20 luglio 2018

Intervista. Gian Micalessin ci parla della Siria

Gian Micalessin è un giornalista e inviato in zone di guerra, con all'attivo numerose presenze in scenari caldi e certamente pericolosi come la Cecenia, il Ruanda, l'Iraq, l'ex Jusgoslavia e la Siria. Ha lavorato per testate giornalistiche di primo livello, in Italia e all'estero, sia cartacee che televisive. Negli ultimi anni ha seguito lo scenario medio orientale e ha curato inchieste e documentari per l'iniziativa "Gli occhi della Guerra" del Giornale. Ci ha concesso gentilmente un'intervista, riguardo la situazione siriana, con particolare attenzione alla situazione dei cristiani.

In Siria ad oggi come sono disposte le forze in campo?
Si deve analizzare la situazione a partire dal vertice di ieri [16 luglio ndr] fra Trump e Putin, perché siamo di fronte ad una svolta. Fino ad oggi gli USA hanno parlato solo di rimuovere Assad, mentre oggi parlano di un accordo. Se si tornasse ad un bipolarismo fra USA e Russia, i due poli sarebbero determinanti per risolvere le crisi. Quindi la Siria è un banco di prova perché a definire la pace potrebbero proprio essere le due potenze. Anche la posizione di Israele in questo momento si ridiscute, perché ad oggi ha sempre temuto una presenza dell'Iran in Siria, sulle alture del Golan, a minacciare i confini dello stato ebraico. USA e Russia potrebbero contribuire a tenere quindi l'Iran lontano dai confini israeliani e disinnescare il problema.
C'è poi da definire la situazione del Nord Est della Siria, dove sono dislocate le truppe USA. L'incognita maggiore riguarda poi la Turchia, perché Erdogan non è riconducibile né agli interessi degli Stati Uniti né a quelli della Russia. Proprio qui si inserisce la necessità di liberare la zona di Idlib, dove sono posizionati i gruppi jihadisti al confine con la Turchia. Si tratta dell'ultimo tassello per la riconquista del territorio da parte dei siriani. La grande battaglia di Idlib  potrebbe essere decisa proprio da un’intesa fra USA e Russia.

In questo scenario ci sono quindi i cristiani, che erano un'entità importante in Siria. Cosa sta succedendo e quali prospettive ci sono per loro?
I cristiani costituivano il 10% della popolazione siriana, ma ora come comunità sono stati notevolmente ridimensionati. Molti sono stati obbligati a scappare e altri sono rimasti vittime della guerra. Si trattava di una comunità che godeva di un certo grado di benessere che ora deve tornare in zone distrutte, come ad esempio Aleppo, dove mancano i servizi essenziali. L'equilibro religioso in Siria si è rotto e l'Occidente dovrebbe aiutare ad organizzare, anche finanziariamente, un rientro di questa comunità, che è fuggita in parte in Libano e in parte in Europa.

La situazione precedente, nota come esempio di convivenza fra le religioni cristiana e musulmana, sarà quindi difficile da ritrovare?
Assad era il garante di quella situazione, della laicità e della convivenza fra le diverse religioni. La fuga, il frazionamento e il ridimensionamento rendono difficile il ritorno ai vecchi  equilibri. Esiste poi una certa diffidenza da parte cristiana, per via della complicità di alcune comunità islamiche con i gruppi jihadisti. Ad esempio, i cristiani avevano accolto anni fa delle comunità musulmane a Maalula e queste allo scoppio della guerra hanno parteggiato con Al Nusra, la costola siriana di Al Qaida che nel 2013 ha conquistato la cittadina massacrando, terrorizzando e costringendo alla fuga i suoi abitanti .

Fra Occidente e Russia, è corretto dire che i cristiani in Siria vedono in Putin un difensore?
Spesso i cristiani hanno accusato l'Occidente di aver appoggiato i gruppi jihadisti non curandosi dei cristiani. Dall'inizio del conflitto fino all'offensiva di Goutha nei primi mesi di quest’anno, l’Europa e l’Occidente hanno pianto soltanto per le vittime dell'offensiva siriana, dimenticandosi dei cristiani di Damasco e del resto della Siria uccisi dai bombe. Molti rimproverano anche al Vaticano di essersi dimenticato di loro e di aver cercato una posizione troppo bilanciata, ma va ricordato che il Papa sin dall'inizio si era schierato contro l'intervento di Obama e ha sempre ricordato i morti cristiani. Putin per i cristiani siriani è l’artefice e il portabandiera  dell'offensiva contro l'Isis e le altre fazioni jihadiste  che   ha costretto anche gli Stati Uniti ad affrontare con molto più vigore e decisione lo Stato Islamico. Per questo riconoscono al presidente russo un ruolo fondamentale nella loro difesa.

Quando in Medio Oriente si tocca l'equilibrio di uno stato, a cascata si toccano tutti gli altri. Quali sono le prospettive per quell'area?
Prevedere l'equilibrio futuro è difficile. La questione siriana è strettamente legata a quella irachena e anzi qualcuno si chiede se il caos iracheno sia conseguenza di quello siriano o viceversa, visto che per due anni il confine fra i due paesi è stato cancellato.
In generale nell'area si sta assistendo ad una vittoria dell'asse sciita, capeggiato dall'Iran, che oggi controlla parte dell'Irak e in Siria lambisce Israele, mettendolo in apprensione. Israele ha già annunciato che una presenza iraniana in Siria provocherebbe un intervento militare e quindi la Russia di Putin sta facendo il possibile  per  convincere l'Iran a tenersi a distanza di sicurezza dai confini dello stato ebraico . In questo scenario d’instabilità e incertezza non va dimenticata la crisi politica di un  Libano sempre più lacerato dalle divisioni  fra gli sciiti di Hezbollah appoggiati anche dalle comunità cristiane  e i sunniti legati all’Arabia Saudita e alla famiglia Hariri.


 

19 luglio 2018

Il puntatore. Usa e getta

di Aurelio Porfiri
Nel secolo passato si è sentito spesso parlare di “secolo americano”. Le ragioni sono evidenti, le sorti di questo paese hanno influito in modo pesante, spesso decisivo, su quelle dell’umanità tutta. Dobbiamo ringraziare gli americani per molte cose, ma dobbiamo ringraziarli per tutto? E per sempre?
Insomma, fatti i dovuti ringraziamenti, non dimentichiamo poi tutto quello di meno buono che la loro cultura ha portato da noi e in molti altri luoghi, come certe mode provenienti dagli States abbiano devastato la nostra identità. Insomma, un tempo dire “americanata” dava una precisa definzione per circoscrivere certe manifestazioni che, se forse sono comprensibili in un popolo giovane e senza una grande tradizione alle spalle, molto meno lo sono per chi quella tradizione l’avrebbe avuta e avrebbe dovuto conservarla. Su alcune manifestazioni provenienti dagli USA mise in guardia Leone XIII con la Testem Benevolentiae. Insomma, rispettiamo gli americani ma rispettiamo prima di tutto noi stessi.

Certe manifestazioni del cosiddetto #metoo movement sono talmente ridicole che degnarle del nome di “americanate” è già elevarle di categoria. Eppure la stampa e gli opportunisti corrono appresso, sempre con la coda fra le gambe e quel senso di una civiltà ormai rincoglionita da programmi televisivi e MacDonalds. E guardateli bene quei programmi televisivi americani dove si dibatte del #metoo, guardate come il politically correct sia divenuto il vero regime, la dittatura più feroce. Guardate quei giornalisti terrorizzati di dire una parola in più o di essere additati perché magari sopresi a fissare una scollatura in bella mostra di una collega.
Voglio ripeterlo: finitela di dormire! Rispettiamo gli americani ma rispettiamo prima di tutto noi stessi.


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18 luglio 2018

Lo sterminio dei Romanov. Un secolo fa

di Giorgio Enrico Cavallo
Nella notte tra il 17 e il 18 luglio 1918, nella villa Ipat’ev di Ekaterinburg, ai piedi degli Urali, i bolscevichi sterminarono la famiglia dell’ultimo zar di Russia, Nicola II. La necessità di uccidere lo zar era dettata dal timore che i rivoluzionari avevano di perdere la guerra civile: il rischio che l’esercito bianco prevalesse era sempre dietro l’angolo, anche per il supporto che le potenze occidentali – senza grande entusiasmo, va detto – davano alla causa dei monarchici russi. Ebbene, Nicola II fu barbaramente ammazzato senza alcun preavviso, e con lui l’intera famiglia e i servitori. Una strage della quale fu vietato parlare, tanto che il luogo della sepoltura degli ultimi Romanov fu per decenni segreto.

Lenin e Stalin si sarebbero forse aspettati che, cento anni dopo, la loro folle rivoluzione sarebbe ancora all’apice della potenza e che l’Unione Sovietica fosse coronata da chissà quali glorie. Se gloria si può definire la distruzione di un mezzo continente, con l’implosione economica, sociale e demografica, allora possiamo dire che l’Unione Sovietica fu un vero capolavoro politico. Ma poiché non ci siamo ancora inchinati alla neolingua che stravolge il senso delle parole, diremo ciò che l’Unione Sovietica è stata: una prigione crudele, sotto l’insegna di una delirante teoria politica e di un ateismo militante violento e feroce. Roba che faceva rimpiangere gli zar. Ci scusino i compagni Lenin e Stalin, ma cento anni dopo la Russia ha cambiato percorso e molti russi stanno rimpiangendo l’epoca degli zar.

