08 febbraio 2016

Sesso e rivoluzione


di Satiricus

Secondo quelli di Einaudi, “La Banda Bellini”, cronistoria autobiografica di Marco Philopat, sarebbe un “romanzo di dura e metallica epica quotidiana… Racconto orale onesto e spietato che diventa grande letteratura, storia nella storia che si fa narrazione collettiva, squarcio su una memoria irrisolta e inquieta” . Non saprei dire, anche perché non ho intenzione di leggere le nostalgie dei disillusi sessantottini, avendo già mio padre da consolare - e vi assicuro che basta. Ma un amico mi gira la citazione che segue, tratta dal “racconto reale e onesto” e la uso per farmi qualche pronostico e proposito di inizio anno.

“Mi sono accorto che è arrivato il Sessantotto perché le donne hanno incominciato - da un giorno all'altro - a darla via senza problemi - a socializzare il corpo con noi altri maschi - così come se fosse la cosa più naturale del mondo - ci hanno preso di sorpresa - non siamo preparati... Te ne resti lì inebetito davanti a tale disinibizione - ti spiazza - dopo anni aspettati ad aspettare una passera - da un giorno all'altro ne avevi da raccontare di maialate - e anche tutti gli altri ne raccontano - una dopo l'altra - un fermento - un intrigo di situazioni a cruciverba - un groviglio di gambe e parole... Ragazzi - questo è il Sessantotto - altroché spartiacque dell'immaginario - qui di immaginario c'è ben poco - si bada al sodo ve lo dico io - Sonia Barabara Renata Annarita - vi assicuro - mica sogni ma giorni della settimana! Scatenate è la parola giusta - e noi lì a far confusione sui nomi sui particolari - dire addirittura basta non se ne può più” (p. 35).

Il pronostico riguarda il ruolo che la nuova ventata di sessuazione giovanile svolgerà tra wi-fi liberi, famiglie al plurale, tolleranza unidirezionale, arcobaleni totalitari, scuole tecnicizzate e burocratizzate, dispensatrici di dubbie competenze e di scarse conoscenze. Non sono una mente fine, per cui l’unica cosa che mi riesce da pensare è che, se il Sessantotto ci ha lasciati disillusi, incompleti ed inquieti, temo che il nuovo corso peggiorerà le cose. Sognatori deboli ed emotivi eppur cinici senza speranza; accumulatori seriali di esperienze inutili eppur anime vuote incapaci di ricevere ciò che conta; inerti burattini eppur violenti esagitati: spezzati tra un guscio post-moderno di espressioni superficiali e un deserto pre-istorico di risonanze interiori. Avrà pur ragione Jeremy Neill su The Public Discourse a ritenere che la vittoria dei conservatori sia inevitabile, che torneremo a una sessualità normata, ma temo che per arrivarci dovranno esser stati prima divelti come fichi sterili i miseri protagonisti dell’era presente. Chi può attraversi la sua Porta Santa.

06 febbraio 2016

Dio è misericordioso anche quando castiga


di Alessandro Elia

L’infinita Misericordia di Dio consiste nel progetto divino di riconciliare ogni creatura con il proprio Creatore. La misericordia di Nostro Signore è tanto grande che comprende anche il castigo, o, se vogliamo, il Signore è così misericordioso che anche quando punisce lo fa con amore. Il libero arbitrio nobilita l’uomo a tal punto che gli permette di scegliere in piena libertà. Questo significa che l’uomo ha la possibilità di peccare separandosi dalla grazia celeste, ma (anche) tramite il castigo Dio realizza il processo misericordioso di ricondurre il peccatore disperso al Padre. Dio non è ontologicamente diviso tra Misericordia e Giustizia, sicché una volta è giusto e una volta è misericordioso, perché Dio è sempre lo stesso, “è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb, 13, 8). Proprio per il fatto che è misericordioso Egli è anche giusto, e viceversa. Ciononostante, da un punto di vista teologico, facendo attenzione ai bisogni dell’uomo in vista della sua salvezza, è conveniente fare una distinzione concettuale di queste due caratteristiche di Dio sicché possa essere meglio compreso dall’intelletto. Si dice a ragione che prima di peccare è bene pensare alla giustizia di Dio e dopo aver peccato alla sua misericordia.

Il castigo è prima di tutto il segno del peccato. Infatti, mediante il castigo, che comporta inevitabilmente dolore (spirituale e temporale) all’anima peccatrice (e al corpo), la volontà di quest’ultima comprende di essere separata da Dio. Se non ci fosse alcun castigo su questa terra, paradossalmente, sarebbe una condanna ancora più grande poiché la peggiore sventura è il castigo eterno dei dannati che si trovano all’inferno. Se non esistesse alcuna punizione, il peccatore non si renderebbe conto della sua distanza da Dio, e di conseguenza non potrebbe nemmeno agire per ritornare in comunione con il Signore.

Il castigo è un dono misericordioso di Dio per condurci alla Salvezza e sottrarci alla morte dello spirito. Funziona in un certo senso come quando si tocca qualcosa di bollente e si prova dolore. Grazie al fatto che il tatto percepisce l’elevato calore, il nostro cervello reagisce immediatamente per allontanarsi dall’oggetto che scotta. Chi invece, sciaguratamente, ha perso il senso del tatto, come alcuni malati di lebbra nel terzo mondo, riesce a portare pentole roventi a mani nude, ma spesso finisce poi per perdere le dita. Così Dio Padre, quando punisce, non la fa per recare dolore alla nostra anima, quanto piuttosto per risvegliare la nostra anima ed evitare che vada in perdizione. “C'è un sonno dell'anima e c'è un sonno del corpo. Sonno dell'anima è dimenticare Dio”, dice Sant’Agostino. San Francesco d’Assisi disse giustamente che “Nel mondo non vi è nessun peccatore, che non ottenga la misericordia di Dio, se pentito”. Ma come fa un peccatore a essere pentito se tramite il castigo non si accorge di essere nel peccato?

La pena è sempre connessa alla colpa, perché il peccato commesso porta con sé anche il castigo. La Bibbia parla in diverse occasioni della pena come conseguenza dei peccati. Ad esempio, nel libro del profeta Isaia, la conseguenza del peccato è dipinta in questa maniera: “[…]ebbene questa colpa diventerà per voi come una breccia che minaccia di crollare, che sporge su un alto muro, il cui crollo avviene in un attimo, improvviso, e si infrange come un vaso di creta, frantumato senza misericordia, così che non si trova tra i suoi frantumi neppure un coccio con cui si possa prendere fuoco dal braciere o attingere acqua dalla cisterna” (30, 13-14). Più avanti Isaia interpreta l’esilio come un castigo contenuto nelle trasgressioni di Israele: “È a causa delle vostre trasgressioni che vostra madre è stata ripudiata” (50,1). Da ciò si evince che in qualche modo la colpa è già la pena perché questa è generata dal peccato. Nicolás Gómez Dávila ha sostenuto che “il mondo moderno non sarà castigato”, giacché esso stesso “è il castigo”.

D’altro canto non bisogna però cadere nell’errore di ritenere automatica la connessione tra il peccato e la pena. Il cristianesimo rifiuta la concezione cartesiana della “res extensa”, che vede il mondo materiale come una macchina che procede da sola ed è indipendente dalla realtà trascendentale. È vero che il male scatena una sequela di reazioni deleterie ma ciò non accade per una forza immanente. Come testimoniano le Sacre Scritture, è Dio in fin dei conti Colui che ricompensa il bene e punisce il male. Osea lo racconta con l’immagine del sacchetto che racchiude i peccati di Israele e che Dio aprirà quando vorrà scatenare la sua ira: “L’iniquità di Efraim è chiusa in un sacco, il suo pacchetto è ben custodito” (13, 2). In ultima analisi la pena è sempre dominata dalla volontà di Dio che, con perfetta provvidenza e infinita misericordia, la subordina, amorevolmente, agli esiti salvifici.

La pena collegata al peccato ha una dimensione temporale e segna realmente l’esistenza terrena del peccatore. Dice il grande Chesterton: “Qualsiasi gesto quotidiano è, per il cattolico, una scelta drammatica di servire la causa del bene e del male, e questa breve vita terrena è intensamente spaventosa e preziosa”. Ogni peccato è una diminuzione dell’uomo perché gli impedisce di realizzarsi per ciò che è. Il peccato abbrutisce l’uomo giacché la pena è la negligenza che rende impacciati nel conoscere e compiere il bene. È come una frivolezza che limita la propria libertà morale; una compiaciuta arrendevolezza verso la bramosità del proprio ego; durezza del cuore che non lo rende malleabile alla volontà del Signore.

Il peccato mortale comporta, oltre alla suddetta pena temporale, anche una pena eterna. Esso è il rifiuto della vita che Cristo ci ha comunicato nel mistero della Redenzione. La vita in Dio è la felicità eterna e definitiva - che si sperimenta compiutamente dopo la morte terrena – ma il peccato mortale è una consapevole e deliberata decisione per la morte. Rifiutando la comunione con la Santissima Trinità e persistendo nella condizione che si è data peccando, ci si preclude l’amicizia con Dio e, infine, il paradiso. Invece, con il pentimento e con la grazia del perdono, i nostri peccati vengono lavati dal sangue di Cristo, e così si sciolgono anche le catene che ci tenevano fuori dalla vita eterna. 

Tutto ciò che significa? Che in fondo Dio non è poi così buono come si pensava? Assolutamente no: Dio è infinita bontà. Dio è amore! Dio è carità! Se si applica una lettura legalista e moralista alla teologia del castigo, allora si fraintende l’intero catechismo della Chiesa. E su questo bisogna stare molto attenti perché dell’immagine che si ha di Dio ne dipende la nostra fede. Dio si è rivelato pienamente in Gesù Cristo e l’immagine che meglio esprime l’essere di Dio è il Signore sofferente sulla croce, che ha preso su di sé i peccati del mondo per liberarci dalla schiavitù del peccato. Gesù “Vivendo insegnò a vivere e morendo rese sicuro il morire: è morto per risorgere ed ha fondato la speranza della resurrezione per coloro che muoiono” (San Bernardo di Chiaravalle). Si pensi infine a un buon padre che ama i suoi figli e, quando occorre, li castiga per istruirli; così anche Dio Padre agisce con noi.

