21 gennaio 2018

Sempre Vergine? Una risposta

Libro:Sempre Vergine? Una risposta
La verginità di Maria è stata da sempre al centro di accesi dibattiti nella storia del Cristianesimo e di negazioni eclatanti. Nomi come Cerinto, gli ebioniti, Elvidio nei primi secoli, A. Mitterer e K. Rahner, nella metà del secolo scorso e più vicino a noi R. Brown, si aggiungono alla lista dei sospettosi (o degli eretici). Elvidio al tempo di S. Girolamo negava la perpetua verginità di Maria, invece il medico e sacerdote viennese, A. Mitterer, non riusciva a capire come mettere insieme la vera maternità di Maria e la sua verginità nel parto. Le due cose si escluderebbero a vicenda, al punto che per assicurare una reale maternità sarebbe stato doveroso ammettere la rottura del grembo e le doglie del parto. Il gesuita tedesco K. Rahner, in felice dialogo con tutti, non solo si accodò a detta proposta, ma ne derivò pure che la verginità di Maria nel parto non ha un solido fondamento. È un problema! L’aggettivo “problematico/a” entrò così ufficialmente nella teologia mariana rinnovata e presto la verginità (fisica) di Maria assurse al rango del simbolo, mentre si faceva spazio la “verginità del cuore”. L’integrità verginale di Maria, specialmente in partu, era da spostare dal piano fisico a quello teologico della purezza di fede della Vergine nell’accogliere il Verbo di Dio. Il corpo non era in fondo determinante.

In ambito esegetico, l’americano R. Brown si è segnalato nel tentativo di leggere il dato del concepimento verginale non come “mito” – in questo fa un passo in avanti rispetto a molti altri – ma come espediente letterario dell’agiografo che gli consente di passare dall’Antico Testamento al Nuovo, mancando di fatti la prova della sua storicità. La filiazione divina di Gesù che emerge dal Battesimo nel Giordano fornirebbe a Matteo e Luca l’aggancio letterario per risalire al momento nascosto del suo concepimento nel grembo della Vergine Maria. Non importa quindi se Gesù sia stato concepito verginalmente (questo non lo si potrebbe sapere perché i Vangeli non sono affidabili), ma che sia stato proclamato retrospettivamente figlio di Dio fin dal grembo di sua Madre. Cade come inutile la verginità nel concepimento di Cristo e di conseguenza quella nel parto. A chi interesserà poi sentire che Maria è rimasta vergine dopo il parto?

Questa prospettiva risulta tanto capziosa quanto interessante. L’Autore del saggio ne accoglie la suggestione ribaltandola per dimostrare che è vero proprio il contrario: è più logico che si parta dal concepimento verginale di Gesù per arrivare all’epifania del Giordano. Quest’ultimo evento è piuttosto la ratificazione pubblica di ciò che era già avvenuto in modo nascosto nel grembo di Maria. Bisogna rispettare la progressività della Rivelazione senza la quale i discepoli e gli agiografi non avrebbero afferrato nulla del mistero, a meno che non si risolva tutto in un racconto mitologico. La storicità dei vangeli è fondamentale e la verginità di Maria è l’inizio. Se quest’ultima si offusca o viene ridotta a puro simbolo, Gesù e il Regno Cieli da lui inaugurato – per il quale ci si fa addirittura eunuchi – diventano insignificanti. Quello che è accaduto?

La verginità di Maria è una formidabile risposta alla situazione di declino nella Chiesa della vita religiosa e del matrimonio, principiata da una scorretta visione degli stati di vita del cristiano. Oggi la fanno da padrone novelli discepoli di un monaco del IV secolo di nome Gioviniano, i quali predicano di nuovo che la verginità non è superiore al matrimonio e che ciò che conta è difatti il battesimo che tutti unifica. La vita religiosa ha perso il suo sapore e tanti suoi membri. Anche il sacramento del matrimonio non è in buona salute. Si riscontrano affinità di non poco conto tra Gioviniano e Amoris laetitia, con qualche lieve deriva più epicurea: non solo il matrimonio è pari alla verginità, ma addirittura il rapporto sessuale more uxorio è pari al matrimonio e quindi alla verginità. In fondo, se il battesimo è uguale per tutti, il premio celeste è lo stesso. Così Gioviniano esortava le vergini a lasciare il loro stato di vita!
La Chiesa si trova oggi di nuovo divisa tra discepoli di Gioviniano e veri seguaci di Cristo, incalzati entrambi da un infuocato Girolamo che dice: « La verginità è il frutto del matrimonio». Se il matrimonio è in crisi, perché ha perso di vista la castità coniugale, lo è pure la verginità e se la verginità è in crisi, perché ridotta a mero simbolo, il matrimonio non sa più cosa farsene di se stesso. Il libro di Lanzetta ci offre la risposta che la Chiesa si attende in quest’ora così travagliata. Con gli occhi rivolti alla Semprevergine Maria.

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La Vandeana. Quelle colonne infernali (Parte II)

di Alfredo Incollingo
Sul finire del 1793 l'esercito cattolico e monarchico vandeano aveva perso in battaglia buona parte dello stato maggiore e pochi validi generali continuavano imperterriti la guerra contro i repubblicani.

La Convenzione nazionale, per tentare di stroncare definitivamente la resistenza controrivoluzionaria in Vandea, pianificò la totale devastazione della regione francese.
Il generale Louis Marie Turreau organizzò diverse spedizioni militari, le famigerate Colonne Infernali, che simultaneamente avrebbero attraversato la Vandea: le truppe dovevano assaltare tutti i villaggi che incontravano lungo il loro cammino, senza risparmiare la popolazione. Era necessario non solo annientare i rivoltosi, ma anche prevenire qualsiasi futuro focolare di rivolta.

La Convenzione fu ben lieta di approvare la soluzione di Turreau e il 17 gennaio 1794 i primi reggimenti si misero in marcia. Due colonne militari entrarono in Vandea via terra, massacrando e saccheggiando senza freni. Un'altra, invece, a bordo di battelli costeggiò la costa e navigò sulla Loira. Non c'erano deroghe agli ordini e, innocenti o meno, i vandeani, uomini, donne e bambini, furono giustiziati. Stupri e altre violenze gratuite emersero nei racconti di quanti sopravvissero alla carneficina, denunciando l'accaduto nei loro scritti e nei tribunali. I soldati erano soliti fucilare i prigionieri e i civili in massa o li rinchiudevano tutti insieme in alcuni grandi edifici e, sprangate le uscite, li incendiavano. Lo stesso sistema era usato per gli ospedali, dove i pazienti morivano arsi vivi, senza la possibilità di salvarsi. I resoconti sono a dir poco agghiaccianti nel riferire i particolari delle sevizie dei repubblicani: addirittura la pelle di alcuni condannati a morte venne conciata per imbastire dei vestiti.

Tra aprile e maggio del 1794 le Colonne Infernali furono smobilitate e la Convenzione inviò in Vandea truppe regolari per mantenervi il controllo militare. Quanti furono i risultati dello sterminio? Zero, un tragico nulla di fatto. Il generale Turreau aveva fallito nella sua impresa e il governo francese dovette prendere atto delle nefaste conseguenze delle sue decisioni. La resistenza vandeana non venne smorzata, ma, al contrario, divenne più impetuosa di prima. 

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20 gennaio 2018

Onore a Veneziani

di Fabrizio Cannone

Uno dei problemi capitali della nostra epoca e della nostra civiltà è l’assenza crudele di pensieri liberi e non addomesticati. Fossero pure pensieri discutibili, esagerati, spavaldi o ridicoli, ma che abbiano il pregio della libertà. La quale, in questo contesto, non può che coincidere con una visione altra (ed alta) rispetto alle bassezze e le noie senza requie del presente. I grandi uomini furono sempre personalità inattuali, nel senso sia di essere in tensione verso il loro pieno compimento (come la potenza con l’atto nella logica aristotelica), sia nel senso più ovvio di pre-esistere al futuro, di vedere oltre, di non cedere un millimetro all’eterno presentismo della storia. Inoltre, di osservare la realtà senza i paraocchi dell’attualità, ma attraverso quella luce ineffabile che nell’uomo è la coscienza.
Marcello Veneziani lo seguiamo fin da ragazzini, e da quando dirigeva L’Italia settimanale, di cui abbiamo ancora in soffitta l’intera collezione… In quegli anni di riflessione e di facili manicheismi, ma anche di eroici furori e di risentimento verso un Sistema (già) percepito come inetto e oppressivo, gli scrivemmo delle lettere, a cui almeno una volta fece caso. Si tratta, tanto più oggi che è giunto ad una consapevolezza e ad una notevole sintesi di letture e di esperienze, di una voce importante e rara della destra culturale italiana. Forse, l’intellettuale della Nuova Destra di maggior peso politico, come lo definì qualcuno di altra sponda. Probabilmente anche di uno scrittore e di un pensatore, tra i giornalisti italiani di oggi, di più denso peso filosofico.

L’ultima sua opera la consideriamo un piccolo capolavoro (cf. M. Veneziani, Gli imperdonabili. Cento ritratti di maestri sconvenienti, Marsilio, 2017). Veneziani, da par suo, descrive e tratteggia, come in un dizionario, cento autori che gli sono grati, da Dante ad oggi, non escludendo alcuni scrittori vivi e vegeti. Si conoscono già parecchi dei suoi autori prediletti: da Gentile a Prezzolini (che, giunto all’età di cento anni, si congratulò per un articolo del Nostro, appena ragazzo, p. 116), da Nietzsche (a cui dedicò il suo primo articolo, p. 62) a Chesterton e ad Augusto Del Noce, sino alle poetesse mistiche Simone Weil e Cristina Campo. Altri autori non sono certo i suoi prediletti (come i mitizzati Adorno, Gramsci, Garrone ed Eco), ma essi restano degni di essere apprezzati e valutati per l’influsso che hanno avuto, ed anche per essere intelligentemente criticati e confutati, specie nell’interpretazione che normalmente se ne dà, di comodo e di scuola.

Malgrado un allontanamento che parrebbe definitivo dalla fede cristiana della sua Bisceglie natale – la qual cosa non può non dispiacere chi è giunto alla strada del Vangelo anche grazie a lui – Veneziani mantiene un legame viscerale con la terra, con i patres, con l’Italia, con la Tradizione. Con quei punti fermi quindi che soli possono fondare la Destra eterna o il partito della ragione: Dio, la patria, la famiglia, e ciò che ne consegue.
Tutta la sua critica alla contemporaneità in nome di Altro deriva da una lettura inattuale (e imperdonabile) del presente e questo sarebbe già un bel trampolino verso l’approdo ultimo: ma Egli non riconosce ancora che l’unica metafisica compiuta, e davvero universale, è il solo cattolicesimo romano.
La sua penna graffiante e i suoi giudizi liberi e antimoderni sulla politica, la cultura e la storia, aiuteranno ancora, e speriamo a lungo, gli uomini liberi e i cristiani autentici a tenersi in disparte rispetto alla tirannia di un mondo fondato sul non avere fondamento, se non il nulla ovvero l’a-teismo e l’empietà come stile di vita.
 

