14 luglio 2018

Filosofia, famiglia e confini negati/1

di Giorgio Salzano
(Informazioni sull'autore)
La filosofia, o almeno quello che così chiamiamo oggi (Antonio Rosmini la chiamava, con Platone, sofistica) è diventata cultura di massa. Raccontiamo tranquillamente la storia di una figura mitologica denominata “l’uomo”, che sarebbe emerso nudo dalla terra e si sarebbe quindi fatti degli abiti; e pretendiamo di identificare con questa figura “l’io” di ognuno di cui parla la psicologia, sull’esempio dei filosofi da Cartesio a Kant e oltre. Peccato che l’uomo di cui così raccontiamo l’ontogenesi – ossia lo sviluppo individuale – e la filogensi – ossia lo sviluppo come specie – non trovi riscontro nelle testimonianze degli uomini, che sempre attestano, nel loro stesso raccontare di come hanno acquistato gli abiti di società, di conformarsi con questi a dettami che li precedono, che non si sono perciò inventati ma hanno appreso. Ma testimoniano così anche di differenze di tradizioni, che determinano identità e confini. Superarli è il problema cruciale posto dall’allargarsi delle comunicazioni, che al giorno d’oggi è planetario; problema che la filosofia moderna diventata cultura di massa pretende di risolvere facendo semplicemente come se i confini non contassero niente. Negando i confini, si nega però la realtà di cui facciamo esperienza. Vediamo come questo si applichi esemplarmente alla famiglia.

Vorrei parlare di una cosa di cui nessuno parla: la proibizione dell’incesto, apparentemente l’ultimo tabù rimasto in materia sessuale nelle nostre società dette occidentali. L’unica volta che io ne ho sentito parlare pubblicamente fu anni fa, in una intervista televisiva di Marcello Pera quando era presidente del Senato, nella quale egli esprimeva il timore che anche esso finisse per essere superato; al che l’intervistatrice si fece scappare un “non esageriamo!”. No, non esagerava: se l’“amore” indifferenziato è elevato a criterio di matrimoniabilità (come in una famigerata sentenza della Corte Suprema americana), non vedo perché un fratello e una sorella non possano essere presi d’amore l’uno per l’altra e pretendere di sposarsi – o se per questo un padre e una figlia, o per quanto più difficile una madre e un figlio. La rivendicazione di diritti in materia sessuale porta così a quella che chiamerei entropia sociale.

Ci si vuole convincere, con un battage mediatico incredibile, che non c’è un solo tipo di famiglia, che pensare così è un segno di ristrettezza mentale poiché se ne possono concepire tanti tipi alternativi. A questo coloro che vogliono difendere la famiglia oppongono che no, che l’unica famiglia è quella naturale, composta da padre madre e figli. Ma rischiano così di darsi la zappa sui piedi. Non che io non sia d’accordo con quello che vogliono dire, ma dirlo in questo modo non colpisce nel segno. Mi spiego. Indubbiamente la generazione comporta sempre (anche quando è effettuata con tecniche mediche che evitano la copulazione) un padre e una madre, ma questo vale per qualunque specie animale, in particolare se parliamo di mammiferi: ancora non costituisce famiglia. Solo abbiamo famiglia, infatti, quando la generazione da fatto puramente biologico diventa anche sociale. Ora, è a questo diventare sociale che i propugnatori di una varietà di tipi di famiglia si appellano, con sullo sfondo una superficiale e mal digerita cognizione del suo essere stato disciplinato nelle diverse società in tanti modi diversi: dalla monogamia alla poligamia alla poliandria … Un serio studio comparativo di queste diversità, tuttavia, mostra che esse si riportano tutte a un unico principio: la proibizione dell’incesto appunto.

Vediamo di spiegare meglio: non c’è famiglia se non da famiglie, cioè non ci sono uomini e donne che in vacuo si piacciono e si accoppiano ed eventualmente fanno figli, ma ogni uomo e donna sono identificati dall’appartenenza a un determinato gruppo familiare (comunque determinato), dal quale essi dovranno eventualmente uscire per venirsi reciprocamene incontro e formare a loro volta un nuovo nucleo familiare. È una ovvietà, della cui osservazione non pretendo il copyright. Purtroppo l’ovvio sfugge per lo più all’attenzione, essendo dato per scontato. Per quel che mi riguarda la mia attenzione fu richiamato su di esso da un autore che godette di grande notorietà negli anni sessanta, Claude Lévi-Strauss, portato avanti dalla cultura di sinistra perché considerato il campione del naturalismo antropologico, ma in seguito da essa abbandonato quando si rese conto che il suo naturalismo aveva un sapore più classico che moderno. Fu lui il primo (o se non il primo, colui che lo ha fatto nella maniera più incisiva) a far notare che non si può ovviamente parlare di famiglia se non quando con la proibizione dell’incesto le relazioni biologiche della generazione e della consanguineità si iscrivono in una relazione di alleanza coniugale, che è sociologica.

Non so come mai la lezione di Lévi-Strauss sia passata pressoché inosservata nei discorsi pubblici sulla famiglia, soprattutto di chi ne vuole difendere il carattere diciamo naturale, in un senso non biologico ma umano (una volta si sarebbe detto di diritto naturale). Forse per un pregiudizio negativo nei confronti dell’antropologia socio-culturale in generale, fatta propria dalla antropologia (pseudo)filosofica corrente come dimostrazione dell’arbitrarietà degli ordinamenti normativi (culturali e legali) delle relazioni umane. O forse solo perché sembrava che il suo grande studio su Le strutture elementari della parentela riguardasse i popoli primitivi, senza incidenza nel nostro oggi. Eppure io sono convinto del contrario, che cioè il tabù dell’incesto possa essere utilizzato come base per difendere non soltanto la “famiglia naturale” di padre madre e figli, ma anche il matrimonio monogamico e indissolubile. Vediamo se riesco a spiegare in breve il perché.

La cosa tremenda, nella (pseudo)filosofia di cui esaminiamo la ricaduta sul concetto di famiglia, è che, al di là delle diversità di scuola, ha sempre come oggetto l’uomo adulto: a partire da Cartesio, che attribuiva le incertezze da cui gli sembrava piagato il sapere al suo essere stato appreso da bambino, e pretendeva da uomo adulto di ricominciare dall’inizio, con il fatidico “penso dunque sono” quale roccia sulla quale ricostituire il sapere nella sua interezza. Per quasi quattro secoli questa roccia si è venuta sbriciolando, ma ciò non scoraggia i maitres a penser del nostro tempo dal continuare in quella che potremmo chiamare una vera e propria negazione del bambino. Riconoscere di contro nell’osservazione dei bambini il bambino che ciascuno di noi è stato, può dare fondamento all’affermazione altrimenti vacua che il bambino ha diritto a un padre e una madre. Ciò che sempre e ovunque si mostra infatti nell’osservazione dei bambini è che noi acquistiamo coscienza di noi stessi in rapporto con altri nel mondo a partire dalle relazioni parentelari (parlo ovviamente di ciò che normalmente avviene, il che non è purtroppo sempre il caso; ma non sarebbe difficile mostrare che ciò resta vero anche quando la parentela biologica resta ignota). Non è dunque in questione nelle discussioni su sessualità e famiglia soltanto la formazione dell’identità sessuale di ciascuno, o più in generale della sua identità personale, ma la stessa capacità di pensare che insieme ad essa si sviluppa.

(continua)

 

Stop alle sexy tifose?

di Giuliano Guzzo
Sono grandicello ormai eppure ho fifa, fifa della Fifa. La Federazione internazionale di calcio, infatti, chiederà alle emittenti televisive e alla troupe televisive di ridurre le riprese di tifose attraenti durante le partite in quanto, tenetevi forte, considerate di carattere sessista. Ma se è sessista solo inquadrare belle donne, cosa sarà mai ammirarle? E fare complimenti? E chiedere ad una di loro di uscire? Sono spacciato, lo sento. E in attesa di conoscere la lista dei miei capi d’imputazione, presumo chilometrica, mi dichiaro complice.

Anzi, colpevole. Colpevolissimo. Irriducibile. Da patibolo: eccomi. Della mannaia del politicamente corretto non ho infatti fifa come della Fifa, che tra tante belle giocate teme che il pubblico a casa veda qualche bella tifosa. Troppo, per la Shari’a di un Occidente stanco e isterico, che ha eletto l’uomo bianco e non omosessuale, burlone e non islamofilo a nemico giurato. Il punto è che sono uno, come diceva Jerry Calà in una memorabile scena di Vacanze in America (grazie anche di questo, Carlo Vanzina), ancora affezionato alla cara vecchia…ops, scusate. Bussano energicamente alla mia porta. Mi chiamano. E’ stato bello.

da GiulianoGuzzo.com


 

