30 luglio 2016

Politica o cultura? Pastorale o dottrina?


di Amicizia San Benedetto Brixia

Per la seconda puntata della rubrica crossover continuiamo a riferirci all'inchiesta di Stonor Saunders Gli intellettuali e la CIA, in cui si indaga senza filtri attorno alla massiccia attività di controllo degli intellettuali svolta dalla CIA nel periodo della Guerra Fredda.

Tra le categorie laiche più utili a comprendere i disagi della Catholica nell'ultimo cinquantennio reputo che quelle di globalizzazione e di Guerra Fredda occupino un posto di primo piano. L'annuncio di salvezza della Chiesa avviene tra il cardo e il decumano di questi due termini, occasione e tentazione per tutti noi.

Il cuore del problema, tornando al libro di Saunders, è raccolto da Richard Rovere, direttore associato del New Yorker: "il problema principale, qui, è che la politica sta cominciando a decidere della cultura (p. 179)".

Sarebbe ingenuo misconoscere che anche in ambito teologico e liturgico molti sono i casi in cui interessi politici, partitici, ideologici ed extra-teologici hanno veicolato scelte e programmi in seno alla Chiesa.

Ogni volta in cui riusciremo a marginalizzare l'apprensione politica - finanche di politica ecumenica - a vantaggio dello zelo propriamente religioso, compiremo un atto di risanamento importantissimo.

Con ciò mi pare possibile indicare come nemico e massima insidia l'ottusità ideologica. Dove alberga ottusità ideologica sarà impossibile mettere in discussione il primato politico consolidatosi negli ultimi decenni. Dove al contrario l'ottusità ideologica fa spazio al coraggio teologico si aprono varchi di restaurazione e rilancio ecclesiale.

Credo di poter asserire che la nostra Amicizia ha salutato con entusiasmo il Summorum Pontificum proprio in quanto varco coraggioso e profetico, scandalo per le ideologie, riaffermazione della spiritualità contro le mode 'guerrafreddaie'.

29 luglio 2016

Né virtù, né impero: solo Adorazione


di Amicizia San Benedetto Brixia

Un ultimo riferimento del nostro crossover all'indagine di Stonor Saunders lo traggo dalle battute conclusive del testo, assolutamente illuminanti, ma difficili da commentare in modo non banale.

Dietro la "non ancora studiata nostalgia per i 'giorni d'oro' dell'intelligence americana" sta una verità devastante: le stesse persone che lessero Dante, frequentarono Yale e ricevettero un'educazione fondata sulle virtù civili, reclutarono nazisti, manipolarono il risultato di elezioni democratiche, diedero l'LSD a persone innocenti, spiarono la posta di milioni di cittadini americani, rovesciarono governi, appoggiarono dittature, progettarono assassinii e organizzarono il disastro della Baia dei Porci. "In nome di che?", si chiedeva un critico. "Non delle virtù civili, ma dell'impero".

Senza entrare in merito a delicate questioni, quali il rapporto tra cultura e valori, tra scuola e vita e via discorrendo; senza andare a focalizzarci sull'attualissima sapienza di quel philosphia ancilla theologiae che orientava le società a riconoscere l'ordinamento ideale e la relatività di qualsiasi politica culturale e civile; vorrei sostare appena nella considerazione del ruolo strategico della liturgia, ottimo rimedio agli intellettualismi, ai razionalismi, agli antropocentrismi deleteri del nostro Tempo Rivoluzionario.

Certo, non basta neppure asserire il primato liturgico in senso generico a tutela delle degenerazioni culturali vigenti, sia perché una liturgia intesa quale mera formalità non sarebbe né guida efficace né tanto meno catalizzatore valido, sia perché sono fin troppo noti gli intrecci tra altari e poltrone capaci di cooperare ai disastri storici anziché sanarli, sia perché il concetto stesso di liturgia non meglio specificato resterebbe nome vuoto, a mezza via tra ambiguità, superstizione e fanatismo.

Credo istruttiva la lezione del Concilio Vaticano Secondo, che ha posto il documento sulla liturgia in capo a tutte le delibere assembleari: la liturgia deve essere il criterio che informa una società. Chi rettamente e partecipativamente celebra la liturgia, costui si mette nella prospettiva adeguata a comprendere e muovere le intricate dimensioni del vivere comune, siano esse politiche, scolastiche, civiche etc. Ma la lezione della Sacrosanctum Concilium è istruttiva anche per il fatto che non parla di una liturgia qualsiasi, ma della liturgia come luogo in cui vivere il Mistero di Cristo.

Tornano in mente le parole illuminate di Romano Amerio (Pagine nostre, giugno 1926): "il problema dell'uomo è il problema dell'adorazione e tutto il resto è fatto per portarvi luce e sostanza".

Per noi la liturgia, e segnatamente la liturgia compresa nell'ottica della riforma nella continuità, è questo: una via maestra per imparare l'adorazione autentica del Mistero Trinitario, al quale tutto il resto deve essere sottomesso e condizionato.

28 luglio 2016

Troppo facile dire «integrazione»


di Giuliano Guzzo

In questa angosciante estate, quasi quotidianamente insanguinata da atti di terrorismo, c’è un termine, che è anche un concetto, al quale una certa parte del mondo culturale e politico europeo ricorre con notevole frequenza allo scopo di stemperare il clima incandescente venutosi a creare giorno dopo giorno: integrazione. Occorre più integrazione – è, in sintesi, la rassicurazione – e vedrete che il terrorismo verrà sconfitto e la causa jihadista cesserà di reclutare nuovi ordigni umani, pronti ad immolarsi seminando morte in piazze, strade e centri commerciali. Ora, dato che quello della sconfitta del terrorismo di matrice islamista è scopo comune, è il caso di prendere sul serio, al fine di valutarne la consistenza, ogni proposta, inclusa appunto quella dell’«integrazione». Una proposta che però a mio avviso, se da un lato sa di ricetta vincente – peccato non averci pensato prima, viene da commentare – dall’altro rivela profondissimi limiti che temo sfuggano a coloro che la appoggiano; tre, essenzialmente.

Il primo limite, o comunque la prima criticità della proposta dell’«integrazione», riguarda i destinatari. Siccome non è così semplice individuare un aspirante terrorista per integrarlo, dobbiamo presumere che il processo d’«integrazione» sarà indirizzato ad immigrati (o figli di immigrati) in particolare di fede islamica, no? D’accordo, ma non viene forse ripetuto che non esisterebbe alcun legame, neppure remoto, fra terrorismo, immigrazione ed Islam? E se le cose stanno così, che senso ha parlare di «integrazione»? Si vuole forse far entrare dalla finestra ciò che, liquidandolo come xenofobo, si è sbattuto fuori dalla porta?

Una seconda criticità della ricetta dell’«integrazione» concerne sempre i destinatari di questa; ammesso e non concesso che sia possibile individuare i potenziali terroristi da strappare al fascino delle sirene jihadiste, c’è un piccolo problema: chi ci assicura che costoro siano disposti ad integrarsi? E se un simpatizzante dell’ISIS non ne volesse sapere? E se coloro che condividono e rivendicano una lettura fondamentalista della fede mussulmana declinassero gentilmente l’offerta dell’«integrazione»? Che si fa? Dato che – su questo saremo tutti d’accordo – l’«integrazione» non equivale ad un lavaggio del cervello, essendo l’esito costruttivo di una relazione, non mi paiono interrogativi trascurabili. Certo, si può sempre ribattere che un tentativo di maggiore «integrazione» merita di esser fatto comunque: ma è bene essere consapevoli, appunto, che si tratta di tentativi.

La terza ed ultima problematica connessa alla proposta dell’«integrazione» concerne la natura stessa di chi la promuove. In altre parole, per integrare bisogna essere in grando di farlo: ma l’Occidente e in particolare l’Europa lo è? Non molti giorni fa ascoltavo in televisione, da una raggiante Lilli Gruber, che l’«integrazione» sarebbe possibile e riuscita, in Europa in non pochi casi come provano – secondo lei – il fatto che il sindaco di Londra sia mussulmano e che mussulmano sia un ministro francese. Ora, dinnanzi a chi evoca esempi così specifici a fronte di una questione di portata sociale, non si può non vedere come molti neppure sappiano di che parlano. Vorrei inoltre capire, a proposito di valori sui quali basare un’«integrazione», che cosa un’Europa secolarizzata, in crisi e flagellata dalla denatalità (è il solo Continente al mondo destinato, nei prossimi anni, allo spopolamento) abbia esattamente da proporre. Sarò pessimista, ma temo assai poco.

Anziché insistere con la filastrocca dell’«integrazione» – che, come si è visto, pone questioni allegramente sottovalutare da quanti la recitano – meglio dunque per l’Europa un’autocritica. Ma non un’autocritica politica, economica e neppure culturale, bensì un’autocritica spirituale. Viviamo in un contesto sociale che ha potuto rinnegare le radici cristiane per il semplice fatto che ha già rifiutato Dio. Un rifiuto che ci sta facendo perdere ragioni per vivere (o forse qualcuno vive per l’Ue, l’Euro e Bruxelles?) mentre il nemico, purtroppo, ne trova pure per uccidere. Questa è la realtà dalla quale ripartire, dalla consapevolezza che, di fatto, la fede è il primo vero antidoto al virus del terrore, il solo che ci consentirà di non sottometterci. Proprio come ha fatto l’altro ieri père Jacques Hamel che, alla minaccia di inginocchiarsi ai suoi carnefici, ha preferito la morte. Perché aveva già Qualcuno da ascoltare.

https://giulianoguzzo.com/2016/07/28/facile-troppo-facile-dire-integrazione/

La ghigliottina è tornata, ma il boia è islamico



di Giorgio Enrico Cavallo

Padre Jacques Hamel è il primo sacerdote francese martirizzato in una chiesa dai tempi della Rivoluzione. Quelli – per rispolverare un po’ di storia – erano anni allegri, quando la Ragione trionfava e la ghigliottina metteva a tacere le voci dei dissidenti. Le chiese venivano date alle fiamme, quelli che si opponevano al bagno di sangue venivano massacrati nei modi più orrendi, come da insegnamento del generale Turreau, il macellaio della Vandea. Non c’è che dire, era l’apoteosi dei Lumi. Sarà per questo bel risultato che oggi ricordiamo la Rivoluzione francese come un positivo passaggio della storia, dimenticando i suoi mille aspetti oscuri ed inquietanti. Come la repressione religiosa.

Il massacro dei preti nella Rivoluzione Francese (rivoluzione squisitamente atea) è uno degli aspetti più taciuti dalla storiografia ufficiale. La stessa Chiesa, temendo di irritare i governi dei due Bonaparte al potere nell’Ottocento, non denunciò apertamente lo sterminio dei sacerdoti avvenuto nella Rivoluzione. Ad esempio, solo nel 1916 venne aperta la causa per la beatificazione delle 32 religiose martirizzate ad Orange, sterminate dal Comitato di Salute Pubblica nel luglio 1794 (sono iscritte nel novero dei beati dal 1925, con ricorrenza il 9 luglio). Nello stesso luglio 1794 vennero ghigliottinate anche le martiri di Compiègne, sedici religiose decapitate dai barbari giacobini dopo aver fatto voto di martirio ed essersi offerte a Dio per ottenere la fine degli orrori rivoluzionari.