Intervista a H. C. Cicortaş. Mircea Eliade: una rivoluzione spirituale.

Ringraziamo il maestro Aurelio Porfiri per averci concesso la "prima" di questa intervista a Horia Corneliu Cicortaş, studioso di autori romeni come Mircea Eliade e Emil Cioran.

di Aurelio Porfiri
Un autore che ha avuto una influenza importante sulla cultura del XX secolo è lo storico delle religioni Mircea Eliade. Sono venuto a contatto con un suo interessantissimo libro, pubblicato dalle Edizioni Bietti (2013): Salazar e la rivoluzione in Portogallo, a cura di Horia Corneliu Cicortaş. In questo testo Eliade si chiedeva se era possibile una rivoluzione spirituale e lui vedeva questa possibilità compiersi nell'opera del cattolicissimo António de Oliveira Salazar, dittatore portoghese, la cui opera conobbe grazie al tempo da lui trascorso in Portogallo. C'è da dire che Eliade, il cui pensiero merita naturalmente un grande approfondimento ancora oggi.
Ho avuto il piacere di parlare di questo libro con il curatore dell'edizione italiana, Horia Corneliu Cicortaş, esperto di Eliade e di autori rumeni, attualmente attivo come insegnante di religioni dell'India presso il Centro per le Scienze Religiose di Trento.


Può dire, per chi non lo conosce, chi era Mircea Eliade e quale era la sua importanza?
Eliade è stato non solo uno dei più grandi storici delle religioni del ‘900, con contributi rilevanti e innovativi nell’approccio generale allo studio delle religioni, in particolare nello studio delle religioni orientali, dell’alchimia o dello sciamanesimo, ma anche un autore apprezzato di letteratura narrativa e diaristica .

Lei ha curato l’edizione italiana del libro di Eliade sul politico portoghese Salazar. Perché era importante ripubblicare questo testo?
In seguito alla pubblicazione del Diario portoghese di Eliade, dapprima in Spagna, poi in Romania, Italia e Stati Uniti, l’interesse per gli anni trascorsi dall’autore nel Paese lusitano (1941-1945) è aumentato. Negli anni in cui veniva preparata l’edizione romena di quel Diario, accompagnata da altri testi del periodo portoghese (saggi, articoli, corrispondenza di Eliade), Sorin Alexandrescu ha pubblicato un importante studio esegetico, intitolato Mircea Eliade, dinspre Portugalia (“Mircea Elaide, visto dal Portogallo”), che si concentra per l’appunto sull’opera e la biografia del nostro autore alla luce del decisivo periodo portoghese. È in quest’ottica che s’inserisce anche l’interesse rinnovato per il libro su Salazar, pubblicato nel 1942. Oltre ad essere ripubblicato in Romania, il libro è stato tradotto in portoghese e pubblicato nel Paese che lo aveva “occasionato”, nel 2011. Fu proprio nel 2011 che l’editore Bietti mi contattò chiedendomi di tradurre e curare il libro, per la nascente collana “l’Archeometro, dove è uscito nel novembre del 2013 .

La prima parte del libro si legge come un romanzo, quando Eliade ricostruisce le vicende politiche e sociali che hanno portato a Salazar. La seconda parte in cui parla di Salazar mi sembra più lenta. Condivide questa opinione?

Sì, ha ragione, è un’impressione che il lettore del libro ricava durante la lettura ed è stata sottolineata anche in alcuni studi critici. Pur volendo scrivere un libro su Salazar, Eliade si dimostra più a suo agio quando narra le complesse vicende storiche portoghesi che hanno preceduto l’ascesa del dittatore cattolico.

Leggendo il libro sembra che Eliade fosse entusiasta di Salazar. È così?
Probabilmente senza un tale entusiasmo iniziale non si sarebbe spinto a scrivere un libro sul leader lusitano a scapito di altri progetti più personali. Oltretutto Eliade non è mai stato un biografo, a parte alcuni “medaglioni” scritti fin da giovane come articoli. Nel suo caso, come ho cercato di mostrare nella mia postfazione al libro (“Lo specchio portoghese”), l’apologia di Salazar è da collegare al contesto politico romeno della fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta, oltreché all’entrata della Romania nella guerra contro l’Unione Sovietica. Eliade aveva scoperto nel Portogallo di Salazar una situazione politica che avrebbe sognato in Romania alla fine degli anni Trenta, e che ancora nei primi anni Quaranta si illudeva che potesse essere assunta dal maresciallo Ion Antonescu, eventualmente tramite la neutralità e il non impegno militare sul fronte sovietico. Tali auspici si sono dimostrati, invece, irrealistici. La Romania ha abbandonato la neutralità ed è stata costretta ad entrare in guerra accanto alle potenze dell’Asse contro l’Unione Sovietica (e, di conseguenza, contro le Potenze occidentali che nei decenni precedenti erano stati gli alleati tradizionali del Paese: la Gran Bretagna e soprattutto la Francia).

Perché Eliade ha voluto parlare di Salazar? Cito dal libro: "[Il libro] è nato da un dubbio e ha visto la luce per rispondere a una domanda che l’autore non si stanca di porsi da ormai dieci anni: è possibile una rivoluzione spirituale?" Quale risposta si è dato a questa domanda?
L’intenzione di scrivere un libro su Salazar, la stesura e infine la pubblicazione del libro costituiscono la risposta che Eliade fornisce a questa domanda. Se si sottraggono i dieci anni di cui parla Eliade all’anno in cui esce il libro, arriviamo al 1932, cioè il primo anno dopo il suo ritorno dall’India, dove aveva assistito ad un’altra “rivoluzione spirituale”, quella di Gandhi. E in Romania, la “rivoluzione spirituale” auspicata dal Movimento Legionario simpatizzato da Eliade è stata compromessa da ondate di violenze intestine, come nel Portogallo pre-salazariano.
 
Cito ancora dal libro un concetto riferito a Salazar: "solo un’autentica e fertile vita spirituale è in grado di garantire l’ordine politico, l’equilibrio sociale e il progresso economico". Malgrado questo bel concetto, sembra che Eliade, anni dopo aver scritto questo testo, abbia cambiato idea su Salazar...è così?

Eliade cambia inevitabilmente idea su Salazar, che resterà a lungo al potere, e si pentirà di aver perso tempo con quel libro, frutto forse di una esaltazione o di una speranza ingenua. L’esito della seconda guerra mondiale, con la Romania e i Paesi dell’Europa centro-orientale soggiogati dall’URSS, era tale da rendere obsoleto il modello salazariano.

C'è una espressione importante in Eliade, il mito dell'eterno ritorno. Può dirci di cosa parla questo mito?
Il titolo del libro Le mythe de l’éternel retour, uscito nel 1949, ha provocato degli equivoci. Il sottotitolo dell’edizione francese (Archétypes et répetition), e soprattutto dell’edizione in lingua inglese (Cosmos and History) sono più aderenti al contenuto di quest’importante saggio di Eliade. Esso può essere considerato il “manifesto” del pensiero filosofico dell’autore, il tentativo di una filosofia della storia costruita a partire da una visione ecumenica e cosmopolita, non più rinchiusa nella tradizione filosofica occidentale, ma rispettosa delle tradizioni culturali delle società arcaiche e orientali, in cui il cosmo e la storia sono valorizzati in modo differente. Non si tratta solo di una differenza fra una concezione lineare della temporalità (tipica della modernità occidentale post-illuminista) e una visione ciclica o ripetitiva, ma anche del modo differente in cui la storia – sacra o profana – è valorizzata all’interno dei singoli paradigmi culturali. Il contributo di Eliade è stato quello di mettere in evidenza la ricchezza e l’importanza culturali di questi paradigmi, che almeno in parte sono rinvenibili anche nella tradizione cristiana (per esempio, la temporalità di tipo ciclico nella liturgia; la valutazione degli eventi storici alla luce della storia sacra e così via), come anche nel folclore, nella magia e in altri settori “sommersi” della cultura moderna.

Qual è l'approccio di Eliade al sacro?

Per Eliade, da un lato, il sacro è una componente costitutiva della coscienza umana. Dall’altro, esso è un sinonimo del “reale”, ovvero di ciò che è ontologicamente significativo per l’homo religiosus. Per l’individuo moderno e secolarizzato, che non si riconosce più come elemento organico di una comunità – per esempio, come parte attiva nella tradizione religiosa dei suoi antenati –, il sacro è, eliadianamente parlando, una dimensione camuffata nel profano, che può essere scoperta attraverso un’azione di decodificazione. Tale decodificazione – che, dopo la “morte di Dio”, può essere operata tramite forme “laiche” di cultura (letteratura, musica, cinema o forme nuove di spiritualità) – dovrebbe essere in grado di permetterci di comprendere meglio noi stessi e il nostro destino individuale nel mondo.

Quanto è importante nella cultura rumena, la dimensione religiosa?
Dipende cosa intendiamo per dimensione religiosa. Il Paese è, oggi, alle prese con fenomeni di trasformazione sociale simili a quelli che avvengono in altri stati dell’Europa centro-orientali che sono usciti dalle dittature comuniste abbracciando la democrazia liberale e l’economia di mercato in generale, e il consumismo in particolare. Da un lato, le Chiese cristiane – quella ortodossa in primis, ma anche quella cattolica e le varie denominazioni cristiane evangeliche – hanno trovato una libertà che non avevano fino al 1989. Dall’altro, la religiosità individuale è cambiata molto, soprattutto nelle aree urbane ma ultimamente anche in quelle rurali, per via di una maggiore consapevolezza e di un confronto più critico con le tradizioni cristiane, che porta certi giovani a fare anche scelte “alternative” nella ricerca spirituale. Ovviamente, in Romania è ancora molto forte la presenza monastica, sia maschile che femminile, soprattutto in certe regioni del sud e dell’est del Paese, irradiando una certa attrattiva sui laici. Ma a livello generale, non mi sentirei di dire che nella società o nella cultura romena la dimensione religiosa sia più importante rispetto ad altri Paesi europei.

A parte questo libro, quali sono i suoi altri lavori e progetti su Mircea Eliade?

Dopo Salazar e la rivoluzione in Portogallo ho continuato a lavorare su altre opere di Eliade, traducendo tre degli ultimi racconti dello scrittore (Dayan, La mantella e All’ombra di un giglio), pubblicati in un volume all’interno della stessa collana L’archeometro, nel 2015. Nel 2016 ho pubblicato, per la stessa Bietti ma in una collana diversa, Tutto il teatro di Mircea Eliade, finora l’unica raccolta completa e corredata di apparati critici dei suoi scritti teatrali. Infine, all’inizio del 2017 ho pubblicato, per le Edizioni Mediterranee di Roma, la traduzione della tesi di dottorato del nostro autore (sostenuta nel 1933 a Bucarest), La psicologia della meditazione indiana. Ho curato anche una nuova edizione riveduta di Cosmologia e alchimia babilonesi, per la casa editrice Lindau di Torino, dove ho pubblicato anche un volume di aforismi di Cioran (2016) e, qualche mese fa, un inedito del discepolo di Eliade, Ioan Petru Culianu, Iocari serio. Scienza e arte nel pensiero del Rinascimento. Ho in mente di pubblicare altri studi e traduzioni di testi di Eliade, ma anche l’edizione romena del Teatro di Eliade, che dovrebbe diventare l’opera di riferimento per le successive traduzioni in altre lingue del mondo.

