30 giugno 2016

La causa della rabbia. Il mondialismo messo in discussione dalla Brexit


di Francesco Filipazzi

Dopo la Brexit e il crollo delle borse, la svalutazione della sterlina e le manifestazioni di vittimismo strappalacrime degli scozzesi al parlamento europeo, cosa rimane del grave pericolo derivante dall'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea? In borsa c'è già stato un rimbalzo, i titoli bancari recuperano, la sterlina è stabile. Pare di capire che il referendum sia stato preso a pretesto per la solita speculazione e che ai tanto decantati mercati la Brexit abbia fatto il solletico.
Dunque, perché tutto questo stracciarsi le vesti da parte della stampa internazionale, con quella italiana in testa? La disperazione appare infondata, eppure il fondamento c'è. La Brexit mette infatti in discussione l'ideologia mondialista che prevede l'organizzazione degli stati in grossi organismi sovranazionali. Il progetto di riunire tutti sotto una specie di governo unico mondiale, multietnico, senza identità, senza confini, governato di fatto dal mercato, non è una teoria complottista, ma un sogno accarezzato da molti anni. La propaganda in questo senso, che passa volutamente dal plagio dei giovani virgulti dotati di smartphone, è piuttosto palese. Immaginatevi la frustrazione quando si è scoperto che i giovani non erano neanche andati a votare.
Se uno dei capisaldi di questo progetto unificante volto ad instaurare la dittatura dell'economia pianificata e di scala, l'Unione Europea, viene messo in discussione tramite la volontà popolare, c'è il rischio che la popolazione si dia una svegliata e inizi a pensare che, in fin dei conti, il grano è meglio coltivarselo in casa piuttosto che importarlo, il latte cinese fa un po' schifo, la carne allevata dai propri connazionali forse è più sana. Che le masse di immigrati portate a forza sulle nostre coste altro non sono che schiavi il cui scopo è abbassare il costo del lavoro ed eliminare i nostri diritti. C'è il rischio vero che il progetto salti e che tutta l'impalcatura mondialista crolli su sé stessa. Si tratta di un rischio da correre...

Leggere Jünger nella crisi di mezz'età

(COME SI ESCE, SE SE NE ESCE, DA UNA CRISI DI MEZZA ETA’ LEGGENDO JÜNGER)

“Lo spavento è un fuoco che si appressa a divorare il mondo”
(Ernst Jünger)

di Matteo Donadoni

JÜNGERIANA I - Il collegio, per quanto sia un’esperienza entusiasmante quanto pericolosa, ti cambia. Ho avuto la fortuna di appartenere all’ultima generazione non nativo-digitale, di mietere il grano e pigiare l’uva, vedere nascere un puledro, maneggiare un’ascia. Saprei ancora legare la vite con del salice facendo la “figura della falce”, tale e quale, come scriveva venti secoli fa Lucio Giunio Columella Moderato (Gades 4 - 70). Allevare polli e scuoiare conigli a regola d’arte. Sissignore. Sono cresciuto libero dall’ubiqua rintracciabilità della telefonia mobile e dalle pastoie perbeniste del conformismo urbano cementificato. Ho girovagato, adolescente, con amici o solo, per i boschi senza curarmi di dove andare, senza sapere dove fossi, masticando germogli come un panda, osservando quanto possono essere maledettamente lente le salamandre, cercando di prendere gli ultimi gamberi di fiume a mani nude. Calcolavo approssimativamente l’ora guardando il sole e mi sono perfino ritrovato al buio in montagna, sapendo solo una cosa: dovevo scendere. Eppure non ho mai incontrato orchi, solo me stesso e la mia terribile (a tratti oscura) interiorità, qualche tossico, un paio di volte la paura, una volta dei cinghiali. Spesso il dolore fisico. Ma sempre la Libertà. Il collegio, nell’arco temporale del trillo di una campanella, mi ha tolto tutto. L’istituzionalizzazione ti trasforma, come l’uomo senza volto di Mel Gibson.

Tuttavia, come mi ha detto Alessandro Gnocchi: una volta aperti gli occhi, non puoi più richiuderli. Sono abbastanza sicuro avesse in mente Ernst Jünger (Heidelberg 1895 – Riedlingen 1998), anche se non conferma. In particolare quello che viene definito “Il Trattato del Ribelle”, termine che non mi piace – gli unici ribelli che amo sono i vecchi Jonny “not forgotten” della terra del cotone –, forse sarebbe più corretto il termine “anarca”, che mi piace ancor meno: troppo simile all’anarchico, losco figuro in genere digiuno di metafisica. D’altra parte “il passaggio al bosco non va inteso come anarchismo rivolto contro il mondo delle macchine”. “L'uomo che riesce a penetrare nelle segrete dell'essere, anche solo per un fuggevole istante, acquisterà sicurezza: l'ordine temporale non soltanto perderà il suo aspetto minaccioso, ma ci apparirà dotato di senso. Chiamiamo questa svolta “passaggio al bosco”.

Libro da leggersi con cautela, il Trattato, semplicemente trasuda fresco inchiostro pagano da ogni punto e virgola.
Ad ogni buon conto, mentre cerco di risolvere la sfinge del termine, con lo scrittore e filosofo tedesco temo di avere in comune solo la vita del collegio ed il modesto profitto scolastico. Quanto al coraggio: io progettai, diciassettenne, la fuga per arruolarmi nella Legione Straniera, con tanto di orari ferroviari sul diario. Io progettai, lui si arruolò. Dice tutto. Quanto alle ferite di guerra, Jünger venne ferito ben quattordici volte nella Grande Guerra. Pluridecorato. Una volta si chiamavano eroi.

Un prediletto di Dio, esempio mortale di quel filo rosso del piano divino, progettato dalla notte di tempi prepagani, per un ironico finale cattolico – nel 1996 si convertì al cattolicesimo. Io posso solo non dimenticare mai le cicatrici sul corpo dei miei nonni, che sopravvissero all’inferno Russo e ai Lager tedeschi. Ma forse niente è superfluo. Temo nemmeno io stesso. Però, che io sia Waldergänger, “Passato al Bosco” o no, non posso dirlo. So che alcuni uomini sono mustang, altri pony.
Soprattutto oggi, piombato in una crisi di mezza età con la grazia di un maiale sui pattini in cerca del senso della vita. E soprattutto con la ridicola consapevolezza che il senso della vita a otto anni ce l’hai chiaro nella testa, poi tutto si aggroviglia. Sono certo che il fanciullo abbia le idee chiare anche oggi, i bambini conoscono il “segreto della vita”, come dice il vecchio Curly “faccia di cuoio” in un film girato 50anni esatti dopo la stesura del Trattato. “Il bambino si aggira ancora nella foresta antica, smarrito, ma non ci sono più orchi: il mondo è dominato da un esercito di microbi”.

Come ha detto anche Roger Scruton, la nostra società si fonda sulla paura. Lo aveva capito molto prima Ernst Jünger: “La paura è uno dei sintomi del nostro tempo”. “E' un fatto che i rapporti tra i progressi dell'automatismo e quelli della paura sono stretti: pur di ottenere agevolazioni tecniche l'uomo è infatti disposto a limitare il proprio potere di decisione. Conquisterà così ogni sorta di vantaggi che sarà costretto a pagare con una perdita di libertà sempre maggiore.”
Amici, professori e perfino lo sconosciuto sul tram, tutti pronti a dirti con un certo fare inamidato: “nessuno prende decisioni sbagliate”. Poi una mattina ti alzi e ti trovi ad accorgerti che è proprio la frase che in genere si dice a chi prende decisioni idiote. “L’essere umano è ridotto al punto che da lui si pretendono le pezze d’appoggio destinate a mandarlo in rovina”. Ma devi leggere Jünger per sapere che “ogni comodità ha il suo prezzo. La condizione dell’animale domestico si porta dietro quella di bestia da macello”? No. L’hai sempre saputo, sin dalla prima volta che hai visto la nonna estrarre interiora dalla carcassa di un animale con la nonchalance di una lady britannica di fronte a degli “after eights”.

Da paura. Già, la paura. “In ogni tempo, in ogni luogo, in ogni cuore, la paura dell'uomo è sempre la stessa: paura dell'annientamento, paura della morte”. “Vincere la paura della morte equivale dunque a vincere ogni altro terrore: tutti i terrori hanno significato solo in rapporto a questo problema primario. Passare al bosco, quindi, vuol dire innanzitutto andare verso la morte. Questa strada arriva molto vicina alla morte – anzi, se è necessario, l'attraversa perfino. Il bosco, come rifugio della vita, dischiude i suoi tesori surreali quando l'uomo è riuscito ad oltrepassare la linea.
Qui si posa l'eccedenza del mondo.

Ogni autentica guida spirituale si riferisce a questa verità: sa condurre l'uomo al punto in cui egli riconosce la realtà. Diventa particolarmente chiaro quando si uniscono dottrina ed esempio – quando il vincitore della paura accede al regno dei morti, come fece Cristo, fondatore supremo”. Ecco espressa, in nuce, la conversione. E non è il solo passo, ma ne parleremo altrove.
“E’ davvero strano, in un’epoca in cui fiorisce rigoglioso il culto della comunità”, che l’uomo sia così solo, nel timore di essere sbagliato. Ha paura di confessare ciò che è dentro, il suo essere profondo. Il suo essere non conforme, in realtà, al muggito che la mandria vuole da lui. Sostiene di avere una coscienza critica, ma è un’entità bipede paradossale: “c’è un paradosso analogo: all’immenso progresso delle conquiste spaziali corrisponde la riduzione progressiva della libertà individuale”. Non parlerò, poi, del paradosso del 2% nelle dittature comuniste – ma consiglio democraticamente di approfondire il paradosso di Böckenförde.

“I nuovi padroni di schiavi lo sanno e solo per questo danno tanta importanza alle teorie materialistiche” affinché non ci siano più “bastioni su cui l’uomo possa sentirsi inattaccabile, e dunque libero dalla paura”.
A questo punto ho paura, lo devo ammettere, di non sapere se si esce da una crisi di mezza età leggendo Jünger, ma so che la via (la via del bosco? Il bosco è ovunque) passa dal superamento della paura della morte, che si camuffa, con un vago sentore di urina, da paura di invecchiare. Ma so per certo, come il fatto che da una vacca nascerà sempre un vitello e mai una speciazione a caso, una cosa: quanto ti alzi una mattina e ti accorgi che la barba si inargenta e ti sono cresciuti i peli sulle orecchie, e d’un tratto sei del tutto consapevole che non sarai mai, mai più bello di come sei, non farai mai più carriera di quella che hai fatto, che non avrai mai più il vigore di trasportare un tronco su una spalla, e le ragazze ti dicono “bella zio”… e non te ne frega niente lo stesso. Forse la crisi è finita. Hai accettato.
Ecco quella mattina per me è stata il risveglio del mio trentottesimo compleanno. Auguri.

