26 luglio 2017

Un Campari con...Giovanni Ceroni (Mpv Biella).

Emma Bonino il 26 luglio 2017 parlerà in una chiesa di Biella, a proposito di accoglienza e immigrazione. Un'iniziativa decisamente infelice. Ne parliamo con Giovanni Ceroni, del Movimento per la Vita biellese.

Foto a fianco: Emma Bonino che trasmette valori profondi.

Emma Bonino parlerà in Chiesa a Biella. In che occasione? Che azione volete intraprendere per mostrare la vostra contrarietà?
Probabilmente parlerà dal presbiterio della Chiesa di San Defendente, come da uso in quella parrocchia.
Da programma dell'incontro, ufficialmente per parlare della giornata mondiale del Rifugiato nell'ambito della campagna politica di raccolta firme promossa dai Radicali Italiani, in realtà già dal sito della parrocchia è palese una adesione a ben oltre quello che potrebbe essere un richiamo alla dignità dei rifugiati di Guerra, ecco uno stralcio di quanto pubblicato dal sito parrocchiale: "«Siamo stati noi a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia, anche violando Dublino», rivela con sconcertante fermezza la Bonino, confermando una volta per tutte dubbi e sospetti sui buonisti sostenitori dell’accoglienza coatta e a oltranza. E quindi, ne consegue, che il tanto deprecato e deprecabile abbandono del Belpaese inferto senza pietà e senza troppe perifrasi diplomatiche dall’Europa, sulla questione immigrazione, secondo l’ex ministro degli Esteri del governo Letta Emma Bonino, è responsabilità assoluta e inequivocabile dell’Italia stessa. «Nel 2014-2016», chiarisce ulteriormente l’esponente radicale – e dunque durante il governo Renzi – «che il coordinatore fosse a Roma, alla Guardia Costiera e che gli sbarchi avvenissero tutti quanti in Italia, lo abbiamo chiesto noi, l’accordo l’abbiamo fatto noi»"
A sostegno della campagna promossa da Bonino, c'è la Caritas Italiana, le Acli e altre importanti sigle cattoliche, l'elenco proposto dai Radicali Italiani è pubblicato su Facebook, tra gli aderenti sigle troviamo prevalentemente sigle legate al mondo politico della sinistra radicale (oggi PD) tra cui anche il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli.
Personalmente esprimo a voi tutto la la mia disapprovazione, trovo palese quanto sia ingannevole questo raggiro di tanta gente in buona fede. La Santa Chiesa non ha mai affrontato in maniera così ideologica problemi causati dall'uomo stesso, appoggio le campagne pacifiche di informazione che intendono fare luce su questi tristi eventi come quella organizzata da Ora et Labora in Favore della Vita rappresentata dall'amico Giorgio Celsi.

Perché la Bonino non dovrebbe parlare in Chiesa?
Ritengo il presbiterio di una Chiesa luogo Santo dal quale si annuncia la Parola di Dio, per dare parola ai Presbiteri di Santa Madre Chiesa. E' grave profanazione che parli l'eroina dell'aborto e dell'eutanasia in Italia; la particolare gravità dei radicali è quella di scambiare il male col bene, uccidendo la verità, questo è più grave del gesto omicida dell'aborto. Ricordiamo cosa scrisse nel maggio '92 Santa Teresa di Calcutta agli italiani:
Distruggere questa vita (del figlio) con l’aborto è omicidio, così come un qualunque altro omicidio, anzi peggio di ogni altro assassinio. Poiché non è ancora nato, è il più debole, il più piccolo ed il più misero della razza umana, e la sua stessa vita dipende dalla madre – dipende da te e me – per una vita autentica. Se il bambino non ancora nato dovesse morire per deliberata volontà della madre, che è colei che deve proteggere e nutrire quella vita, chi altri c’è da proteggere? Questa è la ragione per cui io chiamo i bambini non ancora nati “i più poveri tra i poveri”.
Madre Teresa di Calcutta, aveva ben chiaro che l'accoglienza primaria avviene nel seno materno, sarebbe morta pur di salvarne uno solo dall'aborto. Se la Bonino si convertisse, annunciasse al mondo che uno solo di quei piccoli vale quanto il mondo intero, che uccidendo con l'aborto procurato un bimbo in grembo si colpisce al cuore Gesù Cristo, che giustificare l'aborto è l'inganno satanico più grande del nostro secolo, allora darei tutto il mio appoggio di amicizia per accompagnarla nel lungo percorso di riparazione che ne seguirebbe.

Emma Bonino in Chiesa e lo spirito di Pannella che, secondo un alto prelato, soffia forte. Cosa succede? È un cedimento culturale?
Qualche mese fa abbiamo assistito alla modifica statutaria della Pontificia Accademia per la Vita (la P.A.V.). In tale occasione è stata rimossa l’«Attestazione dei Servitori della Vita» richiesta agli Accademici chiamati a far parte della P.A.V. ( requisiti voluti dal Servo di Dio Jerome Lejeune e da San Giovanni Paolo II).
Fino a poco tempo fa si sottoscrivevano sette affermazioni precise, prima di tutto riconoscendo che «ogni membro della specie umana è una persona».... All’art. 6 dello Statuto si precisava che la qualità di Accademico decadeva in caso di «azione o dichiarazione pubblica e deliberata contraddittoria a questi principi».
Ho subito intuito lo scopo della rimozione del «Attestazione dei Servitori della Vita»: chiamare abortisti a far parte dello staff accademico. Con le ultime nuove nomine sono entrati a far parte non solo un teologo abortista, ma anche persone hanno fatto sperimentazione su embrioni umani e che giustificano contraccezione e fecondazione in vitro (vedi articolo). Ritornando alla domanda sullo spirito della Bonino e di Pannella che infiamma Mons. Paglia, a mio avviso non si tratta di un problema culturale, bensì di Fede. Gesù diceva: "Ma quando il Figlio dell'uomo tornerà troverà ancora fede sulla terra?".
La Fede è Dio.
Troverà ancora il Cristo lo Spirito Santo nelle anime? Troverà ancora lo Spirito di Verità? A ben vedere tanti avvenimenti, specialmente nella Santa Chiesa ci sarebbe da rattristarsi, ma poi due considerazioni:
1) Il Dio della Bibbia per Donare le cose più belle Chiede, e questa pedagogia è infinitamente bella in quanto moltiplica il bene e i meriti.
2) La domanda è prima di tutto personale, e in noi possiamo cambiare tutto, dare a Gesù quello che chiede, ci ha dato regalità per cambiare noi stessi, convertirci e santificarci, traendo le forze dal Suo Sangue. Il resto verrà in conseguenza di questi due punti. Perchè quando Dio Chiede è perchè vuole Donare, e se ci chiede tanto il Suo Dono sarà 1000 volte più delle nostre aspettative. Basta avere Fede.
 

E' tornato don Camillo/16. Sbattezzo e conversione

di Samuele Pinna

Era una giornata talmente fredda che pareva che tra la carne e le ossa correvano degli spifferi e non c’era modo di scaldarsi. Nella casa di don Augusto non si percepiva alcun tepore e quando al di fuori la temperatura scendeva sotto lo zero gli veniva addosso un malumore pericoloso, ovviamente per chi gli capitava a tiro. Anche la chiesa era gelida e quindi non c’era possibilità di scaldarsi se non coprendosi a più non posso. Era nel suo studio con un buon libro, la pipa, un goccio di porto e il tabarro addosso per stare più al caldo. Quando all’improvviso lo chiamarono; se fosse stato uno scaricatore di porto oppure un comunista senzadio o, ancora, un radical chic avrebbe inanellato una serie di bestemmie, ma si limitò a sbuffare, affidandosi al buon Dio. Era Pippo Girotti che lo cercava, il sacrestano. Scese in un baleno, tabarrato com’era, e si trovò davanti l’omino insolitamente nervoso e agitato.
«Ci parli lei, Reverendo», disse ansimando, «perché io non so più che dire».
«Con chi?», domandò il pretone.
«Parlare con questo tizio qui», e indicò un tipo poco lontano voltato di spalle.
«Per cosa?», riprese l’altro dubbioso.
«Ma mica ho capito», riprese il sacrestano, «anzi, Reverendo, a dire il vero mi sa che ho compreso questa schifezza molto bene…».

Don Camillo redivivo iniziava a spazientirsi davanti a quella scenetta che pareva non finire mai e così invogliò il Girotti a muoversi nel chiarire i concetti.
«Quella bestia là», concluse, «vuole lo sbattezzo».
«Lo sbattezzo?», domandò il prete.
«Sì», continuò Pippo, «all’inizio pensavo chiedesse il Battesimo per qualche suo caro. E invece no, quel porco di prima categoria vuole lo sbattezzo!».
Don Augusto sostò un attimo sul termine “porco”, quale epiteto da non usare, poi si concentrò sulla faccenda e la pressione gli arrivò agli occhi.
«Cosa gli hai detto?».
«Che io non potevo far nulla», riprese il sacrestano, «che parlasse con un prete…».
Ma il nostro Camillo lo bloccò:
«No, no, no: non con un prete, ma con il Parroco. Non è roba di mia competenza: se la veda lui e buonanotte!».
E detto ciò senza dire più nulla tornò nella fredda casa al piano di sopra. La pace è dono di Dio, mentre la confusione è un regalo del diavolo e, pertanto, questo si mise all’opera per tentare il povero prete infreddolito. Questi non fece in tempo a rimettersi sulla poltrona che fu nuovamente chiamato e rialzandosi ridiscese prontamente, intuendo chi lo desiderava.

«Cosa c’è adesso?», disse con malgarbo.
«C’è che non se ne vanno senza aver parlato con il prete», riprese il povero Pippo.
«È questo il modo di accogliere i paesani dopo tanto tempo che non ci si vede?». Appena sentita la voce don Camillo redivivo si era trovato davanti quell’omaccione che rammentava molto bene. Mario Bottelli era una vecchia conoscenza del paese, un uomo grande grosso, che quando ti appariva dinnanzi pareva che fossero in quattro. Pantagruelico e famelico nel cibarsi era un uomo ponderato in una discussione per cinque minuti, perché possedeva un motore a scoppio, ossia rallentato, un diesel insomma, ma quando il motorino d’avviamento crepitava partiva in quarta e solitamente riusciva a disfare tutto.