La persecuzione religiosa nella Francia rivoluzionaria era iniziata prestissimo, già nelle stragi di settembre: Pio XI, a tal proposito, riconoscerà nel 1926 un gran numero di martiri di questi massacri, tutti beatificati. Novantacinque di essi erano sacerdoti. Ma gli orrori proseguirono, e ad essere colpiti erano soprattutto i preti che rifiutavano di prestare giuramento costituzionale. Padre Pierre Lauga de Lartigue, che si era rifiutato di giurare, venne ammazzato selvaggiamente a bastonate ai piedi dell’albero della libertà ad Agen, nel luglio 1792. È stato proclamato Servo di Dio.

Non hanno nemmeno il titolo di Servi di Dio i 4.800 preti refrattari fatti annegare nelle acque della Loira nel corso del genocidio vandeano. Gioverà ricordare che si è trattato del primo genocidio messo in atto in Europa contro una popolazione civile, rea di essersi sollevata contro i giacobini e sistematicamente sterminata dai generali Carrier e Turreau, di cui sopra. La cancellazione della memoria degli avvenimenti in Vandea è stata così sistematica che anche i documenti sono andati spesso perduti, e solo recentemente, anche grazie a storici coraggiosi come Reynald Secher, queste vittime hanno avuto giustizia. Talvolta, si conoscono i morti solo risalendo alle cronache stilate in fratta e furia dai pochi superstiti. Si sa così – ed è solo un tragico esempio – che il 17 febbraio 1794 a Grand-Luc vennero fucilate mentre recitavano il rosario in chiesa 563 persone. 110 erano bambini, tutti annoverati tra i Servi di Dio.

Vennero perseguitati anche i vescovi. Charles-François de Saint-Simon de Rouvroy de San-Dricourt, che aveva anche l’aggravante di provenire da una nobile famiglia, ed era diventato vescovo di Adge (diocesi antica, della quale fu l’ultimo pastore). Venne ghigliottinato insieme ad altri 36 compagni, tutti riconosciuti Servi di Dio nel 1927, ma sui quali grava ancora un certo silenzio e la causa di beatificazione risulta ancora ferma. Per inciso, l’assassinio dei 37 sacerdoti avvenne il giorno prima della caduta del folle regime di Robespierre.

Val bene ricordare, ancora, Maria Maddalena Fontaine, Maria Francesca Lanel, Teresa Maddalena Fantou e Giovanna Gerard, ghigliottinate nel settembre 1794 per non aver prestato giuramento. Suor Maddalena ebbe a dire: “Ascoltate cristiani! Saremo le ultime vittime, la persecuzione sta per finire, i patiboli saranno distrutti e gli altari di Gesù saranno ricostruiti in tutta la loro gloria”.

Ed ebbe ragione. La Restaurazione, pur con tutte le sue contraddizioni, ripristinò l’antico ordine, ancora per un poco. Ma nell’Ottocento e soprattutto nel Novecento l’odio verso i sacerdoti continuò a manifestarsi in Europa, e tanti altri religiosi vennero martirizzati nel corso delle persecuzioni comuniste e naziste.

Le parole di suor Maddalena devono riecheggiare ancora oggi. Perché la storia che credevamo scritta nei sussidiari scolastici sta tornando, tambur battente. Lo vediamo ogni giorno, e padre Jacques Hamel testimonia, con la sua morte, che gli anni del Terrore sono tornati. Solo che ad azionare la ghigliottina non sono più i fanatici seguaci dell’illuminismo ateo: sono i barbuti boia islamici. Ciò detto, non c’è differenza tra i tagliagole giacobini ed i tagliagole maomettani: entrambi erano e sono mossi da un odio feroce contro il cristianesimo. La differenza, semmai, è negli stessi cristiani: allora, seppero resistere alla persecuzione aggrappandosi alla croce. Erano anni nei quali la fede si respirava in ogni istante della giornata, ed era sincera ed autentica. Oggi possiamo dire la stessa cosa dei popoli europei? Dunque, i pochi che ancora credono si mobilitino anche per gli altri. Preghino. Preghino per padre Hamel. Preghino per l’Europa e per i suoi sordi abitanti, sicuri di superare anche questa persecuzione. Infatti noi cristiani, a differenza dei tagliagole militanti, sappiamo già il finale della Storia: ce lo ha rivelato Cristo; ce lo ha ricordato Maria, quando a Fatima, preannunciando le sciagure del Novecento, affermò: “Ma alla fine il mio cuore immacolato trionferà”. 

27 luglio 2016

Fino a quando continueremo a negare la realtà?


di Giuliano Guzzo

Ieri in Francia, vicino Rouen, è stato sgozzato un anziano parroco mentre celebrava la Santa Messa, altri fedeli sono stati feriti ed io, più che sicuro d’essere in buona compagnia, mi chiedo questo: fino a quando? Fino a quando dovremo, come europei, non solo assistere a quest’orrore, ma pure accettare il penoso ridimensionamento mediatico della responsabilità dei suoi autori (ieri liquidati come «squilibrati» in automatico, già a ridosso del massacro)? Perché, burattinai dell’informazione, insistete con questa censura? Dite un po’, vi pagano per essere islamofili? Avete così paura della realtà da non poterla raccontare? Oppure volete abituarci al sangue?

E anche voi, politici, fino a quando vi renderete quotidianamente complici di un’immigrazione che è ormai invasione? Sia chiaro: non si sostiene semplicisticamente il legame diretto tra immigrazione e terrorismo islamico. Infatti non tutti gli immigrati sono musulmani (per esempio, gli stranieri residenti in Italia sono più di religione ortodossa che islamica: 1,6 milioni contro 1,4), eppure due elementi caratterizzano in modo netto l’intera sequela europea di eventi terroristici: la fede islamista accompagnata, quasi sempre, da origini straniere. Una combinazione micidiale ma non imprevedibile.

Era difatti il 30 settembre di sedici anni fa quando un eminente uomo di Chiesa, il card. Giacomo Biffi (1928–2015), profeta ben prima delle Fallaci, degli Houellebecq e dei Salvini, dichiarò apertamente che i governi europei avrebbero dovuto «privilegiare l’ingresso degli immigrati cattolici» non già per limitare l’integrazione degli stranieri, ma proprio per facilitarla ospitando prima coloro che meglio si sarebbero potuti meglio integrare. Biffi fu trattato come un vecchio pazzo ed ora eccola, la stupefacente saggezza degli altri, sparpagliata fra le vittime di Nizza e Monaco, tra Parigi e la Normandia, tutte o quasi sterminate da gente europea per modo di dire. Fino a quando, allora?

E fino a quando, adesso che un sacerdote è stato ucciso in odium fidei da mano islamica – spettacolo raccapricciante, cui l’Europa non assisteva da circa tre secoli –, noi cattolici continueremo a negare la realtà? A raccontarci quanto è bella l’accoglienza? A non riconoscere che una società secolarizzata e nichilista è demograficamente, culturalmente e politicamente spacciata? A sorvolare sul fatto che la vera malattia mentale è quella chi vede assassini squilibrati ovunque, pur di non parlare di jihad, islamismo e terrore programmato? Fino a quando, insomma, oltre al danno ci toccherà la beffa di non poterne neppure parlare, pena l’ira di quelli che blaterano di Cristo come di un profugo da accogliere e non come di un Re da servire?

La verità è che non so, come non lo sa nessuno, quando questo assurdo show finirà e, soprattutto, quando cesserà il tormentone dei terrorismi islamici a loro insaputa. La verità, ripresa dallo Neue Osnabruecker Zeitung, è che dei circa 5.000 jihadisti rientrati dai campi di combattimento di Siria e Iraq, tra 1.500 e 1.800 sono tornati in Europa. La verità, insomma, è che il peggio è appena iniziato, che il nemico non solo è fra noi, ma pure bello addestrato, motivato e pronto ad entrare in azione. Intanto la lungimirante Europa, da brava, tiene d’occhio i nazionalismi, il Parlamento italiano si misura col tema della cannabis legale e spopola Pokémon GO. Inutile dunque interrogarsi su una svolta perché, come minimo, sarà tra un bel po’.

https://giulianoguzzo.com/2016/07/27/fino-a-quando/

Padre Hamel, prega per noi


di Francesco Filipazzi

Ciò che temevamo da anni è accaduto. In Europa, in Francia, i terroristi islamici, inneggiando all’Isis, hanno attaccato una chiesa e ucciso un prete di 86 anni, padre Jacques Hamel.  Siamo alla svolta. Il salto di qualità del fondamentalismo in Europa è avvenuto durante una Messa in Normandia, conclusasi con il sacrificio di un sacerdote, sgozzato dopo essersi rifiutato di inginocchiarsi di fronte a chi voleva ucciderlo per la sua fede.

E’ la prima volta dai tempi del giacobinismo che accade una cosa del genere. Tutti coloro che in questi anni hanno cercato di mettere in guardia dal pericolo generato da un’immigrazione incontrollata dai paesi dove l’integralismo islamico è merce comune sono stati derisi, talvolta processati dai giudici e messi a tacere. I cristiani si sono addormentati, molti si sono fatti cullare dalle sirene del buonismo e dell’ideologia dell’accoglienza incondizionata.

Il primo prete è stato ucciso dunque, da quelli che lui stesso considerava come fratelli. Ma i suoi sentimenti di fratellanza purtroppo non sono serviti per salvarlo dalla furia di chi non è fratello di nessuno, di chi non vuole essere fratello di nessuno. Dice bene Giacobazzi: non sappiamo più che dire per farci capire.

In Francia l’attentato ha destato molto scalpore e per una volta la cristianofobia tipica di quel paese (dove è vietato girare con "croci troppo vistose") è stata dimenticata. Su Twitter il sentiment è “jesuiscatholique”. In Italia invece no, le iene non hanno taciuto. “Io non sono cattolico e non lo sarò mai” scrive qualcuno, però se muore un orso polare gli stessi usano toni da tragedia. Purtroppo il risveglio delle coscienze sarà ancora lungo, altro sangue verrà versato probabilmente

Oggi però noi cattolici dobbiamo essere sempre più orgogliosi di essere tali, uscire da ogni catacomba e urlare che noi siamo qui ancora una volta nella fossa dei leoni. Ricordando che un sacerdote francese di 86 anni ha rifiutato di inginocchiarsi di fronte a chi gli voleva tagliare la gola per la sua fede. 
Che ci guardi da lassù e ci dia la forza.