13 luglio 2018

Dalla Chiesa alla scuola, così tradimmo il latino

di Francesco Filipazzi
(pubblicato anche su Barbadillo.it)
Pochi giorni fa Paolo Isotta scriveva, per il Fatto Quotidiano, dell’accademia di Villa Falconieri, dove la lingua corrente è il latino e gli studenti, di varie nazionalità, comunicano fra loro non con il solito inglese posticcio ma con la lingua dei Padri.
Al cattolico tridentino non può che scendere una lacrimuccia, nel vedere che il bell’uso di parlare nella lingua di Cicerone non è andato disperso, ma trattasi di lacrima di dolore, perché laddove qualcuno recupera, altrove qualcuno ha gettato alle ortiche.
Hanno cercato di farci dimenticare , che fino agli anni ’60, l’interlingua ecclesiastica, a livello accademico, era il latino, sia scritto che parlato, oltre che l’unico idioma a livello liturgico. Gente formata, gli alti prelati di un tempo, che pensava secondo forme e strutture che venivano da lontano. Perché la lingua, prima che comunicazione, è ordine e il latino è un ordine superiore. Nelle loro memorie lo ricordano ancora alcuni, come il cardinal Sarah, che venne dall’Africa. Purtroppo però certa “iconoclastia” post conciliare non ha risparmiato nulla e mentre fino a pochi anni fa tutti i documenti della Santa Sede, per lo meno quelli dirimenti, erano pubblicati anche in latino, oggi ce li ritroviamo tradotti in una sfilza di lingue. Ma non in quella dei Padri. Va cancellata, in nome di quella rivoluzione fallita di 50 anni fa, secondo cui la Messa va celebrata in volgareperché nessuno altrimenti capisce. Ma poi qualcosa deve essere andato male, perché alla Messa in volgare non ci va nessuno, quindi altro che capire. Per non parlare dei vuoti seminari, guarda caso pieni solo se tridentini.
Dunque una parte consistente della Chiesa ha deciso di abbandonare un patrimonio , per via dei traumi generazionali di gente che pensava di cambiare la Catholica dall’interno. Ma levandole l’impalcatura latina non sono stati in grado di sostenerla ed essa è a rischio crollo. La lingua è struttura, dicevamo, forma mentis, stile di vita, visione del mondo. Il latino è radice. Il latino dice esattamente ciò che vuole dire, non si può indorare la pillola. Chi voleva annacquare doveva per forza eliminarlo. E sappiamo com’è finita. Non a caso laddove, per lo meno nella liturgia, è rimasto il greco, altra grande lingua dei Padri, ci sono meno problemi. Noi però siamo latini e pensiamo ai nostri guai.
Va detto che il papa emerito Benedetto XVI ha cercato di porre qualche rimedio, fondando nel 2012 la Pontificia Academia Latinitatis, la cui missione è favorire “la conoscenza e lo studio della lingua e della letteratura latina, sia classica sia patristica, medievale e umanistica, in particolare presso le istituzioni formative cattoliche, nelle quali sia i seminaristi che i sacerdoti sono formati e istruiti, nonché promuove nei diversi ambiti l’uso del latino, sia come lingua scritta, sia parlata”. Senza contare il motu proprio Summorum Pontificum sulla “messa in latino”, che nonostante la diffusione popolare trova un’assurda avversione da parte di vescovi e clero diocesano.
L’avversione al latino è diffusa anche nella società incivile. Ci ritroviamo tentativi, ormai in procinto di andare in porto, di sopprimere il liceo classico, mentre si inventano cosiddetti licei scientifici senza latino. Per lo meno non li chiamino licei. E si vergognino pure. La classe politica si sa, è quello che è. Non possiamo pretendere che riconoscano il valore di qualcosa che non immaginano (qualche luce nel buio c’è, vedi recente tentativo dell’onorevole Frassinetti in commissione cultura al riguardo) e dunque lo studio dei classici finirà appannaggio di ristrette Accademie elitarie. Con buona pace dell’ascensore sociale. L’ascensore può anche scendere, d’altronde.
L’istruzione, secondo lo spirito contemporaneo, deve essere solo utile. Gli studenti devono studiare in inglese, neanche in italiano, non sia mai. Il risultato non è altro che una lezione frontale impoverita, condita da ridicolaggine. Recentemente mi ritrovavo in treno vicino a studenti che studiavano in inglese. Stando attento mi sono accorto che studiavano diritto costituzionale italiano. In albionico. E i licei dove si studia letteratura italiana in inglese chi li ha partoriti? Tutto già visto, intendiamoci, attraverso i secoli. Già il Salsicciaio di Aristofane, nei Cavalieri, faceva il verso ai tecnocrati (che oggi sono pure esteromani).
La scuola deve essere solo utile per trovare lavoro. Lavoro, che peraltro non c’è, quindi potremmo quasi concludere che la scuola non serve, dunque chiudiamola come diceva Prezzolini, ma vabbé, non esageriamo. Dunque troviamo un’occupazione a questi benedetti figliuoli, mandiamoli a fare i programmatori.
Consiglio numero uno di un certo numero di esperti del settore, per diventare buoni programmatori. Fare versioni di latino. Programmare in un qualsiasi linguaggio (C, Java… decidete voi) è un’operazione logica identica alla traduzione dal latino. Oibò. Mi prendi per il naso? No mio caro, anche fare gli integrali è operazione simile. Ordunque pensare latino e pensare matematico è la stessa cosa?
Andiamo avanti. Il latino non serve, dicono lorsignori. Costa fatica diciamo, noi. Bisogna chinare la gobba. Diceva il buon Gramsci che si deve insegnare il latino, assieme al greco, per insegnare alla gente come studiare e come elevarsi. “Se si vogliono allevare anche degli studiosi, occorre incominciare da lì e occorre premere su tutti per avere quelle migliaia, o centinaia, o anche solo dozzine di studiosi di gran nerbo, di cui ogni civiltà ha bisogno”. Qui forse casca l’asino. Il popolo deve essere bue, per portare il giogo.
Nella Chiesa qualcuno prova a salvare la situazione, recuperando liturgie e testi della tradizione, con grave fatica e scorno, poiché ad oggi sembra che l’ignoranza sia motivo di vanto dalla più piccola parrocchia alla più grande diocesi (d’altronde, meglio non aprire il vaso di Pandora parlando dei pessimi e improvvisati chitarristi che mal sopportano “l’esibizione” dei professori d’organo) e dunque dimostrare di non sapere niente diventa motivo di promozione. Fuori invece si procede alla decostruzione, alla deriva.
Deriva provinciale , perché altrove, ad esempio nei famigeratissimi Stati Uniti, il latino spopola e si studia più che in Italia. Nemo propheta in patria.
 

11 luglio 2018

È tornato don Camillo/66. Fanatica all’erba cipollina

di Samuele Pinna
(con una illustrazione interna di Erica Fabbroni)

La vecchia bacucca non era, poi, a un attento esame, tanto attempata o almeno non lo era quella lì. Era, invero, una donna che aveva superato la cinquantina, forse più vicina ai sessanta, ma se la cavava ancora bene, seppur i segni dei tempi non le lasciavano scampo. “Dietro liceo, davanti museo”, avrebbe sentenziato pure per lei un sagace detto popolare. Don Augusto, mentre la sentiva parlare, intuì subito un soprannome da affibbiarle più consono: da vecchia bacucca a fanatica. Sì, in ogni comunità parrocchiale che si rispetti c’è “la” fanatica: trattasi di donna un po’ stagionata con l’unico scopo di avere ragione su tutto, senza però far la fatica di mettere in moto il cervello e di dimostrare la solidità delle affermazioni!
Al pretone di città, non chiedetemi però il motivo dell’associazione di idee, venne in mente il Sudtirolo. In realtà, quella terra che lo ospita, dove le montagne e l’aria pura la fanno da padrona, accendeva un ricordo fisso e prepotente nella mente del nostro reverendo. Non poteva, ovviamente, che riguardare il cibo e si trattava precisamente dell’erba cipollina. Sì, perché in ogni pietanza, così almeno si ricordava del menù di quelle vacanze di tanti anni prima, c’era sempre quell’ingrediente, che alla fin fine gli era divenuto indigesto.
L’erba cipollina aveva probabilmente la funzione di guarnire, soprattutto le kartoffeln, mai assenti sulla tavola, ed essendo usata per ogni piatto pareva abbinarsi con tutto. Esattamente come i discorsi della fanatica: frasi ben costruite, d’effetto, condivisibili… Uno non poteva che essere d’accordo, ma poi, a riveder bene le cose, sorgeva sibillina una domanda, di quelle fastidiose perché vengono da dentro, dal profondo delle interiora: “E quindi?”.
“Bisogna essere più caritatevoli”. “Giustissimo! E quindi?”.
“Bisogna accogliere tutti”. “Giustissimo! E quindi?”.
“Bisogna essere misericordiosi”. “Giustissimo! E quindi?”.
“Bisogna guardare anzitutto alle persone”, “Giustissimo! E quindi?”.
“Bisogna sempre andare incontro all’altro”. “Giustissimo! E quindi?”.
“Bisogna fare come Gesù”. “Più che giustissimo! E quindi?”.

Quel “giustissimo! E quindi?” non voleva essere una sporca provocazione, ma era una forma di ammirazione con annessa domanda: come cioè si doveva fare per essere “più caritatevoli”, per “accogliere tutti”, per essere “misericordiosi”, per “guardare anzitutto alle persone”, per “andare incontro all’altro”, per “fare come Gesù”. Princìpi assolutamente condivisibili, ma nella vita concreta come metterli in pratica? Qui, ahinoi, ilpunctum dolens
Se si risponde alla questione con articolato ragionamento o con una sentenza stringata, argomentando come uno debba essere “più caritatevole”, capace di “accogliere tutti”, essere “misericordioso” per saper “guardare anzitutto alle persone” così da “andare incontro all’altro” in modo da “fare come Gesù”, quella risposta risulterà una “dottrina”. E una dottrina – si legge in un qualsivoglia Dizionario – è un “insegnamento o apprendimento di nozioni relative al sapere in genere o a una determinata disciplina”. Il problema si fa poi ancor più serio quando c’è in ballo Dio: chi è colui che stabilisce l’insegnamento o il comportamento da mantenere? Dio o l’uomo? E se è l’uomo, quale soggetto si può proclamare il più illuminato degli altri e asserire, a nome di tutti, chi è il “più caritatevole” che sa “accogliere tutti” per essere “misericordiosi”, per “guardare anzitutto alle persone”, per “andare incontro all’altro” e per “fare come Gesù”?
La fanatica aveva ovviamente una via d’uscita e usava con maestria una parolina assai semplice: “libertà”. È la libertà di ognuno che permette di rispondere a tutte le suddette problematiche e altre di nuova fattura. Insomma, è il cammino personale di ciascuno e la sua coscienza che lo illumineranno sul da farsi, sul passo da compiersi. Don Augusto non poteva che rimanere ammirato dall’astuto stratagemma. Era relativismo puro, ma venduto come diritto di civiltà.
Per un mediocre filosofo e un modesto teologo tale cosa, però, non può evidentemente reggere. La libertà – risponderebbero più o meno – non è fare quello che si vuole, ma raggiungere la pienezza di essere. La coscienza non è seguire il proprio istinto o le proprie voglie, ma aderire, per l’uomo in quanto uomo, al senso comune (ossia quelle caratteristiche che fanno esattamente dell’uomo l’uomo) oppure, per il cristiano, al volere di Dio, bene sommo. Suddetto Dio che, guarda a caso, si è Rivelato: ha già detto qualcosa di Sé, ha lasciato un messaggio e ha anche ordinato ad alcuni di conservarlo, tramandarlo e confermarlo (contro tutte le fesserie che le persone avrebbero tirato fuori lungo la storia, i cosiddetti evangelicamente “falsi cristi”).