Il santo timor di Dio è una grazia che aiuta a percorre la retta via della santificazione senza allontanarsi dal Signore, ma non è il motivo principale per amare Cristo, come ben chiarisce San Francesco Saverio: «Non per la speranza del paradiso, né per la paura dell'inferno ma per il modo in cui tu hai amato me, io ti amo e ti amerò».

05 febbraio 2016

"La profezia finale" di Antonio Socci


di Giovanni Donini

Questo ultimo libro di Antonio Socci è un accorato appello al Pontefice affinché, in questa ora funesta per la Chiesa cattolica e per il mondo intero, dissipi l’incertezza e prenda una posizione chiara, ferma e decisa non sui “temi caldi” – i quali cambiano temperatura ogni volta che apre bocca un giornalista – ma proprio sulla dottrina cattolica. Può sembrare assurdo che al Papa venga rivolta una richiesta del genere, poiché lo scopo preciso del papato è di essere la roccia ferma e ultimo appello non solo per la purezza dottrinale, ma anche per la coscienza stessa del credente; ma è sotto gli occhi di tutti che questo pontificato non brilla per chiarezza espositiva o per rigore dottrinale.

Il libro è diviso in due parti; nella prima si passano in rassegna alcune delle diverse apparizioni mariane avvenute dal 1830 ad oggi, non solo in Europa ma anche in Brasile e in Ruanda, le quali rappresentano una concentrazione di messaggi senza precedenti nella storia della cattolicità, cosa questa che l’autore – e anche chi scrive – interpreta come il segno che siamo in tempi davvero molto importanti (per usare un eufemismo) per il destino del mondo e dell’umanità intera. Infatti Socci fa riferimento ad una “terza guerra mondiale”, condotta “ad episodi”, per usare le stesse parole del pontefice (il quale nel libro è sempre riconosciuto come tale, ndA), parole a cui però non seguono dei fatti degni di nota da parte del Papa.
La seconda parte dello scritto è infatti una lettera aperta a Sua Santità, nella quale parla il cuore di un uomo profondamente credente, che vorrebbe essere filialmente confortato nella sua fede dalle azioni e parole di chi dovrebbe “confermare i suoi fratelli” (Lc, 22, 32), ma che a livello pratico sta facendo delle scelte del tutto sbagliate. Ed è appunto questo il fine dell’intero libro di Socci: segnalare a Pontefice che molte delle sue azioni sono incomprensibili in un’ottica di fede, e che i suoi discorsi sono più che mai fumosi e poco chiari. La richiesta di chiarezza, del parlare “Sì sì, no no” evangelico tocca moltissimi punti del pontificato, che non intendo elencare, poiché sono presenti nella lettera, all’interno della quale sono spiegate tutte le perplessità di fronte a certi atti pontifici, senza mai scadere nella retorica o nella polemica sterile e fine a sé stessa.
Ed è una richiesta che personalmente faccio anche mia, come si è potuto notare dai post che ho pubblicato in passato, perché – per usare una frase non mia – in tempi di rivoluzione il problema peggiore è capire quale sia il proprio dovere. Ed è appunto a partire da questo smarrimento che faccio mia la supplica rivolta da Antonio Socci al Pontefice.

04 febbraio 2016

Sposi, non contraenti. Abolire il matrimonio concordatario



di Francesco Filipazzi

Con la probabile approvazione della legge sulle unioni civili (speriamo il più tardi possibile), con annessi e connessi, viene spontaneo chiedersi a cosa serva il matrimonio concordatario nell'Italia del 2016. Già dopo l'approvazione della legge sul divorzio ci si trovò di fronte a due realtà totalmente diverse, quella del matrimonio cristiano indissolubile e quella del negozio giuridico burocratizzato e dissolubile con un procedimento giudiziario di qualche mese, visto il divorzio breve recentemente introdotto.

Però i coniugi cristiani hanno continuato a contrarre, contestualmente all'unione sacramentale, anche quella civile, come prevede il Concordato. Il che ha generato un cortocircuito mentale in molti, secondo cui il matrimonio religioso sarebbe validato dalla firma apposta, come se il sacramento fosse valido solo se riconosciuto dallo Stato. Purtroppo questa porcheria è instillata anche nelle teste di molti preti, che per timore di offendere la divinità civile mai accondiscenderebbero a celebrare un matrimonio senza gli adempimenti burocratici. O tempora o mores.

E dire che, se volessimo provocare una riflessione, potremmo sostenere che contrarre il matrimonio civile contestualmente a quello religioso potrebbe essere causa di nullità, perché associare qualcosa di dissolubile al matrimonio cristiano vorrebbe dire credere o concepire anche quest'ultimo dissolubile. Sicuramente l'introduzione del divorzio ha instillato nelle teste delle persone che, nonostante la promessa davanti a Dio, esista una buona uscita, e quindi ha "depotenziato" il matrimonio religioso. Molte delle discussioni sinodali sono frutto di questa commistione.

Arriviamo dunque alle unioni civili, con le quali una coppia eterosessuale (non parliamo di quelle omosessuali perché al momento non sembra che qualcuno voglia farle sposare in chiesa) acquisisce gli stessi diritti, fra cui la reversibilità della pensione, di una coppia sposata ma con molti meno doveri di fronte all'autorità civile. Un vero affare. Di fronte a uno scenario del genere ci chiediamo a che cosa serva mai un Concordato fra la Chiesa e uno Stato che fa carne di porco della famiglia e del matrimonio. Ci sfugge quale sia l'oggetto che concorda, in tutto questo.
Va però detto che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Siamo sicuri che qualche imbecille di prete satanico proverà a "sposare" in chiesa le coppie gay, facendo loro firmare le carte delle unioni civili al posto di quelle matrimoniali. Stiamo pronti a denunciarlo dunque, poiché contravverrebbe al Concordato. E se invece si scoprisse che per lo Stato il prete può far firmare le unioni civili (etero o gay) in quanto ufficiale di stato civile, avremo la riprova che la Cirinnà è un matrimonio gay sotto neanche troppo mentite spoglie. Prepariamo quindi i ricorsi alla Corte Costituzionale.

Tornando semi-seri per un attimo, sarebbe ora che i cristiani e la Chiesa si interrogassero sul valore del Concordato. Il matrimonio religioso non è più compatibile con quello civile. Si torni alla cerimonia in chiesa separata da quella in comune, per ridare agli sposi la dignità di Sposi cristiani e non di contraenti.

03 febbraio 2016

Primarie Usa. Le sorprese dell’Iowa.


di Francesco Filipazzi

Durante la notte italiana si sono svolte le primarie per le presidenziali Usa in Iowa, il primo stato che storicamente le organizza, sotto forma di “caucus” cioè assemblee vere e proprie. Una realtà piccola rispetto ad altre, ma che dà la prima prova di ciò che ci si potrà aspettare nei prossimi mesi, nel lungo percorso che porterà all’elezione del presidente USA.

In ambito repubblicano, c’è stata una sorpresa. Il primo classificato è Ted Cruz con il 27,7% dei consensi, sorprendendo Donald Trump, fermo al 24,3%. Terzo Marco Rubio, incalzato al 23%. La corsa potrebbe quindi essere a tre, mentre pare fuori dai giochi Jeb Bush. Corsa a due invece in campo democratico, dove Hillary Clinton, apparentemente destinata a un trionfo, vince per pochissimo contro Bernie Sanders. 49,89 contro 49,54.

I repubblicani
La destra statunitense sembra orientata quindi su una rosa di tre nomi, fra loro molto diversi, che rappresentano le anime del Gop che si sono definite negli ultimi anni. Ted Cruz è figlio di un pastore protestante, conservatore sulle questioni etiche, quindi contrario ad aborto e matrimonio gay, è ultra liberista in economia e propone una flat tax al 16%.
Donald Trump, famoso per il suo modo di essere, è rigorista sull’immigrazione e propone il protezionismo nei confronti delle merci cinesi. Marco Rubio è invece un candidato più vicino all’establishment, liberista in economia e leggermente aperturista su tematiche come l’aborto. In questo scenario, appare chiaro come l’effetto Tea Party abbia ormai invaso tutto il partito repubblicano. Al momento il candidato preferito dal partito del Tea è Cruz, ma la pasionaria Sarah Palin si è recentemente spostata su Trump.

I democratici
Hillary Clinton è una democratica pura, sostenuta da media ed establishment. Tipicamente liberal e favorevole ad ogni apertura in campo etico, in economia parla di tassazione dei più ricchi, di redistribuzione della ricchezza per aiutare i più poveri, ma è sostanzialmente liberista.
La vera sorpresa è Bernie Sanders, che è sovrapponibile a un socialista europeo. Anti capitalista, vuole nazionalizzare intere fette dell’economia e ha posizioni diametralmente opposte a quelle conservatrici in ambito etico. Inoltre è spiccatamente ambientalista. Possiamo ben dire quindi che lo scenario che esce dall’Iowa è ben definito fra un iper conservatore e un iper progressista. Vedremo se avverrà una polarizzazione dello scenario.

http://www.barbadillo.it/52813-primarieusa-le-sorprese-delliowa-ted-cruz-primo-della-destra-vittoria-di-misura-per-la-clinton/

Un Campari con... Annalisa Teggi



a cura della Redazione

Annalisa Teggi è dottore di ricerca in letteratura comparata e saggista. È traduttrice di prosa e poesia di lingua inglese, in particolare delle opere di Gilbert Keith Chesterton. Attualmente cura un blog intitolato «Capriole cosmiche».

Annalisa, tu ormai in Italia sei considerata una delle massime esperte e traduttrici di Chesterton. Come lo hai conosciuto?


