27 maggio 2018

La vandeana. Stofflet

di Alfredo Incollingo
Di umili origini (nacque il 3 febbraio 1753 in una famiglia di poveri mugnai, a Bathelémont, in Lorena), il generale Jean Nicolas Stofflet compì una rapida e lauta carriera militare nell'esercito svizzero, prima, e in quello francese, successivamente. Profondamente devoto alla Chiesa Cattolica e ai valori della monarchia, nel 1789, quando scoppiò la Rivoluzione, si unì ai ribelli vandeani. Prese parte alle più importanti battaglie e riportò notevoli vittorie sui reggimenti repubblicani. Venne nominato Generale Maggiore, premiando le sue abilità militari, ma il suo carattere freddo e autoritario gli impedirono di ottenere un ampio consenso fra lo stato maggiore vandeano e i suoi uomini. Era sì un fine stratega, ma la sua ambizione lo condussero a scontrarsi con gli altri graduati (in particolare con il generale François de Charette). Non tollerava contraddizioni e tendeva a non rispettare i piani di guerra e i trattati con il nemico. Fu così che, nel dicembre del 1815, disattendendo ad una tregua che l'esercito vandeano aveva firmato con i repubblicani (Trattato di Saint-Florent-le-Vieil, 2 maggio 1795), riprese le ostilità. Sobillato dai consiglieri del conte di Provenza, il futuro re Luigi XVIII di Borbone, che lo promossero Maresciallo di Campo dell'esercito cattolico, sfidò a campo aperto il nemico, ma venne arrestato e condannato a morte da un tribunale militare. Fu fucilato ad Angers, una cittadina della Loira, il 22 febbraio 1796.
 

26 maggio 2018

Islam e Cristianesimo. Religioni differenti

di Alfredo Incollingo
I media e diversi esponenti del mondo cattolico ci ripetono in continuazione che l'Islam e il cristianesimo sono due religione imparentate. Veneriamo un Dio unico e onnipotente, anche se il nostro è Trino (Padre, Figlio e Spirito Santo); sia i cristiani che i musulmani meditano su testi sacri (la Bibbia e il Corano), che sembrano avere molti aspetti in comune. Noi, gli ebrei e i seguaci di Maometto, secondo una vulgata piuttosto diffusa, discendiamo da Abramo. Per tale ragione l'Islam, l'ebraismo e il cristianesimo sono definite religioni abramitiche. Il teologo Jacques Ellul studiò per anni il Corano e i dettami maomettani e comprese lucidamente gli errori fondanti l'atteggiamento di bontà nei confronti del mondo musulmano. In Islam e cristianesimo: una parentela impossibile (Lindau, 2017), che si compone in tre agili saggi, Ellul smaschera la false ipotesi sulla comune origine del cristianesimo e dell'Islam. Entrambe le religioni sono monoteiste, ma il nostro Dio è Uno e Trino. Quando Gesù parla di figli di Abramo, lo fa con un'accezione spirituale: solo chi compie il bene, può definirsi tale. I musulmani negano qualsiasi valore al cristianesimo, negando la natura divina di Gesù, considerato un semplice profeta. Manifestano un atteggiamento del tutto opposto agli occidentali moderni, poco propenso al dialogo e al rispetto. Il Corano è un libro che prescrive e insegna la sottomissione, impedendo all'uomo qualsiasi possibilità di salvezza. Al contrario, la Bibbia ci rende partecipe di un grande progetto salvifico e ci fa conoscere il Dio d'Amore, del tutto sconosciuto nel mondo musulmano: Allah è una divinità onnipresente e del tutto severa. Il testo di Ellul getta luce sulle reali relazioni tra la religione di Cristo e quella del profeta Maometto, dissolvendo tanti pregiudizi.

 

Calunnia e donatismo

di Aurelio Porfiri
Oggi esiste un metodo molto usato, specialmente in politica ma anche nell cose religiose, per cui si usa la calunnia per colpire idee o opinioni delle persone. Ho già detto molte volte che questa è una cosa pericolosa, amche eretica. Le idee, quando vere, riferiscono ad elementi oggettivi e non semplicemente ad opinioni. Se la persona che le rappresenta è indegna nom squalifica l’idea, ma solo la persona. Se Hitler, alle 15 in punto di un dato giorno, mi avesse detto che erano le 15 in punto, quello sarebbe stata una verità, pure se detta da Hitler, Stalin, Mao o il diavolo in persona.

Mi fa venire in mente il donatismo, una eresia della Chiesa dei primi secoli per cui i Sacramenti comminati da sacerdoti indegni non erano validi. Ma la Chiesa ha giustamente ribadito che i Sacramenti valgono attraverso l’azione di chi opera (ex opere operantis) ma per il fatto stesso che quella cosa viene compiuta (ex opere operato). La loro efficacia deriva dalla somma oggettività che è Dio.

La calunnia non è solo un “venticello” come ci insegna il Barbiere di Siviglia, ma diventa presto come un “rombo di cannone, un terremoto, un temporale”. Essa viene usata sistematicamente non solo nell’agone politico ma anche nella Chiesa decidendo o terminando carriere. Viene usata non solo fra preti ma anche contro quei laici che ci si vuole togliere dalle scatole.

Ripeto: se un prete o un laico indegno dice una cosa degna, la cosa tale rimane malgrado l’indegnità di colui che la pronuncia, la sua situazione familiare, personale o morale. Si può essere fragili e sbagliare senza per questo perdere di vista cosa è giusto e cosa è sbagliato.

I LIBRI RECENTI DI AURELIO PORFIRI SU AMAZON
(disponibili in cartaceo e in ebook – clicca sulla copertina per acquistare)
La Confessione
ET – ET: Ipotesi su Vittorio Messori
La Messa In-canto: piccola guida alla musica per le celebrazioni liturgiche
Les Deux Chemins: Dialogue sur la Musique (avec Jacques Viret)
Oceano di fuoco: commentari su Divo Barsotti
Ci chiedevano parole di canto: la crisi della musica liturgica


 

24 maggio 2018

Una vita, anzi due

di Aurelio Porfiri
Non molto tempo fa ho avuto il piacere di essere a pranzo con Vittorio Messori. Come molti sanno, ho scritto un libricino su di lui, ET ET, che ha riscontrato un certo interesse nei lettori. In quella occasione ho conosciuto Rosanna, la moglie del grande scrittore cattolico. Mentre lui ha carattere riservato, lei è invece molto effervescente e questo ha favorito l’entrare subito in buona confidenza. Lei mi rivelò che stava correggendo le bozze di un libro che aveva scritto sulla sua storia di coppia, una storia non semplice, una storia tormentata in certi frangenti anche per motivazioni esterne difficili da controllare. Questo libro è ora a disposizione di tutti (Rosanna Brichetti Messori, Una fede in due. La mia vita con Vittorio - Edizioni Ares).
Un libro da leggere per conoscere il percorso umano del più importante apologeta cattolico italiano e anche per conoscere meglio questa donna di valore, perché tale è Rosanna che ha saputo farsi compagna e stare un poco nell’ombra per consentire a suo marito di produrre le sue importanti e necessarie opere (e grazie a Dio non ha finito). Dico stare nell’ombra, in quanto pure lei non è certo sprovveduta, essendo plurilaureata e da par suo impegnata nel campo dell’apologetica. Ma ha subordinato questo alle esigenze del suo rapporto affettivo.
Il libro ci parla della umanità della nostra esistenza, umanità intesa come fragilità, come possibilità di errore, come direzioni inaspettate della vita. Ma tutto questo porta in se anche il ruolo della grazia, possibilità di redenzione, Dio che sa trovare il buono nelle cose che non lo sembrano. Leggendo il libro si impara che le vite complicate sono a volte quelle che poi danno più frutti, che Dio mette alla prova duramente i suoi amici (“così tratto i miei amici” disse Dio a Santa Teresa d’Avila che rispose “ecco perché ne hai così pochi”).
Tutti gli ammiratori di Vittorio Messori, tra cui chi scrive queste righe, capiranno molto di più dell’uomo dietro lo scrittore e impareranno anche a essere grati a Rosanna, che ha contribuito in modo importante al lavoro del marito con la sua assistenza, con il suo affetto e con la sua intelligenza.