 

19 gennaio 2018

Eutanasia. La logica di Robin Hood?

di Giulia Bovassi
Rubare ai ricchi per dare ai poveri. Robin Hood narra la generosità. Bene e male, giusto e ingiusto, criteri normativi. Quante volte crediamo che un male per un bene sia un male travestito da bene, giustificabile? In quante occasioni abbiamo camuffato un male grazie al “come se..”? Ebbene Robin è un uomo del nostro tempo, profeta di proiezioni, di “valori cannuccia”, come mi diverto a chiamarli io, cioè quei principi privati del loro spessore universale e risucchiati dal bevitore incallito mediante un tubicino molto stretto, accessibile a un assetato per volta.
L’etica bricolage! Se ci pensiamo non siamo molto lontani dall’eroe popolare: rubare è un atto ingiusto, invade il possesso legittimo di qualcuno appropriandosene indebitamente, perciò chi lo compie mina la sua integrità morale scegliendo di agire erroneamente. Il fine di Robin però era un proposito stimabile e altruista, generosamente attento all’uguaglianza fra gli uomini. “Ladro gentiluomo” che, per quanto armato di buone intenzioni, militava secondo un’etica deviata, quella per cui per giungere al fine buono si fa uso di mezzi cattivi. Rubare ai ricchi per dare ai poveri è rubare, non è carità. Ne deriva che il fine non giustifica i mezzi, vale a dire che qualcosa in sé sbagliato rimane un male morale, in nessun caso alternativa legittima, non si può mai scegliere infatti tra due mali morali, poiché entrambi costituiscono soluzioni nefaste ed erronee.

Gli atti sbagliati sono anch’essi atti umani. Un dato di fatto che non di rado viene dimenticato quando lo sforzo è quello di giustificare eticamente, giuridicamente, alla coscienza pubblica e individuale, un male di fatto come fosse un bene da compiersi perché il fine per il quale lo si compie sembra occupare interamente lo spazio di denuncia che, in effetti, il mezzo utilizzato per conseguirlo implicherebbe. Molte voci militanti pro-eutanasia sono vittime della stessa logica contraddittoria, esito compiuto di un percorso storico di slittamento linguistico condizionato da residui etimologici mal posti nella scatola vuota di un significato che, a onor del vero, nulla ha a che vedere con l’attuale “dolce morte”. Eutanasia in origine indicava la speranza, conforme alla dignità dell’essere umano, di morire un giorno di una morte serena, il più dolce -appunto- possibile. Un senso che in bioetica di definisce “qualificativo” del termine, ovvero la qualità della morte che l’individuo attende, d’altronde chi di noi potrebbe affermare di attendere una morte agonizzante o dolorosa? Nessuno! In effetti gli antichi la pensavano allo stesso modo, e come loro anche il filosofo F. Bacon che riportò, nel dibattito del suo tempo, il termine, per rimproverare il corpo medico di non occuparsi sufficientemente del dolore, sul quale avrebbero dovuto investire molto di più per amore del paziente. Accompagnare, assistere e umanizzare.

I pensatori dei secoli XIX e XX si appropriarono indebitamente di questo concetto modificandolo alla radice. In sostanza hanno riutilizzato l’involucro avvelenandone il contenuto, così da “eutanasia” come “buona morte, attesa e sperata” si è passati a eutanasia come “uccisione per una buona morte”, dal carattere all’atto. Cosa significa? Robin Hood: per alleviare il dolore di pazienti inguaribili si fa eroe gentiluomo mettendo fine alla loro vita. Eutanasia è divenuto l’atto di uccidere qualcuno per il suo bene, cosa assai differente da confidare in una morte lieta. L’atto umano – come spiegato precedentemente- è qui un atto omicida il cui fine potenzialmente buono (ammettendo che sia a tutti gli effetti quello di togliere le sofferenze al malato, come tanti sostengono e successivamente smentiscono) non rende accettabile il mezzo con il quale viene perseguito: procurare la morte al paziente. Generalmente un assassino non è ben visto dall’opinione pubblica così come dalla giustizia, e, nell’analisi breve fin qui compiuta, si può logicamente concludere che il soggetto agente (nella fattispecie in questione il medico) verrebbe meno alla sua vocazione per soddisfare volontà (ipoteticamente libere, poi mi soffermerò su questo) « extra-mediche». Non rientra nell’operato medico sopprimere chi soffre. Confà alla sua intima chiamata, all’aiuto di chi geme nella malattia o nel dolore, aiutarlo a preservare la propria vita e la propria salute attraverso i mezzi e la capacità che gli sono proprie, senza dimenticare che il primo ad essere invocato dinanzi a tale dovere positivo è il paziente, principale responsabile, custode, della sua persona. Possiamo concludere che la richiesta eutanasica equivale alla richiesta di un cittadino verso un altro concittadino di essere uccisi.

Un atto umano responsabile, esecutore di “buona uccisione”. Si intende per eutanasia « un’azione o un’omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte allo scopo di eliminare ogni dolore. (…) L’eutanasia si situa, dunque, a livello delle intenzioni e dei metodi usati». Emerge spontaneamente la perversità della richiesta per l’estrema lesione trasversale al valore della persona, alla sua dignità, a una creatura che supplica. Si potrebbe controbattere che è proprio l’anima fragile ad avanzare la proposta libera e consapevole; quanto può dirsi libera una vita oppressa dal dolore se la condizione esistenziale addensa e non scioglie, la vita? Il male soffoca, il dolore è compatto, roccioso, solido, disonesto, ci illude di essere tutto facendoci scordare che è focalizzato. Oltre il suo recinto ci siamo noi, siamo ancora noi dietro la sua ombra. Dov’è la volontà quando subentra l’impotenza e ci sentiamo nudi? Nasce dalla vulnerabilità il coraggio di alzare lo sguardo alla Croce, stringere i pugni, accettarne la provocazione e non sentire lo sconforto della solitudine. Perché non fa scalpore informare il popolo che, la maggioranza delle testimonianze raccolte in letteratura, certifica una realtà: dove c’è il sofferente esausto, sconfitto nella speranza, subentrano richieste eutanasiche, ma le stesse parole, cariche di morte, dinanzi alla possibilità che questa venga somministarta, si ritraggono in una volontà autentica, quella di essere ancora per qualcuno. Il desiderio reale non è una terapia mortale per il paziente, ma che vi sia una presenza ai piedi del letto, tra le dita delle mani, negli occhi. Che cosa cerca il bimbo convalescente? La madre. Che cosa cerca il giovane, l’adulto, l’anziano, il moribondo malato? La madre, ovvero la carità. Umanizzare per abbattere il nulla della morte. L’unica vera compassione è dettata dal coraggio di restare. Nessuno ci dice che l’atto uccisivo non è una decisione che spetta agli uomini, perché siamo fragili sani al cospetto di fragili malati, vicini nell’umanità, distanti nel provvisorio. Affranti, incapaci, sul ciglio di un miracolo, che è la persona, l’unica cosa che vorremmo sapere è il modo migliore per amare. Proprio perché l’uno è frangibile a causa della patologia e l’altro è fragile per l’impotenza, non possiamo giudicare chi debba vivere e chi no, entrambi sono chiamati all’umanità condivisa in quel minimo che siamo.

La cultura della morte che si è andata diffondendo non è recente: da tempo l’uomo è dedito agli eccessi, atterrito dai suoi limiti, saldo nel possibile, lavoratore di accumuli transitori osteggiati dalla nostalgia del senso. Vuoto. Scisso nel corpo e dal corpo, estraneo alla totalità, predispone la sua identità alienata dalla bellezza. Persuade se stesso di essere qualcuno che vive biologicamente e qualcuno che vive biograficamente, il primo funzionale al secondo. Costruendo una storia crea la dignità. È una visione drammaticamente fatale: annullare la commistione di mistero e meraviglia che forma ed espone in una complessa unicità, lascia l’aridità del neutro dove per il solo fatto di essere uomini non si è più abbastanza. Il dualismo, che sembra moltiplicare, fraziona e cancella. Abbiamo azionato così la macchina infernale dell’estraneità e della convenienza. In ogni attimo scandiamo la qualità della nostra persona, ma se questa non pensa alla sua natura ineluttabilmente mortale, non trova forse un tesoro in decomposizione? Allenandoci alla debolezza scandiamo gli istanti della trascendenza.
Quando abbiamo smesso di vedere?

Relativizzando a piacimento giusto e sbagliato, scavalcando l’obbligatorietà, si sono stravolti i codici di interpretazione dell’umano, addestrando un tipo d’uomo forte solo nell’equilibrio efficiente. La ricomparsa dell’eutanasia è precedente l’esplosione dei crimini perpetrati dai medici nazisti, i quali si unirono a un clima culturale già vivo di espressioni come “omicidio per pietà”, “morire con dignità”, ecc.. postulate come eccezioni al generale e universalmente condiviso reato di omicidio, che dovette considerare clausole nuove, derivanti dalla compassione. Il conflitto fra l’azione sanante e l’infausto destino di pazienti inguaribili e sofferenti, estese rapidamente l’opzione eutanasica ad altre condizioni ritenute non degne, infelici o prive di valore: anzianità, handicap, deformità, malattie mentali, dietro i quali si smise improvvisamente di scorgere la persona e si vide la scomodità di animi infelici, condannati tali da spettatori sani e, in quanto sani, giudici.

Così i medici incaricati al programma di eutanasia nazista non lasciarono ai posteri dichiarazioni straordinarie, folli, sulle loro colpe: essi supportarono quanto compiuto con la compassione per « l’esistenza tormentata di quelle creature». Il numero di persone uccise tramite eutanasia dal 1939 al 1941 si stima fra le 70.000 e le 100.000 e furono queste cifre a far disprezzare la “dolce morte” portandone la scomparsa, fino al riapparire negli anni ’70, periodo in cui da un lato l’autodeterminazione e dall’altro la sfiducia nei confronti dell’alleanza terapeutica, innescarono, quasi senza storia né ricordi, il morbo eutanasico, con esso quello del suicidio assistito e del Living Will. La difficoltà e i pochi casi in cui, ad oggi, si adoperano questi mezzi, dovrebbe già far sussultare il dubbio sulla benevolenza, anche per il cosiddetto testamento biologico, la cui origine vincolata a movimenti di sensibilizzazione pro-eutanasia (1967 Louis Kutner, a cui si deve l’idea del Living Will, membro del consiglio direttivo del Euthanasia Educational Council degli Stati Uniti fu il primo a suggerire il documento come «mezzo per promuovere la discussione sull’eutanasia») e considerato «punta di lancia per l’eutanasia».