Come è noto a molti, Nicola II, Alessandra e i loro figli sono stati santificati dalla chiesa ortodossa nel 2000, alla presenza di Putin e di El’sin. Sorprenderà sapere che la gente depone ancora fiori sulla tomba della famiglia martire, sepolta nella cattedrale di San Pietro e Paolo a San Pietroburgo. Sorprenderà, ma non troppo: perché anche sotto la cappa asfissiante del comunismo, molti hanno trasmesso la verità e la fedeltà ai valori cristiani; c’era anche chi, pur disprezzando in pubblico gli zar ormai sterminati, in privato li rimpiangeva. Ed ecco: caduto il muro di Berlino, crollata l’Urss, la Russia putiniana ha riscoperto i sani valori cristiani e, naturalmente, ha potuto salvare dall’ignominia la famiglia di Nicola II. C’è pure chi, con grande libertà, afferma pubblicamente che un ritorno dei Romanov in Russia non sarebbe poi così male. Anzi: sarebbe un modo per cancellare l’onta del comunismo e per fare della Russia il traino di una rinascita cristiana dell’Europa.

Follie? Sogni geopolitici? Sarà, ma l’importanza della Russia sullo scacchiere internazionale è sempre più marcata; opera senza dubbio di Putin, ma per noi la sua capacità – da sola – non è l’unica spiegazione. Noi sappiamo, infatti, che il 13 luglio 1917 (un anno prima dell’esecuzione dei Romanov) la Vergine annunciò ai tre pastorelli di Fatima tre “misteri”, chiedendo la consacrazione della Russia al Suo Cuore immacolato. «Se accetteranno le Mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte. Finalmente, il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre Mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace». Che ciò sia avvenuto davvero, è oggetto di dibattito. Ciò che è innegabile è che il crollo del comunismo e la rinascita della fede in Russia sono argomenti tangibili e concreti; ad un osservatore cattolico, viene anche un pizzico di invidia, perché l’ortodossia sembra conoscere una nuova primavera (mentre a casa nostra, la cattolicità pare ridotta ad un’associazione del buonumore e del volontariato). La centralità della Russia nelle parole di Maria ci deve però far pensare che questa nazione abbia ancora da svolgere un ruolo da protagonista nella storia della cristianità. E forse, che il sangue dell’ultimo monarca della Vecchia Europa possa portare un seme di speranza e di rinascita.


 

È tornato don Camillo/67. Foglio di via

di Samuele Pinna
(con una illustrazione interna di Erica Fabbroni)
Il suo modo incapace di conciliare le varie questioni di ordine pastorale non piacquero ai suoi diretti superiori, sempre presi da “misericordite” verso tutti, tranne ovviamente quando lui ne era il soggetto deputato a riceverne una porzione, benché si accontentasse anche di una piccola. Dopo la fatica a digerire l’erba cipollina della fanatica, che andò a lamentarsi del nostro reverendo in tutte le sedi opportune e inopportune, il “caso” vero e proprio scoppiò dopo qualche tempo. Il boato fu allucinante, da paura nera.

Era una questione semplice, persino banale, su cui non c’era molto da riflettere per arrivare a una giusta ed equa decisione. In fondo, però, il problema era tutto lì: se uno non ragiona, difficilmente potrà decidersi per ciò che è ragionevole.
Non che il nostro don Camillo non si maledicesse per non aver tenuto la lingua stretta fra i denti, ma purtroppo, a volte, avere una coscienza non agevola a una vita di distensione. Tra l’altro, era stato tirato in ballo e a quel punto aveva dovuto dire la sua. Quello che non avrebbe dovuto combinare era di spezzare in due la scrivania del suo gioviale parroco, come sono gioviali tutti i parroci cittadini, con un sonoro pugno a piccione. Per chi non sapesse cos’è il pugno a piccione si propone una spiegazione assai semplice: è il colpo sferrato a mo’ di mazzata dall’alto al basso che fa giravoltare su se stesso il malcapitato o frantumare la cosa colpita. L’idea del pugno assestato in tal modo nasce nel cinema e l’autore è nientepopodimeno che Bud Spencer. Questi aveva creato tale mossa per la sua prima scazzottata con Terence Hill nel lontano 1967 (e nel corso dei film successivi verrà sempre più affinata).

Di là dalla tecnica, l’esecuzione fu micidiale, come le conseguenze. Il parroco, un po’ meno gioviale del solito, era rimasto fermo come uno stoccafisso, la faccia smorta e la pelle del pallido viso afflosciata su se stessa. Fu la presenza di Giampaolo Fabbro a scongiurare il peggio, trascinandosi via il pretone esasperato da una discussione senza senso.

Ma quale il motivo di cotanta contesa? Una banalissima autocertificazione non in regola. Il giovane Jean Paul, che bazzicava sempre più gli ambienti parrocchiali, non solo come inquilino ma anche come attivista, aveva comunicato a una catechista che il padrino designato di una cresima in realtà non poteva svolgere tale servizio. La brava donna si era informata sul motivo, l’aveva verificato ed era andata a riferire al parroco, il quale aveva detto incomprensibilmente che le cose andavano bene così e che portasse le prove di quelle accuse.
Fu allora chiamato in causa Giampaolo.

«Convive, signor Parroco», disse serenamente.
«E tu come fai a saperlo?», rispose l’altro dubbioso.
«Perché è mio cugino».

A quel punto, prese il foglio lo bollò con un timbro e confermò che tutto era in regola lo stesso.
Il ragazzotto non si fece scrupoli, convinto di aver fatto bene, ma anche disinteressandosi della cosa ora in mani altrui, che tra l’altro non capiva in tutta la sua portata. La catechista, invece, disse a muso duro che non era d’accordo e i toni si scaldarono.
Proprio in quel momento passò di lì don Augusto, che, felice di fumarsi in santa pace la sua pipa, si bloccò incuriosito e il giovanotto cresciuto a Marx e pastasciutta gli raccontò per filo e per segno tutta la vicenda.

Il fatale errore fu quello di cercare di mediare una situazione già decisa in partenza, tentar cioè di ragionare con chi non aveva la minima intenzione di farlo.
«Signor Parroco», s’intromise con fare scanzonato e sfoderando un accattivante sorriso, «cos’è tutta questa buriana?».
Alla catechista non parve vero che fossero arrivati i rinforzi e come ogni donna buttò fuori tante di quelle parole da stordire qualsiasi orecchio, persino di quelli più predisposti.

«Non vedo dove sia il problema», concluse don Camillo redivivo dopo tutto l’infinito discorso dell’altra, «le leggi della Chiesa stabiliscono che per fare il padrino o la madrina si deve, punto uno: aver compiuto i sedici anni di età; punto due: essere stati battezzati, cresimati e aver ricevuto l’Eucaristia nella Chiesa cattolica; punto tre: non aver contratto matrimonio solo civile, né convivere, né aver procurato divorzio, né avere una relazione stabile con persona che vive in una situazione irregolare; punto quarto: non essere irretito da alcuna pena canonica legittimamente inflitta o dichiarata; punto cinque: non essere il padre o la madre del battezzando e/o cresimando; infine, sesto punto: impegnarsi a condurre una vita cristiana conforme alla fede e all’incarico assunto».
Fece una pausa dove prese fiato.

«Se quest’uomo convive», proseguì, «come da punto tre, non può fare il padrino. Mi pare una facile questione risolvibile senza perdere la calma».
E, invece, la pazienza andò a farsi benedire e ne uscì un gran casino. Il parroco si impuntò, affermando che quelle erano leggi arcaiche, da antico testamento, da rivedere e da cambiare.
«Bisogna avere misericordia, basta con tutte queste norme e cavilli!».

Il pretone, dal canto suo, fece notare che la misericordia sussiste solo nella verità, altrimenti è un buonismo anarchico e soggettivo, che può alimentare un male maggiore di quello che si vorrebbe debellare. Pertanto, fintanto che tali leggi erano in vigore andavano rispettate. L’altro replicò dicendo che non aveva bisogno di lezioni, poi si lasciò scappare qualche ingeneroso giudizio personale sul nostro don Camillo, che da sorridente divenne serio e quando diventava così accigliato, con i lineamenti duri, la mascella tirata e lo sguardo fisso, faceva davvero paura. Massacrò di parole il gioviale parroco cittadino che si fece piccolo nella stanza, soprattutto dopo che l’altro si era tirato su le maniche della veste fino al gomito. Tuttavia, convinto di poter far valere ancora qualcosa della sua umiliata autorità, anziché tacere fece partire un insulto travestito da innocuo commento. Quello che avvenne dopo è già stato raccontato: una bella e massiccia scrivania di legno giaceva ormai accasciata sul pavimento, spaccata nel suo preciso mezzo da una mazzata potente quanto letale a opera del pretone dalle mani di badile.

Le cose per il nostro reverendo si misero male, perché – nonostante avesse dannatamente ragione – si deve mantenere sempre un dignitoso contegno, un certo aplomb, uno stile politicamente corretto. Ma come punire chi ha difeso la verità? Questa operazione non era invero troppo complessa in un mondo al contrario.
Il povero vecchio vescovo era visibilmente infastidito da una situazione in cui era necessario salvare la capra del Parroco e i cavoli di don Augusto. A buon conto, non poteva assolvere uno a scapito dell’altro, perché il gioviale parroco nella sua giovialità aveva commesso un atto gravissimo. Si era, in fondo, proclamato Papa, ridisegnando le leggi della Chiesa a suo uso e consumo. Anzi, si era spinto ancor più in là rispetto al ministero petrino, poiché si era preso la prerogativa di essere la Verità stessa, ossia Gesù Cristo: a lui il potere, infatti, di decidere cosa era bene e male e confermare in tal modo la legge divina ed ecclesiastica o modificarla a suo arbitrario giudizio. Atteggiamento di per sé inaudito.

