26 febbraio 2012

La Quaresima di Benedetto: Carità e Verità

di Marco Mancini
Mentre un turbinio di scandali continua a scuotere la tranquillità dei Sacri Palazzi, Benedetto XVI prosegue quasi imperterrito nella propria opera di successore di Pietro, confermando i fratelli nella fede.
Nelle ultime settimane, rispettivamente con il Messaggio per la Quaresima 2012 e con la Lectio Divina tenuta in occasione dell’incontro con il clero romano, il Santo Padre ha richiamato l’importanza di due realtà oramai dimenticate nel contesto ecclesiale odierno: la correzione fraterna e l’umiltà.

A uno sguardo superficiale, cioè agli occhi di non pochi tra quelli che hanno l’abitudine di prendersela con la Chiesa, sembrerebbero due richiami in contraddizione tra loro: come si può essere umili e al tempo stesso correggere i fratelli quando cadono nell’errore? L’umiltà non è la virtù in ragione della quale Cristo ci invita a guardare la trave nel nostro occhio, prima che la pagliuzza in quello altrui? Perché, dunque, impicciarsi di come agisce e pensa chi ci sta vicino e pretendere addirittura di correggerlo?
La risposta è che esiste un fil rouge che unisce i due aspetti: questo elemento di congiunzione è, neanche a dirlo, la Verità.

Per quanto concerne la correzione fraterna, Benedetto XVI sottolinea come essa sia la naturale conseguenza della virtù teologale della carità: se si vuole il bene del fratello, chiunque egli sia, bisogna preoccuparsi anche e soprattutto della sua condizione spirituale. La logica conseguenza, dunque, è fare tutto quanto è in proprio potere per richiamare il prossimo alla conversione, nel rispetto della sua libertà. Fare “la verità nella carità”, aveva scritto San Paolo (Ef 4, 15): è un motivo sul quale Ratzinger è tornato in molteplici occasioni, tra le quali la sua ultima enciclica, il cui titolo costituisce proprio una parafrasi-inversione dell’espressione paolina. Questo è il senso della “correzione fraterna”, che assume particolare rilevanza proprio in corrispondenza della Quaresima, tempo della conversione per eccellenza.

Quanto all’umiltà, essa “è soprattutto verità, vivere nella verità, imparare la verità” (il termine “verità” torna ben 34 volte in un testo lungo circa 4000 parole). Essere umili significa riconoscersi creature, evitare la superbia che è “alla radice di tutti i peccati”, anche di quello originale (eritis sicut Deus!), soprattutto imitare Cristo, fattosi obbediente fino alla morte di croce. Significa anche riconoscersi parte di una realtà più grande di noi. In questo senso, Benedetto XVI interviene con estrema chiarezza sui veleni delle ultime settimane, censurando la vanagloria e la sete di potere di tanti uomini di Chiesa: è proprio l’umiltà, infatti, il presupposto dell’unità, anche di quella ecclesiale. Nell’ultima parte del discorso, infine, il Papa stronca nuovamente i sedicenti “cattolici adulti”: il risultato della loro emancipazione non è altro che “la dipendenza dalle onde del mondo, dalle opinioni che tutti pensano e vogliono”.

Sembra di udire nuovamente le parole di fuoco contro la “dittatura del relativismo” pronunciate nella celebre omelia della Missa pro eligendo Romano Pontifice, prima dell’apertura del conclave del 2005. Non a caso, anche in quell’omelia l’allora cardinale Ratzinger affrontava la questione del nesso tra verità e carità, ricordando che “in Cristo, coincidono verità e carità. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita, verità e carità si fondono. La carità senza verità sarebbe cieca; la verità senza carità sarebbe come «un cembalo che tintinna» (1 Cor 13, 1)”.

Quell’omelia, dunque, era un vero e proprio programma del futuro pontificato. Un programma che Joseph Ratzinger, per nulla scoraggiato dagli scandali né intimorito dai lupi e incurante dei falsi giudizi del mondo, continua a portare avanti, a passo lento ma inarrestabile.  

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