I LIBRI RECENTI DI AURELIO PORFIRI SU AMAZON
(disponibili in cartaceo e in ebook – clicca sulla copertina per acquistare)
La Confessione
ET – ET: Ipotesi su Vittorio Messori
La Messa In-canto: piccola guida alla musica per le celebrazioni liturgiche
Les Deux Chemins: Dialogue sur la Musique (avec Jacques Viret)
Oceano di fuoco: commentari su Divo Barsotti
Ci chiedevano parole di canto: la crisi della musica liturgica


 

23 maggio 2018

È tornato don Camillo/59. Peccati di gioventù

di Samuele Pinna
(con illustrazione interna di Erica Fabbroni)
Quando, dopo aver aperto la porta della canonica, se li vide davanti, la chiuse di scatto, ma i due pellegrini insistettero nel suonare il campanello e fu costretto a riaprire.

«Cosa volete?», disse con malgarbo il nostro don Camillo.

«Reverendo, abbiamo bisogno d’aiuto…».

«Mi spiace», li interruppe brusco l’altro, «quando risiedevo nella vostra Parrocchia avevo il dovere morale di aiutare le mie pecorelle, i vostri problemi erano i miei, ma ora ho cambiato giurisdizione e ho il diritto di infischiarmene. Non avete forse un Parroco anche voi? Sbrigatevela con lui!».

«Solo lei ci può aiutare!», esclamarono all’unisono e in modo supplichevole, proseguendo in prolungati piagnistei.

A quel punto, davanti a tanta insistenza, che niente pareva far scemare, il nostro pretone li fece entrare in casa, scortandoli nel suo studio. Una volta che si furono accomodati chiese in malo modo, ai due non graditi ospiti, di spicciarsi a spiegare la questione, perché non aveva tempo da perdere.

«Si tratta di nostro figlio, il più grande», parlò quella che era la madre, «non lo riconosciamo più! Non ci ascolta, non studia e pretende cose assurde. Non va più in chiesa né frequenta gli ambienti parrocchiali. Siamo disperati, non sappiamo più che fare…».

«Mi spiace per la situazione, ma avete una buona dose di coraggio per venire a domandare assistenza proprio a me?», rispose don Augusto dopo un attimo di imbarazzante silenzio, «Cosa vi dicevo io quando era solo un ragazzetto?».

«Lo sappiamo, lo sappiamo», ripresero come fosse una nenia, «e proprio per questo soltanto lei ci può aiutare…».

«Io?», rispose seccato e con le vene del collo tanto ingrossate, che parevano dovessero scoppiare da un momento all’altro, «Ma se non mi dava retta da piccolo, come potete pensare lo faccia adesso?».

«Reverendo», si fece seria lei, «ci siamo sbagliati nei suoi confronti. Anche se non capivamo i suoi metodi, anzi li abbiamo contrastati… è vero, lei aveva ragione a metterci sul chi va là. Abbiamo sbagliato! E ora siamo qui a implorare il suo soccorso. Cos’altro dobbiamo fare?».

Dopo quella pubblica accusa, con malavoglia il pretone accettò di occuparsi del caso, ma specificò in modo fin troppo chiaro che avrebbe assolto al compito soltanto usando i suoi contestati metodi educativi.

«Voglio carta bianca», sentenziò, «altrimenti tornatevene pure a quel paese e lasciatemi in pace!».

Quei due poveretti erano talmente disperati che accettarono senza riserve.

Dopo qualche giorno, convinsero il ragazzo in questione a seguirli e lo portarono da don Augusto.

«Ora lasciateci soli», intimò, «vi chiamerò io a tempo debito».

Una volta spariti i genitori, condusse il ragazzo in una stanza completamente vuota, che si trovava nel sotterraneo della chiesa. Dopo essere entrati, chiuse la porta con diverse mandate e si infilò la chiave nella tasca della veste. Rimase silenzioso e immobile per un attimo, che sembrò, soprattutto al ragazzotto davanti a lui, lungo almeno una settimana. Si tirò su con eccessiva calma le maniche della veste fino al gomito e guardò in cagnesco il giovane ormai completamente disorientato. Quello che successe dopo è difficile da descrivere, diciamo solo che il nostro don Camillo lo disorientò ancor di più e gliene diede tante, ma tante, che più tante non si può! L’altro aveva inizialmente tentato di reagire spavaldo, ma dovette subito mettersi sulla difensiva. Cercò, pertanto, di subire meno danni e di parare più colpi possibili, ma il pretone dalle mani di badile pareva ispirato e lo suonò come una campana. A ben vedere le cose, fu un ottimo concerto, uno di quelli che, finito, l’applauso è d’obbligo. Nella foga concertistica, don Camillo redivivo si era, inoltre, figurato davanti agli occhi tutti quei ragazzi, senza dimenticare diversi dei loro genitori, che, in un passato non troppo lontano, avrebbero ben meritato una spolveratina come quella. Siccome faceva sempre le cose perbene, quelle che sparava erano sberle talmente ben pitturate che solamente un grande e compassato artista era in grado di tirare con tanta mirabile perizia. Del resto, modestia a parte, il nostro pretone risultò essere un ottimo professionista e, nonostante fosse autodidatta, i concetti gli uscirono dalle mani così bene da risultare un magnifico capolavoro di cui essere pienamente soddisfatti.

Alla fine della festa di accoglienza, il malconcio giovinastro fu trasferito sul divano della sala in un modo non proprio ortodosso. Il pretone, dal canto suo, si sentiva più leggero e conscio che, con una spazzolata come quella, avrebbe fatto crescere se non l’affetto, almeno il rispetto verso di lui. Sì, era, in fondo, una pedagogia spiccia, non proprio alla Montessori, ma, come si suol dire, a mali estremi, estremi rimedi. Don Augusto lo chiamava “metodo Pestalozzi”, ma non aveva nulla da spartire con quello di Johann Heinrich, se non per il fatto che il cognome richiamava il desiderio irrefrenabile di una sonora pestata. Forse, però, il nostro don Camillo voleva, a suo modo, esercitare l’educazione del cuore. Lui lo aveva grande, ma anche le mani, spesse come mattoni, e ogni tanto era inevitabile la confusione su cosa usare in determinate circostanze.

In quei giorni, che passarono veloci, perché il tempo vola via quando ci si diverte, non ci furono altre schermaglie e così, a un certo punto, don Augusto decise che era il momento di far ritornare i genitori a ripigliarsi quel ragazzotto. Quando arrivarono a ritirarlo, rimasero letteralmente senza parole dinnanzi al cambiamento che gli si palesava dinnanzi. Difatti, mentre loro parcheggiavano l’automobile, poterono facilmente vedere il loro figliolo al lavoro. In quel momento stava tagliando l’erba del prato antistante la chiesa, ma lo stupore fu totale quando lo videro correre in aiuto di una vecchina e ancora a salutare garbatamente i passanti che transitavano sul sagrato o a rimbrottare con creanza alcuni ragazzacci maleducati. Dopo un po’ che erano lì, come due stoccafissi, tra lo sbigottito e l’incredulo, il pretone decise di riportarli alla realtà, avvicinandosi e salutandoli.

«Come ha fatto?», riuscirono a domandargli dopo un lungo momento di silenzio. Di tutta risposta, l’altro si strinse nelle spalle, senza proferir parola.

Quando il giovanotto si avvicinò, si informarono delle sue condizioni.

«Bene!», rispose con un grande sorriso, «il Reverendo è proprio bravo: il primo giorno mi ha picchiato di brutto e da lì mi sono affezionato. Era ora, infatti, che trovassi qualcuno che mi prendesse sul serio! Dopo, mi ha fatto fare ogni tipo di lavoro. È inutile dirvi che in tutto questo tempo mi ha trattato malissimo, facendomi compiere svariate attività e una più assurda dell’altra. Mi ha aiutato, però, a ragionare e grazie a lui ho capito cosa conta nella mia esistenza, come spendere al meglio le mie giornate e cosa voglio fare davvero».