Qui, però, la fanatica è capace di un colpo gobbo, da vera maestra di dialettica. E la parola, dal sapore mistico, acquista un valore unico: “storia”. Sì, la storia: ogni uomo è figlio del suo tempo, anche se ha per certi aspetti intuizioni che lo proiettano nel futuro. Ecco, la dottrina coi suoi dogmi (nemici del pensiero che si ricostituisce in ogni epoca) è superata. Anzi, si precisa, per non entrare in contrasti epistemici (termine sconosciuto alla fanatica, ma che usa con disinvoltura), sono oltrepassati coloro che li hanno elaborati, perché figli del loro tempo ormai finito. La storia insegna che nulla è duraturo, ma che tutto deve essere reinterpretato al momento: “le idee – sintetizzava un arguto Cardinale –, come le uova, devono essere di giornata”.
Ma allora esiste qualcosa di eterno? Anziché dire un “no” secco, la fanatica espone il “superdogma” odierno, la quintessenza della verità, con un solo altro semplice termine: “dialogo”. Nel dialogo si arriva a sistemare bene ogni cosa e il dialogo si riduce all’erba cipollina che si abbina a ogni pietanza. Perlomeno in Sudtirol…
“Ma qui non siamo in Sudtirolo”, rifletteva tra sé e sé il buon pretone dalle mani di ghisa e il cuore grande, “Il dialogo è il mezzo ovvio per esprimere all’altro i concetti, un pensiero, che hanno sempre un contenuto, che diviene dottrina. Bisogna invece capire se quel contenuto, non solo in astratto, sia vero”.
Verità. Parola terrificante oggi per l’uomo senza certezze, che però si arrabbia se le previsioni del tempo non sono giuste e piove, boia-di-un-cane, quando dovrebbe esserci il sole e tu sei via per il “week-end”.
Verità. Parola impegnativa per chiunque, troppo tediosa e faticosa per perderci del tempo insieme.
Verità. Poco allegra compagnia per chi non vuole rispondere con profondità e umiltà alle questioni della vita.

O c’è una verità che la filosofia (ovvero il coretto ragionamento umano) può raggiungere oppure non esiste nessuna verità e allora tutto è lecito e ha lo stesso valore, solo si deve essere più convincenti nella propria opinabile opinione. Si può sostenere che la massa della Terra è circa di 5,98 x 1024 kg ovvero quasi 6000 trilioni di tonnellate e, nello stesso tempo, che gli asini volano. A questo punto la fanatica, che preferisce dar fiato alla bocca piuttosto che impegnarsi in altre attività, chiede aiuto allo scientismo, che sostiene: “è vero solo ciò che è verificabile”, così è per la massa della terra non per gli equini volanti. Sempre il filosofo dalle scarsi doti obietterebbe: “Eppure l’amore, l’amicizia, la simpatia, non sono verificabili, ma sono reali!”. La fanatica, che sa di tutto un po’, controbatterebbe con qualche lezione di chimica: “Tutto ciò che proviamo è il risultato diretto della manipolazione chimica attuta dai neurotrasmettitori”. Quindi l’uomo sarebbe ridotto, nella riduzione scientista, a un insieme di impulsi, neppure tra l’altro tutti conosciuti dalla scienza. Bella scoperta!
Ecco, infine, che il filosofo ha la sua carta vincente: la nozione di verità è ben altro e indica come nella persona deve essere iscritto qualcosa di comune, che lo faccia appunto definire parte della specie umana. L’intelligenza, l’intelligere, è intus legere, ossia “leggere dentro”, guardare dentro le cose, riconoscervi l’essere, che rimanda a un altro Essere di cui si partecipa. “La persona intelligente”, diceva uno scrittore, “è quella che sa guardare dentro le cose, dentro le persone, dentro i fatti”.

Per il teologo, le riflessioni sono assai agevolate. Se la ragione ha dei limiti nel riconoscere la verità delle cose, la Rivelazione è l’ausilio per arrivare a quelle verità senza iniziale sforzo. La fatica è successiva quando si deve dare ordine e gerarchia. Certo, per accettare una testimonianza è necessario aver fiducia, se no buona notte al secchio!
La fanatica allora si vince allora con la fede unita al rigore del ragionamento e alla consapevolezza che la verità della Rivelazione si difende da sé. Uno è chiamato a dare ragione della speranza, mostrando quanto è attestato, senza dover convincere, ma con quella sapienza che viene dall’alto, come la chiama la Scrittura, assai più persuasiva delle parole umane. Questo non vieta anzi potenzia l’uso corretto della propria ragione (dono, con la fede, del Creatore!). In definitiva, bisogna affidarsi a Dio, altrimenti la rivelazione (con la “r” minuscola) diventa quella di ciascuno e, così facendo, ha il medesimo valore di un’altra, che un chiunque qualsiasi può affermare.
“Non è dogmatismo”, ragionava tra sé e sé don Augusto, “ma cogliere quanto Dio comunica all’uomo e non quanto l’uomo vorrebbe sentirsi dire da Dio!”.
Il vantaggio che ottenne il nostro pretone fu quello di tenersi lontano dai piedi la fanatica e i suoi discorsi all’erba cipollina, avendola sbugiardata pubblicamente in più di un’occasione. La fanatica, infatti, si sconfigge sul suo stesso terreno: si deve cioè essere più bravi di lei quando si gioca con le parole. Tuttavia, c’è sempre un inconveniente, perché la fanatica di nome e di fatto sa portare un certo rancore. Quello covato nei confronti del nostro pretone alla lunga gli si rivelò nocivo. Comunque sia, un versetto del Vangelo, gustato assieme a un buon bicchiere di barbera, lo rincuorò e gli diede pace.
«Se rimanete fedeli alla mia parola», aveva detto Gesù, «sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».

 

10 luglio 2018

Libri. Al paradiso è meglio credere

Un libro di Giacomo Poretti

di Samuele Pinna
Non tanto tempo fa, ho avuto il piacere di incontrare personalmente Giacomo Poretti, famoso attore e regista che, insieme ad Aldo Baglio e a Giovanni Storti, ha creato il trio comico più famoso d’Italia. Nella nostra piacevole conversazione sono venuto a conoscenza del suo libro Al Paradiso meglio credere e, incuriosito – non solo dal titolo –, mi sono messo a leggerlo. Non solo Giacomo è un grande attore, ma anche uno scrittore eccellente (seppur con malcelata ironia sulla quarta di copertina si legge a firma di Aldo e Giovanni: «Miiii… Giacomino! Fai ridere pure come scrittore!»). Il libro è leggero e profondo insieme, surreale – perché intriso di realtà –, fa sorridere, pensare, interroga profondamente… un racconto apparentemente non comune, ma che mostra le piccole e grandi domande presenti nel cuore di ogni uomo.

Siamo, infatti, in un futuro non troppo lontano, nell’anno 2053, quando il protagonista, un certo Antonio Martignoni, è vittima di un incidente stradale dalla dinamica quantomeno bizzarra. Dopo il trapasso si ritrova in Paradiso accudito da una affascinante signora in blu. Viene, poi, subito esaminato da un burocrate celeste con le sembianze (o, forse, è proprio lui?!) di Jean-Paul Sartre.

Queste prime pagine sono sorrette da un fine umorismo alla Mark Twain, che avvincono a poco a poco il lettore nello stesso modo in cui il protagonista è costretto a familiarizzare con la sua nuova ed eterna condizione. Un cambio di scena avviene quando la Direzione celeste decide di affidargli un “compito importante”: raccontare, mediante un file Word, la storia della propria vita, che diventerà uno dei “messaggi nella bottiglia” lanciati dal Cielo agli uomini rimasti sulla Terra. Grazie al fortunoso ritrovamento del file, sepolto in un vecchio computer in una discarica, si scopre che Martignoni, all’età di 36 anni, pensava di farla finita. In preda alla disperazione, aveva intrapreso la sua ultima escursione nelle montagne tanto amate, quando un altro tragico e provvidenziale incidente gli apre una breccia verso il futuro, nella quale si lancia d’istinto: travolto dal desiderio di “spiare da vicino Dio”, in cui non sa se credere, decide di trascorrere la seconda parte della sua vita come finto sacerdote. Prima parroco di una sparuta comunità di montanari devoti e turisti ai piedi del Monte Rosa, poi pastore di 3500 anime in una Milano sospesa e angosciata per la misteriosa sparizione dei propri concittadini più anziani. Qui, “don” Antonio vive la sua missione tormentato dal senso di colpa, ma anche animato dalla ferma volontà di non tradire il suo fiducioso e inconsapevole gregge.

Una volta conclusa la lettura, si ha la netta sensazione che girino intorno alla propria testa domande, dubbi, incertezze e di contro posizioni ferme, riflessioni categoriche, sicurezze eterne… Il lettore è, pertanto, coinvolto in un viaggio interiore che non dimentica l’esteriorità, cioè i modi in cui vive, lasciandogli, forse, alla fin fine, un rassicurante pensiero: al Paradiso è meglio credere!

