19 agosto 2017

"Islam moderato" is the new "compagni che sbagliano"


di Giuliano Guzzo

I drammatici attacchi terroristici di questi giorni hanno riacceso, tra la gente comune così come tra i cosiddetti esperti, il dibattito sull’esistenza dell’«Islam moderato»: esiste o non esiste? E se c’è, come si manifesta e che rapporti intrattiene con le frange estremiste? Proprio nell’intenzione di non generalizzare e di non fare di tutta l’erba un fascio ha senso, secondo me, soffermarsi su interrogativi di questo genere, che non possono non essere alimentati da aspetti singolari, per non dire preoccupanti. Infatti, se da un lato è vero che globalmente una buona parte delle vittime, se non la maggiore, degli estremisti mussulmani, sono essi stessi devoti di Allah, dall’altro l’«Islam moderato» fatica, almeno in Europa, a farsi sentire. Un problema che, curiosamente, gli esponenti della cultura progressista negano, ma di cui sono sempre più consapevoli – manco a dirlo – proprio gli stessi fedeli mussulmani, alcuni dei quali si sono dichiarati pubblicamente scandalizzati dell’atteggiamento «Islam moderato in Europa».

Si pensi, per esempio, a Hocine Drouiche, imam di Nimes, esponente di spicco della comunità islamica francese nonché già vicepresidente degli imam d’Oltralpe il quale, non più tardi di un anno fa, si è dimesso da ogni carica ricoperta affermando: «Non si potranno mai fare passi avanti se i musulmani europei non si mettono in testa che l’estremismo è diventato un fenomeno evidente all’interno della loro stessa comunità. Dobbiamo dire la verità». Anche costui populista, ignorante e islamofobo, dunque? Difficile. Così come, a ben vedere, è difficile – sempre a proposito di «Islam moderato» – non misurarsi con altri interrogativi. Per esempio: l’Europa è, da anni, insanguinata dagli attacchi di soggetti, ripetono i grandi media, che non sarebbero “veri mussulmani”. Perché mai, allora, nessun “vero mussulmano” ha mai segnalato alle autorità, prima che entrassero in azione, detti finti credenti? Cosa ha impedito ai “veri mussulmani”, allorquando essi bazzicavano moschee e centri culturali, di sporgere denuncia a carico di aspiranti jihadisti?

E ancora: se l’«Islam moderato» non ha nulla a che vedere coi terroristi per ché mai quando, a Molenbeek, gli agenti andarono a prendere Abdeslam, terrorista responsabile degli attacchi coordinati di Parigi del 13 novembre 2015, la popolazione tirò i sassi alla polizia e non a costui? Concludo lasciando la parola non all’opinionista di turno, ma a un semplice operaio che, commentando sul forum di Repubblica.it, ha secondo me descritto la situazione attuale con più acume di quello di tanti, cosiddetti esperti: «Sono un semplice operaio (quindi mi scuso se sbaglio a scrivere qualcosa), sono a contatto 8 ore al giorno con gente che viene da paesi islamici e posso dire con assoluta certezza che questi sono più razzisti di noi.. con un paio di ragazzi sono diventato QUASI amico ma se si parla e si entra nei dettagli questi ODIANO il nostro modo di vivere, la nostra libertà. Quando parli della donna occidentale fanno dei ragionamenti incredibili solo per fare un esempio.. è chiaro che i terroristi sono qualche decina di co…..i, ma se per ASSURDO si dovesse combattere una guerra casa per casa, questi non stanno di certo dalla nostra parte».

https://giulianoguzzo.com/2017/08/19/a-proposito-di-islam-moderato/

 

L’Islam e l’Europa dopo Barcellona: che fare?


di Fabio Petrucci

Con il barbaro attentato del 17 agosto il terrorismo di matrice islamista è tornato ad insanguinare l’Europa. Anche Barcellona è così entrata nel novero delle metropoli colpite dal cieco fanatismo jihadista. Dopo Parigi, Bruxelles, Berlino e Londra, un’altra grande città europea (sostanzialmente una “capitale”) è precipitata nell’incubo della morte che all’improvviso piomba sulla vita di ignari cittadini e turisti. Purtroppo sembra che gli europei si stiano inesorabilmente abituando a questa durevole spirale di terrore, come se l’insicurezza fosse ormai entrata a far parte dello stile di vita “occidentale”. Ma a quanto pare le società europee non si stanno abituando soltanto agli attentati, ma anche a reagire ad essi in maniera imbelle, superficiale e inutilmente melensa: dai gessetti colorati ai filtri su Facebook, dagli hashtag su Twitter alle foto dei gattini, è tutta una sequenza di gestualità collettive che segnalano la grave crisi della nostra civiltà, sempre più incline ad un emozionalismo politicamente corretto, cieco dinanzi alle cause delle sfide esistenti.

Alle inconcludenti reazioni appena descritte andrebbe contrapposta la volontà di venire a capo dei complessi processi che hanno condotto a questo stato di cose. È tempo di archiviare gli slogan sistematicamente ripetuti in occasione di attentati come quello di Barcellona, così come le minimizzazioni volte a nascondere gli errori delle classi dirigenti europee. Esorcizzare i problemi con slogan semplicistici come «l’islam è una religione di pace» non farà altro che rimandare all’infinito un’autentica presa d’atto da parte delle società europee.
Gli attentatori di Barcellona, al pari di quelli di Parigi o di Bruxelles, potranno anche essere dei soggetti isolati e sradicati, votati ad uno spontaneismo terroristico dai contorni folli e non appartenenti ad organizzazioni politiche strutturate, ma la matrice dei loro gesti affonda dichiaratamente le proprie radici nell’islam. A Barcellona, come altrove, gli attentatori potrebbero anche avere agito in assenza di occulte “regie” organizzative, ma il contesto ideologico delle loro azioni è quello ben noto del jihadismo. Le strumentali rivendicazioni dell’ISIS non giungono per caso. E da qui sorge una prima questione, tutt’altro che marginale, ossia quella del rapporto tra islam e violenza.
Sarebbe riduttivo e semplicistico affermare che quello tra islam e violenza è un binomio inscindibile, ma è indubbio che in seno all’islam sia radicata una tendenza all’uso della violenza e della prevaricazione non facilmente estirpabile. È un dato di fatto che per onestà intellettuale chiunque dovrebbe riconoscere. Qualcuno potrebbe obiettare, come accade spesso, che anche i cristiani hanno fatto ricorso alla violenza nel corso della storia. Ma se è vero che la vicenda storica del cristianesimo non è esente da macchie, è comunque necessario superare alcuni luoghi comuni purtroppo considerati alla stregua della verità, primo fra tutti quello legato alle Crociate.
L’islam, affacciatosi nelle vicende del nostro mondo a inizio del VII secolo d.C., si configurò sin dall’inizio come una religione votata alla conquista ed all’espansione armata. Il suo fondatore, Maometto, a differenza di Gesù Cristo, fu un vero e proprio conquistatore militare. Elemento, questo, che costituisce un problema di enorme gravità in quanto, come afferma il noto islamologo Samir Khalil Samir, «nella sua vita, Maometto ha fatto più di 60 guerre; ora se Maometto è il modello eccellente (come dice il Corano 33:21), non sorprende che certi musulmani usano anche loro la violenza ad imitazione del fondatore dell’islam»(1). Una cosa del genere è inimmaginabile nel cristianesimo, religione nella quale l’uso della forza non giustificato da esigenze di difesa costituisce un tradimento del messaggio evangelico. Nell’islam, viceversa, potremmo essere tentati di concludere che il “tradimento” del modello di Maometto e della radicale ortodossia sunnita, costituisca un elemento (forse l’unico) capace di limitare le tendenze violente e prevaricatrici. E forse non è un caso se il sufismo (tradizionalmente considerato come uno dei rami più “illuminati” dell’islam) abbia conosciuto le proprie vette in Asia centrale, tra l’area iranica, erede della ricca ed antica civiltà persiana, ed il cosiddetto “Turkestan”, nel quale – per citare lo storico Franco Cardini – «i musulmani turcomongoli rimasero, e sono ancora, profondamente legati alla loro antica cultura sciamanica: e il loro particolare islam ne reca tracce tanto profonde da far dire a qualche studioso che ancora oggi il musulmano uraloaltaico è “più sciamano che mullah”»(2)..
Esistono dunque fattori culturali, politici ed etnici in grado di costituire un freno alle forze più distruttive dell’islam, ma occorre partire dall’assunto che la violenza dei terroristi non è – come spesso si sente dire – frutto dei presunti torti arrecati ai musulmani con le Crociate e/o con il colonialismo otto-novecentesco. Il problema del rapporto tra violenza ed islam nasce con la religione di Maometto stessa. Spinti dall’afflato del Jihad e dalla volontà di conquista, appena pochi decenni dopo la morte del profeta, i musulmani espansero i confini del Califfato dalle coste atlantiche del Maghreb all’Asia centrale, penetrando poi nella penisola iberica ed arrivando, appena cento anni dopo la morte di Maometto, a minacciare i territori dei franchi. Interi paesi abitati da popolazioni a maggioranza cristiana furono così fagocitati, nel giro di pochi decenni, dall’impero islamico. Occorrerà attendere circa quattro secoli prima di assistere ad un vero tentativo di risposta cristiana: la Prima Crociata, anticipata solo di qualche decennio dalla “protocrociata” degli Altavilla in Sicilia, verrà bandita (e non con questo nome) solo nel 1095, con scopi di mera assistenza ai cristiani d’Oriente richiedenti aiuto.
Certamente durante le Crociate non mancarono episodi poco edificanti da parte cristiana, ma la leggenda nera inaugurata da alcuni pensatori illuministi non corrisponde alla verità storica. Sostenere, per esempio, che l’ostilità islamica nei confronti dell’Europa abbia alla base le Crociate, significa ignorare che esse «ebbero importanza talmente marginale da essere a malapena avvertite alla corte di Baghdad, mentre le invasioni mongole, marginali per noi europei, hanno lasciato nel mondo islamico tracce ancora percepibili nella storia economica e nell’immaginario collettivo»(3). Se oggi l’ISIS ed altri gruppi jihadisti utilizzano sovente la parola “crociati” per indicare i paesi occidentali (che di “crociato” non hanno sostanzialmente più nulla) non è tanto per un antico e rancoroso retaggio, quanto piuttosto a causa di un luogo comune diffuso da alcuni pensatori europei e divenuto un argomento efficace della propaganda islamista. Ciò che la storia insegna è però una realtà molto diversa, che vede l’Europa costretta a difendersi dai tentativi d’invasione musulmana sino al XVII secolo inoltrato, quando la vittoria delle armate cristiane a Vienna (1683) segnò l’ultimo vero tentativo di espansione ottomana nel cuore del Vecchio Continente. Islam e violenza, dunque, un binomio forse non inscindibile, ma senza dubbio profondo, la cui soluzione è resa ancora più ardua dall’assenza in seno all’islam di una guida spirituale universalmente riconosciuta.
Ci si potrebbe chiedere quali sono – se ci sono – le colpe degli europei. Forse in tal senso, piuttosto che risalire al medioevo o alla sostanzialmente breve parentesi del colonialismo, sarebbe più utile soffermarsi sugli errori compiuti dal mondo occidentale negli ultimi cento anni. Errori geopolitici innanzitutto: se c’è una colpa che ricade sull’Occidente, ed in particolare su due paesi (Regno Unito e Stati Uniti), è quella di avere sistematicamente favorito, per ragioni geopolitiche ed economiche, proprio quei settori del mondo musulmano più legati ad un’interpretazione integralista dell’islam. Senza il sostegno britannico oggi probabilmente non esisterebbe uno Stato come l’Arabia Saudita, universalmente noto come centro propulsore dell’ideologia wahhabita. Dopo la Prima Guerra Mondiale, infatti, fu la decisione britannica di favorire l’ascesa dei sauditi a danno della più prestigiosa e moderata dinastia hashemita a portare alla fondazione di questa potente e pericolosa petromonarchia. E ancora, sul finire della Seconda Guerra Mondiale, furono gli Stati Uniti a legittimare definitivamente la dinastia saudita con l’accordo tra Roosevelt e Ibn Saud siglato a bordo della nave da guerra Quincy nel febbraio 1945. Si inaugurò così un matrimonio di convenienza destinato a consolidarsi con il passare degli anni. Da allora USA ed Arabia Saudita, così diversi eppure così “amici”, non hanno mai smesso di sostenere congiuntamente le forze più retrive dell’islam contro i propri nemici geopolitici ed ideologici: così hanno fatto durante la Guerra Fredda con la Fratellanza Musulmana, contrapposta a Nasser in Egitto e ad Hafez al-Assad in Siria; così hanno proseguito con i mujahideen in Afghanistan in funzione antisovietica (fu proprio in questo contesto che vide la luce al-Qaeda); e poi, dopo il crollo dell’URSS, con i separatisti ceceni e daghestani in Russia, i guerriglieri bosniaci e kosovari nell’ex Jugoslavia, fino ad arrivare alle più recenti “primavere arabe” in Libia e Siria. Una prassi consolidata a cui gli stessi paesi europei alleati degli USA sono stati tutt’altro che estranei. Ed ora ciò che sta accadendo è che l’arma del fondamentalismo islamico si sta ritorcendo contro l’Occidente. Non è una novità assoluta: lo stesso Bin Laden, dipinto come un eroico guerriero antisovietico in un famigerato articolo del The Independent del 1993, si tramutò poi nello “sceicco del terrore” dell’11 settembre 2001.
Ma gli errori geopolitici non sono l’unica colpa dei paesi occidentali. In molti paesi europei, infatti, gli ultimi decenni sono stati contraddistinti da massicci flussi migratori che hanno condotto ad una crescita esponenziale della popolazione islamica residente in Europa. Dinanzi ad un movimento di popolazione di proporzioni epocali, i modelli d’integrazione messi in campo nel Vecchio Continente stanno palesemente dimostrando le proprie deficienze. Sono falliti sia il modello assimilazionista e “laicista” della Francia che quello “comunitarista” tipico del Regno Unito, i due grandi paradigmi teorici dell’integrazione in Europa. Più in generale, sembra essere fallita l’utopia di una pacifica società multiculturale. Di fatto, nelle grandi città di molti paesi dell’Europa occidentale sono sorte delle vere e proprie enclavi islamiche in cui i rapporti sociali finiscono per essere regolati più dalla sharia che dal diritto nazionale: solo per fare alcuni esempi, si pensi alla banlieu parigina di Sevran, alla particolare situazione del “Londonistan” nel Regno Unito, a Molenbeek in Belgio, a Malmö in Svezia. È specialmente in queste enclavi che si inserisce l’intervento di sauditi e qatarini, interessati ad espandere la propria influenza ideologica e politica tramite finanziamenti a centri culturali, moschee e progetti sociali. In pratica, contando sulla propria potenza economica e sul sempre appetibile commercio del petrolio, le diplomazie di paesi come l’Arabia Saudita ed il Qatar hanno ottenuto, con il beneplacito di molti governi europei, la possibilità di indottrinare gruppi di fanatici islamisti nel cuore delle città dell’Europa occidentale.
I cittadini europei, dunque, di cose per cui mobilitarsi ne avrebbero più d’una. Sul piano geopolitico, se è vero che nel mondo islamico è in corso la cosiddetta “fitna” (guerra civile), è altrettanto vero che i paesi occidentali sono schierati con la peggiore delle parti in causa. Per tale ragione la cessazione del sostegno occidentale ai ribelli in Siria, la fine delle ostilità diplomatiche e commerciali con la Russia (paese che ha conosciuto sulla propria pelle il dramma del terrorismo islamico) e la rottura del patto scellerato che lega l’Occidente all’Arabia Saudita costituirebbero tre correttivi di vitale importanza alle politiche euro-atlantiche. Sul piano interno, invece, dinanzi ad un senso di insicurezza sempre più opprimente, urgerebbero almeno due misure: una tesa a recidere il cordone ombelicale che lega le comunità islamiche d’Europa ai paesi sponsor del terrorismo; e l’altra tesa a rendere più stringente l’applicazione delle norme sul diritto d’asilo (per esempio, è più che ovvio avere dei dubbi sulla legittimità della richiesta d’asilo dei tre ceceni rei dell’assassinio di Niccolò Ciatti).
Tuttavia, realisticamente, c’è da chiedersi se non sia ormai troppo tardi. Forse la maggioranza dei cittadini dell’Europa occidentale si è già arresa. Dinanzi a tragedie come quella di Barcellona le reazioni a colpi di gessetti e di gattini ricordano il suono dei violini sul Titanic pronto ad affondare. Sanno di resa un po’ folle e demenziale, al contrario di quella tragica ed a suo modo eroica dei musicisti del celebre transatlantico, ad un destino considerato ineluttabile.