«Mario Bottelli, cosa vuoi?», disse a denti stretti il pretone serrando i pugni. In illo tempore, tra il nostro don Camillo e il Mario Bottelli non correva buon sangue a motivo di un vecchio alterco causato dal figlio che ne aveva combinata una grossa. I metodi di don Augusto non erano stati di gradimento perché se quel figlio lì doveva prendere due sberle era il padre incaricato ad assestarle e non un prete reazionario. Sicché all’inizio discussero, per quei soliti cinque minuti, poi se le dettero di santa ragione e alla fine don Camillo redivivo la spuntò. Il Mario Bottelli è, infatti, una bestia forzuta e il pretone faticò non poco a mandarlo al tappetto.
“E adesso quest’energumeno si presenta in città con tanta spocchia!”, pensò don Augusto a cui prudevano le mani, ma vuoi il ricordo della rissa così impegnativa vuoi la curiosità sulla richiesta si trattenne e con un finto sorriso chiese per che cosa si erano tanto disturbati.
«Mio figlio vuole essere sbattezzato!», disse senza troppi preamboli il Mario Bottelli.
«Quel figlio di un cane», replicò a pressione a mille il pretone, «non te lo dicevo io che dovevi prenderlo più bastonate! Poche legnate gli ho dato a causa tua ed ecco come è venuto su: non solo senzadio ma anche senza cervello!».
«Reverendo per cortesia!», replicò l’altro in un attacco di bile, «non ricominciamo o qui finisce male!».

Si erano avvicinati l’uno all’altro in maniera pericolosa e allora intervenne per grazia divina Pippo Girotti. Non fece granché, ma la sua presenza e quel suo tossire nervoso dette un barlume di lucidità ai due mezzi corazzati di carne che stavano per scambiarsi qualche carezza.
«Cosa vuoi tu?», urlò seccato don Augusto, ma il povero sacrestano voleva solo andarsene prima che scoppiasse un nuovo conflitto mondiale.
«Vai a chiamare il ragazzo», disse infine il prete di città.
Il giovanotto arrivò poco dopo e don Augusto notò che non era cambiato: bassetto e smilzo, i capelli scuri come la pece, i freddi occhi neri, labbra sottili, vestito alla moda e soprattutto lo colpì il solito sguardo di ghiaccio in quella faccia brutta che sembrava una maschera capace di celare qualsiasi emozione.
Dopo i gentili e glaciali saluti, il prete chiese malamente cosa desiderasse.
«Voglio essere tolto dal registro del Battesimo», disse con freddezza.
«Per qual motivo, di grazia?», replicò sarcastico l’altro.
«Io non ho scelto di diventar cattolico, l’hanno deciso i miei genitori. E se all’inizio non me ne fregava nulla, ora sono convinto che essere nella Chiesa è una cosa che non desidero assolutamente. Voi preti…».
«Noi preti», disse don Augusto interrompendolo, «ti abbiamo insegnato le buone maniere, che evidentemente non hai imparato, un buon motivo per cui vivere e un buon modo per stare allegri. Noi preti abbiamo sopportato le tue offese, i tuoi scherzi idioti a danno di tanti, il tuo egoismo e i tuoi affari, che grazie a noi preti hai potuto fare. Sbaglio o quando hai aperto la tua attività gastronomica hai sbandierato ai quattro venti il tuo essere timorato di Dio per farti una discreta clientela a partire dalle famiglie cattoliche della Parrocchia…».
E gli “sbaglio” durarono per un bel po’, ma sul viso di quel giovane dalla faccia e dal cuore di ghiaccio, figlio di un’educazione da matti, neppure un movimento, una piccola incrinazione; rimase semplicemente impassibile.

«Il Battesimo è una cosa seria», riprese, «e un dono grande, non una burletta. E siccome è proprio un regalo che ormai ti è stato consegnato, non puoi restituirlo al mittente; cosa vuoi Dio è così: non si ricrede mai e davanti a un dono non lo rivuole indietro, neppure quando chi lo riceve è cretino come te. Al più, puoi non usarlo, su questo nessuno ti obbliga: a partire da Nostro Signore fino giù-giù al più inutile prete come me».
«La Legge prevede che se entro due settimane non…».
«So cosa dice la Legge», lo interruppe ancora don Augusto, «e non è per il fatto che lo dica la Legge che una cosa abbia buon senso e una porcheria come questa diventi una virtù! Volevo solo farti capire che sei vuoi vivere da scomunicato sono, sì, affari tuoi, ma tuttavia sono affari belli grossi! Non pensi ai tuoi genitori, al dolore che daresti a tua madre…».
Alla parola “scomunicato” unito al riferimento della moglie, il Mario Bottelli sobbalzò.
«“Scomunicato”», disse, «non esageriamo, Reverendo, è una ragazzata, non buttiamola in melodramma».
«Scomunicato», ribadì il prete con cipiglio.

«Questa è la mia volontà», riprese il ragazzo freddo come una ghiacciaia, «si muova a rispettarla».
«Vedi», rispose l’altro, «per questa tua insolenza e arroganza meriteresti una bella ripassata di buone maniere. Ma siccome sei un imbecille, mi fai pietà. Io non sono qui per fare un bel niente, scimunito che non sei altro! E non posso farlo neppure volendo. Può farlo solo il Parroco e gli farò sapere la tua depravata volontà appena possibile. Ho fatto questa gentilezza solo per il rispetto che nutro verso tuo padre e per la disgrazia incredibile che l’ha colto nell’avere un figlio come te!».

Poi don Camillo redivivo sentì nel suo cuore rincrescimento per quelle parole cariche di veleno e si obbligò a un gesto sconsiderato. Tirò fuori dalla tasca una corona del Rosario, a cui era tanto affezionato, e la porse al ragazzotto.
«Ecco, tieni», disse, «sono molto legato a questo oggetto di pietà, ma tu ne hai più bisogno: chissà che la nostra comune Madre non ti faccia per una volta rinsavire».
Il ragazzo sotto lo sguardo minaccioso del padre la prese e, a denti stretti, sussurrò un laconico “grazie”, andandosene in fretta e furia.
«Caro Mario», si congedò il prete, «disgrazia più grande non potevi avere con un figlio così, ma del resto da te cosa poteva uscire di buono?».
Le ultime parole fecero sussultare di nuovo il Mario Bottelli, che salutò il pretone con un semplice “Crepi”.

Il figlio tanto depravato e arrogante era ancora sul sagrato quando prese la corona del Rosario e la lanciò con violenza a terra, tanto che si spaccò e i grani si sparpagliarono dappertutto. Il padre sopraggiunto poco dopo il gesto gli rifilò uno sganassone sul coppino da far perdere l’equilibrio al ragazzo, che a seguito dell’ordine raccolse ciò che rimaneva dell’oggetto di pietà, consegnandoglielo.
Il Mario Bottelli aveva un gatto vivo nello stomaco e quella notte faceva fatica a prendere sonno, soprattutto dopo che aveva raccontato la vicenda alla moglie, la quale piagnucolava senza posa.
Prima dell’alba l’omone decise di alzarsi e, presi in mano i resti del Rosario, iniziò a darsi da fare per aggiustarlo. Non era facile con quelle manone che si ritrovava, ma dopo ore di lavoro tutto era stato messo a posto. Uscito di casa si mise in marcia e alla fine arrivò alla chiesa di città; entrato si diresse sicuro verso il prete carrarmato.

«Reverendo», disse senza salutarlo, «questa è sua: quel cretino del mio figliolo ha deciso di rinunciare anche a questo dono».
«Tienila tu», rispose l’altro in modo insolitamente umile.
«E cosa ne faccio?», rispose l’altro.
«Usala».
«Non posso», riprese il Bottelli, «lei ne è affezionato e io non ne ho bisogno».
«Grazie per il pensiero», disse don Augusto, «ma forse non ti sei accorto di averne anche tu bisogno: e poi ti ricorderà le botte che hai preso da me e così potrai dire una preghiera anche per un povero prete…».
«Scellerato come lei!», concluse l’omaccione andandosene.

In realtà non se ne andò, ma si mise in una cappelletta davanti a una deliziosa statua della Madonna con in braccio Gesù Bambino. Si sentiva attratto da quel volto pieno di purezza e serenità. Era, però, a disagio: avrebbe voluto dire qualche preghiera, un’Ave Maria, ma un po’ si vergognava e un po’ non si ricordava bene la filastrocca. Rimase così impacciato con la corona del Rosario in mano fintantoché arrivò una vecchina, con il suo bastone e la sua grande fede, di quelle che la moderna società vorrebbe eliminare perché considerate solo un peso, di quelle ormai imbarazzate a vivere e che si sentono inutili perché tutti glielo ricordano. Eppure queste vecchiette quanto sono necessarie grazie alle loro invocazioni e alle ore e ore passate a recitare giaculatorie con le labbra, la mente e il cuore! E, infatti, vedendo quell’ammasso di carne, la vecchina si sedette vicino e, accorgendosi della corona, chiese se voleva dire il Rosario insieme. Dinnanzi all’imbarazzo dell’altro, si fece dolce e le sussurrò di venirle tranquillamente dietro. Recitarono in questo modo una semplice e antica forma di orazione, i grani passavano via via lenti tra le dite. Una sobria preghiera, che però pacifica il cuore. E quando il Mario Bottelli concluse con la vecchina quel momento, si sentì rinnovato. Si segnò e improvvisò una genuflessione, poi prese da tasca il portafoglio e mise un sacco di soldi nella cassettina, accendendo un lume: era il modo sempliciotto, forse materiale, ma non meno sentito, per dire grazie al Signore. Probabilmente il figlio non avrebbe cambiato idea neppure davanti alle legnate che lo aspettavano, ma mediante quella storia lì, lui aveva riscoperto il suo essere un battezzato, grato alla Madonna per la scelta dei suoi genitori: altro che sbattezzo!

Vedendo tutta la scena don Augusto a sua volta ringraziò il Padre, il Figlio e lo Spirto Santo e già che c’era pure i santi del cielo e gli angeli del paradiso. Non se ne avvide, ma il Cristo del Crocifisso sorrise. E nell’intimo di quel pretone là dalla testa dura e dal cuore docile risuonarono le parole di Gesù: ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione .
 