 

09 luglio 2018

Documento. Noi invece ci stiamo

Rimbalza in rete e noi condividiamo.
(da MarcoTosatti.it)
Indirizzandomi a voi, signore e signori che vi riunite in questo luogo da oltre trent’anni, ora, in nome del primato delle realtà culturali del luogo, delle comunità umane, dei popoli e delle nazioni, vi dico: vigilate, con tutti i mezzi a vostra disposizione, su questa sovranità fondamentale che possiede ogni nazione in virtù della sua propria cultura. Proteggetela come la pupilla dei vostri occhi per l’avvenire della grande famiglia umana. Proteggetela! (Giovanni Paolo II, discorso all’ONU, giugno 1980)

Riferendoci alle parole di Giovanni Paolo II che ci invitano a favorire il radicamento geografico e culturale dei popoli come antidoto alle politiche di stampo laicista funzionali a taluni interessi economici e finanziari, desideriamo prospettare qui un punto di vista diverso e integrativo rispetto a quella espresso da alcuni vescovi cattolici firmatari dell’appello di Pax Christi: tale appello è avverso le decisioni del governo italiano sulla questione immigratoria.
Una quota significativa di cattolici, che qui idealmente rappresentiamo, tuttavia la pensa diversamente.

Non vorremmo infatti che la posizione di Pax Christi, certamente rispettabile, sia percepita come esaustiva dell’intero mondo cattolico il quale invece sul tema presenta posizione ben diverse, se non decisamente divergenti.
A differenza di quanto sostenuto nella lettera pubblicata da Pax Christi dal titolo “Noi non ci stiamo” altri laici cattolici riguardo la questione immigratoria, invece ci stanno nel senso che condividono le decisioni prese a questo proposito da taluni ministri di cui non temiamo di fare nomi e cognomi: il ministro Salvini e il ministro Toninelli in particolare.
Dunque noi invece ci stiamo perché non possiamo restare inattivi ad osservare come scriteriate politiche immigratorie non aliene peraltro da probabilissime connotazioni affaristiche, rischino di provocare una serie di conseguenze negative sia sul piano dell’allarme sociale, sia sul livello dei salari, sia sulla qualità dei servizi erogati dallo stato, sia ovviamente sul benessere psicofisico degli immigrati che quasi sempre transitano da una condizione di povertà all’altra senza nulla risolvere dei problemi che li hanno indotti ad emigrare.
Inoltre:

noi ci stiamo perché vogliamo porre fine alle deportazioni da una sponda all’altra del Mediterraneo come hanno numerose volte invitato a fare anche vescovi africani. I quali tuttavia quando si dibatte di problemi legati all’emigrazione trovano scarsa udienza in Vaticano, forse perché sono già disponibili altri esperti in materia di orientamento laicista come dimostra la loro abituale frequentazione con alcuni esponenti della chiesa cattolica;
noi ci stiamo perché il diritto a non emigrare deve prevalere sul diritto ad emigrare per due motivi: primo perché il diritto a non emigrare è una indicazione posta da Benedetto XVI, personalità da noi altamente stimata; secondo perché il presunto diritto a emigrare in realtà non è un diritto, ma è un obbligo di cui gli emigranti farebbero volentieri a meno se solo qualcuno li aiutasse a restare nello loro terre come peraltro la chiesa si è impegnata a fare per secoli tramite le sue missioni;
noi ci stiamo perché vogliamo evitare clamorosi fraintendimenti sul significato della parola “aiutare”: “aiutare” infatti non significa sostituire ai desideri dell’aiutato le categorie mentali dell’aiutante, ma al contrario considerare le soluzioni che l’aiutato stesso ha elaborato come soluzione ai suoi problemi. Nel caso specifico alla domanda se preferirebbero vivere dignitosamente nella loro terra o essere costretti a emigrare la stragrande maggioranza degli immigrati non avrebbe dubbi a preferire la prima soluzione. Ed è a vantaggio di essa che noi tutti ci dobbiamo adoperare senza pretendere di imporre razzisticamente le nostre soluzioni sovrapponendole a quelle ideate da chi di aiuto è bisognoso;
noi ci stiamo perché preferiamo affrontare il problema migratorio in termini di cooperazione e collaborazione cioè in una prospettiva strutturale molto più che in termini di assistenzialismo cioè in un’ottica emergenziale;
noi ci stiamo perché, come correttamente dichiara il catechismo della chiesa cattolica al numero2241:
Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l’ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono. Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinarel’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri.

Siamo peraltro convinti che proprio dei vescovi cattolici non vogliano venir meno ai precetti del catechismo che, come sappiamo, altro non è se non il compendio degli insegnamenti del magistero cattolico che, in quanto tale, deve prevalere su qualsiasi opinione personale di qualsivoglia vescovo o prelato;
noi ci stiamo semplicemente perché occorre conservare l’esame di realtà il quale ci obbliga a considerare che un processo immigratorio massiccio e fuori controllo anziché favorire la pace fomenta il conflitto specialmente se le sue conseguenze negative ricadono su fasce della popolazioni autoctone già in condizioni di grave precariato materiale e psicologico;
noi ci stiamo perché non è chiaro per quale oscuro motivo l’Italia debba sobbarcarsi un problema così enorme nell’indifferenza della quasi totalità dei paesi UE che solo recentemente e solo grazie alla prese di posizione del vigente governo, hanno cominciato ad agire;
noi ci stiamo ed oltre a starci ci domandiamo come mai alcune realtà cattoliche accusino di scarsa sensibilità il governo italiano mentre non si sentono in dovere di dire una sola parola sul disimpegno di altre nazioni europee che fino a ieri rifiutavano sistematicamente qualsiasi ingresso sul loro territorio sia da confini marittimi che terrestri. Non vorremmo che tali disparità di trattamento dipendano da posizioni ideologiche preconcette;
noi ci stiamo perché vogliamo che il nostro massimo impegno dedicato al dramma emigratorio sia affrontato in termini di razionalità giacché è noto come solo da una considerazione razionale dei problemi scaturisce anche la sensibilità necessaria per risolverli; viceversa un approccio solo emotivo rende opaca la capacità di trovare soluzioni efficaci.
Sensibilità ed emotività sono due aspetti psicologici che per quanto siano apparentemente analoghi, differiscono profondamente.

Sarebbe infine auspicabile denunciare con forza anche e soprattutto la cause endogene che determinano la fuga dai luoghi natii di masse sempre più sterminate di persone fra cui, oltre alla fame e alla guerra, dobbiamo annoverare l’inettitudine e corruzione di alcuni governi dei paesi di provenienza di cui si parla molto meno di quanto si parli della presunta insensibilità di quelli di arrivo.
Concludiamo questa nostra nella speranza che lo stesso vigore, lo stesso impegno, la stessa volizione investita a proposito della questione immigratoria possa essere impiegata da tutto il mondo cattolico anche su altri fronti che molti credenti laici ritengono di pressante urgenza quali, ad esempio, la tutela della famiglia naturale, l’aborto, le nuove povertà che affliggono gli italiani bianchi o neri che siano, l’invadenza di istanze laiciste militanti nel determinare gli orientamenti etici del paese ormai da vari anni, la vigilanza sulla correttezza dottrinale di certi pastori.
E a proposito di accoglienza non cesseremo mai di operare con la massima energia perché pure gli altri argomenti da noi indicati come prioritari siano anch’essi accolti.
Firmato

Un gruppo di cattolici cattolici.

 

Buonisti col Rolex

di Giuliano Guzzo
Tutti contro Gad Lerner, che per fermare «l’emorragia di umanità» sul tema dei migranti, ha aderito a #magliettarossa, appello condiviso da Laura Boldrini (male), facendosi immortalare con una camicia rossa sul suo terrazzo a Portofino, con tanto Rolex in vista (malissimo). Stranamente, infatti, sul web molti non hanno trovato il grido di dolore portifinese del giornalista credibile, riservandogli di conseguenza gli epiteti che potete immaginare. E dire che bastava poco per intravedere nella camicia rubino sfoggiata dal Nostro, chiaramente uno straccio rimediato al mercato, tutta la sua lacerante contrizione per i disperati del globo.

Inoltre a Lerner andrebbe pure riconosciuta l’originalità di essersi fatto trovare a Portino anziché nella solita Capalbio. Battute a parte, è evidente che il problema non sta tanto nella condizione, non proprio trascurata, dell’incauto conduttore televisivo che, come l’orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno, avrebbe potuto pure imbroccarne una: mai dire mai. Il punto sta nella siderale distanza in cui alcuni, a loro insaputa, si trovano quando non solo dimenticano il nervosismo popolare su temi come quello dell’immigrazione, ma seguitano a stazionare sul loro pulpitino dorato, beati e moraleggianti, come nulla fosse. E non si rendono conto d’esser diventati buonisti col Rolex.


 

08 luglio 2018

Luoghi cristiani fra Serbia e Kosovo/1

Mileseva
Iniziamo un piccolo approfondimento sul cristianesimo serbo.

di Alfredo Incollingo
La penisola balcanica, con la Serbia in testa, fu una delle prime regioni europee ad essere cristianizzata. Paradossalmente però, i cristiani slavi in alcune zone come il Kosovo sono oggi una ristretta minoranza, assediata e minacciata dalla forte e numerosa comunità islamica. Vivono sotto la perenne minaccia di rappresaglie e sono asserragliati nei pochi luoghi di culto sopravvissuti alla guerra civile.

In Kosovo dunque, un tempo terra cristiana, gli ortodossi e i cattolici devono far fronte all'avanzata irruenta dei musulmani, che iniziò nel XV secolo. Cristo giunse nei Balcani in tempi piuttosto antichi, con una particolare ascesa a partire dal IX secolo, quando i primi missionari bizantini si stabilirono presso le popolazioni slave, annunciando la salvezza per coloro che avrebbero abbracciato il Vangelo. I santi Cirillo e Metodio diedero se stessi per cristianizzare le lande balcaniche, compiendo la prima traduzione in slavo della Bibbia. Fino al 1453, quando Costantinopoli, baluardo della cristianità in Oriente, venne occupata dai Turchi Ottomani, i Balcani erano pienamente cristiani. La conquista musulmana causò un progressivo regredire del cristianesimo e la guerra civile rese l'esistenza delle comunità ortodosse ancora più difficile.