“Ma questa non è la quintessenza di ciò che oggi si definisce discernimento?”, pensò tra sé e sé l’alto prelato dubbioso. Del resto, era pure mestamente conscio che nel tempo del discernimento, oltre che della introspezione e della psicoanalisi, non aveva mai azzeccato, se non di rado, una nomina o una decisione in simili casi. Don Augusto, a sua volta, però, si era inguaiato da solo: non avrebbe dovuto cedere alla violenza e all’intimidazione, anche se un buon scapaccione tirato con la giusta forza rimane un ottimo metodo educativo (ma – ecco il grave delitto –, non bisogna dirlo troppo in giro di questi tempi).

I vecchi vescovi sono sempre molto saggi e, a motivo dell’età, quasi tutti morti oramai. E anche quello del nostro pretone, ancora vivo e vegeto, nonostante fosse molto avanti negli anni, non faceva differenza. Arrivò, dunque, a un verdetto inattaccabile.
“Il pugno sul tavolo ci stava, ma sfasciare la scrivania, quello no!”, meditò ancora con se stesso il presule, “È assolutamente troppo!”.
Il nostro Panzer in talare fu convocato in Curia e, al cospetto del vescovo, non tentò neppure di discolparsi.

«Sei un cattivo elemento», si sentì dire, «davvero un brutto ceffo! Come si fa a essere tanto insubordinati al proprio diretto superiore?».
«Ma…», provò a intervenire con fare avvilito.
«Silenzio!», ribatté l’altro, «Silenzio! Non ci siamo, don Augusto. Ti avevo inviato in città perché tu stessi tranquillo e invece mi vai a rompere scrivanie… Che poi, è vera questa storia?».
«Purtroppo, sì», rispose mogio.
«No, no, no, non ci siamo proprio. Io comunque non ci credo… una scrivania di legno massiccio… sfasciarla in due… quante fandonie oggi si raccontano!».
«Le assicuro che è la realtà…».
«Se corrisponde al vero, dimostramelo».
E l’alto prelato indicò la sua scrivania.
«Non posso, per rispetto a lei e perché…», ma non gli uscivano le parole.
«Perché?», lo rimbeccò l’altro, «Continua, dai, non farti pregare…».
«Beh», riprese don Augusto, «perché non sono arrabbiato…».

«Ah, è la rabbia che ti ha mosso?», chiese retoricamente l’altro, «Brutta ammissione la tua… E ti arrabbieresti se ti comunicassi seduta stante un tuo cambiamento di destinazione?».
«No», rispose l’altro sempre più abbattuto, «lo accetterei, per obbedienza e come conseguenza delle mie malefatte».
«Uhm», rimase colpito l’anziano vescovo, che si portò una mano sul mento e rimase silenzioso per un po’.
«E se ti dicessi che il tuo Parroco ha ragione e come Ordinario del luogo sono disposto a rivedere quelle obsolete leggi…».
«… neppure lei ha quella autorità…».
«… oppure che sto per promulgare un rito della Messa interconfessionale, così da permettere a chi lo desidera, cioè a coloro che ne hanno voglia e gli fa piacere, di comunicarsi…».
«… credo…».
«… oppure che vorrei abolire tutte le feste mariane, ma siccome non posso mi accontento di declassarle a memorie facoltative…».
«… scusi…».
«… oppure che sono disposto a dare la comunione ai divorziati risposati senza discernimento alcuno…».
«… guardi…».
«… oppure a togliere la scomunica su chi pratica l’aborto…».
«… invero…».
«… oppure far sposare tutti con tutti… e quando dico “tutti” intendo dire proprio “tutti”…».
«… ma…».
«… oppure, che voglio istituire nella mia Diocesi il sacerdozio femminile…».
«… non questo non lo farebbe mai!», riuscì a dire finalmente il pretone.
«Non me ne credi capace?».

«Oh certo, ma lei non è il tipo che vuole vedere moltiplicarsi i suoi grattacapi…», rispose pronto l’altro.
L’elenco degli “oppure” a quel punto si concluse, soffocati in una risata dell’anziano superiore. Don Camillo redivivo s’era subito avveduto che il suo vescovo lo stava solo provocando, non credendo minimamente a quelle panzane che non soltanto un pastore ma persino l’ultima pecora del gregge di nostro Signore non si sarebbe mai sognato di dire né di pensare.
“Gesù, che faccio?”, si trovò a bisbigliare il nostro don Camillo, “Se pesto giù un pugno e non succede nulla?”.
“La forza non viene dalla rabbia”, percepì una voce dentro di sé, “ma dal cuore”.
E senza dire né muori né crepa, tirò giù colpo da manuale e la scrivania si spaccò in due a causa di quella poderosa manata che diede forte e precisa, tanto che il presule dovette scansare indietro.
«Lo dicevo io che sei un pessimo elemento», lo rimbrottò bonariamente l’alto prelato divertito.
Per salvare capra e cavoli, decise infine che per il povero don Augusto era necessario un breve tempo di riposo, ma che comunque non l’avrebbe rimosso dalla sua attuale destinazione.
«Cambiare un poco l’aria, ti farà bene», disse il vecchio presule, «tanto più che siamo in piena estate».
Il prete di città non sapeva se essere triste o felice, poiché non capiva se la cosa fosse un premio o una punizione. Alla fin fine gli passò per la testa una frase attribuita a sant’Agostino e gli si conficcò talmente nella materia cerebrale che pareva una freccia ben piantata nel suo bersaglio.
“Mettiamo il passato nella misericordia di Dio, il futuro nella sua provvidenza e facciamo del presente un atto d’immenso amore”.


 

17 luglio 2018

Libri. L’avventura di Pinocchio

Ovvero rileggere Collodi e scoprire che parla della vita di tutti

di Samuele Pinna
In Italia vengono pubblicati all’incirca (ma la stima è al ribasso) 60.000 libri all’anno e, secondo i dati ISTAT, ben pochi sono i lettori proporzionati all’offerta del mercato. Ci sono, pertanto, testi potenzialmente bellissimi, ma di cui spesso non si conosce neppure l’esistenza. Ecco il perché, grazie agli amici di Campari & de Maistre, recensisco alcuni scritti di amici (e non solo) della cui lettura sono stato piacevolmente colpito.

Quello di oggi è stato composto da un autore che stimo molto (lo cito sempre, in quanto auctoritas, nei miei saggi su Dante) e con cui condivido alcune passioni. Una di queste è tenere vivo il pensiero del cardinale Giacomo Biffi (ricordo i volumi da me curati insieme a Davide Riserbato: Ubi fides ibi libertas. Scritti in onore di Giacomo Biffi e Cose nuove e cose antiche. Scritti (1967-1975)), tanto che mi ha scritto come dedica della copia del suo libro di cui parlerò: “A don Samuele, grato per l’aiuto alla diffusione del pensiero e della spiritualità del card. Biffi”. L’autore in questione è Franco Nembrini, grande comunicatore, che riesce a conquistare chiunque con il suo dire vibrante e deciso, specchio del suo animo innamorato della Verità. Il suo volumetto nasce, infatti, dal ciclo di trasmissioni “L’avventura di Pinocchio”, andata in onda nel 2017 su TV2000, e recupera la geniale intuizione di Giacomo Biffi, che aveva riletto in chiave teologica Le avventure di Pinocchio di Collodi (vedi: Contro Maestro Ciliegia. Commento teologico a «Le avventure di Pinocchio»).
«Il Collodi – afferma Biffi – aveva un cuore più grande delle sue persuasioni, un carisma profetico più alto della sua militanza politica, così poté porsi in comunione forse ignara – forse inconsapevole, certamente non dichiarata – con la fede dei suoi padri e con la vera filosofia del suo popolo. L’ortodossia, che non avrebbe potuto superare con le proprie vesti gli sbarramenti censori della dittatura culturale dell’epoca, eruppe dal profondo dello spirito. E risuonò apertamente, e in quella fiaba gli italiani d’istinto riconobbero la loro canzone di sempre. E gli uomini di tutti i paesi avvertirono inconsciamente la presenza cifrata di un messaggio universale».

Nembrini – si legge sulla quarta di copertina – «prendendo sul serio quest’intuizione del cardinal Biffi, rilegge da cima a fondo il testo di Collodi, e mostra passo passo come le vicende di Pinocchio ripropongano il dramma della vita – la paternità, la fuga da casa, il dramma della libertà ferita, l’incontro con una possibile salvezza – così come lo presenta la tradizione cristiana».
La lettura è profonda e agevole insieme, si sofferma sugli spunti del Cardinale in chiave non teologica (lì il rimando è esplicitamente a Biffi), ma educativa, in un senso ampio: si mostra come l’avventura del celebre burattino sia in realtà la storia del “pinocchio” che è in ciascuno di noi, del desiderio invincibile del cuore di tutti di ritornare a casa.