1 S.K. Samir, Papa Francesco e l’invito al dialogo con l’Islam, asianews.it, 19/12/2013
2 F. Cardini, Tamerlano: il principe delle steppe, De Agostini Periodici, Novara 2007.
3 P.G. Donini, Il mondo islamico. Storia Universale, Vol. 28, RCS Quotidiani, Milano 2004, p. 15.

 

San Giovanni Eudes e la devozione salvifica ai Sacri Cuori


di Roberto de Albentiis

Alla data del 19 agosto troviamo nel Messale riformato, come memoria facoltativa, quella di San Giovanni Eudes, sacerdote e confessore; nel Messale tradizionale, invece, la sua memoria era obbligatoria, di terza classe. Eppure questo santo sacerdote francese, possiamo dirlo, è poco conosciuto, ma perché, allora, la sua memoria era ed è tutto sommato ancora inserita nel Messale?
Nato a Ry, nella fredda Normandia, nel 1601, studiò presso i Gesuiti di Caen, dove fu ordinato sacerdote; inizialmente dedito alla cura degli ammalati e degli appestati, si decise in seguito per le missioni popolari, allora tanto necessarie in una Francia divisa dall’eresia protestante e dalle controversie regaliste, gianseniste e quietiste. Resosi conto della necessaria importanza della figura del sacerdote, in una Francia il cui clero lasciava invero a desiderare, fu il fondatore di una congregazione religiosa maschile nota poi come Eudista e di una femminile nota come Figlie di Nostra Signora della Carità; rese immensi servizi alla Chiesa con la fondazione di seminari e la predicazione di missioni in tutte le provincie francesi con un successo che ha del miracoloso. Fu un apostolo della devozione ai Cuori di Gesù e Maria, il primo a predicarla e a scriverne opuscoli (come “Il Cuore ammirabile della Madre di Dio”) e soprattutto testi liturgici, che vennero adottati prima per le sue famiglie religiose e le singole diocesi in cui predicava e, successivamente, per l’intera Chiesa. Se la diffusione del culto dei Sacri Cuori e la scrittura delle relative Messe ebbe sorte alterna, proprio a San Giovanni Eudes si deve però la prima sistematizzazione liturgica, che, peraltro, fu lo sbocco naturale di una devozione in realtà assai più antica.
Per San Giovanni Eudes (morto a Caen il 19 agosto 1680) i Cuori di Gesù e Maria sono fonte tanto della dignità umana quanto soprattutto simbolo dell’amore incessante di Dio; è grazie a lui, e poi a San Claudio de la Colombiere e San Luigi Maria Grignion de Montfort, che si irrobustisce la fede cattolica della Francia profonda, che giocherà poi un ruolo decisivo, anche se sfortunato, nella grande opposizione popolare e campagnola alla nefasta Rivoluzione Francese. Purtroppo tardi prima la Chiesa e poi lo Stato di Francia capiranno l’importanza dei Sacri Cuor di Gesù e Maria, la cui mancata diffusione e consacrazione portò tanti lutti nella Francia e poi nell’intera Europa.

Cosa può insegnarci San Giovanni Eudes, un santo certo importante ma dalla vita tutto sommato ordinaria e dal culto non troppo diffuso? Certamente l’importanza della figura sacerdotale, figura ormai bistrattata non tanto e non più dalla società, che anzi, in realtà, anela a santi sacerdoti, ma nella Chiesa, dove pare di essere tornati proprio ai tempi della sua predicazione, quando tanti sacerdoti erano meri burocrati e funzionari; non assistiamo oggi a chiese chiuse o vuote e a sacerdoti introvabili, quando vorremmo invece magari confessarci, parlare e pregare con loro? E che dire dello stato dei seminari, che anziché riformati o fondati sono chiusi?
Ma soprattutto, la devozione ai Sacri Cuori, di cui fu un apostolo e predicatore instancabile; proprio in questo anno centenario di Fatima, in ricordo dell’accorato appello della Madonna a ricorrere alla devozione al Suo Cuore Immacolato, riscopriamo e ricorriamo a queste due inscindibili devozioni: la devozione ai Sacri Cuori di Gesù e Maria è devozione di amore e sacrificio, è una devozione che fa meditare sul grande amore di Dio in Gesù e Maria e sulla nostra piccolezza, dal momento che con i nostri peccati offendiamo i teneri e amabili Cuori, fornaci di amore, di Gesù Redentore e Maria Corredentrice. Considerando il grande amore divino racchiuso nei Sacri Cuori, corrispondiamo allora ad esso con la confessione e la comunione, la preghiera e la consolazione, e la diffusione di tale magnifica devozione!

 

18 agosto 2017

L’unica risposta alla disperazione è Cristo


di Paolo Spaziani

L’ennesimo salto nel vuoto, l’ennesimo suicidio avvenuto a Carpenedolo, in provincia di Brescia, che ha visto come teatro di questo gesto estremo il suggestivo Santuario della Madonna del Castello. Negli ultimi anni diverse persone hanno deciso di togliersi la vita gettandosi dal sagrato del Santuario: l’ultimo caso è del 9 agosto scorso e ha visto il decesso di un uomo di settantasette anni. Nell’articolo pubblicato dal quotidiano Bresciaoggi l’11 agosto scorso, dopo la descrizione della cronaca del fatto, sono riportate le dichiarazioni del parroco di Carpenedolo che ha rilanciato un appello per “risolvere nel più breve tempo possibile il problema con la collocazione di alcune telecamere e col potenziamento dell’illuminazione pubblica”. Nell’articolo viene annunciato un possibile incontro tra il parroco ed il sindaco “per provare ad arginare quello che sembra una sorta di pellegrinaggio della morte”.