Marilyn Manson. Non il solito scemo

Il cantante senza trucco
di Francesco Filipazzi

Marilyn Manson, la band shock rocker (in realtà una band che si identifica nel front man) più famosa del mondo, è tornata sulle pagine dei quotidiani italiani perché farà un concerto in Italia.
Diciamo subito che questo personaggio non è il classico cantante pseudo satanista, che si veste da pagliaccio, che suona musica inascoltabile. Non si può liquidare con sufficienza e non si può cercare di censurarlo o rimuoverlo prima di aver capito "cosa" dice e da "dove" proviene.
In primo luogo, il significato del nome. Marilyn Monroe e Charles Manson. I due lati, buono e cattivo, della personalità umana, che convivono in tutti noi.
Poi il trucco. Il cantante si veste come un mostro, uno spettro, un demone. Decidete voi. Le copertine degli album e i concerti sono macabri e spesso rasentano lo splatter.
Non si tratta però del solito scemo che vuole solo scandalizzare.

La "teologia" di Manson


Gli aspetti controversi che generalmente, in modo piuttosto superficiale, vengono sottolineati riguardo Manson, al secolo Brian Hugh Warner, sono legati ai testi che parlano di classiche storielle horror, di autolesionismo, pornografia, droga e vaccate assortite. Basterebbe questo per chiudere tutto e andare a casa. Anche la musica, da un punto di vista strettamente artistico lascia il tempo che trova e il modo di cantare, la death voice (cioè scream e grow) è inascoltabile. Lo dico da abituale ascoltatore di musica moderna, quindi i detrattori non vengano a darmi del bigotto che odia la musica rock. Semplicemente odio chi canta da schifo.

Tornando ai testi, molti di questi non sono per niente da sottovalutare, perché esprimono concetti che non sono estranei alla nostra religione e che anzi rivelano una determinata concezione del peccato e, dunque, sono concetti che possono essere collegati ad una visione del satanismo. In alcuni passaggi sembra di intravedere la prefigurazione di un'entità che, giungendo presso l'umanità, la odia apertamente, ne schernisce i peccati e le debolezze, tende solo a farne il proprio strumento malvagio.
Va inoltre sottolineato che Warner è stato un membro in vista della chiesa satanista di LaVey*, il quale sosteneva di non essere un adoratore del Demonio, ma di proporre una visione del mondo nella quale di fatto l'uomo è dio di se stesso. Il che è perfettamente in linea con la venerazione del Demonio, dato che sin dal peccato originale il Nemico ha cercato di indurre l'uomo a credersi Dio. "Diventerete come Dio". Vi ricorda qualcosa?

Si spiegano quindi frasi come quella contenuta in "The Reflecting god", "Il dio riflesso:
"I went to god just to see / And I was looking at me"
"Sono andato da dio solo per vedere / E stavo guardando me stesso".

Un altro messaggio molto chiaro è quello contenuto in Antichrist Superstar. Troviamo frasi del tipo:
" You built me up with your wishing hell /I didn't have to sell you".
"Mi avete costruito con i vostri desideri infernali/Non dovevo vendervi"
E, si chiederà il lettore, cosa avremmo costruito?
"the moon has now eclipsed the sun / the angel has spread its wings / the time has come for bitter things /the time has come it is quite clear / our antichrist / is almost here.../it is done"
"La luna ha eclissato il sole / l'angelo ha aperto le sue ali/ è giunto il tempo delle cose amare/il tempo è giunto, è ovvio/il nostro anticristo è quasi arrivato/è fatta".

Avete capito? I peccati degli uomini hanno chiamato questo anticristo. Tecnicamente non è neanche così sbagliato. Questi però se ne compiacciono.

In un'altra canzone più recente, Manson definisce sé stesso e i suoi come "Figli di Caino che guardano le scimmie suicidarsi". Non è difficile pensare che le scimmie siano semplicemente gli uomini. Il disprezzo verso i peccatori è tipico di Satana, che non ama né i suoi servi né le persone che corrompe.
Questi tre sono esempi sparsi, ma ce ne sarebbero decine.

Marilyn Manson con il costume di scena
Il cambiamento? Non proprio.
Successivamente, dopo l'allontanamento da LaVey, Manson dice di aver cambiato le tematiche dei nuovi album, dicendo di essere cresciuto e maturato. Però la sua modalità di presentazione al pubblico rimane la stessa. Il cantante dichiara che quello del passato era solo un pagliaccio. Rimane però il fatto che durante i concerti la Bibbia la brucia ancora. Avrà forse creato qualche testo più profondo, ma le canzoni del passato le canta tuttora. Forse ora non crede più in certe cose? Però le usa per fare soldi e i messaggi, come abbiamo dimostrato qui sopra, non sono certo buffonate. Fra l'altro non venga a raccontarci fandonie, la definizione di "figlio di Caino", risale al 2015 e si sa cosa si porta dietro.

Insomma, che Marilyn Manson sia legato al satanismo, lo abbia praticato come religione e ci abbia creduto è vero. Non solo quello "razionale" e più pericoloso di LaVey, ma anche quello strettamente consistente nella magia nera. Lo dice lui stesso nelle sue biografie e autobiografie.

Consiglio non richiesto


Il consiglio che darei a educatori, genitori e soprattutto ai sacerdoti non è quello di censurare, proibire o demonizzare l'ascolto di questa band, non servirebbe a nulla e anzi sortirebbe l'effetto opposto. Invito anzi a mostrare di non essere totalmente inconsapevoli riguardo i messaggi che vengono lanciati e di spiegarli in modo esteso agli eventuali improvvidi ascoltatori. Il male non va negato o rifuggito, ma affrontato. Soprattutto, non si demonizzi la presentazione esteriore di questo signore, che è la parte meno importante del personaggio, un costume di scena. Potrebbe presentarsi in giacca e cravatta cantando le stesse canzoni. Non sarebbe la stessa cosa?
Dobbiamo essere consapevoli che la gente come Marilyn Manson sguazza nell'ignoranza religiosa e nella mancanza di catechismo. Un deficit formativo che la Chiesa potrebbe riempire con un po' di impegno.

* LaVey ha avuto molto seguito negli Stati Uniti e prima o poi proveremo ad approfondirne la figura anche su questo blog.

 

La burocrazia che uccide la vita


di Massimiliano Marinelli

E’ ormai da tantissimi mesi che su tutte le principali testate giornalistiche e i vari telegiornali si parla del “caso Charlie Gard”, il piccolo bambino inglese affetto da una rara malattia genetica.
Adesso sembrerebbe essere arrivati alla fine di questa storia (triste) che per tanti mesi è stata discussa in vari talk show, coinvolgendo medici, luminari, giudici e opinionisti.
Dopo la mobilitazione di associazioni pro vita, di ospedali tra cui il nostro “bambino Gesù di Roma”, di Papa Francesco dopo che il popolo cristiano ha tempestato di chiamate e di lettere il vaticano, sembrava che la storia del piccolo Charlie volgesse verso un lieto fine o perlomeno che trionfasse il diritto alla vita anche alle persone chiamate da Gesù “i piccoli”, dove però sembrerebbe che in questa società non ci sia posto per loro.
Signori, è innegabile che questa società sia MALATA, viene difesa a spada tratta la libertà di morire come e quando uno vuole, mentre viene messo da parte il diritto alla vita e molte volte calpestato da questa modernità dove ormai tutto è diventato relativo.
Ma la vita è un dono, e noi abbiamo l’obbligo morale di proteggerla e custodirla.
Madre Teresa diceva: "Ama la vita e amala seppure non ti dà ciò che potrebbe, amala anche se non è come tu la vorresti, amala quando nasci e ogni volta che stai per morire. Non amare mai senza amore, non vivere mai senza vita".
I genitori di Charlie hanno lottato come leoni, per dare una speranza seppur piccola al loro cucciolo di sopravvivere, sembrava quasi che stesse per accadere il miracolo, ma tutto si è fermato, tutto è andato in frantumi per colpa della burocrazia e di persone che di professione sono giudici, ma hanno la presunzione di potersi sostituire all’Altissimo.
Già nominare le parole burocrazia e sentenze alla mente ritorna un'unica parola: tempo.
Ma sta di fatto che in questo caso di tempo non ce n’era, qui si parlava di vita, perciò al diavolo ogni cosa; la vita prima di tutto!
I giorni passavano in attesa che i giudici dopo vari rinvii si esprimessero se consentire o meno il trasferimento del bambino presso uno degli ospedali che si era fatto avanti, proponendo cure sperimentali.
Ma nel frattempo il piccolo Charlie peggiorava, e le cure che altri specialisti avevano proposto lentamente scendevano in percentuale di efficacia.
Fino ad oggi, quando i genitori con un grandissima dignità e una grandissima fede si sono abbandonati nel braccia di Dio e capendo che ormai più il tempo passava, più diventava inutile provare a curare il loro bambino, hanno deciso di lasciar “tornare alla case del Padre” il piccolo Charlie e di fondare a suo ricordo un’associazione che possa dar sostegno e aiuto ai tanti casi simili nel mondo.
Tutta colpa di questa burocrazia e il tempo infinitamente lungo che ne deriva.
Ma di questo e di tante altre situazioni dovremo renderne conto a Dio presto o tardi.
Non siamo stati in grado di trovare velocemente la risposta a quello che il piccolo Charlie meritava cioè: provare a vincere la sua malattia, con quell’inventiva e quella determinazione che ha reso capace l’uomo di scoprire gli abissi e la vastità dell’ universo.
Il grande Papa Wojtyla diceva: “il compito più importante non è quello di trasformare il mondo, ma di trasformare noi stessi.” E l’unica trasformazione positiva che l’uomo può fare è attraverso Dio, mettendosi nelle mani di Cristo.
Chiedo a tutti voi lettori, di pregare la Mamma del Cielo che possa custodire il piccolo Charlie e che se Dio vorrà così, lo prenda in braccio e lo porti in cielo.
E preghiamo anche per noi stessi di essere degni un giorno di poter stare nello stesso posto.

 

25 luglio 2017

Charlie vale meno di un orso


di Giuliano Guzzo

Adesso che per Charlie Gard, il bambino inglese colpito da malattia rarissima a cui i medici intendono «nel suo interesse» riservare l’eutanasia, sembra non esservi più nulla da fare, dopo che persino i battaglieri genitori – informati della compromissione muscolare, che parrebbe troppo avanzata per ogni tentativo di cura – sembrano arresi; adesso, insomma, che il caso che ha commosso ma soprattutto mosso il mondo, da Papa Francesco a Donald Trump, pare volgere davvero al termine, il problema è proteggerlo. Ma non Charlie, bensì l’orso. Più precisamente, il riferimento è a KJ2, l’orsa che in Trentino, secondo le prime ricostruzioni, si è resa responsabile dell’aggressione a un uomo finito all’ospedale e che sarebbe entrata in azione, in modo del tutto simile, già nel luglio 2015.