26 luglio 2016

Chiamata alle armi


di Marco Muscillo

Questo è un pensiero che ho avuto sin da subito: luglio è il mese dedicato al Preziosissimo Sangue di Nostro Signore ed è proprio in questo mese che assistiamo all’aumento degli episodi di terrorismo e delle stragi. Sono almeno uno a settimana, se non di più (in Germania sono due episodi simili nell’arco della stessa settimana), senza aggiungere nel calderone anche il Golpe in Turchia e le stragi che tutti i giorni si verificano nelle aree calde di tutto il globo, spesso ignorate dai media mainstream, in Ucraina e nel Donbass, in Medioriente, specialmente in Siria, Terrasanta e Iraq, in Nigeria, in Libia e in tutta l’Africa. Mentre scrivo, leggo che sta succedendo qualcosa di simile anche in Afganistan e chissà quante ne avverranno nei prossimi giorni.

Si tratta dell’accanimento finale perpetuato dal Nemico. Il suo tempo ormai sta per terminare, il suo potere sul mondo sta diminuendo e per questo la sua rabbia e il suo accanimento aumentano sempre di più. Attendiamoci di tutto e aspettiamoci quindi, altri mali e sempre più crudeli, finché finalmente egli non verrà relegato e incatenato nuovamente negli abissi infernali.

Non perdiamo dunque tempo a incolpare gli altri di quel che ci accade intorno. Non ci sono colpevoli terreni in tutto questo, se non noi stessi. Non diamo colpe agli islamici, né agli stranieri, non è Erdogan il problema, non lo sono né Obama, né Hollande, né la Merkel. Non incolpiamo nessuno se non noi stessi (io primo fra tutti): pensiamo a quante volte abbiamo offeso il Signore, anche nelle piccole cose, quante volte abbiamo preferito il Mondo a Lui, pensiamo alla vita che abbiamo fatto prima di riconoscerlo totalmente come nostro Re e nostro Dio. Ogni volta che abbiamo assecondato i mali di questo mondo, abbiamo aiutato, più o meno inconsapevolmente, Satana nel suo progetto volto alla perdizione e alla dannazione dell’intera Umanità e abbiamo aperto una piaga nel Santissimo corpo di Gesù in agonia.

Tuttavia è piuttosto facile cadere nelle grinfie del Male quando si vive in un mondo ormai dominato da quest’ultimo; anzi è quasi inevitabile non cadere in questa trappola. A quel punto, solo la Misericordia di Dio può salvarci e farci cambiare strada, risuscitarci come un morto che, abbandonata la sua tomba, torna alla vita. Beati quindi coloro che, hanno ascoltato il richiamo della Misericordia e sono tornati sulla retta via e chiedono continuamente perdono delle loro colpe, presenti e passate.

Un altro pensiero mi va di condividere in queste righe. Ormai è sotto gli occhi di tutti e ognuno di noi può riscontrare che viviamo in un Mondo senza Dio, dove ateismo e nichilismo sono dilaganti, dove le Nazioni e i Popoli che un tempo si definivano “cristiani”  hanno fatto atto ufficiale di apostasia e assecondano palesemente, e sempre più alla luce del sole, eresia, bestemmia, idolatria, degenerazione dei costumi, impurità ed ogni altro genere di vizio. Le due istituzioni su cui si basava la solidità della vita cristiana, famiglia e Chiesa, sono state attaccate prepotentemente e stanno cedendo: di questi tempi anche la roccia posta a guida della Chiesa di Cristo non da più alcuna sicurezza, ma al contrario contribuisce ad alimentare confusione e protestantizzazione.

Sembra di essere tornati al tempo di Noé, quando l’Umanità ormai degenerata, non seguiva più la Volontà di Dio. Tutto quello che ci sta accadendo, a cominciare dalle difficoltà materiali che ci impone la crisi economica, paiono avvertimenti ed espiazioni in vista di una purificazione finale. Quale può essere la nostra arca allora? La nostra unica ancora di salvezza è la devozione al Sacratissimo Cuore di Gesù e al Cuore Immacolato di Maria. "Il Mio Cuore Immacolato Trionferà!" disse Nostra Signora di Fatima. Ecco l’arca! Su questa promessa si fonda la nostra speranza.

Consapevoli di ciò, consacrati ai Sacratissimi Cuori, possiamo combattere il Nemico in nome di Nostro Signore Gesù Cristo, nostro Re, protetti dalla Vergine Immacolata, agli ordini di San Michele Arcangelo, utilizzando la nostra arma, la preghiera, e imbracciando la nostra spada, la coroncina del Rosario. La battaglia sarà vinta e a questa epoca di grande tristezza, di grandi orrori e mali, di grande disperazione, seguirà certamente una Pace, una Prosperità e un Bene ancor più grandi e, almeno per ora, inimmaginabili.

Soldati di Cristo, alle armi!

Perché legalizzare la cannabis è un errore


di Giuliano Guzzo

Il Disegno di legge sulla legalizzazione della cannabis, da ieri all’esame del Parlamento, pare destinato a non giungere alla votazione finale prima di settembre eppure le polemiche che sta scatenando risultano già piuttosto accese. Personalmente, seguo ormai da anni il dibattito su questo argomento e non posso fare a meno di constatare, ogni volta che l’attenzione si focalizzata sul tema delle cosiddette “droghe leggere”, il diffondersi di un atteggiamento irrazionale specie da parte di quanti si riconoscono in una posizione, per così dire, antiproibizionista, i quali non fanno che riproporre argomenti a prima vista molto convincenti, con l’efficacia dello slogan, ma che però esaminati da vicino rivelano una debolezza spesso imbarazzante. Una rapida rassegna critica di queste tesi – in particolare, delle cinque più popolari – aiuterà a capire quanto avventato siano taluni entusiasmi.

Si dice che il proibizionismo sia perdente, che vietare non serve a niente. Ora, anche se ripetuta fino alla noia, trattasi di tesi di dubbia correttezza poiché non si capisce bene quando il fallimento del proibizionismo si sarebbe verificato: di certo non negli Anni Venti americani – quando la lotta agli alcolici portò fra il 1921 ed il 1934, al calo dei consumi, degli arresti per guida in stato di ebbrezza nonché delle ospedalizzazioni per patologie alcol correlate, quali la cirrosi (cfr. Harvard’s Kennedy School of Government, 1989) – e neppure ai giorni nostri con l’Italia che, senza legalizzare nulla, dal 2010 registra un calo di uso di droghe nella popolazione generale. Ergo, il tonfo proibizionista rimane misterioso a meno che, ovvio, non si voglia asserire che nessun divieto di un fenomeno non l’ha mai estinto; ma allora dovremmo legalizzare pure omicidio, furto, stupro, vendita di organi…

Si dice che la Direzione Nazionale Antimafia sia favorevole alla legalizzazione della cannabis: vero. Quel che però non si dice – o si preferisce tacere – è l’estrema debolezza degli argomenti che portano la DIA su queste posizioni; una debolezza facilmente riscontrabile leggendoli (cfr. Relazione Annuale 2014, pp. 355-359) e vedendo come, in costanza, se da un lato la DIA si spinge a denunciare «il totale fallimento dell’azione repressiva», dall’altro lo fa proponendo un esame dei dati solamente per il periodo compreso tra l’1/07/2013 e il 30/06/2014, vale a dire un arco temporale di neppure un anno. Un po’ poco, davvero, per trarre conclusioni tanto sentenziose che sarebbe molto più saggio affidare ad analisi che possano consentire cioè un confronto di più ampio respiro e non a valutazioni, sia detto col massimo rispetto, prive di quella solidità che la serietà dell’argomento imporrebbe.

Si dice che legalizzare le “droghe leggere” strozzerebbe la criminalità organizzata, che perderebbe quote imponenti del suo business. Popolare e rilanciata con insistenza, anche questa posizione – che già il giudice Paolo Borsellino (1940-1992), che alla criminalità non faceva sconti, liquidò come «tesi semplicistica e peregrina», tipica di quanti hanno «fantasie sprovvedute» (Droga libera o uomini liberi? in Oltre il muro dell’omertà. Scritti su verità, giustizia e impegno civile, Rcs, Milano 2011, p. 96) – è stata recentemente demolita anche da Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro da una vita in prima fila nella lotta alla `ndrangheta, il quale da un lato ha evidenziato come oltre il 90% dei tossici faccia uso di droghe pesanti, il cui traffico rimarrebbe nelle mani del crimine, e, dall’altro, ha spiegato come la coltivazione legale di canapa costerebbe tre volte in più di quella illegale, che quindi rimarrebbe – tanto più in una fase di crisi economica – padrona del mercato.

Si dice che la legalizzazione della cannabis non ne aumenterebbe il consumo. Una tesi, questa, particolarmente singolare dato che porta a chiedersi se sia davvero «verosimile che la messa a disposizione di una sostanza già di amplissima e, praticamente anche se non legalmente, libera diffusione possa contribuire alla riduzione del suo uso, o non sia piuttosto ben più probabile, o inevitabile, il contrario» (Rivista di Psichiatria, 2015). La stessa esperienza del Colorado, spesso citata come modello, non è proprio confortante: i negozi autorizzati a vendere marijuana aprirono nel gennaio 2014, mentre la legge per consumo, coltivazione e vendita della marijuana risale invece al dicembre 2012. Ebbene, se tra il 2011 ed il 2012 la percentuale di coloro oltre i dodici anni che dichiaravano di aver consumato marijuana risultava del 16,2%, fra il 2012 ed il 2013 era già del 18,9%. Se la matematica non è un’opinione, non solo non c’è stata alcuna riduzione, ma si è verificato addirittura un aumento del consumo.

Si dice che vietare la cannabis sia assurdo perché «una canna non ha mai ucciso nessuno». In risposta ad una simile affermazione, si deve rammentare come il consumo di questa sostanza – oltre a tradursi, per alcuni, nel rischio di passare ad altre droghe (Journal of Drug Issues, 2008) – risulta correlato al rischio di psicosi (Psychological Medicine, 2011), di crisi depressive (Journal of Psychiatry, 2010) e problemi al cuore (International Journal of Cardiology, 2007), nonché al pericolo d’incidenti automobilisti, come accertato da numerosi esperimenti in laboratorio e simulazioni di guida (Emergency Medicine, 2002; Epidemiologic Reviews 1999), metanalisi che hanno considerato centinaia di studi precedenti (BMJ, 2011), nonché dall’esperienza di diversi Stati (American Journal of Epidemiology, 2014), e come ricordato nelle stesse relazioni ufficiali (Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dati anno 2012 e primo semestre 2013 – elaborazioni 2013, p. 223).