Sicché, quel giovinastro spiegò ai suoi genitori che non voleva più andare all’università, ma impegnarsi in qualche professione, che si scusava per come si era comportato e che, da adesso in poi, fossero più severi con lui, perché aveva bisogno di comprendere dove era di casa la verità e come raggiungerla.

Don Camillo redivivo salutò tutti in modo brusco, ma quel ragazzo là lo abbracciò a tradimento, sussurrandogli solo una cosa. Era una parola semplice, persino banale, ma scaldò il petto di quel carrarmato in talare.

«Ricordati di ringraziare Chi di dovere!», gli aveva risposto con quella finta scortesia, che tradiva invece un affetto trattenuto con difficoltà.

«Non mancherò!».

E quel ragazzo spiegò ai suoi genitori, sempre più allibiti, che aveva compreso l’importanza della relazione con il Signore per la sua vita. Certo, il Reverendo l’aveva portato a forza alla Santa Messa, al Rosario recitato con le vecchie della Parrocchia, agli incontri di dottrina, etc. etc.

A quei due genitori, non cattivi, ma semplicemente ebeti, don Augusto consegnò, su un foglietto ingiallito, quello che può essere definito un lascito spirituale.

“Ricordatevi cosa scrisse san Giovanni Bosco”, si leggeva nella missiva, “Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere del santo timore di Dio, e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori ed unirsi a noi per cantare le lodi e le benedizioni di Colui, che volle farsi nostro modello, nostra via, nostro esempio in tutto, ma particolarmente nell’educazione della gioventù”.

Il nostro don Camillo, appena fu lasciato finalmente da solo, andò subito in chiesa a condividere la sua gioia con il Cristo della croce, dimenticandosi di tutte le mancanze di rispetto subite, nel corso degli anni passati, sia da quel ragazzo, il quale ne aveva combinate di ogni, sia soprattutto dai suoi genitori, che lo avevano sempre difeso a spada tratta, anche quando doveva essere severamente punito, come quella volta che… ma questa è un’altra storia!

Appena si era accostato al Santissimo, dopo la genuflessione, quasi fosse una illuminazione, gli vennero ancora in mente le parole di don Bosco: “l’educazione è cosa del cuore”, diceva il Santo, aggiungendo, però – ed era una aggiunta che molto spesso si censurava –, che il padrone ne è Dio solo: “Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l’arte, e non ce ne mette in mano le chiavi”.

Don Camillo redivivo si accorse di avere ancora le chiavi dello scantinato nella saccoccia e pensò al suo metodo educativo non propriamente ortodosso.

“Beh, l’arte ha tante forme”, si disse per giustificarsi, “però è sempre arte”.

Poi gli sembrò che il suo Signore gli parlasse e lo rimproverasse un poco a motivo del suo modus operandi.

«Gesù», esclamò ad alta voce, allargando le braccia, «sono certo che il padre di quel ragazzo, padre più suonato del figlio, starà dicendo in giro ai suoi rozzi amici: “Capisci? Gli ha dato un sacco di legnate e me lo ha raddrizzato, quel corvo nero figlio d’un cane!”. E lo dirà con intimo compiacimento! Vogliamo scommetterci?».

«No», gli sembrò di udire in risposta, come una voce lontana simile a un lungo sospiro, «perché quel padre, che ha ritrovato suo figlio, ora redento, sta appunto dicendo così».


 

22 maggio 2018

Libri. Uno Stilum nella carne

Marco Tosatti (2018), Uno stilum nella carne. 2017: Diario impietoso di un Chiesa in uscita (e caduta) libera. A cura di Aurelio Porfiri. Prefazione di Aldo Maria Valli. 455 pagine. Hong Kong: Chorabooks. 
Acquistabile su Amazon

Quando parliamo di blog, websites, social media, pensiamo forse al nostro uso di questi mezzi di comunicazione; alle centinaia, forse migliaia di persone che teoricamente potrebbero leggere i nostri post, vedere le nostre foto, mettere un like su qualche nostro commento. Questo oramai è parte della nostra vita. Ma a volte i blog possono essere qualcosa di molto serio, qualcosa che ha un impatto importante sull'opinione pubblica, anche quella ecclesiale. Questo certamente può essere detto di Stilum Curiae, il blog del giornalista Marco Tosatti. Quanti cattolici (e non) leggono ogni giorno le notizie che questo veterano del giornalismo posta? Notizie che spesso non è possibile trovare in altri media? C'è una risposta: sono tantissime.
Dall'ottobre 2016 a oggi il blog ha avuto più di 4 milioni di visualizzazioni, oltre 36.000 commenti moderati, una media di visualizzazioni mensili che attualmente è di 300.000. Insomma, un blog che fa notizia, che fa tendenza. Quante volte vi è capitato sentire dire: "L'ho letto su Tosatti!". Diciamolo, oramai di questa fonte alternativa di notizie sul mondo ecclesiale, non se ne può fare a meno.
Ecco la ragione di questo volume, Uno Stilum nella Carne. 2017: Diario impietoso di una Chiesa in uscita (e caduta) libera , a cura di Aurelio Porfiri ed edito da Chorabooks. Una raccolta di un anno di post rivisti e corretti, 450 pagine di informazioni su quello che è successo ieri per capire meglio quello che succede oggi e quello che potrà succedere domani.
Aldo Maria Valli nella sua prefazione dice: "(...) oggi fare il vaticanista non significa soltanto cercare di spiegare, ma significa anche (forse soprattutto) andare contro i cliché prefabbricati dalla grande macchina dell’informazione. Un’attività che, nel caso del pontificato di Bergoglio, ha coinciso con una vera e propria opera di controinformazione, perché si è trattato di smascherare, svelare, mettere a nudo. Con tutto ciò che comporta. Un’attività del genere non può essere svolta in mancanza, almeno, di tre risorse: buone fonti, indipendenza di giudizio e onestà intellettuale. E che Marco Tosatti possieda tutte e tre queste risorse, oltre a molte altre, credo sia fuori discussione. Inoltre, da quando scrive su Stilum Curiae, il suo frequentatissimo blog, ha acquisito un’indole corsara che lo rende ancora più ficcante e convincente". E lo stesso Tosatti nell'introduzione aggiunge, parlando del suo blog: "Questa è la sua forza e la sua garanzia: non ci sono finanziatori a cui rendere conto, mediatori di finanziamenti, Segreterie o altri centri le cui sensibilità bisogna essere attenti a non urtare, se no….Su Stilum Curiae troverete anche sbagli, ma sono sbagli onesti. Opinioni magari errate, ma date in buona fede, senza secondi o terzi fini. Credo che i lettori lo abbiano capito; se non si spiegherebbe la crescita, sorprendente, almeno per chi scrive, dei contatti e delle visualizzazioni".
Ordine di Malta, Amoris Laetitia, Francescani dell'Immacolata e centinaia di altri temi sono oggetto di questo testo, un testo che va letto non per scandalizzarsi ma per capire, per avere un punto di vista alternativo ma dal di dentro. Una lettura accattivante, a tratti commovente, sicuramente stimolante.
 

21 maggio 2018

Marcia Per la Vita. L'aborto non è (più) un dogma

di Francesco Filipazzi
(foto da Messainlatino.it)
Cosa lascia la Marcia per la Vita di quest'anno? Ormai sappiamo che la presenza massiccia di marciatori, si parla di 15 mila, pone l'evento italiano accanto alle grosse marce che si svolgono annualmente in tutto il mondo, ma il discorso non è solamente numerico. Il fatto che dopo 40 anni dall'approvazione della legge 194 ci sia ancora chi organizza e partecipa a decine di eventi in tutta la Penisola per contestare la legalizzazione dell'aborto, non è liquidabile con una scrollata di spalle, tanto più che sui media ormai l'argomento è tornato in auge. Nei mesi precedenti la Marcia, grazie prima alla campagna di Provita e poi a quello di CitizenGo, la voce dei prolife è risuonata forte e chiara, andando ben al di là della visibilità di quella che potrebbe avere un singolo manifesto. Non si può negare che l'aborto sia un nervo scoperto della società occidentale e che basti toccarlo per suscitare reazioni rumorose.