Una precisazione sul Testamento Biologico, visto quanto sta succedendo in Italia. La natura di questo documento detiene numerosissimi problemi: la genericità delle disposizioni, che possono avere carattere sommario essendo una previsione futura di una situazione inesistente; il carattere ipotetico e pertanto distante dalla realtà; l’interpretazione medica, che avviene senza alcun tipo di precedente relazione con il paziente interessato, nel tempo in cui quest’ultimo ha stilato il testo e non ha avuto modo di dialogare con lui chiarendo la sua visione in merito ad alcune espressioni inevitabilmente condizionate in misura soggettiva dal paziente; l’impossibile esaustività delle condizioni immaginabili; il veloce e imprevedibile progresso medico che può rendere un approccio terapeutico diverso nel tempo grazie all’evolversi della ricerca; l’effettiva informazione unita al consenso, ovvero la domanda sulla libertà genuina di quelle volontà in rapporto alle circostanze in cui è stato redatto (in seguito spesso ad eventi traumatici, per esempio); i numerosi casi documentati nei quali si è riscontrato un cambiamento totale delle intenzioni firmate nel verificarsi della situazione concreta di bisogno (i pazienti hanno dimostrato più una spinta verso la speranza e ogni tentativo di sopravvivenza, invece che la resa per il timore di accanimento e sofferenza). I problemi e gli accessi inevitabili al possibile rifiuto di terapie salvavita o non terapie (alimentazione e idratazione), quindi alla morte della persona di fame e sete (i media non parlano delle ferite atroci che si procurano i malati lasciati morire senza alimentazione e idratazione) spingono a ritroso. Le motivazioni a monte della comparsa del LW combaciano con i due principi sommi promossi dai movimenti pro-eutanasia: l’autodeterminazione e la salute come beni assoluti, ma laddove è già in auge statistiche dimostrano che pochissimi vi fanno uso e di questi ancor meno si preoccupano di rinnovarlo anzi, all’opposto, si auspica un recupero del vero dialogo fra medico e paziente.

L’asimmetria è necessaria in un contesto di specializzazione come quello sanitario. Abbiamo bisogno che le competenze di chi ha giurato di dedicarsi interamente al bene della persona, vengano messe a disposizione per noi e con noi. Ciò non nega il rispetto verso la sostanziale uguaglianza fra simili, il reciproco riconoscimento, il quale evoca una fiducia, base per qualsivoglia principio di incontro. Il protagonista è sempre il malato, un malato che ha bisogno di aiuto. Ciò che si è chiamati a fare non è uno scontro fra diritti, nella paura della prevaricazione, ma un ripristino faticoso e indispensabile dell’umanizzazione del mondo sanitario. Recentemente una studentessa di medicina, a seguito della presentazione del mio libro, nel quale affronto anche il tema del dolore, mi disse che, come medici, hanno sete di guide che sappiano costantemente far vedere la persona sofferente prima della malattia. È l’umanità, che stiamo uccidendo insieme a noi stessi.

Sono convinta che il retrogusto amaro sia fin troppo lampante nella disarmonia che si determina fra un’azione dapprima delittuosa o tuttora delittuosa, che ammette eccezioni all’illegittimità giuridica e morale del male che incarna. In Italia per esempio, non vi è riferimento esplicito al reato di eutanasia, ma questa rientra nei cosiddetti “reati contro la persona”, quali: l’omicidio, l’omicidio del consenziente, omissione di soccorso (eutanasia passiva) e aiuto o istigazione al suicidio (che, contrariamente alle argomentazioni spesso avanzate dai sostenitori del suicidio assistito o dell’uccisione per buona morte, non è in alcun modo riconosciuto dal codice penale poiché il tentativo non viene penalizzato, decisione coscienziosa che preserva il soggetto da ulteriori danni alla condizione psico-fisica costrittiva che sta subendo).

Come può essere tollerante e umana una posizione che tradisce la verità di un male proprio quando si fa maggiore la tentazione? Il momento del bisogno è quello che persuade l’umanità non la selettività, non siamo mai simili come quando siamo fragili. In questo punto esatto, nel cuore della debolezza, troviamo l’occasione per essere eroi e dire all’altro: tu vali a prescindere, sei stato chiamato per nome e io ti vedo. Mi prenderò cura di te! Pertanto, una società che ha a cuore il vero bene integro della persona paziente, dovrebbe adoperarsi per supportare e favorire soluzioni efficaci, palliative del dolore, luogo nel quale sta risorgendo l’abbondanza della vera cura e rispondente all’istinto comune di preservare noi e gli altri dal procurarsi del male. Ammettendo di poter uccidere su richiesta un estraneo o noi stessi, come ci comporteremo un giorno se dovessimo imbatterci in un uomo che, schiavo delle paure, tenta di porre fine alla sua vita davanti ai nostri occhi? Resteremo immobili? Daremo lui armi, la spinta finale per cadere o tenderemo la mano con parole di conforto? Di quale libertà saremo capaci di parlare? L’opinione pubblica verrebbe sanata se messa a conoscenza di come un gesto tanto estremo non sia di portata individuale, ma universale, collaterale. Il suo male tocca i vivi, i “normali”. Quando si annienta la persona accade questo.

Quanti eserciti si scontrano nella coscienza tormentata di chi ha paura! Se la morte fosse la soluzione legale ed eticamente lecita, si ammetterebbe che, anche fuori dal contesto sanitario, ogni sofferenza gravosa potrebbe logicamente e legittimamente trovare ristoro nell’eliminazione di un essere umano dalla sua vita, che poi è anche la vita di chi si accorge di lui. L’esausto è il disperato non senso di sé: subentra quando in noi stessi non troviamo ragioni sufficienti per considerarci un prodigio e quando, allo stesso tempo, nessuno vede più in noi un dono affidato alla custodia di ciascuno.

La bioetica è un crocevia di criticità: vi sono delicatissimi profili che si toccano nei momenti più intimi della loro quotidianità e generalmente si affidano al principio di umanità per essere soccorsi da altri uomini, come loro, segnati dalle vicissitudini e dalla contingenza della loro natura, ma non ammutoliti da essa, che cercano quindi di ridare voce nel tormento a chi ha perduto la forza del suono.
«Le prove non sono esperimenti che Dio fa sulla mia fede o sul mio amore per saggiarne la qualità. Lui, questa, già la conosce; ero io che non la conoscevo. È piuttosto una chiamata in giudizio dove Dio fa di noi gli imputati e al tempo stesso i testimoni e i giudici, Lui l’ha sempre saputo che il mio tempio era un castello di carte. L’unico modo per far sì che lo capissi anch’io era di buttarlo giù. E io devo sicuramente ammettere che, se il mio era un castello di carte, lo si doveva abbattere al più presto. E solo la sofferenza poteva farlo»
C’è tutto di noi nel modo in cui rispondiamo al dolore.

https://kairosbg.wordpress.com/2017/12/14/la-logica-di-robin-hood/
 

Carmen non muore, ma il buon senso sì

di Giuliano Guzzo
Nell’epoca del politically correct tutto è possibile. Anche che si cambi il finale di un’opera, con una donna che anziché morire uccide, spacciando ciò – come ha fatto il sindaco di Firenze, Dario Nardella, con riferimento alla «Carmen» di Bizet andata in scena alla prima del nuovo allestimento dell’Opera della sua città – per «messaggio culturale, sociale ed etico che denuncia la violenza sulle donne, in aumento in Italia». Ora, pur non andando pazzo per l’opera, cerco comunque di coltivare un buon rapporto con la verità. Per questo non posso che includere una simile trovata fra le più riuscite manifestazioni del ridicolo. A scapito, sia ben chiaro, proprio del contrasto alla violenza sulle donne.
Non ci si può infatti nascondere come, da anni, si sia scelto di trasformare il “femminicidio” da tema prioritario a tormentone, da presunto allarme sociale a vero ritornello nazionale, da problema da affrontare a passaporto terminologico da esibire ai gendarmi della Cultura dominante. Col risultato che puoi infischiartene bellamente, ormai, di ogni principio e valore fondamentale: basta che t’inventi un’iniziativa, anche la più insensata, contro la violenza sulle donne e passi subito per benefattore, filantropo, eroe civile. E pazienza se dell’allarme “femminicidio” non v’è traccia statistica; se tutto abbia solo il sapore plastificato dello spot, se esiste, censuratissima, pure la violenza contro gli uomini.
Perché ciò che conta non è affatto il valore del rispetto – che dovrebbe essere asessuale e universale, non ad intermittenza -, ma solo ingraziarsi l’Inquisizione laica del politicamente corretto. Anche se si è costretti a dire totali idiozie. In effetti, la ragione risulta oggi detronizzata dalla reputazione, con la convenienza di un pensiero che viene prima della sua sostanza. Non conta cioè essere profondi, ma presentabili. Per questo molti appaltano il proprio spirito critico, barattano la mente con la moda, fino a convincersi che manomettere un’opera teatrale possa essere un’opera buona. Il che conferma come, per quanto ci si sbizzarrisca, lo spettacolo più assurdo è destinato a rimanere la realtà.

https://giulianoguzzo.com/2018/01/08/carmen-non-muore-ma-il-buon-senso-si/
 

18 gennaio 2018

In una baby gang

di Giluano Guzzo
Da Napoli a Torino, dal meridione all’area subalpina, risuona in questi giorni uno stesso allarme: quello per le baby gang, neologismo di derivazione anglofona che sta a indicare quelli che, in altri tempi, erano gruppi di piccoli delinquenti, bande di minorenni dedite ad aggressioni e atti vandalici, furti e pestaggi. Ad animare questi violenti giovani ma spietati come i grandi – ha detto bene il Ministro Minniti – è una violenza «nichilista», senza direzione né ragione, che esplode contro chi capita. Le baby gang non hanno idee, progetti né rivendicazioni. Non mirano a sovvertire un ordine ma solo a espandere disordine. Il loro agire è mera traduzione rabbiosa di invidia, noia e malcontento preesistenti. E’ quindi un disagio che diventa degrado, una questione personale che evolve a problema sociale. Di chi le responsabilità?
Chiaramente, in primis, dei genitori. Di padri e madri latitanti i quali, per le più svariate ragioni, hanno abdicato ai loro doveri. Sarebbe tuttavia colpevole e miope sorvolare, assolvendoli, sui grandi alleati del germe «nichilista», che per prosperare abbisogna di provviste. Di che si ciba? Dell’incapacità di educare e della frammentazione della famiglia, dell’implosione della morale e dell’esilio dell’etica. A loro volta espressioni, queste tossine, di una più ampia perdita di Senso. La delinquenza giovanile è dunque solo la punta dell’iceberg, la più affilata ed emergente, del Nulla, di quella ruggine valoriale troppo a lungo sottovalutata ma che, di tanto in tanto, come un mostro di Loch Ness che però esiste veramente, emerge dalle cronache esibendo il suo volto tremendo. Per ricordarci che quando non si sente non muore, ma dorme. Siamo in una baby gang, ci dev’essere un orrore.