29 giugno 2016

San Pietro e San Paolo, le pietre d'angolo della Chiesa Cattolica

di Alfredo Incollingo

Due personalità differenti e speculari furono accomunate da una missione comune: testimoniare la vita e l'insegnamento di Cristo.  Il primo, San Pietro, fu scelto da Cristo per guidare gli apostoli e la nascente comunità cristiana. Divenne il Suo vicario e come tale fu il primo “Pontefice” della storia. Il secondo, San Paolo o Saulo di Tarso, non conobbe Gesù ma credette, ebbe fede e insegnò ai pagani e alle genti il suo messaggio. Era un persecutore di cristiani fino a quando non rimase folgorato dalla Sua maestà e si convertì. Fu chiamato l'Apostolo delle Genti per la sua instancabile predicazione nelle vaste regioni dell'impero romano.

Senza di loro probabilmente il cristianesimo sarebbe rimasto una religione minoritaria, confinata in Palestina. La storia andò diversamente, come sappiamo. Con San Paolo e San Pietro Gesù divenne noto in tutte le regioni dell'impero, fino a Roma. I viaggi apostolici si susseguirono per animare e fondare nuove comunità, per incitare la resistenza e per dibattere sull'ortodossia delle parole di Cristo. Le lettere di San Paolo sono oggi considerate trattatelli di teologia e di esegesi di grande rilievo. Esplicitò la neonata fede cristiana, un'esperienza religiosa all'epoca confinata a Gerusalemme e nelle vicinanze. Era una fede “in fasce”, incerta sul proprio status. Mentre San Pietro si dedicò per lo più alla predicazione, San Paolo scrisse e ragionò sugli insegnamenti del Maestro, dando modo a tutti di conoscere il messaggio cristiano. Questa vocazione ha dato adito a voci fuorvianti di “secondi fondatori” del cristianesimo. E Cristo? Non lo si considera? San Paolo parlò con le parole di Gesù, esplicitando il suo messaggio più profondo. Non conobbe Gesù e la fede gli fu trasmessa da quei cristiani che, loro si, avevano conosciuto il Figlio di Dio.

San Pietro invece lo aveva conosciuto e lo aveva seguito. Quanti “guai” gli fece passare l'apostolo! Tra i Dodici era quello più titubante, eppure per questo motivo Cristo lo ha amato più di tutti, tanto da affidargli la missione di guidare gli apostoli e i fedeli. Era un pescatore, a differenza del benestante Paolo, abitava a Cafarnao. Insieme al fratello Andrea incontrarono il Maestro e su suo invito si fecero “pescatori di uomini”, suoi testimoni, coloro che un giorno lo avrebbero annunciato al mondo intero. San Paolo era ricco invece, un ebreo ellenizzato. Viveva a Tarso e godeva della cittadinanza romana. Perseguitò i cristiani e si rese colpevole di violenze e condanne a morte. Cristo ebbe misericordia di lui e si manifestò sulla strada per Damasco in tutta la Sua gloria. Paolo ne rimase folgorato tanto da farsi battezzare e iniziare un'intensa attività apostolica.

Entrambi viaggiarono, fecero opere di carità e predicarono; costruirono passo dopo passo la Chiesa, dando fiducia e certezze ai fedeli. San Pietro era ancora legato alla mentalità formale ed etnica dell'ebraismo; San Paolo più cosmopolita riconobbe la rivoluzione del messaggio cristiano che aveva rinnovato la legge mosaica. Furono organizzati concili e furono scritte lettere per dipanare le controversie più disparate, sempre rimanendo fermi alle parole di Gesù.

Erano diversi, ma speculari, e subirono lo stesso destino. Entrambi finirono a Roma. Un caso? Dante Alighieri parlò di “Cristo romano”. Cosa intendeva dire? Roma era il mondo, era sinonimo di civiltà e delle terre conosciute. Per indicare l'enclave mediterranea si pronunciava “Roma” e questo nome racchiudeva in se tutto lo spazio abitato e conosciuto. L'Urbe aveva una valenza sacrale centrale, era l'Umbilicus, il centro del mondo. San Pietro andò in Italia per predicare nel “foro” e così di riflesso far conoscere a tutti chi era il suo Maestro. San Paolo invece si recò a Roma per chiedere il giudizio imperiale dopo l'ennesimo arresto a Gerusalemme perché cittadino romano.  Nonostante fosse sottoposto ai “domiciliari”, continuò la sua opera intellettuale e animò la comunità che si era costituita con l'arrivo di San Pietro e dei primi missionari. Entrambi furono martirizzati nello stesso arco di tempo, tra il 64 e il 67 d.c., durante le persecuzioni di Nerone.

Non bastano poche righe per ricordare la preminenza dei due Santi Apostoli per noi cattolici. San Pietro è stato il primo Papa della storia, mentre San Paolo con le “lettere paoline” ci ha definito la dottrina della Salvezza di Gesù. Sono i due Santi Patroni della Chiesa di Roma e si celebrano il 29 giugno. Roma, Cristo, Paolo e Pietro sono quattro parole in perenne relazione. Roma è la civiltà, la stessa che vide la nascita di Cristo e che lo ha alla fine accolto; Pietro e Paolo permisero la diffusione del cristianesimo e la nascita della Chiesa Cattolica.

28 giugno 2016

Ciao Bud, ora insegna agli angeli come scazzottarsi


di Alessandro Rico

Da quarant’anni a questa parte, il volto, le espressioni, la stazza, le battute e i cazzotti di Bud Spencer fanno parte dei ricordi d’infanzia (e dei momenti di evasione in età matura) dei tanti, italiani e stranieri (soprattutto tedeschi), che lo hanno amato. Senza esagerazioni retoriche, crediamo di poter dire che con lui se ne va un pezzo di noi. O forse Bud ci è ora più vicino, se è vero quel che ci promette la nostra fede, la fede che questo gigante buono, uomo vulcanico ed eclettico, di recente aveva raccontato in modo stupendo: «Credo in Dio, è ciò che mi salva. E prego. Perché? Perché riconosco in modo sempre più forte come sia nulla ciò a cui prima attribuivo un grande valore. Lo sport, dove volevo affermarmi, la popolarità. Chi si inorgoglisce per queste cose, chi insegue solo il successo, la fama, è un idiota». Con parole semplici e sincere, Bud Spencer è riuscito a spiegare che cos’è la Sapienza: «Vanità delle vanità, tutto è vanità» (Qo 1, 2), fumo negli occhi. Solo Gesù salva. Chi va dietro al mondo è come la volpe, che magari sa tante cose e si crede furba, mentre chi cerca il tesoro che «né tignola né ruggine consumano» (Mt 6, 20), è come il riccio, che sa una sola cosa, ma grande.
Quante altre generazioni rideranno a crepapelle per quelle scene leggendarie! Il coro dei pompieri, quando Bud e Terence venivano tallonati da un serial killer maldestro; la cena tra abiti kitsch e fiumi di whiskey in “I due superpiedi quasi piatti” («vai Galina, razzola!»); il naufragio nel Pacifico con la barca della marmellata Puffin («solo Puffin ti darà forza e grinta e volontà»). E ancora, la Dune Buggy, birra e salsicce, le frittate con dodici uova e le padellate di fagioli. Non basterebbero dieci pagine per rievocare tutti i momenti più divertenti. Scorrendo nel pensiero questi frammenti di cinema, scende giù una lacrima di malinconia: come quando parte per sempre un pezzo di cuore, o cala il sipario su un’età della vita. Come se ad andarsene fosse stato il nonno di tutti.
La vita di Bud Spencer, al secolo Carlo Pedersoli, è stata straordinaria. Nato a Napoli nel 1929, campione e recordman di nuoto, per anni visse e lavorò in Sud America facendo praticamente di tutto (altro che la generazione Erasmus). Iniziò la carriera di attore per caso, per caso costruì con Mario Girotti una delle coppie cinematografiche più riuscite. I due si costruirono un profilo internazionale recitando in inglese (in italiano furono doppiati da Glauco Onorato, Pino Locchi e Michele Gammino) e coniando dei nomi d’arte: uno perché amava la birra Bud e Spencer Tracey, l’altro perché leggeva Terenzio e per via delle iniziali della mamma, Hildegard Thieme, oriunda di Dresda. Bud Spencer amava definirsi un dilettante, capace di fare alla buona un po’ di tutto, dall’operaio al musicista (addirittura, sul set di un film s’improvvisò pilota d’aereo, seminando il panico nella troupe). Ci teneva a ribadire che i film girati con l’amico Terence facevano ridere senza mai diventare volgari e che trasmettevano sempre un messaggio di giustizia: stare dalla parte degli oppressi con poche chiacchiere, tanto cuore e qualche pugno – memorabile la scena di “Porgi l’altra guancia” in cui il missionario Bud rimprovera col motto evangelico il confratello Terence, che aveva percosso uno sgherro. Poi il cattivo tenta di colpire di nuovo, ma Terence schiva il cazzotto, che centra Bud, il quale ricambia con un pauroso manrovescio. «Ma tu adesso perché l’hai colpito?», reclama Terence. E lui: «Perché ha sbagliato guancia». Bud Spencer è entrato così, per decenni, nelle nostre case: con buonumore e spensieratezza, con la tempistica comica del perfetto caratterista (peraltro capace di interpretare ruoli ben più impegnativi), ma anche con il vivido senso della differenza tra bene e male (sebbene i cattivi spesso ispirassero tenerezza, tra denti sputati e nasi rotti). La sua filosofia di vita, dichiarava, era il “futtetenne”, titolo di una canzone da lui composta: accettare con pazienza difficoltà e amarezze, conservando il senso del mistero. «Non temo la morte. […] Da cattolico, provo curiosità, piuttosto: la curiosità di sbirciare oltre, come il ragazzino che smonta il giocattolo per vedere come funziona. Naturalmente è una curiosità che non ho alcuna fretta di soddisfare, ma non vivo nell'attesa e nel timore».
In effetti, l’esempio più fulgido, l’attore napoletano lo ha regalato alla fine. Prima di spirare, ai familiari che lo circondavano al capezzale ha detto: «Grazie». E la sua gratitudine l’ha espressa decine di volte al pubblico che lo adorava e al quale sosteneva di dovere tutto. Quest’omone che tanto ha dato, si è congedato ringraziando per quello che ha avuto. E noi siamo sicuri che, alle porte del Paradiso, il buon Pietro non abbia avuto proprio il coraggio di lasciarlo fuori. Si sarà ricordato di quella scena in cui Bud e Terence bussano al club del cattivo di turno. «Apri», intimano allo scagnozzo, che li schernisce: «Perché? Altrimenti v’arrabbiate?». Ma loro: «Siamo già arrabbiati».
Ora Bud sa se anche gli angeli mangiano fagioli. E di Trinità finalmente vede quella vera.

27 giugno 2016

Questa Europa è già finita. Fatevene una ragione

di Giuliano Guzzo

Incredulità, sfuriate contro l’elettorato «ignorante», surreali petizioni per nuovi referendum (senza che vi sia stata l’ombra di brogli): il voto del popolo inglese per l’uscita dall’Unione europea ha mandato in tilt tutto un sistema; quello dei mercati, della politica internazionale e degli innumerevoli maggiordomi travestiti da giornalisti che, in molti casi, assumono pure comici per non dire penosi atteggiamenti da intellettuali. Ora, in attesa che la Gran Bretagna venga travolta da catastrofi (quelle che, a detta di alcuni, toccherebbero a chi saluta Bruxelles), una considerazione è d’obbligo: qual è l’Europa che gli inglesi si apprestano ad abbandonare? Quella dei cristiani Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi e Robert Schuman? Suvvia, non prendiamoci per i fondelli. «Tutti i paesi dell’Europa – scriveva proprio Schuman – sono permeati della civiltà cristiana. Essa è l’anima dell’Europa, che occorre ridarle». Credo che decenni di esperienza abbiano ampiamente dimostrato, purtroppo, il contrario.