Apparentemente gli abortisti sono sulla difensiva e si stanno affrettando a snocciolare i soliti dati e le solite statistiche per dire che il numero di aborti sta diminuendo, che i pro life esagerano, si è passati da 200 mila all'anno a 80 mila. Posto che 80 mila aborti all'anno sono un'enormità (tenendo presente che anche uno solo è inaccettabile), questa diminuzione deriva dal fatto che si utilizzano molti più anticoncezionali, non preventivi ma "di emergenza", quindi abortivi, che oltre ad interrompere la gravidanza introducono nel corpo delle donne sostanze dannose e velenose. Ma a quanto pare, in questa modernità impazzita, la libertà della donna presuppone anche la libertà di avvelenarsi. Gli effetti dannosi degli anticoncezionali di ogni tipo sono noti e ne parleremo prossimamente.

L'aborto è quindi un tema di attualità che dovrebbe tornare nell'agenda dei politici nostrani, fra i quali ce ne sono  molti consapevoli dell'illiceità di leggi come la 194. Alla Marcia, per la cronaca, erano presenti Giorgia Meloni con una delegazione di sindaci di Fratelli d'Italia, Giancarlo Giorgetti, Lorenzo Fontana e Simone Pillon della Lega. Serve però un maggiore coraggio politico nel porre la questione.

A tale riguardo, è bene prendere come esempio ciò che sta accadendo negli Stati Uniti. Nel nostro ultimo libro, Fino alla fine del mondo, vagheggiavamo, forse sparandola grossa, l'idea di un Grande Risveglio spirituale  oltre oceano. Stando alla realtà, non è certo in corso un'ondata di religiosità fervente, ma sulla questione aborto i segnali sono molto positivi e in netta controtendenza con la storia degli ultimi decenni e con l'attualità europea.
Mentre in Europa si magnifica un'Islanda che avrebbe debellato la sindrome di Down, abortendo tutti i bambini che ne sono affetti, nello stato dell'Ohio è stata vietata, nel dicembre 2017, l'interruzione di gravidanza proprio laddove venga diagnosticata con analisi prenatali questa sindrome. In pratica è vietato l'aborto selettivo, pratica eugenetica. Visto che piacciono tanto i numeri, ricordiamo che l'Ohio ha 11 milioni e mezzo di abitanti e ospita un'economia fiorente e grossi centri industriali.
A marzo del 2017 in Texas è stata invece legalizzata la possibilità da parte del medico di mentire ad una donna riguardo eventuali malformazioni del feto, laddove ci sia la possibilità che questa abortisca. La corte suprema ha bloccato questa legge, che in realtà di per sé non è deontologica, ma è pur sempre un indicatore di un orientamento ben preciso. Il Texas ha 27 milioni e mezzo di abitanti ed un pil pro capite di 50 mila dollari.
Pochi giorni fa è stata poi la volta dell'Iowa, che ha abolito la possibilità di praticare l'aborto laddove sia stato ascoltato il battito del cuore. Non si tratta di un'abolizione totale, ma di un'azione in senso restrittivo, anch'essa indicatrice di una mentalità che negli Stati Uniti si sta facendo strada. L'Iowa ha poco più di tre milioni di abitanti.
L'azione più rumorosa è stata però messa in campo da Donald Trump, anch'essa pochi giorni fa. Il Presidente ha deciso di bloccare i finanziamenti, diretti e indiretti, alle cliniche che praticano aborti. Il provvedimento va a detrimento principalmente di Planned Parenthood, già duramente colpita dalla politica trumpiana. Anche in questo caso, non si tratta di abolizione dell'aborto, ma per lo meno si sancisce che non lo si debba praticare a spese del contribuente.
Questi sono segnali del fatto che negli Stati Uniti l'aborto non è più un dogma e che anzi può essere ridiscusso e, udite udite, talvolta anche proibito.

In Europa invece il quadro è ben peggiore, tanto che fra pochi giorni in Irlanda si terrà un referendum per la legalizzazione dell'aborto, potenzialmente fino al sesto mese, in una nazione che fino ad oggi si era preservata da questa bruttura. A meno di colpi di scena, l'esito sarà favorevole.

In Italia invece su questo argomento tutto tace a livello legislativo, ma sarebbe ora di porre la questione in sede parlamentare per iniziare ad invertire la tendenza e archiviare una pratica con la quale solo in Italia sono già stati soppressi quasi sei milioni di bambini, con grossi danni esistenziali anche per le donne che si sono sottoposte ad essa.

 

19 maggio 2018

Dio preferisce la premier


IL FOOTBALL DEL VECCHIO CONTINENTE COME PIACE ALLA TRADIZIONE



di Matteo Donadoni
LIONE. Finale di Europa League. Termina dunque qui l’epopea dei tifosi dell’Atalanta sul divano. Dopo anni di difficoltà l’OM fa sul serio [1], lo fa per 20 minuti circa, poi la pochezza tecnica della sua punta Germain, l’infortunio tecnico di Zambo Anguissa che causa il vantaggio spagnolo e soprattutto l’infortunio muscolare a Payet, spostano la bilancia della fortuna inesorabilmente in favore dell’Atleti, che si ritrova praticamente la partita vinta, dato che il Marsiglia si squaglia come un cornetto sul molo. Come al solito il Colchoneros ottengono il massimo con il minimo sforzo. Inizio a pensare che questo paradosso del calcio sia in realtà un assioma: chi rompe il gioco vince.
A volte sembra karma. Chi d’infortunio ferisce, di infortunio perisce. Tutti i commentatori sportivi più informati attendevano Dimitri Payet, che definiscono “libero offensivo”, ma che io ricordo più che altro come il macellaio di Ronaldo nella finale di Euro2016. Per la quarta volta consecutiva, anche quest’anno, infatti, il trequartista nato nell’isola di Reunion è di nuovo il giocatore ad aver creato più occasioni da gol nei cinque principali campionati europei: Chances created: 113,
Assists: 12 ( SQUAWKA ANALYSIS ). Addirittura più di giocatori come De Bruyne, Insigne, Özil e Eriksen. I dati dicevano anche che l’Olympique Marseille è la squadra che tira di più in Ligue 1 e quella che segna di più su calcio piazzato (10 gol). Forse perché l’Atletico gioca in Spagna.
D’altra parte Rudi Garcia ha tentato di fare con Payet come a Roma il primo anno della sua gestione con Francesco Totti. Solo che Payet, per quanto forte, non è Totti.
Nonostante la bellezza dei dribbling di Ocampos e la tenacia di Sarr, entrambi giocatori notevoli, di questa finale rimane l’inconcepibile solidità dell’Atletico, oltre che l’inconsistenza intellettuale nonché calcistica degli scout (tipo i geniacci dell’Olympique Lyonnais) che scartano un giovanissimo Antoine Griezmann perché gracilino.
Se avesse vinto l’Europa League, Garcia avrebbe potuto considerarsi il padre dell’introduzione della “touche” nel football, ma ha perso.

Ma la scorsa settimana era stata assegnata la Coppa Italia.

ROMA. Per parlare della finale di Coppa Italia dobbiamo discutere la finale di Coupe de France, palcoscenico della storia e delle aspirazioni del Les Herbiers, piccola squadra di terza divisione francese - il massimo livello che la squadra è riuscita a raggiungere in tutta la sua storia. Oggi è la squadra francese che più ci sta simpatica. Per due ragioni. Una storica: all’alba del 3 febbraio del 1794 la colonna infernale guidata dal generale François-Pierre Amey entrò nella regione del Bocage e diede fuoco alla città di Les Herbiers. Sconfitta l’armata cattolica vandeana, l’esercito rivoluzionario volle incenerire i propri avversari: doveva. Infatti, la città venne distrutta insieme al castello dell’Entenduère, oggi ridotto a poche rovine abbandonate e ricoperte dalla vegetazione. Insomma, la solita prassi dei progressisti. La seconda ragione è che la squadra di calcio è stata fondata nel 1920 da un parroco - come il glorioso Celtic Glasgow, che quest’anno vince il settimo scudetto consecutivo e ci congratuliamo.