Siamo pertanto nelle condizioni, a questo punto, di affermare serenamente come non esista un solo vero argomento – neppure uno – a supporto della convenienza e dell’utilità di legalizzare il consumo delle “droghe leggere”. Ma anche se così non fosse, anche se le tesi a favore della cannabis libera fossero meno traballanti di quanto non siano, rimarrebbe comunque numerosi interrogativi con i quali fare i conti: quale credibilità avrebbe domani, nel contrasto alle droghe, uno Stato che oggi si arrendesse alla loro legalizzazione? Che ne sarebbe del diritto nel momento in cui la sensatezza dei divieti di un ordinamento iniziasse ad avere fondamento statistico e demoscopico? E soprattutto: viene prima la tutela della salute pubblica, in particolare quella dei giovani, oppure la necessità di uno Stato già elefantiaco e sprecone, come il nostro, d’arricchirsi tassando il consumo di droga?
Se queste domande sono ancora lecite, data la posta in gioco, direi che è il caso di non evitarle. Anche perché, appunto, la sola certezza, il solo dato sul quale tutti non possiamo non convergere è il denaro: legalizzare le “droghe leggere” non vibrerebbe alcun colpo mortale alle mafie (che sul mercato di cose legali, si pensi all’edilizia, speculano allegramente da una vita), ma garantirebbe allo Stato entrate. Così, lo stesso Stato che qualcosa (poco) investe per combattere le piaghe dell’alcolismo e del tabagismo, si troverebbe ad arricchirsi sulla pelle dei contribuenti ai quali sta già infliggendo pesanti tagli sulla sanità. E la stessa generazione – la mia – alla quale è stato già sottratto molto futuro, si vedrebbe servito su un piatto d’argento la possibilità di fumarsi quello che resta. Chiamatelo pure progresso: a me pare solo una presa in giro nella quale, quel che è peggio, molti confidano. Pure l’autodistruzione, maledizione, ci stanno vendendo.

https://giulianoguzzo.com/2016/07/26/cannabis-perche-legalizzare-sarebbe-un-grave-errore/

25 luglio 2016

Cenni su immigrazione, violenza e terrorismo

di Enrico Maria Romano

Il male corrosivo della società nichilista contemporanea sembra aumentare di giorno in giorno, con una escalation ormai priva di limiti. D’altra parte esiste una sorta di “accelerazionismo” che (pre)vede un domani – a livello politico, economico, sociale, etico – ancora più burrascoso dell’oggi, riprendendo così e ridando vita all’adagio classico motus in fine velocior… Già!
Ma di che moto si tratta e verso quale fine ci starebbe portando? Per capirlo è bene partire da alcuni drammatici fatti dell’attualità, selezionati tra mille altri, proprio per mostrare l’esistenza, altrimenti meno visibile, di una dinamica interna alla storia, che umanamente parlando parrebbe invincibile e inarrestabile.
L’episodio di Fermo, per esempio, è emblematico della nocività dell’immigrazione, dell’anti-razzismo eretto a dogma e del pacifismo odierno. Un italiano, verosimilmente aggredito da una coppia di stranieri di origine africana, per difendersi ha – tristemente – ucciso uno dei suoi aggressori: questo è emerso fin da subito attraverso le inequivocabili parole della testimone principale della vicenda.
Ma siccome gli italiani, secondo l’ideologia anti-razzista, sono potenzialmente tutti animati da odio verso lo straniero, specie di colore, e gli stranieri, sempre nella visione distorta di questa ideologia, sono tutti virtualmente delle bravissime persone, di buoni costumi e facilmente integrabili nel nostro paese, ecco che a priori l’italiano è il colpevole e lo straniero la vittima!
Addirittura, perfino dopo che la moglie del malcapitato ha ritrattato le sue precedenti accuse contro l’italiano “assassino”, secondo i mass media del sistema, l’italiano non avrebbe dovuto difendersi e chi si difende, ormai più o meno in tutta Europa, è sempre colpevole.
Se lo straniero, lo zingaro, il migrante ha a priori tutte le attenuanti possibili e immaginabili (fino a far ricadere sul cittadino comune la colpa della sua non integrazione), al contrario il nativo, l’indigeno è a priori soggetto a tutte le aggravanti del caso, specie quella odiosa, e penalmente rilevante, di agire spinto “da odio”. Come se l’odio (o l’amore del resto), che è un sentimento interno, potesse automaticamente ravvisarsi da atti esterni. Se offro la cena ad una collega per coinvolgerla in una relazione extraconiugale significa forse che la amo? E se un tizio mi ruba ingiustamente per un soffio l’ambito posto di parcheggio e ne nasce una lite tra me e lui (che fa il meccanico) significa che io abbia in odio i meccanici?
Dovrebbe essere banale tutto ciò, se non fosse vero il contrario: la semplice banalità della vita quotidiana sta diventando qualcosa di indecifrabile nella lettura proposta-imposta dai mass media e dai potenti. Il ladro che rapina (specie se straniero) è un pover’uomo che va compreso, il gioielliere che gli spara è pericoloso e va bandito e arrestato…
Non è un caso infatti, e qui sta il furore ideologico allo stato chimicamente puro, che al funerale del malcapitato migrante di origine africana abbiano presieduto due autorità della Repubblica: un ministro in carica e la stessa presidente(ssa) della Camera dei deputati! Ma quando uno straniero uccide un italiano, e ciò accade molto più frequentemente del contrario, quando mai dei personaggi così altolocati si recano, in pompa magna, alle esequie del compatriota estinto? Praticamente mai…
E perché? Perché secondo l’ideologia anti-razzista l’ospite, lo straniero, il “migrante” gode di più diritti e prestigio del nativo ed anzi il nativo è malvisto come portatore di una cultura xenofoba che lo colloca ad un infimo livello morale, rispetto ai popoli e alle tribù degli altri continenti, i quali infatti vengono qui in Europa, non per portarci violenza, degrado, disoccupazione e inciviltà, ma benessere, prosperità, fratellanza e progresso sociale mai visto prima...
Libero, parlando della triste vicenda (9.7.16, p. 2), e dimostrando l’inesistenza del problema razzismo in Italia (se non del razzismo anti-italiano e dei pregiudizi verso l’Italia e la sua storia) forniva in una sintetica vignetta le cifre che mostrano i veri disagi che soffre il nostro popolo a causa dell’immigrazione-invasione, ma anche e soprattutto a causa dell’incosciente classe politica che ci governa. Nell’intero anno 2015 a fronte delle 57 aggressioni xenofobe (del resto difficilmente dimostrabili in quanto tali), ricordava i furti (1.455.997), le rapine (34.904), gli omicidi (593, di cui solo 128 hanno avuto una donna per vittima, contro la leggenda del femminicidio) e i delitti a sfondo sessuale (4.493). Inutile ribadire ciò che è noto a tutti (tranne alle Boldrini e alle Boschi) che gli autori dei numerosissimi furti, stupri, rapine e omicidi sono in gran parte proprio quegli stranieri immacolati che esistono nella fantasia degli utopisti.
Sul caso più recente di Nizza si è detto fin troppo e l’attualità del terrorismo corre più veloce della penna dei giornalisti. In ogni caso il giovane tunisino, islamico e stragista, aveva già molte pendenze di tipo penale epperò aveva ricevuto dalla Francia lassista di Hollande il rinnovo del permesso di soggiorno per altri 5 anni, fino al 2019…
Quello che bisognerebbe fare per ridurre il danno è certamente l’opposto di ciò che propongono i poteri politici nazionali e internazionali. Essi vorrebbero più integrazione, più immigrazione, più multientnicità e meno polizia e controlli. Noi proponiamo invece: più controlli alle frontiere e pene più rigide, meno moschee in Italia e in Europa, blocco totale dell’immigrazione e… incoraggiamento al porto d’armi da parte dei cittadini onesti.
Quest’ultima misura potrebbe sorprendere qualcuno ma in sé non ha nulla di strano. La Svizzera è il paese con il maggior numero di armi pro capite e non si sentono quasi mai episodi di folli che uccidono all’impazzata. L’assioma pacifista più armi = più violenza, va corretto in più armi = meno violenza. Oggi poi in Italia il porto d’armi esiste ed è legale.
Chi può escludere che, se gli onesti cittadini (la maggioranza) avessero un arma con loro, molte tragedie come quella di Nizza non si sarebbero potute evitare? Il criminale e il terrorista le armi del crimine sanno sempre come reperirle. L’onesto cittadino no. Così dovrebbero essere organizzati nel prossimo futuro corsi regionali o scolastici di tiro e lo Stato dovrebbe favorire l’acquisizione delle armi da parte della società civile. Il delinquente saprebbe così che non può fare quello che vuole e ciò sarebbe una grande forma di dissuasione alle sue imprese. Tutto chiaro se davvero si volessero risolvere i problemi, e non incoraggiare…
Bloccare l’immigrazione-invasione (divenuta totalmente inassimilabile), mantenere a qualunque prezzo lo ius sanguinis (si è italiani solo se si ha almeno un genitore italiano), aumentare le pene detentive e l’espulsione dei soggetti pericolosi, e infine rinvigorire la nostra bimillenaria tradizione cristiana. Essa tollera il male, ma non lo giustifica mai e sa essere misericordiosa all’estremo col bisognoso ed il povero, ma anche ferma come Cristo al Tempio (Mt 21,12-13; Mc 11,15-17; Lc 19,45-46; Gv 2,13-16) coi criminali e i delinquenti, a prescindere ovviamente dal colore della pelle, dall’origine, dalla religione e dal sesso di appartenenza.

A Monaco il colpevole è innocente


di Giuliano Guzzo

E’ decisamente ancora troppo presto per farsi un’idea chiara su quanto accaduto ieri a Monaco, una sparatoria costata la vita a nove persone, cinque delle quali minorenni, eppure esiste già – in aggiunta al dolore per le vittime – un elemento sul quale è possibile soffermarsi, vale a dire il tentativo mediatico e giornalistico di scagionare non tanto e non solo il terrorismo islamico (sulla cui matrice le certezze, in effetti, ancora mancano), bensì l’autore stesso del massacro, il 18enne Ali Sonboly tedesco-iraniano dalla doppia cittadinanza. Stiamo infatti assistendo ad un tentativo – come avvenuto per Mohamed Lahouaiej Bouhlel, l’autore della strage di Nizza presentato inizialmente come squilibrato e depresso – di deresponsabilizzare un assassino che tale sarebbe stato per ragioni esterne, in questo caso il bullismo. Vero è che pare sia stato lo stesso Ali Sonboly a presentarsi così («Sono stato vittima del bullismo per 7 anni e ora ho dovuto comprare una pistola per spararvi»), ma la verità è che già da subito certi giornalisti si erano avventurati sul sentiero dello stragismo di estrema destra pur di allontanare l’ipotesi islamista.