C’è una cosa di cui mi vanto molto: gli eventi davvero significativi per la mia vita non sono mai stati frutto di una mia capacità o volontà. Chesterton non fa eccezione. Lo ritengo un padre, ma se fosse dipeso da me non mi sarei mai messa a leggerlo. In un momento lavorativamente cupo, in cui non avevo alcuna prospettiva di occupazione in vista, l’amico Marco Antonellini mi “costrinse” a tradurre La ballata del cavallo bianco di Chesterton. C’è da ringraziare molto gli amici che “costringono”! Avevo molte obiezioni sulla mia scarsa conoscenza dell’opera e dell’autore, ma Marco insistette finché non mi misi al lavoro. Da allora in poi Chesterton ha fatto il resto … è come un virus (benigno) che si diffonde nel cuore e nella mente, e da cui non sono più guarita. Non uso la parola virus solo in senso ironico, perché in effetti le parole di GKC hanno la capacità di rivoluzionare alla radice l’umanità di una persona, di cambiarla radicalmente. È un rovesciamento fruttuoso che ti permette di rivedere da capo quel che hai sempre avuto sotto gli occhi. Non c’è niente di nuovo sotto il sole, eppure tutto si fa nuovo sotto il sole se guardato con la ragionevolezza di Chesterton. Ecco perché, quando ho raccontato in un libro il mio incontro con gli autori a cui sono più affezionata, ho scelto di intitolarlo Capriole cosmiche: mi sono accorta che anche Dante, in fondo, fa il viaggio nell’aldilà per ribaltare il suo punto di vista, che nella selva era arrivato a un punto morto. Deve sprofondare fin nelle viscere della terra e uscire dalla parte opposta del globo per recuperare la luce. Questo capovolgimento è un esercizio costante in Chesterton, quasi assillante, ma ha un senso: le nostre verità possono stare davvero in piedi solo se tollerano di essere messe sottosopra (cioè sono solide solo se possono essere osservate da punti di vista inconsueti senza alterarsi). Altrimenti, sono un castello di carte che si regge sull’equilibrio precario di un’ideologia e non della realtà.

Qual è stato secondo te il suo ruolo - oserei dire la sua missione - nella società inglese (ed europea) di inizio '900?

Nonostante il suo nome sia quasi sparito da tutti i manuali di letteratura in circolazione, Chesterton fu un personaggio celeberrimo mentre era in vita. Scriveva con regolarità sui giornali inglesi, grandi filosofi come Bertrand Russell volevano confrontarsi con lui nei dibattiti pubblici, un autore come Charles Dickens è stato rivalutato e apprezzato grazie ai saggi di Chesterton. Però, non ha senso fare polemica letteraria sull’attuale incomprensibile eclissi della sua opera negli ambienti letterari ufficiali.
Voglio invece sottolineare il campo su cui GKC ha seminato con più fervore e in cui tuttora raccoglie frutti: la vita dell’uomo comune. Un esempio. Negli ultimi anni di vita Chesterton fece un programma radiofonico per la BBC e così la sua voce entrò concretamente nelle case degli inglesi. Quando poi morì, un barbiere dichiarò: «Mai letto una riga di quello ha scritto, ma lo ascoltavo sempre per radio. Sembrava che fosse seduto accanto a me nella stanza». Il posto che GKC reclama tuttora per sé non è nei circoli intellettuali o al centro dei dibattiti letterari, bensì accanto all’uomo comune. Questa è la premura sotterranea e radicale che si coglie in ogni suo scritto: affiancare l’uomo nella battaglia della vita, offrendogli le armi vincenti del senso comune e della ragione, che poi trovano il loro naturale e compiuto traguardo nella fede cattolica.
C’è un altro contesto in cui Chesterton rimane un riferimento imprescindibile: la narrativa poliziesca. È riconosciuto come uno dei migliori giallisti al mondo. Sono tantissimi gli investigatori usciti dalla penna di GKC, oltre al celebre Padre Brown. Tutti hanno un tratto comune: sono personaggi simpatici e umili, che indagano i misteri della vita (e morte) umana attraverso l’immedesimazione, vale a dire tentando di comprendere le ragioni che possono spingere un essere umano a commettere un atto malvagio. L’osservazione va a braccetto con la compassione, anzi la compassione muove e nutre l’osservazione. Il racconto giallo era per Chesterton uno specchio della vita, che è un mistero, ma un mistero che può essere risolto. È la grande verità – e in questo caso si può proprio parlare di missione – che Chesterton non si è stancato di dire all’uomo del ‘900 in balia del nichilismo. Al secolo del «cuore di tenebra» GKC ha proposto il coraggio di una conversione del cuore, suggerendo con chiarezza e tenacia ciò che fu anche la conquista più grande della sua vita: il lieto fine del mistero umano ha un volto incarnato, quello del Dio fatto Uomo che venne ad abitare in mezzo a noi.


Chesterton può essere definito un classico? Se sì, perché?

Parlando di uno degli autori più classici della letteratura inglese, Geoffrey Chaucer, Chesterton disse che i grandi poeti non sono quelli che danno al lettore un paio d’occhiali per vedere l’erba blu, ma sono proprio quelli che permettono a tutti di scoprire che l’erba è verde. Questa è la miglior definizione possibile di cosa sia un «classico» e rispetto a ciò l’opera di Chesterton appartiene di merito alla categoria.
È pur vero che, di solito, il «classico» è un libro datato che gli studenti sono costretti a leggere a scuola, per poi detestarlo e dimenticarlo. E, da questo punto di vista, la sfida che si può proporre al mondo letterario è: Chesterton è un classico che può aiutarci a capire perché certi libri sono dei classici da sempre. E qui torniamo all’erba che è verde. L’uomo non ha bisogno della letteratura per fuggire dalla realtà, ma per scoprirla. Abbiamo bisogno di canti e di effetti speciali per vedere come è prezioso e vertiginoso ciò che abbiamo per le mani. Uno dei romanzi più entusiasmanti di Chesterton, Uomovivo, mette in scena questa titanica impresa: parla di un tipo talmente pazzo da fare ogni sorta di follia pur di scoprire da capo ogni giorno il luogo in cui vive (entra in casa sua in tutti i modi, tranne che dalla porta; fa il giro del mondo per sentire la nostalgia di casa; tenta di uccidere un nichilista pur di fargli notare che non è realmente nichilista).
Se pensiamo a una storia ultra-classica come quella di Renzo e Lucia possiamo accorgerci che, in fondo, il messaggio umano è il medesimo: bisogna lasciare, anche dolorosamente, la propria casa per poterla ritrovare (e soprattutto per capire il senso complessivo di cosa si costruisce dentro quella casa). Dunque non sono i «libri classici» ad essere noiosi, siamo noi gli annoiati che hanno finito per avere una vista miope e una mente rattrappita di fronte alle cose. Abbiamo bisogno di fare le acrobazie per vedere ciò che c’è già, il classico è quel genere di libro che ci permette di fare questa ginnastica. In base a questo criterio molti bestseller di successo finiscono direttamente nella spazzatura, mentre quei libri vecchi e impolverati che abbiamo sugli scaffali si dimostrano amici leali ed eternamente giovani.

Come mamma lavoratrice, cosa pensi delle varie antropologie femminili del lavoro (fra gli estremi femminista in carriera e cattolica a casa coi figli)?
In tanti mi dissero che era una scelta azzardata sposarsi mentre ancora studiavo, io l’ho fatto senza fare troppi calcoli. Sono rimasta incinta del mio primo figlio quando ero al secondo anno del dottorato di ricerca. Ad un certo punto ne diedi notizia ai miei compagni di corso, molti dei quali mi risposero: «Mi dispiace…». Non erano né ironici né cattivi, ma semplicemente onesti. Era evidente anche a me che la novità nel mio grembo era incompatibile con le logiche brutali del mondo della ricerca universitaria, che richiede una dedizione assoluta – per non dire disumana. In quel caso fu mio marito a darmi la dritta giusta e lo fece a modo suo, cioè da ingegnere. Mi disse: «In matematica sommando un positivo con un altro positivo non si arriva mai a un risultato negativo». Questa era la sfida sul tavolo: l’arrivo di un bambino era un positivo e la mia passione per la letteratura era un positivo, dunque non erano elementi da guardare in modo oppositivo, bensì costruttivo.
Da allora in poi non è stato facile trovare una strada, perché l’attrito circostante è forte: avere una famiglia da curare viene tuttora considerato un ostacolo per una madre lavoratrice. E anche in questo contesto Chesterton si è rivelato un compagno di strada indispensabile: mi ha insegnato che per osservare adeguatamente una circostanza importante o grave occorre sempre partire dalla teoria, cioè occorre avere un ideale solido (lo scrive in Cosa c’è di sbagliato nel mondo). Solo a partire da un ideale si generano soluzioni pratiche efficaci. L’ideale che Chesterton mi ha aiutato a mettere a fuoco è la famiglia, quel nucleo affettivo che contiene e sostiene una visione umana «sana»: ogni altra cosa che incontriamo fuori dalla porta di casa è parziale, cioè è interessata a una sola parte della nostra persona (sul lavoro sono richieste le nostre competenze migliori, lo stato ci vuole cittadini onesti, il ristorante ci accoglie come clienti educati). In famiglia, invece, vale tutto di noi … vale anche il nostro peggio, perché a volte – ad esempio – a un marito è chiesto di sistemare un rubinetto anche se non ne è proprio capace e i figli ti sorridono anche quando mangiano una ciambella sbruciacchiata. Ci si prova, perché la famiglia è il luogo degli esperimenti e della libertà.
Forte di questa evidenza, affronto di giorno in giorno le sfide che mi si pongono. L’esperienza mi ha permesso di verificare che, tutte le volte in cui ho tenuto come punto fermo la famiglia (le priorità che mi si chiedevano come madre), ne sono seguite scelte lavorative positive. È un po’ come il compasso: se c’è un braccio fisso, l’altro può muoversi senza mai perdersi. Ovviamente non è tutto rose e fiori, anzi mi ritrovo spesso a constatare che tutti i miei progetti sono saltati e intraprendo lavori che mai avrei pensato di fare. La precarietà mi è compagna, ma anche certe soddisfazioni inaspettate. Insomma, è un’avventura … un mare burrascoso che fortifica i muscoli di chi ci nuota.