Morale della favola: sull’orsa, ora, pendono due ordini di cattura. Che c’entra tutto questo con Charlie? C’entra, eccome. Infatti, nelle stesse ore che vedono la sorte del piccolo britannico segnata, migliaia di persone si stanno mobilitando, con petizioni on line e non solo, per intimare alla Provincia di Trento di non sfiorare l’orsa violenta. Non solo: nel fronte animalista, alcuni dubitano perfino della versione offerta dall’uomo aggredito sabato scorso, affermando che l’attuale ricostruzione avrebbe «dei lati oscuri» ed è invece probabile che l’orso abbia «cercato dapprima di dissuadere l’uomo dall’avvicinarsi, mettendo in atto tutti gli accorgimenti di dissuasione, poi avrebbe dato un avviso con un falso attacco, in quanto un vero attacco da parte di un orso avrebbe lasciato conseguenze letali».

Ma sicuro: chi può dubitare che un animale aggredisca l’uomo solo dopo aver messo educatamente «in atto tutti gli accorgimenti di dissuasione»? Battute a parte, è difficile non rimanere colpiti dalla pietà che, se da una parte viene indirizzata da alcuni a un orso responsabile di aggressioni, dall’altra non tutti provano per un essere umano reo solo, si fa per dire, di non essere sano. Un animale probabilmente colpevole rischia così, alla fine, di godere di una difesa più efficace di quella di un bambino sicuramente innocente. Negli stessi giorni e nella stessa Europa, sempre più simile a un palcoscenico dell’assurdo. Al punto che viene quasi il dubbio che Chris e Connie, per non perdere tempo prezioso per le cure del loro piccolo, avrebbero fatto meglio a far presente a tutti che eliminare Charlie avrebbe significato togliere il miglior amico a un orso. Che è di peluche, ma difficilmente l’opinione pubblica si sarebbe fermata a sottilizzare.


 

Perché James Martin sbaglia sul mondo lgbt

Dove sarebbe Gesù secondo James Martin
di Giovanni Donini
Il disorientamento tra i fedeli è ben poca cosa rispetto a quello tra i chierici, testimone il fatto che, non trovando che risposte contraddittorie da parte del clero, molti (ex) fedeli si allontanano – una prova tra le altre è piazza San Pietro sempre più vuota, oltre al numero sempre più ridotto dei praticanti – e quindi, per attirare l’attenzione, alcuni chierici si credono autorizzati a spararle sempre più grosse (con l’intento, non tanto segreto, di trovare altri bacini di utenza, visto che i cattolici non li ascoltano più).

Prendete il caso di James Martin S.J., il quale è tutto zucchero e miele con il mondo lgbtq – per motivi che anche i più sprovveduti avranno ormai capito… Costui, per sbolognare una patente di “cristianità” alle sue fumisterie gay friendly se ne esce con “Gesù oggi starebbe in mezzo ai lgbtq”. Non mi interessa qui discutere delle motivazioni addotte da costui, ammesso che ne abbia portata alcuna, poiché più che sull’autore conviene focalizzarsi sulla sua tesi. Ora, cosa possiamo dedurre dal Vangelo?
Gesù era (ed è tuttora) il compagno dei peccatori, colui che siede a tavola con pubblicani e prostitute: un passo esemplare è Mt. 9, 10-14:
Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Da supremo medico delle anime, Gesù sa perfettamente che tutti sono peccatori, tutti sono macchiati dalla malattia del peccato. Perché allora chiama qualcuno “giusto”? Se tutti sono peccatori, chi sono questi “giusti”, che Gesù dice di non essere venuto a chiamare? Semplicemente sono coloro che si ritengono tali: coloro che legalisticamente si ritengono immuni dal peccato. Mentre i peccatori sono coloro consapevoli di essere nel peccato, e che quindi sanno di non essere nel giusto.
Cristo è il salvatore degli uomini, e dunque è venuto per curare le anime e salvare dal peccato. Ma come si può salvare chi ritiene di non avere alcun peccato da scontare o da dover confessare?

Costui si ritiene giusto, e dunque non chiede nulla a Gesù, il quale, di rimando, non gli dona la salvezza: che se ne fa della redenzione cristiana chi pensa di non aver nulla da cui redimersi?
Nel mondo lgbtq non fanno altro che essere fieri del loro orientamento sessuale, delle cose che fanno, non si vergognano di nulla, tanto che arrivano a farle pubblicamente con tanto di carrozzoni e sponsorizzati dallo Stato e dalle ONG. Ritenete che costoro si sentano “peccatori”? Credete davvero che cerchino di aver a che fare con Gesù, al di là delle bestemmie che proferiscono e dei fotomontaggi che fanno con lo scopo dichiarato di offendere i cristiani, che detestano, ben consapevoli della propria impunità? Costoro pensano legalisticamente di non aver nulla da farsi perdonare, e dunque che cosa andrebbe a fare Gesù da loro? Si scuoterebbe la polvere dai piedi, e nulla più. Costoro rifiutano Cristo, rifiutano di essere meno che perfetti e immacolati, ritengono sé stessi giusti…è abbastanza perché Gesù se ne stia alla larga da loro, infatti non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.

Il Vangelo è la lieta notizia del perdono dei peccati e dell’offerta della redenzione da parte di Dio stesso, il quale accoglie il peccatore pentito, il quale riconosce il proprio peccato, e di non potersi salvare da solo. Questa verità che emerge da ogni parte del Vangelo è spesso sostituita nei discorsi (anche ecclesiali) dalla figura di un Gesù “amico degli esclusi e degli emarginati”. Ora, tenuto conto che chiunque di noi può essere escluso o emarginato da un altro gruppo sociale, e che le “categorie protette” cambiano con le mode intellettuali dei tempi – un tempo erano gli operai, poi le donne, poi i drogati, ora gli immigrati e i gay, domani chi può dirlo – un Dio che offre la sua amicizia solo alle categorie protette dal pensiero di sinistra è quantomeno una visione antievangelica. Anzi, del tutto ridicola. Cristo non è certo venuto a fare la rivoluzione proletaria/femminista/antiproibizionista/immigrazionista/gay friendly/etc. Egli è venuto come medico delle anime, non come arruffapopolo o agitatore sociale, in quanto il Suo Regno non è di questo mondo.

Gesù non si fa dettare l’agenda dalle ONG: egli è venuto per i peccatori, non per i poveri o gli emarginati in quanto tali, ma in quanto peccatori e mendicanti della Grazia e del perdono dei propri peccati: le prostitute e i pubblicani cambiavano vita per amore di Cristo, divenendo suoi fedeli e smettendo (nel caso dei pubblicani) di estorcere denaro da chi non poteva difendersi. Chiunque sa di essere peccatore ha l’amicizia, la comprensione di Dio e il Suo aiuto per salvarsi dal peccato, mettendosi alla sequela di Gesù Cristo e riconoscendolo come Salvatore. Chi si ritiene giusto, no. Perché evidentemente non ne ha bisogno, avendo già la sua ricompensa.
 

Un Campari con... Aurelio Porfiri. Due libri fra musica e attualità

Abbiamo incontrato Aurelio Porfiri, compositore di musica sacra e scrittore, reduce da due esperienze editoriali molto interessanti. Per conoscerlo meglio rimandiamo anche al sito aurelioporfiri.com.

Ha appena pubblicato due volumi, che ci può dire al riguardo?
Il primo dei due si chiama "Les deux chemins" (acquistabile qui), scritto in francese con il musicologo Jacques Viret, protestante. È un viaggio musicologico alle radici di quello che la musica è e significa. Il secondo si chiama "Oceano di fuoco", una serie di commenti ad alcune frasi del grande Divo Barsotti (acquistabile qui). Un libro che consiglio per chi vuole dare una boccata d'aria nell'asfissiante atmosfera del politically correct.

In che senso asfissiante?
Lo è in tutta la società, oramai la Chiesa è solo un cascame della decadenza della civiltà occidentale. Assistiamo alla denigrazione dell'umano, all'avvilimento del maschile, all'esaltazione dell'ambiguo.

Le sue posizioni sono spesso sembrate al di fuori di certe divisioni tra progressisti e conservatori...
Io sono per la verità essenziale. Sono un peccatore, ho le mie mancanze, proprio per questo ho bisogno di una Chiesa forte, identitaria. Credo nell'identità, credo che per rispettare le identità degli altri bisogna prima amare la propria, ama il prossimo tuo come te stesso. Prima ama te stesso, quello che sei veramente e non quello che un errato senso di autodeterminazione ti fa pensare di essere.
Per quello che riguarda conservatori e progressisti, il marcio purtroppo alberga da entrambi le parti. Ho conosciuto farabutti sia tra i seguaci di un versante che tra quelli dell'altro. Nessuna differenza. La differenza viene dalla consistenza di verità che esiste in certe posizioni piuttosto che in altre, una verità che precede e supera l'indegnità delle persone e, grazie a Dio, da loro non dipende.

Lei sembra avere posizioni forti verso la Chiesa attuale...
Io non penso che Papa Francesco sia la causa di tutti i mali, i mali vengono da lontano. Ma le cure sono state come quelle di dare ad uno con la cirrosi epatica più liquori. A Joseph Ratzinger viene attribuita questa frase: "La Chiesa sta divenendo per molti l'ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l'ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del cristianesimo". Non è forse vero? Se la Chiesa diviene un ostacolo alla fede, meglio tenersi la fede e frequentarla il minimo indispensabile.

In effetti è forte...
Un famoso scrittore cattolico ha detto: se vuoi rimanere cattolico, non frequentare troppo gli ambienti cattolici.

Nel suo libro "Les deux chemins" lei suggerisce che dopo il Rinascimento ci sia stato un decadimento spirituale nella musica...
Spirituale, si badi bene, non artistico. Chi può negare i capolavori musicali nel Barocco, nel Classicismo e via dicendo? Ma nel Rinascimento si sono toccate vette di spiritualità per me insuperate.

Eppure era un epoca in cui la Chiesa aveva la fama di essere gaudente...
E meno male! Sono arrivato ad apprezzare chi non si nasconde dietro i propri peccati in confronto alla finta purezza che va tanto di moda. Se peccavano sapevano anche che avevano bisogno di misericordia e facevano le Chiese belle, ricche di bellezza di ogni tipo. La vera arte nasce da un cuore autenticamente contrito. Oggi la Chiesa è virtuosa? Quando passo a via di Montesanto, entro nella chiesa degli Spagnoli e prego sulla tomba di Alessandro VI, che in materia di fede, a quanto dicono gli storici, fu esemplare. Gli dico: tu che fosti peccatore, insegna ad un altro peccatore a non dare un altro nome al suo peccato. L'ho preso in simpatia.