Dunque, per quanto sia stata travagliata la stagione del Les Herbiers - e per dire quanto basta ricordare che l’attuale tecnico, Stephane Masala, non ha neanche il patentino per allenare e il club deve pagare una multa di 1170 euro ogni partita - la squadra è arrivata in finale contro il ricco e blasonato PSG dei parigini, che loro chiamano “Les Parigots”. Avrebbe potuto essere una storia degna del football britannico, ma, essendo che è francese, i ragazzi del Les Herbiers hanno concluso banalmente, perdendo o-2 contro quella che sulla carta è la squadra più forte d’Europa.
Tutto sommato un risultato migliore di quello dell’onesto Milan contro la Juventus, che si aggiudica il trofeo per la quarta volta consecutiva, stabilendo un nuovo record, grazie a ben due papere di Donnarumma e un autogol di Kalinic.

Già, la scorsa settimana era stata assegnata la Coppa Italia. Infatti la chicca di fine anno ce la regala l’allenatore più permaloso della penisola, Massimiliano Allegri, il teorico della partita brutta, “anzi, se possibile, ancora più brutta”. Cito testuale perché si farebbe fatica a credermi: “E’ ora di far capire ai corsi, a i nuovi allenatori, a questi ragazzotti che ‘crescano’, che il calcio non è solo fatto di teoria, ma anche di pratica. Io fortunatamente son cresciuto con Galeone <sic!> che mi ha spiegato la molta semplicità nel spiegare le cose. Invece, io qui sento, Dio Santo, come se in una partita di calcio bisognerebbe mandare missili sulla Luna. E questo credo che sia molto un po’ una roba… da chi non conosce il calcio”. Esposto il teorema filosofico profondo per la formazione degli allenatori del futuro, Allegri, per quanto sconsolato per questa sua battaglia persa, prosegue la lezione per chi non conosce il calcio con un esempio pratico, altrimenti “si riduce il calcio… nel calcio ci sono mille imponderabili e mille imprevisti come il Monopoli, nel Monopoli c’è un pacchettino di imprevisti e nel calcio c’è un pacco di imprevisti. Quindi bisogna saper gestir le cose… c’ho un’idea completamente diversa, purtroppo forse è sbagliata la mia perché sento ‘parlà’ tutti allo stesso modo… quindi…”
Come dicevano i filosofi antichi: IPSE DIXIT - 9 maggio 2018.
Per concludere ribadendo un grosso #NototheModernFootball, ricordiamo l’ennesimo ritiro di Gianluigi Buffon. Tabaccaio in lacrime.


[1] Margarita Louis Dreyfus ha ceduto le quote dell’Olympique Marsiglia all’americano Frank McCourt, imprenditore dal passato turbolento , già proprietario dei Los Angeles Dodgers (franchigia di baseball della MLB), dalla cessione dei quali ha ricavato circa 2,15 miliardi di dollari (sic!).
 

Matrix e The Truman Show: la gnosi al cinema

di Alfredo Incollingo
Film cult e pellicole cinematografiche da Premio Oscar fin troppe volte sono veicoli di messaggi occulti e gnostici. Li guardiamo al cinema o in televisione con sguardo distratto e incantato, senza tener conto delle parole degli attori e dei simboli presenti nelle scene. I richiami al mondo occultista o alla gnosi sono realtà ben note, che spesso sono bollate come fandonie o complottismo. Nella maggior parte dei casi sono i media ufficiali, compromessi con tali sette, a sbeffeggiare chi da anni studia questi fenomeni.

La trilogia di Matrix ha conquistato le menti di milioni di fan degli action movies, che, ignati di tutto, ammirarono una perfetta messa in scena dello gnosticismo. The Thruman Show, così come la serie tv Twin Peaks, sono ormai parte integrante della cultura popolare e pochi ammettono di non averli visionati. Eppure, all'apparenza possono sembrare innocue commedie o avvincenti telefilm, perché in realtà, come ben evidenzia Paolo Riberi, nascondono tra le pagine dei copioni messaggi gnostici.

In Pillola rossa o loggia nera? Messaggi gnostici nel cinema tra Matrix, Westworld e Twin Peaks (Lindau, 2017) l'autore racconta le trame e i retroscena dei film analizzati, facendo emergere ogni volta il continuo riferimento dei registi e degli sceneggiatori alla gnosi. Senza fare spoiler, come si usa dire nel gergo cinematografico, togliendo al lettore il gusto della sorpresa, possiamo ben dire che nei film presi in esame (Matrix, The Thruman Show, Twin Peaks, Westworld, per esempio) i vangeli gnostici sono i capisaldi dell'intera narrazione.

C'è il richiamo al dualismo tra corpo e materia, il percorso di iniziazione ad una conoscenza superiore e una continua negazione della Rivelazione cristiana. Sono presenti eoni e demiurghi malvagi, interpretati da antagonisti o da comparse. Il libro di Riberi ci racconta in breve, in generale, come lui stesso afferma, il legame profondo e occulto tra cinema e gnosi. Ci offre così un importante spunto di riflessione sull'industria culturale e ci rende consapevoli dei prodotti filmici che acquistiamo.


 

17 maggio 2018

Il puntatore. Povera liturgia

di Aurelio Porfiri
La liturgia tira. Vedo come sui blog quando si parla di liturgia il dibattito si infiamma. E c’è una ragione: la liturgia, la musica liturgica, è stata devastata in questi ultimi decenni. Non che prima del Concilio fosse tutto perfetto, c’erano abusi anche allora. Ma oggi l’abuso è divenuto uso, la normalità.

Devo dirlo onestamente, dispero che ci sarà un vero ed effettivo recupero. Il senso di ciò che è liturgicamente appropriato si è andato oramai perdendo. Anche quelle congregazioni che sembrano più conservatrici spesso si rifugiano nel devozionalismo o cercano di inseguire qualche moda liturgica per dimostrare che poi non sono così arretrati. Insomma il quadro è desolante.

Continuo ad insistere nel dire che qui da noi il problema è molto legato al clericalismo, al fatto che il clero spessissimo mal formato possa avere un controllo totale che porta inevitabilmente alla perdita di qualità della liturgia. Gran parte dei preti sono inebriati di spirito del Concilio e il senso liturgico vero è oramai molto più facile trovarlo nei laici.

A viste umane c’è da disperare. Oramai soltanto un Dio ci può salvare, se non si è stufato pure Lui.



I LIBRI RECENTI DI AURELIO PORFIRI SU AMAZON
(disponibili in cartaceo e in ebook – clicca sulla copertina per acquistare)
La Confessione
ET – ET: Ipotesi su Vittorio Messori
La Messa In-canto: piccola guida alla musica per le celebrazioni liturgiche
Les Deux Chemins: Dialogue sur la Musique (avec Jacques Viret)
Oceano di fuoco: commentari su Divo Barsotti
Ci chiedevano parole di canto: la crisi della musica liturgica


 

16 maggio 2018

È tornato don Camillo/58. Il piccolo-grande Attilio

(con una illustrazione interna di Erica Fabbroni)

Questa è una di quelle storie antiche che appaiono sempre nuove, portate dal vento in terre dove il seme può attecchire e portare molto frutto. Racconti straordinari nella loro apparente ordinarietà, ma che possono lasciare stupiti gli attenti ascoltatori. Discorrere di vita significa, a volte, parlar di morte e ancora di vita, perché il male è stato sconfitto e solo il bene alla fine trionferà. Il presente, allora, si mescolata al passato, che ritorna attuale per permettere di avere uno sguardo di speranza sul futuro. “Il mondo – aveva scritto Tolkien, in un dialogo tra l’elfo Haldir e l’hobbit Frodo – è davvero pieno di pericoli, e vi sono molti posti oscuri; ma si trovano ancora delle cose belle, e nonostante che l’amore sia ovunque mescolato al dolore, esso cresce forse più forte”.