Come riportato nell’articolo di Bresciaoggi, l’anno scorso, in seguito al suicidio di un ragazzo di quindici anni e al tentativo di una donna, il consiglio pastorale aveva inviato al sindaco una lettera per suggerire i provvedimenti da adottare: dai cancelli alla videosorveglianza, passando per un sistema d’allarme.

Dopo aver letto l’articolo ho avvertito un forte senso di sproporzione tra la portata del gesto estremo compiuto da quell’uomo e le soluzioni proposte dal parroco e dal consiglio pastorale. Veramente si pensa di poter risolvere il problema dei suicidi installando telecamere, antifurti e cancelli? E’ questa la mano che la comunità cristiana può tendere all’uomo d’oggi, talmente disperato da arrivare al punto di togliersi la vita? Il problema non è evitare che le persone si suicidino gettandosi dal Santuario, ma che le persone non si suicidino proprio. Direte che far fronte al dramma dell’esistenza non è cosa da poco, certamente, ed è per questo che rispondere ad un gesto estremo con una soluzione prettamente umana è qualcosa di sproporzionato. Possiamo organizzare conferenze per la lotta al bullismo, incontri con gli psicologi, proteste per la mancanza di lavoro, ma il problema è ben più profondo e riguarda lo smarrimento dell’uomo d’oggi che, davanti al dramma dell’esistenza, non riesce più a trovare le ragioni per andare avanti. L’unica risposta veramente ragionevole a questa escalation di suicidi è riportare al centro Colui che può sconfiggere quel male di vivere, che sta portando sempre più persone a non dare più alcun valore alla vita.

Davanti a gesti che ci sembrano incomprensibili spesso cerchiamo soluzioni altrettanto incomprensibili quando, invece, la risposta è davanti a noi: guardare a Cristo e ai suoi testimoni che nel corso dei secoli hanno affrontato ogni tipo di difficoltà, dal martirio alla malattia, sostenuti da una fede incrollabile. Troppo spesso ci infatuiamo di testimoni al di fuori della Chiesa, mostrando un senso di sottomissione nei confronti del pensiero dominante, sempre pronto a proporci esempi di legalità e moralità, privi di ogni richiamo alla Provvidenza e di risposte al dramma del vivere.

La Chiesa può annoverare testimoni di fede di tutte le età: dai giovani Beato Rolando Rivi e San Josè Sanchez del Rio, passando per la Serva di Dio Chiara Corbella Petrillo, San Massimiliano Kolbe e San Giovanni Paolo II. Si tratta di persone in carne ed ossa che hanno deciso di affrontare le persecuzioni più estreme e la malattia accogliendo pienamente l’esortazione di Gesù alla vedova che ha appena perso l’unico figlio: “Donna, non piangere!”. Una frase, che davanti ad un tale dolore, può sembrare incomprensibile, ma che Don Giussani ha spiegato così: “Uomo, donna, ragazzo, ragazza, tu, voi, non piangete! Non piangete! C’è uno sguardo e un cuore che vi penetra fino nel midollo delle ossa e vi ama fin nel vostro destino, uno sguardo e un cuore che nessuno può fuorviare, nessuno può rendere incapace di dire quel che pensa e quel che sente, nessuno può rendere impotente! Gloria Dei vivens homo. La gloria di Dio, la grandezza di Colui che fa le stelle del cielo, che mette nel mare goccia a goccia tutto l’azzurro che lo definisce, è l’uomo che vive. Non c’è nulla che possa sospendere quell’impeto immediato di amore, di attaccamento, di stima, di speranza. Perché è diventato speranza per ognuno che Lo ha visto, che ha sentito: Donna, non piangere!, che ha udito Gesù dir così: Donna, non piangere!. Non c’è nulla che possa fermare la sicurezza di un destino misterioso e buono!”.

Dagli uomini di Chiesa e dai responsabili di una comunità cristiana non mi attendo, dunque, soluzioni sociologiche e logistiche, ma un gesto di popolo cristiano (una processione, un momento di preghiera per i defunti e per la comunità) che riaffermi la sovranità di Cristo sulla vita di ognuno di noi e riproponga l’esempio di uomini e donne capaci di affrontare le difficoltà della vita grazie alla fede. Confidare che il problema venga risvolto dall’uomo vuol dire affidare la risposta alle difficoltà anche estreme della vita alle nostre limitate capacità, mentre abbiamo più che mai bisogno di incontrare sulla nostra strada Cristo che ci abbraccia dicendoci: “Non piangere!”.
 

La responsabilità etica dei cattolici nella comunicazione (terza parte)

di la Baionetta
È difficile parlare dopo tutte le considerazioni offerte dai colleghi e amici. Facciamo uno sforzo per costruire una dimensione comune del lavoro che stiamo facendo. Allora, tu, Giancarlo hai parlato della centralità della persona umana. Una caratteristica della persona umana è che emette messaggi; qualunque persona emette messaggi. Il primo assioma della scuola di Palo Alto – assioma è una verità evidente nella sua verità – dice che “non si può non comunicare”. E questo ha moltissime implicazioni, tra cui alcune delle cose che i comunicatori fanno quando utilizzano PNL e cose di questo tipo. Ma non è quello di cui parliamo oggi.

Quanto detto rende tutti noi comunicatori? No, ci rende tutti comunicanti. Il comunicatore è chi utilizza scientificamente, ha gli strumenti per utilizzare questa natura, di ogni essere umano, o entrare in rapporto con la natura di ogni essere umano; quindi i messaggi che emette, li emette con un maggiore livello di coscienza e consapevolezza. La consapevolezza tecnica non è necessariamente una consapevolezza morale. Però, non tutto ciò che è possibile è lecito, dal punto di vista morale. Noi siamo immersi in un clima di esplosione comunicativa.

Noi abbiamo una quantità di informazioni come mai nella storia. Mi ricordo di un incontro organizzato dall'associazione Il Laboratorio presso il comune di Buttigliera Alta, ove mi occupavo di comunicazione istituzionale. Qui parlava don Ermis Segati, il quale disse che la biblioteca di Boccaccio non era molto grande, eppure, nonostante ciò, ha prodotto dei capolavori. La questione è che tutte le informazioni, che noi oggi abbiamo, non producano più informazione. Non è che noi siamo più informati.

Voi avete un'idea di quanti comunicati stampa emetta mediamente un'istituzione? Ve lo dico io: ogni istituzione di media grandezza emette ogni giorno tra i 50 e i 100 comunicati. E tendenzialmente questo produce l'ingolfamento della casella postale di chi fa il giornalista. L'unico effetto è questo.
Così, rispetto alla Chiesa, mi viene da riportare le parole che Monsignor Maggiolini espresse in un incontro al Meeting di Rimini: “La Chiesa produce un sacco di documenti”. Questo perché il Papa fa le encicliche e poi ogni vescovo si sente nell'esigenza di realizzare dei propri documenti. Poi c'era anche un particolare vescovo che sentiva l'esigenza di scrivere lettere pastorali per contraddire le encicliche papali, il cardinal Martini per intenderci; che è diventato l'antipapa per tutta una serie di giornalisti. Nessun giudizio sulla persona ma sulla funzione che si assume. Quindi, ogni vescovo scrive numerosi documenti. Poi chiaramente ogni ufficio delle Diocesi scrivono documenti rispetto alla pastorale; ogni parroco scrive l'editoriale del giornale parrocchiale su questi documenti. Come se piovesse e i cattolici cosa fanno, aprono l'ombrello e tirano avanti. Così fanno di fronte a questo profluvio di documenti. Noi siamo in questa grande Babele di emissione di messaggi.

Gli uomini di Chiesa si “difendono bene”. Sono capaci, sono consapevoli, parlano a se stessi? Sì, parlano spesso a se stessi. Non pensano più che c'è invece un mondo a cui bisogna parlare. Non c'è un Ettore Bernabei che capisce che ci serve un nuovo media, come la televisione di cui parlava Mauro. Come hanno fatto la Rai in Italia? La fanno così: ad un certo punto la Democrazia Cristiana chiama i più grandi virgulti dell'Azione Cattolica e gli dice dovete fare la televisione. Sapete chi c'era tra questi grandi virgulti? Umberto Eco e Gianni Vattimo... in effetti qualcosa non funzionava già un sacco di tempo fa.

Gli uomini di Chiesa spesso parlano a se stessi. Mi sono interrogato sovente su ciò, partendo da quello che faccio. Io dirigo giornali che non sono giornali dichiaratamente cattolici. Come il Moinviso e Dai2006più di imprenditori ove ho portato spesso il Movimento Cristiano Lavoratori
Il giornalismo cattolico ha bisogno di un presupposto, se la persona è al centro, che è il giornalista cattolico. Perché vi sono tanti giornali dichiaratamente cattolici, che in realtà non lo sono più.
Problema che è causato da un certo eclettismo folle, il quale porta a parlare di qualunque cosa, anche di idee pensieri non cattolici, siccome gran parte del mondo cattolico si è autoinserito laddove fa comodo alla narrazione dominante. Noi non dobbiamo avere paura di essere cattolici, provocatori, di essere in ambienti ostili. Pensate che ho citato un autore-filosofo caro agli animatori de La Baionetta, Gustave Thibon, in un editoriale su un giornale di imprenditori, Dai2006più. Questo non ha generato scandalo a nessuno, giacché abbiamo dato una ragione, un messaggio chiaro per fare questa cosa. Della comunicazione noi cattolici non dobbiamo avere paura; anzi, dobbiamo tornare a raccontare storie, come abbiamo fatto con la Rai di allora. Pensiamo all'importanza dei suoi sceneggiati, ripresi dai capolavori della letteratura, quali i Promessi Sposi, che erano il parlare dello spirito di una nazione, erano la capacità di fare una televisione di qualità e originale, erano la capacità di parlare al popolo.

Oggi al popolo chi parla? Parlano comunicatori astutissimi, che ci fregano con un uso ideologico di strumenti narrativi come lo story telling, attraverso i quali raccontano un'altra storia. La capacità dei nostri avversari, di essere performativi, è altissima! Anche perché non avendo il principio di verità, che è un limite, che è la salvaguardia dell'umano: il principio di verità e di realismo, possono dire qualunque cosa. Ecco che la loro capacità di raccontare e indicare storie è altissima. Dobbiamo avere paura di questa cosa, dobbiamo essere innamorati di questo mondo della comunicazione? Secondo me, né l'uno né l'altro.

Essere cattolici vuol dire andare verso il popolo, bisogna essere popolari, bisogna anche saper essere intelligentemente nazional-popolari. Noi abbiamo un patrimonio di giornalismo che è raccontare ciò che se non raccontiamo noi non racconta nessuno. Nessuno. I nostri paesi scomparirebbero senza il giornalismo che i cattolici sanno fare con i loro giornali.

Su questa strada si colloca il lavoro che faccio nella redazione di ciascun giornale che dirigo. Porto lì dentro le grandi questioni, perché spesso i collaboratori e i lettori leggono solo quel giornale specifico. E allora, se gli parliamo di Charlie, come ho fatto io al Monviso, per esempio, si scopre che i redattori sono tutti contro l'eutanasia. Nessuno è cattolico, eppure di fronte a questo principio di evidenza naturale c'è un'alleanza. A pranzo, perché noi mangiamo in redazione, parliamo di Fabiano Antonioni, in arte dj Fabo, e la pensiamo tutti allo stesso modo. È una redazione di “uomini vivi”, che quindi capiscono la brutalità della questione. Io con loro discuto gli editoriali: quello su Charlie, sull'“aiutiamoli a casa loro”: in questo caso ho citato padre Piero Gheddo, che conosce davvero la situazione africana, dicendo che vi è un grande problema di educazione pure in Africa.

