06 gennaio 2012

Non li avete fatti nascere. Almeno seppelliteli

di Riccardo Facchini
In questo post del tre agosto commentavo il provvedimento dell'associazione "Difendere la vita con Maria" (ispirato a uno simile della giunta Formigoni del 2007) in merito al seppellimento dei bambini mai nati a causa di un aborto. Le reazioni del mondo pro choice e femminista furono ovviamente di scontata indignazione - i radicali, per per bocca di Maria Antonietta Farina Coscioni, definirono l'iniziativa una "vergognosa speculazione" - e vennero tirati fuori per l'occasione i soliti leit motiv sul terrorismo psicologico nei confronti delle donne e sulla loro autodeterminazione.
Non mi sorprende quindi che reazioni simili si stiano verificando in questi giorni in seguito alla nascita a Roma del "Giardino degli Angeli", uno spazio di 600 metri all'interno del cimitero Laurentino dove poter tumulare le salme dei bambini a cui è stato impedito di venire alla luce.
Ok, il nome forse è un po' smelenso, l'iniziativa potrebbe puzzare di strumentalizzazione politica (è nata su iniziativa del vicesindaco Sveva Belviso) e - soprattutto - non ci va proprio giù che ogni qual volta viene inaugurata una simile iniziativa le autorità politiche promotrici facciano al tempo stesso una spericolata esaltazione della 194. Però, per chi come noi ritiene l'aborto un omicidio, per chi non può accettare compromessi sui valori non negoziabili, non si può che guardare con soddisfazione a un' iniziativa che potrebbe soltanto sensibilizzare l'opinione pubblica, senza terrorizzare nessuno.

Come dicevo, anche in questo caso l'iniziativa ha provocato la levata di scudi di chi considera l'aborto un diritto inalienabile. Stavolta però, gironzolando in rete, mi sono imbattuto in un pezzo a metà tra l'inquietante e l'in-credibile. E' stato scritto da una donna che ha abortito, quindi per una volta - e non è una gentile concessione, ma umana compassione - evito di buttarla sulla battutina e sul sarcasmo. Ma questo non può impedirmi di criticare, oltre che il gesto in sé, anche il modo con cui l'autrice rivendica la sua scelta. Quest'ultima sostiene di aver «dolorosamente scelto di non conoscere il proprio figlio» perché la vita del piccolo «sarebbe stata un’assurdità genetica, un patchwork di cromosomi un po’ brilli», qualcosa di insopportabile per «questo mondo di sobri bacchettoni». Il tono "amorevole" con cui si rivolge alla figlia mai avuta non riesce a nascondere però un aspetto fondamentale: la sua scelta, seppur sofferta, dolorosa, ha agito sulla libertà di un terzo che, in quel momento, scelta non aveva: il nascituro. Un nascituro che ha visto giudicare la sua vita in base a un corredo genetico che, anche se "brillo", aveva tutto il diritto di concretizzarsi in un bambino.

L'amaro che lascia in bocca la lettura di quel pezzo non può che essere aggravato da un'osservazione cinica, ma realistica: ci hanno raccontato per anni la favoletta che la 194 non ha finalità eugenetiche, che non mira a mettere al mondo solo bambini sani. Ecco, come se ne avessimo bisogno, questo articolo giunge a ricordarci quanto la 194 sia una legge iniqua, non una legge "mal applicata"
Una legge che, con l'aiuto di Dio, dovrà prima o poi essere cancellata dalla nostra legislazione.
 

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