Come mai? Quali le ragioni di questa tendenza? La mia sensazione è che alla base del fenomeno vi siano almeno tre elementi. Il primo è il politicamente corretto: laddove vi sono di mezzo crimini commessi da soggetti immigrati o di origine straniera, la parola d’ordine è insabbiare o, quanto meno, ridimensionare il più possibile. Costi quel che costi. Lo si è visto con lo stragista di Nizza, ma lo si vide ancora più chiaramente con gli stupri a Colonia: lì la censura fu magistrale se si pensa che i nostri Corriere, La Repubblica e La Stampa iniziarono a raccontare l’accaduto solo a quattro, cinque giorni di distanza. C’è poi la questione relativista. Ammettere che un assassino abbia compiuto il Male, per la nostra cultura anche giuridica, sta diventando un passaggio inaccettabile: molto più comodo ripiegare su sociologia da discount e iniziare ad arrampicarsi sugli specchi giocando le carte retoriche dell’emarginazione, dell’esclusione sociale, della vendita di armi, del bullismo. Dato infatti che il Bene e il Male, secondo il pensiero dominante non esistono, conseguentemente non può esistere un colpevole vero e proprio; di qui l’accentuazione della cause remote di una crudeltà che a sua volta si fa così remota e, conseguentemente, sempre meno tale.
Infine, un terzo motivo del perché qui noi si corra sempre, davanti anche a crimini enormi, a puntare il dito contro la cattiva integrazione e la nostra incapacità di accogliere davvero, l’ha descritto benissimo – e con un certo anticipo rispetto ai fatti odierni – l’allora card. Ratzinger: «C’è  qui un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua storia vede ormai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro» (Senza radici, Mondadori 2004, pp. 70-71). Morale: fino a che non sapremo riconoscere la nostra crisi culturale ma soprattutto spirituale, fino cioè a che non sapremo guardare in faccia il Male chiamandolo col suo nome – senza temere di farlo laddove agito da persone di fede islamica o di origine estera -, ci ritroveremo non solo a subire stragi e a contare vittime, ma pure nell’impossibilità di renderci conto dell’orrore di cui siamo testimoni, lacerati tra istanze guerrafondaie ed elementari (Siamo in guerra: grazie tante!) e buonismo demente (Ora non generalizziamo!) e, pertanto, impossibilitati ad evadere da una paralisi politica che, in primo luogo, è paralisi della mente e dell’anima; sempre che di anima sia ancora concesso parlare.

https://giulianoguzzo.com/2016/07/23/il-colpevole-e-sempre-innocente/

24 luglio 2016

Viaggio sentimentale e devozionale a Roma: l'Urbe della Compagnia di Gesù (Parte II)

di Alfredo Incollingo

Si può andare a Roma per scoprire i lasciti dei Templari, dei Cavalieri di Rodi o dei maggiori ordini religiosi. Lo possiamo fare senza difficoltà, girovagando per i Rioni del centro storico, non lontano dalle principali vie. Riprendiamo quindi il nostro racconto della Roma Cristiana, scoprendo i luoghi della Compagnia di Gesù. Se alloggiamo in centro, non avremo molte difficoltà di spostamento.

E' scontato e inutile fare una sintesi o una storia dettagliata della Compagnia, perché basta la fama dell'ordine di Sant'Ignazio di Loyola per comprendere la sua rilevanza nella storia del cattolicesimo e dell'Europa moderna.

A Roma i gesuiti vi stabilirono il Collegio Romano (oggi il Liceo classico “E.Q. Visconti”), nei pressi di Via del Corso (dietro Palazzo Doria Pamphilj che affaccia sulla nota strada), costruito tra il 1582 e il 1584 per volere di Papa Gregorio XIII, la prima istituzione scolastica gratuita e innovativa nell'Europa moderna. Il Collegio formò generazione di laici e di missionari inviati in tutto il mondo per diffondere il Vangelo. Garantiva una formazione intellettuale e un'educazione all'avanguardia per l'epoca e offriva la possibilità di condurre senza difficoltà studi scientifici in diversi campi dello scibili umano. Il Collegio era anche e soprattutto un importante centro scientifico. I gesuiti condussero studi di astronomia a Roma, ma anche di zoologia e di geologia, studiando i reperti e gli animali (imbalsamati) che i confratelli negli altri continenti inviavano loro. I missionari  dovevano possedere le conoscenze fondamentali per fare opera evangelica in terre straniere: oltre all'amore per la scienza, vi erano necessità pratiche all'origine del grande interesse scientifico della Compagnia. Fu proprio a Roma che Angelo Secchi compì le sue indagini astronomiche; Athanasius Kircher, il noto erudito e collezionista seicentesco, realizzò importanti studi in diversi campi scientifici, dalla medicina alla geologia, costituendo una delle maggiori collezioni di reperti al mondo. Sono due celebri personalità della scienza moderna che hanno contribuito molto al suo sviluppo. Inoltre, aspetto non meno importante, per decenni il Collegio ospitò uno dei primi osservatori astronomici romani ed italiani. Non si trascuravano naturalmente gli studi teologici per formare un clero capace di difendere il cattolicesimo e la Controriforma, anche in terra luterana e nelle terre appena scoperte. 

Alle spalle del Collegio, nel 1626 venne edificata su una precedente cappella la chiesa di Sant'Ignazio di Loyola in Campo Marzio, voluta dall'ordine dopo la canonizzazione del fondatore nel 1622. Era in origine di esclusiva proprietà della Compagnia ed era la cappella riservata gli studenti del Collegio. Vi lavorarono grandi artisti, da Carlo Maderno ad Andrea Pozzo, che realizzarono le raffinate e sublimi decorazioni e il ciclo di affreschi dedicati al trionfo di Sant'Ignazio di Loyola. All'interno della chiesa sono custodite le spoglie di San Luigi Gonzaga, gesuita milanese, ed è possibile ammirare la prospettiva della falsa cupola realizzata dal Pozzo nel punto di intersezione del transetto con la navata.

Probabilmente la meta più importante del nostro viaggio romano alla ricerca dei luoghi della Compagnia del Gesù è la Chiesa del Gesù, la chiesa madre dell'ordine, lungo Via del Plebiscito. Venne costruita rispettando i dettami del Concilio di Trento, ovvero con una sola navata coperta da volte a botte. L'architettura, come comprenderanno bene i gesuiti, può concretizzare e divulgare i fondamenti del magistero cattolico, come avvenne per la basilica di Santa Maria Maggiore. La chiesa fu non a caso dedicato al Santissimo Nome di Gesù e al Suo Trionfo, il cui mistero Sant'Ignazio volle comprendere nei suoi Esercizi Spirituali. 
Entriamo al suo interno non solo per ammirare questo capolavoro dell'arte barocca, ma soprattutto per pregare sulla tomba di Sant'Ignazio che qui fu tumulato nel 1637. La chiesa celebra ed esalta Gesù e custodisce nei suoi affreschi la gloria del Signore che lo stesso santo spagnolo ha per tutta la sua vita cercato di contemplare.

Il nostro viaggio devozionale ci ha condotto nei luoghi della Compagnia di Gesù per carpirne l'importanza e per pregare sulla tomba di un santo cattolicissimo, rivolgendogli una preghiera di ringraziamento o di intercessione. Abbiamo anche avuto modo di ammirare e provare un piacere immenso per la grande arte che a Roma è di casa. Ancora una volta constatiamo che l'Arte senza Dio è un arte priva di senso ed auto-riflessiva.
Il nostro viaggio continua.

Gender e femminismo: l’ideologia della nuova sinistra mondiale


di Federico Catani

Abbiamo intervistato uno dei due autori, il giovane Agustín Laje. Classe 1989, laureato in Scienze Politiche è autore di diverse pubblicazioni, collabora con numerose testate giornalistiche e dirige il Centro de Estudios Libertad y Responsabilidad.

Può spiegarci che relazione c’è tra l’ideologia gender e la sinistra dei nostri giorni?

Se questa “nuova sinistra” si caratterizza per qualcosa, è per aver messo da parte le vecchie concezioni economicistiche della “lotta di classe” e averle rimpiazzate con una strategia di “battaglia culturale”. Una delle conseguenze più importanti di questo cambiamento è che il soggetto rivoluzionario della sinistra non è più la classe sociale, e pertanto il proletariato ha perso la centralità che aveva in altri tempi. Oggi la nuova sinistra, usa l’iniezione di discorsi ideologici in gruppi culturali minoritari o contrastati per porli contro il sistema capitalista e i valori tradizionali dell’Occidente, attraendoli nel suo alveo. In tal senso, la nuova sinistra ha creato nuove ideologie: indigenismo, “dirittoumanismo”, ecologismo, femminismo, omosessualismo, etc. Quella gender abbraccia queste due ultime correnti e potrebbe essere definita come un’ideologia che annulla le caratteristiche naturali del sesso, per fare di questo niente più che mera cultura. Tutti gli aspetti relativi alla sessualità sono completamente ricondotti al campo della cultura e si insegna che per modificarli occorre distruggere la propria vigente struttura culturale attraverso quella che ho definito “battaglia culturale”. Ecco allora che agli omosessuali si suggerisce che la loro posizione minoritaria è conseguenza di una “cultura etero-normativa” da distruggere, mentre alle donne si dice che in questa “cultura patriarcale” gli uomini sono i loro nemici dichiarati. E cosa porterebbe sollievo a queste vite tanto sofferenti? Il trionfo della sinistra, naturalmente.

E pensare che nei Paesi comunisti omosessuali e donne non hanno ricevuto un bel trattamento…

Tutto ciò è paradossale. La nuova sinistra cerca di egemonizzare soggetti che prima disprezzava o addirittura perseguitava. Le donne, ad esempio, sono sempre state emarginate dalla direzione politica dei Partiti Comunisti che andarono al potere nel XX secolo (di fatto, se la passavano molto male in URSS, come spiego nel libro). Gli omosessuali nella Cina maoista subivano pene che andavano dalla castrazione fino alla morte. In Unione Sovietica erano portati in Siberia, nei campi di concentramento. A Cuba, Che Guevara li mandava ai lavori forzati nella Penisola di Guanahacabibes. La copertina del nostro libro è una caricatura di questo paradosso: un Che Guevara omosessuale e femminista. Oggi vediamo molte bandiera del “Che” nelle marce per l’orgoglio gay, il che è ridicolo tanto quanto vedere svastiche in manifestazioni a favore dello Stato di Israele.

Nel vostro libro parlate anche di femminismo e “violenza di genere”. Qual è la posizione della sinistra sul tema?

Il femminismo iniziò come conseguenza naturale delle rivoluzioni liberali del XVII secolo. Era un femminismo sano, giusto: chiedeva diritti civili e politici per la donna. Però si sarebbe presto deformato. Ludwing von Mises se ne era già accorto nel 1922, nel suo “Il socialismo”, quando sosteneva che se il femminismo, andando oltre le sue rivendicazioni di uguaglianza davanti alla legge, avesse cercato di contrastare la natura stessa, sarebbe diventato una branca del socialismo. In effetti, già con Friedrich Engels, amico di Marx, il socialismo tentò di portare la battaglia in favore delle donne dalla sua parte. Disse che tutti i loro problemi avevano una ragione precisa: l’esistenza della proprietà privata. La stessa causa del problema dello sfruttamento tra le classi. Perciò, la rivoluzione operaia non avrebbe liberato solo l’operaio, ma anche la donna. Cosa che ovviamente mai si verificò (né per gli uni, né per le altre). Il femminismo poi crebbe con forza in Occidente. Si spogliò di questo “classismo” e passò alla strategia “culturalista” della quale ho già parlato. È qui che nasce il problema della “violenza di genere”, ovvero la volontà di creare nella società la sensazione generalizzata di una guerra sotterranea degli uomini contro le donne. È il conflitto che tiene viva questa sinistra risuscitata. Certo, la violenza degli uomini contro le donne esiste, ed è riprovevole. Però “violenza di genere” è quella violenza motivata da un odio verso l’altro genere in quanto tale. Ebbene, in quanti casi di quella che i media definiscono come “violenza di genere” tutto ciò si verifica? Come provare che il movente della violenza è stato l’odio di genere? Ovvio che non si prova mai nulla, ma la società dà per scontato che la violenza di genere sia semplicemente quella unidirezionale, dell’uomo sulla donna. Così si manipola il linguaggio e si genera un conflitto che di sicuro non aiuta a combattere le vere cause della violenza in generale.