E in questo nostro mondo, in questa periferia che tutti noi viviamo della comunicazione, il pensiero corto, il fatto che tutto debba stare dentro in uno slogan, non ci aiuta a capire quanto riportato poc'anzi e ancora ciò: che cosa capita solitamente tra noi qui presenti? Una cosa che ricordò Giussani durante il discorso che tenne a Desio per la Democrazia Cristiana, ricordato in un dibattito recente, che ho seguito. Nel suo intervento qualifica il contributo che i cattolici danno alla democrazia. E come? Lo qualifica come difesa del pluralismo. Questa cosa qui la facciamo solo noi cattolici. Perché capiamo che dove c'è una posizione che liberamente si mette in gioco, ecco che c'è più coscienza. Il pensiero unico, la grande omologazione, di cui parlava Pasolini e di cui parlava don Giussani in quel discorso alla DC lombarda dicendo “la profonda comunanza di giudizio, rispetto a questa grande omologazione”. Perché ci sono delle cose che non si possono più dire. Voi che fate La Baionetta avete il coraggio di dire le cose che non si possono più dire. Purtroppo nemmeno in certi ambienti della Chiesa si possono dire. Voi fate un tentativo coraggioso, un blog coraggioso, perché dite delle cose che non è facile dire, senza il registro della provocazione. La Baionetta è il coraggio di dire cose scomode, senza la provocazione fine a se stessa; è il tentativo di ridestare dal torpore, non è carpire un consenso perché è semplice invocare degli slogan ideologici.

È ridestare l'attenzione anche attraverso la pro-vocazione, cioè richiamando la persona ad essere ciò che deve essere. Nel movimento di CL mi hanno insegnato – e spero che lo si insegni ancora – “o si è protagonisti, o si è nessuno; o si dice io o non si è nessuno”, e allora l'uomo è chiamato a dire io.
La capacità di provocare, di ridestare questo protagonismo è fondamentale, oggi, poiché l'omologazione non vuole persone che dicano io. Non credo che servano giornali cattolici. Se ci sono, va bene. Io credo che il punto consista nel fatto che ci siano giornalisti cattolici. Ma i cattolici cosa compiono? Compiono la battaglia che Annah Arendt diceva essere quella di questi tempi: “stare di fronte ai fatti”, e i cattolici stanno di guardia ai fatti. O per dirla con il caro Chesterton “brandiremo le spade per dire che le foglie sono verdi in estate”. Ed è così. Oggi questo è il livello, perché solo il potere può essere anarchico – e cito ancora Pasolini –, solo il potere in forza del suo potere può dire che è vera una cosa che non è vera; questa si chiama propaganda. E la propaganda si trova pure nella legge. Le leggi sono scritte male. I cattolici tra le altre cose avevano aiutato a scriverle bene, assieme alla costituzione, in un buon italiano; cosa che oggi non hanno più fatto, a causa del pesante clima ideologico.

Per chiudere. Servono questi giornalisti cattolici, che siano alleati di tutti coloro che non vogliono l'omologazione. E nel popolo c'è una curiosità, un desiderio di sapere contro ogni ideologia. Dobbiamo andare incontro alle persone che ne fanno parte, come succede al Monviso, qui alla sede del MCL. La comunicazione è un servizio alla Verità se corrisponde a una curiosità che l'omologazione vorrebbe distruggere. Oggi servono operatori della comunicazione che abbiano questo profilo. Nella biografia scritta da Savorana per don Luigi Giussani si trova una citazione molto significativa, collocata negli anni '70, in tempi molto simili a questi (anche se l'ideologia di oggi è diversa): “Ebbi chiaro che il mio compito era suscitare vocazioni al giornalismo”. Perché se noi cattolici dobbiamo difendere la realtà, dobbiamo difendere la comunicazione giornalistica. Una lotta efficace alla propaganda: comunicazione scientificamente fatta in servizio del potere, tra i nostri principali avversari, richiede giornalisti comunicatori cattolici. Poi magari faranno giornali cattolici, ma non è necessario; anzi, se non li fanno è meglio. Non serve che ci siano giornali cattolici, giacché il dissenso sotto uno dei più terribili regimi, che era quello sovietico, si chiama samizdat, che vuol dire editare.

Quindi il problema non è che quello che editiamo abbia un'etichetta. Perché come dice benissimo Marta Cartabia nella prefazione al Il Potere dei senza potere “Nasce sempre una grande amicizia tra chi è dissidente rispetto all'isola del potere” qualunque sia la posizione da cui si parte. Poiché l'amicizia nasce nella difesa della libertà. E il giornalismo è questo. Per essere liberi ci deve essere la Verità. Perché se no capita quel fatto che era la battuta dei dissidenti russi. C'erano due giornali in Russia: Pravda e Isvezia; Pravda sta per verità e Isvezia sta per notizia. E allora i dissidenti russi dicevano che in Isvezia non c'era alcuna Pravda, e in Pravda non c'era alcuna Isvezia.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/07/ricognizione-responsabilita-cattolici-comunicazione-3.html
 

17 agosto 2017

Il Puntatore. La vergogna

di Alfredo Porfiri
Nel recente libro di Aldo Cazzullo "L'intervista", è contenuta una conversazione con Piercamillo Davigo. Per questa conversazione con il noto magistrato, l'intervistatore riporta alcune sue frasi, come questa: "I politici non hanno smesso di rubare, hanno solo smesso di vergognarsi".

Trovo molto cattolica questa frase, in effetti ciò che contraddistingue la nostra epoca non è la mancanza di peccato, ma il tentativo di contrabbandare il peccato come legittimo. Quindi, lo smettere di vergognarsi.
Penso che, paradossalmente, bisognerebbe rivalutare il buon vecchio peccato, che ci forniva dei paletti che ci permettevano di stare entro certi limiti. Riconoscere che siamo peccatori ci conviene decisamente.

La meditazione di Papa alla Messa dell'11 novembre 2013 sul tema del peccato e della corruzione veniva così riportata dal sito ufficiale della Santa Sede: "Dove c’è l’inganno — ha commentato il Papa - non c’è lo Spirito di Dio. Questa è la differenza tra peccatore e corrotto. Quello che fa la doppia vita è un corrotto. Quello che pecca invece vorrebbe non peccare, ma è debole o si trova in una condizione a cui non può trovare una soluzione ma va dal Signore e chiede perdono. A questo il Signore vuole bene, lo accompagna, è con lui. E noi dobbiamo dire, noi tutti che siamo qui: peccatori sì, corrotti no». I corrotti, ha spiegato ancora il Papa, non sanno cosa sia l’umiltà.

Gesù li paragonava ai sepolcri imbiancati: belli di fuori ma dentro pieni di ossa marce. «E un cristiano che si vanta di essere cristiano ma non fa vita da cristiano — ha rimarcato — è un corrotto». Tutti conosciamo qualcuno che «è in questa situazione e tutti sappiamo — ha aggiunto — quanto male fanno alla Chiesa i cristiani corrotti, i preti corrotti. Quanto male fanno alla Chiesa! Non vivono nello spirito del Vangelo, ma nello spirito della mondanità. E san Paolo lo dice chiaramente ai romani: Non conformatevi a questo mondo (cfr. Romani 12, 2). Ma nel testo originale è ancora più forte: non entrare negli schemi di questo mondo, nei parametri di questo mondo, perché sono proprio questi, questa mondanità, che portano alla doppia vita». Avviandosi a conclusione il Santo Padre ha detto: «Una putredine verniciata: questa è la vita del corrotto. E Gesù semplicemente a questi non li chiamava peccatori. Ma gli diceva ipocriti». Gesù, ha ricordato ancora, perdona sempre, non si stanca di perdonare. L’unica condizione che chiede è che non si voglia condurre questa doppia vita: «Chiediamo oggi al Signore di fuggire da ogni inganno, di riconoscerci peccatori. Peccatori sì, corrotti no".

Ho sempre pensato essere questa distinzione importante. Sant'Alfonso nella sua "Pratica di amare Gesù Cristo" osservava che ciò che era importante non era solo condurre una vita austera, ma orientare la propria vita all'amore di Dio. Quella "opzione fondamentale" - aggiungo - che in effetti è l'unica cosa che veramente conta davvero.
 

La chiesa senza muri


di Amicizia San Benedetto Brixia

Come intrattenimento estivo propongo tre serie di immagini metaforiche della situazione ecclesiale post-moderna, particolarmente suggestive dal punto di vista tanto iconografico quanto simbolico.

La prima serie comprende gli scatti di chiese incendiate.

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Tra i molti presenti in rete mi ha sempre incuriosito quello che presenta una chiesa in fiamme, col fumo che esce dalla torre campanaria e dal tetto, le mura e la facciata ancora intonse e i fedeli schierati sul sagrato per assistere allo spettacolo. L’ho sempre ritenuta una icona eloquente del cattolicesimo contemporaneo: in fiamme, invaso dal fumo di satana, devastato eccetto che nelle fondamenta, coi fedeli cacciati fuori eppur ancora vicini, desiderosi di scoprire il futuro della propria Chiesa.

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La seconda: celebrazioni tra le rovine. Fa da contraltare alla prima serie quella di sacerdoti che devotamente celebrano tra le rovine abbandonate di qualche chiesa. In questo senso sono parecchio suggestive le celebrazioni in Rito Antico: il contrasto che si crea tra la consumazione degli edifici e l’attenzione scrupolosa dei gesti liturgici è di forte impatto. Ricordano molto bene quale sia il cuore della comunità cristiana. Correggendo alcune canzonette abusive della liturgia anni settanta, l'alternativa non è tra una chiesa di persone e una chiesa di mattoni, ma tra una chiesa di adoratori che destinano il giusto spazio al culto divino e una chiesa confusa che non sa più cosa farci in chiesa (e anche fuori di essa a giudicare dallo smarrimento sociale e morale che ci circonda).

Le due immagini che suggerisco sono: la celebrazione del ‘49 a Nagasaki, tra i resti dello scempio bellico, culmine della rivoluzione rossa e dell’implosione razionalista moderna (è Fatima a collegare il ‘17 e le due Guerre).

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E la la Messa di fronte alle rovine di quella che era la Cattedrale cattolica di Edinburgo, saccheggiata durante la “Riforma” protestante nel 1560 e abbandonata fino a farla diventare un rudere.

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Da ultimo vengono le architetture contemporanee, fortemente ispirate al tema della distruzione. Qui a Brescia ne abbiamo una di recente erezione, lo Skyline18, che effettivamente richiama né più né meno i resti di un palazzo bombardato, privo di imposte e scoperchiato in cima.

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Divagazione a parte, l’artista da citare per la terza serie della nostra rassegna è Edoardo Tresoldi, che con le sue strutture metalliche semi-trasparenti è in grado di far rivivere l’immagine di antichi edifici ora demoliti, quali la di Basilica di Siponto.

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Sebbene a dirla tutta tali capolavori, piuttosto che far rivivere, consacrino l’estinzione definitiva di detti edifici, ridotti a un’evocazione e anzi dichiarati morti per sempre proprio per il fatto che il loro posto è ora occupato da altro.