I serbi cristiani sono oggi ridotti ad una minoranza che vive nei pressi dei luoghi di culto più importanti, gli stessi che tramandarono nei secoli le tradizioni nazionali e la fede ortodossa. Di seguito alcuni luoghi che rappresentano la storia del cristianesimo in Serbia

Cattedrale di San Michele Arcangelo, Belgrado
E' una delle più antiche della Serbia, risalente al XVI secolo. Nel Seicento i Turchi Ottomani la distrussero per danneggiare la comunità cristiana di Belgrado. Grazie ad un'ingente raccolta fondi, tra il 1725 e il 1728 la cattedrale venne ricostruita. Gli invasori la incendiarono di nuovo nel 1797, vanificando gli ingenti sforzi dei belgradesi. Si dovette attendere il 1806 per ricostruirla, quando il generale Karađorđe Petrović liberò Belgrado e la Serbia dall'oppressione turca. Oggi gli ortodossi serbi pregano e si ritrovano nella cattedrale ricostruita nel 1845 dal principe Milan Obrenovic.

Monastero di Mileseva, Prijepolje
Venne fondato da Stefano I di Serbia tra il 1234 e il 1236 ed è tuttora uno dei luoghi di culto ortodossi più importanti del Paese. Dal 1377 si svolsero nel monastero le cerimonie di incoronazione dei sovrani e questa rilevanza la preservò dalla repressione turca. Lì, i serbi potevano continuare a professare la fede cristiana e a tramandare le tradizioni nazionali. La fama di Miliseva crebbe a tal punto che tutti i principi slavi ortodossi si recavano in visita per pregare sul sepolcro di San Sava. I Turchi, sospettando che li si progettassero piani eversivi, distrussero il monastero nel 1594. Dopo secoli di decadenza, nel 1863 i serbi riedificarono l'intero complesso sulle rovine del convento medievale.

Valle dei Re
Scavata dai fiumi Ibar e Ras, la valle è così chiamata perché lì nacque nel medioevo la nazione serba. Presenta la più alta concentrazione di monasteri e chiese di tutto il Paese: lì, sotto l'occupazione ottomana, si preservò la tradizione nazionale e la fede ortodossa. Il monastero di Zica, risalente al 1219, fu il luogo di nascita dell'ortodossia serba e ospitò la cerimonia di incoronazione di Milan Obrenovic nel 1882, il primo sovrano della Serbia moderna. I conventi di Sepocani e di Gradac conservano i sepolcri dei sovrani medievali e per secoli furono meta di pellegrinaggio di quanti aspiravano all'indipendenza nazionale. Qui si conservò intatto l'orgoglio serbo, nonostante le repressioni turche.

(continua)
 

05 luglio 2018

Il Puntatore. Sul rito romano antico

di Aurelio Porfiri
È in circolazione in questi giorni un testo dal nome “Come è cambiato il Rito Romano Antico” (2018 Solfanelli) a firma di don Pietro Leone. Don Pietro Leone (pseudonimo) è un sacerdote dedito all’insegnamento e alla divulgazione della spiritualità cattolica, compresa quella liturgica.

Evidente in questo testo come la sua preferenza vada alla forma straordinaria; credo che il valore di questo testo, più che nel suo lato “polemico”, sia proprio nel suo confrontarsi quasi antagonisticamente con la forma ordinaria, per recensirne quelle che lui censisce come mancanze rispetto alla forma straordinaria. Ecco che si trattano sinteticamente temi come quello dell’Offertorio, del Canone Romano, della Presenza Reale, del Latino e via dicendo. E l’autore lo fa da par suo, con dovizia di citazioni e riferimenti dalla scrittura e dalla Tradizione. L’autore, come lui stesso ci dice, si prefigge di valutare le due forme (lui dice i due riti, a scopo polemico) in modo scientifico.

Io credo possa essere questo un testo che possa servire come base per un dibattito e confronto su basi scientifiche tra le “due fazioni”, un confronto che si spererebbe sereno, ma visto il clima nella Chiesa questa speranza potrebbe essere vana. Un libro da leggere per gli amanti della liturgia, per continuare a pensare.


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La Confessione
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Les Deux Chemins: Dialogue sur la Musique (avec Jacques Viret)
Oceano di fuoco: commentari su Divo Barsotti
Ci chiedevano parole di canto: la crisi della musica liturgica



 

Charles Journet e la teologia come servizio alla Chiesa del Verbo Incarnato

di Antonio Livi
(Postfazione al libro Charles Journet e la teologia come servizio alla Chiesa del Verbo Incarnato di Samuele Pinna)

Molto volentieri ho accolto nella mia collana “Divinitas Verbi” questo accuratissimo studio sulla concezione che Charles Journet, vero e grande teologo da me sempre apprezzato, ha della “scienza della fede” come indispensabile servizio a tutta la comunità ecclesiale.

Il lavoro di Samuele Pinna mi è parso un valido contributo alla chiarificazione dei problemi attuali della teologia, non tanto perché si ricollega al mio trattato su Vera e falsa teologia e ne adotta le principali tesi epistemologiche, quanto piuttosto perché espone adeguatamente quello che per me è il pregio maggiore della dottrina di Charles Journet, ossia l’aver messo sistematicamente in relazione alla persona divina del Verbo Incarnato il servizio che il teologo può rendere all’edificazione nella fede di tutto il popolo di Dio. Io infatti sono convinto che il collegamento diretto di ogni oggetto di studio teologico con Cristo, Capo della Chiesa che è il suo Corpo Mistico, consente al teologo di mantenere sempre il corretto rapporto epistemico con il dogma, che è la Parola di Cristo, e pertanto anche con il Magistero, che è la Dottrina dei dodici Apostoli ai quali Cristo ha detto: «Chi ascolta voi ascolta me; chi disprezza voi disprezza me» ( Vangelo secondo Luca, 10, 6). Oggi molte proposte teologiche risentono proprio dell’assenza di questo corretto rapporto epistemico con la Parola di Cristo, infallibilmente custodita e interpretata dalla Chiesa di Cristo. E ciò è dovuto al fatto che il presupposto ecclesiologico di tali proposte è radicalmente antidogmatico: la Chiesa non è compresa più come una realtà personale, umano-divina (il mistico Corpo del quale Cristo è il Capo), ma è ridotta a un’invenzione di stampo idealistico nella quale le persone – tanto la Persona divina del Verbo Incarnato quanto le persone umane a Lui unite per effetto della grazia battesimale – finiscono per scomparire, conglobate in una storia collettiva che storicizza anche la fede, intesa ormai come un indefinito progresso della coscienza di sé che la comunità esprime attraverso i teologi che se ne fanno unici rappresentanti.

Di fronte a tale erroneo presupposto ecclesiologico, ritengo della massima importanza, ai fini della definizione di quale sia il metodo adeguato della teologia, riproporre e riconsiderare la dottrina del cardinale Journet sulla fede cattolica e sulla Chiesa, qui splendidamente esposta da Samuele Pinna. Di questa e di altre coerenti concezioni ecclesiologiche io mi sono servito nei miei studi di logica aletica per verificare se una proposta che si presenta come “teologia” è stata elaborata sulla base (ossia con il presupposto metodologico) di un corretto rapporto epistemico con il dogma e con il Magistero. Il dogma e il Magistero sono infatti due termini ecclesiali immediati del rapporto mediato che ogni credente può avere con Cristo Maestro. I due termini sono di per sé essenzialmente correlati tra loro, in quanto dipendono entrambi dal referente essenziale, che è la persona divina del Verbo Incarnato; ciò non toglie che nelle intenzioni del teologo – qualora perda di vista quel referente essenziale – essi possano risultare di fatto scollegati. E allora succede che un teologo che ha iniziato correttamente il suo lavoro, proponendo ipotesi accettabili (perché sono “vera teologia”), finisce poi col sostenere tesi inaccettabili (perché sono “falsa teologia”).

Ora, quanto al rapporto della teologia con il dogma – intenso proprio come Parola di Cristo Maestro, e pertanto come verità indubitabile per chi professa la fede in Cristo – io ho avuto modo di dimostrare che è possibile mantenere nel lavoro teologico il giusto rapporto con il dogma solo se il teologo vede nella dottrina definita dalla Chiesa, non qualcosa di umano, come ad esempio la “coscienza storica del popolo di Dio in cammino” (Hans Küng) oppure la “precompensione atematica del proprio essere nel mondo” (Karl Rahner), ma una rivelazione soprannaturale in senso proprio, ossia una verità divina comunicata al mondo da Cristo, il quale ha detto: «La mia dottrina non è mia ma di Colui che mi ha inviato» (Vangelo secondo Giovanni, 7, 16). Analogamente, quanto al rapporto della teologia con il Magistero, io ho documentato come sia difficile, o addirittura impossibile, mantenere nel lavoro teologico il giusto rapporto con il Magistero quando il teologo non vede negli insegnamenti (sia ordinari che solenni) della Chiesa ciò che essi realmente sono – l’unica interpretazione autentica del dogma, in virtù del carisma della «infallibilitas in docendo» – ma li equipara arbitrariamente alle ipotesi di interpretazione scientifica delle quali è capace la teologia, riducendo così ogni discorso sulla fede e sulla morale a mera opinione di dottori privati.

Un sintomo di questa deleteria confusione epistemologica è l’abuso linguistico che commettono i teologi quando parlano, non solo di “teologia di Agostino o di Tommaso” (dove il termine “teologia” è usato in senso proprio) ma anche di “teologia di san Paolo o di Giovanni” e di “teologia del Concilio di Trento o del Vaticano II o di papa Francesco” (dove il termine “teologia” è usato in senso improprio, con l’aggravante di negare implicitamente che la Scrittura contenga la Parola di Dio e che il Magistero ne sia il legittimo interprete). Bene ha fatto dunque Samuele Pinna a illustrare il metodo teologico praticato da Journet e a sistematizzarne i principi di base, ricollegando entrambe – sia la prassi scientifica che la sua esplicita teorizzazione – alla concezione cristocentrica che Journet ha della Chiesa. In ciò Pinna è stato agevolato dal fatto di aver in precedenza studiato a fondo l’ecclesiologia del teologo svizzero, alla quale ha dedicato la monografia intitolata appunto Charles Journet: il Mistero della Chiesa [Cantagalli, 2018].