https://giulianoguzzo.com/2018/01/17/in-una-baby-gang/
 

JACK KEROUAC: la cultura hippy, il sessantotto e la dittatura di Dioniso/1

di Marco Sambruna
Jack Kerouac è stato capostipite della corrente letteraria della Beat Generation dagli anni Cinquanta in poi fino all’esaurimento di quell’esperienza culturale organica al movimento hippy e introduttivo alle proteste giovanili sessantottesche particolarmente accentuate in America durante la guerra del Vietnam.
Il suo capolavoro Sulla Strada narra, com’è noto, delle avventure sulle strade d’America (e del Messico) di Sal Paradiso alter ego dello stesso Kerouac e Dean Moriarty alter ego dell’amico Neal Cassady con cui lo scrittore aveva conosciuto grazie all’intermediazione del guru della beat generation Allen Ginsberg. Kerouac ammirava il vitalismo – non la vitalità, ma il vitalismo – di Cassady, una sorta di giovane spaccone alla Paul Newman nei suoi film più luridi, tanto da farne un personaggio del suo romanzo.
Il cattolicissimo Kerouac proveniente da famiglia tradizionalista franco canadese di agiate condizioni economiche si affeziona dunque a Neal così diverso da lui sia sotto il profilo caratteriale, sia circa lo stile di vita, sia riguardo l’estrazione sociale. Allo stesso modo nel romanzo è Sal ad affezionarsi al giovane delinquente, paraculo, egoista, pulcioso e bugiardo Dean, forse affascinato dalla sua irrequietezza incapace di riposo. Dean è la trasposizione narrativa del superuomo di Nietzsche, colui che vive al di sopra del bene e del male: in lui vige solo la legge dell’assecondamento delle voglie del momento, l’adeguamento alle proprie pulsioni istintuali più immediate che, naturalmente, tendono a concentrarsi attorno a una libidine sessuale e consumistica assoluta, totalitaria e assolutamente fuori controllo. Durante le loro peregrinazioni attraverso l’America si ha l’impressione che Dean non cerchi solo di accumulare esperienze, ma anche di fuggire da qualcosa senza peraltro avere come meta il raggiungimento di qualcos’altro. Uno stimolo eccezionale alla fuga è certo rappresentato dalle tre mogli che sposa e da cui divorzia regolarmente sospinto da nuovi incontrollabili stimoli superomistici da cui dipende come uno schiavo e che lo costringono a precipitose fughe per evitare di doversi occupare delle famiglie provvisorie che costituisce. Dean, psicologicamente sradicato da tutto e da tutti, è un uomo in fuga o perché cacciato di casa dalle mogli esasperate che pur amandone il carattere maledetto da bello e dannato non hanno nessuna intenzione di sopportare a lungo le sue continue fughe deresponsabilizzanti o perché Dean non riesce a sopportare la stabillità fisica ed esistenziale o perché stimolato dalla ricerca del vecchio padre che vive come un clochard da qualche parte nei recessi della periferia americana.
Da New York a Denver e poi a San Francisco Sal e Dean attraversano più volte gli Stati Uniti lungo ronzanti e sonnolente cittadine del midwest, deserti polverosi, centri urbani chiassosi e degradati accompagnati quasi sempre da altri sradicati sempre a bordo di vecchie auto sferraglianti o prese a prestito o rubate lungo il viaggio da Dean.

ALLE ORIGINE DELLO SRADICAMENTO ESISTENZIALE. 
Il romanzo di Kerouac inaugura quello che sarà il motivo portante di gran parte del romanzo americano dagli anni Cinquanta a oggi: il tema dello sradicamento culturale, della perdita di certezza e della fragilità psichica ed esistenziale che ne segue come dimostra l’instabilità psicologica di molti autori americani. Del resto il disagio fa parte della biografia dello stesso Kerouac e di altri scrittori a lui contemporanei e successivi come Truman Capote, William Burroughs, Ken Kesey, Foster Wallace e tanti altri ancora.
Sulla strada si pone dunque all’origine di quelle correnti letterarie in cui spicca in modo lampante l’elemento soggiacente a gran parte della narrativa americana degli ultimi 70 anni ossia il declino dell’Occidente ormai minato da una specie di malsana voluttà di morte criminalmente alimentata dai certi mass media che hanno trasformato delle leggende nere in miti artistici da additare poi come modello da imitare alla cultura giovanile di massa. Tutti gli autori di cui sopra e altri ancora sono stati iconizzati come guru misticheggianti e orientaleggianti perfino quando alcuni di essi nulla avevano a che spartire, per educazione e per visione del mondo, con quel tipo di cultura.

KEROUAC, COME STRUMENTALIZZARE UNO SCRITTORE.
Kerouac, di famiglia cattolica e benestante, non aveva nulla aveva a che fare con la cultura contestataria da cui nacque la beat generation, il movimento hippy e il sessantotto e tuttavia è un chiaro esempio di manipolazione mass mediatica. E’ stato infatti iconizzato suo malgrado come l’inventore e il padre fondatore della beat generation ossia di un movimento contestatario che sfocerà nel sessantotto: chiunque oggi abbia minimamente bazzicato la letteratura contemporanea crede che Jack Kerouac ne sia all’origine ed è convinto che fosse uno dei più accesi attivisti contro la politica americana di quel tempo.
E’ vero esattamente il contrario: Jack Kerouac, per sua stessa ammissione, non solo non si sentiva culturalmente affine a quell’esperienza artistica e politica, ma addirittura ne era fiero avversario. E’ lui stesso a spiegarlo, ad esempio, durante un’intervista televisiva ( vedi qui minuto 51.00 circa ): Kerouac definisce la beat generation imparentata col fenomeno hippy il prodotto “di un movimento dionisiaco di una civiltà invecchiata” cioè un movimento influenzato dalla filosofia di Nietzsche: per il filosofo tedesco infatti è dionisiaco tutto ciò che è istintivo, al di sopra del bene e del male e proteso solo all’assecondamento delle voglie. Più avanti Kerouac afferma che certo la beat generation è all’origine del movimento hippy, ma che la stessa beat generation di cui è padre è stata strumentalizzata dai comunisti al fine di dargli una connotazione politica che in origine non aveva e che lui non aveva voluto conferirgli. Del resto lo stesso termine beat da lui coniato significa beato a indicare la sguardo poetico sulla realtà del nuovo movimento letterario contro la prosaicità di una visione del mondo materialista.

«Adesso il sole era dorato, l’aria di un puro azzurro, e il deserto coi suoi fiumi radi una distesa di spazio sabbioso; infuocato e con ombre improvvise di alberi biblici. Adesso Dean dormiva e Stan guidava. Apparvero i pastori, vestiti come ai tempi antichi, con lunghi mantelli svolazzanti, le donne cariche di biondi fasci di lino, gli uomini con i bastoni. I pastori sedevano e si riunivano sotto immensi alberi nel deserto baluginante, e le pecore si affannavano nel sole e sollevavano la polvere dietro di se. “Amico mio”, gridai a Dean, “svegliati e guarda i pastori, svegliati e guarda il mondo dorato dal quale è venuto Gesù, potrai capirlo con gli occhi tuoi.»
(Sulla strada, quinta parte )

Dunque per Kerouac la beat generation è certo precursore del movimento di liberazione hippy finalizzato dionisicamente all’assecondamento delle voglie oltre l’etica tradizionale; ma, aggiunge, tale risultato è stato prodotto da una manipolazione di stampo ideologico marxista che, come afferma nel prosieguo dell’intervista, “ha storpiato la mia idea”. Infatti, conclude Kerouac, “per me la beat generation era fatta di beatitudine e piacere nella vita e tenerezza. Ma nei giornali l’hanno chiamata “ammutinamento beat, insurrezione beat”. Parole che io non ho mai usato. Perché io sono cattolico, credo nell’ordine, nella tenerezza, nella pietà.”. Inoltre Kerouac dichiara ulteriormente che il movimento beat è stato da lui concepito secondo i canoni di una purezza originaria che in seguito è stata manipolata e in qualche modo svilita da interferenze politiche.

(continua)

 

Il Puntatore. L'avventura del cattolicesimo a Hong Kong

di Aurelio Porfiri
Noi occidentali, diamo per scontata la nostra lunga storia con l’annuncio cristiano, una storia non sempre facile e che oggi vive delle difficoltà evidenti. Ci sono altri paesi in cui questa storia è più recente, il che naturalmente porta un insieme di opportunità ed una serie di problemi. Vedemmo che la Cina in realtà conobbe una forma dell’annuncio cristiano, quella nestoriana, già nel primo millennio. Il contatto con il cattolicesimo avvenne con il francescano Giovanni da Montecorvino di cui abbiamo anche parlato. Hong Kong non vanta la storia cattolica considerevole in termini di durata di Macao, che fu evangelizzata dai gesuiti già nel XVI secolo. Eppure questa storia ha aspetti di grande interesse.

Per chi volesse conoscere meglio la storia di Hong Kong, c’è il bel libro di Frank Welsh “A History of Hong Kong” (1997 HarperCollins publishing). Un testo scritto al tempo del ritorno della sovranità di Hong Kong alla Cina, ma che ci fornisce una storia ben documentata di questa città, oggi una vera metropoli ma che al segretario del ministero degli esteri britannico, Lord Palmerston, al tempo del passaggio di Hong Kong alla corona britannica nel XIX secolo, sembrava solo “un’isola sterile, che non sarà mai un mercato per il commercio”. Se oggi Lord Palmerston potesse vedere Hong Kong, certamente si pentirebbe amaramente per la sua dichiarazione.
I britannici occuparono Hong Kong nel 1841 ed ottennero l’isola nel 1842, come premio per avere vinto la prima guerra dell’oppio. Una sessantina di anni dopo il governo britannico estenderà la porzione di territorio su cui potrà esercitare la sua sovranità. Non si deve pensare che Hong Kong prima dei britannici non avesse una storia, anzi sappiamo di clan familiari che ci avevano vissuto per centinaia di anni. Ma certamente si può dire che il dominio britannico con tutto quello che significherà anche in termini di infrastrutture, porterà Hong Kong su un altro livello. E presto, smentendo Lord Palmerston, la città diventerà un punto di riferimento per il commercio internazionale, sostituendo Macao. Nel 1984 la Gran Bretagna e il governo cinese firmano un accordo per il ritorno di Hong Kong sotto la sovranità cinese nel 1997. La storia di questi ultimi 20 anni non è stata semplice sotto molti aspetti, soprattutto per lo scontro fra coloro che non vogliono rinunciare a certe libertà di tipo occidentale e l’ansia di controllo del governo centrale di Pechino.
Possiamo datare il primo documento che ci testimonia della storia cattolica di Hong Kong proprio al 1841, per la precisione 22 aprile. Con questo documento il Cardinale Giacomo Filippo Fransoni, prefetto di Propaganda Fide, annunciava la decisione di Gregorio XVI di stabilire la prefettura apostolica di Hong Kong (per alcune informazioni storiche mi servo del libro di padre Sergio Ticozzi “Historical documents of the Hong Kong Catholic Church”).

