29 novembre 2011

Rachida e lo spettro dell'apostasia

di Riccardo Facchini
Potrebbe essere stato l'ennesimo delitto d'onore o l'ennesimo, assurdo, omicidio passionale. E probabilmente è così. Ma l'assassinio di Rachida Radi, marocchina di trentacinque anni che lo scorso 19 novembre, a Brescello in provincia di Reggio Emilia, è stata presa a martellate e uccisa dal marito, Mohamed al-Aryani, evoca lo spettro anche di un crimine di matrice religiosa. E sottolineo "anche" perché conosco bene il tipo di obiezioni che i benpensanti italiani potrebbero farmi: ovvero che la violenza sulle donne è un fenomeno che non dipende dal proprio credo, che i musulmani non sono tutti assassini (ma dai?) e che gli stessi crimini, se compiuti da italiani, fanno meno notizia.

E' sufficiente però informarsi sugli ultimi anni di vita della povera Rachida per far sì che il dubbio, lo spettro a cui ho fatto riferimento, diventi una tragica e concreta possibilità. La giovane donna, stando alle prime testimonianze, aveva infatti da tempo iniziato "un percorso verso una nuova vita" (simboleggiata dalla sua rinuncia al velo) che lasciava presagire una prossima conversione al cattolicesimo, favorita dalla costante frequentazione della parrocchia. Finché gli inquirenti non faranno luce sul caso non possiamo sapere con certezza quale fosse il movente che ha armato la mano del coniuge; e non mi sorprenderebbe che quello passionale e quello religioso/culturale possano essere entrambi all'origine del gesto. L'avvicinamento a un'altra fede potrebbe essere infatti stato vissuto dal marito come la fuga della moglie verso una nuova comunità di appartenenza, come un allontanemento da lui stesso, oltre che dall'islam. Ciò che è certo è che questa triste storia non può che ricordarci i tragici casi di Hina Salem o di Sanaa Dafani, entrambe uccise dai loro padri perchè "troppo occidentali". 

Il caso di Rachida si differenzierebbe però per un aspetto che, se confermato, non farebbe altro che risollevare una questione delicata e ancora irrisolta: quella dell'apostasia per i fedeli islamici. Come ricordato da Valentina Colombo, una interpretazione letterale - la più diffusa nel mondo islamico - delle fonti (Corano e hadith, i detti del profeta) che sono alla base del diritto islamico (sharia) lascia ben poco spazio per una riforma in senso liberale del precetto. "Chiunque apostati l’islam, uccidetelo” (84, 57), recita un hadith della raccolta di Bukhari (52, 260).

Ciononostante, come spesso abbiamo ricordato dalle nostre pagine, le figure di intellettuali musulmani che auspicano un'autentica riforma dell'islam non mancano (Mohammed Charfi, Gamal al-Banna, Tarek Heggy...), ma noi occidentali siamo così impegnati a "dialogare" con presunti "musulmani moderati" e imam fai-da-te da dimenticarci dell'esistenza stessa di quegli aspiranti riformatori, gli unici con cui poter instauare un vero e costruttivo dialogo. Chissà, forse ci renderemo conto di loro solo quando i nostri giornalisti ci racconteranno quanto e come twittano. Fino ad allora, di fronte a casi come quelli di Rachida o Hina, non faremo altro che rassicurare le nostre coscienze ripetendo il solito, stanco ritornello: "ma succede anche tra italiani...".
 

1 commento :

  1. accogliamoli pur "rispettando" la loro "cultura", fra un po' tocchera' pure a noi..

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