Sappiamo che sei in dolce attesa (congratulazioni e auguri!). Volevo chiederti se la maternità possa considerarsi una capriola cosmica :-D

Eccome! La maternità è proprio un’acrobazia tosta. Io e mio marito abbiamo accolto i figli che sono venuti senza pianificarli; abbiamo anche accolto la dolorosa esperienza di perderne uno prima che nascesse. E partirei proprio da qui. So che spesso la gravidanza viene presentata alle future mamme come un momento in cui sperimenteranno una forza e una sicurezza personali incredibili. Per me non è mai stato così, rimanendo incinta mi sono sempre sentita come lo sceriffo di provincia che vede il suo ufficio invaso dagli agenti dell’FBI, i quali lo mettono all’angolo con la frase: «Ora qui comandiamo noi!».
La gravidanza è un momento in cui è la donna è attrice, ma non regista. Il corpo ospita un evento grandioso che alla madre è chiesto di sostenere, senza esserne padrona. Questo mi è stato brutalmente evidente con l’esperienza dell’aborto spontaneo, ma è altrettanto evidente con le gravidanze che portano a una nascita: la madre partecipa a qualcosa che non comanda; è l’evento più clamoroso di cui possa fare esperienza, eppure non lo guida. Perciò è proprio una capriola, perché ti «costringe» a essere una protagonista umile. Una volta di più c’è da ringraziare del fatto che in certe circostanze «si è costretti»!
Banalmente, io mi porto le nausee fino in sala parto e la mia emotività diventa ingestibile per nove mesi: sono proprio pessima e insopportabile quando sono incinta. E – a posteriori – ne rido, perché mi dico: «Ma guarda, è proprio stupefacente: l’impresa più meravigliosa della tua vita l’hai condotta in condizioni pietose!». Questa apparente contraddizione mi aiuta a guardare con più onestà i miei figli, perché senz’altro il valore e la dignità della loro persona non dipendono da una mia bravura.

02 febbraio 2016

L'invidia dei Luxuria non fermerà la primavera. Auguri Giorgia!


di Francesco Filipazzi

Di fronte alla gravidanza di Giorgia Meloni, Vladimir Luxuria si é trovato ancora una volta di fronte alla realtà. Lui non potrà mai partorire. Questo deve avergli provocato un moto di invidia, che lo ha portato, lui trans, ad augurare a GM, come se fosse cosa negativa, di avere un figlio trans. Un cortocircuito. Mesi fa l'aveva anche derisa per vicende familiari. Da uno che si offende se lo si chiama al maschile ci si aspetterebbe più rispetto.

In generale il moto di rancore e odio che ha sommerso la leader di Fratelli d'Italia appare inspiegabile e sta mandando in tilt la stampa radical chic, che ha scoperto di essere portavoce di un mondo che vive di cattiveria e di sfregio quotidiano, che sa solo insultare e boicottare. Lo sapevamo già perché molti di noi ne sono già stati vittime, nel nostro piccolo. Ora però il bubbone è scoppiato e deve fare male.

L'utero in affitto è una pratica molto simile a quella utilizzata per ingravidare le mucche artificialmente, dunque coloro che difendono il diritto di trattare le donne come mucche, si sono sentiti defraudati dalla rivoluzionaria normalità di una donna che rimane incinta normalmente.

Quando Giorgia, la chiamiamo familiarmente con il nome, ha dichiarato in mondovisione di essere in stato interessante, non pensava di ricevere una valanga di insulti, ma soprattutto non pensava in quel momento di essere l'elemento demolitore di una propaganda furiosa e martellante. Di solito i leader politici sono uomini e quando annunciano di essere in procinto di diventare padri, sono percepiti come meno coinvolti, perché la gravidanza è nella mente del 99,9% delle persone legata alla donna. Oggi ci troviamo di fronte a una leader che il figlio lo porta in grembo il che evidentemente ha avuto un certo impatto, accresciuto dalla totale innocenza dell'annuncio. Ma l'innocenza ormai non trova più posto.

Giorgia, forse al momento la donna più famosa d'Italia, annuncia quindi di essere rimasta incinta come lo sono rimaste tutte le donne della storia fino a pochi decenni fa. A parte Una. "Le foglie sono verdi in estate", "Due più due fa quattro". Insopportabile per qualcuno. Inaccettabile. La donna che si presenta nella sua forma pura, di madre in attesa, ha demolito le coronarie dei portatori dell'Invidia del demonio. 

Dunque brindiamo alla vita che nasce, facciamo gli auguri a Giorgia Meloni e ad Andrea Giambruno. Campari per tutti. L'invidia dei Luxuria non fermerà la primavera.

Cosa succederà dopo il 30 gennaio?


di Alessio Calò

Il 30 gennaio è stato un grande giorno, come hanno scritto su questo blog Salvatore Cammisuli e Giuliano Guzzo: un popolo da tutta Italia (interessante la genesi che ne ha offerto la Miriano) si è mosso e ritrovato a Roma per difendere la famiglia dallo smembramento, concretizzato in questi tempi dal ddl Cirinnà. Un popolo che, dopo le prime titubanze e paure, sta crescendo e si sta organizzando per "avviare processi" (EG) che proseguiranno dopo il Family Day, perché la guerra è appena iniziata. Proponiamo ai nostri elettori qualche spunto di riflessione.

Il primo riguarda la "profanazione" di piazze storicamente simbolo delle rivendicazioni della sinistra. Prima San Giovanni, teatro del Family Day del 20 giugno, poi il Circo Massimo. Piazze che un tempo venivano riempite dalla sinistra (pare che nel 2002 Cofferati ci avesse portato - con l'apparato iper organizzato e iper finanziato della CGIL - 3 milioni di persone; fatto ben strano se l'ANSA ha dichiarato che al Circo Massimo ne entrano al massimo 300 mila), la stessa sinistra che oggi riesce a riempire a mala pena qualche autobus (forse perché preferisce i trenini).
Ci spiace poi che la sinistra abbia cambiato target di riferimento, passando dai diritti sociali a quelli (in)civili: la sinistra vera dovrebbe tornare a pensare al lavoro, ai poveri, alle difficoltà delle famiglie, piuttosto che ai capricci degli alto-borghesi. Dovrebbe difendere il proletariato (ovvero coloro che hanno come ricchezza solo i propri figli) e combattere il capitale, arricchito dal commercio dell’utero in affitto (con la compravendita di donne e bambini) e dai lauti profitti dell’industria contraccettiva e abortista. Ma forse questa sinistra, ormai tristemente avviata sul sentiero radical-chic (come intuì il grande filosofo Del Noce), non è che l'utile idiota dell’oligarchia finanziaria al potere.

Il secondo spunto riguarda il ruolo della CEI (e appendici), rispetto al Family Day del 2007: il passaggio dalla gestione trainante di Ruini a quella trainata (quando non zavorrante) di Bagnasco ha rivelato come, grazie anche agli interventi provocatori del segretario Galantino (lo ringraziamo davvero per averci permesso di farla finita con certo clericalismo cattodem), l’autonomia dei laici sia cresciuta, fino ad ottenere ex post la benedizione della CEI. Che dire? Abbiamo risposto al meglio alla richiesta del Santo Padre di lasciarci alle spalle qualsiasi tipo di "input clericale", anche se il sostegno morale dei pastori ci sarebbe di grande conforto (ringraziamo mons. Bregantini per la sua preziosa presenza al Circo Massimo).

Dal punto di vista della politica, regno del cinismo e della furbizia, al Circo Massimo abbiamo assistito ad una testimonianza e ad un segnale importanti: un popolo stanco di fuffa renziana e poltronismo alfaniano reclama una considerazione seria, e non ha più paura di farsi sentire. Renzi non faccia il furbo né l'arrogante, sappiamo bene che sta spostando l'attenzione su temi mediaticamente sensibili per mettere in secondo piano i lavori sulla riforma costituzionale (che dire anti-democratica è poco) e nascondere il fallimento della sua politica economica eterodiretta (inutile far finta di battere i pugni sul tavolo della Merkel quando questa ti tratta da sub-umano), che sta trasformando l'Italia in un deserto industriale popolato da un esercito di riserva.
Ora rimaniamo comunque in attesa (non passiva ovviamente) di vedere il percorso del ddl Cirinnà: cerchiamo di resistere fino all'estate e poi aspettiamo che Renzi si logori con il referendum costituzionale, quando i i grillini – e non solo – lo massacreranno.

Intanto ci dovremo sorbire la martellante campagna omosessualista iniziata sui media (abbiamo avuto un bell’esempio domenica: pomeriggio con la d'Urso tutto pro-gender, tribunale giacobino a La7 per la Miriano, le Iene a declamare la bellezza delle coppie omo-genitoriali, la notte su Rai3 con le continue prese in giro al Family Day), che comunque conferma il successo del Family Day: ci ripropineranno le palle dei figli del principe della menzogna, come i 100.000 figli di coppie gay, la madre come "concetto antropologico", la superiorità delle coppie gay rispetto alle famiglie nell'educazione dei bambini, quel che conta è l'amore, ecc.

Cari amici, siamo "strumenti insufficienti", ma "il Signore ci aiuterà e Maria Sua Santissima Madre sta dalla nostra parte"!