In illo tempore, in una giornata come tante altre, fece un importante ritrovamento. Si trovava al paese, quello, per essere precisi, più bello del mondo, perché il “suo”, dove era cresciuto e conosceva tutti. Il tempo, lì, pareva essersi fermato e la realtà, fatta di vie, case, piazze, rimaneva immutata per anni e anni. Ogni cosa poteva apparire diversa, pur restando la stessa, ed era perfettamente uguale, anche se ormai mutata nella forma esteriore. E le stagioni facevano capolino, rincorrendosi con gli anni che passavano lenti e veloci insieme.

Il nostro don Camillo si trovava, appunto, nella sua casa natia e si dava non poco da fare, aiutando i suoi genitori a sistemare le cose nello scantinato, così da lasciar spazio a nuove cianfrusaglie, gettando via quelle vecchie.

Durante le operazioni di riordino, gli venne in mano, quasi per caso, una vecchia e ingiallita fotografia: si trattava di un bambino, probabilmente al suo primo giorno di scuola.

Don Augusto non poté evitare di notare la somiglianza con se stesso, ma non ricordava di aver mai visto quella istantanea né riconosceva il luogo in cui era stata scattata.

«Assomiglia a te, quando avevi la sua età», sentì, alle sue spalle, la voce di sua madre.

«Già», rispose l’altro meditabondo, «chi è?».

«Il tuo prozio», riprese la donna, avvicinandosi, «il fratello più piccolo di tuo nonno Antonio».

La faccia interrogativa, di chi ammette di non sapere nulla, aiutò la mamma del pretone a proseguire nella descrizione della faccenda.

«È una lunga storia…», iniziò titubante.

«Ma noi abbiamo tempo!», esclamò, spronandola.

«Va bene», riprese l’altra, per niente dispiaciuta di poter rievocare le vicende dei suoi avi, «Devi sapere che la tua bisnonna Mariangela era una donna bellissima, intelligente e piena di vita. Si sposò presto, come era d’uso allora, ed ebbe parecchi figli. Attilio fu l’ultimo ed era il suo piccolo, ma grande tesoro. Quando fu giunto il momento di incominciare la scuola elementare, lei si ammalò, ma i medici non riuscirono a capire subito di quale malattia soffrisse. Siccome peggiorava di giorno in giorno, decisero di spedire il piccolo Attilio in un collegio».

Il nostro don Camillo, vedendo che la narrazione si prestava a essere lunga, si sistemò meglio sull’appoggio su cui era seduto.

«Alle fine», proseguì sua madre, «i dottori compresero il motivo del suo malessere e del suo incomprensibile dimagrimento: si trattava del verme solitario. Quando, però, avrebbe potuto facilmente guarire e, dunque, cominciare una sorta di rinascita, la raggiunse un vero e proprio dramma…».

A quel punto, il prete di città, ora nel suo paese, guardò preoccupato la madre e chiese cosa fosse mai successo e se quella era una malattia incurabile a quel tempo.

«No», riprese l’altra, «la cura c’era e avrebbe pure funzionato, ma il medico fece un errore irreparabile. La tua bisnonna avrebbe dovuto prendere la medicina e poi un quantitativo di olio di ricino per purificare l’organismo. Purtroppo, il dottore sbagliò a dare le indicazioni e fece fare alla paziente le stesse operazioni, ma in modo inverso. Avvenne che le si perforò lo stomaco e, dopo qualche giorno, morì per una emorragia interna, all’età di trentasei anni».

Il pretone si rabbuiò e rimase zitto per qualche attimo, dopodiché levò la testa e il suo sguardo incrociò un vecchio crocefisso impolverato, ma dalle delicate fattezze.

«Che storia triste!», esclamò infine.

«Quando la sua mamma morì», continuò il racconto, «Attilio era in collegio, ma nessuno gli comunicò la notizia né lo si fece rincasare per i funerali…».

«E perché mai?», saltò su don Augusto con fare indignato.

«Va’ a saperlo», rispose, «mentalità dell’epoca! Sta di fatto che quando Attilio finalmente tornò dai suoi, a motivo di alcuni giorni di vacanza, voleva ovviamente vedere sua madre, ma lei non c’era più e non c’era modo di farglielo capire. Lo portarono al cimitero e gli spiegarono che era andata in cielo con Gesù e che, in Paradiso, era felice e stava bene… quante cose gli dissero per convincerlo e rasserenarlo! Tuttavia, Attilio voleva incontrarla a ogni costo e piangeva e si disperava per questo».

«Povero», sospirò il pretone dalle mani grosse come badili.

«Già», cercò di continuare l’altra, interrotta dall’urlo di richiamo del marito, che la desiderava ai piani alti, «La cosa finì che il povero bimbo morì…».

«Morì?», le fece eco l’altro scosso.

«Sì», finì il discorso, concludendo anche il racconto di quella triste vicenda, «morì di crepacuore, perché voleva rivedere la sua amata mamma e non ci era riuscito, almeno qui in terra».

Dopo altri richiami, la madre di don Augusto salì, dove era attesa, lasciando il figlio sacerdote solo nella semioscurità. Questi si alzò a fatica, meditabondo, e, senza pensarci su troppo, prese tra le mani quel polveroso crocifisso e lo ripulì. Era molto ben fatto e si chiese come mai era capitato laggiù, tra le robe vecchie. Lo osservò con attenzione fin quando non gli vennero in mente le sequenze del dialogo tra Marcellino pane e vino e il Cristo e, quasi senza accorgersene, le ripeté a mezza voce.

«“Bravo Marcellino”, disse Gesù, “Tu sei un bambino buono e io ti voglio dare in premio quello che più desideri al mondo. Dimmi: vuoi essere come fra Bernardo, come fra Pappina, come il Padre Superiore oppure vuoi che Manuel venga a giocare con te?”.

“No, voglio soltanto vedere la mia mamma e poi anche la tua”.

“E vuoi vederle adesso?”.

“Sì, sì, adesso”.

“Dovrai dormire”.

“Ma io non ho sonno”.

“Ti addormenterò io. Vieni, dormi Marcellino”».

Il Cristo aveva accolto la preghiera di Marcellino, portandolo in cielo e, probabilmente, ragionò tra sé don Camillo redivivo, lo stesso aveva fatto con il piccolo-grande Attilio. Dopo qualche istante, si volse e posò lo sguardo dapprima su quel crocifisso, una volta impolverato, per poi rimirare di nuovo quel piccolo ritratto che aveva ripreso tra le mani. E gli parve, per un attimo, come un barlume, di vedere una strana luce intorno a quel viso angelico.

Esauritosi quel bagliore, gli occhi di don Augusto si posarono su un volumaccio: fu stupito di trovarlo lì, perché era una tra le sue opere preferite. Decise di aprirlo a caso e, scorrendo su e giù con le dita, si soffermò su un passo. Gli capitarono le parole di una scena a lui cara, quando i protagonisti di un’epica storia si dicono “addio”.

«Ebbene, cari amici», lesse ad alta voce, «qui sulle rive del Mare finisce la nostra compagnia nella Terra di Mezzo. Andate in pace! Non dirò: “Non piangete”, perché non tutte le lacrime sono un male».

Chiudendo il libro, scrutò per qualche istante ancora quella fotografia per poi appoggiarla, con ieratica solennità, sulla mensola del mobile. Infine, mentre contemplava il volto del Crocefisso, una grossa lacrima attraversò la guancia di quel pretone dalle mani di ghisa e dal grande cuore.

“È proprio vero”, si disse, “non tutte le lacrime sono un male…”.
 