Infatti non solo l’Europa non ha affatto ritrovato la sua anima cristiana, ma lavora incessantemente contro il Cristianesimo, come dimostrano una serie impressionante di riscontri; per citarne solo un paio si pensi all’indegno rifiuto del riconoscimento delle radici cristiane – allora richiesto da San Giovanni Paolo II in persona – oppure a tutte le (decine) volte in cui cattolici e Santa Sede, ben più di Paesi in cui vi sono dittature e i diritti umani sono quotidianamente calpestati, sono finiti nel mirino dei signori di Bruxelles (raccomando a chi volesse saperne di più un libro di Roccella e Scaraffia: Contro il cristianesimo: l’ONU e l’Unione europea come nuova ideologia, Piemme 2005). Nella migliore delle ipotesi, insomma, l’Unione europea che la Gran Bretagna – sia pure per ragioni non legate all’ambito religioso – si appresta a salutare è un costoso e laicista carrozzone del quale c’è ben poco da salvare. Fa francamente pure sorridere la tesi secondo cui l’Unione europea sarebbe un valore perché, grazie ad essa, non vi sono stati più conflitti.

Ora, a parte che l’assenza di conflitti armati non implica l’assenza di conflitti (nel 2016 le invasioni ai danni di uno Stato sono anche e soprattutto economiche…), sarebbe da capire quale sia stato, per esempio il ruolo svolto dall’Europa contro la guerra in Libia o contro quella in Ucraina, oggi in mano ad un governo corrotto e miserabile subito, però, presentato come ottimo. Allo stesso modo, andrebbe compreso se la Germania, il “faro europeo”, non sia lo stesso Paese il cui Governo si è finora ben guardato dal rispondere all’appello-denuncia contro l’embargo alla Siria per sanzioni – che l’Unione europea appoggia ed elenca (cfr. The European Union and Syria, doc. 131018/01: 5/2/2015) – in teoria contro il regime ma le cui conseguenze, manco a dirlo, gravano anzitutto sull’affamato popolo siriano. E ancora, andrebbe compreso se l’Europa che dovremmo proteggere non è la stessa che favorisce in ogni modo politiche abortiste e contro la natalità (nella “pacifica” Europa si effettua un aborto ogni 11 secondi).

Il tutto, si badi, rigorosamente contro il proprio interesse dato che l’Europa – come tutti gli specialisti sanno bene – si presenta al momento come un Continente demograficamente finito nonostante i consistenti arrivi di immigrati, tanto che il Vecchio Continente – secondo le proiezioni del Pew Research – è «l’unica regione» del pianeta (!) destinata ad assistere alla riduzione «della propria popolazione totale fra il 2010 e il 2050» (The Future of World Religions: Population Growth Projections, 2010-2050, “Pew–Templeton”, p.147). Per la precisione, saranno seppelliti – senza essere rimpiazzati da nuovi nati – 46 milioni di europei, suppergiù gli stessi morti durante la Seconda guerra mondiale. Almeno si starà tutti più comodi e larghi, commenterà lo stolto. Chiaramente non tutto ciò è responsabilità diretta dell’Unione europea, ma senza alcun dubbio nessuno – proprio nessuno – provvedimento europeo risulta finalizzato a contrastare questa, che è davvero una catastrofe: altro che storie.

Concludendo, sarebbe sciocco, ingenuo e semplicistico addebitare all’Unione europea o all’Euro (che pure non c’entra col referendum inglese) tutti i mali del mondo. Allo stesso tempo, però, è fuori discussione come il sistema europeo oggi difeso a spada tratta dai vari Monti e Napolitano, o dai Saviano e Severgnini, sia un progetto fallito e con enormi responsabilità. E pensare che quasi dieci anni fa – precisamente nel marzo 2007 – un signore fotografò alla perfezione buona parte del disastro attuale. Era Papa Benedetto XVI: «Sotto il profilo demografico, si deve purtroppo constatare che l’Europa sembra incamminata su una via che potrebbe portarla al congedo dalla storia. Ciò, oltre a mettere a rischio la crescita economica, può anche causare enormi difficoltà alla coesione sociale e, soprattutto, favorire un pericoloso individualismo, disattento alle conseguenze per il futuro. Si potrebbe quasi pensare che il continente europeo stia di fatto perdendo fiducia nel proprio avvenire».

«Una comunità – aggiunse ancora Ratzinger, rivolgendosi ai partecipanti ad un convegno dedicato a “Valori e prospettive per l’Europa di domani”. – che si costruisce senza rispettare l’autentica dignità dell’essere umano, dimenticando che ogni persona è creata ad immagine di Dio, finisce per non fare il bene di nessuno». Queste le parole di colui che probabilmente è il più grande pensatore vivente mentre in televisione, in questi giorni, sentiamo gente sproloquiare dicendo che se la Gran Bretagna lascia l’Europa sarà un bel guaio per tutti gli studenti desiderosi di recarvisi tramite il Progetto Erasmus: c’è dunque chi ieri indicava la Luna e chi, ancora oggi, è tragicamente fermo al proprio dito. Dato che però quelli fermi al proprio dito sono molti più e soprattutto molto più ascoltati, paradossalmente, di un uomo come Benedetto XVI, appare molto difficile abbandonare l’idea che la fuoriuscita della Gran Bretagna, oggi, sia davvero l’ultimo problema di quest’Europa senz’anima e senza futuro.

Giuliano Guzzo

L'élite fra la liturgia e la Cia


di Amicizia San Benedetto Brixia

Gli uomini della CIA dettero questa descrizione, relativa al loro concetto di elitarismo:

La difesa dell'"alta" cultura, organizzata da gente come Angleton, era un fatto automatico. "Non ci sarebbe mai capitato di denunciare qualcuno o qualcosa come troppo di élite", disse una volta Irving Kristol. "L'élite eravamo noi, i pochi fortunati, eletti dalla Storia a guidare i nostri simili verso la redenzione secolare". Formatisi alla cultura modernista, questi membri dell'élite adoravano Eliot, Yeats, Joyce, Proust. Consideravano loro missione "non dare al pubblico quello che chiede, ma quello che deve avere, attraverso i più intelligenti dei suoi membri. In altri termini l'alta cultura era importante non solo come linea di difesa anticomunista, ma anche come bastione contro la società di massa omogeneizzata, contro quello che Dwight Macdonald vedeva con orrore come "la melma della Cultura di Massa che tutto inonda". (F. Stonor Saunders, Gli intellettuali e la CIA, Fazi Editore, Roma 2007, p.224)

La citazione è interessantissima ed ambigua. E' corretto tale concetto di elitarismo? E' cristiano? E' liturgico? C'è qualcosa di vero nell'idea di dover "dare al pubblico" non "quello che chiede, ma quello che deve avere". D'altra parte, chi stabilisce cosa debba avere il pubblico? E ancora, quale sarebbe alternativa all'élite: l'omogeneizzazione della massa? Qui si affondano gli imperituri problemi legati al ruolo della cultura e del senso comune, della gerarchia e del popolo.

Controlliamo le applicazioni possibili ad un primo e veloce esame. Curioso come queste prospettive intersechino le due forme rituali latine. Propongo di individuare pochi temi e di formulare, per ognuno di essi, alcune domande aperte.

Prima questione: la democratizzazione liturgica. L'opportunità di tornare alla Missa antica deve superare l'apprezzamento del popolo? Più onestamente, la scelta di imporre il vernacolo e la riforma liturgica tenne conto del popolo?

Seconda questione: il gruppo elitario alla guida. Quanto conviene che un gruppo elitario influenzi il popolo? La Chiesa è compatibile con l'élite? Quale élite o quale fonte decide "cosa debba avere il pubblico"? Può un team di intellettuali assolvere a tale ruolo nella Chiesa? Può la Tradizione nella sua viva continuità esprimere un simile compito? La riforma liturgica di Paolo VI fu svolta piuttosto nell'orizzonte della Tradizione o in quello dell'intellettualismo elitario? In che misure?

Terza questione: l'omogeneizzazione di massa. La liturgia quale forma di omologazione deve favorire? Si distingue tra popolo e massa? Quali criteri ci dicono se stiamo formando un popolo per Dio o se stiamo soccombendo a canoni globalizzanti che massificano tutto e tutti: assemblea e sacerdoti, gesti e dottrine?

La citazione è tratta da un testo che riflette sulla Guerra Fredda culturale e quindi sul contrasto tra una visione comunista ed una capitalista. Vogliamo avere sempre sott'occhio questa situazione: la cultura contemporanea è tenuta in scacco da e tra due movimenti acattolici e in gran parte anticristiani. La Chiesa in che relazione sta rispetto ad essi? Gli si contrappone, soccombe, ne è assimilata, ne è neutralizzata, li provoca, li evita o che altro?

Dalla risposta che diamo all'ultimo grosso interrogativo dipenderà la lucidità di reazione alle tre questioni su esposte; dalla puntualità e consapevolezza in faccia a tali provocazioni culturali dipenderà la convenienza nel favorire uno sviluppo liturgico significativo e arricchente.

26 giugno 2016

Benvenuti nel Mondo Nuovo di Huxley


di Alfredo Incollingo

Nel 1932 lo scrittore inglese Aldous Huxley pubblicò il celeberrimo “Il mondo nuovo”, una distopia letteraria su un'umanità tecnocratica e bionica, asservita ad una concezione asettica e “drogata” dell'esistenza. Fantasia o profezia? La domanda viene spontanea perché oggi stiamo assistendo a rivoluzioni antropologiche che hanno molto in comune con le descrizioni allucinanti di Huxley. Lo stesso autore, molti anni dopo la pubblicazione del romanzo, ammise in un saggio ("Ritorno al mondo nuovo") che alcune delle sue “fantasie” si stavano rivelando concrete. Il futuro inquietante che “Il nuovo mondo” ci prospetta a questo punto non sembra poi tanto lontano.
Aldous Huxley è probabilmente il volto notorio della “beat generation” inglese, quel gruppo di autori libertini e “new age” tanto di moda durante i decenni della (tragica) contestazione generazionale. “Huxley” è un cognome importante e rinomato, una famiglia di artisti e scienziati: il fratello di Aldous, Andrew, vinse addirittura nel 1963 il Premio Nobel per la Medicina. Gli Huxley furono i paladini del movimento umanista, laico e filantropico nato nei primi decenni dell'Ottocento, mai smettendo la loro veste progressista anche in tempi più recenti. Aldous, sulla scia degli avi, fece altrettanto, schierandosi con la contestazione e propagandando la sua filosofia millenaristica, fatta di droghe e spiritualità orientale. Aborto, eugenetica, eutanasia e le altre “diavolerie” moderne furono “diritti” difesi dalla polemica penna dello Huxley. Sorgono spontanee alcune domande: le intuizioni de “Il nuovo mondo” sono frutto della sua formazione culturale? Oppure sono delle previsioni intelligenti sull'andamento della modernità, avendo compreso in anticipo quali sarebbero state le future trasformazioni antropologiche? Oppure sono delle vere e proprie descrizioni di interventi politici pianificati in altre sedi? I dubbi rimangono, pensando al contesto in cui Huxley è cresciuto.