Ma come commentare l’insieme? Della prima serie ho già detto che esprime bene lo stato di corruzione religiosa attuale - iniziato da lunga pezza - mentre lascia la speranza che le fondamenta siano salve e che prima o poi si possa ricominciare a costruire.

La seconda serie immortala la realizzazione del memoriale liturgico, e memoriale significa qualcosa di trascorso che ha però la forza di rivivere realmente e concretamente oggi per edificare il domani. Ciò avviene nella Liturgia per la potenza divina dello Spirito Santo ed è efficace in ogni cuore disposto ad accoglierne la Grazia.

La terza serie - dicevo -  serve solo a fare memoria, memoria dei muri andati, e memoria significa dedicarsi a un trascorso che non c’è più se non nella fantasia di chi lo rievoca.

Le guerre, gli incidenti, i terremoti - castighi divini o meno - producono le rovine: a noi scegliere se guardarle da spettatori attoniti, fossilizzarle artisticamente o farle rinascere partendo dal loro cuore: non spettacolo spaventevole o memoria culturale, ma autentico memoriale che ravviva.
 

16 agosto 2017

L’Ungheria odierna, Santo Stefano Re e Maria Regina


di Roberto de Albentiis

Il primo giorno dopo l’Assunzione della Madonna si festeggia, nel calendario riformato (in quello antico è al 2 settembre), Santo Stefano d’Ungheria, il primo re cristiano della Nazione magiara, che nell’Alto Medioevo contribuì a convertire quel popolo ancora barbaro, e che morì proprio nel giorno dell’Assunta, il 15 agosto dell’anno 1038, meritando di contemplare così Colei alla Quale aveva consacrato non solo la sua vita dopo il battesimo ma l’intero suo regno; Santo Stefano d’Ungheria non merita solamente l’aureola della santità, ma anche la lode politica e storica per aver fatto entrare i Magiari e gli Ungari, fino ad allora temuti barbari, nella Chiesa e nella storia europea.
Figlio del capotribù dei pagani ungari, si convertì ancora giovane al cristianesimo e sposò una principessa tedesca (la futura Santa Gisella, che gli diede tre figli, tra i quali Sant'Emerico, giovane confessore); riuscì ad imporre la propria supremazia su tutti gli atri nobili e su tutto il futuro Stato magiaro e ad unificarlo tramite la diffusione della religione cristiana e la fondazione della Chiesa ungherese (il Battesimo dell'Ungheria, festeggiato il 15 agosto): fondò chiese, abbazie e monasteri (che divennero anche centri culturali), promosse la diffusione del latino e contrastò le usanze e il nomadismo, retaggi pagani, del suo popolo.
Cristianizzò interamente il sistema politico e la struttura della società; tollerante e aperto verso gli stranieri, secondo la tradizione devozionale, non di rado si travestiva da contadino quando era in viaggio ed offriva denaro ai poveri che incontrava.
Proprio questo significa Regalità (sociale) di Cristo, e ovviamente di Maria, da Cristo Suo Figlio mai separata: che le leggi civili abbiano impronta cristiana, che l’intera società si riconosca come cristiana, che si tributi culto pubblico a Dio, soprattutto che i re e i governanti si ritengano non arbitri e padroni assoluti, ma anch’essi servi di Gesù, unico e vero Re, e chiaramente di Maria, Regina; Pio XI fu il Papa della Regalità di Cristo, che dogmatizzò nella magnifica enciclica “Quas primas” e nell’istituzione della solennità di Cristo Re (da celebrarsi nell’ultima Domenica di ottobre all’approssimarsi della solennità di Tutti i Santi a significare la sovranità anche temporale e sociale di Cristo, mentre il calendario riformata l’ha spostata alla Domenica precedente l’Avvento, riducendo tale sovranità solo al lato spirituale), mentre Pio XII, suo successore, fu il Papa della Regalità di Maria, dogmatizzata nell’enciclica “Ad Caeli Reginam” e nella festa di Maria Regina; giova ricordare che proprio Santo Stefano consacrò l’intera Ungheria a Maria Santissima, la Quale ha peraltro, tra i suoi tanti titoli, proprio quello di Regina dell’Ungheria.
Una tale alta concezione della politica e della società, accantonata dal Vaticano II, è ultimamente tornata in auge in alcuni Paesi (come il Perù e la Polonia), e, tra questi, proprio l’Ungheria, che nel 2011, sotto il governo di Viktor Orban, si è dotata di una nuova Costituzione che riconosce esplicitamente le radici e la natura cristiana delle leggi e l’apporto storico e spirituale di re Santo Stefano; eccone il preambolo: “Noi, membri della Nazione Ungherese, all’inizio del nuovo Millennio, con senso di responsabilità per tutti gli Ungheresi, enunciamo quanto segue:
Siamo orgogliosi che il nostro re Santo Stefano mille anni fa abbia dotato lo Stato ungherese di stabili fondamenta ed abbia inserito la nostra Patria nell’Europa cristiana.
Siamo orgogliosi dei nostri antenati che combatterono per la conservazione, per la libertà e per l’indipendenza del nostro Paese.
Siamo orgogliosi delle eccellenti opere intellettuali degli Ungheresi.
Siamo orgogliosi che, nel corso dei secoli, il nostro popolo abbia difeso l’Europa combattendo e, con il suo talento e la sua diligenza, abbia contribuito alla crescita del suo
patrimonio comune.
Riconosciamo il ruolo del cristianesimo nella preservazione della nazione.”
Da notare che Orban è personalmente protestante, eppure sa bene che l’Ungheria è esistita storicamente solo grazie all’opera di Santo Stefano e della Chiesa Cattolica che lo guidava, e soprattutto sa che solo Gesù è Re, tanto spirituale quanto anche sociale e politico, del genere umano e delle nazioni nello specifico; oggi l’Ungheria è diventata una delle Nazioni più cristiane, e tale particolarità, che si deve prima di tutto a Santo Stefano, suo primo re cristiano, spicca a maggior ragione nel desertico mondo secolarizzato di oggi.
 

La lotta di Giacobbe per capire l'Amore

di Marco Parnaso
Mi è capitato di ascoltare qualche giorno fa l’episodio della lotta di Giacobbe con Dio e mi è stata ‘ispirata’ questa personale interpretazione del testo: a dire il vero non so se il testo originale autorizzi la mia interpretazione.

L’intuizione nasce dal fatto che se Giacobbe lotta con Dio, e noi sappiamo per quello che fa e succede dopo, che Dio è Amore (ma ancora Giacobbe non lo conosce per questa caratteristica), si può forse affermare che Giacobbe, quindi l’uomo, lotta con l’Amore? Quali sono dunque le conseguenze di questa lotta? Io ne ho individuate tre:

1) quando arriva l’alba vuol dire che è finito il tempo di lottare;
2) quando hai finito di lottare con l’amore e per l’amore, ti rimane una ferita indelebile (il nervo sciatico, a memoria perenne di questa);
3) le conseguenze di questa lotta sono la riconciliazione con Dio e gli uomini: infatti Giacobbe vede suo fratello Esaù a cui ha rubato la primogenitora e i due si riconciliano, anzi è colui che ha lottato con l’Amore che diventa capace di accogliere il perdono dell’altro.

L’amore è quindi una lotta: in qualunque punto della notte uno si trova, la buona notizia è che alla fine della lotta spunterà la luce dell’alba.
Una parola inizialmente incomprensibile a volte può schiarirsi: per questo chi legge la Parola, è a sua volta letto da essa: infatti la Parola dice ciò che accade, e fa accadere in chi la ascolta ciò che dice.
 

È tornato don Camillo/19. Il Vescovo burlone

di Samuele Pinna

C’era una questione che il povero don Camillo redivivo non comprendeva nella sua complessità a motivo vuoi della sua ragione difficilmente spregiudicata vuoi della sua fede genuina. Per don Augusto, il Vescovo aveva il compito di insegnare la fede, di governare il popolo di Dio e di aiutarlo nella sua santificazione. I tria munera, insomma: il munus docendi dell’annuncio, il munus regendi della guida, e il munus sanctificandi della liturgia. Visto l’episcopato, il terzo grado del Sacramento dell’Ordine, per il pretone era naturale pensare ai Vescovi come uomini saggi e ispirati da Dio, aiutati e sorretti cioè da una speciale grazia. Grazia ovviamente non data per magia, ma nella libertà, che però nessun Vescovo avrebbe mai rifiutato… o no? Sicché, suo malgrado, don Camillo redivivo scoprì che, se è sempre lo Spirito Santo a guidare la scelta di persone degne per l’episcopato, è probabile che qualcuno lo suggerisca con ciò che esce dal becco e qualcun altro, a vedere bene le cose, dalla coda!

Don Augusto non era affetto dal “giudizio affettivo”, cioè valutava le cose dalle cose e non si curava se chi le diceva era simpatico o meno, perché avvertito da san Tommaso d’Aquino che “Omne verum, a quocumque dicatur, a Spiritu Sancto est”, il che vuol dire: “Ogni verità, da chiunque sia detta, viene dallo Spirito Santo”. Era, però, preoccupato dalla confusione che regnava nell’orbe cattolico: a volte rimaneva addirittura scosso e interdetto dinnanzi a certe sparate che provenivano proprio da chi invece aveva il compito di vigilare a riguardo della sobrietà, della decenza e della cattolicità.

Il prete di città aveva conosciuto, per esempio e suo malgrado, il Vescovo burlone, il quale è abituato a discorrere di cose serie in modo frivolo e di frivolezze con serietà. Siccome i Vescovi sono sempre persone sagge e piene di buoni propositi, indi ragion per cui è meglio sia non parlar male di loro sia soprattutto stargli alla larga – così da evitare di finire tra l’incudine (dell’obbedienza) e il martello (del discernimento) –, il povero pretone era rimasto meravigliato da diverse uscite, dando sempre colpa alla grammatica e all’ermeneutica.

Era stupito davanti all’affermazione che “popolo di Dio” e “pastori della Chiesa” dovessero crescere insieme, in una uniformità di ruoli, quasi alla pari e dimentichi sia del dono specialissimo dello Spirito Santo sia della loro funzione di guida. I Vescovi non devono certo spadroneggiare, ma sono chiamati a dare alla cattolicità loro affidata forti testimonianze e chiare indicazioni. Queste sono poi consegnate nell’umiltà: non è il loro pensiero che salverà il mondo, bensì quello di Cristo da loro custodito. Gli stessi Vescovi così inclini ad ascoltare tutti, pensava confuso don Augusto, non avevano per nulla dialogato con lui quando avevano chiesto obbedienza per il suo trasferimento nella nuova destinazione.

Rimaneva ancora più perplesso quando sentiva dire che bisognava accogliere “tutti” e “tutto” a ogni costo eppure ciò gli appariva come una grande bugia: chi rifiutava il pensiero unico, anche nella Chiesa in statu viae, era tacciato di essere reazionario oppure “preconciliare”. Don Camillo redivivo meditava, poi, su quest’ultima parola, che in fondo vuol far intendere, in modo sibillino, oggi come allora, che tutto ciò che è avvenuto prima dell’ultimo Concilio non ha valore. E questa non è solo una stupidaggine, ma un’eresia bella e buona. In illo tempore, però, si era nell’epoca in cui il termine “eresia” non si poteva utilizzare e se non si poteva usare ciò significava che non esisteva più e se non esisteva più voleva dire che ogni sorta di porcheria, benché una falsità, diventava in qualche modo vera. Se, però, ogni sorta di vaccata era automaticamente vera e tollerata, perché non era vera e tollerata anche la parola “eresia”, mentre veniva tacciata dal vocabolario ecclesiastico?
“Questione di grammatica”, si disse meditabondo e un poco sconsolato don Augusto, “questione di grammatica”.