15 maggio 2018

Marcia per la Vita ed eventi collegati

Dunque ci siamo, la Marcia per la Vita si snoderà per le vie di Roma il 19 maggio. Il ritrovo è fissato per le 14 e 30 a Piazza della Repubblica. Link



Per chi volesse iniziare degnamente la Marcia, ricordiamo che alle ore 12, presso la Basilica dei Santi Vitale e Compagni Martiri in Fovea, in via Nazionale 194 (sempre nei pressi di piazza della Republica), sarà celebrata una Messa tridentina, in suffragio di Mario Palmaro.



Il 17 e il 18 maggio si terrà il Rome Life Forum (serve iscrizione), evento internazionale che quest'anno si occuperà di "Vera e falsa coscienza". Link



 

Se per il suicidio assistito basta l'infelicità

di Giuliano Guzzo
Per farsi un’idea sul caso del professor David Goodall, morto oggi in Svizzera alle ore 12:30 mediante suicidio assistito, è più sufficiente soffermarsi su quanto egli stesso, pochi giorni fa, dichiarava: «Non sono felice, voglio morire». Chiaro? Certo, parliamo di un uomo che aveva 104 anni, non un giovine nel fiore degli anni, e che sempre aveva lottato per il diritto a darsi la morte, ma alla fin fine il nocciolo della questione era – ed è – tutto in quelle sue cinque parole: «Non sono felice, voglio morire». Nessuna malattia, dunque. Nessun dolore fisico insopportabile. Anzi, proprio nessun dolore fisico. Neppure una condizione terminale: solo l’infelicità.

Un’infelicità cui Goodall ha pensato di porre rimedio, oggi, iniettandosi in vena i barbiturici in una clinica di Basilea sulle note, evidentemente a lui care, dell’Inno alla Gioia di Beethoven. Un’infelicità, la sua, che è giusto non commentare sul piano personale, ma che è invece doveroso considerare su quello politico nel momento in cui – come in questo caso, meno isolato di quanto si creda – diventa, da sola, la faglia tra l’esistenza e la morte cercata. Non è un caso che i suicidi, fra le persone gravemente malate, risultino molto meno frequenti rispetto a quelli che si contano fra le sane ma, appunto, infelici. Raramente lo si ricorda, ma è così.

Se quindi la fine di Goodall ha un merito, è proprio quello di rivelarci la questione del presunto diritto di morire per ciò che è, vale a dire un rifiuto della vita sic et simpliciter, che nulla – nulla – a che fare con la lacrimevole retorica del dolore, né con lo spot filantropico della “dolce morte” come geste d’amour. Ma chi sei tu – mi si obietterà – per giudicare l’addio alla vita di chicchessia? Nessuno, ovvio. Il punto, però, qui, è un altro: quando è lo Stato a regolamentare il diritto di uccidersi, tutti sono titolati ad interrogarsi. Perché ammesso e non concesso esista il diritto di uccidersi, in ogni caso assai prima viene quello di chiedersi, se basta l’infelicità a farla finita, dove diavolo andremo a finire.

da GiulianoGuzzo.com

 

14 maggio 2018

la Vandeana. Sapinaud

di Alfredo Incollingo
Charles Sapinaud si arruolò giovanissimo nell'esercito reale francese, diversi mesi prima la presa della Bastiglia, il 14 luglio 1789. Aveva solo 18 anni. Fedele alla monarchia e all'onore, rifiutò di combattere per la repubblica, pur avendo di fronte a sé una lauta carriera militare, e si ritirò a vita privata, accettando l'incarico di sindaco a La Gaubretière, a 29 anni. Nei primi mesi della guerra vandeana servì i Borbone al seguito del generale Charles Sapinaud de La Verrie, suo zio. Alla sua morte assunse il comando dei suoi reggimenti continuando la guerra. Combatté a lungo contro i repubblicani, assaltando le loro roccaforti e ottenendo numerose vittorie. Eppure la sua strategia e la sua abilità al comando non lo aiutarono a vincere i giacobini: venne infatti sconfitto a Le Mans. Il suo esercito venne massacrato e riuscì a fuggire in tempo, evitando la cattura e la condanna morte, che toccò a tanti suoi ufficiali. Nel 1794 radunò nuove truppe per continuare la guerra, ostacolando i massacri delle Colonne Infernali. Tra il 1795 e il 1796 organizzò e condusse diverse campagne militari che sortirono poche e incerte vittorie. Continuò a combattere anche dopo la Restaurazione (1814 - 1815), quando il re Luigi XVIII, che lo aveva nominato duca, venne deposto e la monarchia decadde di nuovo. Fu uno dei pochi generali vandeani che lottarono fino alla fine per la corona di Francia.
 

La conversione di Napoleone

di Giuliano Guzzo
Il 5 maggio di 197 anni fa, spirava Napoleone Bonaparte (1769–1821). Tanti son gli aspetti poco noti di questo personaggio – che fu pure scrittore: nel 1795 compose un romanzo, Clisson et Eugenie, rimasto inedito fino al 1920 -, ma uno su tutti è sconvolgente: la sua conversione. Ma sì, proprio così: si convertì. Fu egli stesso ad ammetterlo apertamente quando, ormai prossimo alla fine, nell’isola di Sant’Elena, alla domanda su quale errore non avrebbe ripetuto, avesse potuto tornare indietro, confessò: «L’errore più grande che ho fatto è qualcosa a cui nessuno pensa. E cioè la pretesa di distruggere la Chiesa cattolica. Io credevo che la Chiesa fosse come una sorta di serpente, per cui, schiacciata la testa, sarebbe morta. E invece, più schiacciavo questa testa (l’allusione all’esilio di Pio VI e Pio VII è chiara), e più mi accorgevo che la Chiesa mi rinasceva tra le mani. Ho combattuto contro potentissimi eserciti, eppure non ho mai dubitato di combattere contro realtà limitate; ma combattendo contro la Chiesa, mi sono accorto di combattere non solo contro degli uomini!».


Quelle considerazioni – così sconvolgenti e poco note, benché riportate già nel 1843 in Sentiment de Napoléon sur le Christianisme, libro che le Edizioni Studio Domenicano hanno lodevolmente reso disponibile in lingua italiana – ci restituiscono un Napoleone diverso, anzi radicalmente diverso da quello “ufficiale”. «Non un materialista e anticlericale», osservò nella prefazione all’edizione italiana il cardinale Biffi, «ma un cattolico convinto, con una fede matura. Egli elabora una prova efficace dell’esistenza di Dio fondata anche sulla propria esperienza di vita, riflette con animo appassionato sulla persona di Gesù Cristo, sulla Croce, sull’Eucarestia, sui rapporti tra fede cristiana, islamismo e protestantesimo». Resta un piccolo mistero il motivo per cui una conversione tanto significativa e accompagnata, peraltro, da riflessioni per nulla banali (che la Chiesa non sia solo «degli uomini», anzi non lo sia per nulla, non è chiaro neppure, c’è da temere, a molti cattolici) sia così poco conosciuta. Censura della cultura laica? Potere dell’anticlericalismo? Chissà. Sta di fatto che oggi è un buon giorno per ricordarla, quella straordinaria conversione.

da GiulianoGuzzo.com
 

12 maggio 2018

#MetGala. La Chiesa e il rapporto con la bellezza perduta

di Andrea Michele Gazzola
Ormai è noto. Lo scorso 26 febbraio, la Santa Sede ha aperto gli armadi di casa e concesso, dopo oltre due anni di suppliche, al curatore Andrew Bolton, di poter esporre al Metropolitan Museum of Art di New York un numero di 40 tra oggetti e paramenti sacri. Ovviamente accostati alle realizzazioni di numerosi stilisti, a partire da Coco Chanel fino a Balenciaga e Versace, dove vi è una chiara ispirazione, se non copiatura, dei più pregevoli manufatti delle migliori sagrestie.

Così, pochi giorni fa tutto il gotha dello spettacolo e della moda è accorso ad una delle serate più mondane: un gala benefico per sostenere le attività del Costume Institute e l’inaugurazione appunto dei 5.500 metri quadrati dell’esposizione, visibile da maggio ad ottobre, dal titolo: “Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination“ (Corpi Divini: la moda e l’immaginario cattolico).