Ne “Il nuovo mondo” si racconta un futuro anomalo e disumano. La tecnica governa le vite umane, che sono uniformi e diversificate in caste. Si nasce in serie, senza troppe distinzioni sessuali e si vive in un mondo ovattato, grazie al benessere gratuito e a dosi massicce di droghe. Gli ultimi (veri) esseri umani sono rintanati in riserve, disprezzati dai “civili” e considerati alla stregua di animali: è un concentrato di scienza, di economia e di psicologia. In “Ritorno al nuovo mondo” Huxley ritorna sul romanzo molti anni dopo ravvisando nella sua epoca la concretizzazione delle sue “fantasie”.
Dall'uso smodato della pubblicità al dramma della droga lo scrittore passa in rassegna tutti i temi trattati nel suo romanzo e dichiara come questi si siano riproposti similmente nella realtà. Quello che ci aspetta, afferma, è un futuro totalitario, peggiore forse di quello ideato nella sua opera. La libertà è in pericolo per la minaccia di un potere occulto e subdolo che si mostra “buono” nascondendo il suo volto truce. Il benessere, i beni materiali e l'uso smodato della scienza hanno determinato, secondo Huxley, un governo occulto capace di dominare psicologicamente l'essere mano, lasciandogli poca libertà o condendone una illusoria.
Verità o falsi timori? Il gender, i “matrimoni” omosessuali, la piaga dell'aborto e le altre amenità che noi conosciamo sono il prodotto di una “cultura della morte” che in breve potrebbe sommergerci. Sembriamo forti, ma siamo deboli all'interno e qualsiasi minaccia interna o esterno non incontrerebbe ostacoli ad un facile dominio.
“Il nuovo mondo” e “Ritorno al nuovo mondo” andrebbero letti con queste convinzioni, che ciò che è scritto non è frutto dell'immaginazione, ma la possibilità di un futuro angosciante.

25 giugno 2016

Il Brexit si ferma al vallo di Adriano


L’INGHILTERRA PRIMA DELLA BREXIT, L’INGHILTERRA PRIMA DELL’INGHILTERRA

Et maiores et posteros vestros cogitate.
(Tacito, Agricola)

di Matteo Donadoni
“Matteo, ma cosa diavolo stai facendo?” – Mi disse sconvolta mia moglie, trovandomi commosso nel giardino dello straordinario museo archeologico di Vindolanda, sul Vallo di Adriano, dove avevamo passeggiato quella mattina, in un fresco ed insieme soleggiato agosto inglese. Pietrificato, come un busto romano con le lacrime agli occhi, in un infrangibile sentimento, ero immobile di fronte ad una vecchia lapide di marmo che recitava l’onore, il compianto ed il ringraziamento del Governo Britannico a tutti i quei legionari romani eroicamente caduti in difesa dell’Inghilterra. Surreale quanto vero.

Tacito nell’Agricola narra le gesta dei soldati romani impegnati a difendere i confini di quella che all’epoca si chiamava Britannia, un territorio impervio sottratto alle ostili tribù locali. I feroci Picti, scampati senza danni né migliorie alla fine del neolitico. Anni dopo, quando ormai il territorio era pacificato sotto il vessillo di Roma, iniziarono i lavori per la costruzione di un grande muro, terminato intorno al 128 d.C. dal governatore Aulo Platorio Nepote sotto l’imperatore Adriano. Un’opera immensa, detta Vallo di Adriano, lunga 120 km con pareti alte cinque metri che tagliava l’intera Isola da est a ovest, dividendola in due parti, allo scopo di arginare le incursioni dei barbari, che furono costretti a ripiegare in Caledonia (attuale Scozia). Noi non lo sappiamo, non ce lo ricordiamo più, ma gli Inglesi sì. E’, questo mio, un modo per approfondire come diversamente da noi ragionino oltremanica.

Se si guarda la carta geografica, pressoché la divisione fra chi ha votato Brexit o Remain. A rovescio.

Ma, dato che verranno versati fiumi d’inchiostro, prima che di denaro – speriamo non di sangue – mi limito ad un pezzo corto come il lancio di un pilum. Anche io a modo mio, a rovescio, voglio ringraziare oggi il coraggioso popolo britannico, per essersi conquistato senza colpo ferire, come ha detto Nigel Farage, ma con un semplice tratto di penna, il proprio Independence Day. Il 23 giugno 2016 potrebbe essere la data di inizio per ricominciare, almeno a pensare, che la libertà politica possa esistere ancora. Anche per i nipoti di quei tanti ragazzi che riposano. Lassù, al Vallo.

24 giugno 2016

Brexit. Scricchiola la moderna Torre di Babele

Parlamento di Strasburgo e Torre di Babele
di Giorgio Usai

Ormai da lungo tempo è diventato un "mantra" che non si possa più fare teologia della storia e che gli accadimenti storici siano slegati e sfuggano al controllo e al potere di quel "Signore della Storia" rivelato nelle Scritture, poi però avvengono fatti come la Brexit e la memoria va subito all'episodio della Torre e della Città di Babele e quelle considerazioni lasciano spazio a nuovi modi di guardare a quella stessa storia che ci è stata tramandata e di cui siamo anche parte.

Partiamo dalla spiegazione dell'episodio tutt'altro che banale appoggiandoci all'esegesi fatta da fr. Emanuele Testa, di Genesi 11,1-9: il racconto è ambientato all'epoca dei grandi imperi della Mesopotamia e al versetto 1 recita: "la terra aveva un'unica lingua", ma il versetto non parla affatto di "lingua" (lashon) ma di un "solo labbro" (safah ehat) e di una "Città" e di una "Torre" che erroneamente evoca un edificio religioso, tipo le immense ziggurat, perchè il termine "migdal" che viene tradotto con "Torre" indica un edificio di tipo militare, un baluardo di difesa privo di connotati religiosi di cui erano dotate le città più significative di quel periodo storico.

Il contesto è politico, non religioso. L'espressione "un solo labbro e uniche parole"(dabar) ricorre spesso in documenti di corte Assira, che indicava con tale termine la pacificazione che seguiva alla conquista militare del grande impero, che sradicando e deportando i popoli conquistati li privava della loro lingua e della loro identità culturale al fine di sottometterli e utilizzarli come manovalanza. La stessa costruzioni di una nuova Città era il modo in cui si celebrava una nuova dinastia al potere o una grande impresa militare oltre che uno dei due modi in cui ci si faceva un "nome" duraturo nell'antichità (l'altro era la discendenza).

A fronte di questo progetto vi è il modo differente in cui il Popolo che tramanda questo racconto, Israele, vive e agisce. L'idea del versetto 3 di costruire con "mattoni" a differenza di Israele che usava la pietra data da Dio, mette in luce la sproporzione tra grandiosità dei progetti e mezzi per realizzarli. L'affermazione "che toccasse il cielo" contrapposto al fatto che al versetto 5 Dio per accorgersene "debba scendere dal cielo" indica la velleità di certe costruzioni umane.

Sin qui il racconto, ma è soprattutto la teologia sottesa che presenta in modo paradigmatico il pensiero di Dio rispetto al sogno totalitario degli imperi che si alternano in area mesopotamica: il peccato di voler ridurre tutta la terra a un'unica lingua ed uniche parole (oltre che un'unica moneta) provoca Dio a intervenire e a vanificare questo tipo di progetto, impedisce la costruzione della città e della torre e obbliga le nazioni a disperdersi su tutta la terra.

L'idea è quella di una salvaguardia dell'uomo da parte di Dio, non di una punizione, il motivo è la contrarietà agli imperialismi massificanti e totalitari che eliminano i popoli e le loro specificità (non dimentichiamo che il finale della storia in Apocalisse 21,4 parla di Popoli al plurale e in 21,24 di Nazioni, mai di un solo Popolo e di una sola Nazione in cui sono confluiti tutti gli altri ...). L'importanza di questo episodio e il fatto che ci sia stato tramandato è data dall'azione di Dio che si verifica ogni qual volta che si riproduce lo stesso tipo di dinamica.

Veniamo all'oggi: è innegabile che la costruzione Europea egemonizzata dalla Germania sempre desiderosa di un Reich tenda a cancellare autonomie, particolarismi e identità per farle convergere in un'unica moneta, in una sola prospettiva economica, in regole che valgono indistintamente ad ogni latitudine, applicate da una classe di euroburocrati insensibili alla voce democratica dei popoli.

Certo forse può sembrare esagerato considerare la "Torre" della BCE a Francoforte alla stregua della Torre che quale rocca militare signoreggiava sulla Città, e sicuramente non conviene identificare i Draghi e le svariate altre "bestie" antidemocratiche che vi siedono come quei Draghi e Bestie di cui si inebriarono le nazioni e i governanti della terra in Apocalisse 18, però resta un fatto che può e deve confortarci: ogni qualvolta sorgono questo tipo di progetti egemonici che sottraggono la speranza a intere generazioni riducendole alla disoccupazione, nascondendogli i loro veri interessi nazionali attraverso la tirannia del denaro usato come "malta e mattoni" per defraudarli della loro identità e delle loro legittime autonomie, sorge e sorgerà il Pantokrator a ristabilire, attraverso altri uomini, il corretto andamento del mondo.

San Giovanni Battista, la “voce nel deserto” che annunciò la venuta dell'Agnello di Dio


di Alfredo Incollingo

Non si può parlare di Gesù senza menzionare Giovanni Battista. Sono personalità affini e complementari: fu il Battista a riconoscere per primo in Cristo il Messia atteso e profetizzato dall'Antico Testamento, così come fu sempre questi a predicare la venuta dell'Agnello di Dio che ci avrebbe liberati dal male e dal peccato.
San Giovanni Battista è quindi un santo "veterotestamentario" che ci aiuta a comprendere la personalità di Gesù: la sua predicazione ha annunciato l'imminente nascita del Figlio di Dio e la necessità di purificarsi per prepararci alla Salvezza. Ritiratosi nel deserto, vivendo da indigente (cibandosi di locuste e miele selvatico e vestendo peli di cammello, racconta il Vangelo secondo Matteo) e in preghiera, predicò alle genti e somministrò nelle acque del fiume Giordano il battesimo.