Può riportarci alcuni esempi di quello che sostengono le femministe oggi riguardo al rapporto sesso-cultura?

A partire dagli anni ’70 la sinistra ha iniziato a concentrarsi sul sesso come potente arma di cambiamento culturale. Grandi esponenti del femminismo hanno esplicitamente elaborato strategie per distruggere i nostri valori culturali e creare così le condizioni favorevoli per una rivoluzione di sinistra. Un esempio che mi ha colpito è quello di Shulamith Firestone, che nel suo libro “La dialettica del sesso” rivendicava incesto e pedofilia. In “Utopia” vagheggiava un mondo “post- femminista” in cui gli adulti avrebbero potuto avere rapporti sessuali con i minori, purché questi ultimi fossero consenzienti e avessero organi sessuali di dimensioni tali da consentire la penetrazione dell’adulto. E raccomandava persino che la prima fellatio al bambino fosse praticata dalla madre! Altro personaggio a noi più vicino è Beatriz Preciado, docente all’Università di Parigi VIII, secondo cui l’“etero-capitalismo” ha reso pene e vagina “organi sessuali egemonici” (come se la loro condizione di organi sessuali fosse un’imposizione culturale e non un dato di natura!). Per opporsi a questa “tirannia” e “ri-sessualizzare” il resto del corpo, ha scritto “Il Manifesto contro-sessuale”, dove raccomanda una serie di pratiche, delle più strampalate, per “sfidare l’egemonia”, come ad esempio imparare a masturbarsi un braccio. Il bello è che in tutte queste tecniche, presentate come una ricetta di cucina, bisogna fingere (sic!) un orgasmo. In tal modo, senza rendersi conto, la prof.ssa Preciado ammette ciò che nega: ovvero che la biologia determina la realtà del nostro corpo.

Il grande nemico della sinistra sembra il capitalismo. Ciò nonostante vediamo come i “poteri forti” e l’alta finanza appoggino e promuovano le sue battaglie culturali. Come lo spiega?

È vero, la nuova sinistra si regge in gran parte grazie ad un settore del potere finanziario mondiale. Però si tratta di un settore specifico, quello “progressista”. Credo sia un errore, un riduzionismo, pensare che la nuova sinistra sia un appendice di tale settore finanziario mondiale, come se si trattasse di qualcosa di omogeneo. Soros, Rockefeller, la Fondazione di Gates, etc. hanno sempre appoggiato la sinistra. Probabilmente sono quei ricchi con senso di colpa la cui psicologia fu ben analizzata da von Mises in “La mentalità anticapitalistica”.

Qual è la situazione in Argentina relativamente alla diffusione dell’ideologia gender?

Da tempo si stanno educando le giovani generazioni secondo i diktat dell’ideologia gender. Le istituzioni dello Stato sono ormai permeate da questa ideologia e credo di poter dire che è divenuta egemonica. Quanti cercano di sfidare le sue imposizioni vengono perseguitati. La situazione è complessa, perché paradossalmente questa ideologia si presenta come un inno al “pluralismo” e alla “diversità”, ma in realtà non conosce tolleranza. E senza tolleranza non c’è pluralismo né diversità.

E il governo Macri? È culturalmente succube della nuova sinistra?

Totalmente. E non perché sia di sinistra, ma in quanto tecnocratico: in altre parole, non sa nulla di cultura.

Perché la destra è così complessata su questi temi? E come pensa si possa superare questa condizione?

Perché nel 1992, con la caduta dell’URSS, pensò che la sinistra fosse condannata al museo delle antichità. In quello stesso anno uscì ad esempio il best-seller di Francis Fukuyama, “La fine della storia e l’ultimo uomo”, secondo cui capitalismo e democrazia liberale avevano definitivamente trionfato. D’altra parte, alcuni anni prima, Daniel Bell aveva pubblicato “La fine delle ideologie”, dove intravedeva un mondo senza ideologie, che però, come vediamo, era solo fantasia. Insomma, la destra si è addormentata sugli allori di un trionfo parziale, che poi la sinistra ha ribaltato con una controffensiva culturale che dura fino ad oggi. E dato che questo è avvenuto sul piano delle idee, se la destra vuole affrontare la sinistra dovrà dare battaglia culturale. Per far ciò però ha bisogno di nuovi intellettuali, disposti a sfidare l’egemonia, a sporcarsi nel fango del politicamente corretto, a venire squalificati e anche perseguitati.

Dopo l’uscita del vostro libro avete avuto problemi?

Tantissimi. Il mio profilo Facebook è stato bloccato molte volte. Quello di Nicolás Márquez, co-autore con me del libro, è stato bloccato per un mese dopo una discussione con una femminista. Sono stati hackerati i siti che ci hanno intervistato. Inoltre abbiamo ricevuto minacce e numerose offese di ogni genere.

Un’ultima domanda. In Argentina c’è chi vuole depenalizzare l’aborto. Cosa ne pensa?

Come liberale, il primo diritto che difendo è quello alla vita: senza vita non c’è libertà, né alcun altro diritto. La vita viene prima della libertà, per ragioni di mera logica: per essere libero, devi vivere. Pertanto, sono totalmente contrario all’aborto, in ogni caso. La scienza ha dimostrato che il nascituro non è una “parte” del corpo della madre, ma ha un DNA proprio e genera i suoi propri organi (come la placenta e il cordone ombelicale). Alcuni dicono che la sua mancanza di autonomia ed autosufficienza lo trasforma in qualcosa di “pseudo-umano” (Hitler non pensava lo stesso dei disabili?). Ma il nascituro ha bisogno della madre per vivere anche fuori dalla sua pancia. Oppure chi è appena nato non ne ha più bisogno? Altri sostengono che l’aborto va legalizzato in quanto, di fatto, già avviene ed è una realtà sociale; legalizzarlo aiuterà a salvare le donne che abortiscono clandestinamente. Con lo stesso criterio dovremmo allora legalizzare, ad esempio, le rapine alle banche, perché anche queste sono parte della realtà sociale, e anche queste implicano un pericolo per il ladro che, trovandosi in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine, può venire colpito a morte. È terribile che la donna muoia per un aborto clandestino; però fa parte dei rischi che ella stessa decide di correre quando sceglie di uccidere un’altra vita, proprio come un ladro che rischia quando commette i suoi crimini violando i diritti di terzi. In breve: il rischio che comporta il fatto di violare diritti inalienabili non dovrebbe giustificare la legalizzazione di tale violazione, ma piuttosto un maggior controllo statale per proteggere effettivamente quei diritti che si pretende di violare. Niente può permetterci di violare il diritto a nascere e a vivere. È curioso che quanti ricorrono permanentemente a menzogne per legalizzare l’aborto, hanno avuto il diritto a nascere. Sarebbe bene che la smettano di cercare di negare ad altri il diritto del quale essi stessi hanno potuto godere.

http://www.notizieprovita.it/filosofia-e-morale/gender-e-femminismo-lideologia-della-nuova-sinistra-mondiale/

23 luglio 2016

Santa Brigida di Svezia patrona d'Europa


di Alfredo Incollingo

L'11 luglio si è ricordata la celeberrima personalità di San Benedetto da Norcia, patrono e fondatore dell'Europa. Pochi conoscono le altre sante e gli altri santi che hanno contribuito all'evangelizzazione europea e alla nascita della nostra identità. Furono uomini e donne animate da una grande fede, come San Benedetto, capaci di parlare a genti con origini e culture differenti. La loro azione venne quindi ricordata nei momenti più fatidici del nostro continente, quando non si sperava più nella possibilità di “essere europei”, fratelli nella fede e nella cultura.
Il 1° ottobre del 1999, alle soglie del nuovo millennio, San Giovanni Paolo II dichiarò Santa Brigida di Svezia compatrona dell'Europa insieme a Santa Caterina da Siena e Santa Benedetta della Croce. Perché?

San Giovanni Paolo II constatò l'impegno della santa scandinava nell'evangelizzare e nel difendere la fede nei momenti più difficili della storia europea. Santa Brigida era una mistica e una veggente che ebbe da Dio l'incarico di intervenire presso principi e sovrani per porre fine alle discordie e ai contrasti che minavano la fede cristiana.

La Chiesa era peregrina e subiva  pesantemente i contraccolpi degli attacchi di re e aristocratici che sempre di più la tentavano. La corruzione non tardò a manifestarsi insieme ai mali peggiori che potessero svilupparsi nella Chiesa di Cristo. Fu così che Santa Brigida ammonì tutti, laici e chierici, ricchi e poveri, affinché ritrovassero la retta via, il Vangelo.

Nacque a Finsta, nell'Uppland svedese, nel 1303 in una ricca e potente famiglia aristocratica, imparentata con la casata reale. Giovanissima sposò il nobile Ulf Gudmarsson che l'accompagnerà nella sua vocazione religiosa, rimanendola sempre accanto. La famiglia, fervente cattolica, fu sempre fedele al Vangelo, dedicandosi a Dio e alle opere di carità. Una figlia di Brigida sarà addirittura proclamata santa, come la madre: Santa Caterina di Svezia.

Cristo invita i suoi discepoli e i suoi fedeli ad abbandonare tutto per seguirlo. Brigida e Ulf assecondarono la loro feconda vocazione religiosa e decisero di comune accordo di entrare in differenti ordini religiosi. Lasciarono i loro beni ai poveri, fondando diversi ospedali e prendendosi cura dei malati. Ulf divenne un terziario francescano, mentre Brigida costituì un nuovo ordine monastico femminile, l'Ordine del Santissimo Salvatore, le cui consorelle presero il nome di “brigidine”.

Viaggiò in Europa e in Terra Santa, mostrando un'ardore spirituale senza pari. Visse numerose esperienze mistiche, durante le quali riviveva il mistero della Passione di Cristo. Le divine parole furono registrate dai suoi padri spirituali e raccolte in ben otto volumi. Erano parole intense e biasimanti, perché rivolte ai suoi contemporanei, sciatti e corrotti. Le sue critiche non risparmiarono neanche gli uomini di Chiesa, come abbiamo già scritto. Fu lei che scrisse ai Papi avignonesi affinché ritornassero a Roma per ridare vitalità ad un cattolicesimo sempre più decadente; scrisse infinite lettere d'ammonimento ai sovrani di Francia e Inghilterra, rei di protrarre quella che sarà definita la “Guerra dei Cent'anni”, cruenta e altrettanto violenta.