Cattolico, appunto. Ma tra il clamore suscitato per le mise di alcune star al limite del blasfemo, è andata in scena forse la più grande e a tratti certamente involontaria attestazione di "devozione" nei confronti della Tradizione, Cattolica appunto, tridentina per di più!

Solo e solamente cattolica non certo protestante o filobergogliana. Manifestazione in se ovviamente difettosa e mancante, se non a tratti da dimenticare, ma umanamente involontaria e sincera perché nell’imitazione si cela inequivocabile la stima e la volontà di voler essere qualcosa che non si è. 

Per i più potrà sembrare uno sfregio, frutto della mondanità che crede di servirsi, oggi, anche dei mezzi propri della divina liturgia, invece, nonostante i reiterati tentativi di depauperare la Santa Liturgia da parte di molti all’interno della Chiesa, Essa rifulge da oggi anche per mano di coloro che tutt’altro hanno che dei servitori della Santa Chiesa; ciò non fosse per screditare ulteriormente le sciatterie di parati illecitamente confezionati in plastica e di bassa fattura, frutto delle aberranti teorie sessantottine di una “chiesa povera”, non oltre specificato cosa. Ma la meraviglia e lo stupore di tutto ciò non sono nuovi.

Il potere esercitato dagli oggetti liturgici ed ecclesiastici in genere va con strabilio da sempre ben oltre il sacro e le persone del sacro. Il paramento nasce da umane necessità tanto quanto le rappresentazioni bibliche all’interno delle chiese, ad esempio l’opera di Giotto nella Basilica di Assisi. Se non rispondessero ad una funzione non avrebbero motivo d’essere dove sono, chiaro sia che per decorazione avrebbero potuto fare qualsiasi altra cosa. Dunque la necessità ne prescrive la presenza e ne obbliga l’utilizzo, la funzione del parato e degli oggetti sacri non è fine a se stessa, ma complementare nel veicolare il messaggio.

Ora il problema, dalla riforma liturgia si è voluto accantonare non degli “oggetti” ma delle necessità provocandone un immenso quanto inspiegabile vuoto, concretamente visibile ed espresso nelle chiese vuote di fedeli. Ciò che accade oggi al Gala non è altro che la profana e parziale realizzazione dei capolavori prelevati dalle sagrestie vaticane: meravigliare, affascinare, destare emozioni e raccontare significati antichissimi che dalla riforma post-conciliare ad oggi sono stati accantonati, nascosti, bistrattati finendo nel migliore dei casi musealizzati, in Vaticano.

La differenza tra un museo in stato Vaticano o all’estero non esiste perché la funzione non viene espressa in nessuno dei due casi. Le emozioni che desterà, ai visitatori, il triregno di Pio IX, saranno solo una parte di quelle che un turista o pellegrino in visita a Roma poteva vivere nel vederlo sulla testa del legittimo portatore con tutto quanto ne conseguiva di seguito. Sarà questa l’ennesima occasione verso la riscoperta della vera chiesa ?! Qualcuno si accorgerà che le contraddizioni attuali altro non sono che il frutto di errate teorie che hanno spinto la sposa di N.S. ad un ciarpame di sciatteria accompagnato da menestrelli in chitarra ?!

Certamente il Gala tutto è tranne che l’intenzionale oscuramento della bellezza voluto dalla chiesa di Roma da cinquant’anni ad oggi. Bellezza copiata già nel 1955/56 quando l’atelier delle Sorelle Fontana produsse per un film di Fellini, che non fu mai girato, il modello cosiddetto “Pretino”. Si trattava di un abito per Anita Ekberg, lunghezza da abito da cocktail, che nient’altro era che una talare filettata cremisi, abbottonata al femminile e completata da un saturno con tanto di nappe. Le tre stiliste temettero la scomunica, ma qualche tempo dopo ricevettero udienza presso il Santo Padre, Pio XII con la famiglia e le maestranze dell’azienda.

Bellezza in dialogo già alcuni secoli prima, dove era usanza tra le nobildonne donare i propri abiti realizzati con i tessuti più preziosi, alla chiesa, per farne confezionarne parati. Dunque niente di nuovo, se non un ancor più chiaro ritorno tramite la bellezza dalla tradizione cattolica di sempre attraverso i secoli, perché si sa, il brutto non ha mai suscitato interesse e non ha mai prodotto niente in nessuno. 

Accuse verso il brutto della chiesa “moderna” che furono già malcelatamente mosse nel 1972 da Federico Fellini nel film “Roma” dove una quasi rassegnata, ma battagliera principessa dell’aristocrazia nera (i più acuti sapranno leggerci una similitudine con un’assai nota principessa difenditrice della tradizione tridentina), esprime il suo scetticismo nei confronti del futuro imperante. La principessa ospita nel suo palazzo una sfilata sacra alla presenza di un cardinale amico di famiglia. Tra le uscite, fantasiose monache à la page che si scontrano con chierici coperti di cotte gricce nella chiara esasperazione di mons. Enrico Dante, fino a giungere alle più dichiarate intenzioni moderniste, “nuovi tessuti !”, profetiche anticipazioni del raccapricciante piviale indossato per l’apertura della Porta Santa del 1999. Saggio invece lo stizzito commento di una  Badessa, seduta fra i blasonati ospiti e certamente ‘old school’: “È il mondo che deve seguire la Chiesa, non il contrario”. Forse è davvero giunto il momento che anche i duri d’orecchie ascoltino. 


 

11 maggio 2018

Reintrodurre le festività religiose. Una proposta

di Paolo Maria Filipazzi
Con il presente articolo si segnala e si appoggia incondizionatamente il disegno di legge presentato da tre parlamentari della Südtiroler Volkspartei per il ripristino degli effetti civili delle festività di San Giuseppe, dell’Ascensione, del Corpus Domini e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, nonché del lunedì dopo Pentecoste.

Si tratta di ricorrenze che in Italia furono celebrate fino al 1977, per poi essere abolite, assieme all’Epifania, in base, ufficialmente, all’austerity, vale a dire allo stravagante assunto che troppe festività, sottraendo preziosi giorni di lavoro, avessero ricadute negative sulla produttività, rendessero il “paese” poco competitivo … Insomma, le solite frescacce.

Ovviamente né allora né mai è sembrato che qualcuno si accorgesse che numerose di queste festività abbiano continuato ad essere tali in diverse nazioni europee, fra le quali la Francia e la Germania, vale a dire quelle “competitive” per eccellenza, né che la “produttività” dell’Italia non abbia minimamente risentito di tale “taglio dei costi”. A dire il vero una lieve reazione ci fu già allora, se è vero come è vero che dopo un paio d’anni almeno l’Epifania fu ripristinata, ma fu poca cosa.
Anche oggi, alla proposta della SVP, si levano voci critiche: ma come, con la crisi, si sottrae tempo al lavoro? E ai nostri poveri studenti, subissati di ponti in quella primavera che è proprio il periodo in cui vengono inondati di compiti in classe, non pensate?

Ovviamente, nessuno che abbia il coraggio, oggi come allora, di andare oltre il patetico pretesto dei “troppi giorni di ferie che rendono il paese meno produttivo e competitivo”, per focalizzarsi sulla vera ragione per cui nel 1977 queste feste furono abolite: e cioè che, dopo la legge sul divorzio e la perniciosa riforma del diritto di famiglia e con la legalizzazione dell’aborto già in cantiere, si volle dare un altro bel colpo di maglio all’identità cattolica della Nazione italiana. Il tutto, ovviamente, realizzato con la complicità della Democrazia Cristiana, abbarbicata al potere come l’edera al muro.

A dire il vero, non è che la Chiesa Cattolica avesse troppo alzato alla voce, cosicchè ancora oggi viviamo annualmente la farsa del Corpus Domini spostato alla domenica successiva al giorno in cui si dovrebbe celebrare secondo il calendario liturgico, per non disturbare il dio-stato e, tutto sommato, nemmeno per seccare i tiepidi cattolichetti che, sempre più sparuti, frequentano le chiese…
Lanciamo dunque un appello per una campagna a tambur battente a favore della proposta.