01 febbraio 2016

Family Day 2016, anatomia di un trionfo


di Giuliano Guzzo

Il giorno successivo ad una grande manifestazione, tradizionalmente, è quello dei bilanci e il Family Day 2016 non fa certo eccezione. Dunque, successo o fallimento? L’evento ha rispettato o deluso pronostici? Chi c’era – e ieri ha visto il Circo Massimo letteralmente invaso – difficilmente oggi parlerà di flop anche perché, in effetti, le immagini sono chiarissime nel documentare l’affluenza di una vera e propria marea umana. Viceversa i critici della manifestazione, fino all’altro giorno uniti nel giudicarla – senza, per la verità, grande originalità terminologica – «medievale», dalle ore successive alla stessa hanno prevalentemente preso di mira la stima di due milioni di partecipanti, diffusa nel corso dell’evento. Chi ha ragione, allora? Quanti ritengono Family Day 2016 un indubbio successo o gli scettici sulle effettive adesioni alla stessa?

Prima di rispondere, credo occorra anzitutto un passo indietro ricordando come la manifestazione di ieri presenti – oggettivamente – delle caratteristiche uniche. Primo elemento di unicità: i tempi di organizzazione, strettissimi. Basti ricordare che fino a poche fine settimane fa non solo non era certa la data del Family Day 2016, ma neppure il luogo, che da piazza San Giovanni è stato praticamente all’ultimo spostato al Circo Massimo. Secondo aspetto più unico che raro è l’organizzazione, che non ha potuto contare né sulle tessere o sulla fedeltà tipica dei militanti di partito né sugli sconti che le sigle sindacali, di solito, propongono ai propri iscritti in occasione dei raduni promossi. Il Family Day 2016, promosso dal comitato “Difendiamo i nostri figli” – altra associazione costituita in tempi recentissimi – è stato a tutti gli effetti una manifestazione nata dal basso.

La stessa CEI ha appoggiato per bocca del proprio Presidente, il cardinal Angelo Bagnasco, il Family Day 2016 quando la macchina organizzativa dell’evento era già avviata, a differenza del Family Day 2007, che ebbe nella Conferenza episcopale italiana non solo un alleato, ma un deciso promotore sin dall’inizio. Alla luce di detti elementi – la tempistica strettissima, l’assenza di sostegni dall’alto e di finanziamenti – solo la malafede o peggio l’invidia potrebbe spingere a negare come la manifestazione di ieri sia stata un successo straordinario sotto molteplici punti di vista. Incluso il messaggio di netta contrarietà al disegno di legge Cirinnà, anche questo privo di rappresentanza politica. Infatti, anche se da un lato è vero che al Circo Massimo hanno presenziato alcuni politici, dall’altro è chiaro come politica, fatta eccezione forse per Lega e FdI, sia a larga maggioranza favorevole alle unioni civili.

Unioni civili – anche questo è doveroso sottolinearlo – che la marea umana presente al Circo Massimo non ha contestato solo per l’adozione del figliastro, la cosiddetta stepchild adoption, che legittimerebbe, di fatto, l’utero in affitto, ma proprio in quanto unioni civili che andrebbero iniquamente a confondere la famiglia fondata sul matrimonio con altre unioni. La forza del Family Day 2016 si è dunque concretizzata in almeno due aspetti diversi e, direi, per nulla trascurabili: quello organizzativo e quello contenutistico, che pur non avendo visto proferire dal palco dell’evento neppure una sillaba contro le persone omosessuali – anzi! -, è stato nettissimo nel rigettare l’intero impianto del disegno di legge Cirinnà. Una contrarietà che è stata espressa in modo chiaro e argomentato, senza la minima dimostrazione di “oscurantismo”.

A questo proposito, sarebbe bello capire da quanti – specie sui social network – hanno detto le cose peggiori sul Family Day, sulla base di quali elementi apostrofano come ignoranti e retrogradi coloro che vi hanno partecipato. Ieri al Circo Massimo io c’ero e posso dire d’aver salutato, fra gli altri, giovani laureandi, avvocati, medici e docenti universitari. Tutta gentaglia che non ha mai preso in mano un libro? Ne siete proprio sicuri, cari paladini del Progresso? Certo, fra i manifestanti c’era anche tantissima gente semplice, ma prima di avventurarmi in critiche temerarie quanto infondate – nel senso che non partono dal dato di realtà, dunque da un vero fondamento, bensì dal solo pregiudizio – starei molto attento, specie nella misura in cui queste critiche sono vibrate, di fatto, ad un intero popolo. E veniamo ora al punto più discusso: quello del numero dei presenti, ieri, al Circo Massimo.

La stima di due milioni, prt molti, è esagerata. Personalmente, avendo preso parte a una manifestazione dove due milioni di persone c’erano veramente – la Giornata Mondiale della Gioventù 2011, a Madrid, evento pure quello pieno di cattolici non timorosi di dichiararsi tali (ma non ditelo ai critici del Family Day, altrimenti s’inacidiscono ancor di più) –, potrei anche dubitare del fatto che a Roma, ieri, ci fosse così tanta gente. Tuttavia, come detto, al Circo Massimo – a differenza dei critici dell’evento – io c’ero e assicuro che la marea umana era impressionante, tanto da costringere centinaia anzi migliaia di persone all’esterno. Chi poi, per criticare la manifestazione, fa confronti fra fotografie del Circo Massimo di concerti che immortalano quasi solo il palco con altre scattate ieri nella piccola parte dell’area transennata e inaccessibile (quindi per forza di cose vuota), si commenta da solo.

Tuttavia, poniamo pure che al Family Day ci fossero 3,4,500.000 persone – posto che secondo me i partecipanti erano parecchi, ma davvero parecchi di più -: qualcuno può fare qualche esempio, nella storia d’Italia, in cui un raduno simile di persone sia stato organizzato in poche settimane, senza alcuna forma di contributo e con i mass media che hanno speso i giorni precedenti non solo a non pubblicizzarlo più di tanto, ma a remare in senso opposto (vedasi, per esempio, gli orecchini arcobaleno esibiti da Barbara d’Urso)? Avanti, su, sarei proprio curioso di avere una risposta. E con me tanti altri che hanno ormai ben chiaro come le critiche numeriche – peraltro dagli stessi che sabato scorso si sono bevuti in silenzio il milione di presenze fantasma, nelle piazze, a favore del ddl Cirinnà  – siano solo l’ultima spiaggia di chi, in fondo, non sa darsi pace per un evento che, comunque la si pensi, è già nella storia di questo Paese.

Lunga vita all’Italia che «tiene famiglia»


di Salvatore Cammisuli

Il Circo Massimo si è svuotato, i partecipanti al «Family Day» sono tornati a casa e alla Cirinnà, presa una bella dose di Gaviscon, sarà già passato il bruciore di stomaco. Aspettando di vedere se il Palazzo deciderà di ascoltare le lobby dei soliti noti o quello che per «la Costituzione più bella del mondo» è il «popolo sovrano», possiamo fare qualche considerazione.
Mettiamo subito da parte la guerra dei numeri, perché a tutti è ormai chiaro che in base alle leggi della fisica le piazze si stringono e si allargano secondo le circostanze, che in base alle leggi della matematica le cifre si arrotondano per eccesso quando manifestano i progressisti e per difetto quando manifestano i bigotti, e che in base alle leggi del giornalismo le redazioni si muniscono di solerti contabili solo quando c’è il Family Day.
Andiamo alle considerazioni. Prima: quella che ieri ha riempito il Circo Massimo, ci sembra di poter dire, è l'Italia genuina, strapaesana, nazionalpopolare; quell'Italia che odia le sveglie, che si commuove ascoltando la canzone della mamma e che sulla bandiera scriverebbe «tengo famiglia» - e sugli striscioni proposte di matrimonio.
Non solo: questa è l'unica Italia che, sul piano delle «battaglie di civiltà», può avere rilievo internazionale. Se anche l'Italia si piegasse ai diktat giacobini, sarebbe una repubblichetta di quart'ordine in mezzo a tante altre. Oggi, invece, per molti, in Europa e nel mondo, l'Italia non è un fanalino di coda, ma un faro luminoso. Per molti nel mondo l'Italia non è l'ultimo residuo del bigottismo ma, tra i Paesi occidentali, l'ultimo baluardo della civiltà e del buon senso, per cui i figli si fanno e non si comprano, e se si fanno si fanno col metodo antico, che tanto disgusta gli gnostici e tanto piace alla gente normale.
Seconda considerazione: a ben vedere, avrebbero ragione di festeggiare i cattolici «adulti», quelli che per decenni ci hanno raccontato la favola dell’autonomia dei laici rispetto alla gerarchia. Bene: al momento di combattere ai cattolici adulti ma non adulterati, al popolo maturato nei tre decenni e mezzo di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI non è servito alcun vescovo pilota per capire che i principi non negoziabili si chiamano così perché non sono negoziabili.
Papa Francesco ha preferito chiarire sobriamente la posizione giusta senza mettersi alla testa dell’esercito, e già da tempo aveva chiarito che questo è il suo stile. Del resto, quale sia il suo pensiero sull’argomento è lampante fin dal giugno 2010, quando da arcivescovo di Buenos Aires, in occasione di un analogo disegno di legge, scrisse parole nette e inequivocabili: «Qui c’è l’invidia del Demonio, attraverso la quale il peccato entrò nel mondo: un’invidia che cerca astutamente di distruggere l’immagine di Dio, cioè l’uomo e la donna che ricevono il comando di crescere, moltiplicarsi e dominare la terra. Non siamo ingenui: questa non è semplicemente una lotta politica, ma è un tentativo distruttivo del disegno di Dio. Non è solo un disegno di legge (questo è solo lo strumento) ma è una “mossa” del padre della menzogna che cerca di confondere e d’ingannare i figli di Dio». La lettera sarebbe da leggere per intero ed è disponibile sul sito della Bussola quotidiana.
E qui saremmo al terzo punto: la contestualizzazione. Aver vinto una battaglia non ci deve far dimenticare la guerra. In quanto contro-rivoluzionari dobbiamo sempre tener presente che la Rivoluzione arcobaleno, fatta di ideologia gender, «matrimoni» gai e uteri in affitto, è solo la fase attuale di un processo più ampio, che nel suo sorgere vide un frate disconoscere il Sacramento del Matrimonio e un re che pretendeva una dichiarazione di nullità delle sue nozze. Anzi, a essere più sinceri, nella primissima fase ci fu un tale che disturbò una coppia di sposi in un giardino – ma questo l’ha già detto il Papa.