Era un rito conosciuto agli ebrei, specie se somministrato con l'abluzione rituale: la novità era nella sostanza del rito, un atto di conversione alla fede che il Battista andava annunciando. Coloro che si fecero battezzare si prepararono ad accogliere Cristo. “Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico e predicava: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non sono degno di chinarmi per sciogliere i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma Egli vi battezzerà con lo Spirito Santo” (Mc, 1, 6-8)“

San Giovanni segna uno spartiacque nella storia di Israele: avverte il popolo che il Messia è giunto e invita gli ebrei ad accoglierlo quando si paleserà. Gesù è pienamente conscio dell'importanza che il Battista ha per la sua vita, infatti si reca presso il Giordano per ricevere dalle sue mani il battesimo come gesto di riconoscimento: il santo lo battezza e annuncia ai suoi seguaci che Lui è il Messia atteso, l'Agnello che si sacrificherà per salvarci dal peccato.
Ma costoro non sembrano accettare le sue parole e vanno dal loro maestro a riferire che Gesù sta somministrando battesimi “illegittimamente”: “Nacque allora una discussione tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo riguardo alla purificazione. Andarono perciò da Giovanni e gli dissero: «Rabbi, colui che era con te dall'altra parte del Giordano, e al quale hai reso testimonianza, ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui». Giovanni rispose: «Nessuno può prendersi qualcosa che non gli è stato dato dal cielo. Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui. Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io diminuire. (Gv 3, 25-30) “

La personalità del Battista si riassume in questi due verbi, “crescere” e “diminuire”: a Giovanni è stato affidato da Dio il compito di preparare l'imminente arrivo del Messia, ha convertito i cuori e ha predicato. Gesù si è palesato alle folle ed è Lui che porta a compimento l'opera di conversione, “battezzando nello Spirito”.
Sappiamo dai Vangeli che il legame tra San Giovanni Battista e Gesù persistette anche dopo l'episodio del Giordano. Non è una figura che si è eclissata subito, ma lentamente. Nel Vangelo secondo Matteo alcuni discepoli del Battista vengono inviati per constatare la veridicità delle sue opere e delle sue parole. A sua volta Gesù manda i suoi Apostoli a riferire a Giovanni ciò che egli ha compiuto: miracoli, ovvero miracoli e resurrezioni. Sono prove della sua divinità e del fatto che Lui è il vero Messia.

I vangeli ci parlano del suo martirio: dopo aver criticato la cattiva condotta del re Erode Antipa che conviveva con la cognata Eriodade, rimasta vedova, fu imprigionato e, per volere della figlia Salomè (su istigazione di Eriodade), venne decapitato. La colpa fu di aver criticato l'unione incestuosa tra sua madre e lo zio Erode.
Perché lo si venera come “Santo”? Giovanni fu certamente un martire in odio della propria fede, che proclamò . Un'antica tradizione inoltre, attestata dai Vangeli (Matteo, in particolare), lo vuole assunto in Cielo durante l'Ascensione di Gesù quando i sepolcri di uomini santi furono aperti e le loro anime entrarono nella Città di Dio.

23 giugno 2016

Elogio della storia della Chiesa


di Fabrizio Cannone

Nel lontano anno domini 2000 lo storico Roberto de Mattei notava, in margine ad un’opera sul grande Pontefice Pio IX, che “il punto debole del pensiero cattolico del XX secolo sia proprio quello storiografico”, senza però escludere con ciò altrettante debolezze come quelle da ravvisarsi nella catechesi, nella teologia dogmatica, morale e pastorale, nella cultura, in politica, etc. E continuava scrivendo così: “Di fronte a una storiografia laica aggressiva, militante, documentata, gli studi cattolici hanno oscillato tra un’apologetica priva di basi scientifiche e spesso meramente sentimentale e studi di indubbio rigore critico, ma viziati da complesso ideologico, se non addirittura da adesione alle tesi di fondo della storiografia liberal-marxista” (cf. Pio IX, Piemme, 2000, pp. 12-13).
Il giudizio è ineccepibile ora come quando lo leggemmo, per la prima volta, 16 anni fa. Esso anzi continua ad essere tristemente attuale e ancor più angoscioso in questo primo scorcio del secolo XXI. Riguardo al secolo XX invece, giova apportare una ulteriore distinzione. In effetti una storiografia cattolica, né meramente devozionale, né priva di basi scientifiche, né succube alla storiografia laica (liberale e marxista) esistette nel primo Novecento, ma soprattutto come prosieguo delle immense opere storiografiche del XIX secolo. Riguardo all’Ottocento infatti si pensi, per non citare né le riviste ecclesiastiche, né i Dizionari teologici (contenenti ampie sintesi storiche luminose) ai vari Hefele (1809-1893), Hergenroether (1824-1890), Pastor (1854-1924), e in Italia a Pietro Balan (1840-1893) e Cesare Cantù (1804-1895). Cinque nomi tra i tanti che da soli riempirebbero più di una biblioteca!
Questi autori nati e vissuti lungo i pontificati rinnovatori di Pio IX (1846-1878) e Leone XIII (1878-1903), ebbero degli allievi i quali, in un modo o in un altro, ne continuarono il lavoro – con lo stesso spirito – e questo sino alla metà del XX secolo, o se vogliamo fino ai pontificati di Pio XII (1939-1958) e di Giovanni XXIII (1958-1963). Un esempio di questi continuatori novecenteschi della grande storiografia cattolica ottocentesca, con la sua doppia valenza scientifica e apologetica, critica e teologicamente fondata, si ha per esempio, per citare solo le opere sistematiche di storia della Chiesa, in mons. Luigi Todesco e in Bihlmeyer-Tuechle.
Dopo la svolta conciliare (1962-1965), la teologia cattolica in tutti i suoi rami – ove più (l’esegesi) ove meno (il diritto canonico) – subì una sorta di “auto-secolarizzazione” (Ratzinger), e la storiografia cattolica scientifica, già vecchia di almeno un secolo, iniziò celermente a soffrire di quel complesso ideologico sopra menzionato che finì o per confonderla con la storiografia atea (che nega decisamente ogni apporto storico del sovrannaturale, per esempio nella biografia dei santi) oppure si riduce a macchiettismo storico-devoto, senza nervi, senza slanci, senza affermazioni o negazioni forti.
Un autore del tutto dimenticato e che proprio nel caos di oggi può far riscoprire la grande storiografia cattolica italiana, è mons. Umberto Benigni (1862-1934), docente di scienze storiche nelle Facoltà teologiche romane e collaboratore di primo piano di Papa Pio X (1903-1914). Noto soprattutto come fondatore del Sodalitium Pianuum, una sorta di contro-spionaggio cattolico per combattere il modernismo, mons. Benigni non è punto riducibile a ciò che lo rese più celebre e meno apprezzato. Il Benigni fu infatti un sociologo, un osservatore politico attento al panorama internazionale, un giornalista battagliero e moltiforme, uno studioso capace e un professore di lungo corso al Seminario Romano e all’Apollinare (dove ebbe come studenti don Ernesto Buonaiuti, e i futuri Pio XII e Giovanni XXIII).
La sua opera di più largo respiro è senza dubbio la Storia sociale della Chiesa pubblicata in numerosi volumi presso l’editore Vallardi dal 1906 al 1933. Il primo volume, uscito per la prima volta esattamente 110 anni fa, è appena stato riedito in forma anastatica e costituisce una miniera preziosa per tutti coloro che amano la Chiesa, l’opera della redenzione iniziata da Cristo e le scienze storiche (Umberto Benigni, Storia sociale della Chiesa. La preparazione: dagli inizi a Costantino, Centro Librario Sodalitium, 2016, pp. 456, € 20).
Di un’opera di oltre 400 pagine fitta di note e di bei ragionamenti non è facile esporre neppure a grandi linee i contenuti. Due punti fermi però vengono messi da Benigni a fondamento della sua ricerca, e vista la loro attualità, e in fondo per chi crede perennità, vale la pena di vederli in poche parole. Anzitutto il legame tra religione cristiana e civiltà umana. Nulla aiuta di più lo sviluppo della civiltà che la diffusione del cristianesimo: “la vera religione è la vera moralità senza di cui la civiltà non può essere che parziale e materiale, quindi manchevole nel più e nel meglio della vita sociale” (XIII). Sarebbe una banale asserzione per uno storico cattolico, se non fosse un’affermazione rarissima presso gli storici cattolici. “La religione è l’anima della civiltà, e tutto il resto non è che il corpo” (p. XIV).
Inoltre Benigni stabilisce, come criterio orientativo della ricerca storico-ecclesiastica, una distinzione che gli è propria tra il Regno della Chiesa ovvero la vita spirituale dei fedeli, cosa anzitutto interna, e l’Impero della Chiesa ovvero la vita esterna della comunità cristiana, comprendente in specie l’influenza morale sociale e politica del cattolicesimo presso l’umanità presa come tale. “L’impero della Roma cristiana, della Roma cattolica e papale, si è esplicato e si esplica in tutta la sua irradiazione della sua vita esterna. La sua forza e il suo prestigio intellettuale e morale, la sua influenza diretta e indiretta nel mondo, il suo peso che preme, vogliano o no, nella bilancia de’ suoi stessi nemico: ecco, propriamente, l’impero della Chiesa” (p. XVI)
Esiste quindi una corrispondenza biunivoca tra il Regno della Chiesa e il suo Impero. Tutti ammetterebbero che maggiore è la vita spirituale dei battezzati e maggiore sarà l’influenza cattolica del mondo. Ma la corrispondente, nell’ultimo cinquantennio teologico, non è più ammessa da alcuno e pertanto essa è decisiva: maggiore sarà la forza e il prestigio politico e sociale del cattolicesimo romano, e maggiore sarà, per forza di cose, la santificazione del gregge e dunque l’innalzamento della civiltà. Il corpo ha bisogno dell’anima certo, ma anche l’anima – almeno sulla terra – ha bisogno del corpo per non vagare nell’etereo… Le conseguenze di ciò sono attualissime e di tutto rilievo: i cattolici non debbono seguire i comandamenti solo per piacere a Dio, ma debbono farlo anche nell’ottica di costruire la vera civiltà. E’ necessario poi, altra conseguenza tratta da Benigni, che “il clero sia stimato anche come dotto, pratico, diligente, civile, se vogliamo più libero ed efficace il suo ministero religioso” (p. XVII-XVIII). Attualissimo e futuristico, per un vero rinnovamento della Chiesa. Insomma gli spunti di sicuro interesse non mancano.
Se un fine studioso dell’antimodernismo cattolico e del rapporto tra cattolici intransigenti e fascismo italiano (ed europeo) come Emile Poulat, definì la Storia del Benigni come “critica”, “sociale” e “realista”, ciò dà la misura di quella serietà di indagine che si ricollega pari pari allo spirito critico dei Bollandisti (fatto proprio da Leone XIII) e che rifugge in pari tempo da fideismo, sentimentalismo, apologetica a buon mercato o “con l’accetta” (tutto nero e/o tutto bianco: mentre nella storia, anche ecclesiale, è il grigio a prevalere).
Se dovessimo noi, nel nostro nulla, definire con un sol termine la Storia benignana e la stessa attitudine mostrata dal Benigni nella sua opera complessiva, non dubiteremmo di definirla risolutamente moderna.
Come giustamente nota l’editore nella prefazione: “La sua era allora – e lo resta ancor oggi – un’opera estremamente moderna, cosa (apparentemente) paradossale in un antimodernista. Moderna nel proporre non un manuale di storia ecclesiastica, come ve n’erano tanti, ma una storia ‘sociale’ della Chiesa […]. Moderna nell’accogliere pienamente il metodo critico nella storia anche ecclesiastica, sicuro che una sana critica storica non sarebbe mai stata contro la Chiesa e la verità […]. Moderna, infine, nello stile inimitabile, ironico e arguto, dell’autore” (p. IV). Stile graffiante capace di produrre nel lettore attento perfino grasse risate per le continue attualizzazioni benignesche dall’età di Costantino ai nostri giorni.
Aggiungerei, e ciò vale molto, stante la leggenda nera di un Benigni tradizionalista reazionario che guarderebbe al passato, che la sua Storia (che sarà pubblicata anno dopo anno fino al 2020) è moderna anche nelle fonti e nei testi citati. Lui che spese la vita per il trionfo del cattolicesimo, fondandosi sull’idea che “la vera religione è la base ed il presidio della vera civiltà” (p. XIII), usò e citò senza scrupoli esagerati autori come Strauss, Renan, Harnack, Mommsen, Duchesne, e molti altri di scuole storiche e ideologiche diverse ed avverse.
La storia si sa è maestra di vita. E la Chiesa è maestra dei credenti. La storia della Chiesa dunque è doppiamente maestra, e questo per il legame indissolubile cristianesimo-civiltà, vale anche per gli agnostici gli atei e gli anticlericali del XXI secolo.