Questa non fu una decisione senza conseguenze, in quanto la santa sede in questo modo si metteva di traverso al Portogallo che attraverso la diocesi di Macao e con il suo patronato, controllava la zona di Hong Kong. Quindi la santa sede toglieva Hong Kong da sotto l’influenza portoghese per metterla direttamente sotto Propaganda Fide. Il primo prefetto sarà padre Theodore Joset, un prete svizzero che era stato in stretto contatto con il cardinale Fransoni stesso. C’è da capire che la prefettura apostolica, come spiega bene padre Ticozzi nel suo libro, è quando c’è una prima evangelizzazione di un dato territorio, dopo alcuni progressi il territorio diviene un vicariato e finalmente una diocesi.
Padre Joset, che sarà considerato il fondatore della Chiesa Cattolica in Hong Kong, comincerà il lavoro per stabilire la presenza cattolica nel territorio, dedicandosi all’inizio, come logico, soprattutto alla cura dei cattolici che venivano da fuori, come i soldati di origine irlandese. Angelo Paratico, in beyondthirtynine.com, descrive la breve esistenza del padre Joset negli anni di Hong Kong, dicendo che egli, malgrado i pochi mesi di vita che gli restavano, fu in grado di vedere la posa della prima pietra per la prima chiesa cattolica di Hong Kong, dedicata all’Immacolata Concezione e sita in Wellington St.. Padre Joset morirà di febbre nel 1842 e verrà poi sepolto sotto l’altare della Cattedrale di Hong Kong.

Il 17 novembre 1874 il Papa Pio IX eleva la prefettura a vicariato apostolico con una lettera firmata dal Cardinal Fabio Maria Asquini, segretario della curia romana. Primo vicario sarà nominato un personaggio singolare, Timoleone Raimondi, milanese, intriso di spirito risorgimentale avendo partecipato alle cinque giornate di Milano nel 1848. Nel 1850 entra in un nuovissimo istituto fondato da don Angelo Ramazzotti, l’Istituto per le Missioni Estere (poi Pontificio e conosciuto come PIME). Dopo varie peregrinazioni missionarie, Raimondi sbarcò a Hong Kong nel 1858, divenendo ad un certo punto anche prefetto. Dotato di grandi capacità organizzative, nel 1874 diverrà vicario (segnalo qui un bel libro di Padre Gianni Criveller, “From Milan to Hong Kong. 150 years of mission”, 2008 VoxAmica Press). Il neo vescovo Raimondi fu veramente l’anima dell’evangelizzazione di Hong Kong, missione che egli perseguirà con vari viaggi, come quello in cui incontrerà il sacerdote Giovanni Bosco per chiedergli l’invio di missionari per il territorio o quello in cui incoraggerà il missionario Arnold Janssen a fondare una congregazione, che sarà poi quella dei verbiti. Egli inviterà le suore canossiane dall’Italia, già molto attive nel nostro paese, per dedicarsi all’educazione. Morirà nel 1894 all’età di 67 anni.

Dopo Raimondi succederanno altri vicari apostolici: Luigi Piazzoli, Domenico Pozzoni, Enrico Valtorta. Proprio sotto il vescovo Valtorta, nel 1946, Pio XII con una costituzione apostolica istituisce la gerarchia episcopale in Cina stabilendo finalmente la diocesi di Hong Kong con il vescovo Valtorta come suo primo vescovo diocesano. Al vescovo Valtorta succederà nel 1951 il vescovo Lorenzo Bianchi, che rimarrà in carica fino al 1969. Così è ricordata la sua opera in una memoria presente sul sito del suo paese natale, Corteno Golgi: “Superiore regionale per le missioni della Cina dal 1947, il 10 marzo 1949 fu nominato vescovo coadiutore di Hong Kong con diritto di successione e il 9 ottobre dello stesso anno fu consacrato nella cattedrale di Hong Kong.
Appena consacrato ritornò all’interno della Cina per essere solidale con i missionari ed i cristiani di fronte alla persecuzione in atto dopo la presa del potere da parte dei comunisti nel Sud della Cina. Il giovedì santo del 1951 fu fatto prigioniero con altri missionari. Si trovava ancora in carcere quando il 3 settembre 1951, alla morte del suo predecessore Enrico Valtorta divenne vescovo. Il 17 ottobre 1952 fu espulso inaspettatamente dalla Cina e fece il suo ingresso nella diocesi di Hong Kong, dove si adoperò con grande coraggio all’opera di evangelizzazione e alle opere sociali a favore soprattutto dei profughi. Nel 1954, dopo 33 anni di vita missionaria, tornò per la prima volta in Italia. Compì viaggi pastorali presso le chiese degli Stati Uniti nel 1955 e della Germania nel 1959, 1962 e 1968 per far conoscere la grave situazione sociale di Hong Kong divenuta metropoli cosmopolita e chiedere aiuto soprattutto per i profughi. Partecipò a tutte le sessioni del Concilio Ecumenico Vaticano II dal 1962 al 1965. Nel maggio 1968 presentò anzitempo le sue dimissioni a papa Paolo Vi auspicando che un vescovo cinese assumesse il governo della diocesi. Il 14 agosto 1969 lasciò la diocesi dove tornò, su invito del suo successore Francis Xavier Hsu Chen-Ping, per un breve periodo in occasione della storica visita pastorale di Paolo VI del 4 dicembre 1970. Dal 1969 visse in Italia presso le comunità del PIME prima di Genova quindi di Lecco”. Morirà nel 1983.

Il vescovo Hsu sarà quindi il primo vescovo di origine cinese. Educato in Gran Bretagna, il vescovo Hsu proveniva da famiglia metodista. Era quindi un convertito alla fede cattolica. A lui succederà nel 1973 il vescovo Peter Lei che rimarrà in carica solo per un anno. Il vescovo Lei era stato molto attivo come sacerdote nella diocesi ma un attacco di cuore non gli permise di svolgere più a lungo il suo episcopato. Verrà ricordato nel giornale diocesano come uomo di profondo spirito pastorale. A lui succede il vescovo John Baptist Wu Cheng-Chung che rimarrà in carica fino al 2002. Fu creato cardinale da Giovanni Paolo II. Il vescovo Wu riorganizzò la diocesi.

Alla sua scomparsa fu nominato vescovo titolare Joseph Zen Ze-Kiun, che rimarrà in carica sino al 2009. Nel 2006 verrà creato cardinale da Benedetto XVI. Il cardinal Zen, tuttora attivo, è stato sempre fermo sulle sue posizioni in riguardo all’atteggiamento da tenere con il governo cinese, egli è una delle grandi figure del cattolicesimo cinese e non solo. Salesiano, carattere indomito, egli sarà in prima linea nel difendere il bene cattolico dai pericoli che verrebbero da accordi sfavorevoli fra la santa sede e il governo di Pechino (rimando al mio libro, scritto in dialogo con il cardinal Zen “L’agnello e il dragone” Chorabooks, 2016).

Al cardinal Zen succede il vescovo John Tong Hon, creato cardinale da Benedetto XVI nel 2012. Il cardinal Tong si è distinto per una maggiore prudenza nei suoi rapporti con la Cina. Educato a Macao nel seminario di San Giuseppe, il cardinal Tong ha lavorato nel campo dell’educazione, avendo particolare cura dell’Holy Spirit Seminary e Center. Nel 2017, al termine del suo mandato, gli succederà il vescovo Michael Yeung Ming-cheung. Il vescovo Yeung, educato negli Stati Uniti ed esperto di comunicazioni sociali, è chiamato a raccogliere le importanti sfide che la storia gli pone davanti.

 

17 gennaio 2018

Dove vola l'aquila rossa

Ovvero: il paradosso del Tirolo del sud


«La birra senza schiuma è come una signora senza ornamenti» 
Proverbio tirolese

Fuochi del sacro cuore in Tirolo
di Matteo Donadoni
Per la correttezza storica dovrei forse parlare di Mitteltirol, perché il Tirolo del sud tecnicamente è la regione geografica oggi chiamata Trentino (in teoria la regione, abitata da più gruppi linguistici, è sempre Tirolo: da Kufstein a Borghetto). Ma dato che l’alto corso dell’Adige viene oggi denominato Südtirol (da Deutsch-Südtirol), ho scelto così, con buona pace degli irredentisti, sui quali non mi dilungo, limitandomi a riportare una riflessione di un giornalista, nemmeno dei miei preferiti: «è certo che a Trento irredentisti non ce ne sono, o se ci sono non si addimostrano apertamente tali, né del resto potrebbero costituire, data l’esiguità del loro numero, un’associazione qualsiasi. Irredentismo e irredentisti non esistono nel Trentino a meno che non si voglia far passare per irredentismo le sassaiole contro il grifo della birreria Forst (grifo del resto permesso e autorizzato dal Comune) … Ma uno studio sul luogo, ma un sufficiente lungo contatto coi trentini, basta per sfatare le leggende irredentiste. … L’alta borghesia accetta l’Austria … La popolazione rurale è austriacante» (Benito Mussolini, 1911). Non voglio nemmeno affrontare le polemiche pretestuose sulla doppia cittadinanza. Voglio, però, solamente portare questa mia testimonianza di fede, amicizia e sentimento, a tutti quegli Italiani (Welsch o meno) che in Tirolo non hanno mai messo piede, o che ce l’hanno messo, ma magari hanno lasciato a casa la testa.

Il Tirolo è un paradosso e, come tutti i paradossi, ha sempre un certo sapore cattolico, perciò o lo ami o lo odi. Io lo amo.

Lo amo non solo per i ricordi delle prime vacanze senza genitori, non solo per il pane nero che prese forma fisica per la prima volta fra le mie mani materializzando i discorsi della nonna, non solo per i crauti, il profumo di cirmolo e di finferli o il gusto erboso della grappa, ma per la bellezza stupefacente dei dolci altopiani e delle rosee vette dolomitiche, e di gran lunga per l’integrità di un popolo. In pochi posti come in Tirolo un uomo si sente veramente a casa. E quando se ne va gli può capitare di commuoversi al commiato, come è successo a noi quando abbiamo salutato Monica, Walter e i loro quattro figli, l’ultima volta. Non perché ci sia chissà quale rapporto di amicizia, ma perché quando si parte, si saluta un mondo. Monica e Walter ci hanno aperto la loro casa, ci hanno invitati al loro desco e perfino serviti, con i gesti di un tempo che non passa, con semplicità e umiltà, con sincerità. Quanto manca la sincerità nelle nostre città supertecnolgiche in cui tutti noi siamo indaffarati nella sclerotica attività di liberare la gente dal peso della nostra cultura. Certo, per molti di noi è difficile capire i Tirolesi, non dobbiamo stupirci, le nostre scuole ci sfornano come pagnottine tutte uguali e superstiziose. Siamo superstiziosi convinti su temi fondamentali come evoluzionismo e divorzio, ma la superstizione principale è quella espressa da un certo cannibalismo culturale stigmatizzato dal pensatore inglese Roger Scruton: «È una delle superstizioni più profondamente radicate della nostra epoca che lo scopo dell’istruzione consista nell’apportare benefici a chi la riceve». Invece l’istruzione serve a conservare il sapere, la cultura. La prima preoccupazione del vero insegnante è quella di conservare il sapere trasmettendolo ad una mente che vivrà più a lungo di lui. Ciò vale per tutte le forme di sapere, dal sapere cosa sentire, al sapere fare. Compito dell’istruzione è conservare il saper comune anche assicurando la trasmissione delle abilità acquisite (perciò l’industria è una pratica incivile disumanizzante). In tutto ciò il Tirolo è un paradosso, è un mondo che tenta di resistere cristallizzato nel tempo, è un tempio che conserva. Storicamente lo ha dimostrato l’insorgenza guidata dall’eroe locale Andreas Hofer contro Napoleone, ma soprattutto contro le balorde idee rivoluzionarie veicolate dall’esercito francese.