 

Non chiamatela "Futbolstrojka"

di Matteo Donadoni
In attesa della ripresa dei campionati di calcio – cioè del football vero – la gente si è sollazzata con una pantomima chiamata “Campionato Mondiale di Calcio” o qualcosa del genere. La manifestazione quest’anno si è tenuta nella Russia di Putin, come tutti sanno. È stata l’unica cosa positiva dell’evento.
In Russia. Il calcio in Russia arriva alla fine dell'800 portato, of course, da Inglesi e Scozzesi a Pietroburgo e a Mosca e subito viene accolto con entusiasmo. Però con la Rivoluzione bolscevica nasce l'Unione Sovietica e il gioco arrivato dall'Inghilterra è visto con sospetto: per il Partito Comunista lo sport dovrebbe essere praticato per il proprio benessere fisico, non in maniera competitiva e quindi individualistica, come usano i reazionari. Il calcio, inoltre, paga la considerazione che alcuni membri di spicco del governo hanno riguardo a dribbling e finte, gesti tecnici considerati ingannevoli e dunque poco comunisti.
Oggi però in tribuna non c’è Stalin a vedere partite surreali fra ferrovieri ed esercito, ma Putin, che abbiamo visto allargare le braccia davanti al re saudita Salman nella partita d’esordio come a dire: “e che ci debbo fare se non sapete giocare?”. Il presidente russo è stato il vero vincitore del mondiale, che è cominciato con il suo discorso censurato dalle tv occidentali ed è finito sempre con lui sotto l’ombrello mentre il “presidente per caso” Macron e la presidente della Croazia si infradiciavano sotto il temporale moscovita. Lo zar non si bagna neanche se piove. I giovani direbbero: “l’importanza di essere un Bomber”.
Per il resto, la solita solfa dei mondiali di calcio, manifestazione ormai totalmente priva di senso. Con la fine degli stati nazionali, queste formazioni appiccicaticce fra ragazzi che mal si sopportano fra loro lasciano il tempo che trovano, anzi, lasciano spazio a una domanda talmente ovvia e sacrosanta che è un peccato formularla: “Ma se tanto son tutti mescolati lo stesso, che cosa giochiamo a fare divisi per nazionali?”. La solita solfa: mentre noti che il Panama gioca inspiegabilmente senza cappello chiedendoti chi ha sparato a Mertens, come al solito la Germania ha perso in Russia. Il resto si è svolto nella sostanziale insignificanza calcistica di Neymar - come ben illustrato da Eric Cantona, un uomo da cui potrebbe imparare qualcosa il ragazzino con il piatto di spaghetti in testa – che fa il paio con quella decennale di Lionel Messi, che quando serve non c’è. Il fatto più importante, al netto della separazione della politica dal football, con la compagine “diversamente svizzera” che gongolava per l’eliminazione della Serbia (?), è che la Knattspyrnusambandið‏ (federazione Islandese) ha reso noto che il 99,6 % degli Islandesi ha seguito la propria nazionale in tv, gli altri erano in Russia. Così, mentre l’allenatore dell’Islanda, Heimir Hallgrímsson, che di professione è dentista, ha dovuto chiedere un permesso per andare in Russia, Messi si faceva parare un rigore da un regista (cinematografico) Hannes Þór Halldórsson, che fa il portiere della nazionale per hobby. La cosa mi convince sempre di più che i comunisti su una cosa avevano ragione: “lo sport non è una professione”. Abolire il football professionistico: vadano a lavorare e giochino per amore.

Sul fondo della bottiglia che ti sei scolato per cercare di “normalizzare” l’arrivo di Cristiano Ronaldo alla Juventus (che molti juventini non vogliono e ne vedremo delle belle) ti ritrovi che la Francia invece ha vinto, inspiegabilmente, senza avere uno straccio di gioco, così, un po’ di fondoschiena- ha battuto gli Wallabies solo grazie a un rimbalzo fortunato sul tiro di Pogba - un po’ di rimessa e con una squadra “diversamente francese”, bontà sua, contro una Croazia, ultima nazione in campo, che onestamente ha giocato meglio. Dispiace per l’allenatore Dalic e il suo rosario in mano. Dispiace dover sentir parlare di vittoria della società aperta multietnica della propaganda “macronita”, che nella cruda realtà significa invece festeggiamenti da bravi cristiani: 870 feriti, 2 morti, migliaia di veicoli bruciati, migliaia di negozi devastati. Ovviamente da parte di tutti quegli ex africani valore aggiunto, figli di africani veri che mezzo secolo fa bruciavano la bandiera francese in nome della libertà nominale dal colonialismo. Questi francesini oggi bruciano le macchine in nome forse di se stessi o più probabilmente dell’intelligenza che fu, senza nemmeno esserne consapevoli.
Fanno festa, so’ ragazzi.

Tranquilli, fra poco ricominciano i campionati.

 

14 luglio 2018

Filosofia, famiglia e confini negati/1

di Giorgio Salzano
(Informazioni sull'autore)
La filosofia, o almeno quello che così chiamiamo oggi (Antonio Rosmini la chiamava, con Platone, sofistica) è diventata cultura di massa. Raccontiamo tranquillamente la storia di una figura mitologica denominata “l’uomo”, che sarebbe emerso nudo dalla terra e si sarebbe quindi fatti degli abiti; e pretendiamo di identificare con questa figura “l’io” di ognuno di cui parla la psicologia, sull’esempio dei filosofi da Cartesio a Kant e oltre. Peccato che l’uomo di cui così raccontiamo l’ontogenesi – ossia lo sviluppo individuale – e la filogensi – ossia lo sviluppo come specie – non trovi riscontro nelle testimonianze degli uomini, che sempre attestano, nel loro stesso raccontare di come hanno acquistato gli abiti di società, di conformarsi con questi a dettami che li precedono, che non si sono perciò inventati ma hanno appreso. Ma testimoniano così anche di differenze di tradizioni, che determinano identità e confini. Superarli è il problema cruciale posto dall’allargarsi delle comunicazioni, che al giorno d’oggi è planetario; problema che la filosofia moderna diventata cultura di massa pretende di risolvere facendo semplicemente come se i confini non contassero niente. Negando i confini, si nega però la realtà di cui facciamo esperienza. Vediamo come questo si applichi esemplarmente alla famiglia.

Vorrei parlare di una cosa di cui nessuno parla: la proibizione dell’incesto, apparentemente l’ultimo tabù rimasto in materia sessuale nelle nostre società dette occidentali. L’unica volta che io ne ho sentito parlare pubblicamente fu anni fa, in una intervista televisiva di Marcello Pera quando era presidente del Senato, nella quale egli esprimeva il timore che anche esso finisse per essere superato; al che l’intervistatrice si fece scappare un “non esageriamo!”. No, non esagerava: se l’“amore” indifferenziato è elevato a criterio di matrimoniabilità (come in una famigerata sentenza della Corte Suprema americana), non vedo perché un fratello e una sorella non possano essere presi d’amore l’uno per l’altra e pretendere di sposarsi – o se per questo un padre e una figlia, o per quanto più difficile una madre e un figlio. La rivendicazione di diritti in materia sessuale porta così a quella che chiamerei entropia sociale.

Ci si vuole convincere, con un battage mediatico incredibile, che non c’è un solo tipo di famiglia, che pensare così è un segno di ristrettezza mentale poiché se ne possono concepire tanti tipi alternativi. A questo coloro che vogliono difendere la famiglia oppongono che no, che l’unica famiglia è quella naturale, composta da padre madre e figli. Ma rischiano così di darsi la zappa sui piedi. Non che io non sia d’accordo con quello che vogliono dire, ma dirlo in questo modo non colpisce nel segno. Mi spiego. Indubbiamente la generazione comporta sempre (anche quando è effettuata con tecniche mediche che evitano la copulazione) un padre e una madre, ma questo vale per qualunque specie animale, in particolare se parliamo di mammiferi: ancora non costituisce famiglia. Solo abbiamo famiglia, infatti, quando la generazione da fatto puramente biologico diventa anche sociale. Ora, è a questo diventare sociale che i propugnatori di una varietà di tipi di famiglia si appellano, con sullo sfondo una superficiale e mal digerita cognizione del suo essere stato disciplinato nelle diverse società in tanti modi diversi: dalla monogamia alla poligamia alla poliandria … Un serio studio comparativo di queste diversità, tuttavia, mostra che esse si riportano tutte a un unico principio: la proibizione dell’incesto appunto.

Vediamo di spiegare meglio: non c’è famiglia se non da famiglie, cioè non ci sono uomini e donne che in vacuo si piacciono e si accoppiano ed eventualmente fanno figli, ma ogni uomo e donna sono identificati dall’appartenenza a un determinato gruppo familiare (comunque determinato), dal quale essi dovranno eventualmente uscire per venirsi reciprocamene incontro e formare a loro volta un nuovo nucleo familiare. È una ovvietà, della cui osservazione non pretendo il copyright. Purtroppo l’ovvio sfugge per lo più all’attenzione, essendo dato per scontato. Per quel che mi riguarda la mia attenzione fu richiamato su di esso da un autore che godette di grande notorietà negli anni sessanta, Claude Lévi-Strauss, portato avanti dalla cultura di sinistra perché considerato il campione del naturalismo antropologico, ma in seguito da essa abbandonato quando si rese conto che il suo naturalismo aveva un sapore più classico che moderno. Fu lui il primo (o se non il primo, colui che lo ha fatto nella maniera più incisiva) a far notare che non si può ovviamente parlare di famiglia se non quando con la proibizione dell’incesto le relazioni biologiche della generazione e della consanguineità si iscrivono in una relazione di alleanza coniugale, che è sociologica.

Non so come mai la lezione di Lévi-Strauss sia passata pressoché inosservata nei discorsi pubblici sulla famiglia, soprattutto di chi ne vuole difendere il carattere diciamo naturale, in un senso non biologico ma umano (una volta si sarebbe detto di diritto naturale). Forse per un pregiudizio negativo nei confronti dell’antropologia socio-culturale in generale, fatta propria dalla antropologia (pseudo)filosofica corrente come dimostrazione dell’arbitrarietà degli ordinamenti normativi (culturali e legali) delle relazioni umane. O forse solo perché sembrava che il suo grande studio su Le strutture elementari della parentela riguardasse i popoli primitivi, senza incidenza nel nostro oggi. Eppure io sono convinto del contrario, che cioè il tabù dell’incesto possa essere utilizzato come base per difendere non soltanto la “famiglia naturale” di padre madre e figli, ma anche il matrimonio monogamico e indissolubile. Vediamo se riesco a spiegare in breve il perché.