 Tenendo saggiamente conto di questa corretta impostazione dogmatica – che consente di collegare ogni proposizione teologica al suo vero referente reale, che è la Parola di Cristo, formalizzata dai dogmi della Chiesa –, Samuele Pinna ha penetrato a fondo la concezione che Journet ha della funzione ecclesiale della teologia, mettendola in relazione con la sua concezione della verità rivelata (la fides quae creditur) e dell’atto di fede in essa (la fides qua creditur), che sono per Journet (e, prima ancora, per la dottrina cattolica qua talis) il fondamento dell’appartenenza a Cristo e dunque alla comunità ecclesiale.

Ciò che ne risulta, in questa perfetta esposizione che ne ha fatto Pinna, è una concezione della teologia cristiana che coincide sostanzialmente con la mia, anche se non mancano alcune differenze nel linguaggio e nello stile argomentativo. Infatti, mentre Journet è tutto preso dall’interesse per l’aspetto sapienziale della teologia, io ho voluto (e persino dovuto, date le circostanze storiche) metterne a fuoco l’aspetto scientifico, analizzando con il massimo rigore logico possibile lo statuto epistemologico di quella che deve essere “scienza della fede”, contrapponendo la teologia “autentica” a quella “falsa”, in quanto espressione di un’equivoca filosofia religiosa. Inoltre, Journet ha analizzato tutti i diversi ambiti della ricerca teologica, mostrando interesse soprattutto per gli aspetti contenutistici, mentre a me interessano esclusivamente gli aspetti formali, ossia metodologici. In ogni caso, trattando della teologia come scienza della fede Journet ha dovuto necessariamente esprimere il suo pensiero su come deve essere rettamente inteso l’atto con cui il credente accoglie come verità la rivelazione cristiana, e anche in questo devo dire che il teologo svizzero – seguendo l’interpretazione filosofica del dogma realizzata da Agostino e da Tommaso d’Aquino, e attualizzata in tempi recenti dai Maritain – è giunto a conclusioni analoghe a quelle che io ho esposto nel trattato su Razionalità della fede nella Rivelazione [Leonardo da Vinci, 2007]. Ciò risulta chiaramente dall’esposizione accurata che Pinna fa delle idee di Journet sull’argomento (cfr. il paragrafo 3.1, intitolato Fede e teologia).

 

04 luglio 2018

È tornato don Camillo/65. Ite Missa est!

di Samuele Pinna
(con una illustrazione interna di Erica Fabbroni)

«La Messa è finita, andate in pace». Ma purtroppo don Camillo redivivo, ormai ritornato alla solita routine, notava che la gente né andava né rimaneva in pace. Tutto era accaduto in quella domenica, quando era stato chiamato a celebrare la cosiddetta “Messa dei ragazzi”. Siccome la partecipazione all’Eucaristia pare dipendere perlopiù dal calendario scolastico, essendo ancora tempo di vacanze il povero pretone notò con rammarico la poca affluenza di fanciulli alla funzione. Magro premio di consolazione era la confusione attenuata a motivo del basso numero di bambini chiassosi presenti tra i banchi della chiesa.
Ogni cosa andò via liscia fin quando si giunse alla fine, lì “in zona” – calcisticamente detta – “cesarini”. In quel giorno festivo partecipava attivamente al rito uno stuolo nutrito di chierichetti che aumentavano l’irrisoria percentuale di ragazzini al sacro rito. A ben vedere le cose, c’erano più giovinetti sull’altare che in giro tra le panche. Del resto, questa è la nuova moda dell’appartenenza ecclesiale, dove uno c’è soltanto se svolge una determinata funzione.
“Finita quella”, si disse il nostro don Camillo, “addio actuosa participatio!”.
Il pretone aveva, dunque, scoperto questa novità soprattutto nel mondo giovanile, osservando come quei ragazzotti che smettevano di impegnarsi in un servizio per la comunità sparivano letteralmente dalla circolazione. E si chiedeva preoccupato cosa cavolo si insegnasse alle nuove generazioni. Per fortuna non era sempre così, questa era forse un’esagerazione o una sporca provocazione diretta ai cristiani irenici o buonisti, quelli che risolvono tutto con un sorriso ebete e svanito. Sta di fatto che, se la situazione è quella che è, la causa è da ricercarsi in quegli adulti che sono tali in tutto e per tutto tranne, probabilmente, che nella fede. E allora via alle semplificazioni, ai gusti, alla mondanità, all’antropocentrismo, al buonismo, al pacifismo, all’importante non è quello, ma quell’altro… e vai a capire cos’è questo benedetto “quell’altro”…
Si sa, la madre degli imbecilli è sempre incinta.
“Quella lì”, penso don Augusto, “deve avere molti fratelli!”.

Quella lì era la tipica cristiana modern(ist)a, tutta sorrisi e complimenti, nemica assoluta della polemica e amante del dialogo, con l’unica clausola che aveva sempre e comunque ragione lei. Poveretta, a guardare con precisione le cose non era colpa sua, era proprio che non ci arrivava! E il nostro don Camillo alla fine voleva solo farle pervenire una cinquina da capogiro, ma si trattenne.
Con non poco disgusto il pretone di città venne a sapere che la musica in chiesa non è ciò che accompagna la celebrazione, ma è la celebrazione la scusa per fare un po’ di musica e, sovente, di scarsa qualità. Da qui, si intuiscono gli svarioni nella esecuzione di melodie pop: non si trattava di sostenere la fede dell’assemblea, mediante la bellezza del canto, ma di mettere su una vera e propria competizione canora! Quindi assoli di chitarre strimpellanti, gargarismi vocali, ritmi sincopati, testi melensi, affettati, disgustosi… schifezze d’ogni genere servono solo come promozione umana e sociale. C’è forse un fine più nobile nel canto?
Tutti questi pensieri erano scacciati dalla mente di don Augusto, che era arrivato all’Ite Missa est indenne rispetto alle diavolerie subite con composto silenzio. Senonché, lo zampino di quello là, che non è mai pago di male, lo colpì in extremis, quando – grazie a Dio! – i giochi erano fatti e finiti.
Uscendo dalla sacrestia, era stato fermato in modo fintamente cortese dalla giovane bacucca dai capelli biondo tinti.
«Scusi», chiese in tono neutrale, «ma perché è andato in sacrestia proprio mentre c’era il canto finale?».
«Perché», aveva risposto un po’ sorpreso per la domanda, «è il momento esatto in cui il sacerdote coi chierichetti deve tornare in sacrestia».
«Ma», aveva ripreso l’altra con un tono di voce irritante, «in questo modo i ragazzi sono andati via e non hanno cantato…».
«Ma», usò il medesimo avverbio il pretone, «il compito delle catechiste è quello di tenere i ragazzi fino al momento giusto e il momento giusto è fino a quando il sacerdote non è andato in sacrestia…».
«Ma», attaccò la solfa l’altra, non sapendo cosa stava provocando, perché un altro “ma” avrebbe portato a una catastrofe, «io ho visto fare nello stesso modo anche in altre chiese…».
«Ma», riprese alterato don Camillo redivivo, «se fanno così non fanno la cosa giusta. L’ingresso e l’uscita del sacerdote è simbolo del passaggio del Signore in mezzo al suo popolo, che è radunato intorno alla mensa dell’altare di Dio. Si arriva prima che lui esegua questo transito e si esce solo dopo che questo è completato. Tali sono le norme liturgiche che si devono rispettare, dal Papa fino all’ultimo prete di periferia. Altre spiegazioni, invece, sono invenzioni. Rispetto molto la fantasia altrui, ma preferisco la realtà!».

Per fortuna la bionda adulterata si trattenne da un ulteriore “ma” e don Augusto proseguì nella spiegazione, «Una musica di congedo, soprattutto se fatta con l’organo, aiuta al contrario a far sì che questo avvenga decorosamente e deve prolungarsi fintantoché i fedeli non siano usciti tutti dalla chiesa, in modo da non trasformarla in una piazza. Sarebbe poi anche sano, che un cattolico veramente tale si soffermi qualche istante in ginocchio per ringraziare il Signore per il dono appena ricevuto. “L'Eucarestia – ha detto un Santo cardinale – è unione. Dio non è più soltanto di fronte a noi. Egli è in noi e noi siamo in Lui. La dinamica del suo amore ci penetra e ci possiede”».
Neppure dinnanzi a questa splendida citazione la giovane bacucca riuscì a evitare l’ultimo “ma” e, in tal modo, l’ira furente del nostro don Camillo, che aveva utilizzato dapprima l’ironia, chiedendo in quale Università avesse appreso i rudimenti della Liturgia, poi il sarcasmo, costatando che non aveva studiato affatto o, se lo aveva fatto, aveva ottenuto pochi risultati, e infine l’ira, su cui è meglio tralasciare i particolari. Come un toro abbagliato dal rosso, per non prendere a cornate nessuno si allontanò, bofonchiando improperi al crocchio dei suoi patetici interlocutori, con una bile grossa quanto la stupidità di chi aveva davanti. Molto grossa, quindi. Esagerata, meglio.
Se la Messa era finita, non valeva lo stesso per l’imbecillità. Del resto, Albert Einstein era convinto che due cose fossero infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo all’universo nutriva ancora dei dubbi.

Poi don Augusto meditò sulla formula finale latina del rito eucaristico: “Ite, missa est”, che fin dall’antichità si è conservata intatta nella forma, avendone mutato il significato. La traduzione letterale di “ite missa est”, aveva letto da qualche parte il prete di città, è “andate, è stata mandata”. Infatti “missa est” è la terza persona singolare del perfetto (corrispondente al nostro passato prossimo) della diàtesi passiva (la forma passiva della coniugazione del verbo) di “mìttere”. Cioè: è stata mandata (essendo “missa” un femminile). Se c’erano diverse interpretazioni di quale fosse il soggetto del “mandare”, don Augusto, in quel momento, sapeva bene dove mandare la giovane bacucca e i suoi sodali.