Il fallimento dell'euro



In un articolo di qualche tempo fa avete potuto leggere un campionario di citazioni, di economisti di ogni orientamento ideologico e degli stessi padri nobili dell’euro (Prodi su tutti), che affrontano il tema dell’unione monetaria europea: tutti, senza esclusione alcuna, concordano sul fatto che essa è un progetto politico, non economico, destinato a rivelarsi economicamente insostenibile e a generare crisi interne all’Eurozona, rendendo molto più difficile la reazione a shock esterni. Puntualmente, tutto questo si è avverato: è quasi impressionante leggere le previsioni di Kaldor e confrontarle con la diagnosi della crisi operata dal vicegovernatore della BCE, Vitor Constancio, nel 2013: esse sono praticamente coincidenti.

Da cosa è determinata questa crisi? Per molti osservatori la causa risiede nel debito, ma non quello privato; la colpa è tutta dello Stato che ha generato un disavanzo pubblico abnorme(*): la Grecia, per esempio, ha scialacquato tutto per vivere al di sopra dei propri messi, senza che l'euro abbia colpe in merito. La Moneta Unica al contrario ci avrebbe dato non pochi benefici, come il “dividendo”.
Al contrario le citazioni sopra riportate dimostrano la falsità di queste opinioni, tendenziose e infondate: se si dimostra la fallacia dell'euro, si viene automaticamente definiti “estremisti” e “statalisti” (come se fosse un insulto!).

Perché questo accade? Siamo purtroppo ancora accecati da un liberismo “straccione”, eredità della Guerra Fredda, che rifiuta il ruolo dei pubblici poteri salvo poi invocarli quando si tratta di tappare i propri buchi con i soldi dei contribuenti. Ma c’è, soprattutto, il cancro del moderatismo, l’ansia di rifuggire dal cosiddetto “estremismo”, la chiacchiera vuota sulle “riforme sociali” che si tramuta poi nell’adesione prona e idiota ai paradigmi politico-culturali dominanti e al luogo-comunismo dei benpensanti. Vi è, al fondo, un irrisolto complesso di inferiorità, la brama di essere accettati – almeno in questo – dalla dittatura del politicamente corretto, la pigrizia culturale che porta a riposare sulle certezze acquisite e sulla comodità dell’opinione comune, piuttosto che dedicarsi allo sforzo intellettuale in cerca della verità.

Quant'altra gente deve crepare per farci capire che l'unione monetaria è divenuta insostenibile? Aspetteremo che il nostro Paese diventi completamente deindustrializzato? A quale livello da fame dovranno ancora scendere i nostri salari, per renderci "competitivi" nei confronti dei Paesi del Nord? Perché vedete l'effetto dell'euro è proprio questo: agli shock si reagisce con aggiustamenti di reddito, cioè con la distruzione della domanda interna (austerità), e la svalutazione del lavoro (vi dice niente il Jobs Act?). L'austerità non ci è stata imposta perché chi ci governa è particolarmente sadico, ma perché era necessaria, né più né meno, affinché l'Eurozona non andasse in pezzi.
E non vanno tralasciati, più in generale, i principi ispiratori dell'attuale costruzione europea, che ogni cattolico degno di questo nome dovrebbe rifiutare con fermezza. Insomma, non è una bella istantanea, anche per la destra cattolica, soprattutto italiana, che si palesa disarmante in queste situazioni. C’è spazio per un cattolicesimo integrale, che rifiuti il moderatismo e l’abbraccio mortale con certo liberalismo, ma che al tempo stesso non cada nelle paranoie complottiste e nel frazionismo estremista e suicida? E’ quello che, nel nostro piccolo, ci sforziamo di fare su questo blog, anche se intorno a noi il quadro non è sempre incoraggiante.

(*) La crescita a debito degli ultimi decenni, che molti attribuiscono alle "politiche keynesiane”, è avvenuta in realtà soprattutto perché il lavoro è stato remunerato sempre meno, con la conseguente crisi del risparmio privato e l’esplosione del credito (debito) al consumo. Nell'Eurozona, tale fenomeno è stato ulteriormente accentuato dalla moneta unica, con un enorme debito (soprattutto privato) contratto dai Paesi periferici con quelli più forti (è il c.d. ciclo di Frenkel, che per i non specialisti è illustrato qui con brillante ironia da Alberto Bagnai). La spesa pubblica interviene semmai proprio per supplire alla carenza di domanda privata, e l'attuale crisi dell'Eurozona, come quella del 1929, è proprio una crisi di domanda. A proposito di retribuzione del fattore lavoro, peraltro, ricordo a tutti che il Catechismo di San Pio X (non proprio un pericoloso bolscevico) include, tra i peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio, l’oppressione dei poveri e la defraudazione della mercede degli operai.

22 giugno 2016

San Tommaso Moro: morire per l'obiezione di coscienza


di Alfredo Incollingo

Thomas More era il Lord Cancelliere del re inglese Enrico VIII. Ricopriva un ruolo di degno rispetto nella corte reale ed era probabilmente il notabile più invidiato e “quotato” nel regno e in Europa. La sua fama lo precedeva dovunque e, prima di divenire un alto dignitario, svolse con successo le numerose missioni diplomatiche nel continente che gli valsero la stima e il rispetto del monarca. Thomas era anche un noto e apprezzato umanista, amico di Erasmo da Rotterdam e un autore raffinato. “Utopia”, l'opera più conosciuta del More, divenne un testo letto nei principali circoli umanisti dell'epoca e ancora oggi conserva la sua positività, nonostante si parli di un mondo utopico, inarrivabile.
More aveva le “carte in regola” per assicurarsi una vita di successo e di ricchezza per sé e per i suoi discendenti, ma preferì morire piuttosto che andare contro la sua coscienza e la sua fedeltà alla Chiesa Cattolica.
Thomas More, come i primi martiri della Chiesa, è un obiettore di coscienza. Anche oggi esistono e per fortuna aumentano di numero tra le tante invettive dei media e dell'intellighenzia libertina e progressista. Con tenacia si resiste alle polemiche e alle parole blasfeme, ma, lo possiamo dire, oggi siamo fortunati, non siamo ancora arrivati alla condanna a morte, sebbene vi siano già delle avvisaglie di persecuzione. Il “caso More” è un monito a non cedere, anche di fronte alle ripercussioni più dure: portare avanti la propria battaglia contro l'aborto e l'eutanasia, per esempio, costa in visibilità e nei rapporti personali, ma il premio sarà enorme e non c'è dubbio che il nostro “sacrificio” darà adito ad altri obiettori. La prassi è più forte delle parole e, chi non ha coraggio di mostrare in pubblico le proprie idee, avrà la sicurezza necessaria per farlo con determinazione.
Thomas More ne aveva molto di coraggio, un atteggiamento che nasce da una fede salda e mai cedevole. Questo è il cristiano: un uomo o una donna capaci di testimoniare il Vangelo senza paura.
More aveva tutto, ma decise di lasciare ogni cosa pur di non recare torto alla propria coscienza e vivere di rimorsi.
Nel 1532 Enrico VIII impose ai propri sudditi un giuramento di supremazia del re inglese quale nuovo “capo”  politico e teologico della chiesa anglicana in risposta al rifiuto di Papa Clemente VII di sancire il suo divorzio da Caterina d'Aragona. Il clero fu costretto a sottomettersi alle volontà reali, ma Thomas More, pur essendo laico, protestò e criticò la scelta del re, lasciando il 16 maggio 1532 il suo incarico di Cancelliere. La riforma di Enrico VIII era chiaramente anti-papale e il Lord, fedele cattolico, non poteva prestar giuramento ad un atto “contro coscienza”. La sua fede era più forte delle beghe politiche ma queste finirono per travolgerlo. Thomas fu invitato (non senza minacce) a giurare fedeltà al monarca nell'aprile del 1535. Rifiutò categoricamente e venne imprigionato nella Torre di Londra: nella prigionia More stoicamente continuò il suo lavoro intellettuale, scrivendo senza sosta con il costante conforto dalla figlia Margaret. Non palesò mai il rimpianto di aver perso tutto per restare fedele alla propria “causa” e men che meno dimostrò sofferenza per la sua condizione. Fu allestito un processo che si risolse con una condanna a morte che fu eseguita il 6 luglio 1535. Le testimonianze ricordano la compostezza di Moro nell'accettare da buon funzionario la decisione del re e da buon cristiano la difesa del Vangelo e della Chiesa di Cristo.
Venne canonizzato da Papa Pio XI nel 1935 e riconosciuto “patrono” degli avvocati e degli statisti da San Giovanni Paolo II nel 2000. Fu un atto importante per tutto il mondo cattolico perché si riconobbe la rilevanza della vita e del gesto ultimo del More.  I “principi del foro” cattolici e i politici (veramente cristiani) ogni giorno affrontano la missione di difendere Cristo dai veleni del mondo, come tanti More vessati dalla pubblica società.

21 giugno 2016

Solstizio d'Estate, ovvero San Giovanni porta degli uomini

Un falò di San Giovanni 
Il solstizio d'estate coincide grossomodo con la festa di San Giovanni Battista, il santo che aprì la strada all'avvento di Gesù e quindi colui che apre la porta di Dio per farvi entrare l'uomo. La simbologia cristiana è una simbologia strettamente tradizionale e quindi, come spesso abbiamo ricordato in occasione del solstizio d'inverno, una di quelle simbologie che hanno permesso all'uomo di cercare di avvicinarsi a Dio prima dell'avvento di Cristo. Successivamente alla Resurrezione, queste hanno riacquistato il loro senso, attraverso il significato che ha dato loro il cristianesimo, la religione tradizionale per eccellenza. Proponiamo un brano di Alfredo Cattabiani riguardo la festa di San Giovanni e il solstizio.

Al solstizio d’estate, quando il sole raggiunge la sua massima declinazione positiva (+23° 27′) rispetto all’equatore celeste, per poi riprendere il cammino inverso, comincia l’estate. L’evento era simboleggiato tradizionalmente dal matrimonio del Sole e della Luna: mezzogiorno del cosmo dove i due astri, uniti nelle nozze, spargono le loro energie nell’opulenza dei frutti tra il frinire delle solari cicale e il canto lunare dei grilli.