30 gennaio 2016

La storia siamo noi. Potenti perché liberi

di Giuliano Guzzo
Poltrone. E’ con poltrone che il Presidente del Consiglio, addomesticando il Nuovo Centro Destra, conta di far passare definitivamente il disegno di legge Cirinnà. Fregandosene dell’iter previsto (le unioni civili non hanno mai ultimato il passaggio in Commissione), fregandosene dei sondaggi, che da tempo registrano un forte calo di interesse degli italiani che – pur bombardati mediaticamente – iniziano a sentire puzza di bruciato. Fregandosene di tutto.

Purtroppo il Premier, quei parlamentari che già esultano e le sveglie in piazza sabato scorso, non hanno fatto i conti con una cosa: il popolo. Quello cattolico ma non clericale, quello laico ma non laicista, apparentemente povero perché senza gran rappresentanza parlamentare, ma potentissimo perché libero.

Per questa ragione, insieme a tantissimi amici, oggi vado al Circo Massimo. Vado perché l’arroganza politica è già insopportabile, ma quando pretende di sfigurare l’istituto familiare confondendolo con unioni che famiglia non sono, deve essere fermata. Vado perché i bambini – tutti – hanno diritto ad un padre ed una padre, ed uno Stato che per legge vuole indebolire questo diritto non solo è ingiusto, ma è il più ingiusto di tutti perché fa pagare ai piccoli i desideri dei grandi. Vado perché non voglio vivere in un Paese che afferma di tutelare le donne, ma poi elargisce diritti a chi, all’estero, le donne le sfrutta, violando la loro maternità e spezzando quel legame madre-figlio tutelato per i cuccioli animali ma non per i neonati, e poi hanno pure il coraggio di parlarci di “amore”.

Oggi quindi vado, anzi andiamo al Circo Massimo perché se non lo facciamo ora, non avremo più scuse. Andiamo ora perché scherzare con la famiglia significa scherzare col futuro, e chi se ne frega – ho scritto proprio così: chi se ne frega – se diranno che siamo arretrati, bigotti e medievali. Se il futuro e il progresso hanno la faccia di Barack Obama, il pacifista bombardiere, oppure quella di Elton John, capite anche voi che se ne può fare spensieratamente a meno.

Non per arroganza, ma perché i bambini meritano di meglio della filastrocca del “LoveisLove” e perché gli uomini e le donne di domani – a prescindere dalle loro tendenze sessuali – hanno tutto il diritto di continuare a sapere che cos’è una famiglia. E se ripetere questa elementare verità costa, ben venga il conto: qualunque esso sia. Coraggio, Amici. La storia siamo noi.

giulianoguzzo.com

29 gennaio 2016

Francesco come Saul?


(se è lecito interrogarsi intorno alle menti rattoppate, proprie e altrui)

di Matteo Donadoni - Cristiano Rattoppato

"Rispose Samuele: «Ma che è questo belar di pecore, che mi giunge all'orecchio,
e questi muggiti d'armento che odo?»." (1 Samuele 15,14)

Non si fa in tempo cullarsi nella bella notizia che al 51° Congresso eucaristico internazionale in corso a Cebu, nelle Filippine, siano state celebrate due Messe secondo la forma straordinaria del Rito antico - di cui la seconda dal venerabile cardinale cinese Zen Ze-kiun – che, con una doccia gelata, subito ci si deve render conto delle recenti parole di Bergoglio a Santa Marta.
Non che io segua più le famigerate “omelie” da Santa Marta, le quali un giorno sì e uno no, si abbattono sugli “ostinati” fedeli cattolici. Primo, perché a furia di bastonate ai cattolici, il vescovo di Roma mi ha fatto praticamente diventare tradizionalista, secondo, perché a volte certe cose tocca leggerle comunque: tipo il più antico giornale cattolico tradizionalista statunitense, “The Remnant”, che il 20 gennaio scorso ha pubblicato un articolo di Christopher A. Ferrara dal titolo tranchant: «Francesco è compos mentis.

Ora, al di là della beffarda ostilità del titolo oltreoceanico, l’Osservatore Romano del 19 gennaio a me pare sia stato obiettivamente chiaro nel riportare l’omelia del giorno precedente:

- Il cristiano che si nasconde dietro il «Si è sempre fatto così...» commette peccato, divenendo idolatra e ribelle e vivendo una «vita rattoppata, metà e metà», perché chiude il suo cuore alle «novità dello Spirito Santo». È un invito a liberarsi dalle «abitudini», per lasciare spazio alle «sorprese di Dio», quello che Papa Francesco ha lanciato durante la messa celebrata lunedì mattina, 18 gennaio, nella cappella della Casa Santa Marta.

Chi sia questo cristiano rattoppato che non lascerebbe spazio alle “sorprese di Dio” è fin troppo chiaro. Ma non è tutto qui. Il giornalista romano è certamente più lucido di Bergoglio nel riportare un discorso a dir poco eccessivo, che spinge invece il collega americano a chiedersi se il vescovo vestito di bianco sia o meno sano di mente.
Infatti, Francesco porta ad esempio il re Saul, ma apparentemente senza cognizione di causa – meccanismo che, per inciso, conosco bene, perché non è raro che il mio parroco ribalti letteralmente l’interpretazione del Vangelo o delle Scritture dando a vedere di non aver mai meditato seriamente la Parola in 50 anni di sacerdozio – travisandone il messaggio.

- Dunque, ha affermato il Papa, «l’obbedienza va oltre» e supera anche le parole di giustificazione di Saul: «Io ho ascoltato il popolo e il popolo mi ha detto: sempre si è fatto così! Le cose di più valore andranno al servizio del Signore, sia al tempio sia per i sacrifici. Sempre è stato fatto cosi!». […] Proprio «questo — ha spiegato il Pontefice — è stato il peccato del re Saul, per il quale è stato rigettato». Ed è anche «il peccato di tanti cristiani che si aggrappano a quello che sempre è stato fatto e non lasciano cambiare gli otri». Finendo così per vivere «una vita a metà, rattoppata, rammendata, senza senso».

Addirittura conclude:

- La risposta la dà Samuele quando «spiega cosa sia un cuore chiuso, un cuore che non ascolta la voce del Signore, che non è aperto alla novità del Signore, allo Spirito che sempre ci sorprende». Chi ha un cuore così, afferma Samuele, «è un peccatore». Si legge nel passo biblico: «Sì, peccato di divinazione è la ribellione, e colpa e terafìm — cioè idolatria — l’ostinazione».
[…] E «questo — ha rimarcato il Papa — è il messaggio che oggi ci dà la Chiesa; quello che Gesù dice tanto forte: “Vino nuovo in otri nuovi!”». Perché, ha ripetuto, «alle novità dello Spirito, alle sorprese di Dio anche le abitudini devono rinnovarsi». Prima di proseguire nella celebrazione, Francesco ha auspicato «che il Signore ci dia la grazia di un cuore aperto, di un cuore aperto alla voce dello Spirito, che sappia discernere quello che non deve cambiare più, perché fondamento, da quello che deve cambiare per poter ricevere la novità dello Spirito Santo».

Allora, a parte che non è vero che Saul non sia stato capace di cambiare gli otri! Se mai sarebbe il contrario, e in ogni caso il paragone non regge. Questa è una distorsione delle Scritture. Il re viene rigettato da Dio proprio perché ha voluto fare di testa sua dopo la vittoria sugli Amaleciti (cfr. 1 Samuele 15), tradendo il mandato profetico. Evidentemente, secondo Francesco la questione sarebbe invece che Dio aveva in mente certe ipotetiche novità concernenti la celebrazioni della vittoria che d’altra parte Saul, “chiuso di cuore”, non è stato in grado di vedere a causa della sua cieca adesione a quella che si vorrebbe intendere come Tradizione. Ma nella Bibbia … non c’è scritto così. Saul, in realtà, avrebbe dovuto sterminare tutti gli Amaleciti compreso ogni armento. Accade invece che il re faccia dei calcoli di comodo, che speculi su tornaconti politici e personali. Ciò a Dio non va, infatti si legge:

"Ma Saul e il popolo risparmiarono Agag e il meglio del bestiame minuto e grosso, gli animali grassi e gli agnelli, cioè tutto il meglio, e non vollero sterminarli; invece votarono allo sterminio tutto il bestiame scadente e patito. Allora fu rivolta a Samuele questa parola del Signore: «Mi pento di aver costituito Saul re, perché si è allontanato da me e non ha messo in pratica la mia parola». Samuele rimase turbato e alzò grida al Signore tutta la notte." (1 Samuele 15, 9-11)

Ergo, dice bene Christopher A. Ferrara: «Quest’interpretazione [di Francesco] è assolutamente falsa e ingannevole, perché sostiene l’esatto contrario di quanto le Scritture vogliono insegnare con questo episodio. La disobbedienza di Saul consistette proprio nel fatto che non eseguì quanto era stato sempre fatto, arrogandosi una funzione liturgica riservata ai sacerdoti e violando in questo modo non solo la tradizione giudaica ma anche il comandamento esplicito del profeta Samuele di aspettare per sette giorni il suo arrivo, affinché Samuele stesso – un sacerdote della vecchia scuola – potesse offrire il sacrificio».