La cosa tremenda, nella (pseudo)filosofia di cui esaminiamo la ricaduta sul concetto di famiglia, è che, al di là delle diversità di scuola, ha sempre come oggetto l’uomo adulto: a partire da Cartesio, che attribuiva le incertezze da cui gli sembrava piagato il sapere al suo essere stato appreso da bambino, e pretendeva da uomo adulto di ricominciare dall’inizio, con il fatidico “penso dunque sono” quale roccia sulla quale ricostituire il sapere nella sua interezza. Per quasi quattro secoli questa roccia si è venuta sbriciolando, ma ciò non scoraggia i maitres a penser del nostro tempo dal continuare in quella che potremmo chiamare una vera e propria negazione del bambino. Riconoscere di contro nell’osservazione dei bambini il bambino che ciascuno di noi è stato, può dare fondamento all’affermazione altrimenti vacua che il bambino ha diritto a un padre e una madre. Ciò che sempre e ovunque si mostra infatti nell’osservazione dei bambini è che noi acquistiamo coscienza di noi stessi in rapporto con altri nel mondo a partire dalle relazioni parentelari (parlo ovviamente di ciò che normalmente avviene, il che non è purtroppo sempre il caso; ma non sarebbe difficile mostrare che ciò resta vero anche quando la parentela biologica resta ignota). Non è dunque in questione nelle discussioni su sessualità e famiglia soltanto la formazione dell’identità sessuale di ciascuno, o più in generale della sua identità personale, ma la stessa capacità di pensare che insieme ad essa si sviluppa.

(continua)

 

Stop alle sexy tifose?

di Giuliano Guzzo
Sono grandicello ormai eppure ho fifa, fifa della Fifa. La Federazione internazionale di calcio, infatti, chiederà alle emittenti televisive e alla troupe televisive di ridurre le riprese di tifose attraenti durante le partite in quanto, tenetevi forte, considerate di carattere sessista. Ma se è sessista solo inquadrare belle donne, cosa sarà mai ammirarle? E fare complimenti? E chiedere ad una di loro di uscire? Sono spacciato, lo sento. E in attesa di conoscere la lista dei miei capi d’imputazione, presumo chilometrica, mi dichiaro complice.

Anzi, colpevole. Colpevolissimo. Irriducibile. Da patibolo: eccomi. Della mannaia del politicamente corretto non ho infatti fifa come della Fifa, che tra tante belle giocate teme che il pubblico a casa veda qualche bella tifosa. Troppo, per la Shari’a di un Occidente stanco e isterico, che ha eletto l’uomo bianco e non omosessuale, burlone e non islamofilo a nemico giurato. Il punto è che sono uno, come diceva Jerry Calà in una memorabile scena di Vacanze in America (grazie anche di questo, Carlo Vanzina), ancora affezionato alla cara vecchia…ops, scusate. Bussano energicamente alla mia porta. Mi chiamano. E’ stato bello.

da GiulianoGuzzo.com


 

13 luglio 2018

Dalla Chiesa alla scuola, così tradimmo il latino

di Francesco Filipazzi
(pubblicato anche su Barbadillo.it)
Pochi giorni fa Paolo Isotta scriveva, per il Fatto Quotidiano, dell’accademia di Villa Falconieri, dove la lingua corrente è il latino e gli studenti, di varie nazionalità, comunicano fra loro non con il solito inglese posticcio ma con la lingua dei Padri.
Al cattolico tridentino non può che scendere una lacrimuccia, nel vedere che il bell’uso di parlare nella lingua di Cicerone non è andato disperso, ma trattasi di lacrima di dolore, perché laddove qualcuno recupera, altrove qualcuno ha gettato alle ortiche.
Hanno cercato di farci dimenticare , che fino agli anni ’60, l’interlingua ecclesiastica, a livello accademico, era il latino, sia scritto che parlato, oltre che l’unico idioma a livello liturgico. Gente formata, gli alti prelati di un tempo, che pensava secondo forme e strutture che venivano da lontano. Perché la lingua, prima che comunicazione, è ordine e il latino è un ordine superiore. Nelle loro memorie lo ricordano ancora alcuni, come il cardinal Sarah, che venne dall’Africa. Purtroppo però certa “iconoclastia” post conciliare non ha risparmiato nulla e mentre fino a pochi anni fa tutti i documenti della Santa Sede, per lo meno quelli dirimenti, erano pubblicati anche in latino, oggi ce li ritroviamo tradotti in una sfilza di lingue. Ma non in quella dei Padri. Va cancellata, in nome di quella rivoluzione fallita di 50 anni fa, secondo cui la Messa va celebrata in volgareperché nessuno altrimenti capisce. Ma poi qualcosa deve essere andato male, perché alla Messa in volgare non ci va nessuno, quindi altro che capire. Per non parlare dei vuoti seminari, guarda caso pieni solo se tridentini.
Dunque una parte consistente della Chiesa ha deciso di abbandonare un patrimonio , per via dei traumi generazionali di gente che pensava di cambiare la Catholica dall’interno. Ma levandole l’impalcatura latina non sono stati in grado di sostenerla ed essa è a rischio crollo. La lingua è struttura, dicevamo, forma mentis, stile di vita, visione del mondo. Il latino è radice. Il latino dice esattamente ciò che vuole dire, non si può indorare la pillola. Chi voleva annacquare doveva per forza eliminarlo. E sappiamo com’è finita. Non a caso laddove, per lo meno nella liturgia, è rimasto il greco, altra grande lingua dei Padri, ci sono meno problemi. Noi però siamo latini e pensiamo ai nostri guai.
Va detto che il papa emerito Benedetto XVI ha cercato di porre qualche rimedio, fondando nel 2012 la Pontificia Academia Latinitatis, la cui missione è favorire “la conoscenza e lo studio della lingua e della letteratura latina, sia classica sia patristica, medievale e umanistica, in particolare presso le istituzioni formative cattoliche, nelle quali sia i seminaristi che i sacerdoti sono formati e istruiti, nonché promuove nei diversi ambiti l’uso del latino, sia come lingua scritta, sia parlata”. Senza contare il motu proprio Summorum Pontificum sulla “messa in latino”, che nonostante la diffusione popolare trova un’assurda avversione da parte di vescovi e clero diocesano.
L’avversione al latino è diffusa anche nella società incivile. Ci ritroviamo tentativi, ormai in procinto di andare in porto, di sopprimere il liceo classico, mentre si inventano cosiddetti licei scientifici senza latino. Per lo meno non li chiamino licei. E si vergognino pure. La classe politica si sa, è quello che è. Non possiamo pretendere che riconoscano il valore di qualcosa che non immaginano (qualche luce nel buio c’è, vedi recente tentativo dell’onorevole Frassinetti in commissione cultura al riguardo) e dunque lo studio dei classici finirà appannaggio di ristrette Accademie elitarie. Con buona pace dell’ascensore sociale. L’ascensore può anche scendere, d’altronde.
L’istruzione, secondo lo spirito contemporaneo, deve essere solo utile. Gli studenti devono studiare in inglese, neanche in italiano, non sia mai. Il risultato non è altro che una lezione frontale impoverita, condita da ridicolaggine. Recentemente mi ritrovavo in treno vicino a studenti che studiavano in inglese. Stando attento mi sono accorto che studiavano diritto costituzionale italiano. In albionico. E i licei dove si studia letteratura italiana in inglese chi li ha partoriti? Tutto già visto, intendiamoci, attraverso i secoli. Già il Salsicciaio di Aristofane, nei Cavalieri, faceva il verso ai tecnocrati (che oggi sono pure esteromani).
La scuola deve essere solo utile per trovare lavoro. Lavoro, che peraltro non c’è, quindi potremmo quasi concludere che la scuola non serve, dunque chiudiamola come diceva Prezzolini, ma vabbé, non esageriamo. Dunque troviamo un’occupazione a questi benedetti figliuoli, mandiamoli a fare i programmatori.
Consiglio numero uno di un certo numero di esperti del settore, per diventare buoni programmatori. Fare versioni di latino. Programmare in un qualsiasi linguaggio (C, Java… decidete voi) è un’operazione logica identica alla traduzione dal latino. Oibò. Mi prendi per il naso? No mio caro, anche fare gli integrali è operazione simile. Ordunque pensare latino e pensare matematico è la stessa cosa?
Andiamo avanti. Il latino non serve, dicono lorsignori. Costa fatica diciamo, noi. Bisogna chinare la gobba. Diceva il buon Gramsci che si deve insegnare il latino, assieme al greco, per insegnare alla gente come studiare e come elevarsi. “Se si vogliono allevare anche degli studiosi, occorre incominciare da lì e occorre premere su tutti per avere quelle migliaia, o centinaia, o anche solo dozzine di studiosi di gran nerbo, di cui ogni civiltà ha bisogno”. Qui forse casca l’asino. Il popolo deve essere bue, per portare il giogo.
Nella Chiesa qualcuno prova a salvare la situazione, recuperando liturgie e testi della tradizione, con grave fatica e scorno, poiché ad oggi sembra che l’ignoranza sia motivo di vanto dalla più piccola parrocchia alla più grande diocesi (d’altronde, meglio non aprire il vaso di Pandora parlando dei pessimi e improvvisati chitarristi che mal sopportano “l’esibizione” dei professori d’organo) e dunque dimostrare di non sapere niente diventa motivo di promozione. Fuori invece si procede alla decostruzione, alla deriva.
Deriva provinciale , perché altrove, ad esempio nei famigeratissimi Stati Uniti, il latino spopola e si studia più che in Italia. Nemo propheta in patria.
 