Quindi lasciavano sempre aperta una porta al bene, proprio perché avevano il senso del loro peccato...
Geminello Alvi in un suo libro dice: "Il Bene salva chiunque gli si affidi; il Male invece perde anche chi solo lo sfiori". E il male, come ci insegna Papa Francesco, è la corruzione, è quella di imporre pesi che non si riescono a portare. Uno dei mali più grandi è la bruttezza.

Ce ne è tanta...
Cito sempre un passaggio da un libro di Marcello Veneziani: "Il guaio è che la bellezza sta, invece il brutto avanza, si muove, parla, fa. La bellezza è inerte, passiva, inerme, mentre il brutto avanza, incede, si agita. La bellezza è un retaggio, un lignaggio, a volte una rovina, comunque declinata al passato o sperduta nell’antico, mentre la bruttezza è un linguaggio, un modo di fare, di intendere e di volere, tra la tecnica e l’amministrazione". Questo è il problema, gli alfieri della bruttezza hanno più mezzi.

Lei ha rilasciato pochi giorni fa un'intervista a La Fede Quotidiana sulla musica sacra, che è stata molto commentata sui social...
Ho sperimentato ancora la tolleranza di coloro che sventolano la bandiera della misericordia. Non cambio idea. Non sono un fanatico, conosco la musica leggera, l'ascoltavo da adolescente, non ho nulla con questo genere di musica. Ho composto due Musicals in cui usavo stili musicali vicini alla sensibilità mondana dei giovani. Ma so distinguere e non userei mai anche i miei pezzi "leggeri" più riusciti per la Messa. Mi hanno attaccato sugli strumenti musicali, sulla chitarra. Rispetto le opinioni degli altri quando sono esposte con garbo. Se non lo sono, ci sono leggi che proteggono dalla diffamazione.
 

L'ombra del post-umano sul piccolo Charlie


di Paolo Barale

Da pochi giorni Charlie Gard e i suoi genitori sono cittadini americani. Così il Congresso degli Stati Uniti d'America ha deciso di stupire il mondo. È l'ennesimo colpo di scena, dopo l'incredibile mobilitazione di popolo, gli interventi del Papa e di Trump, che mostra l'entità della battaglia in corso tra nazioni, tra due sistemi sanitari, tra le eccellenze della ricerca e diverse idee sulla bioetica, sul diritto dei singoli.

La cittadinanza non poteva arrivare in un momento più significativo di questo, dato che per i Gard è stata una settimana cruciale. Il giudice dell'alta corte britannica, Nicolas Francis, colui che dovrà stabilire se il piccolo potrà andare oppure no negli Usa, per nuove cure, ha individuato tre passaggi prima di esprimere il verdetto finale, il quale non arriverà prima del 24 luglio.

Il primo di questi è avvenuto lunedì scorso. È arrivato a Londra, con dati nuovi e incoraggianti per i Gard, il dottor Michio Hirano, direttore del dipartimento di malattie neuromuscolari del centro medico università Columbia di New York, invitato dallo stesso giudice, dopo essersi confrontati in video conferenza giovedì 12 luglio. A fianco del dottor Hirano vi era anche Enrico Bertini, medico proveniente dal Bambino Gesù, uno degli ospedali che si sono messi a disposizione per accogliere Charlie. Successivamente, i medici del Great Ormond Street Hospital hanno tenuto il consulto tecnico-scientifico con lo specialista americano. Durante tale incontro ha partecipato anche la mamma del piccolo, Connie Yates, dopo che il legale della famiglia, Grant Armstrong ha fatto valere il diritto dei genitori a rimanere vicini al figlio, contro l'ingiusta opposizione dei medici, che non volevano la loro partecipazione. Infine, il terzo passaggio è avvenuto quando i genitori e i medici hanno definito i testimoni da ascoltare nell'udienza finale, che dovrebbe tenersi tra il 24 e il 25 venturi.

Che cosa è emerso? Nonostante il dottor Hirano insista sulla possibilità di un miglioramento per Charlie, grazie a un nuovo farmaco, i medici inglesi continuano a sostenere che per Charlie non esiste speranza e che continuare a fornirgli cure è accanimento terapeutico. Niente di più falso, giacché i motivi per continuare a sperare ci sono e prendersi cura della vita umana, soprattutto quando è debole, esentandola dal calcolo eugentico costi-benefici, come stanno facendo mamma Connie e papà Chris, e i molti loro amici, è civiltà. Quello dei medici del Great Ormond è “accanimento”, come quello del giudice Nicolas Francis e dei 4 gradi di giudizio, tre in UK, uno della Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo, che attraverso verdetti hanno dato ragione ai medici in questione. Per il momento bloccati, merito di 'leoni' quali sono i coniugi Gard e della mobilitazione internazionale a favore della vita del loro piccolo.

Un accanimento ottuso contro il mistero della vita. Contro la possibilità che la vita, anche quella segnata dalla malattia, possa essere più forte di qualsiasi previsione tecnico-scientifica; di qualsiasi schema razionalistico. Accanimento che mostra tutta la sua intolleranza al favor vitae quando diviene la domanda che il giudice Francis ha rivolto ai genitori di Charlie: “Perché volete che vostro figlio viva?”

Come è già stato detto su autorevoli testate, come Tempi, La Verità, La Nuova Bussola Quotidiana, Vita Diocesana Pinerolese, sul sito della fondazione Europa Popolare e anche sulle colonne di questo piccolo ma vitale blog – e continuare a ribadirlo è usare bene il proprio tempo – la battaglia per Charlie è una battaglia per tutti, cattolici e non, purché non abbiano paraocchi ideologici; per me che scrivo, per voi che leggete, poiché prima o poi ci troveremo anche noi in una situazione delicata, in cui avremo bisogno di tenerezza e amore; per tutti coloro che sono malati, piccoli e grandi.

Per questo la Federazione Uniamo la sentenza sul bimbo inglese “segna fortemente il destino di tutti i piccoli” che nascono con patologie rare e complesse. Ed evidenzia come le malattie mitocondriali siano “molto poco conosciute e imprevedibili”. Ma la decisione di “porre fine alle sofferenze” di Charlie non tiene conto delle sue pur flebili possibilità offerte dalla ricerca in un campo ancora tutto da esplorare come quello delle malattie rare. Di fatti la Federazione italiana malattie rare ha fatto sapere di recente: “Molti bimbi con stessa malattia sono migliorati oltre ogni aspettativa medica”. E così, si può sottolineare, con maggior ragione, che il bimbo è intubato da più di dieci mesi: se soffrisse, il corpo non avrebbe già ceduto? Ma giudici e medici preferiscono altre domande, purtroppo; così oltre a non prendere in considerazione quanto riportato, si mostrano restii ad affidare Charlie agli ospedali, come il Bambino Gesù, che lo vorrebbero ospitare; anche se i suoi genitori sono in grado di badare a qualsiasi spesa per trasporto e cure, grazie alle tante donazioni ricevute: più di un milione di sterline, da oltre 85.000 sostenitori.

I Gard sono praticamente in ostaggio. Tale problema dimostra che qui, prima ancora che di scontro tra pro life e sostenitori dell'eutanasia, tra laici e cattolici, ancor prima della fiducia che si può avere o no nelle cure, si vede l'assurdità che si genera quando a tutti i costi, si diceva “accanimento ottuso”, si vogliono applicare rigorose procedure tecniche all'insondabile mistero della vita. La salute precaria del piccolo, sebbene presenti possibilità di miglioramento, non supera un certo test tecnico-scientifico, dei nuovi spartani/nazisti. Come se la scienza possa avere sempre l'ultima parola su tutto. Terribile!

Di conseguenza va in scena, sia nell'aula dell'alta corte britannica, sia nelle sale del Great Ormond, la tirannia della tecnoscienza, che fa credere a chi la impone, medici magistrati politici proprietari di multinazionali (per esempio, Facebook, Google, Microsoft), di essere demiurghi, divinità. Ecco il postumano che avanza. Per capire bene, si legga cosa asserisce il filosofo Vittorio Possenti all'interno della sua opera 'La rivoluzione biopolitica. La fatale alleanza tra materialismo e tecnica' (pagg. 130-132): “L'innegabile tendenza della tecnoscienza a pensarsi come un potere universale che si impone dovrebbe renderci ancora più attenti a che non venga minacciata la realtà stessa della società politica quale comunità di liberi ed eguali, regolata da diritto e giustizia, e che non prevalga al suo posto una nuova forma di assolutismo: quello tecnoscientifico, la biocrazia di Comte, intesa come dominio sulla vita e insieme dominio dei tecnoscienziati sulla società”. E poi l'autore afferma ancora: “Il rischio maggiore che la tecnoscienza presenta è di naturalizzare integralmente l'uomo, considerandolo infine un mero oggetto. Se la tecnica non può né trasformare l'essenza umana, né produrre la persona, può però trattare l'uomo come un oggetto naturale, e questo dipende dall'uomo stesso, non da supposte intenzioni della tecnica. Quando ciò accade, siamo molto oltre il progetto di Bacone secondo cui scienza e tecnica andavano intese come un aiuto fondamentale di ordine redentivo-restaurativo: “In seguito al peccato originale, l'uomo decadde dal suo stato e dal suo dominio sulle cose create. Ma entrambe le cose si possono recuperare, almeno in parte, in questa vita. La prima mediante la religione e la fede, la seconda mediante le tecniche e le scienze” (Bacone, Novume Organum, L. II, paragrafo 52). Oggi lo strumento di redenzione è divenuto padrone e la tecnica si è emancipata dalla religione. L'ideologia della tecnica favorisce tale distacco, come indicato nel mito di Prometeo. Questi, rubando il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini, dà inizio all'interpretazione ideologica della tecnica come hybris antidivina. La connessione tra conoscenza e potere è andata oltre quanto preconizzato da Bacone. La democrazia costituzionale e rappresentativa è oggi chiamata a confrontarsi con un potere assolutamente non rappresentativo quale è quello della tecnoscienza, che non nasce da un'elezione”.
Prima accettiamo le parole pronunciate dal professor Possenti e meglio è per tutti noi, e sopratutto per Charlie Gard e i tanti bisognosi di amore e di cure. D'altronde, il grado di civiltà di una nazione si giudica proprio da come in essa vengono trattati i più deboli.
Per prendere sul serio le parole del filosofo e contrastare i pericoli da lui sottolineati, occorrono gesti ricchi d'amore ragione e di sana dissidenza: il prendersi cura della vita umana, sopratutto quando è debole, esentandola dal calcolo eugenetico costi-benefici, come stanno facendo mamma Connie e papà Chris Gard, e i molti loro amici, tra questi Papa Francesco e Trump è civiltà, altro che accanimento terapeutico!