Quindi, di cosa sta realmente parlando Bergoglio? E questa cosa è per lui tanto importante da dover piegare la Scrittura? The Remnant fa un’ipotesi piuttosto verosimile: «È probabile che abbia intenzione di emanare un’esortazione apostolica post-sinodale – a Marzo, a quanto sembra – che concluderà finalmente la sua campagna ossessiva per permettere la ricezione della Santa Comunione da parte di adulteri pubblici, rovesciando la bimillenaria disciplina sacramentale della Chiesa sui divorziati e “risposati” affermata da entrambi i suoi predecessori». Quindi «Francesco sta vomitando invettive incoerenti contro le persone affidate alla sua guida perché percepisce che non tollereranno le sue varie esigenze di “cambiamento” che secondo lui sarebbero dettate dallo “Spirito”, vale a dire, da lui stesso».
Bergoglio sembra non capire, o fa finta di non sapere, che “divinazione” e “divinare” non è il seguire ostinatamente la Dottrina millenaria della Chiesa, ma è, paradossalmente, quello che vuol imporre lui: l’andar dietro una non meglio qualificabile novità o “voce dello Spirito” - di cui sarebbe il solo interprete? -; e “costituisce anche un peccato di idolatria: i cristiani ostinati peccano del peccato di idolatria!” non “l’aggrapparsi a quanto è stato fatto”, ma, forse, permettere che si girino pellicole agiografiche sul proprio conto mentre si è ancora in vita…
Francesco si spinge perfino a suggerire, con quel “vino nuovo in otri nuovi”, che i suoi piani per la nuova Chiesa mondialista, pancristiana o panreligiosa, siano paragonabili alla Nuova Alleanza nei confronti di quella che fu l’Antica. Una specie di delirio di grandezza: “Questo è il messaggio che la Chiesa ci dà oggi”. Ma la Chiesa dà lo stesso messaggio ieri, oggi e sempre! Perché tale è il Cristo. Quindi?
Quindi chi ha veramente fede, che almeno prova a studiare la Scritture, che ha a cuore la propria religione perché innamorato di Gesù Cristo e della Chiesa, se prima aveva perplessità, oggi non può che rifiutare un pontefice che rifiuta la verità storica del cattolicesimo! Anche se ciò comporta un fiume ininterrotto di lacrime, la solitudine dell’abnegazione nel conflitto interiore.
Nella speranza, però, che Francesco si converta o, in definitiva, che Dio gli risponda come Samuele rispose a Saul: «Non posso ritornare con te, perché tu stesso hai rigettato la parola del Signore e il Signore ti ha rigettato perché tu non sia più re sopra Israele».

28 gennaio 2016

Lavanda Generica: Buonanotte Tradizione (LGBT)


di Satiricus

Tra le novità della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, datata al 6 gennaio scorso, si conta la normalizzazione di una variazione liturgica, che di fatto il Pontefice si era già permesso di attuare nei primissimi tempi del suo mandato: per l'azione liturgica del Giovedì Santo anche le donne avranno lecitamente accesso al rito della lavanda dei piedi.

"Nel compiere tale rito, Vescovi e sacerdoti sono invitati a conformarsi intimamente a Cristo che «non è venuto per farsi servire, ma per servire» (Mt 20,28) e, spinto da un amore «fino alla fine» (Gv 13,1), dare la vita per la salvezza di tutto il genere umano.
Per manifestare questo pieno significato del rito a quanti partecipano, è parso bene al Sommo Pontefice Francesco mutare la norma che si legge nelle rubriche del Missale Romanum (p. 300 n. 11): «Gli uomini prescelti vengono accompagnati dai ministri…», che deve essere quindi variata nel modo seguente: «I prescelti tra il popolo di Dio vengono accompagnati dai ministri…» (e di conseguenza nel Caeremoniale Episcoporum n. 301 e n. 299 b: «le sedie per i designati»), così che i pastori possano scegliere un gruppetto di fedeli che rappresenti la varietà e l’unità di ogni porzione del popolo di Dio. Tale gruppetto può constare di uomini e donne, e convenientemente di giovani e anziani, sani e malati, chierici, consacrati, laici.".

Noi come commenteremo? La variazione è possibile (non eretica), ma non indifferente. L'obiettivo dichiarato è palesare la simbolica caritativa che, in quanto tale, non conosce ovviamente limiti di sesso o età (però nemmeno di orientamento sessuale o di genere, va anticipato). D'altro canto con questo mutamento la liturgia del Giovedì perde almeno due caratteri specifici. Non è infatti scritto né in qualche documento, né tantomeno nella natura liturgica, che essa debba esprimere valori sociologici, quali l'attuazione delle quote rosa e la soddisfazione delle rivendicazioni sessiste (nonostante un simile auspicio, di ausilio sociologico, fu rilanciato da Paolo VI al tempo della riforma). Più appropriato è che essa attui una ripresentazione della storia della salvezza, il disegno eterno che si riflette, si rinnova e si approfondisce di epoca in epoca, avendo ovviamente come esempio tipico la storia salvifica e i suoi personaggi. La lavanda dei piedi destinata a soli uomini sembra dunque la forma più conveniente. In primo luogo infatti richiama la verità storica, per cui Gesù ha lavato i piedi solo agli uomini; ciò a sua volta permette di ribadire l'istituzione del mandato apostolico, che non spetta al gentil sesso; ed inoltre era educativo per il senso liturgico conservare la verità cristomorfica del gesto, con il quale Gesù stesso ha obbedito al carattere rituale della cena ebraica, in cui non era ammesso il protagonismo femminile; dall'ultima si deduce che abbiamo perso ulteriormente la memoria liturgica cultuale della continuità tra i riti dell'antico Israele e i nostri; dai precedenti si intuisce che abbiamo spostato il boccino dalla continuità liturgica con gli ortodossi alla continuità rivoluzionaria con i protestanti. Dunque con l'iniziativa di Francesco si è impoverita la liturgia, negandole i riferimenti specifici alla storia biblica di Israele e del Messia. Ora la liturgia esprimerà meglio la sottomissione ai valori di questo mondo, sostituirà velleitariamente le fiacchezze sociologiche connesse alla ineliminabile disparità tra uomo e donna, alleggerirà la pedagogia classica femminile circa i valori del pudore e della sottomissione, illuderà le donne quanto all'impossibile vocazione presbiterale, frustrerà la già minata autostima del maschio che, in attesa di poter partorire, si scopre l'unico discriminato dalla natura e dalla religione.

Le ragioni appena esposte - connesse a elementi naturali della differenza uomo-donna, fondati sulla biologia, precisati dalla cultura, da sempre individuati nelle loro ricche peculiarità spirituali e sacramentali - confermano che la crisi liturgica potrà essere sanata solo ridando a ciascuno il proprio ruolo. Il ruolo della donna non è sull'altare, ma è a custodia della vita domestica, intesa come cellula sacrale dell'umanità; non è guida o apice, ma sostegno e basamento. La donna in liturgia o è prostituta sacra o non è donna (o non è liturgia, bensì siparietto).

Registriamo insomma l'ennesimo allontanamento della Chiesa dal suo cuore cristico e mistico, speranzosi forse di salvarci con le nostre intuizioni sociologiche cis-pelagiane, magari dando la parvenza di culto alle prassi etiche moderne, già dichiarate fallite dai loro teorici laici.

In definitiva, la novità è un piccolo dettaglio, i cui difetti sono già stati iniettati nel culto cattolico alcuni decenni fa con l'ammissione delle donne tra i ministranti. Di per sé nulla sembrerebbe aggiungersi, non fosse che si è andati a toccare il cuore della Liturgia, la settimana santa. Esistessero ancora dei cattolici, si strapperebbero le vesti. La discontinuità con Benedetto XVI (e quindi con la Chiesa) è radicale; il vuoto liturgico dell'attuale Pontificato è da manuale; la crisi di evangelizzazione non può che acuirsi e ormai si sfiora il punto dell'umano non ritorno. Francesco continua il suo gioco personale, con buona pace di secoli di tradizione e dibattiti, con buona pace di acuti teologi conciliari e post-conciliari: c'è un sogno nostalgico sessantottino da realizzare e, per amor dei settantenni delusi, lo realizzeremo. Hasta la noia!

Come tamponamento rimangono i riti orientali, l'ambrosiano, il rito antico - ormai ci troviamo a dare sempre il medesimo suggerimento: tornare all'antico - e dunque vi dono l'estratto della lavanda dei piedi nel rito bizantino, dove il riferimento al Cristo della storia, non a quello del mito ad personam, è così forte da includere anche il magistrale dialogo petrino: 


27 gennaio 2016

Unioni civili flop: dove ci sono, non se le fila nessuno



di Giuliano Guzzo

Sono dell’avviso che la contrarietà o l’appoggio alle unioni civili, da parte di chiunque, debba basarsi su ragioni ideali prima di tutto. Ciò nonostante penso non sia irrilevante, per farsi un’idea su questo istituto e in particolare alla sua supposta urgenza, volgere lo sguardo al panorama europeo nel quale vi sono diversi Paesi che hanno preceduto l’Italia nel riconoscimento non tanto dei diritti delle coppie conviventi – i quali sono in larghissima parte già disponibili anche da noi -, quanto delle coppie stesse quale istituto autonomo. Ebbene, la tendenza che si riscontra quasi ovunque è quella, se non di un vero e proprio flop, di un progressivo declino che non solo segue quello del matrimonio tradizionalmente inteso, ma pare quasi superarlo.

Considerando per esempio il caso della Danimarca – Paese fondamentale dal momento che, com’è noto, fu il primo al mondo, nel 1989, a riconoscere alle coppie omosessuali conviventi tutti i diritti ed i doveri in merito ad eredità, donazioni, pensioni, tasse, obbligo di assistenza reciproca, diritto a subentrare come titolare nell’appartamento in affitto in caso di morte di uno dei partner, ripartizione dei beni comuni in caso di separazione – si scopre come si sia passati dalle 84 coppie di persone dello stesso sesso registrate (su un milione di abitanti) del 1990 alle 40 (sempre su un milione di abitanti) del 1998: più di un dimezzamento in meno di dieci anni.