Questo giorno, la cui data è variata secondo i calendari fra il 19 e il 25 di giugno, era considerato nelle tradizioni precristiane un tempo sacro, ancora oggi celebrato dalla religiosità popolare con una festa che cade qualche giorno dopo il solstizio, il 24 giugno, quando nel calendario liturgico della Chiesa latina si ricorda la Natività di san Giovanni Battista. E’ una festa molto antica se già Agostino la ricorda nella Chiesa africana latina. Ma in Oriente veniva celebrata in altre date: il 7 gennaio tra i bizantini, la domenica prima di Natale in Siria e a Ravenna.

La data del 24 giugno è collegata strettamente al Natale romano: quando si fissò per la Natività del Cristo l’ottavo giorno dalle calende di gennaio, ovvero il 25 dicembre, e conseguentemente l’Annunciazione nove mesi prima, fu facile ricavare, basandosi sui Vangeli, la data della nascita del Battista, che in realtà non si sarebbe dovuta festeggiare perché, come è noto, il dies natalis dei santi è quello della morte. Si è giustificata questa eccezione ispirandosi al Vangelo di Matteo, dove si narra che il Cristo si mise a parlare di Giovanni alle folle dicendo: “egli è colui del quale sta scritto: Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via davanti a te. In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista”.

Luca narra che Maria andò a visitare Elisabetta quando costei era al sesto mese di gravidanza, nei giorni successivi all’Annunziazione. Fu dunque facile fissare la solennità del Battista all’ottavo giorno dalle calende di luglio, sei mesi prima della nascita del Cristo.

San Giovanni “porta degli uomini”

Nella religione greca antica i due solstizi erano chiamati “porte”: “porta degli dei” l’invernale, “porta degli uomini” l’estivo. Nell’Odissea Omero descriveva il misterioso antro dell’isola di Itaca nel quale si aprivano due porte: “l’una rivolta a Borea, è la discesa degli uomini, l’altra, invece, che si rivolte a Noto è per gli dei e non la varcano gli uomini, ma è il cammino degli immortali”. Il poeta spiega che la porta degli uomini è rivolta a Borea, cioè a nord perché al solstizio estivo il sole si trova a nord dell’equatore celeste; mentre quella degli dei e degli immortali è rivolta a Noto, ovvero a sud, perché l’astro al solstizio invernale si trova a sud dell’equatore.
I solstizi erano dunque simboli del passaggio o del confine tra il mondo dello spazio-tempo e lo stato dell’aspazialità e dell’atemporalità. Per la prima porta solstiziale, quella estiva, si entrava nel mondo della genesi della manifestazione individuale, per l’altra invece, si accedeva agli stati sopraindividuali.

In realtà questo simbolismo non era solo greco: “Si tratta di una conoscenza tradizionale” commenta Guénon “che concerne una realtà di ordine iniziatico, e proprio in virtù del suo carattere tradizionale non ha né può avere alcuna origine cronologicamente assegnabile. Essa si trova dappertutto, al di fuori di ogni influenza greca, e in particolare nei testi vedici, che sono sicuramente di molto anteriori al pitagorismo; si tratta di un insegnamento tradizionale che si è trasmesso in modo continuo attraverso i secoli (…)”.

Nella tradizione romana il Custode delle porte, comprese le solstiziali, era il misterioso Ianus (Giano), signore dell’eternità. (…) Giano tiene un bastone, ovvero uno scettro, nella mano destra e una chiave nella sinistra. Il primo è un emblema del potere regale, la seconda di quello sacerdotale: insieme simboleggiano la funzione regale-sacerdotale del dio al quale Ovidio fa dire nei Fasti: “Io solo custodisco il vostro universo e il diritto di volgerlo sui cardini è tutto in mio potere”. Egli è dunque colui che ruota sulla sua terza faccia nascosta e invisibile, l’asse del mondo, che rinvia al simbolismo solstiziale.

L’etimologia del suo nome rivela questa funzione: Ianus deriva dalla radice indoeuropea *y-a, da cui il sanscrito yana(via) e il latino ianua (porta). Egli è Colui che conduce da uno stato all’altro, e dunque anche l’Iniziatore. Per questo motivo gli iani avevano la funzione catartica di eliminare ogni impurità in chi vi passava. Nel cristianesimo Giano venne interpretato come l’immagine profetica del Cristo, Via e Signore dell’Eternità.

(Brani dal libro Calendario di A. Cattabiani)

20 giugno 2016

Il grave errore di Bergoglio su matrimonio e convivenze

di Francesco Filipazzi
"E Gesù le disse: Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più". In questa semplice frase del Vangelo di Giovanni è racchiuso un po' tutto il senso della dottrina cristiana sul peccato. Cristo non è venuto a dire che i peccati non sono più peccati, ma che Lui ci può perdonare proprio perché abbiamo bisogno del perdono, a patto però  che si cerchi di evitare in futuro il peccato, odiandolo.

Riguardo la condizione di peccato, ha scatenato un certo numero di polemiche il discorso decisamente improvvido di Papa Francesco ( tanto da dover essere corretto e censurato dalla sala stampa, quindi non da noi vecchie comari pelagiane) riguardo matrimonio e convivenze, pronunciato il 16 giugno. Lasciando perdere la frase sui matrimoni nulli, penosamente riveduta e corretta nella versione scritta, ha lasciato di stucco molti nostri lettori il discorso sulle convivenze.

Dice Bergoglio: "Un fatto sociale a Buenos Aires: io ho proibito di fare matrimoni religiosi, a Buenos Aires, nei casi che noi chiamiamo “matrimonios de apuro”, matrimoni “di fretta” [riparatori], quando è in arrivo il bambino. Adesso stanno cambiando le cose, ma c’è questo: socialmente deve essere tutto in regola, arriva il bambino, facciamo il matrimonio. Io ho proibito di farlo, perché non sono liberi, non sono liberi! Forse si amano. E ho visto dei casi belli, in cui poi, dopo due-tre anni, si sono sposati, e li ho visti entrare in chiesa papà, mamma e bambino per mano. Ma sapevano bene quello che facevano."

Dice, poi, riguardo ad esperienze di convivenza conosciute nella campagna argentina: "Eppure davvero dico che ho visto tanta fedeltà in queste convivenze, tanta fedeltà; e sono sicuro che questo è un matrimonio vero, hanno la grazia del matrimonio, proprio per la fedeltà che hanno. Ma ci sono superstizioni locali."

Le frasi appaiono sconcertanti, poiché la Chiesa ha sempre definito come illecite le convivenze e, riguardo la prole fuori dal matrimonio, si parla del diritto dei bambini a trovare in fretta la giusta accoglienza nella famiglia cristiana, che è solo quella sacramentale. Dunque se l'arcivescovo di Buenos Aires voleva proporre un percorso di fede cristiano, doveva proporre, nel caso di matrimonio posticipato, una vita separata dei due neo genitori illeciti, non certo la convivenza. L'assunto per cui "è meglio convivere prima" è totalmente anti cristiano. Tanto più che, fanno notare i nostri lettori, sorgono alcune domande più che lecite.

Chi non sì è sposato che scelte ha fatto? Ed i bambini ? Hanno comunque avuto un padre, una madre, una famiglia? Non è infatti peregrino pensare che un certo numero di coppie non si sia sposata, negando quindi la famiglia cristiana al neonato. Sembra poi abbastanza chiaro che questa "prassi pastorale" messa in atto a Buenos Aires possa incentivare la pratica delle gravidanze extra matrimoniali, deresponsabilizzando totalmente i genitori e soprattutto i padri. In un'epoca in cui le televisioni passano programmi come "16 anni incinta" sarebbe meglio proporre qualcosa di diverso.

Va poi toccato il discorso delle ragazze madri. Quante vengono abbandonate da padri che non fanno il loro dovere? E questa pratica bergogliana non è un bell'applauso proprio a questi uomini di pezza irresponsabili?

Sembra purtroppo che l'attuale pontefice abbia un'idea di peccato non molto ortodossa. Già in Amoris Laetitia aveva parlato della possibilità di vivere in grazia di Dio nonostante ci si trovi in condizione oggettiva di peccato. Nel discorso di giovedì ha riproposto un ragionamento simile. La convivenza, cioè condizione oggettiva di peccato, è presentata come un prodromo per un buon matrimonio. Il che è decisamente immorale, in quanto, come peraltro rifacendoci a Giovanni Paolo II abbiamo già spiegato, l'unico prodromo positivo al matrimonio è la castità. Dal peccato non può nascere il bene e soprattutto non esiste il bene parziale. Esiste il bene ed esiste il male.

Oggi purtroppo, dirlo ci provoca una immensa lacerazione, la predicazione di Papa Francesco sta dando l'impressione che il peccato non sia più tale e dunque, se non c'è più peccato, non c'è bisogno di pentirsi, non c'è bisogno di perdono, non c'è bisogno di Salvezza. Quindi non serve più la Croce e non serve più Gesù (non serve più neanche il Papa). Purtroppo Bergoglio sta dando adito a questo, ma come dice Spaemann, esiste un limite di sopportabilità. Oggi viviamo nell'età della disperazione, servono il pentimento, il perdono, la Salvezza. Serve la Croce. Noi vogliam Dio.

18 giugno 2016

Miracoli e guarigioni. Dio ci sta parlando


di Francesco Filipazzi

Giorni fa Maurizio Blondet riportava dell'aumento di possessioni diaboliche in alcune zone periferiche del mondo, rilevando che se nel mondo "centrale" queste non avvengono (o avvengono in numeri minori) è perché qui ormai l'uomo ha deliberatamente aderito alle proposte del diavolo. La prospettiva è inquietante, ma purtroppo ciò che scrive Blondet è confermato. Anzi, già due anni fa gli esorcisti italiani davano  notizia di un aumento delle richieste di esorcismo, causato da un aumento delle pratiche occulte.

Satana quindi è sempre più arrogante e si nasconde sempre meno, però chi si occupa di apologetica e si informa su quanto accade nel mondo, pur tenendo presente la minaccia, è tranquillizzato da altri fatti che avvengono sempre più numerosi. Sono tornati i miracoli. E' vero che in realtà questi sono sempre avvenuti, ma a quanto pare, nonostante la Chiesa mantenga il suo (doveroso) riserbo, sempre più persone possono toccare con mano l'azione di Dio e l'intercessione di Maria. Ma andiamo con ordine.

Voci sempre più insistenti sostengono che a Częstochowa, in Polonia, stia succedendo qualcosa di importante. Le guarigioni miracolose sembrano in aumento e nel paese di Giovanni Paolo II si sta riaccendendo un grande fervore religioso, attorno al luogo mariano, meta di pellegrinaggi sempre più numerosi. La fonte di questa notizia sono però semplici cittadini polacchi, in quanto i media difficilmente parlano delle guarigioni miracolose e la stessa Chiesa è molto riservata. Basti pensa che a Lourdes, dal 1858, sono state segnalate 7.200 guarigioni, ma la Chiesa ne riconosce solo 69 derivanti dalla Madonna. Le altre però sono definite inspiegabili dai medici. 

