13 ottobre 2011

Un Nobel politicamente corretto per soddisfare le femministe

Con questo articolo inizia la sua collaborazione con noi Alfredo De Matteo, nato a Roma, sposato e con tre figli (eppure ha la televisione in casa). Laureatosi in psicologia clinica alla Sapienza di Roma nel lontano 1995 con una tesi sulla violenza negli stadi (ma che c’azzecca, direbbe qualcuno), ha poi realizzato che gli psicologi gli stavano sulle balle ed alle psicoterapie individuali o di gruppo e a quel pervertito di Freud ha preferito il Sacramento della Confessione. Dicono di lui che è un accanito berlusconiano: non date retta sono solo voci, anche se maledettamente bene informate.


Il nobel per la pace 2011 è stato assegnato a tre donne i cui nomi a me non dicono proprio nulla. Ma in fondo che cosa importa? Va da se che il semplice fatto che le insignite del prestigioso riconoscimento appartengano al genere femminile è già un fattore che spezza sul nascere qualsiasi abbozzo di critica. Lo stesso dicasi per altre categorie umane come gli abbronzati alla Barack Obama che qualche anno fa ha ricevuto il medesimo premio e non si sa ancora per quali meriti.
Ma torniamo alle donne. Se è vero che nel passato l’uomo la faceva da padrone ora sono le donne a dettare legge, tanto che possiamo tranquillamente affermare di trovarci in una situazione di sostanziale dittatura del (ex) gentil sesso.

Ecco qualche esempio: dal 1978, anno dell’entrata in vigore della criminale legge 194 sull’aborto volontario, le donne hanno pieno potere di vita e di morte sulla creatura che portano nel grembo. La decisione se abortire o meno è nelle mani della madre ed il padre del nascituro conta come il due di coppe. La legge, infatti, non permette a colui che detiene, fino a prova contraria, il 50 percento del patrimonio genetico del figlio di intromettersi in alcun modo in quello che è considerato un affare privato della donna, a meno che non sia lei stessa a volerlo. Addirittura, qualora lo desiderasse la madre potrebbe ricorrere all’aborto senza nemmeno avvisare il padre del bambino né della gravidanza né del consumato omicidio.
Ma anche nei casi di divorzio le prospettive per noi maschietti non sono affatto buone, dal momento che il coltello dalla parte del manico ce l’hanno sempre e solo loro. Non a caso, esiste un esercito di (ex) mariti sfrattati e privati dei figli che non possono permettersi né un alloggio decente né cibo per sopravvivere e sono costretti a rivolgersi alla Caritas sia per mangiare che per dormire. Le statistiche ci dicono che i separati maschi hanno il triplo di probabilità rispetto alle separate femmine di suicidarsi o di cadere in forme gravi di depressione o altre malattie psichiatriche.

Ora però andiamo ad analizzare il settore del lavoro dove certamente, diranno i più, l’uomo è avvantaggiato. Ma neanche per idea, visto che da qualche tempo a questa parte ci sono le quote rosa, anche in Italia! Già è un po’ di tempo che negli Stati Uniti la percentuale di donne occupate ha raggiunto il 50 percento e a breve si prevede l’agognato sorpasso. Poco importa se proprio a causa del massiccio ingresso delle donne nel mondo del lavoro le famiglie si sfasciano e i figli crescono senza un padre e con una madre tutta meeting e tailleur alla moda. Eppure, a ben vedere, questa situazione ce la siamo creata noi uomini con la nostra inettitudine, la nostra codardia e mancanza di fede; infatti, la cosiddetta rivoluzione femminile l’abbiamo pensata, programmata ed attuata prevalentemente noi con l’appoggio di buona parte degli uomini di Chiesa. Infatti, appena ti inginocchi (o meglio ti siedi, visto che gli inginocchiatoi sono quasi del tutto scomparsi) nel confessionale il sacerdote di turno come prima cosa ti chiede: “aiuti tua moglie nelle faccende domestiche?”  

1 commento :

  1. Almeno eviterei di dare dell'abbronzato (ancora? mi pare una di quelle battute da scuola elementare) a Obama: dal momento che lei ha scritto un bell'articolo da Africano-Maschilista-Sessualmente/Socialmente-Represso

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