E pieno di grammatica, il Vescovo da burla era anche quello che quando aveva insegnato la teologia (perché era stato sicuramente un ammirato docente) aveva giocato pericolosamente col dogma, avendo avuto l’audacia e non il conformismo di dire quello che dicevano tutti. Certo questa è la versione oscurantista, lui era conscio che i suoi sforzi di pseudo-eresia altro non erano che la progressione delle verità della fede, approfondite a motivo delle esigenze moderne. Qui la questione non verteva più sulla grammatica, ma direttamente sull’ermeneutica. Ma per il povero cervello del pretone dalle mani grosse come mattoni la quaestio era invero troppo complessa. Del resto, lui era stato puntualmente informato da quel santo Vescovo, birichino a volte eppure mai burlone, che c’è un “passaggio dal compito di insegnare e di studiare a quello di essere più che altro “pastore”. Il ricercatore giudica suo diritto inalienabile esplorare tutti gli spazi, anche i più vicini ai precipizi: anzi, di solito proprio dai margini estremi si possono raccogliere i fiori più originali e più rari. Il “pastore” invece si ferma a una certa distanza dai baratri: sa che, se egli si spinge fino all’orlo del burrone, qualche “pecora” fatalmente vi cade”.

A un certo punto, però, quasi fosse un’illuminazione dall’alto, don Camillo redivivo comprese che questa tipologia di Vescovo era davvero da denominare come “burlone”. Non per mancanza di rispetto all’insigne persona e al suo ruolo, ma per capirne l’essenza. A questi Vescovi, in fondo, piaceva semplicemente scherzare e ricercavano con cura ogni occasione per saltar fuori con delle battute da vero cabaret. Una volta che il pretone di città comprese questa cosa qui, il suo animo si rasserenò e si faceva sempre grasse risate davanti alle comiche affermazioni dei vari Vescovi burloni sparsi un po’ dappertutto. Ogni tanto si faceva qualche scrupolo, perché quando in pubblico aveva sentito qualche Vescovo dire una birbonata bella e buona aveva iniziato a ridere alla grossa, ma poi si era vergognato perché nessuno aveva riso con lui e, anzi, qualcuno l’aveva pure guardato male e in cagnesco.

E finalmente aveva capito lo stratagemma: se rideva di gusto, avrebbe smascherato il Vescovo burlone, il quale deve far ridere senza farlo. Ci vuole sana compostezza davanti a lui, per la dignità che porta in quanto successore degli Apostoli, ma poi in privato tutte le sue battute devono essere ripensate e approfondite mediante una goliardica risata liberatoria. Tuttavia, col passare del tempo, anche questo suo ragionamento cominciava a incepparsi e a non convincere fino in fondo don Augusto che non si divertiva granché a ridere da solo. E iniziò a sorgergli il dubbio che quelle fesserie fossero dette seriamente. Decise, pertanto, di tagliare la testa al toro e di non andare più ad ascoltare il Vescovo burlone, fintantoché non avesse ben compreso a che gioco giocasse. Ma il Vescovo amante della burla sapeva raggiungerti in ogni dove e nessuno poteva rimanere tranquillo, perché lui sapeva dialogare con tutti ed essere misericordioso con chiunque, tranne che con te. E don Camillo redivivo se ne accorse a sue spese.

Fu chiamato una volta non dal suo Vescovo, il quale era un uomo mite e intelligente, ma da un suo sottoposto, che per la legge degli opposti non era né l’uno né l’altro. Più che un colloquio era stata una requisitoria, un piccolo interrogatorio in cui l’imputato non aveva il tempo neppure di ribattere perché incalzato da nuove e strampalate accuse rivestite da ingenue domande. Si riportavano testimonianze campate in aria, di gente che don Augusto non conosceva neppure, se non per sentito dire, e si tacevano altre, più sostanziose. Con siffatto modo di procedere il verdetto era semplice.

I sottoposti del Vescovo solitamente perseguono con assoluta meticolosità solo un obiettivo: non avere rogne e sentirsi dire che va tutto bene, per non avere grana alcuna da dover in vario modo gestire. Se, inoltre, riuscivano a far sentire l’accusato almeno un poco in colpa, a causa di qualcosa che, più o meno inconsciamente, uno aveva commesso o avrebbe potuto compiere, per loro il gioco era fatto e l’obbedienza ripristinata. Del resto, una cosa era sicura: avrebbero trovato qualche difetto anche in Gesù e nella sua “pastorale” e, di certo, avrebbero avuto qualcosa da ridire alla Madonna a ragione della sua pietas, vissuta probabilmente in un modo troppo devozionale.

Il colloquio finì con parole emblematiche: “Vedremo. Mi informerò. Indagherò”. E con il saluto del nostro don Camillo che rispose a denti stretti e, tuttavia, ossequioso, benché asciutto: “Veda, s’informi, indaghi pure”. Invero, anche con una stretta di mano da morsa dolorosa, tanto che al sottoposto episcopale gli vennero le lacrime agli occhi.
«Non si preoccupi», disse don Augusto già fuori dalla porta, «Non c’è bisogno di piangere, ci rivedremo prima o poi».
E sospirando non trattene sottovoce un “ahimè”, nella speranza ciò accadesse “poi” piuttosto che “prima”.

E così, purtroppo, il pretone che fu di paese scoprì a sue spese che il Vescovo burlone fa ridere tutti con le sue burla fuorché te, tranne cioè a chi sa e crede ancora nella vera missione della Chiesa. E se la conosce non è perché ha scoperto chissà quale arcano mistero recondito, ma perché in modo “semplice” o “piccolo” si è affidato sempre e comunque a Dio, che è Padre, Figlio e Santo Spirito, e alla Madre Chiesa, non disdegnando tra l’altro di farsi sostenere dall’intercessione della Beata Vergine.

A don Augusto vennero in mente, quasi all’improvviso, le parole di Carlo Magno dette a papa Leone III. Qui i ruoli apparivano ben chiari come erano precise le mansioni o missioni di ognuno: senza confusioni, senza complicazioni grammaticali, senza scervellamenti ermeneutici.
Missione mia è di difender, aiutante la divina misericordia, e all’esterno colle armi la santa Chiesa di Cristo contro ogni attacco de’ pagani ed ogni guasto degli infedeli, e consolidarla nell’interno colla professione della fede cattolica; obbligo vostro è d’elevar le mani a Dio, come Mosè, e sostener colle vostre preci il mio servizio militare”.

Parola di un vero Re.
 

15 agosto 2017

Tra Assunzione e Ferragosto, la Pasqua estiva

di Roberto de Albentiis
Il 15 agosto si celebra la Dormizione e Assunzione della Madonna: secondo la tradizione apostolica, a Maria Santissima fu annunciato dall’Arcangelo Gabriele il giorno della sua morte, ed Ella volle morire come era nata e vissuta, cioè in preghiera; miracolosamente, gli Apostoli, che dopo l’Ascensione e la Pentecoste si erano dispersi per il mondo per annunciare il Vangelo, furono trasportati dagli Angeli a Gerusalemme (come narrato da Maria di Agreda in "Mistica Città di Dio"), dove Maria volle intrattenersi un’ultima volta con loro; indi, dopo aver pregato, spirò, addormentandosi beatamente.

San Pietro celebrò la Messa funebre e gli Apostoli portarono il feretro in corteo, corteo peraltro disturbato da un giudeo incredulo che volle provare a rovesciare la bara, ma che si ritrovò mutilato delle mani ad opera di un Angelo, come si vede in molte icone orientali.

Tale festa, di origine antichissima, nata in Oriente e diffusasi poi anche in Occidente, è così importante che è chiamata “Pasqua estiva”: in Oriente uno speciale digiuno di 14 giorni, che inizia il 1° agosto, prepara a questa grande solennità, una delle Dodici Feste del calendario liturgico bizantino; nella notte tra il 14 e il 15 agosto in molti Paesi ortodossi (ma anche in regioni italiane che videro la dominazione greca, come la Calabria, la Puglia, la Sicilia e la Sardegna) viene portata in processione la bara della Madonna, come fosse il Venerdì Santo, mentre in alcune zone occidentali è rimasto il costume di portare in processione un simulacro della Madonna adagiata sul letto.

Oggi 15 agosto, festa della Dormizione e Assunzione della Madonna, si parla anche di Ferragosto, e le due cose non si escludono a vicenda; è vero che la solennità mariana (e quindi cristiana) prevale su tutto, e soprattutto sul nostro tempo secolarizzato e mondano, però ogni verità cristiana è stata preceduta da una verità ebraica e pagana: il 15 agosto si celebravano i Feriae Augusti, grandi feste religiose in onore dell'Imperatore Cesare Ottaviano Augusto, e proprio sotto Augusto, al culmine delle profezie proclamate dai profeti giudei, dell'allineamento di pianeti e costellazioni e della pacificazione dell'Impero Romano, nacque Nostro Signore Gesù Cristo, Redentore non solo degli ebrei ma di tutti i popoli.

E nello stesso periodo, a Roma ("quella Roma onde Cristo è romano", per citare Dante Alighieri), proprio Augusto, primo uomo e per di più pagano, aveva una visione della Madonna: la Sibilla Tiburtina, consultata dall'Imperatore, annunciò che "dal cielo verrà un re di sembianze umane che regnerà per secoli e giudicherà il mondo", e proprio in seguito lo stesso Imperatore, che si trovava nella sua camera, fu testimone della grande apparizione di una vergine che su un altare teneva in braccio un bambino, mentre una voce annunciava che quello è l'altare del "Signore del Cielo".

Augusto cadde in adorazione e consacrò un altare a seguito di quella visione, e quell'altare fu la base della successiva Basilica di Santa Maria in Aracoeli, una delle più famose e venerate di Roma.
Il cattolicesimo non è una semplicemente una rivelazione calata dall'alto che s'impone d'autorità e che rifiuta tutto ciò che non nasce al suo interno, ma la Verità che si dispiega con una Rivelazione soprannaturale che avviene nella storia, preparata dalla Provvidenza usando anche strumenti non cristiani (si veda appunto Augusto e la provvidenziale funzione di Roma e del paganesimo), che utilizza anche tutto ciò che di buono che l'umano e le proprie istituzioni nella storia possono realizzare (la festività civile del ferragosto fu introdotta in Italia dal Fascismo). Pertanto oggi tranquillamente possiamo dire insieme : buon ferragosto e buona festa dell'Assunta perché le feste stanno insieme e l'una rimanda all'altra.