Ovviamente, non si deve perdere la Speranza.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/07/obice-lombra-del-post-umano-sul-piccolo.html

 

24 luglio 2017

L’urgenza di parole proibite


di Giuliano Guzzo

Nel leggere l’intervento del responsabile HuffPost Queer Voices, che – a commento dalle polemiche per la pubblicazione della Guida al sesso anale su Teen Vogue – ha sostenuto che «tutti i teenager, Lgbtq e non, dovrebbero essere informati sul sesso anale», mi sono chiesto: come rispondere? Non tanto a costui, evidentemente, dal momento dubito esistano argomenti convincenti per chi arriva quasi a tessere l’apologia di prenderlo in quel posto, bensì a una cultura tanto disorientata e orfana di valori quale la nostra, giorno dopo giorno, si dimostra di essere. Come replicare, dunque, a tanto vuoto?

La sola risposta che sono arrivato a darmi, in realtà, è piuttosto elementare: si tratta di tornare a educare. Per farlo è tuttavia necessario, prima, ricuperare quegli strumenti formativi indispensabili che, ultimamente, suonano più anacronistici che mai. Mi riferisco a quelle parole oggi sconvenienti, declassate quasi a parolacce, al punto che gli stessi educatori vintage le maneggiano timorosi: «fedeltà», «indissolubilità», «onore», «dignità», «purezza»,«ordine», «responsabilità», «castità», «sacrificio», «pudore», «dono». Tutti termini – ma pure princìpii – che secondo me dobbiamo tornare urgentemente a spolverare. Con coraggio, chiaramente.

Ma anche con la convinzione che, se da una parte agli esaltatori della pratica anale dette parole sortiranno probabilmente poco effetto, dall’altra faranno comunque un gran bene a quella parte di società – che tutt’ora è la grandissima parte – la quale, pur avvertendo il fetore dilagante, tentenna non sapendo come cavarsela e da dove ricominciare. E non si rende conto che il primo passo per sovvertire il regno del politicamente corretto e arrestare un surreale ma quotidiano processo di degrado, sta proprio nella riscoperta delle vituperate parolacce. Meglio difatti sembrare fuori dal mondo per avere ancora certi valori, che essere fuori di testa per non averli più.

https://giulianoguzzo.com/2017/07/23/lurgenza-di-parole-proibite/

 

Ci salverà una reale spiritualità cattolica!

L’Isola di San Giulio, madre Cànopi e le domande ineludibili


di Samuele Pinna
Durante il penultimo conclave Giacomo Biffi era intervenuto, come tutti i porporati, con il tentativo di rincuorare il nuovo pontefice dinnanzi alle sfide e alle responsabilità che lo attendevano.

Aveva, poi, citato – con la sua tipica raffinata ironia – una striscia del fumetto di Mafalda: «“Ho capito – diceva quella terribile e acuta ragazzina –; il mondo è pieno di problemologi, ma scarseggiano i soluzionologi”» ( Memorie e digressioni di un italiano cardinale, p. 631).

Oltre all’ilarità che inevitabilmente deve aver ingenerato nel collegio cardinalizio, la frase si presta a seria riflessione. Cosa può salvare questo mondo così contraddittorio? In cosa si devono impegnare coloro che si dicono figli di Dio e della Chiesa? Dove rileggere la tangibile salvezza portata da Gesù Cristo? Domande, queste, impegnative e insieme ineludibili. Citando Dostoevskij, Giovanni Paolo II in una lettera indirizzata agli artisti era persuaso che «la bellezza salverà il mondo», perché «la bellezza – scrive il santo Papa – è in un certo senso l’espressione visibile del bene, come il bene è la condizione metafisica della bellezza» (4 aprile 1999). Più prosaicamente, nel 2010, Ermanno Olmi – a motivo della consegna del David di Donatello alla carriera a Bud Spencer e Terence Hill – ha scritto «che a salvare il mondo non sarà soltanto la cultura, e neppure la bellezza, che pure è una piacevolissima opportunità, ma che potremo davvero scampare al declino di civiltà se sapremo praticare la strada maestra della gioia».

Pochi giorni fa mi sono recato all’Isola di San Giulio sul lago Orta dove vive una nutrita comunità di monache benedettine (una settantina) capitanate dalla madre Anna Maria Cànopi, molto conosciuta fuori dalle mura del monastero a motivo dei suoi libri di altissima spiritualità cristiana. Mi trovavo in quei luoghi ameni perché ho accompagnato una persona che, dopo un serio discernimento, ha iniziato il cammino oblativo presso quella comunità. Era un passaggio e un arrivederci: quell’anima era ora affidata a una madre figlia di san Benedetto per proseguire il suo cammino di santità. Per me che l’ho diretta c’era tanta gioia spirituale nel vedere la grazia che lavora anche e nonostante le nostre incapacità di guida e ci fa accompagnatori di vite, dove non sai mai quanto aiuto stai realmente dando a chi si è affidato a te ma riconosci la grazia e un disegno più grande e fantasioso.

L’Isola di San Giulio è ora un posto suggestivo, ma quando le prime monache vi arrivarono nel 1973 si trovarono davanti a un posto desolante e desolato. Si trattava dell’antico Seminario ormai abbandonato da tempo. Ma si sa, i monaci, nei luoghi in cui arrivano, abbelliscono o bonificano il territorio: e allora oggi si può vedere qualcosa di splendido laddove prima, per tanto tempo, sembrava regnare solo l’abbandono.
Tra i regali vissuti, l’incontro con la Madre badessa è ciò che mi ha molto arricchito e mi ha fatto riflettere su una possibile risposta alle domande succitate. Durante il delizioso colloquio mi è parso, quel giorno, di essermi trovato dinnanzi a una persona santa. Una donna di grande profondità spirituale, con uno sguardo umanissimo eppure così decisamente sciolto nel divino, lei che ha detto con verità che «tutte le situazioni in cui veniamo a trovarci durante la nostra esistenza sono quelle che il Padre ha predisposto per dipingere in noi l’icona di Colui che è il Santo, il Figlio eletto, prediletto e amato». Quale vigore in una donnina anziana di età eppure così giovane nello sguardo e nel cuore, all’apparenza fragile ma in realtà (di un realismo “caravaggesco”, direi) tenace e forte come una vecchia quercia profondamente radicata nel terreno solido (della fede) e dalle fronde alte e possenti (vicine a Dio). Un’oretta di colloquio volato via e interrotto solo per andare in chiesa a recitare l’Ora Sesta.

Di là dall’esperienza personale toccante, mi è sembrato di incontrare una persona che con la sua vita può in qualche modo rispondere, risolvendole, alle domande di cui sopra. La bellezza che rimanda al più bello tra i figli dell’uomo, la gioia «come condivisione di sentimenti di pace – è ancora Olmi a parlare –, poiché una bella, raffinata e onesta risata è anch’essa a pieno titolo opera d’arte, che fa bene allo spirito, e alla cultura e anche alla salute», sono strade per la salvezza. Queste e altre vie, però, possono essere tenute insieme solo da una autentica spiritualità cristiana: abbiamo necessità di abbandonare l’uomo psichico, secondo la distinzione di san Paolo, e riscoprire quello pneumatico. Dobbiamo farci avvolgere dallo Spirito, così che infiammi il nostro cuore e ci dia la capacità di vedere la realtà come il Padre e di agire come il Figlio. Il nostro mondo, oramai così stanco di guardare in alto, si è dimenticato della potenza della grazia (forse anche molti battezzati sono dimentichi di ciò).

Abbiamo vòlto il nostro interesse altrove, il nostro affanno non ha posa e la ricerca risulta sempre inconcludente. E allora c’è divisione, incomprensione, egoismo: incapacità di assumere le responsabilità (che possono essere anche gravami ma che rendono più saporosa la vita), difficoltà di accettare la sofferenza, che invero colpisce ogni uomo. «Poiché l’essere uno con Cristo – ha scritto Edith Stein – è la nostra beatificazione sulla terra, l’amore per la croce non è affatto in contraddizione con la gioia del nostro essere figli di Dio. Dare il nostro contributo a portare la croce di Cristo è fonte di una letizia forte e pura» ( Alcune riflessioni per la festa di san Giovanni della Croce, p. 278). E madre Cànopi, soffermandosi su queste parole, rileva come «la gente di ogni parte del mondo oggi cerca la soluzione del problema umano nel progresso scientifico e nel benessere, nel successo politico, professionale e nell’immediata soddisfazione dei bisogni e delle passioni. Accade perciò che, mentre ciascuno invano cerca di difendersi egoisticamente dal sacrificio e dal dolore, in realtà provoca situazioni di inaudita sofferenza a se stesso e agli altri» (Lettera a Edith Stein, pp. 30-31). È la parola della Croce, predicata con fierezza e veemenza dall’Apostolo, che permette di amare in modo vero: «soffrire – scrive ancora santa Teresa Benedetta della Croce – e nella sofferenza essere beati; stare sulla terra e tuttavia sedere in trono con Cristo alla destra del Padre; piangere e ridere con i figli di questo mondo e cantare senza posa la lode di Dio con i cori degli angeli, questa è la vita dei cristiani, fino a che sorga l’alba dell’eternità» (p. 279).
Tutti abbiamo necessità di riscoprire un’autentica spiritualità, nessuno escluso, perché l’uomo, tutto l’uomo nella sua integrità (spirito, anima e corpo), possa essere di Cristo. «Lo Spirito Santo – ha affermato ancora madre Cànopi – vivifica, santifica, trasforma, divinizza, è la forza dell’amore che sempre crea, sempre rinnova, è la fiamma divina che pervade tutte le creature, e specialmente il cuore dei credenti».

Sì, soltanto una reale spiritualità cattolica, fatta di bello, di bene e di verità, salverà il mondo già redento dal prezioso sangue della Croce!
 

Il riassunto del lunedì. Un'allegra Compagnia

di Francesco Filipazzi

Padre Sosa. Ospite fisso dei nostri appuntamenti settimanali, se il generale dei Gesuiti non ci fosse si dovrebbe inventarlo. Con il suo baffo sbarazzino, le sue dichiarazioni strampalate e le azioni avventate ha ormai conquistato il cuore di tutto il cattolicesimo tradizionale. Ormai gli vogliamo bene e guai a chi ce lo tocca. Oggi parliamo di lui perché si è fatto beccare con le mani nel sacco. E' andato a pregare con dei monaci buddhisti. Qualcuno è rimasto sconcertato, altri vedono il bicchiere mezzo pieno: almeno stava zitto!

