25 febbraio 2012

Il latinorum di Giovanni XXIII finito nel cestino

di Federico Catani
Mi azzardo a camminare su un terreno non (ancora) mio e sul quale posso davvero sbagliare di grosso. Tuttavia, cercando di parlare da uomo della strada, ho l'ardire di fare alcune brevissime riflessioni su un tema a me molto caro: il latino. Non sono un latinista e, se non fosse stato per la mia professoressa di lettere delle medie, della lingua degli antichi Romani saprei ancor meno di quel che conosco, nonostante abbia frequentato il liceo classico. Però la materia mi affascina e vorrei conoscerla molto meglio. A parte ciò, perché parlare di latino? Per un semplice motivo. 


In questi giorni ricorre il 50° anniversario della Costituzione apostolica "Veterum sapientia", firmata da Papa Giovanni XXIII il 22 febbraio 1962. Sarebbe inutile cercare il testo sul sito del Vaticano: lì si può trovare solo in latino e spagnolo! Una sorte simile a è toccata, guarda caso, al Motu proprio "Summorum Pontificum" che si trova in latino e ungherese (sic!). Questo tanto per dimostrare quanto la Chiesa attuale ci tenga a simili documenti. 

Il testo del "Papa Buono" lo si può leggere facilmente cliccando qui sopra, quindi non è il caso di stare a riprendere e commentare i suoi passi, né di spiegare perché il latino è importante nella vita della Chiesa. Il sottoscritto, da uomo della strada, vuole solo fare una semplice constatazione. Nella "Veterum sapientia" Giovanni XXIII, il Papa del Concilio Vaticano II, impone lo studio del latino a tutti i sacerdoti, parla addirittura di corsi tenuti in latino e ribadisce la sua imprescindibilità nella liturgia. Oltre a ciò, raccomanda con forza anche il greco antico. Ebbene, oggi quanti preti conoscono quella che dovrebbe essere la lingua universale della Chiesa? In quanti seminari si studia? E ancora, con l'amaro in bocca, debbo osservare che il documento di Papa Roncalli fu disatteso in meno di dieci anni. Con la nuova Messa del 1969 infatti, e nonostante dal Concilio non fosse previsto esplicitamente, tutto si volgarizzò e il latino andò in soffitta. Dove sta qui la famosa ermeneutica della continuità? Come si può dire che non c'è stata una rottura col passato? La "Veterum sapientia" risale al 1962, a solo qualche mese prima dell'apertura dell'assise conciliare! Eppure tutti se ne infischiarono. 

Papa Giovanni XXIII, sia detto col massimo rispetto, commise molti errori. Ma perché si esaltano questi ultimi e si glissa sugli atti eccellenti come, appunto, la "Veterum sapientia"? Misteri (?) di questa Chiesa post-conciliare in crisi e travolta da tutte le parti... L'unica speranza terrena è l'intervento di Benedetto XVI con l'aiuto di qualche cardinale ancora cattolico.  
 

1 commento :

  1. Piccola consolazione l'articolo pubblicato oggi sull'Osservatore Romano: http://www.osservatoreromano.va/portal/dt?JSPTabContainer.setSelected=JSPTabContainer%2FDetail&last=false%3D&path=%2Fnews%2Fcultura%2F2012%2F047q12-Perch--i-preti-devono-studiare-il-latino.html&title=Perch%C3%A9

    RispondiElimina