Un paradosso conservatore. La sua gente cerca le moderne comodità, certo, come la mungitrice automatica, le stalle tecnologiche, e il robot da cucina, ma allo stesso tempo conserva ciò che conta: il maso (ted. Bauernhof). Come il sistema economico da esso generato, un circuito in grado di oltrepassare il peso dei secoli, delle guerre e della peste, questo termine in sé racchiude tutto, fede, tradizione, sentimento e sangue. Le tradizioni lassù le vedi. Le puoi vedere nei bambini che vanno di porta in porta in abito tradizionale a cantare e suonare gli auguri per le feste in cambio di qualche moneta. Così, quando tuo figlio vedendoli ti chiede come mai noi non abbiamo abiti tradizionali, assapori l’esperienza frigida di restare come un vitello di marmo coperto di rugiada fredda.

Dal punto di vista alimentare il maso è un sistema economico autarchico e autosufficiente. La buona minestra di farro, il maiale, il manzo, i crauti fermentati, il vino: sulla tavola di Monica ogni cosa era autoprodotta. Saper fare. Suo marito Walter nel tempo libero ripara recinzioni, costruisce mobili e porte, lavora il legno. Saper fare. La stessa famiglia occupa il maso per molte generazioni ed esso viene ogni volta ristrutturato secondo secolari canoni estetici e se vi si trova, ad esempio, una stube della fine del’700, nessuno si sognerà mai di demolirla per comprarne una moderna. Saper conservare. Se non è tradizione questa… Ovviamente tutto ciò ha un prezzo, questo ménage significa sacrificio in vista di un fine maggiore: conservare e tramandare. Zero ferie. Ripeto: mai stati in ferie.

Con i contadini a me piace parlar di vacche. Quando ho raccontato a Walter, allevatore di grigio- alpine e bruno-alpine, della provenienza contadina della mia famiglia e della sua fine, subito la sua apprensiva domanda è stata: «e adesso chi cura il maso?». Non ho avuto cuore di dirgli che non abbiamo masi da noi. La domanda, ingenua quanto profonda, conteneva la risposta. Con mio non lieve dolore. Questo particolare rivela tutta la mentalità conservativa tirolese.
Con gli uomini a me piace anche parlar di fede. A cena, nel salotto buono, abbiamo capito cosa significa per loro il crocifisso sulla parete. Niente a che vedere con i nostri affarini fatti per non disturbare l’arredamento, un crocifisso di novanta centimetri, scolpito a mano, per loro può andar bene. Così, informandomi per trovare una Messa decorosa, magari in tedesco - apposta tanto per esser sicuri di non capire l’omelia -, salta fuori che il mio ospite non sa se in zona vi siano liturgie tradizionali, perché va alla Messa “welsch”. E Ride. Poi mi spiega che da quelle parti quando uno non frequenta la Messa dice, scherzando, così. La Messa “welsch” è la messa in italiano.

Cosa significa Welsch? Dopo una ricerca veloce salta fuori che il termine deriva dal nome dei Volcae celtici - i Volci per chi non ha letto Cesare. Questo popolo gallico viveva dalla Turingia fino al Reno e fu il primo popolo, insieme ai Boi, a subire la pressione Germanica all’inizio del III sec. a. C e ad emigrare. Più tardi i Volcae (come tutti i Celti, tranne gli Scoti) sono stati romanizzati, però per i popoli germanici sono sempre rimasti i “Welschen” che parlavano una lingua diversa dalla loro. Da notare che i Fiamminghi chiamano i Valloni “Wals”, gli Inglesi i Gallesi “Walsh” e gli Svizzeri chiamano la Svizzera francese “Welschschweiz”. Per i Tirolesi tedeschi la parte italiana del Tirolo è “Welschtirol”, che infatti è più antico di “Trentino” – per inciso, Dante lo chiama “Tiralli” (Inf. XX 61-63) –. Welsch non ha un senso dispregiativo o negativo, indica semplicemente che per loro, inconsciamente, siamo ancora Celti. 

«Welsch < althochdeutsch „walisch“ < altogermanico „walhoz“».

Se mantenere un concetto linguistico tanto a lungo (e in luoghi tanto lontani) non è conservatorismo, non so cosa lo sia. E questo è solo un motivo ulteriore per argomentare il paradosso del Tirolo del sud, ovvero un naturale bacino di voti di destra, anzi, un pieno totale di voti conservatori, che solo per decennale insipienza della destra italiana finisce nel catino della sinistra. E i voti a sinistra sono come la birra senza schiuma.

Basterebbe levarsi le lenti dell’ideologia e, nel tempo di uno “yodel”, guadagnare un mondo non solo politico, ma culturalmente alleato nella lotta mortale contro la palestinizzazione dell’Europa.


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Violenze sessuali a Colonia: dov’erano gli uomini?


di Pier Vittorio Formighetti

È trascorso quasi un anno da quando, la notte del 31 dicembre del 2015 a Colonia (Köln), storica città tedesca gemellata con la “mia” Torino, un numeroso insieme di uomini, non pochi dei quali immigrati da Paesi di tradizione islamica, ma soprattutto ubriachi, molestarono sessualmente e in alcuni casi violentarono alcune donne presenti in piazza per l’attesa del Capodanno 2016. Le polemiche sui numeri – oggi sembra impossibile ragionare su alcunché senza affidarsi alla presunta infallibilità della quantificazione numerica – erano state tragicomiche: si passò in breve dalla stima di 2 stupri e 80 tra palpeggiamenti e molestie, a un massimo di 1000 stupri. Più attendibile sembra dunque la stima di circa 400 casi tra molestie, palpeggiamenti e veri e propri stupri sessuali.

Ad avvenimento estremo hanno corrisposto reazioni estreme, in tutta Europa: in Germania manifestazioni di gruppi di estrema destra e neonazisti; l’ipotesi del governo della Repubblica Ceca di vietare l’ingresso a qualunque persona migrante da Paesi islamici (come se la soluzione consistesse nel semplicistico atteggiamento “per colpa di qualcuno non entra più nessuno”); non poche persone, non tutte prive di una discreta cultura, si riconoscono in slogan quali: «L’Europa deve difendersi dalle nuove invasioni barbariche». L’àmbito femminista-di sinistra ha replicato con degni contrattacchi: volendo arginare l’aggravamento della deriva xenofoba, ha lanciato per l’ennesima volta l’attacco al maschilismo, al sessismo, al machismo e al patriarcalismo, certamente diffusi nei Paesi occidentali, ma facendone, come sovente, un unico calderone zelante e ideologizzato, e dando talvolta l’impressione di credere che i gravi atti dei molestatori maghrebini e mediorientali siano stati acquisiti dai maschilisti nostrani soltanto dopo l’ingresso in Europa. La sindaca di Colonia consigliò alle donne di fare più attenzione ai contatti con gli uomini soprattutto se sconosciuti, tenendosi – testualmente – «almeno a un metro di distanza». Le risposte polemiche da parte di alcune organizzazioni femminili e femministe, indignate da tale consiglio, dànno a loro volta da pensare, perché se è vero che questo approccio, ai suoi estremi, porterebbe alla limitazione della libertà di movimento delle donne, nondimeno è vero che, soprattutto da parte femminile, non si può reagire volendo «botte piena e… marito ubriaco», cioè considerando il rischio e il pericolo ma allo stesso tempo rivendicando e riaffermando la più incondizionata, indiscutibile, assoluta libertà individuale. Io posso essere assolutamente libero di correre dove voglio, anche su una strada piena di buche, ma le buche restano tali, e se vi casco dentro, onestamente non posso dare la colpa dell’incidente a chi mi aveva avvertito della presenza delle buche e invitato a starne lontano.

Resta comunque indiscutibile che le buche non dovrebbero esserci, cioè che gli uomini tendenti alla sopraffazione e alla violenza verso le donne andrebbero in qualche modo corretti psicologicamente. L’innegabile problema maschile, più che dai numerosi editoriali online e stampati riguardanti il grave fatto, è stato evocato dalla satira: i due punti di vista considerati prima – quello identitario-difensivo-di destra e quello femminista-antimaschilista-di sinistra (mi si scusi la semplificazione) erano stati espressi da due vignette. In una, il primo personaggio diceva: «Ma dov’erano i compagni?» (intendendo i compagni delle donne molestate), e l’altro: «Si sa che ai “kompagni” piacciono i musulmani!»; nell’altra, un uomo occidentale con al collo un vistoso crocifisso (a indicare l’abitudine, soprattutto italiana, di credersi cattolici nonostante si pensi e si agisca in modo tutt’altro che cristiano) esclamava perentoriamente: «Le nostre donne possiamo stuprarle solo noi!». Ognuna delle due vignette conteneva sia della faziosità ideologica, sia della verità. Nella parte in cui esprimevano la verità, puntavano giustamente l’indice sui protagonisti assenti della situazione la “metà azzurra del mondo”: dov’erano i compagni? Dov’erano gli uomini?

Che io sappia, nessuno ha scritto, al riguardo, che mariti/fidanzati/amici/fratelli non sono intervenuti per viltà, paura o indifferenza: e meno male, perché sarebbe stato un ennesimo esempio di generalizzazione e di superficialità; è vero anche, però, che qualora qualcuno avesse invocato la presenza difensiva maschile, qualcun altro e qualcun’altra avrebbero risposto: non è ammissibile pensare che nel 2015 le donne abbiano ancora bisogno di essere difese dagli uomini; i tempi favolosi della Principessa svenevole minacciata dal drago e salvata da san Giorgio in armatura da cavaliere senza macchia e senza paura, sono morti e sepolti (magari «seppelliti sotto una risata», secondo un noto slogan ormai quasi cinquantenne ma che alcuni ritengono valido tutt’ora!). Ma intanto l’accaduto resta, in tutta la sua gravità, proprio perché è nei fatti mancato un “san Giorgio”.