11 luglio 2018

È tornato don Camillo/66. Fanatica all’erba cipollina

di Samuele Pinna
(con una illustrazione interna di Erica Fabbroni)

La vecchia bacucca non era, poi, a un attento esame, tanto attempata o almeno non lo era quella lì. Era, invero, una donna che aveva superato la cinquantina, forse più vicina ai sessanta, ma se la cavava ancora bene, seppur i segni dei tempi non le lasciavano scampo. “Dietro liceo, davanti museo”, avrebbe sentenziato pure per lei un sagace detto popolare. Don Augusto, mentre la sentiva parlare, intuì subito un soprannome da affibbiarle più consono: da vecchia bacucca a fanatica. Sì, in ogni comunità parrocchiale che si rispetti c’è “la” fanatica: trattasi di donna un po’ stagionata con l’unico scopo di avere ragione su tutto, senza però far la fatica di mettere in moto il cervello e di dimostrare la solidità delle affermazioni!
Al pretone di città, non chiedetemi però il motivo dell’associazione di idee, venne in mente il Sudtirolo. In realtà, quella terra che lo ospita, dove le montagne e l’aria pura la fanno da padrona, accendeva un ricordo fisso e prepotente nella mente del nostro reverendo. Non poteva, ovviamente, che riguardare il cibo e si trattava precisamente dell’erba cipollina. Sì, perché in ogni pietanza, così almeno si ricordava del menù di quelle vacanze di tanti anni prima, c’era sempre quell’ingrediente, che alla fin fine gli era divenuto indigesto.
L’erba cipollina aveva probabilmente la funzione di guarnire, soprattutto le kartoffeln, mai assenti sulla tavola, ed essendo usata per ogni piatto pareva abbinarsi con tutto. Esattamente come i discorsi della fanatica: frasi ben costruite, d’effetto, condivisibili… Uno non poteva che essere d’accordo, ma poi, a riveder bene le cose, sorgeva sibillina una domanda, di quelle fastidiose perché vengono da dentro, dal profondo delle interiora: “E quindi?”.
“Bisogna essere più caritatevoli”. “Giustissimo! E quindi?”.
“Bisogna accogliere tutti”. “Giustissimo! E quindi?”.
“Bisogna essere misericordiosi”. “Giustissimo! E quindi?”.
“Bisogna guardare anzitutto alle persone”, “Giustissimo! E quindi?”.
“Bisogna sempre andare incontro all’altro”. “Giustissimo! E quindi?”.
“Bisogna fare come Gesù”. “Più che giustissimo! E quindi?”.

Quel “giustissimo! E quindi?” non voleva essere una sporca provocazione, ma era una forma di ammirazione con annessa domanda: come cioè si doveva fare per essere “più caritatevoli”, per “accogliere tutti”, per essere “misericordiosi”, per “guardare anzitutto alle persone”, per “andare incontro all’altro”, per “fare come Gesù”. Princìpi assolutamente condivisibili, ma nella vita concreta come metterli in pratica? Qui, ahinoi, ilpunctum dolens
Se si risponde alla questione con articolato ragionamento o con una sentenza stringata, argomentando come uno debba essere “più caritatevole”, capace di “accogliere tutti”, essere “misericordioso” per saper “guardare anzitutto alle persone” così da “andare incontro all’altro” in modo da “fare come Gesù”, quella risposta risulterà una “dottrina”. E una dottrina – si legge in un qualsivoglia Dizionario – è un “insegnamento o apprendimento di nozioni relative al sapere in genere o a una determinata disciplina”. Il problema si fa poi ancor più serio quando c’è in ballo Dio: chi è colui che stabilisce l’insegnamento o il comportamento da mantenere? Dio o l’uomo? E se è l’uomo, quale soggetto si può proclamare il più illuminato degli altri e asserire, a nome di tutti, chi è il “più caritatevole” che sa “accogliere tutti” per essere “misericordiosi”, per “guardare anzitutto alle persone”, per “andare incontro all’altro” e per “fare come Gesù”?
La fanatica aveva ovviamente una via d’uscita e usava con maestria una parolina assai semplice: “libertà”. È la libertà di ognuno che permette di rispondere a tutte le suddette problematiche e altre di nuova fattura. Insomma, è il cammino personale di ciascuno e la sua coscienza che lo illumineranno sul da farsi, sul passo da compiersi. Don Augusto non poteva che rimanere ammirato dall’astuto stratagemma. Era relativismo puro, ma venduto come diritto di civiltà.
Per un mediocre filosofo e un modesto teologo tale cosa, però, non può evidentemente reggere. La libertà – risponderebbero più o meno – non è fare quello che si vuole, ma raggiungere la pienezza di essere. La coscienza non è seguire il proprio istinto o le proprie voglie, ma aderire, per l’uomo in quanto uomo, al senso comune (ossia quelle caratteristiche che fanno esattamente dell’uomo l’uomo) oppure, per il cristiano, al volere di Dio, bene sommo. Suddetto Dio che, guarda a caso, si è Rivelato: ha già detto qualcosa di Sé, ha lasciato un messaggio e ha anche ordinato ad alcuni di conservarlo, tramandarlo e confermarlo (contro tutte le fesserie che le persone avrebbero tirato fuori lungo la storia, i cosiddetti evangelicamente “falsi cristi”).

Qui, però, la fanatica è capace di un colpo gobbo, da vera maestra di dialettica. E la parola, dal sapore mistico, acquista un valore unico: “storia”. Sì, la storia: ogni uomo è figlio del suo tempo, anche se ha per certi aspetti intuizioni che lo proiettano nel futuro. Ecco, la dottrina coi suoi dogmi (nemici del pensiero che si ricostituisce in ogni epoca) è superata. Anzi, si precisa, per non entrare in contrasti epistemici (termine sconosciuto alla fanatica, ma che usa con disinvoltura), sono oltrepassati coloro che li hanno elaborati, perché figli del loro tempo ormai finito. La storia insegna che nulla è duraturo, ma che tutto deve essere reinterpretato al momento: “le idee – sintetizzava un arguto Cardinale –, come le uova, devono essere di giornata”.
Ma allora esiste qualcosa di eterno? Anziché dire un “no” secco, la fanatica espone il “superdogma” odierno, la quintessenza della verità, con un solo altro semplice termine: “dialogo”. Nel dialogo si arriva a sistemare bene ogni cosa e il dialogo si riduce all’erba cipollina che si abbina a ogni pietanza. Perlomeno in Sudtirol…
“Ma qui non siamo in Sudtirolo”, rifletteva tra sé e sé il buon pretone dalle mani di ghisa e il cuore grande, “Il dialogo è il mezzo ovvio per esprimere all’altro i concetti, un pensiero, che hanno sempre un contenuto, che diviene dottrina. Bisogna invece capire se quel contenuto, non solo in astratto, sia vero”.
Verità. Parola terrificante oggi per l’uomo senza certezze, che però si arrabbia se le previsioni del tempo non sono giuste e piove, boia-di-un-cane, quando dovrebbe esserci il sole e tu sei via per il “week-end”.
Verità. Parola impegnativa per chiunque, troppo tediosa e faticosa per perderci del tempo insieme.
Verità. Poco allegra compagnia per chi non vuole rispondere con profondità e umiltà alle questioni della vita.

O c’è una verità che la filosofia (ovvero il coretto ragionamento umano) può raggiungere oppure non esiste nessuna verità e allora tutto è lecito e ha lo stesso valore, solo si deve essere più convincenti nella propria opinabile opinione. Si può sostenere che la massa della Terra è circa di 5,98 x 1024 kg ovvero quasi 6000 trilioni di tonnellate e, nello stesso tempo, che gli asini volano. A questo punto la fanatica, che preferisce dar fiato alla bocca piuttosto che impegnarsi in altre attività, chiede aiuto allo scientismo, che sostiene: “è vero solo ciò che è verificabile”, così è per la massa della terra non per gli equini volanti. Sempre il filosofo dalle scarsi doti obietterebbe: “Eppure l’amore, l’amicizia, la simpatia, non sono verificabili, ma sono reali!”. La fanatica, che sa di tutto un po’, controbatterebbe con qualche lezione di chimica: “Tutto ciò che proviamo è il risultato diretto della manipolazione chimica attuta dai neurotrasmettitori”. Quindi l’uomo sarebbe ridotto, nella riduzione scientista, a un insieme di impulsi, neppure tra l’altro tutti conosciuti dalla scienza. Bella scoperta!
Ecco, infine, che il filosofo ha la sua carta vincente: la nozione di verità è ben altro e indica come nella persona deve essere iscritto qualcosa di comune, che lo faccia appunto definire parte della specie umana. L’intelligenza, l’intelligere, è intus legere, ossia “leggere dentro”, guardare dentro le cose, riconoscervi l’essere, che rimanda a un altro Essere di cui si partecipa. “La persona intelligente”, diceva uno scrittore, “è quella che sa guardare dentro le cose, dentro le persone, dentro i fatti”.