E poiché l’Assunta è la Pasqua estiva, come detto, poiché Gesù e Maria non possono essere mai separati, poiché Gesù con la Sua Morte e Resurrezione ha redento il mondo e Maria, con la Sua Dormizione e Assunzione ha partecipato alla grande opera della salvezza divenendo Corredentrice, santifichiamo la festa con la Comunione e la Confessione, come fosse una seconda Pasqua! Con la Confessione torniamo immacolati come il giorno del Battesimo, come Maria, sempre immacolata in quanto preservata dal peccato originale in vista della Sua grande missione di Madre del Redentore; proprio per l’Immacolata Concezione, Maria ha evitato la morte, addormentandosi solamente, e venendo assunta in anima e corpo in cielo, come avverrà con noi.
A tutti, buona Assunta E buon Ferragosto!
 

Intervista con la professoressa Anna Bono: Ius soli e ius sanguinis

di La Baionetta
È un periodo di fuoco quello che la politica italiana sta affrontando in queste ultime settimane. A scaldare gli animi non è il sole estivo, bensì il disegno di legge sulla cittadinanza, ora in discussione al Senato. La proposta in questione è stata fatta per introdurre il 'diritto di nascita', e non il cosiddetto ius soli, il quale esiste già dal 1992 a fianco dello ius sanguinis; sulla scia di Francia Olanda e altri paesi europei. Da allora sono passati 25 anni, e nel frattempo la cittadinanza è stata estesa a oltre un milione di immigrati.

A differenza di quanto accade nel resto d'Europa, da noi si rischia di allargare inutilmente il diritto di cittadinanza, e di dare l'impressione di “regalarla senza obblighi”, con un diritto di nascita che, qualora fosse approvato, vanificherebbe gli effetti di un ragionevole ius soli già vigente. Si tenga presente che in Francia e in Olanda vige lo ius soli ma non il diritto di nascita, e come nella legge Martelli del 1992, i minori possono acquisirla solo al compimento del diciottesimo anno. In Germania, Spagna, Regno Unito il diritto di nascita è temperato da un periodo di residenza del genitore più lungo di quello previsto dalle norme italiane. Non si citano gli Stati Uniti giacché hanno un'altra situazione politico-sociale ma una cosa è certa: nemmeno lì regalano la cittadinanza.

E se nel resto del mondo ricordare quanto detto non è prova di discriminazione, tutt'altro accade in Italia. Chiunque compia tale gesto di buon senso, è gettato al bailamme mediatico e accusato di “essere un cattivo”. In tale contesto si sprecano gli slogan pietistici e gli slogan urlati in opposizione, che purtroppo prevalgono sulle riflessioni di merito.

Ora, a chi non vuole annegare in quel mare di “fake-news” non resta che una sola cosa da fare: affidarsi a qualcuno di autorevole con cui approfondire per davvero la questione e stare ai fatti, lontani da ogni mistificazione ideologica. Ed è quello che chi scrive ha fatto per VitaDiocesana Pinerolese, chiedendo un giudizio ad Anna Bono, autorevole africanista e docente di Storia e Istituzioni dell'Africa presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino.

Una nuova legge sulla cittadinanza è necessaria? Ci aiuti ad approfondire la questione...
Premesso che non sono un’esperta in questioni giuridiche, credo che sia importante capire la distinzione fondamentale tra ius soli e ius sanguinis. Il primo stabilisce che chi nasce nel territorio di uno stato ne è cittadino, anche se i suoi genitori non lo sono. Il secondo fa dipendere la cittadinanza dal sangue, quindi dalla nazionalità dei genitori. L’Italia garantisce a tutti i minori residenti, autoctoni e stranieri, gli stessi diritti fondamentali – primi fra tutti, quello all'assistenza sanitaria e quello all'istruzione. Probabilmente la formula più ragionevole e che meglio tutela i diritti dei bambini e dei loro genitori, è quindi quella già in vigore: uno ius soli per così dire temperato in base al quale, raggiunta la maggiore età, i figli di stranieri nati e residenti in Italia stabilmente possono scegliere di diventare cittadini italiani.

Per quale motivo “lo slogan” che porta a equiparare l'emigrazione italiana di allora con quella di chi giunge oggi sulle nostre coste va sfatato?
Per prima cosa gli italiani che emigravano in passato, e quelli che lo fanno tuttora, emigrano regolarmente, rispettando le leggi nazionali e internazionali, mentre gli emigranti che arrivano in Italia lo fanno illegalmente.
In secondo luogo gli emigranti italiani del passato sceglievano come destinazione paesi in crescita, che chiedevano forza lavoro, mentre gli emigranti illegali attuali scelgono come destinazione un paese in forte crisi economica, con elevati tassi di disoccupazione (quella giovanile supera il 40%) e di povertà assoluta: una scelta irrazionale, del tutto anomala.

Tito Boeri, presidente dell'INPS, è d'accordo con quanto sostenuto dal monsignore; in una conferenza stampa, ai primi di luglio, ha dichiarato: “l'Italia ha bisogno degli immigrati per sostenere il welfare. La giovane età degli immigrati compensa il calo delle nascite nel nostro paese, la minaccia più grave al nostro sistema pensionistico”. Come commenta queste parole?
Non abbiamo bisogni di giovani, ovviamente, visto che tanti se ne vanno e milioni restano disoccupati. Abbiamo bisogno di lavoro, occupazione, crescita economica.
La quasi totalità degli immigrati illegali non lavora e non troverà lavoro, quindi non paga e non pagherà contributi. Se anche fosse, il nostro sistema previdenziale è contributivo. Quindi, quelli che lavorano, con i contributi versati maturano la loro pensione e il loro trattamento fine rapporto, non quello altrui.

Perché occorre riconoscere, oltre al diritto di emigrare, il diritto di vivere a casa propria? Come lo si può garantire, attraverso quali tipi di aiuto? Premesso che il diritto a emigrare non comporta il diritto di andare dove si vuole, entrando in un paese a forza, con espedienti e senza rispettarne le leggi, il diritto primario è effettivamente vivere in dignità e sicurezza nel proprio paese. Ogni governo, ogni popolo dovrebbe impegnarsi a far valere questo diritto. Come? Occorrono prima di tutto governanti responsabili, preparati, disposti a contrastare corruzione e malgoverno. Aiuti dall'esterno sono possibili, ma non essenziali e men che meno risolutivi, se mancano le condizioni interne per garantire crescita economica e sviluppo.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/07/intervista-Bono-Iussoli-iussanguinis.html
 

14 agosto 2017

"La realtà dell'orco". Metafora storica di Silvana de Mari

di Alfredo Incollingo
La scrittrice Silvana De Mari è balzata alle cronache per le sue recenti critiche all'ideologia LGBT. Per questo volto noto della letteratura italiana è un “grave delitto” sottomettersi al pensiero conforme. Eppure, nonostante i biasimi, la scrittrice continua ostinatamente (e giustamente) a sostenere le sue posizioni critiche nei confronti della cultura “omosessualista”.

L'acume intellettuale della De Mari è evidente soprattutto nelle sue riflessioni letterarie. Il “fantasy” non è pura e semplice evasione, ma è un modo per studiare “da vicino” la realtà quotidiana. In “La realtà dell'orco” (Lindau, 2012) l'autrice ci spiega perché gli orchi, queste ripugnanti creature della tradizione occidentale, sono reali. Si aggirano non solo nelle pagine di romanzi e di racconti, ma anche tra di noi, nelle nostre città. Sono coloro che odiano i popoli liberi, i nostri figli, la nostra civiltà: sono coloro che amano ballare sulle macerie.

L'orco è una metafora della storia. La De Mari lo identifica nelle ideologie e nei movimenti che hanno per secoli tramato contro l'umanità e l'Occidente: il terrorismo islamico, il comunismo e tutte le ideologie disumane. La tentazione dell'orco si annida ancora nella nostra relativamente placida società: questa minaccia è sempre pronta a manifestarsi. Come combattere questi nemici?

La letteratura fantasy ci aiuta a riscoprire la bellezza del cristianesimo. Infatti, attraverso una galleria di personaggi fantastici (da Biancaneve a Harry Potter), la De Mari dimostra come queste figure rappresentino a loro modo la Verità del Vangelo. Solo il Fantasy ci può salvare e questo è un atto d'accusa nei confronti della cultura moderna che, negando la fantasia, snobba il valore morale del “fantasy”.

 

Il Riassunto del Lunedì. Siamo Vandeani

di Francesco Filipazzi
Ogni cristiano è spiritualmente vandeano. Lo ha detto il cardinal Robert Sarah durante un'omelia il 12 agosto. Un testo decisamente controrivoluzionario che trovate su MessaInLatino. "È ormai nel cuore di ogni famiglia, di ogni cristiano, di ogni uomo di buona volontà, che deve insorgere una Vandea interiore! Ogni cristiano è spiritualmente un Vandeano! Non permettiamo che sia soffocato, in noi, il dono generoso e gratuito. Sappiamo, come i martiri della Vandea, attingere questo dono alla sua fonte: il Cuore di Gesù. Preghiamo perché una possente e gioiosa Vandea interiore si levi nella Chiesa e nel mondo".

Esplosa la bolla immigrazione. Dopo che il ministro dell'Interno Minniti ha preteso il rispetto di un codice di condotta da parte delle ONG, queste ultime hanno deciso di fuggire a gambe levate. Le organizzazioni sono ormai state sgamate in pieno nei loro rapporti con gli scafisti e nel loro ruolo attivo nel trasbordo di Africani dalla Libia. Erano insomma tutte palle. In tutto questo...

...La Cei cambia rotta. Troppi punti oscuri hanno compromesso la Chiesa in questi ultimi due anni. Per cosa? Dovrebbero spiegarci prima o poi perché hanno buttato a mare Vangelo e Magistero per inventarsi uno spirito di carità farlocco che ha fatto solo danni. Qualcuno deve per lo meno scusarsi. L'ubriacatura immigrazionista della chiesa bergogliana e della Cei galantiniana non sono più sostenibili. Infatti, dopo un'iniziale tentativo di piaggeria, il neo presidente dei Vescovi ha scelto una linea più prudente e ha deciso di appoggiare la linea Minniti. Il problema è che lo ha fatto scaricando di fatto Avvenire. Marco Tarquinio si è eclissato chissà dove con Galantino. Proprio di quest'ultimo ormai i fedeli chiedono la defenestrazione. Non lo vogliamo più vedere.

Ancora la Cei. Sempre parlando di sconfessione della linea Galantino, anche in tema di famiglia la Cei sembra aver deciso di tornare su posizioni cattoliche. Laddove il segretario ha proposto fino ad ora il disarmo completo della famiglia cattolica, il neo presidente cardinale Bassetti in un lungo discorso ha proposto alla politica di riformare l'Italia a partire proprio dalla famiglia. Di questi tempi è tutto grasso che cola.

Usa-Corea. Crisi, per ora a parola, fra Corea del Nord e Stati Uniti. I due presidenti si stanno minacciando da giorni di ritorsioni vicendevoli. Bombardamenti, spazzarsi via a vicenda, cancellare dalla cartina geografica la controparte. So' ragazzi dopo tutto. Il coreano Kim ha minacciato di bombardare un po' l'Isola di Guam, avamposto militare statunitense. Pare che in Vaticano qualcuno abbia esclamato "diamine, a saperlo Burke lo mandavo là adesso".
 

