28 febbraio 2012

Meritocrazia ed egualitarismo: dogmi laici

Negli ultimi mesi, in particolare dopo l’insediamento del governo Monti, si è parlato molto di meritocrazia come di uno degli ingredienti indispensabili per far ripartire l’economia del Paese: se ne continua a discutere a proposito di riforma della scuola, di mercato del lavoro, di selezione della classe dirigente. Nelle ultime settimane se ne è dibattuto molto, soprattutto sui social network, quando si è venuti a sapere che i figli di alcuni esponenti dell’esecutivo occupano posizioni lavorative di un certo prestigio sociale ed economico, che ad altri sarebbero forse precluse.
 
L’esempio paradigmatico è stato l’accanimento mediatico sulla figlia della Ministra Fornero, la Professoressa Francesca Deaglio, che ha scatenato accusa e difesa. Qualche settimana prima era stata invece l’uscita del sottosegretario MichelMartone a destare clamore, non tanto per l’affermazione in sé, che considero ragionevole in un contesto di normalità economico-sociale, quanto per il background familiare del sottosegretario stesso. Non mi permetto di giudicare le capacità ed i risultati scientifici della Professoressa Deaglio o del Professor Martone (penso sia compito della comunità scientifica e non dei blogger), anche se potrei avere qualche perplessità sui processi di selezione che li hanno coinvolti, o sul fatto che probabilmente non hanno avuto ostacoli oltre a quelli meramente formativi nel loro percorso universitario, ma vorrei esprimere alcune considerazioni in merito a quella che si potrebbe definire la questione meritocratica. Si badi bene: non contesto assolutamente il fatto che la meritocrazia sia uno fra i migliori metodi di selezione della casse dirigente in un’ottica di efficiente allocazione delle risorse e quindi di crescita dell’economia (obiettivi comunque discutibili), ma vorrei esprimere alcune perplessità sulla bontà intrinseca del sistema stesso.

Partiamo dalla definizione di merito: nel suo libro del 2008, Meritocrazia. Quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto, George Abravanel propone una definizione, condivisa dalla comunità scientifica, che richiama la cosiddetta equazione del merito: I + E = M. “I” sta per intelligenza, in senso lato, mentre “E” deriva dall’inglese effort, e significa impegno (considero l’operazione somma come logica e non matematica, come spiegherò più avanti). Meritocrazia invece è “un sistema di valori che valorizza l’eccellenza indipendentemente dalla provenienza”, i cui due pilastri sarebbero le pari opportunità (grazie al sistema educativo) ed il libero mercato. La definizione mi pare azzardata: al posto di valori io direi di incentivi, mentre in riferimento alla valorizzazione del merito io parlerei di selezione della classe dirigente nel secondo (sennò che -crazia è?). Altro discorso è la meritorietà, che effettivamente propone un criterio di verifica di una abilità o di un risultato conseguito. Ma andiamo avanti con i problemi più importanti che sorgono.

Il primo è di natura sostanzialmente tecnica, e riguarda la capacità di misurare il merito nelle sue due componenti, l’intelligenza e lo sforzo: per superare il problema si misurano i risultati, che però presuppongono una metodologia problematica, come ad esempio il fondamento economicistico, la presenza di casualità nel conseguimento del risultato stesso, oltre alla non esatta corrispondenza fra input ed output. Un esempio di attualità sono i test OCSE PISA, un’indagine internazionale che accerta “con periodicità triennale i risultati dei sistemi scolastici in un quadro comparato”. Succede così che le scuole non rispondano più al loro dovere formativo (o meglio educativo), ma si concentrino invece nel preparare gli studenti con il solo obiettivo di superare questi test internazionali, provocando un notevole svilimento del ruolo della scuola, già alquanto umiliata negli ultimi anni. Chi di voi ha preparato il TOEFL, il GMAT, o il GRE senza consultare un manuale preparatorio, o pensa che questi test rappresentino un indicatore affidabile della conoscenza dell’inglese o dell’intelligenza di una persona?

Il secondo punto di discussione riguarda l’onnipotenza del mercato (altro dogma): esso presenta un certo grado di incapacità (anche se non assoluta) di allocare le persone giuste nel posto giusto al momento giusto, oltre alla sua mancanza di obiettivi di sorta (tantomeno meritocratici) ma si evolve in modo più o meno spontaneo, premiando chi risponde in maniera adeguata (e spesso casuale) all’incontro tra domanda e offerta (di lavoro). Un esempio interessante è l’ultimo Festival di San Remo.