Per il teologo, le riflessioni sono assai agevolate. Se la ragione ha dei limiti nel riconoscere la verità delle cose, la Rivelazione è l’ausilio per arrivare a quelle verità senza iniziale sforzo. La fatica è successiva quando si deve dare ordine e gerarchia. Certo, per accettare una testimonianza è necessario aver fiducia, se no buona notte al secchio!
La fanatica allora si vince allora con la fede unita al rigore del ragionamento e alla consapevolezza che la verità della Rivelazione si difende da sé. Uno è chiamato a dare ragione della speranza, mostrando quanto è attestato, senza dover convincere, ma con quella sapienza che viene dall’alto, come la chiama la Scrittura, assai più persuasiva delle parole umane. Questo non vieta anzi potenzia l’uso corretto della propria ragione (dono, con la fede, del Creatore!). In definitiva, bisogna affidarsi a Dio, altrimenti la rivelazione (con la “r” minuscola) diventa quella di ciascuno e, così facendo, ha il medesimo valore di un’altra, che un chiunque qualsiasi può affermare.
“Non è dogmatismo”, ragionava tra sé e sé don Augusto, “ma cogliere quanto Dio comunica all’uomo e non quanto l’uomo vorrebbe sentirsi dire da Dio!”.
Il vantaggio che ottenne il nostro pretone fu quello di tenersi lontano dai piedi la fanatica e i suoi discorsi all’erba cipollina, avendola sbugiardata pubblicamente in più di un’occasione. La fanatica, infatti, si sconfigge sul suo stesso terreno: si deve cioè essere più bravi di lei quando si gioca con le parole. Tuttavia, c’è sempre un inconveniente, perché la fanatica di nome e di fatto sa portare un certo rancore. Quello covato nei confronti del nostro pretone alla lunga gli si rivelò nocivo. Comunque sia, un versetto del Vangelo, gustato assieme a un buon bicchiere di barbera, lo rincuorò e gli diede pace.
«Se rimanete fedeli alla mia parola», aveva detto Gesù, «sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».

 

10 luglio 2018

Libri. Al paradiso è meglio credere

Un libro di Giacomo Poretti

di Samuele Pinna
Non tanto tempo fa, ho avuto il piacere di incontrare personalmente Giacomo Poretti, famoso attore e regista che, insieme ad Aldo Baglio e a Giovanni Storti, ha creato il trio comico più famoso d’Italia. Nella nostra piacevole conversazione sono venuto a conoscenza del suo libro Al Paradiso meglio credere e, incuriosito – non solo dal titolo –, mi sono messo a leggerlo. Non solo Giacomo è un grande attore, ma anche uno scrittore eccellente (seppur con malcelata ironia sulla quarta di copertina si legge a firma di Aldo e Giovanni: «Miiii… Giacomino! Fai ridere pure come scrittore!»). Il libro è leggero e profondo insieme, surreale – perché intriso di realtà –, fa sorridere, pensare, interroga profondamente… un racconto apparentemente non comune, ma che mostra le piccole e grandi domande presenti nel cuore di ogni uomo.

Siamo, infatti, in un futuro non troppo lontano, nell’anno 2053, quando il protagonista, un certo Antonio Martignoni, è vittima di un incidente stradale dalla dinamica quantomeno bizzarra. Dopo il trapasso si ritrova in Paradiso accudito da una affascinante signora in blu. Viene, poi, subito esaminato da un burocrate celeste con le sembianze (o, forse, è proprio lui?!) di Jean-Paul Sartre.

Queste prime pagine sono sorrette da un fine umorismo alla Mark Twain, che avvincono a poco a poco il lettore nello stesso modo in cui il protagonista è costretto a familiarizzare con la sua nuova ed eterna condizione. Un cambio di scena avviene quando la Direzione celeste decide di affidargli un “compito importante”: raccontare, mediante un file Word, la storia della propria vita, che diventerà uno dei “messaggi nella bottiglia” lanciati dal Cielo agli uomini rimasti sulla Terra. Grazie al fortunoso ritrovamento del file, sepolto in un vecchio computer in una discarica, si scopre che Martignoni, all’età di 36 anni, pensava di farla finita. In preda alla disperazione, aveva intrapreso la sua ultima escursione nelle montagne tanto amate, quando un altro tragico e provvidenziale incidente gli apre una breccia verso il futuro, nella quale si lancia d’istinto: travolto dal desiderio di “spiare da vicino Dio”, in cui non sa se credere, decide di trascorrere la seconda parte della sua vita come finto sacerdote. Prima parroco di una sparuta comunità di montanari devoti e turisti ai piedi del Monte Rosa, poi pastore di 3500 anime in una Milano sospesa e angosciata per la misteriosa sparizione dei propri concittadini più anziani. Qui, “don” Antonio vive la sua missione tormentato dal senso di colpa, ma anche animato dalla ferma volontà di non tradire il suo fiducioso e inconsapevole gregge.

Una volta conclusa la lettura, si ha la netta sensazione che girino intorno alla propria testa domande, dubbi, incertezze e di contro posizioni ferme, riflessioni categoriche, sicurezze eterne… Il lettore è, pertanto, coinvolto in un viaggio interiore che non dimentica l’esteriorità, cioè i modi in cui vive, lasciandogli, forse, alla fin fine, un rassicurante pensiero: al Paradiso è meglio credere!

 

09 luglio 2018

Documento. Noi invece ci stiamo

Rimbalza in rete e noi condividiamo.
(da MarcoTosatti.it)
Indirizzandomi a voi, signore e signori che vi riunite in questo luogo da oltre trent’anni, ora, in nome del primato delle realtà culturali del luogo, delle comunità umane, dei popoli e delle nazioni, vi dico: vigilate, con tutti i mezzi a vostra disposizione, su questa sovranità fondamentale che possiede ogni nazione in virtù della sua propria cultura. Proteggetela come la pupilla dei vostri occhi per l’avvenire della grande famiglia umana. Proteggetela! (Giovanni Paolo II, discorso all’ONU, giugno 1980)

Riferendoci alle parole di Giovanni Paolo II che ci invitano a favorire il radicamento geografico e culturale dei popoli come antidoto alle politiche di stampo laicista funzionali a taluni interessi economici e finanziari, desideriamo prospettare qui un punto di vista diverso e integrativo rispetto a quella espresso da alcuni vescovi cattolici firmatari dell’appello di Pax Christi: tale appello è avverso le decisioni del governo italiano sulla questione immigratoria.
Una quota significativa di cattolici, che qui idealmente rappresentiamo, tuttavia la pensa diversamente.

Non vorremmo infatti che la posizione di Pax Christi, certamente rispettabile, sia percepita come esaustiva dell’intero mondo cattolico il quale invece sul tema presenta posizione ben diverse, se non decisamente divergenti.
A differenza di quanto sostenuto nella lettera pubblicata da Pax Christi dal titolo “Noi non ci stiamo” altri laici cattolici riguardo la questione immigratoria, invece ci stanno nel senso che condividono le decisioni prese a questo proposito da taluni ministri di cui non temiamo di fare nomi e cognomi: il ministro Salvini e il ministro Toninelli in particolare.
Dunque noi invece ci stiamo perché non possiamo restare inattivi ad osservare come scriteriate politiche immigratorie non aliene peraltro da probabilissime connotazioni affaristiche, rischino di provocare una serie di conseguenze negative sia sul piano dell’allarme sociale, sia sul livello dei salari, sia sulla qualità dei servizi erogati dallo stato, sia ovviamente sul benessere psicofisico degli immigrati che quasi sempre transitano da una condizione di povertà all’altra senza nulla risolvere dei problemi che li hanno indotti ad emigrare.
Inoltre:

noi ci stiamo perché vogliamo porre fine alle deportazioni da una sponda all’altra del Mediterraneo come hanno numerose volte invitato a fare anche vescovi africani. I quali tuttavia quando si dibatte di problemi legati all’emigrazione trovano scarsa udienza in Vaticano, forse perché sono già disponibili altri esperti in materia di orientamento laicista come dimostra la loro abituale frequentazione con alcuni esponenti della chiesa cattolica;
noi ci stiamo perché il diritto a non emigrare deve prevalere sul diritto ad emigrare per due motivi: primo perché il diritto a non emigrare è una indicazione posta da Benedetto XVI, personalità da noi altamente stimata; secondo perché il presunto diritto a emigrare in realtà non è un diritto, ma è un obbligo di cui gli emigranti farebbero volentieri a meno se solo qualcuno li aiutasse a restare nello loro terre come peraltro la chiesa si è impegnata a fare per secoli tramite le sue missioni;
noi ci stiamo perché vogliamo evitare clamorosi fraintendimenti sul significato della parola “aiutare”: “aiutare” infatti non significa sostituire ai desideri dell’aiutato le categorie mentali dell’aiutante, ma al contrario considerare le soluzioni che l’aiutato stesso ha elaborato come soluzione ai suoi problemi. Nel caso specifico alla domanda se preferirebbero vivere dignitosamente nella loro terra o essere costretti a emigrare la stragrande maggioranza degli immigrati non avrebbe dubbi a preferire la prima soluzione. Ed è a vantaggio di essa che noi tutti ci dobbiamo adoperare senza pretendere di imporre razzisticamente le nostre soluzioni sovrapponendole a quelle ideate da chi di aiuto è bisognoso;
noi ci stiamo perché preferiamo affrontare il problema migratorio in termini di cooperazione e collaborazione cioè in una prospettiva strutturale molto più che in termini di assistenzialismo cioè in un’ottica emergenziale;
noi ci stiamo perché, come correttamente dichiara il catechismo della chiesa cattolica al numero2241:
Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l’ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono. Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinarel’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri.