Un capitolo a parte meritano poi i miracoli eucaristici. Il Timone di questo mese si dedica proprio a questo argomento, riportando che negli ultimi vent'anni, in occasione della distribuzione dell'Eucarestia o di sue profanazioni, le ostie più di una volta hanno iniziato a sanguinare. Noto è l'episodio riguardante la Diocesi di Buenos Aires, quando vescovo era Jorge Mario Bergoglio. Nel 1996 una particola si mutò in un pezzo di cuore che, analizzato da ignari medici, rivelò caratteristiche sorprendenti. Era tessuto derivante da un cuore vivo. Il miracolo avvenne, come spiega mons. Laise, nei giorni in cui veniva introdotta la comunione in mano. L'ultimo miracolo eucaristico in ordine di tempo è avvenuto in Polonia nel 2013 ed è riconosciuto dalla Chiesa. Da notare che il tessuto in cui si transustanzia l'ostia è sempre tessuto cardiaco. 

Dunque, fra possessioni e miracoli, cosa dobbiamo dedurre? Fatto è che il Demonio esiste e agisce nel mondo, esistono le possessioni ed esiste il male che l'uomo deliberatamente compie rifiutando Dio. Ma noi sappiamo che nel mondo agisce ben altra forza, quella della Provvidenza di Dio, ben più potente di qualsiasi azione satanica. Il ritorno dei miracoli eucaristici e delle guarigioni, l'azione sempre più visibile di Maria e gli avvertimenti che Ella ci manda, sono segno tangibile che non siamo stati abbandonati, nonostante oggi molti siano colti dalla disperazione. Dobbiamo essere consapevoli che i tempi calamitosi che viviamo sono diretta conseguenza dell'azione malvagia dell'uomo e della sostituzione che molti, anche inconsapevolmente, hanno operato, mettendo idoli terreni al posto di Dio. Ma si badi bene, Cristo vince, Cristo regna, Cristo impera. "Non abbiate paura", insomma. 

17 giugno 2016

Le menzogne di Nichi


di Giuliano Guzzo

«La gestazione per altri è la risposta della scienza al bisogno di famiglia, è una difesa della famiglia, che va protetta dalla violenza contro le donne, dal femminicidio, dalla sordida prepotenza domestica, non dalla scienza»: queste alcune delle assurde dichiarazioni rilasciate da Nichi Vendola nel corso di una nuova, lunga intervista che, a ben vedere, è un capolavoro ideologico, una surreale apologia progressista, un concentrato di omissioni e imprecisioni con pochi precedenti. L’intervista – rilasciata a Repubblica (avevate dubbi?) – colpisce difatti sotto più punti di vista, così da lasciare la sconfortante sensazione che il lettore medio, oggidì, sia ritenuto una sorta di scemo del villaggio, un minus habens cui puoi raccontare di tutto. Tanto per cominciare, l’ex Governatore della Puglia precisa che lui e il compagno non vogliono «fare i testimonial di una battaglia di civiltà».

Ora, ammesso e non concesso che quella della «gestazione per altri» sia davvero battaglia di civiltà, che senso ha affermare di non volersi prestare come testimonial e poi rilasciare una interminabile intervista (con tanto di foto) ad uno dei maggiori quotidiani italiani? Non bastavano due righine di comunicato stampa? Troppo semplice? Attenzione, perché siamo solo all’inizio. Stranezza numero due: ad un certo punto, Francesco Merlo, l’intervistatore, si ricorda di essere giornalista e fa una domanda scomoda, che è la seguente: «Ma quanto avete pagato?». Surreale la risposta di Vendola: «Ovviamente abbiamo pagato il ricovero che in America è molto costoso e poi tutte le cure mediche e le medicine, un rimborso per gli abiti prémaman, il rimborso per la lunga assenza dal lavoro, e infine una piccola cifra per la famiglia. Anche il marito, durante i nove mesi, si è spesso assentato dal lavoro. Fa l’operaio chimico». L’avete notato anche voi, non è vero?

Al leader politico è stato chiesto «quanto» lui e il compagno hanno pagato per diventare “genitori”, ma lui ha risposto «che cosa» hanno pagato: forse perché la cifra, se detta, sarebbe parsa spaventosamente alta? Forse perché far sapere agli Italiani una spesa – ipotizziamo – di ben oltre centomila euro sarebbe poco conveniente e svelerebbe come la cosiddetta “maternità surrogata” sia anzitutto roba da ricchi? Chissà: il dubbio resta. Ma andiamo avanti. Curiosità numero tre: Eddy Testa, il compagno di Nichi Vendola, è canadese tanto che al momento dell’intervista, da quanto è dato sapere, l’ex Governatore della Puglia si trova in una «villetta di mattoni rossi, nella zona nord di Montréal». Ora, tenendo presente che in Canada la cosiddetta “maternità surrogata” è consentita dalla Legge dal 2007, come mai per avere il figlio Vendola e Testa si son recati in California, dove fra l’altro – come emerge nell’intervista – si sono fatti ospitare a casa di altri? Non era cioè più semplice starsene in Canada?

O forse il problema è che in Canada la surrogata è sì legale, ma solo se gratuita mentre in California, se paghi, ottieni ogni cosa tu voglia? Strano: Vendola aveva servita su un piatto d’argento la possibilità di dimostrare al mondo che la cosiddetta “maternità surrogata” c’entra zero con lo sfruttamento della donna eppure è andato, insieme al compagno, ad infilarsi su un aereo alla volta della California; strano davvero. Non è ancora finita. Stranezza quattro, collegata alla precedente: il politico, ad un certo punto, indica la casa dove vive la donna che ha tenuto Tobia – così si chiama il bambino – in grembo per nove mesi: «Ecco, questa è la casa a tre piani del quartiere residenziale di Sacramento dove la portatrice vive con la sua famiglia. Ti sembrano poveri?». Qui Vendola non solo non spiega come mai abbia scelto la California, ma vuol pure farci credere che la “portatrice”, come la chiama lui, abbia messo al mondo Tobia solo per amore.

E allora come mai – viene da chiedersi – le “portatrici” hanno mediamente un reddito inferiore, anzi molto inferiore alle coppie, etero ed omo, che desiderano divenire genitori? Perché le “portatrici” benestanti, ammesso che esistano, son mosche bianche, se è davvero l’altruismo a muovere la realtà della «gestazione per altri»? Un bel mistero. La quinta ed ultima stranezza riguarda il fatto che Testa e Vendola, a quanto pare, abbiano tenuto un qualche rapporto sia con la “donatrice” sia con la “portatrice”, il cui legame con Tobia pare non vogliano spezzare: «Ed e Nichi chiamano zia la Donatrice; e “la nostra Grande Madre” è la Portatrice. Mi mostrano foto e video della loro strana famiglia. “Dimmi se queste non sono immagini benedette dalla grazia […] tutto è chiaro e pulito e noi vogliamo che Tobia, crescendo, possa conoscere e capire la sua storia biologica”».

Il dubbio, qui, è semplice: perché Vendola e compagno vogliono per Tobia un qualche legame con la “Grande Madre”? E il LoveisLove? Non bastava l’amore a rimpiazzare un sia pur remoto riferimento materno? La sensazione è che, benché si sia fatto il possibile per trasformare il Vero in Falso e il Falso in Vero, anche lo spot pro “maternità surrogata” ben confezionato da Repubblica scricchioli. Più precisamente, la sensazione è che la Verità, nonostante tutto, sia ancora al suo posto, bella in evidenza; le contraddizioni e i dubbi che la lunga intervista all’ex Governatore della Puglia solleva, infatti, paiono troppo numerosi per non far sorgere il sospetto – come commenterebbe Jep Gambardella – che sia solo un trucco, un interminabile labirinto di parole dopo il quale, però, la vita continua in tutta la sua verità. In questo caso, la verità di un bambino che ha una madre e che, soprattutto, ha diritto a padre e madre: sempre che di diritti, quelli veri, sia ancora lecito parlare.

https://giulianoguzzo.com/2016/06/17/tutto-quello-che-nichi-non-ci-dice/

Lo strano caso dei matrimoni gay rinascimentali


di Alfredo Incollingo

I pochi testimoni la definirono una “confraternita”: una strana comunità maschile, apparentemente devota alla Chiesa Cattolica, che si riunì per un intero anno nella (all'epoca) periferica chiesa di San Giovanni a Porta Latina, nel rione Celio (nei pressi del Colosseo, per i profani della città).
Abbiamo purtroppo pochissime fonti che ci raccontano la storia dei primi “matrimoni” omosessuali celebrati in Europa. Non avvennero nella Grecia “libertina” e “omosessualista” né durante la romanità imperiale. Furono celebrati nella Roma del Cinquecento, ben quindici anni dopo il Concilio di Trento, nel 1578.
Le fonti storiche che possono permetterci di chiarire questo mistero e i trascorsi giudiziari sono purtroppo scarsi. Abbiamo le testimonianze di autori, noti e meno noti, che, durante i loro soggiorni nell'Urbe, appresero il fatto per bocca dei romani, forse anche costoro incerti sulla veridicità delle loro parole.

Il filosofo francese Michel De Montaigne racconta nel suo “Viaggio in Italia” questa strana vicenda intercorsa dieci prima del suo soggiorno romano nel 1581. Nella chiesa di San Giovanni a Porta Latina, nella quiete del colle Celio disabitato, si riunivano un gruppo di uomini, spagnoli e portoghesi, che praticavano la vita comunitaria. Il filosofo la definisce una “confraternita” perché nelle comunità religiose è prassi la comunanza dei beni e delle singole esistenze. Eppure questi uomini non erano semplici frati o laici devoti. Erano "sposati"! Lo stesso Montaigne parla di “matrimonio” e della celebrazione che rispettava in tutto e per tutto il rito cattolico. Il Sacramento (profanato in modo gravissimo) era per loro garante dell'unione.

Sappiamo che all'interno della comunità vigeva la libertà (omo)sessuale e venivano accolti continuamente omosessuali, anche quelli provenienti dalla comunità ebraica romana, come ricorda lo storico Giuseppe Marcocci.
Ipotizza inoltre che la “confraternita” prosperò indisturbata, nella piena desolazione del Celio, per un anno prima che un delatore, un tale Giuseppe, denunciasse il fatto alle autorità giudiziarie: il 20 luglio 1578  una retata portò all'arresto di undici persone. Li colsero nella tranquillità della loro vita quotidiana, mentre spazzavano o cucinavano, senza sapere del tradimento appena subito. L'ambasciatore veneziano Alessandro Tiepolo con una serie di missive informava la Repubblica Veneziana dei risvolti della vicenda il 3 agosto di quell'anno.

E' lui che ci dà informazioni sul numero esatto degli adepti, ben ventisette persone, la cui maggior parte fuggì all'arresto.
I documenti del processo presentano una serie di lacune. Durò ben tre settimane, ma abbiamo i verbali delle sedute tra il 27 luglio e il 3 agosto. Questa grande lacuna di prove documentarie purtroppo ci porta ad utilizzare tanti e troppi “forse”.
Eppure non possiamo non riflettere sulla “modernità” di quanto accaduto a San Giovanni a Porta Latina. La “confraternita” si impossessò dei Sacramenti non per farne parodia ma per cercare di rientrare nel canone. E' un primo gesto eversivo per disintegrare il Magistero Cattolico (come è avvenuto nel mondo protestante), che ci spinge a rimanere saldi nella Verità. Se il Maligno ci attacca così duramente, vorrà dire che siamo nel giusto!
E soprattutto, certe "battaglie" così innovative, non sono in realtà sempre la stessa zuppa riproposta oltretutto nelle stesse forme?