In anni più recenti la tendenza non è affatto migliorata: nel 2010 si sono registrate 410 coppie composte da persone dello stesso sesso, numero sceso ancora a 346 nel 2011. Solo l’introduzione dei matrimoni fra persone dello stesso sesso – istituiti ufficialmente nel giugno 2012 – sembra aver frenato, almeno per ora, il declino: nel 2013 si sono sposate 363 coppie e 364, appena una in più, nel 2014, anno particolarmente fortunato a livello generale dato che ha visto pure un aumento dei matrimoni fra uomo e donna (+ 827), anche se, com’è noto, una rondine non fa primavera. A questo ci si potrebbe chiedere: quello danese è forse un caso isolato? In altre parti d’Europa il declino delle coppie omosessuali riconosciute non è tale?

Così non sembrerebbe guardando alla Svizzera, che permette l’unione civile tra persone dello stesso sesso dal gennaio 2007. Infatti, si è passati dalle 2.004 unioni del 2007, alle 720 del 2010: ben più che dimezzate in appena tre anni. E’ pur vero che, dal 2010 al 2014, anche in terra elvetica si è registrata una stabilizzazione, pari a circa 700 unioni civili l’anno, ma se è anche vero che dal 2010 al 2014, cioè in appena quattro anni, è quasi raddoppiato – passando da 77 a 144 – il numero delle unioni civili finite con una separazione. Dunque neppure la Confederazione svizzera pare essere un buon esempio per parlare di un successo delle unioni civili.

E non lo è neppure l’Austria – dove la possibilità per le coppie dello stesso sesso di unirsi c’è dal 2010 – , che ha visto il numero di queste unioni precipitare dalle 705 del 2010, appunto, alle 368 del 2013, con una diminuzione di cinque punti percentuali nel 2012. Nel 2014 c’è stata una risalita del numero di queste unioni, ma i numeri del 2010 sono lontanissimi. Le stesse Civil Partnership inglesi di cui parla spesso Renzi non sembrano aver avuto molta fortuna: introdotte nel dicembre del 2005 hanno fatto registrare subito un alto numero di registrazioni, arrivate nel 2006 a 14,943 per poi dimezzarsi nel 2007 (7.929 unioni) e abbassarsi ancora negli anni successivi; nell’anno 2009, per esempio, sono state meno di seimila (5.687).

Pare al momento esservi un solo Paese europeo nel quale le unioni composte da persone dello stesso sesso stanno avendo successo: la Germania. Lì effettivamente – registrate e non – il numero delle coppie omosessuali è in continuo aumento: secondo i censimenti dell’Ufficio Federale di Statistica ammonterebbero ad oltre settantamila, mentre nel 1996 erano meno di quarantamila. Ciò nonostante va ricordato che le persone facenti parte di una coppia dello stesso sesso registrata, in Germania, rappresentano lo 0.1% del totale dei tedeschi (cfr. International Economics Letters, 2015). Senza dimenticare – anche se non si vuole azzardare un collegamento fra le due cose – come quello sia il paese col tasso di natalità più basso del mondo: lì le unioni civili hanno avuto fortuna, si potrebbe dire, ma non ne stanno portando molta.

Con l’eccezione tedesca, possiamo dunque concludere come le unioni civili, in Europa, tutto abbiano avuto fuorché enorme successo. Come mai? Per quale ragione i “diritti negati”, una volta disponibili, smettono di interessare con tanta rapidità? Ha senso chiederselo anche se il flop delle unioni civili, a ben vedere, fu ampiamente previsto. Non da un omofobo ma da Gianni Rossi Barilli, giornalista, scrittore e militante gay, il quale ha scritto che «il numero delle coppie disposte ad impegnarsi per avere il riconoscimento legale è trascurabile» e che «il punto vero è che le unioni civili sono un obbiettivo formidabile. Rappresentano infatti la legittimazione dell’identità gay e lesbica» (Il movimento gay in Italia, Feltrinelli, Milano 1999, p. 212). La questione è tutta qui.

http://giulianoguzzo.com/2016/01/26/unioni-civili-flop-dove-ci-sono-non-se-le-fila-nessuno/

Giornata della Memoria, però...


di Satiricus

Finalmente ci siamo. Non voglio essere originale, non ho controllato le precedenti edizioni e probabilmente arrivo in ritardo, però finora non mi era ancora capitato sotto il naso: finalmente ci siamo.
Finalmente, ce l’ho qui tra mano, nero su bianco, si cerca forse di fare il delicato passo, quello cioé di fondere tra loro il Giorno della Memoria (27 gennaio) e l’Ideologia di Genere. Non so altrove, però a Brescia il 27 reciterà così: “Una volta che il concetto di ‘diverso’ mette radici, l’impensabile diventa possibile”, questo il motto, tratto da Slavenka Drakulic; varie le iniziative a sfondo femminile e, tra queste, spicca l’intervento di Anna Foa: “Le donne e la Shoah: è possibile un discorso di genere?”
Le donne, il diverso, il totalitarismo. Francamente dubito che in questa edizione si andrà oltre la coloritura in rosa delle memorie annuali, però mi attendo, ad ogni giorno che passa, l’intrufolarsi di sempre più aperti parallelismi tra i dittatori antisemiti e i conservatori omofobi, per cui mi allerta qualsiasi accostamento tra genere e Shoah, sia pure un accostamento peregrino.
Del resto è facile additare nel conservatore medio l’ansa in cui si annidino germi di nuove oppressioni, però in molti hanno fatto notare che sono piuttosto le politiche di genere ad assumere oggi su di sé i tratti del totalitarismo: la crisi di democrazia, l’estromissione del giudizio popolare, le manifestazioni violente, il rifiuto del dialogo, i progetti diffusi segretamente dai Ministeri, la subordinazione della politica ad un’ideologia anti-scientifica.
Spaventa non poco l’idea che i giorni della Memoria possano lentamente esser strumentalizzati per sortire effetti opposti da quelli tanto desiderati. Dovevano aiutarci ad evitare che di nuovo tornassero i vecchi totalitarismi, però sapranno guidarci a scorgere per tempo i totalitarismi futuri nelle loro forme nuove?
Mi pare un esercizio culturale importante: il totalitarismo che ci attende avrà modalità inattese, soggetti inaspettati, astuzie non consuete, a noi scovarle. Però che buffo se i nostri nipoti ci diranno che, mentre combattevamo i mostri di memorie ormai sbiadite, non ci accorgevamo di nutrire in seno le nuove serpi.
Ora, ciò che vorrei suggerire è semplice: a mio giudizio le diagnosi non mancano e sono pure buone, ben rodate, però dovremmo avere il coraggio e la fantasia di proiettarle su nuovi soggetti e magari l’esito sarebbe interessante.
Però, però, però… Eh già, pensate, per esempio, se proprio l’acutissima “Però…” del buon Trilussa, anziché rivolgerla indefessamente contro i fantasmi di monarchici, oscuri medievali, bigotti, fascisti e simili feticci, la volessimo applicare agli unici che oggi stanno cercando di togliere ai sudditi - ai bambini - la libertà di pensiero naturale, a quanti vogliono invadere i programmi scolastici per creare una nuova generazione di automi acritici incapaci di obiezioni (altrimenti stroncati dalle leggi Scalfarotto e sue derivate), ai ministeri che si peritano di avvisarci che l’ideologia di genere non deve essere insegnata nelle scuole (e con ciò riconoscono che la questione del genere esiste ed è viva, e che è pur sempre e almeno e ormai possibile introdurla). Pensateci, però!



Però
In un paese che non m’aricordo
C’era una volta un re ch’era riuscito
a mette tutto er popolo d’accordo
e a unirlo in un medesimo partito
che era quello monarchico per cui
era lo stesso che voleva lui.
Quando nasceva un suddito er governo
je levava una ghiandola speciale
per aggiustarje er sentimento interno
secondo la coscienza nazionale
in modo che crescesse nell’idea
come un cocchiere porta la livrea.
Se cercavi un anarchico .. Domani!
Macchè! non ne trovavi più nessuno
nè socialisti nè repubblicani
manco a pagarli mile lire l’uno
qualunque scampoletto di opinione
era venduto a prezzo di occasione.
Per questo in quel paese che vi ho detto
viveano così ch’era un piacere
senza un tirate là, senza un dispetto
ammaestrati tutti di un parere
chi la pensava differentemente
passava pe’ un fenomeno vivente.
Er popolo ogni sera se riuniva
sotto la reggia pe’ vedè er sovrano
che apriva la finestra tra l’evviva
e s’affacciava tra lli sbattimano
fino a che non pijava la parola
come parlasse a ‘na persona sola.
– Popolo – je diceva – come stai? –
E tutto quanto er popolo de sotto
j’arispondeva – Bene! Assai! –
– Ce pare d’aver vinto un terno al lotto! –
E il re contento, dopo averje detto
quarche altra cosa li mannava a letto.
Ecchete che una sera er Re je chiese
– Siete d’accordo tutti quanti? –
E allora da centomila bocche non si intese
che un -sì -allungato che durò mezz’ora.
Solamente un ometto scantonò
e appena detto sì disse però.
Vi immaginate quello che successe!
– Bisogna bastonarlo – urlò la folla
– Le indecisioni non sono più permesse
se no ricominciamo il tirammolla. –
– Lasciate che mi spieghi e poi vedremo –
disse l’ometto che non era scemo.
– Defatti appena er Re c’ha domandato
se eravamo d’accordo j’ho risposto
nel modo che avevamo combinato
ma un buon amico che c’avevo accosto
per fasse largo, proprio in quel momento
m’ha acciaccato li calli a tradimento.
Io dunque non ho fatto una protesta
quel però che mi è uscito in bona fede
più che un pensiero che c’avevo in testa
era un dolore che sentivo al piede.
Però, dicevo, è inutile se poi
ce pestamo li calli tra di noi.
Quanno per ambizione o per guadagno
uno non guarda più dove cammina
e monta sulli calli del compagno
va tutto a danno della disciplina.-
fu allora che la folla persuasa
je disse – vabè, però stattene a casa –
(Trilussa)