Siamo peraltro convinti che proprio dei vescovi cattolici non vogliano venir meno ai precetti del catechismo che, come sappiamo, altro non è se non il compendio degli insegnamenti del magistero cattolico che, in quanto tale, deve prevalere su qualsiasi opinione personale di qualsivoglia vescovo o prelato;
noi ci stiamo semplicemente perché occorre conservare l’esame di realtà il quale ci obbliga a considerare che un processo immigratorio massiccio e fuori controllo anziché favorire la pace fomenta il conflitto specialmente se le sue conseguenze negative ricadono su fasce della popolazioni autoctone già in condizioni di grave precariato materiale e psicologico;
noi ci stiamo perché non è chiaro per quale oscuro motivo l’Italia debba sobbarcarsi un problema così enorme nell’indifferenza della quasi totalità dei paesi UE che solo recentemente e solo grazie alla prese di posizione del vigente governo, hanno cominciato ad agire;
noi ci stiamo ed oltre a starci ci domandiamo come mai alcune realtà cattoliche accusino di scarsa sensibilità il governo italiano mentre non si sentono in dovere di dire una sola parola sul disimpegno di altre nazioni europee che fino a ieri rifiutavano sistematicamente qualsiasi ingresso sul loro territorio sia da confini marittimi che terrestri. Non vorremmo che tali disparità di trattamento dipendano da posizioni ideologiche preconcette;
noi ci stiamo perché vogliamo che il nostro massimo impegno dedicato al dramma emigratorio sia affrontato in termini di razionalità giacché è noto come solo da una considerazione razionale dei problemi scaturisce anche la sensibilità necessaria per risolverli; viceversa un approccio solo emotivo rende opaca la capacità di trovare soluzioni efficaci.
Sensibilità ed emotività sono due aspetti psicologici che per quanto siano apparentemente analoghi, differiscono profondamente.

Sarebbe infine auspicabile denunciare con forza anche e soprattutto la cause endogene che determinano la fuga dai luoghi natii di masse sempre più sterminate di persone fra cui, oltre alla fame e alla guerra, dobbiamo annoverare l’inettitudine e corruzione di alcuni governi dei paesi di provenienza di cui si parla molto meno di quanto si parli della presunta insensibilità di quelli di arrivo.
Concludiamo questa nostra nella speranza che lo stesso vigore, lo stesso impegno, la stessa volizione investita a proposito della questione immigratoria possa essere impiegata da tutto il mondo cattolico anche su altri fronti che molti credenti laici ritengono di pressante urgenza quali, ad esempio, la tutela della famiglia naturale, l’aborto, le nuove povertà che affliggono gli italiani bianchi o neri che siano, l’invadenza di istanze laiciste militanti nel determinare gli orientamenti etici del paese ormai da vari anni, la vigilanza sulla correttezza dottrinale di certi pastori.
E a proposito di accoglienza non cesseremo mai di operare con la massima energia perché pure gli altri argomenti da noi indicati come prioritari siano anch’essi accolti.
Firmato

Un gruppo di cattolici cattolici.

 

Buonisti col Rolex

di Giuliano Guzzo
Tutti contro Gad Lerner, che per fermare «l’emorragia di umanità» sul tema dei migranti, ha aderito a #magliettarossa, appello condiviso da Laura Boldrini (male), facendosi immortalare con una camicia rossa sul suo terrazzo a Portofino, con tanto Rolex in vista (malissimo). Stranamente, infatti, sul web molti non hanno trovato il grido di dolore portifinese del giornalista credibile, riservandogli di conseguenza gli epiteti che potete immaginare. E dire che bastava poco per intravedere nella camicia rubino sfoggiata dal Nostro, chiaramente uno straccio rimediato al mercato, tutta la sua lacerante contrizione per i disperati del globo.

Inoltre a Lerner andrebbe pure riconosciuta l’originalità di essersi fatto trovare a Portino anziché nella solita Capalbio. Battute a parte, è evidente che il problema non sta tanto nella condizione, non proprio trascurata, dell’incauto conduttore televisivo che, come l’orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno, avrebbe potuto pure imbroccarne una: mai dire mai. Il punto sta nella siderale distanza in cui alcuni, a loro insaputa, si trovano quando non solo dimenticano il nervosismo popolare su temi come quello dell’immigrazione, ma seguitano a stazionare sul loro pulpitino dorato, beati e moraleggianti, come nulla fosse. E non si rendono conto d’esser diventati buonisti col Rolex.


 

08 luglio 2018

Luoghi cristiani fra Serbia e Kosovo/1

Mileseva
Iniziamo un piccolo approfondimento sul cristianesimo serbo.

di Alfredo Incollingo
La penisola balcanica, con la Serbia in testa, fu una delle prime regioni europee ad essere cristianizzata. Paradossalmente però, i cristiani slavi in alcune zone come il Kosovo sono oggi una ristretta minoranza, assediata e minacciata dalla forte e numerosa comunità islamica. Vivono sotto la perenne minaccia di rappresaglie e sono asserragliati nei pochi luoghi di culto sopravvissuti alla guerra civile.

In Kosovo dunque, un tempo terra cristiana, gli ortodossi e i cattolici devono far fronte all'avanzata irruenta dei musulmani, che iniziò nel XV secolo. Cristo giunse nei Balcani in tempi piuttosto antichi, con una particolare ascesa a partire dal IX secolo, quando i primi missionari bizantini si stabilirono presso le popolazioni slave, annunciando la salvezza per coloro che avrebbero abbracciato il Vangelo. I santi Cirillo e Metodio diedero se stessi per cristianizzare le lande balcaniche, compiendo la prima traduzione in slavo della Bibbia. Fino al 1453, quando Costantinopoli, baluardo della cristianità in Oriente, venne occupata dai Turchi Ottomani, i Balcani erano pienamente cristiani. La conquista musulmana causò un progressivo regredire del cristianesimo e la guerra civile rese l'esistenza delle comunità ortodosse ancora più difficile.

I serbi cristiani sono oggi ridotti ad una minoranza che vive nei pressi dei luoghi di culto più importanti, gli stessi che tramandarono nei secoli le tradizioni nazionali e la fede ortodossa. Di seguito alcuni luoghi che rappresentano la storia del cristianesimo in Serbia

Cattedrale di San Michele Arcangelo, Belgrado
E' una delle più antiche della Serbia, risalente al XVI secolo. Nel Seicento i Turchi Ottomani la distrussero per danneggiare la comunità cristiana di Belgrado. Grazie ad un'ingente raccolta fondi, tra il 1725 e il 1728 la cattedrale venne ricostruita. Gli invasori la incendiarono di nuovo nel 1797, vanificando gli ingenti sforzi dei belgradesi. Si dovette attendere il 1806 per ricostruirla, quando il generale Karađorđe Petrović liberò Belgrado e la Serbia dall'oppressione turca. Oggi gli ortodossi serbi pregano e si ritrovano nella cattedrale ricostruita nel 1845 dal principe Milan Obrenovic.

Monastero di Mileseva, Prijepolje
Venne fondato da Stefano I di Serbia tra il 1234 e il 1236 ed è tuttora uno dei luoghi di culto ortodossi più importanti del Paese. Dal 1377 si svolsero nel monastero le cerimonie di incoronazione dei sovrani e questa rilevanza la preservò dalla repressione turca. Lì, i serbi potevano continuare a professare la fede cristiana e a tramandare le tradizioni nazionali. La fama di Miliseva crebbe a tal punto che tutti i principi slavi ortodossi si recavano in visita per pregare sul sepolcro di San Sava. I Turchi, sospettando che li si progettassero piani eversivi, distrussero il monastero nel 1594. Dopo secoli di decadenza, nel 1863 i serbi riedificarono l'intero complesso sulle rovine del convento medievale.

Valle dei Re
Scavata dai fiumi Ibar e Ras, la valle è così chiamata perché lì nacque nel medioevo la nazione serba. Presenta la più alta concentrazione di monasteri e chiese di tutto il Paese: lì, sotto l'occupazione ottomana, si preservò la tradizione nazionale e la fede ortodossa. Il monastero di Zica, risalente al 1219, fu il luogo di nascita dell'ortodossia serba e ospitò la cerimonia di incoronazione di Milan Obrenovic nel 1882, il primo sovrano della Serbia moderna. I conventi di Sepocani e di Gradac conservano i sepolcri dei sovrani medievali e per secoli furono meta di pellegrinaggio di quanti aspiravano all'indipendenza nazionale. Qui si conservò intatto l'orgoglio serbo, nonostante le repressioni turche.

(continua)
 

05 luglio 2018

Il Puntatore. Sul rito romano antico

di Aurelio Porfiri
È in circolazione in questi giorni un testo dal nome “Come è cambiato il Rito Romano Antico” (2018 Solfanelli) a firma di don Pietro Leone. Don Pietro Leone (pseudonimo) è un sacerdote dedito all’insegnamento e alla divulgazione della spiritualità cattolica, compresa quella liturgica.

Evidente in questo testo come la sua preferenza vada alla forma straordinaria; credo che il valore di questo testo, più che nel suo lato “polemico”, sia proprio nel suo confrontarsi quasi antagonisticamente con la forma ordinaria, per recensirne quelle che lui censisce come mancanze rispetto alla forma straordinaria. Ecco che si trattano sinteticamente temi come quello dell’Offertorio, del Canone Romano, della Presenza Reale, del Latino e via dicendo. E l’autore lo fa da par suo, con dovizia di citazioni e riferimenti dalla scrittura e dalla Tradizione. L’autore, come lui stesso ci dice, si prefigge di valutare le due forme (lui dice i due riti, a scopo polemico) in modo scientifico.

Io credo possa essere questo un testo che possa servire come base per un dibattito e confronto su basi scientifiche tra le “due fazioni”, un confronto che si spererebbe sereno, ma visto il clima nella Chiesa questa speranza potrebbe essere vana. Un libro da leggere per gli amanti della liturgia, per continuare a pensare.


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La Confessione
ET – ET: Ipotesi su Vittorio Messori
La Messa In-canto: piccola guida alla musica per le celebrazioni liturgiche
Les Deux Chemins: Dialogue sur la Musique (avec Jacques Viret)
Oceano di fuoco: commentari su Divo Barsotti
Ci chiedevano parole di canto: la crisi della musica liturgica