Dov’erano dunque i compagni? Dov’erano dunque gli uomini? Il silenzio maschile è effettivamente un problema e richiama l’attenzione su uno dei punti importanti della risposta polemica ai fatti di Colonia (e alle analisi più o meno ragionate su di essi) dal punto di vista femminista e degli «studi di genere»: la psicologia e quindi il comportamento maschile nella società occidentale contemporanea. Se da un lato vi sono i maschilisti veri e propri e i violenti, esempi di una concezione della mascolinità intesa esclusivamente come capacità aggressiva e d’imposizione brutale del proprio Io anche sulla persona delle donne, dunque una mascolinità fraintesa – anche a causa del persistere di alcuni stereotipi diffusi dai mass media – con conseguenze dannose sia per l’autenticità degli uomini che le attuano, sia per le donne che li incontrano; dall’altro lato sembra apparire una “nuova” concezione del maschile, che, volendo (?) essere decisamente alternativa e migliore di quella machista/maschilista/patriarcalista, ci “regala” decadenti esempi di uomini postmoderni, giovani e non più tali, che dedicano tempo e denaro alla tinta ai capelli e alla modellazione delle sopracciglia; alla chirurgia estetica, facciale e non soltanto (ricordiamo un Presidente di Regione che, con i soldi pubblici, si faceva sbiancare un orifizio agli antipodi della faccia); al taglio e modellazione dei capelli e della barba in modo sempre più “artistico” (leggi: finto e improbabile); all’applicazione dei «glitters» (lustrini che sembrano involontarie parodie degli addobbi natalizi) e degli ornamenti floreali alla barba «da hipster»; all’attenzione a collocare vari piercing e tatuaggi qua e là sul corpo e a sistemare il meglio possibile i «risvoltini» dei jeans alle caviglie nude. Il tutto espressione e accompagnamento di un modo di concepire i rapporti con persone e cose all’insegna di frasi fatte quali «prendi la vita con leggerezza e ironia», «tutto è questione di gusti», «vivi e lascia vivere».

Entrambi i modelli maschili, il palestrato che non deve chiedere mai e l’hippie alternativo e giocoso, hanno forse una sola, basilare cosa in comune: un’enorme complesso narcisistico. Al centro della psicologia di questi soggetti non c’è realmente la “loro” donna, bensì l’immagine del Sé esteticamente potente che vorrebbero essere, almeno ogni tanto, almeno in una sola occasione speciale (come potrebbe essere l’ultimo giorno dell’anno). Sia il machista, sia il soft-modaiolo assumono automaticamente un habitus per percepire se stessi in qualche modo più intenso e (illusoriamente) gratificante, come se non sentissero più interiormente che l’attenzione, il rispetto e, se necessario, la protezione e la difesa verso le donne dovrebbero nascere, proprio in seguito al contatto e all’interazione con la personalità femminile, come sentimenti e azioni spontaneamente emergenti (e non come “galateo” o “cavalleria”!) all’interno della personalità maschile.

In accadimenti come quelli del 31 dicembre 2015 a Colonia (e in migliaia di altri casi simili ovunque), alcuni uomini fanno soltanto una vergognosa comparsa: sia i violentatori che non sanno liberarsi dell’idea che le donne siano oggetti da afferrare, se reticenti, con le maniere forti; sia i difensori mancati, impreparati perché immersi in uno specchio, come Narciso o la strega di Biancaneve, incapaci di tenere un occhio sulle “loro” donne e di intervenire in loro aiuto, se necessario anche con le mani e i piedi pesanti, ma probabilmente capacissimi di prenotare la seduta dall’estetista o di sprecare del tempo per sistemarsi i risvoltini o i glitters prima di recarsi a festeggiare l’ultima notte dell’anno (o qualsiasi altra ricorrenza più o meno significativa). I “san Giorgio” – viceversa – saranno pure inattuali e scomodi, ma appunto per questo restano significativi, intramontabili e in qualche caso, purtroppo, necessari.

http://www.lefondamenta.it/2018/01/14/violenze-sessuali-colonia-doverano-gli-uomini/


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È tornato don Camillo/41. Mondo al contrario

di Samuele Pinna
(con illustrazione interna di Erica Fabbroni)

Don Augusto si era ritrovato davanti a quello che ricordava come un bambino vispo e superattivo e che ora gli si presentava come un ragazzotto maturo. Si erano incontrati per caso: il pretone ritornava in canonica dopo una visita in casa di un’anziana, mentre il giovane stava recandosi all’Università.

Avvicinandosi, dapprima si scrutarono, poi si sorrisero e infine si salutarono con un trasporto che il giovane non si aspettava. Il nostro don Camillo redivivo era stato il suo inflessibile parroco, prima del trasferimento in città, dai modi bruschi e scevro di smancerie.

In illo tempore, quel ragazzaccio là, era stato un vulcano di idee, con l’argento vivo addosso, e assomigliando ogni giorno di più a un geyser in continua eruzione. Le briglie che il povero prete dovette mettergli indosso erano una fatica per tutti: sia per la natura indomita del giovane, che lo faceva scalciare a più non posso, sia per chi aveva il compito di domarlo. Non che facesse niente di che, ma peggiorava con l’età: perseguiva con meticolosità progetti irrealizzabili, sogni educativi alquanto pittoreschi e senza una seppur minima concretezza. Se si aggiunge una fede superficiale, il quadro era completo. A partire da siffatta gioventù, il nostro don Camillo si era impegnato a portare un poco di cattolicità laddove non c’era nulla o quasi. Invero, dei ragazzi motivati c’erano pure, ma più inclini verso un generale voler bene che un autentico amore cristiano. Più passavano le generazioni e più le motivazioni scemavano, lasciando una sorta di nostalgico ricordo di un tempo che semplicemente non esisteva più.

Il giovane, sbalordendo il povero sacerdote, che non aveva mai dato troppa confidenza a chicchessia, invitò l’uomo in talare a bere un caffè. Entrarono in un modesto bar e si accomodarono. Dopo mille convenevoli, il pretone si decise a chiedere come andassero le cose in parrocchia, soprattutto nel servizio con la gioventù. Il ragazzotto ben cresciuto rispose che negli ambienti clericali non ci andava più da un pezzo. Prima aveva continuato a partecipare alle svariate attività, ma aveva iniziato a capire che la sua fede era in crisi. Tuttavia, i ragazzi gli davano comunque tanto e per questo aveva proseguito. Poi comprese che i ragazzi gli donavano sempre meno e la fede era quasi sparita dalla circolazione. Infine, davanti al nulla sensoriale, cioè il ritorno affettivo per quanto faceva, aveva deciso con piccato discernimento di abbandonare tutto. E, quindi, si era allontanato, precisando che come lui avevano fatto tanti altri. Al nostro don Augusto venne una fitta al cuore, ma riuscì a non perdere il sorriso. Dopo altre due battute si rassegnò ai frutti del discernimento onestamente fatto con serio metodo superficiale. Del resto, ciò era paragonabile alla fede di quei giovinastri.

“Che senso ha avuto”, si disse il pretone dalle mani grosse come badili, “tenerli chiusi in un recinto, se appena si è aperto il serraglio questi sono scappati via a gambe levate, dimenticando ogni insegnamento?”.
Mentre così ragionava, si salutarono con affetto e il pretone gli confidò che avrebbe pregato per lui.

«Credo di essere diventato agnostico», gli disse il ragazzo.
«Sempre meglio che ateo», aveva risposto il prete di città.
Don Camillo redivivo rimase lì inebetito per un poco di tempo: non si vedeva ma il cervello andava a mille, macinando pensieri su pensieri alla velocità della luce. Alla fine non accusò nessuno, se non se stesso. Era il fatto del mondo al contrario che lo tormentava.
“Mondo al contrario, mondo al contrario”, continuava a ripetersi quasi fosse un mantra.
Sì, perché don Camillo redivivo comprese che essere soggetti attivi nella comunità cristiana non significa essere ugualmente attivi nella fede. Filantropia, bisogno di relazioni, appartenenza in un luogo, non portano necessariamente a rinnovare o ad approfondire il proprio credo. Lo stesso vale per quei giovani che, con generosità, si preoccupano dei più piccoli.
“Non sta qui il motivo”, riprese a ragionare l’uomo in talare, “per trasmettere, con verità, a chi ci è affidato, la bellezza della buona notizia”.

Il senso di inadeguatezza gli bruciava e c’era poco da stare quieti.
“Questo non è un problema per chi si accosta alle nostre strutture”, ripensava il pretone ormai entrato in chiesa, “ma per coloro che le conducono, sì!”.
Un ragazzo che si accosta in parrocchia può farlo per svariati motivi, nessuno conta davvero, perché ciò che ha valore è l’accoglienza con cui viene ricevuto. Accogliere, però, non significa altro che fare spazio, far stare bene, ossia far stare nel Bene, il nuovo venuto, consegnandogli un messaggio: quello di Gesù mediato dalla Chiesa. Si può partire anche dallo zufolare, come aveva fatto il Santo educatore con quel birbone d’asporto, ma per poi giungere a mostrare la bellezza dell’essere un vero cristiano. Ecco l’invito, dopo il fischiettare insieme, quale dichiarazione di amicizia, di imparare un poco di catechismo. Per testimoniare la bellezza cristiana, pertanto, bisogna averla incontrata e fatta propria. E qui il problema si fa serio. Il rischio è quello di recitare una parte e non trasmettere più un fico secco! È come quel lavoratore dello sportello di banca che è tanto apprezzato per la sua simpatia e il credito che ispira ai clienti. Il suo lavoro non sarà buono, nonostante questi tratti, se tutti gli investimenti consigliati alla fine risulteranno fallimentari, portando al lastrico i fiduciosi e fiduciari risparmiatori. Non è la filantropia a far crescere nella fede. Non è essere accattivanti o regalar sorrisi, testimoniare il Vangelo. Non è essere piaciuti e piacenti, educare. L’investimento educativo è soltanto uno, il resto è uno strumento: incontrare Gesù, l’unico che può cambiare davvero la vita.

“E allora poi ci siano anche le salamelle”, si disse ancora don Augusto, “le partire di calcio, le recite e tutte le altre diavolerie. Ma queste non devono mai diventare il fondamento, altrimenti la fede va a farsi benedire!”.
Mentre tutti questi e altri ragionamenti si arrovellavano nella testa del pretone di città, egli notò il lezionario in mezzo alla chiesa: le pagine smosse dal vento giravano senza posa. Quando don Augusto si avvicinò si accorse che le Letture non erano quelle del giorno e, pertanto, si appropinquò per sistemarle. L’occhio, però, gli cadde sulla pagina biblica dinnanzi a lui. Si fermò e cominciò a leggere lentamente.

«Dalla lettera agli Efesini di san Paolo, apostolo (3,14-21)», il prete di città si avvide che il brano riportava la preghiera di Paolo recitata per i fedeli a lui affidati, « Per questo, dico, io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell’uomo interiore. Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio. A colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi, a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen ».

Pronunziò quell’“Amen” con assoluta gravità, senza poter fare altro se non portarsi davanti all’altare maggiore in cui era custodita la presenza reale di Cristo. Qui, in una chiesa semivuota e poco illuminata, si mise a pregare con devozione e speranza. Piegando le ginocchia.