13 agosto 2017

Padre Dehon l’Apostolo del Sacro Cuore

di Roberto de Albentiis
La Francia oggi, se ci pensiamo, è una terra devastata, tanto dal punto di vista sociale quanto soprattutto ecclesiale, e le superstiti bellezze naturali e architettoniche e artistiche rendono tale abbruttimento perfino peggiore: questo grande Paese europeo, i cui Re prima della Rivoluzione del 1789 detenevano il titolo di Maestà Cristianissima, detiene purtroppo record orribili quanto a divorzi, aborti, diffusione dell’ideologia gay, chiese chiuse e sconsacrate e corrispondenti comunità islamiche wahabite in crescita; eppure la Francia fu una terra un tempo profondamente cattolica, la terra “figlia primogenita della Chiesa”, dove nacquero la solennità del Sacro Cuore e la schiavitù mariana montfortiana, la terra delle opere d’arte e delle cattedrali gotiche, il luogo natale di moltissimi santi. E proprio di uno di questi santi voglio scrivere: il Padre Dehon.

Padre Leon Dehon nacque in un villaggio della Piccardia, rustica regione settentrionale francese, quasi al confine con il Belgio, nel 1843, in una agiata famiglia di possidenti terrieri, per quanto non praticante: la fede, difatti, gli venne trasmessa solo dalla madre, devota del Sacro Cuore, mentre il padre non era praticante. Fece studi superiori e universitari letterari, scientifici e giuridici improntati al più forte positivismo; se fin da bambino aveva maturato la scelta di fare il sacerdote, venne enormemente ostacolato dal padre, e si risolse ad avere la laurea e il dottorato in diritto unicamente per assecondare il desiderio paterno, ma non esercitò mai né l’insegnamento né l’avvocatura. Nel mentre, a Parigi, frequentava le Conferenze di San Vincenzo, desiderando coltivare non solo la propria spiritualità, ma anche la propria formazione sociale e intellettuale; negli stessi anni si spingeva in numerosi Paesi dell’Europa centrale e settentrionale (compresa la Norvegia, dove ancora vigevano forti leggi discriminatorie e repressive contro i cattolici), preludio dei suoi numerosi viaggi missionari.

Desideroso sempre più di ricevere il sacerdozio, viene inviato dal padre in Palestina, con l’intento di distoglierlo dal suo proposito, ma al termine di quel lungo periodo decide, contro il volere paterno, di rimanere a Roma, entrando così in seminario; dopo un colloquio col Beato Pio IX, che lo incoraggiò e benedisse, e dopo il percorso di studio, venne consacrato sacerdote nel 1868; i suoi studi presso il Seminario Francese di Santa Chiara (affidato ai Padri Spiritani, gli stessi in cui si formò e di cui divenne superiore un altro grande ecclesiastico francese del secolo scorso, Monsignor Lefebvre) lasciarono una impronta indelebile nel suo carattere e nel suo futuro ministero sacerdotale. Alla prima Messa, al pensiero di tutte le difficoltà che aveva incontrato nel giungere a quel traguardo, pianse copiosamente.

Tra il 1868 e il 1871 conseguì il dottorato in diritto canonico e in teologia dogmatica e morale, e nel mentre fu anche segretario e stenografo durante il Concilio Vaticano I, in cui difese strenuamente il dogma dell’infallibilità papale contro liberali e veterocattolici; tornato in Francia, a Saint Quentin decise di fondare una nuova famiglia religiosa dedicata alla predicazione, allo studio del magistero papale e alla diffusione della devozione al Sacro Cuore: nacquero così gli Oblati del Sacro Cuore, poi Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, che da lui presero poi il nome di Padri Dehoniani. Studioso e difensore del magistero pontificio di Leone XIII, e strenuo oppositore della giudeo-massoneria, ricco di meriti, Padre Dehon morì il 12 agosto 1925 a Bruxelles, proprio agli inizi del pontificato di Pio XI, il Papa che nel XX secolo più si spese per la devozione al Sacro Cuore e la difesa della regalità di Cristo.

Il volto di Padre Dehon è uno dei più famosi e cari presso il popolo cristiano, e i suoi padri, che in Italia, a Roma e Barletta, hanno collegi, stampano una rivista enormemente apprezzata, “Presenza Cristiana” e si dedicano all’apostolato dell’editoria e della buona stampa; introdotta la sua causa di canonizzazione, ottenne il titolo di Venerabile e nel 2005, ottantesimo anniversario della sua morte, sarebbe stato beatificato. Purtroppo, tra la morte di Giovanni Paolo II e l’elezione di Benedetto XVI, e soprattutto la diffusione di suoi vecchi scritti antigiudaici e la relative rimostranze ebree, hanno bloccato tutto; per quanto fossero già pronte le immaginette e i libri con la titolatura di Beato, il suo processo canonico è da allora fermo, ma non di meno, presso il popolo cristiano, gode già da tempo di fama di santità.

L’amore al Sacro Cuore, l’attaccamento al magistero romano e la sua attualizzazione nella società, il desiderio di riconquista spirituale della società e del secolo, ci spingono a venerare Padre Dehon, a chiederne l’intercessione, soprattutto ad averlo come modello; devo a mia nonna, abbonata alle riviste dehoniane, la conoscenza di questo santo sacerdote e soprattutto la devozione al Sacro Cuore, cosa di cui non sarò mai grato abbastanza al buon Dio. Per me come per tanti altri, quindi, Padre Dehon è un santo, e non vedo l’ora che la sua santità sia riconosciuta anche in terra, e sono stato felice di scrivere questo piccolo articolo agiografico in suo onore, che voglio terminare con questa frase tratta dal suo testamento spirituale: “Miei carissimi figli, vi lascio il più meraviglioso dei tesori: il Cuore di Gesù”; sì, ricorriamo al Sacro Cuore, fornace e tesoro di grazia e misericordia divina!
 

Anticlericalismo in Vaticano

di Satiricus
Vorrei chiedere all’amico Giuliano Guzzo, sociologo, di prestarmi la sua competenza per costruire un sondaggio che grosso modo suonerebbe così: “secondo voi quanta speranza di successo ha la Chiesa quando scelga di dichiarare guerra al clero?” La scelta dell’Osservatore Romano di pubblicare le parole di Giulio Cirignano equivale infatti a una piana dichiarazione di guerra: il clero o dorme o è ignorante o entrambi.

A parte la domanda delle domande: “chi è mai Giulio Cirignano?” siamo proprio curiosi di capire dove pensa di andare il Vaticano una volta scaricati i propri preti. Forse ritiene sul serio che i preti della resistenza saranno smossi dalla profondità e dall’autorevolezza di Giulio Cirignano? Forse ritiene di poter evangelizzare il mondo facendo leva sugli endorsement di Scalfari e Bonino, sul servilismo mobile dei monsignori che ieri ossequiavano Benedetto XVI e oggi Francesco, sull’emotivismo di masse di fedeli ignoranti e inconsapevoli (il dubbio che sia proprio la sprovvedutezza a mantenere nell’allegrezza i sostenitori di Francesco, quello non viene mai?), sulla potenza delle reti Arcigay, sulla professionalità dei medici pronti a staccare la spina? Tutti in uscita con un libro di Giulio Cirignano sotto le ascelle!


Cerchiamo di capirci non sto questionando circa l’opportunità o meno di seguire il Papa in alcune sue linee. Che il Papa non vada seguito sempre è palese: gli stessi Giulio Cirignano e company sicuramente non seguono integralmente il Magistero di Benedetto XVI e con ciò sconfessano qualsiasi dichiarazione di principio circa la fedeltà nuda e pura ai Pontefici. Prendo le distanze da due altri dati. Dalla scelta di inimicarsi il clero cattolico e dalla selezione di argomentazioni di Giulio Cirignano.

Quanto alla prima, io credo che si debba piuttosto avvicinare il clero e non invece stupirsi del fatto che il clero - magari proprio perchè preparato e consapevole - non segua alla cieca qualsiasi cambio di rotta ‘profetico’, soprattutto se si tratta di profezie che - scusate se mi ripeto - vengono sposate anzitutto da personalità del calibro di Scalfari. Aggiungo che da anni ormai cattolici e clero cattolico vengono bastonati. Ecco, se ne dispiaccia pure Cirignano, ma il clero cattolico non è composto da cani, non è che più lo bastoni e più ti segue. Forse la verità è che non c’è un interesse reale a raggiungere il clero. Lo si bastoni e lo si ingiuri, lo si dia in pasto di masse pseudo-cattoliche sempre meno credenti e praticanti, lo si sberleffi per la penna di Giulio Cirignano: poco ci importa del clero, ci importa il dilagare delle nostre ideologie post-moderne.

Quanto alla seconda, mi viene da ridere. Giulio Cirignano inneggia alla coscienza critica. L’idiozia del formarsi una coscienza critica la sentii per la prima volta alla scuola media e allora le credetti. Mi misi a studiare in modo critico. Sapete che succede a studiare in modo critico? Adesso lo spiego a Giulio Cirignano e ai cecchini dell’Osservatore Romano. Prima metti in crisi la fede e le verità, poi metti in crisi la famiglia e la politica (di destra). Molti si fermano qui e pensano di essere gli ‘svegli’ dotati di un pensiero critico: sono solo i prigionieri ottusi che minacciano il ritorno del filosofo nella platonica caverna.

Qualcuno - infedele, dormiente, stupido, come vi pare - va oltre. Si accorge che l’ateismo e la sinistra sono essi pure infondati. L’istanza critica in breve ci riporta o allo scetticismo radicale o ai temi eterni della Tradizione: leggetevi La Colonna di Florensky, voi che vi credete intelligenti e verificherete quanto vi dico. Volete sapere la sorpresa? Questa sorpresa l’ho scoperta sia nella chiesa di Giovanni Paolo II, sia in quella di Benedetto XVI, sia in quella di Francesco - ragion per cui non mi preme oppormi tanto ai contenuti quanto alle argomentazioni di Giulio Cirignano e di chi lo strumentalizza in Vaticano, né mi interessa il Papa del momento mentre mi preoccupa la violenza degli entourage di scribi che lo accerchiano - la sorpresa è che quando l’istanza critica la muovi nei confronti dei potenti di turno (Sodano, Bertone, Parolin, fate voi) d’improvviso smetti di essere brillante, sagace, una ‘promessa’ e divieni un dormiente e uno stupido o entrambi.

Sapete che vi dico? Ringrazio il professor Manzo che venticinque anni fa mi ha insegnato a usare il pensiero critico. Fa nulla se questo significa avere un sacco di problemi con le intellighenzie dentro e fuori la Chiesa.

Concludo con un suggerimento ai cecchini e al loro proiettile Giulio Cirignano: tutta la Parola - come la chiamate voi - mostra lo scontro tra veri e falsi profeti e la difficoltà di distinguere gli uni dagli altri, la Liturgia della Chiesa - addirittura nella versione purgata dei tempi moderni - offre continuamente ai fedeli la meditazione di simili intricati scontri.

Chi sarà il vero o il falso profeta lo dirà Dio a suo tempo, non lo diranno dei giornalisti e men che meno l’ignoto a tutti Giulio Cirignano. Nel frattempo, se proprio volete sprecare metafore notturne, perché non usare quella delle dieci Vergini? Per carità, non importa che siano vergini o meno, so che nei sacri palazzi ormai proponete un altro stile di vita e vi rispetto, importa che in quella parabola tutti si addormentano. La differenza la fa chi al risveglio avrà l’olio per ritrovare luce e chi al risveglio avrà solo una copia di Giulio Cirignano sotto le ascelle.