Il terzo è di natura più filosofica, e riguarda la “giustizia” della scelta del meccanismo meritocratico: è da considerarsi in parte arbitraria la scelta della meritocrazia quale strumento di selezione della classe dirigente, imprenditoriale e politica. Il ragionamento è il seguente: nel momento in cui le dotazioni di intelligenza “I” ed impegno “E” di ogni individuo non sono passibili di scelta da parte dell’individuo stesso, ma sono distribuite in modo casuale, qual è la differenza fra selezione basata sul merito da quella fatta per nascita, per censo, o per etnia? Ovviamente in questo caso vi possono essere tre obiezioni: la prima riguarda l’effettiva casualità della distribuzione (e sviluppo) dell’intelligenza fra le persone, escludendone la correlazione con background sociale, culturale, ecc.; la seconda riguarda l’impegno, che può essere antropologicamente, eticamente e/o socialmente determinato; la terza riguarda gli ingredienti che potrebbero mancare alla formula sopra esplicitata (come ad esempio l’istruzione ricevuta, la salute, i contatti sociali, il background familiare). Tutte queste obiezioni rimandano ad elementi parzialmente (se non totalmente) esogeni alle decisioni dell’individuo. Per risolvere questi problemi, o in base a ragionamenti di altro tipo, la proposta che viene fatta da alcuni è quella di livellare tutto, garantendo pari condizioni di partenza, creando però a mio avviso altri interrogativi. Come garantire pari condizioni di partenza a persone di fatto molto eterogenee fra di loro? E quanto dovrebbero essere uguali queste condizioni di partenza? E come si dovrebbero implementare? Teniamo presente inoltre che le pari condizioni di partenza riguardano gli output relativi all’intelligenza, ma non allo sforzo (a meno di incentivi alquanto coercitivi). Parlare di merito implica evidentemente accettare la disuguaglianza fra gli uomini, e questo tentativo di forzare gli individui all’uguaglianza a mio avviso manifesta implicitamente la vecchia utopia egualitarista di un certo illuminismo deviato, che avvenimenti storici ed espressioni filosofiche hanno dimostrato irrealizzabile, se non deleteria: idealmente solo individui “prodotti” in serie e cresciuti allo stesso modo (stesso ambiente economico e sociale, stessi educatori, ecc) potrebbero aver eguali condizioni di partenza.

Come risolvere dunque il problema?
Da un punto di vista filosoficamente realista, io ribalterei il ragionamento: non si deve violentare la realtà, forzando gli individui ad un’uguaglianza utopica, ma riconoscere le differenze e adattarvisi per quanto possibile. Personalmente mi rifaccio alla parabola dei talenti: l’impegno richiesto da ognuno è quello di far fruttare al meglio i talenti di cui dispone, all’interno di un sistema in cui ogni persona abbia la possibilità di manifestare le proprie potenzialità (che andrebbero curate in un contesto formativo caratterizzato da un’elevata qualità della scuola dell’obbligo, o da un sistema sano di borse di studio), sempre considerando i vincoli economici e sociali, che sono ineliminabili (appartenenza ad una famiglia, comunità, e cultura diverse).

Inoltre, la meritocrazia può funzionare perfettamente in società democratiche ad economia liberale, e quindi è implicita l’accettazione delle due condizioni di base. Aggiungo anche che la meritocrazia come ascensore sociale funziona solamente nel momento in cui l’economia è così dinamica da poter permettere a molta gente di salire e ad altra di scendere (ed il movimento verso il basso non è mai chiaramente esplicitato).
La mancanza di un approfondimento delle osservazioni sopra esposte ci porta all’accettazione passiva dell’ennesimo dogma laico, mascherato da libertà di autodeterminazione (e sempre che la libertà di autodeterminazione sia qualcosa di buono) e da uguaglianza sostanziale (che a mio avviso è inarrivabile sia in partenza che all’arrivo). Un dogma funzionale a qualcosa di diverso dall’uomo, teso a giustificare la perpetuazione dell’attuale aristocrazia.

 

1 commento :

  1. “… Il secondo punto di discussione riguarda l’onnipotenza del mercato (altro dogma): esso presenta un certo grado di incapacità di allocare le persone giuste nel posto giusto al momento giusto…”

    Eppure, ora, qualcuno, senza neanche conoscerti, è al lavoro in qualche foresta del pianeta su un tronco adatto al fine di metterti a disposizione la matita che ti servirà giusto tra mesi, lo stesso dicasi del minatore che estrae carbonio chissà dove. Come “grado” di coordinazione tra sconosciuti non è malaccio :-) La storia di questo piccolo miracolo allocativo tra sconosciuti la puoi leggere qui: http://c457332.r32.cf2.rackcdn.com/pdf/books/I,%20Pencil%202006.pdf

    A parte gli scherzi, la critica ai test-high-stake è condivisibile, ma proprio perché si tratta di misurazioni del merito “fuori-mercato” (corollario: criticarli come “economicisti” è dunque insensato).

    Certo, il mercato premia la creazione di valore e non il merito in sé, ma, per nostra fortuna, le due cose sono strettamente correlate.

    Certo, un talento puo’ essere ereditato senza merito. Ma in questi casi meglio liquidare la faccenda con il buon senso: quando una persona brillante ha successo la gente applaude, non perde tempo a considerare che costui “non merita la sua brillantezza”.

    Inoltre il mercato rispetta le differenze tra soggetti (anche troppo, per alcuni).

    Il fatto infine che non pretenda di domare del tutto la fortuna (provvidenza?) sottomettendola ad algoritmi cervellotici e spesso insensati, forse è più un merito che una colpa.

    Ultima cosa: tra i paesi del primo mondo, quelle dove il mercato ha più spazio (nord america) sono anche le più religiose. Ergo: assolve le sue funzioni di misuratore del merito senza lo spiacevole effetto collaterale della secolarizzazione.

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