Benedetto su Meisner. Nelle parole di Benedetto su Meisner, riguardo la Chiesa affondante, più di un osservatore (non quello romano, che al posto di parlare di Sosa attacca i cattolici decenti, per fortuna non lo legge nessuno) aveva letto un riferimento alla realtà attuale. Ovviamente a smentire tutto ci ha pensato il solito mons. Ganswein, che sarà messo a capo di un nuovo Dicastero delle Smentite, che ormai appare necessario.

Coro di Ratisbona. Rimanendo in Germania, proprio poche ore dopo le dichiarazioni ratzingeriane su Meisner, è esploso un disastro. La solita vecchia storia su abusi e violenze nel coro di Ratisbona, di cui è stato direttore per un lungo periodo il fratello di Ratzinger, è deflagrata sui giornali, facendo intendere accuse sottotraccia anche a Muller. Come abbiamo dimostrato sulle nostre pagine, ma come hanno scritto anche altri, è tutta una storia confezionata ad arte. Ma a quanto pare l'alleanza fra gli alti prelati progressisti e i media laicisti aveva la bomba già pronta per cercare di liberarsi di Ratzinger. Fa specie che fra gli araldi dell'accusa ci sia gente come Paolo Rodari, ora a Repubblica, che conosce benissimo queste strategie, dato che ci ha scritto un libro con Tornielli, all'epoca per difendere Benedetto stesso. Come si cambia per non morire, insomma.

Cardinale Muller. Dopo la supposta di misericordina, il cardinale Muller mantiene comunque un basso profilo. Ha rilasciato un'intervista dal sapore di DC al Foglio, nel quale nega pervicacemente ogni contrapposizione con il Santo Padre e all'interno della Chiesa. Se lo dice lui ci crediamo, quelli silurati non siamo mica noi.

Campari&Martini. Tornando un attimo ai gesuiti, è saltata fuori l'indiscrezione secondo la quale il cardinal Martini nel conclave 2005 abbia deciso di convogliare la sua influenza su Ratzinger, perché c'era il rischio che un Bergoglio papa avrebbe rovinato l'immagine dell'ordine. Il cardinale di Milano era disposto a boicottare tutto uscendo. Poverino. Chissà cosa direbbe vedendo i padri Sosa, Spadaro e Martin balzare agli onori delle cronache.

A proposito di Spadaro. Il direttore di Civiltà Cattolica ha scritto un articolo nel quale denuncia un'alleanza fondamentalista fra Evangelici e Cattolici, in nome della vita. Forse preferisce una collaborazione in nome della morte? Altrove la stanno organizzando. Fatto sta che qualcuno deve essere nervoso, se arriva ad essere così surreale. L'articolo è stato accolto da un coro di pernacchie generalizzate. Probabilmente dopo questa, la rivista si chiamerà Amenità Cattolica.

Padre Martin. Ok, alla fine dell'anno manderemo un panettone alla Compagnia di Gesù perché questo riassunto del lunedì ormai ce lo tengono in piedi loro. Però ci tocca parlare ancora di Padre Martin SJ, che avrebbe detto "se oggi Gesù fosse qui, sarebbe fra gli omosessuali". Io sono convinto che Martin voglia comunicarci qualcosa. Resta da capire cosa.

 

23 luglio 2017

Una Spada per la Vita


di Giuliano Guzzo

Se sono ancora in tempo, ma credo di sì, avrei una lettura estiva da suggerirvi. Si tratta di Una spada per la vita (IperUrania 2017, pp. 138), l’ultimo libro di Emiliano Fumaneri, firma del quotidiano La Croce, grande studioso di Gustave Thibon già autore de Le nuove lettere di Berlicche. Ebbene, Fumaneri è tornato, proprio in questi giorni, con un nuovo libro che vi consiglio per un motivo molto semplice: è un volume profondo, ricco di stimoli e pensieri splendidamente controcorrente. Molto di più, dunque, di una raccolta di «scritti “di battaglia”», come l’Autore sostiene nell’introduzione di un libro che ha il grande merito, fra l’altro, di condensare in un numero non infinito di pagine indovinate e vibranti critiche alla cultura dominante.

Dal romanticismo biopolitico di Michela Marzano alla gnosi spermofoba rappresentata da Nichi Vendola, dal catarismo di Guido Ceronetti alla ripresentazione delle idee di Michel Foucault, «intellettuale sradicato che andava predicando la “morte dell’uomo”», molta dell’impalcatura del pensiero unico – quando avrete ultimato la lettura di Una spada per la vita – vi apparirà per quello che è: grande erudizione povera di argomentazione, marmellata neppure tanto dolce, pensiero che sconfina nel non pensiero. Sarà uno smascheramento, però, non livoroso. Fumaneri non è infatti tipo da provocazioni né da attacchi personali – lo dico perché lo leggo e perché ho il piacere di conoscerlo –, no: ciò che lo anima non è odio, bensì la preoccupazione per un fatto.

Il fatto è che oggi, scrive, «assistiamo solo al tentativo di sovvertire la concezione di famiglia. Anche la nozione stessa di essere umano risulta sempre più indefinita e indefinibile» (p.106). Una minaccia antropologica per non dire apocalittica, dunque, alla quale urge reagire da uomini e da cristiani riscoprendo la «dimensione belligerante della vita apostolica» (Papa Francesco dixit). A tale chiamata alle armi – insiste l’Autore – non si può che rispondere con una riscoperta che non è tanto e solo quella della ragione, bensì quella della virilità cristiana e della spiritualità guerriera, tema caro a Fumaneri il quale lo recupera dall’amato Thibon e da Fabrice Hadjadj, riproponendolo come medicina senza la quale, sia nel dibattito culturale dominato dal laicismo sia nel confronto con la minaccia islamista, i cristiani sono destinati a soccombere.

Di qui la necessità – in particolare per il mondo cattolico, cui Una spada per la vita è indirizzato – da una parte di evitare una sindrome da assedio che prima che poco utile è anche poco cattolica, e, dall’altra, di smetterla con la tendenza, scrive coraggiosamente Fumaneri, di un «cattolicesimo troppo femminilizzato», esaltatore della «la mistica del lievito a discapito della parabola della lampada che Cristo esorta a non mettere sotto il moggio» (p.133). Una chiamata alle armi, insomma, non violenta ma neppure farlocca, seria, finalizzata al recupero di un rapporto armonioso dell’uomo con se stesso, con Dio e col prossimo. In tempi di “pensiero pensato” e conformismo delle menti, un libro così profuma quindi di “pensiero pensante”. Ed è per questo che, nella vostra biblioteca, non può proprio mancare.


 

Padre Sosa & co: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei


di Giorgio Enrico Cavallo

Passi il figlio di papà che parte e va in India per sei mesi in cerca del suo kharma. Passi la studentessa universitaria che, come regalo di laurea, parte e va in Africa a cercare le origini, il contatto con la Madre Terra, la tribalità e i tamburi davanti al fuoco. Passi anche il cattolico che era cattolico ma che non ci credeva poi molto e che pensa che tutte le religioni in fondo siano uguali e che la mattina fa il saluto al sole perché così gli ha detto il suo life coach. Passino tutti costoro. Ma che a pregare Buddha o i mille dèi indiani siano i sacerdoti cattolici, quello no, non può passare
L’ultimo fatto di cronaca lo conosciamo bene: padre Sosa, il “papa nero” dei gesuiti, è stato sgamato a pregare con i buddisti. A dirla tutta, dalla foto che circola in rete sembrava un po’ perplesso anche lui: insomma, attorno a sé aveva gente che credeva in qualcosa. Lui, che ha bisogno di un registratore per credere alla parola di Dio, forse si stava domandando perché tutti quei monaci pregassero con convinzione. Ma come? Loro non avevano un registratore? Boh. E non dubitano manco un po’? Boh. E se il Buddha fosse solo una figura simbolica? Come il demonio, d’altronde? Boh. Quelli lì vestiti di arancione ci credono davvero, e questa convinzione deve aver spiazzato un po’ il generale dei gesuiti.
Che poi il baffo più famoso della Compagnia di Gesù non è nemmeno l’unico uomo di Chiesa che ha dimostrato simpatie più o meno marcate per altre religioni, filosofie e pensieri antitetici al cattolicesimo. Uno tra tutti, il cardinal Ravasi, sgamato anche lui mentre partecipa ad una danza rituale in onore della Pacha Mama, la dea terra sudamericana. Voi direte che è per avvicinare Cristo a chi non lo conosce. Pensatela come vi pare, eh, ma chi scrive dubita molto che gente incapace di trasmettere Cristo agli stessi cristiani sia capace di portarlo ai non credenti. E poi, come porterebbe la Parola di Dio ad un cambogiano? Pregando Buddha? Chi ci capisce è bravo; non è sminuendo le verità di fede che il mondo troverà la fede. Puntare al ribasso non porta alcun risultato positivo; anzi, porta il risultato opposto a quello sperato, perché il sincretismo religioso porta in dote l’ateismo. In fondo, se tutto va bene e un cattolico può pregare Maometto o la dea Khalì, perché andare a Messa in chiesa?
Il problema è sempre lo stesso che si trascina dal Concilio Vaticano II: a furia di abbassare il livello dei ragionamenti, si finisce per non trasmettere alcun messaggio. I risultati si vedono: questa diluizione del cattolicesimo, questa omeopatia della fede, non ha riportato a casa le pecorelle smarrite; anzi, le ha fatte smarrire ancora di più, mentre quelle che erano nell’ovile sono fuggite in gran numero. Per andare dove? Per andare, magari, da quei monaci aranciovestiti che ci credono davvero. È comprensibile che i cristiani se ne vadano a cercare il kharma in India o nel Laos. È comprensibile, perché il cattolicesimo ha smesso di fornire risposte efficaci. Le altre religioni, invece, sì. E non è che siano tutte più comprensibili del cristianesimo, che con i suoi dogmi e i suoi precetti ha un po’ stancato noialtri occidentali. L’Islam, il Buddhismo o il Confucianesimo sono forse più chiari? Hanno rituali più semplici? I loro sacerdoti sono forse più alla mano dei nostri arcigni pretacci? No, semplicemente quelle religioni sono rimaste fedeli a loro stesse; cosa che non si può dire del cattolicesimo.
Ma rallegriamoci, in fondo: un padre Sosa che va a pregare con i buddisti rivela perfettamente ciò in cui crede. L’antico adagio funziona perfettamente: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Ora che lo abbiamo scoperto, possiamo augurargli ogni bene, come già ha fatto il buon Blondet. Tra i buddisti si troverà bene. Noialtri, invece, preghiamo perché la gerarchia ecclesiastica la smetta di scimmiottare le altre religioni e ritorni ad essere la Chiesa Cattolica. Non la Chiesa Buddista.
 

