo in maniera criminale sulle bassissime percentuali di successo della stessa.
Come se non bastasse, la già infelice campagna ha scatenato le ire di sinistroidi e laicisti vari su tutto il web (se avete stomaco andate a leggervi Saviano e Scanzi, non li linkiamo per carità di patria e perché non regaliamo visite a certi siti) che, novelli catari, hanno tuonato all’urlo di:
- FASCISMOHHH!1!!1!
- MEDIOEVOHH111!!!
- OMOFFOBIHH!!!
E via dicendo, il resto potete immaginarvelo da soli.
Le loro critiche erano poi accompagnate da uno dei più triti e ritriti luoghi comuni sull’inverno demografico, ovvero:
“LE FAMIGLIE NON FANNO FIGLI PERCHE’ MANCA IL WELFAREHHH!11!!!!!1”
Ovviamente ignari del fatto che Paesi con un welfare per le famiglie ben migliore del nostro stanno messi peggio di noi (la Krande Cermania di Frau Merkel, per dirne uno, ha 1,37 figli per donna).
In tutto questo, notiamo ancora una volta una delle capacità più evidenti dell’italiano medio (perché Saviano e Scanzi, checché ne dicano, sono arci-italiani medi): la lamentela. E viene da chiedersi come abbia fatto la buonanima di mia nonna Dina, a ventitré anni (correva l’anno 1953), a crescere 3 figli mentre lavorava la terra e mandava avanti un podere insieme a mio nonno Francesco. Oppure come abbia fatto mia nonna Antonietta, rimasta vedova a 45 anni (correva l’anno 1984) a crescere 3 figlie con uno stipendio solo e anche dei vecchi da accudire. Vi posso assicurare che le sopracitate non sono mai state in lizza per il Nobel dell’Economia, né lo hanno mai vinto.
Il fatto vero è che il welfare aiuta e tanto, ma non basta. Siamo circondati da esempi, ognuno di noi. Io per primo, lavoro in una realtà dove i miei colleghi più grandi non hanno particolari problemi economici, eppure mettono al mondo al massimo 2 figli, nessuno di loro ne ha di più e alcuni di loro neanche li hanno.
Quello che ci viene chiesto, invece, è un cambio di mentalità che nessuno dei nostri governanti è intenzionato anche solo ad incentivare: ovvero che i figli non sono un diritto, ma un sacrificio e soprattutto un dono di Dio.
Mi rendo conto che aspettarsi una presa di coscienza simile da gente che approva la legge Cirinnà è più che un miracolo, ma la speranza è l’ultima a morire. Arriveremo al punto che non si potrà fare altrimenti, anche solo per mantenere quel baraccone dell’INPS (Istituto Nazionale Ponzi Scheme).
Probabilmente la speranza di cui sopra è la stessa Speranza che permetteva alle vecchie generazioni, magari addirittura inconsapevolmente, di mettere al mondo i figli.

Concludo citando 2 personaggi molto diversi tra loro, ma che su questo concordano. Uno è Oliviero Toscani, che, anche se è ateo e mangiapreti, tra le tante bischerate qualcuna ne indovina, ogni tanto:
“La sovversione è avere 6 figli, 12 nipoti e amare una sola donna da 50 anni ”
L’altro invece è Giovanni Zenone, l’editore di Fede&Cultura, che al Festival di Fede&Cultura, mentre presentava la propria famiglia al pubblico, si è lasciato scappare:
“La famiglia è così bella che la vogliono anche i gay!”