Il suo incessante pellegrinaggio era funzionale alla sua proposta di rigenerazione e di riforma della cristianità, ormai in evidente stato di collasso. Fu lei una delle principali voci del movimento per la pace che si sviluppò in Europa e che pretese la cessazione dei massacri.
Decise di fermarsi, ormai avanti con l'età, a Roma, lontana dalla sua terra natale. Eppure questa turbolenta città fu per lei una seconda patria, che le darà modo di continuare, con il sostegno di numerosi fedeli, la sua azione riformatrice. Morirà il 23 luglio 1373 e verrà canonizzata qualche decennio da Papa Bonifacio IX nel 1391.

22 luglio 2016

Il bigottismo femminista di Boldrini e RTL 102.5


di Alessandro Rico

In questi giorni, radio RTL 102.5 sta trasmettendo uno spot contro la violenza sulle donne, patrocinato ovviamente dalla Presidenza della Camera dei Deputati (sempre in prima linea quando si tratta di speculare sulle tragedie, promuovere la teoria gender e caldeggiare il femminismo radicale). Vari personaggi dello spettacolo, a turno, pronunciano questa frase: «Sono Tizio e, a nome di tutti gli uomini, chiedo scusa per la violenza sulle donne». Come al solito, dietro la foglia di fico della denuncia di crimini abominevoli, si cela il tentativo di somministrare surrettiziamente al pubblico un’ideologia distorta, una intollerabile discriminazione all’inverso, fondata, come nel più fosco incubo nazista, su un dato biologico.
Perché mai uno che non ha commesso alcun reato dovrebbe chiedere scusa, addirittura a nome di tutti gli uomini, per gli atti di violenza perpetrati da un individuo con il quale non ha alcuna relazione, se non il fatto di condividerne il genere sessuale? È evidente quale sia il subdolo intento della campagna pubblicitaria: trasmettere l’idea che la responsabilità degli atti di violenza (che, chiaramente, meritano il massimo biasimo) non appartenga a chi li commette (anche perché la sinistra boldriniana è la stessa inorridita dalla pratica giuridica della punizione), ma al genere maschile nella sua interezza. Ogni uomo, per il solo fatto di essere tale, deve venir indotto a sentirsi colpevole, condizionato da un istinto predatorio e aggressivo, potenziale stupratore omicida (anzi, femminicida), correo dei criminali con i quali condivide, appunto, lo stigma di un dato biologico.
Siamo al puro bigottismo farisaico (paradossale, se si pensa che la sinistra dei diritti civili dovrebbe proclamare la liberazione dalle superstizioni veicolate dalla cultura, dai pregiudizi, dall’oscurantismo). In un atteggiamento simile alberga una mostruosa confusione teologica, un pauroso rivolgimento della logica evangelica che, se presa sul serio, ci consentirebbe certamente di alleviare molte piaghe sociali. È indubbio che gli effetti di un peccato come la violenza sulle donne ricadano sulla società nella sua interezza: il male commesso da qualche suo membro ingenera sofferenza in tutta la comunità. Si potrebbe anche ammettere che gli abusi nei confronti delle donne, fidanzate, mogli, amiche, passanti, sono atti particolarmente odiosi – senza dimenticare che tante volte pure le donne sono protagoniste di vere efferatezze nei confronti di partner ed ex partner: si pensi ai padri divorziati ridotti sul lastrico, agli uomini che dichiarano di subire insostenibili pressioni psicologiche, o che addirittura si dichiarano vittime di abusi sessuali. Bisognerebbe avere il coraggio di dare pane al pane e vino al vino, riconoscendo che laddove si rompe il legame di complementarietà tra uomo e donna, la nostra società non fa altro che sperimentare il fallimento dei disvalori diffusi dalla rivoluzione sessuale, dal femminismo, da tutte quelle subculture che hanno demolito gli insegnamenti della Chiesa su famiglia e matrimonio, alimentando l’incomprensione e la chiusura reciproca tra i sessi (non è un caso se i Paesi con i più alti tassi di abusi sessuali siano quelli del Nord Europa, sulla carta i più emancipati).
Ciò detto, bisogna pure precisare che nessuna neolingua potrà cancellare il fatto che, sebbene gli effetti dei peccati sociali (dei peccati che ledono gli interessi e il bene comuni) gravino su tutta la comunità, la colpa dei singoli atti rimanga individuale (a meno che non si voglia confessare che proprio il clima ideologico suscitato dalle femministe ha acuito il problema della violenza, creando le condizioni che ne favoriscono la proliferazione). Siamo davvero al sovvertimento dell’atteggiamento di Cristo nel Vangelo: se dinanzi a lebbrosi, paralitici ed emorroisse, gli ebrei osservanti si ritraevano, per non contaminarsi col peccato che aveva marchiato quelle persone, spesso innocenti ma eredi delle colpe dei loro antenati, Gesù si avvicina, si lascia toccare, si prende cura, guarisce. Egli ci insegna che, semmai, siamo tutti malati, in quanto afflitti dal peccato originale (che saggiamente la Genesi ci racconta esser stato commesso, in concorso, da una donna e da un uomo) e dai peccati attuali commessi, e perciò bisognosi del medico, del Suo sacrificio che redime e salva.
All’opposto, nella logica boldriniana, l’uomo, in virtù del fatto biologico del suo genere sessuale (come sono un fatto biologico la lebbra, la paralisi o la perdita di sangue) diviene erede del male commesso dagli altri uomini, ne porta il marchio d’infamia e deve perciò guadagnarsi la rispettabilità con un pubblico atto di contrizione, un sacrificio incruento che è l’immagine speculare delle privazioni ipocrite cui si sottoponevano i farisei, impietosamente smascherate dall’unico vero sacrificio di Cristo.
Ci rendiamo conto che è ormai superfluo aspettarsi dai media e dalla politica una qualche profondità di analisi. Ma a maggior ragione è bene tenere dritte le antenne, vigilare, denunciare: chi minaccia di distruggere la civiltà, esattamente come il Maligno, lavora senza requie.

21 luglio 2016

Il Trionfo della Santa Croce, una festa per l’oggi


di Roberto De Albentiis

Un paio di mesi fa avevo scritto per questo blog un articolo in cui parlavo delle varie feste della Santa Croce, ma sono venuto a conoscenza solo pochi giorni fa di una festività che non conoscevo, e che si celebra proprio oggi: il Trionfo della Santa Croce; legata alla grande vittoria cristiana di Las Navas de Tolosa (16 luglio 1212), che impresse una svolta decisiva nella liberazione della penisola iberica dal dominio musulmano, Papa Innocenzo III la istituì per commemorare questo grande evento, che aveva visto il trionfo degli eserciti della Croce sugli eserciti della Mezzaluna. Festa propria della Spagna e dei suoi domini, fissata prima al 16 o 17 luglio e poi definitivamente al 21 per non oscurare la festa del Carmelo, già poco nota, è ora quasi del tutto scomparsa, rimasta solo in alcune località e in alcuni calendari, tanto che io stesso l’ho scoperta quasi per caso.
Su Las Navas de Tolosa e sul legame con questa festa ci sarebbe alla fine poco da dire, ma proviamo ad attualizzare e magari rivitalizzare questa festa, di cui c’è bisogno per più di un motivo; innanzitutto, il ricordo di una grande e decisiva battaglia cristiana europea contro la potenza islamica farebbe venire in mente più di un legame con l’attualità, ma è davvero così? L’Europa di oggi è la stessa Europa di ieri? Decisamente no.

L’Europa di ieri era l’Europa essenzialmente cristiana, l’Europa in cui, pur tra i vari Re ed Imperatori, pur nella pluralità di ordinamenti politici, il primo vero e unico Re e Signore era Dio, perché si sapeva che solo da Lui deriva ogni potere e ogni legittimità; l’Europa in cui tutto, dalla legge alla cultura, era cristiano, in cui non contavano le divisioni linguistiche o politiche perché unica era la fede e unico era il simbolo che accomunava tutti i popoli come fratelli, ovvero, proprio la Santa Croce, esposta sui palazzi (altro che discussioni sul Crocifisso nei luoghi pubblici come oggi!), lungo le strade, negli stendardi di battaglia.

Scrive Gonzague de Reynold: “L'Europa unita ci fu soltanto una volta nella storia: durante i secoli XI e XII di quel Medioevo il cui nome organico è epoca della Cristianità...Per la prima volta nella storia un mondo ha ricavato la sua legge dalla sua fede, ha cercato di organizzarsi secondo i suoi principi. Per quanto se ne possa parlare, la visione del mondo del Medioevo, che si rifaceva all'ordine, alla pace, alla fraternità cristiana, all'unità di tutti e di tutto in Dio, rimane il più alto gradino cui lo spirito si sia mai elevato.”; l’Europa cristiana di ieri non ha nulla a che vedere con l’Unione Europea né con l’Occidente apostata e putrescente. Per cosa si deve combattere e morire, oggi? Per Nostro Signore Gesù Cristo, ormai spodestato dal Suo trono regale non solo spirituale, ma anche sociale? Per la propria Patria, quando da decenni viene instillato un auto-odio verso di essa, verso le proprie radici? No, oggi non si combatte né si muore per Cristo o per la Patria, anzi, prima li si combatte, e solo dopo, disperati e privi di radici, ci rendiamo conto di cosa abbiamo fatto. Ma seriamente, chi combatterebbe e morirebbe per il Mc Donald’s o il Burger King, per uno stupido reality show o per i matrimoni gay? Perché dovremmo farlo, poi?

Ma l’Europa cristiana era tale perché governata e più ancora vissuta da uomini cristiani, ma qual è lo stato della maggior parte dei cristiani oggi? Uno dei distintivi del vero cristiano è l’amore per la Croce, che non è solo un’adorazione, pia, giusta e doverosa, alla Santa Croce dove morì Nostro Signore, ma è anche l’atteggiamento di accettazione delle sofferenze e delle difficoltà, le varie piccole e grandi croci, che Dio permette che ci colpiscano, per nostra santificazione (o, Dio non voglia, se fossimo gravemente colpevoli, giusta punizione) e Sua glorificazione.

Ma come si può amare la Croce se si parla solo di “diritti” (e molto presunti) e mai di doveri, o se si dice che sacrifici e anche penitenze nulla contano perché Dio è “amore”? (un “amore” falso e mondano che nulla ha a che fare con la vera essenza di Dio, che è Amore vero e che l’ha dimostrato con l’Incarnazione e la Passione e Morte, sulla Croce, di Gesù!)
A che pro, quindi, blaterare di “crociate” se vogliamo difendere non i diritti di Nostro Signore, ma quelli di minoranze aggressive e viziate, non la libertà della nostra Patria ma la nostra finta libertà di “scelta” (ridotta ormai a giustificazione di qualsiasi sciocchezza o di qualsiasi libertinaggio)? A che pro blaterare di “crociate” se non issiamo gli stessi vessilli con la Croce ma, se va bene, i simboli e i marchi di qualche impresa multinazionale?