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: Il cervo e Sant'Eustachio (Parte LII)


di Alfredo Incollingo

Durante l'impero di Traiano i romani erano duramente impegnati nella guerra contro i i Parti, in Oriente. I nemici era ostici da sconfiggere, ma l'imperatore aveva dalla sua parte un valoroso generale, Placido, che aveva ottenuto strepitose vittorie. Questo nobile romano era un persecutore di cristiani, acerrimo avversario di Cristo, eppure soventemente faceva opere di carità. Durante una battuta di caccia, inseguì forsennatamente un cervo, che gli sfuggiva continuamente. L'animale nella corsa si ritrovò al principio di un burrone e, senza via di scampo, si voltò verso Placido. L'uomo a quel punto vide tra le sue corna una croce e il cervo iniziò a parlare: “Placido, perché mi perseguiti? Io sono Gesù che tu onori senza sapere”. Impaurito il generale tornò a casa e raccontò tutto alla moglie, la quale gli narrò uno strano sogno: un uomo le avrebbe predetto che si sarebbe recata con il marito da lui. Fu così che l'intera famiglia si presentò dal vescovo e si fecero battezzare. Placido cambiò il nome in “Eustachio”, che vuol dire “che da buone spighe”, in riferimento alla sua conversione al cristianesimo e alla sua generosa carità. Dio volle mettere alla prova la sua fede e, come Giobbe, lo allontanò dalla famiglia per anni, senza averi e onori. Il generale non bestemmiò mai il Suo nome né maledisse la Provvidenza, ma anzi perseverava nella fede e nella preghiera, conscio che Dio lo avrebbe salvato. Fu così che Eustachio poté abbracciare di nuovo la sua famiglia e fu richiamato alle armi in Germania. Era un generale vittorioso e riuscì a spiazzare i barbari, ricevendo grandi elogi dall'imperatore Adriano. Quando si recò dal principe per ricevere i tributi, rivelò di essere cristiano e per tale ragione fu arrestato e torturato insieme ai suoi familiari. Fu condannato a morte, ma le belve del Colosseo non li toccarono. Spettò loro una morte atroce: furono arroventati all'interno di un bue di bronzo. Nell'omonimo Rione del centro storico di Roma si trova una basilica che ricorda il santo martire. Risale al X – XI secolo e probabilmente fu costruita nel luogo dove sorgeva la dimora di Eustachio. In cima, sul tetto, la croce che sormonta solitamente le chiese e le basiliche è posta tra un paio di corna, a ricordo della conversione di Sant'Eustachio.
Il viaggio continua.


 

22 luglio 2017

Intervista al presidente di Scienza & Vita: Il “miglior interesse” di Charlie

di Daniele Barale
Da settimane stiamo assistendo ad un vero miracolo. La grande mobilitazione per il bene di Charlie Gard, che da due settimane sta bloccando il delirio di onnipotenza dei giudici della Corte Suprema Britannica, CEDU e dei medici del Great Ormond Hospital, i quali giocano a fare i “demiurghi” contro il piccolo e i suoi genitori. Nel mentre si è potuto anche leggere sul giornale Avvenire un commento al vetriolo del presidente dell'istituto Luca Coscioni, rivolto loro.

Per approfondire meglio tutto ciò, abbiamo contattato Alberto Gambino, presidente dell'Associazione Scienza & Vita - che trae la sua origine da quella dell’omonimo Comitato che è stato protagonista, dal febbraio al giugno del 2005, dei referendum sulla legge 40 -. Inoltre, Gambino è professore ordinario di Diritto privato, docente di Filosofia del diritto nella Facoltà di Giurisprudenza e Direttore del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università Europea di Roma; Avvocato civilista (dal 1996).


Come giudica le dichiarazioni su Avvenire di Maria Antonietta Farina Coscioni, presidente dell'istituto Luca Coscioni?

Sono dichiarazioni che mescolano tre situazioni molto diverse: il caso Charlie, il caso Englaro e l'obbligo di vaccinazione. Mettere queste tre vicende sullo stesso piano è fallace. Nel caso Charlie siamo davanti ad una richiesta da parte dei medici di interruzione del presidio vitale, ratificata dai giudici. Nel caso Englaro, la richiesta proveniva dal tutore che era anche il padre. Per i vaccini si tratta di un rifiuto di trattamento sanitario obbligatorio. Sono tre situazioni che corrispondono a principi diversi, rispettivamente: una presunta sproporzione della cura; un testamento biologico presunto; un illegittimo rifiuto a trattamento obbligatorio. Metterle insieme significa fare confusione, forse con intenti strumentali.

I genitori di Charlie Gard sono davvero egoisti, perché vogliono tutelare il proprio figlio contro le sentenze dei tribunali e le scelte dei medici?

Affermare che i genitori di Charlie sono "inconsapevolmente" (la sig.ra Coscioni mitiga così il suo giudizio) egoisti ritengo non sia né corretto, né rispettoso. Comunque, risponderei con le parole di Papa Francesco: "Chi sono io per giudicare?".

Che giudizio dà alla scelta del direttore Tarquinio di ospitare sul quotidiano Cei quel commento? Chiedo visto che ha provocato diverse polemiche.

Aldilà dei motivi per cui è stato dato spazio alla signora Coscioni, constato che la risposta del direttore di Avvenire è stata ferma e completa.

Qual è il giudizio di Scienza & Vita su quanto sta accadendo al piccolo Charlie: la sua situazione configura realmente un caso di accanimento terapeutico?

Il giudizio di Scienza & Vita è stato ufficialmente espresso in un Comunicato dove si esprime dissenso con la decisione dei medici, avallata dai giudici inglesi e dalla Corte Europea per i Diritti Umani. Charlie non è un malato terminale, né – a quanto è dato capire – ventilazione, nutrizione e idratazione artificiali sono per lui tanto gravose da consigliarne la sospensione.

Perché, allora, un bimbo gravemente malato, pur avviato ad un esito infausto, dovrebbe essere fatto morire in anticipo sottraendo presidi vitali indispensabili? La giustificazione della irrevocabile sentenza di morte che ha colpito Charlie è che questo sarebbe il suo “miglior interesse”.

Si intravede, dietro questa decisione, un atteggiamento mentale che sta inquinando alle radici la pratica medica, le legislazioni e il sentire diffuso: l'idea che gli esseri umani con bassa qualità di vita abbiano una dignità e un valore inferiore agli altri e che sia irragionevole sprecare per essi preziose risorse che potrebbero essere destinate altrove. È la cultura dello scarto di cui il caso Charlie è diventato tragico simbolo.

Il caso creatosi attorno Charlie Gard suggerisce a noi italiani di non abbassare la guardia di fronte alle DAT? Se sì, per quale motivo?

In effetti dobbiamo fare molta attenzione a quanto sta accadendo in Parlamento: quanto deciso dai giudici della Cedu è esattamente ciò che avverrà anche in Italia con l’applicazione della legge sul biotestamento.

Nell'attuale versione che sta per essere approvata definitivamente dal Senato si è scritto infatti che nel caso di paziente con ‘prognosi infausta a breve termine’ il medico ‘deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure’, ma ostinazione e irragionevolezza sono parametri, ambigui e soggettivi che, in realtà, si possono giudicare solo dopo un tentativo di cura, non prima.

Ritenere, invece, che il medico, in queste situazioni, debba sempre astenersi dalla cura significa che lo deve fare anche contro la volontà del paziente e dei familiari. Tutto questo implicherà, inoltre, che se non si precisano questi termini in modo più rigoroso, ci sarà una evidente deresponsabilizzazione dei sanitari e una spinta verso l’abbandono terapeutico, per di più in un quadro strutturale di una sanità attanagliata dall'esigenza del risparmio dei costi e, dunque, talvolta incline a fare ciniche scelte efficentiste.

Tratto da La Baionetta
 

San Francesco antimoderno

di Alfredo Incollingo
La Chiesa Cattolica post-conciliare e, molto prima, i più astiosi critici del cattolicesimo hanno riscritto la biografia di San Francesco d’Assisi. Lo scopo è evidente: era necessario (e lo è ancora) presentare un uomo di Dio ribelle all’autorità, ai dogmi e per giunta animalista, ecologista e pacifista. Ridisegnando il volto di uno dei santi più popolari della Chiesa Cattolica, sarebbe stato più facile aprire il cattolicesimo alla modernità.

Un libro rivelatore
Più che di “rivelazione”, si dovrebbe parlare di “ricostruzione” della biografia di San Francesco d’Assisi: gli episodi e i miracoli più noti della sua vita sono stati ogni volta interpretati diversamente per assecondare le ideologie in voga. Guido Vignelli in “San Francesco antimoderno” (Fede & Cultura, 2014) aiuta il lettore laico o cattolico a conoscere il vero San Francesco.

Pacifista, ecumenista, ecologista e libertario?
I cattolici, non meno del mondo laico, hanno iniziato a guardare ad un San Francesco ecologista, libertario, pacifista ed ecumenista. Avrebbe predicato la pace, biasimando le Crociate, e allo stesso modo avrebbe criticato la Chiesa “istituzionale” per tornare al cristianesimo primitivo. Guido Vignelli affronta nel suo scorrevole saggio questi punti essenziali della storiografia francescana. Il problema, secondo l’autore, riguarda soprattutto l’erroneo approccio cattolico a San Francesco: il moderno divorzio tra fede e scienza ha finito per investire anche la cultura cattolica. Di conseguenza la ricerca storiografica francescana si è adeguata al “secolo”. La Chiesa ha finito per dare un volto falso del santo italiano. Si recò in Egitto per predicare al Sultano e rispettò sempre la gerarchia ecclesiastica. Allo stesso modo il suo “Cantico delle creature” non è un inno naturalista, ma è una richiesta di lode a Dio rivolta a tutte le Sue creature. San Francesco storico è all’antitesi del suo omologo ideologizzato, un vero santo, cattolico e antimoderno.

pubblicato anche su Barbadillo.it