Scacciato quel diabolico pensiero, si soffermò su di un altro, l’interpretazione cioè che del Ite Missa est ne aveva fatto un grande Papa. Era andato a recuperare un testo e aveva iniziato a leggere ad alta voce: « Ci è dato di cogliere il rapporto tra la Messa celebrata e la missione cristiana nel mondo . Nell’antichità “missa” significava semplicemente “dimissione”. Tuttavia essa ha trovato nell’uso cristiano un significato sempre più profondo. L’espressione “dimissione”, in realtà, si trasforma in “missione”. Questo saluto esprime sinteticamente la natura missionaria della Chiesa . Pertanto, è bene aiutare il popolo di Dio ad approfondire questa dimensione costitutiva della vita ecclesiale, traendone spunto dalla liturgia ».

“Di quanto aiuto aveva bisogno il popolo…”, si trovò sconsolato a pensare il nostro povero don Camillo.

 

02 luglio 2018

Raspailiana/2. Dal governo giallo-verde al Campo dei Santi

di Stefano Bolzoni
Il governo giallo-verde si è insediato da pochi mesi, già sufficienti, però, per finire nel mirino del composito milieu perbenista e radical-chic, che non ha esitato ad aprire un impressionante fuoco di sbarramento contro l’esecutivo. Oggetto degli strali – spesso, a onor del vero, scadenti nell’insulto tout court – sono state, in primo luogo, le politiche di restrizione agli sbarchi promosse dal nuovo titolare del Ministero degli Interni Matteo Salvini.

È di questi giorni la notizia di una raccolta di firme promossa dal quotidiano Repubblica, nella quale i firmatari denunciano “come anticostituzionale, moralmente inaccettabile e contraria ai più elementari diritti umani la politica sull’immigrazione del governo Salvini-Di Maio”. Il manifesto prosegue poi affermando: “Denunciamo come ugualmente pericoloso, incostituzionale e inaccettabile l’intero asse politico europeo di orientamento razzista e nazionalista cui questo governo guarda ideologicamente. Da sempre i flussi migratori sono naturali ed essenziali per le civiltà umane; il rispetto della diversità culturale, del diritto d’asilo e del diritto all’integrazione, principi duramente conquistati dall’Europa con la sconfitta del nazifascismo, sono l’unica strada che è necessario regolare e percorrere, naturalmente a livello europeo. La chiusa si rivolge poi al Presidente della Repubblica, al quale viene perentoriamente chiesto di vigilare e, se necessario, di impedire, che l’azione del governo possa continuare a svilupparsi su questi binari.

Ci si potrebbe domandare in che modo i provvedimenti atti a impedire sbarchi clandestini siano “pericolosi e anticostituzionali”, oppure in che modo i flussi migratori arrechino, sempre e ovunque, miglioramenti alle civiltà umana. Partendo da quest’ultimo assunto si potrebbe addirittura affermare che lo stesso colonialismo europeo, da Colombo fino a Leopoldo II, fosse in sé ontologicamente desiderabile, giacché gli stessi colonizzatori “migravano” in ogni parte del globo. Dubito però che gli estensori del manifestano condividano questa conclusione.
Le parole dell’epistola, imbevute di quel totalitarismo umanitario ormai noto, mi hanno però dischiuso il ricordo di un’opera forse poco conosciuta, di un libro che, credo difficilmente, possa essere letto e commentato nelle nostre decadenti scuole: “Il Campo dei Santi”, scritto nel 1973 (edito in Italia nel 1998 dalle edizioni AR) da Jean Raspail.

Nell’opera, scritta con impareggiabile eleganza e condita di bozzetti tragicomici, Raspail immagina l’invasione, all’inizio degli anni ’90, di una flotta di paria provenienti dal Gange e decisa a sbarcare nella terra promessa che si rivelerà, dopo settimane di angosciante attesa, la Francia meridionale.
È il titolo stesso a evocare l’apocalisse visto che, come scritto nell’ultimo libro della Bibbia“Il tempo dei mille anni giunge alla fine. Ecco, escono le nazioni che sono ai quattro angoli della terra, il cui numero eguaglia la sabbia del mare. Esse partiranno in spedizione sulla faccia della terra, assalteranno il campo dei Santi e la Città diletta”.

Alla notizia della partenza la reazione dei paesi europei è duplice: da un lato essi manifestano nei loro comunicati ammirazione e rispetto per gli ultimi della terra, preoccupandosi di non apparire razzisti o, semplicemente, disinteressati; dall’altro sperano, ardentemente, che la flotta del Gange non attracchi proprio sulle loro coste. I momenti più salaci del romanzo sono però quelli dedicati alla reazione che la flotta suscita nell’opinione pubblica francese, descritta da Raspail come un corpo ammorbato da decenni di propaganda “antirazzista”, incapace ormai di comprendere come l’arrivo dello sciame migratorio sia il più grande pericolo per la sua stessa sopravvivenza. Insieme alla flotta itinerante - mirabilmente descritta dall’autore nel suo quotidiano periplo - , altro grande protagonista collettivo del romanzo sono gli intellettuali francesi. Tutti, dai letterati impegnati ai giornalisti schierati, dai religiosi pauperisti ai ministri terzomondisti, si mettono freneticamente in moto, cercando di spronare un popolo francese ormai ridotto in uno stato ameboide, ad aprire le proprie braccia al fratello dalla pelle color ebano.

Nemmeno la Chiesa Cattolica si mostra intenzionata ad affrontare lucidamente l’invasione, ed anzi anima, insieme alla chiese protestanti, una straordinaria campagna immigrazionista, che tace dello sprezzo con cui la flotta guarda all’Occidente – memorabile il capitolo dedicato all’”incontro” tra missionari, laici e religiosi, e i migranti al largo di São Tomé – mostrandosi preoccupata di vedere trionfare il nuovo modello esistenziale e culturale che ormai ha fatto proprio. Nel romanzo la Chiesa sostituisce il sincretismo più estremo all’ortodossia, abdicando alla sua funzione di custode della fede, chiudendo gli occhi – come fa cinicamente padre Agnellu – dinnanzi all’orgoglio, razziale e religioso, degli invasori.

Pur essendo stato scritto negli anni ’70 Il campo dei santi si è rivelato tragicamente premonitore. Non solo per aver preconizzato le dimensioni di un fenomeno che, in quegli anni, difficilmente avrebbero potuto essere immaginate, ma anche per la sostanziale esattezza con la quale Raspail immagina le reazioni parossistiche di un mondo intellettuale ormai preda di quello che nel romanzo chiama “ il mostro”. Mellifluo, strisciante, “ il mostro” si era fatto largo da decenni, contaminando laici, religiosi e persino papi, impedendogli di scorgere il pericolo che si annidava tra i fumaioli dei natanti requisiti, condannando così l’Occidente a subire la conquista dei migranti.
Rileggendo il manifesto di La Repubblica, che trova nel romanzo di Raspail emuli e parole altrettanto perentorie, ci si domanda se “il mostro” non abbia già iniziato la sua opera.


 

Raspailiana/1. La profezia del Campo dei Santi

di Marco Sambruna
Il romanzo di Jean Raspail “Il campo dei santi” è uno dei tanti capolavori dimenticati della narrativa europea: scritto nel 1973 l’opera ha conosciuto un lungo periodo di oblio prima di essere riproposta dalla casa editrice identitaria A/R in anni recenti.
Definire “Il campo dei santi” un romanzo di fantapolitica è riduttivo; si tratta più esattamente di un’opera profetica che intende rispondere a una domanda ben precisa: come reagirebbe l’Europa se una massa immane di disperati giungesse in una sola volta da un paese del terzo mondo?
Jean Raspail preferisce una cruda verità a una pietosa menzogna e ci risponde quindi direttamente, senza sconti e in modo politicamente scorretto: sarebbe la fine della nostra civiltà occidentale. Per lo scrittore francese pensare che un simile scontro di civiltà si possa in virtù di qualche miracolo trasformare in un incontro fecondo è del tutto improbabile sul piano dell’esame di realtà e superficialmente ingenuo sul piano psicologico.
Il romanzo del resto è attraversato lungo tutto il suo dipanarsi da suggestioni apocalittiche: lo stesso titolo “Il campo dei santi”, cioè l’Europa culla della cristianità, è stato ispirato a Raspail da un versetto dell’Apocalosse di san Giovanni:

“Quando i mille anni saranno compiuti, Satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra, Gog e Magog, per adunarli per la guerra: il loro numero sarà come la sabbia del mare. Marciarono su tutta la superficie della terra e cinsero d’assedio il Campo dei Santi e la città diletta”. Apocalisse, 20, 7-9

Tramite un linguaggio eterogeneo costituito da dialoghi diretti, cronache giornalistiche, dispacci diplomatici e analisi sociali lo scrittore con uno stile incalzante e coinvolgente ricostruisce a posteriori gli eventi che hanno portato, proprio verso la fine del millennio, al tracollo europeo. L’origine della catastrofe risale a un episodio scatenante: guidato da un personaggio carismatico soprannominato “il coprofago” un milione di indiani miserabili e derelitti da Calcutta si imbarca su un centinaio di vecchie imbarcazioni in disarmo nel tentativo disperato di raggiungere le coste della Francia sollecitati dall’idea che laggiù, in Europa, ci sia una sorta di paradiso terrestre che non aspetta altro che di essere conquistato. A partire da questo episodio originario il romanzo è incentrato sul racconto della traversata della flotta da incubo che prima circumnaviga l’India, supera la penisola arabica, doppia il Capo di Buona Speranza in Sudafrica, costeggia il litorale occidentale dell’Africa e infine, dopo avere attraversato lo stretto di Gibilterra, entra nel Mediterraneo prima di approdare il venerdì di Pasqua davanti alle spiagge della Costa Azzurra.