Il 15 luglio si festeggia solennemente Cristo come Redentore, e per operare pienamente la Redenzione Cristo ha versato tutto il Suo Preziosissimo Sangue ed è morto ignominiosamente sulla Croce; senza Croce non c’è Resurrezione, così come non c’è qualsiasi altro successo umano, anche se buono; solo amando la Croce Dio concede vittoria, sia essa la vittoria della nostra Patria nazionale o continentale che la vittoria contro i nostri peccati e le nostre debolezze, riflesso della grande vittoria di Cristo sulla morte e il peccato.
A tutti, buona festa del Trionfo della Croce, rammentando che Dio, per trionfare e regnare, si serve anche di noi e delle nostre opere, ma come potrà Egli trionfare e regnare nelle società e negli ambienti se prima nella nostra vita e nella nostra anima non trionfa e regna?
Ricordiamoci, come scrive l’Apostolo ai Romani, che “Infatti il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra tra i pagani, come sta scritto”; torniamo per questo ad amare la Croce (“scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani”, come dice ancora l’Apostolo, riferendosi a Gesù Crocifisso, e quindi alla Croce, scrivendo ai Corinzi), torniamo o diventiamo buoni e veri cristiani, di fatto e non solo di nome, sostanzialmente e non solo formalmente!

20 luglio 2016

Il golpe fallito: tra purghe neo-ottomane e i fallimenti di USA e UE


di Alessandro Rico

Non è facile orientarsi nel caos politico seguito al tentativo di colpo di Stato in Turchia. Innanzitutto: golpe fallito o golpe fasullo? Non sono stati pochi gli analisti che hanno ipotizzato un coinvolgimento diretto di Erdogan nei fatti di venerdì notte. Stretto sul fronte interno da un’opposizione sempre più indignata, anche se abile nel barcamenarsi in mezzo ai Paesi europei, che lo hanno finanziato in cambio della chiusura della rotta migratoria balcanica, il Presidente turco avrebbe allestito una commedia, per procurarsi un pretesto che giustificasse una stretta repressiva, un rinvigorimento del suo rapporto carismatico con l’elettorato e quindi l’agognato sostegno popolare alla riforma costituzionale presidenzialista, con la quale Erdogan vorrebbe consolidare definitivamente il suo primato. Il pegno di sangue che gli eventuali “attori” dell’inscenato golpe hanno dovuto pagare parrebbe confutare tale ipotesi; certo, si potrebbe pensare che – come nel caso dei numerosi attentati avvenuti negli ultimi mesi in Turchia e per i quali l’opposizione aveva additato proprio Erdogan – il “sultano” possa aver appreso in anticipo della congiura e averla piegata a suo favore. D’altronde, sebbene si fossero susseguite le voci di una sua richiesta di asilo politico prima in Germania e poi a Londra, fonti autorevoli assicurano che il Presidente, al momento del golpe, era in villeggiatura e che non avrebbe mai lasciato il Paese.
Sia come sia, quel che è certo è che l’unico ad aver tratto vantaggio dal fallito colpo di Stato è proprio Erdogan. Invece, ne escono con le ossa rotte l’Unione Europea, gli USA e la NATO. Durante le concitate ore di quella che alla fine si è rivelata una maldestra sollevazione di una frangia minoritaria dell’esercito, il Presidente Obama auspicava che fosse rispettata la leadership legittima del Presidente democraticamente eletto. Oggi, quel Presidente democraticamente eletto promette di ripristinare la pena di morte con effetto retroattivo e ha provveduto a organizzare veri e propri rastrellamenti, anche a danno della magistratura, con sospette torture ed esecuzioni sommarie tra gli insorti e licenziamenti di massa tra i burocrati considerati infedeli (il che lascia supporre che le liste di proscrizione fossero già pronte da tempo e che si attendesse solo l’occasione propizia per tirarle fuori). Inoltre, chiedendo l’estradizione di Gülen, il milionario predicatore islamico, un tempo alleato di Erdogan, poi entrato in rotta con il regime e fuggito negli Stati Uniti, il “sultano” ha messo in serio imbarazzo gli americani, proprio nelle ore in cui faceva assediare la base NATO di Incirlik, dalla quale partivano le operazioni anti-ISIS della coalizione (non ci scordiamo, tra l’altro, che quello turco è per dimensioni il secondo esercito dell’Alleanza Atlantica). Anche qui, Erdogan potrebbe aver giocato d’anticipo: a fine giugno aveva inviato a Putin una lettera di scuse formali per l’abbattimento del jet militare russo, avvenuta a novembre, siglando così una tregua col Cremlino e forse gettando le premesse, come congettura La Stampa, per un inedito asse euroasiatico dal considerevole potenziale bellico. L’ambiguità strategica di Erdogan ha insomma sorpreso la presidenza USA, che d’altronde in questi anni ci ha abituato a una politica estera disastrosa.
Inerme anche l’Unione Europea. Al solito, evanescente la posizione dell’Alto rappresentante per gli affari esteri Mogherini (né si può pretendere che questa signora, che un tempo si occupava delle campagne antirazziste della FAO, detti la linea di politica estera di un’organizzazione sovranazionale, che una politica estera non ce l’ha). Ma la peggior figura è quella della Merkel. Quando le stesse testate tedesche riportavano che la Germania aveva rifiutato l’atterraggio all’aereo di Erdogan in fuga, la Cancelliera era apparsa una voltagabbana, visto che proprio il suo Paese era stato il maggior beneficiario dell’accordo anti-immigrazione, stipulato con la Turchia a suon di miliardi. Adesso, mentre i media rilanciano le dichiarazioni di Erdogan sulla pena di morte, la Merkel minaccia di impedire alla Turchia l’ingresso nell’Unione Europea. Al che ci si domanda se, qualora si limitasse alle feroci purghe da regime neo-ottomano, a Erdogan sarebbe consentito di sedere tranquillamente al tavolo con gli altri membri UE, quella UE che intimidisce la Polonia per i suoi progetti di legge anti-abortisti, ma pare pronta ad accogliere uno Stato confessionale islamico, in cui il governo abusa dei magistrati, dei giornalisti, della popolazione civile – e in cui gli omosessuali sono impunemente discriminati, quando non esposti a pericolo di morte: altro che matrimonio gay e utero in affitto, CEDU e Elton John.
Alla fine, come voleva Obama, il leader democraticamente eletto ha trionfato. Ma mai come ora, riprendendo la scena di un cult di Roberto Benigni, è il caso di dire: «Vaffanculo alla maggioranza!».

19 luglio 2016

La velocità del Nulla


di Giuliano Guzzo

Il teorema che voleva Mohamed Lahouaiej Bouhlel, il trentunette responsabile della strage di Nizza della settimana scorsa, in preda alla follia, si sta letteralmente sciogliendo come neve al sole. Non perché al volante di quel camion bianco, la sera del 14 luglio scorso, non vi fosse il divorziato e depresso di cui si era parlato con tanta enfasi all’inizio, ma perché quella era soltanto una parte della verità, e probabilmente la più comoda; l’altra – quella che sta emergendo nelle ultime ore – sta restituendo agli investigatori l’inquietante profilo di un uomo che, nel giro di pochissime settimane, è passato da una «vita sessuale senza freni», fatta di locali latinoamericani, siti per incontri bisessuali ed eccessi, all’ultraviolenza jihadista. Suffragano questa sconvolgente pista diversi elementi fra cui le più recenti ricerche sul web dell’assalitore, all’insegna di «decapitazioni», «terribile incidente mortale», «cadaveri dell’Isis» e «nashid», i canti religiosi usati nella propaganda jihahdista, e la testimonianza di un suo zio, secondo cui si sarebbe lasciato indottrinare in appena due settimane. Ora, questi riscontri sono troppo lampanti e contraddittori per non sollevare interrogativi: com’è possibile? Che cosa è successo? Quale delirio può aver spinto il giovane franco-tunisino a trasformarsi, con spiazzante rapidità, da individuo licenzioso ad Angelo della Morte? Il peso di queste domande porterà molti ad evitarle o addirittura a ripiegare ancora sull’ipotesi – adesso assai traballante – dello squilibrato. Del resto, è comprensibile.

Infatti, è impossibile guardare alla radicalizzazione lampo di Mohamed Lahouaiej Bouhlel senza dover amaramente ammettere che, in verità, non c’è stato detto che nel momento in cui il futuro attentatore si immergeva in un’esistenza senza regole stava già respirando quel vuoto di umanità che lo avrebbe spinto, dopo un po’, a perderla del tutto. Attenzione: dire questo non significa, banalizzando, asserire che chiunque conduca una vita «senza freni» sia un futuro terrorista né s’intende associare il diffondersi del terrorismo islamico – che non nasce certo in Europa – alle nostre viscere culturali. La biografia dell’autore della strage di Nizza sottolinea altro, vale a dire la consustanzialità fra nichilismo e terrorismo cosa che, prima di altri, aveva notato con acume il filosofo André Glucksmann (1937–2015): «Credo sia questa la filosofia del terrorismo: il nichilismo. Che cos’ è il nichilismo? Sintetizzando al massimo, si può dire che con il nichilismo tutto è permesso. Abbiamo il diritto, ci prendiamo il diritto di uccidere dei civili, di uccidere dei bambini, di uccidere dei passanti, di uccidere chiunque. Tutto è permesso. È questo il motto, il leitmotiv del nichilismo. Questo ci insegna molto. Dire che l’essenza del terrorismo è il nichilismo significa che non si può ricondurre il terrorismo a un fanatismo religioso. Equivale a dire che è qualcosa che va al di là, che travalica una guerra di religione» (Corriere della Sera, 15.12.2004, p.35).

Ciò che invece, da sociologo, avevo evidenziato io alcuni mesi fa, era il sorprendente legame tra il fenomeno della secolarizzazione e la crescente simpatia, in alcuni giovani, verso il terrorismo di matrice islamista. Un legame, anche qui, non causale ma netto e che conferma su scala europea l’intuizione di Glucksmann. Ricordo che le mie osservazioni indispettirono molti, i quali mi accusarono di semplificare. Se la vedano loro, allora, con la storia dello stragista di Nizza e provino – se vi riescono – a spiegare, tralasciando l’ipotesi della consustanzialità fra nichilismo e terrorismo, la velocità con cui il Nulla ha inghiottito quell’uomo, facendone uno jihadista estremo. Credo che, dopo un po’, anche costoro ammetteranno – senza che questo, sia chiaro, scagioni il mondo islamico dalle sue responsabilità, specie in termini di omertà, rispetto al terrorismo islamista –  quello che si sta delineando con chiarezza, e cioè che Mohamed Lahouaiej Bouhlel si è convertito così presto alla causa jihadista non nonostante la “scarsa religiosità” di cui si raccontava subito dopo all’attentato, ma proprio grazie a questa. Senza che se ne rendesse conto, infatti, nel momento in cui il giovane liberava in solitudine la sua esistenza da ogni principio stava facendo spazio ai demoni che, di lì a poco, si sarebbero presi quel che restava della sua vita e quella di tanti innocenti. E’ una verità amara, me ne rendo conto, ma è tempo di fare a meno delle bugie. Anche delle più rassicuranti.

https://giulianoguzzo.com/2016/07/19/la-velocita-del-nulla/