Contemporaneamente lungo il corso del fiume Amur che delimita il confine fra Cina ed ex Unione Sovietica cinque milioni di donne e bambini cinesi in condizioni materiali e morali disastrose entrano nel “paradiso sovietico” senza che l’Armata Rossa possa o voglia intervenire per respingerli mentre milioni di neri si ammassano lungo i confini sudafricani pronti anch’essi a varcare il confine.

La tesi di Raspail nel rappresentare questo dramma - che è tale non meno per l’Europa accogliente che per le masse terzomondiste accolte - è che la civiltà occidentale costituita da 900 milioni di persone è destinata a essere travolta dai sei miliardi di popoli non bianchi. Tuttavia solo apparentemente questa sproporzione sarà la causa principale della fine del mondo occidentale. La ragione principale per Raspail in realtà è da ricondurre alla pluridecennale cultura progressista che ha minato la coesione morale degli europei inoculando come un morbo velenoso il rimorso e il senso di colpa che ne hanno fiaccato la tempra morale. Questa narcosi delle coscienze e anestesia dei più naturali e sani istinti di conservazione si manifesta nel romanzo anche nell’incapacità del governo francese, ma per esteso di ogni governo europeo, di prendere l’unica decisione atta a impedire la catastrofe: vietare lo sbarco del milione dei “disperati del Gange” o del “popolo dell’ultima chance” come presto sono ribattezzati dai media occidentali i migranti a bordo della flotta, se necessario ricorrendo alle armi. Solo il Sudafrica reagirà rifiutandosi di accogliere la massa di disperati prima di essere a propria volta travolto dalle masse di derelitti che premono sui suoi confini terrestri.

La responsabilità della catastrofe che determinerà la fine d’Europa quando il “popolo del Gange” sbarcherà nelle regioni meridionali francesi e nella sua avanzata travolgente si abbandonerà a saccheggi, violenze, e illeciti di ogni tipo, per Raspail è senza dubbio dell’elite intellettuale e del clero progressista: queste due categorie tramite la propaganda mass mediatica hanno creato infatti un clima morale da resa incondizionata facendo leva sull’emotività popolare: tanto il governo, che la chiesa cattolica guidata da papa Benedetto XVI, che il popolo francese sono moralmente disarmati, de-virilizzati, castrati e impotenti di fronte alla necessità di prendere decisioni difficili: impedire l’invasione con qualsiasi mezzo, anche quello più cruento. Questa classe di intellettuali, che lo scrittore qualifica significativamente come “servi della Bestia”, finirà anch’essa per essere travolta dall’onda immigratoria che essa stessa ha suscitato, ma quando prenderà coscienza dell’errore compiuto sarà ormai troppo tardi: l’esercito francese demoralizzato e infiacchito da decenni di attacchi e propaganda pacifista e gandhiana tracolla, si sbanda a causa dell’elevatissimo numero di diserzioni e infine, tranne un manipolo di poche unità, cede e si da alla fuga abbandonando le regioni meridionali della Francia che avrebbe dovuto difendere.

Dunque per lo sguardo analitico e spietato di Raspail alla radice del disastro ci sono certamente i “maestri del dubbio”, cioè gli intellettuali nichilisti, gli ideologi velenosi e il clero pauperista, tutti più o meno inconsapevolmente agiti da impulsi di odio verso la civiltà occidentale cui essi stessi appartengono. La ragione di questo livore rancoroso risale a latenti istinti suicidarsi perché, ci avverte Jean Raspail, odiare le proprie radici e la propria storia significa odiare se stessi. Raspail delinea un ritratto esemplificativo di questi “maestri del dubbio” nel personaggio di Boris Vilsberg, un influencer e opinionista radiofonico rappresentativo dell’intera categoria di intellettuali mondialisti di cui fa parte:

“Giorno per giorno, mese per mese, grazie ai suoi dubbi l’ordine diventava dunque una forma di fascismo, l’insegnamento una costrizione, il lavoro un‘alienazione, la rivoluzione uno sport gratuito, lo svago un privilegio di classe, la marijuana semplice tabacco, la famiglia un luogo soffocante, il consumo un’oppressione, il successo una malattia vergognosa, il sesso un passatempo senza conseguenze, i giovani un tribunale permanente, la maturità una nuova forma di senilità, la disciplina un attentato alla personalità umana, la religione cristiana… e l’Occidente… e la pelle bianca. Boris Vilsberg cercava, Boris Vilsberg dubitava. Tutto ciò andava avanti da anni. Attorno a lui le macerie di un’antica nazione, a mucchi.”

Jean Raspail, Il campo dei santi.


 

01 luglio 2018

Una lettera ai sacerdoti "attivisti"

di Riccardo Zenobi
La lettera che riporto sta girando su facebook e non sono in grado di indicare se il suo autore sia davvero chi viene indicato in fondo, ma al di là di chi l’abbia scritta il suo contenuto è totalmente condivisibile e coglie perfettamente la situazione fallimentare della Chiesa cattolica dal post-concilio ad oggi.
Forse alcuni di voi hanno avuto a che fare con i campi estivi, i famosi grest dove i bambini giocano sotto la supervisione di qualche animatore; ma anche se non sapete di che si tratta conoscerete certamente la realtà delle “attività ricreative” delle diverse parrocchie, tutte completamente disastrose, visti i risultati che ottengono. Eppure i parroci moderni sono impegnatissimi a tenere a galla queste attività tralasciando ogni altra occupazione, compresa la preghiera personale, perché “il nuovo piano pastorale”, “il documento della CEI sui giovani” etc. Visti i risultati, verrebbe da chiedere se chi scrive certe lettere pastorali creda davvero a ciò che mette per iscritto, o se lavori a cottimo al di là dei contenuti.

I sacerdoti sono stressatissimi per via delle molteplici attività pastorali, nelle quali ripongono fiducia cieca ed ogni speranza di non trovarsi a dire Messa da soli rivolti verso delle panche vuote. Il tutto perché ripongono ogni sforzo sulla “pastorale giovanile” per la quale spendono energie, tempo e denaro, dato che ormai nei seminari insegnano solo queste cose (più un po’ di psicologia datata) ma non formano alla vita di fede, che quindi non viene trasmessa ai fedeli dai parroci.
Questi ultimi sono le prime vittime di tanta smania di attivismo, non solo per via dei magrissimi risultati che raccolgono, ma anche perché non possono coltivare il rapporto con Dio e ritemprarsi alla Sua presenza, fondamentale per confermare la propria vocazione sacerdotale: non ne hanno il tempo o la forza. Spero perciò che questa lettera possa servire a portare conforto a quanti subiscono il peso dell’organizzazione di tante attività; queste parole sono rivolte a loro:

Caro Sacerdote...
Non te la prendere, ma due paroline te le devo proprio dire...Non mi interessano i campetti di calcio, i cineforum, i teatrini, le conferenze, i baretti con videogiochi e biliardini, i porticati coi ping-pong e il calciobalilla, le vacanze organizzate, il grest, le pizze del sabato sera. In una parola, tutto il ribollente attivismo che ruota intorno alle parrocchie, lo trovo anche fuori, nel freddo "mondo", e magari organizzato meglio, più nuovo, luccicante, efficiente, coinvolgente, appassionante. Non c’è concorrenza: il "mondo" è specializzato in divertimenti, passatempi, sport, intrattenimenti vari, in cui ha profuso studi, energie e investimenti. Voi curatemi l'anima. Datemi un direttore spirituale che abbia tempo e pazienza per la mia conversione. Datemi confessori che mi permettano di riconciliarmi con Dio.
Datemi l’Eucarestia da adorare, non tenetela chiusa a doppia mandata nei Tabernacoli d'oro ad aspettare mentre brucia d'Amore. Dissetatemi col Vangelo dei semplici, non spiegatemi troppo, sono piccolo, una cosa sola ma ripetuta, così che possa ritornarmene casa con la perla preziosa. Insegnatemi quel digiuno che tutti hanno dimenticato, ma che ho voglia di tentare, non come un atto di superba autodeterminazione della volontà, ma come fiduciosa invocazione della grazia dello Spirito. Mostratemi i Santi, voglio farmeli amici. I filosofi mi hanno condotto su strade sbagliate, inquinato la mente, divorato la gioia. I Santi sono felici: ditemi il perché, fatemi scoprire quel filo segreto che li legava alla SS. Trinità. Il rosario, ho fame di rosario. Perché non lo recitate più? Persino nelle veglie funebri, a volte ci si ferma a tre decine, come se quello intero fosse troppo lungo anche per chi davanti ha l'eternità. Arricchitemi della Divina Misericordia, fatemi gustare soavemente le invocazioni, le giaculatorie, le novene- beneditemi e consacratemi ai SS. Cuori di Gesù e Maria. Incoraggiatemi nella via della carità, dell'altruismo, dell'occuparmi del prossimo, nel nome di Cristo. Plasmate in me uno spirito missionario, inalatemi la voglia di santità. Pregate per me qualche volta. Come sarebbe edificante per me trovarvi in ginocchio davanti al Tabernacolo e sapere che stavate pregando per me, per la mia salvezza! Questo desidero, ma tutto insieme, e in ogni parrocchia; non scegliete quello che più vi aggrada, non discriminate tra ciò che vi sembra più o meno moderno, più o meno consono o proponibile.
Voglio tutti gli strumenti di salvezza che la Chiesa ha preparato per me, ho fame di salvezza piena, traboccante, luminosa, ho voglia di Verità. Che abbia 4 o 100 anni, non starò con voi per il grest o il bel campetto o gli amici che ho incontrato. Ci starò per quel banco consunto in cui mi sono inginocchiato e per quel santo sacerdote che ho incontrato. Ci starò perché Cristo, per mezzo loro, mi ha convertito. Ecco Chi mi salverà l'anima! Ti prego, sacerdote, torna ad essere nuovamente ciò che devi essere perché io, pecorella smarrita e figliol prodigo, possa tornare alla Casa del Padre. In questo modo tu riavrai la tua dignità umana e sacerdotale, ed io mi salverò, e tutti saremo spronati a supplicare il Padrone della messe perché mandi operai, questi operai, e non assistenti sociali, ma dispensatori dei misteri di Dio.

Don Stefano