05 marzo 2012

Aborto=omicidio. Almeno ora lo ammettono

Premessa: gli autori del pezzo, già commentato da Mario Palmaro, su aborto e infanticidio hanno tentato poi goffamente di smentire le loro tesi. Per un'analisi della smentita date un'occhiata al commento di Giovanni Corbelli pubblicato su Libertà e Persona.
di Alfredo De Matteo
Spesso ci si lamenta della cosiddetta fuga di cervelli dal nostro paese e si sollecitano le istituzioni a fare di più affinché ciò non si verifichi o si verifichi sempre meno. Il recente articolo di due biologi italiani, Giubilini e Minerva, apparso sul Journal of Medical Ethics con l’inquietante titolo Uccidere un neonato è eticamente accettabile in tutti i casi in cui lo è l'aborto”, ci induce a rallegrarsi del fatto che tali cervelli siano provvidenzialmente fuggiti da casa nostra. In ogni caso, le tesi demenziali sostenute nell’articolo in questione ci costringono a riflettere sull’intrinseca malvagità delle leggi che avallano l’aborto volontario e sulla spirale del male da esse prodotta.

Secondo i due biologi italiani, se è lecito uccidere a determinate condizioni un bambino nel grembo materno dovrebbe essere egualmente lecito sopprimere un bambino già nato, qualora si dovessero verificare le medesime condizioni che giustificano il ricorso all’aborto. Infatti, sostengono Giubilini e Minerva, sia il feto che il bambino appena nato non sono ancora persone in quanto non hanno consapevolezza di loro stessi.


Per comprendere bene il pensiero (bacato) degli autori “gustiamoci” alcuni stralci dell’articolo: “Se il criterio come quello dei costi (sociale, psicologico, economico) per i genitori potenziali è una ragione sufficiente per abortire anche quando il feto è sano, se lo stato morale del neonato è lo stesso di quello del nascituro e se nessuno di loro ha alcun valore morale in virtù del fatto di essere solo una persona potenziale, allora la stessa ragione dovrebbe giustificare l'omicidio di una persona potenziale quando è appena nata … Gli aborti nelle prime fasi di vita sono l'opzione migliore, per ragioni sia fisiche sia psicologiche. Ma, se una malattia non è stata scoperta durante la gravidanza, se qualcosa è andato male durante il parto, o se le circostanze economiche, psicologiche o sociali sono cambiate e il prendersi cura della prole diventa un peso insostenibile per qualcuno, allora alle persone dovrebbe essere data la possibilità di non essere costrette a fare qualcosa che non sono in grado di sopportare”.

Cerchiamo di analizzare le tesi agghiaccianti contenute nell’articolo distinguendo due livelli: quello dei contenuti o delle premesse e quello della coerenza logica del seppur distorto ragionamento. Ora, è fuor di dubbio che le premesse da cui partono i due autori sono del tutto prive di fondamento filosofico e scientifico. Ad esempio, la categoria di persona potenziale è completamente inventata e non occorre essere degli scienziati o dei fini intellettuali per comprenderlo: nell’istante in cui il meraviglioso processo della vita si innesca (da individuarsi nel concepimento) non ha alcun senso situare in un qualsiasi punto successivo ad esso il momento in cui si diventa esseri umani, in quanto lo si è necessariamente fin dall’inizio. Non solo, il criterio della consapevolezza di sé come elemento imprescindibile affinché si possa parlare di persona umana è aberrante ed antiscientifico: infatti, se così fosse, il comatoso, l’handicappato mentale, l’anziano affetto dall’Alzheimer o semplicemente colui che non è momentaneamente cosciente (ad esempio dorme oppure è in stato di incoscienza) non dovrebbero essere considerate persone ma qualcosa d’altro.

Dunque, le premesse filosofiche e scientifiche da cui partono i due biologi sono del tutto false ma le conclusioni a cui gli stessi giungono sono perfettamente coerenti con tali assunti. Infatti, se è lecito l’aborto volontario e non v’è differenza sostanziale tra un feto ed un bambino appena nato, non si capisce perché i due assassinii dovrebbero essere considerati diversamente. Già nelle leggi che regolamentano l’omicidio dei non nati le incongruenze sono molto evidenti: per la legge italiana (la 194/1978) l’aborto è libero e perfettamente legale entro i primi tre mesi di vita del nascituro per poi diventare improvvisamente un reato penale (qualora si verifichino determinate condizioni) allo scoccare del 91 giorno di gestazione! A conferma dell’impossibilità di stabilire un criterio scientifico universalmente valido, non tutte le leggi che disciplinano l’aborto volontario fissano gli stessi parametri temporali: per alcune il limite oltre il quale non è più permesso uccidere un innocente è di tre mesi, per altre è di cinque mesi e così via.

L’articolo dei due biologi italiani ha il merito non trascurabile di mettere in luce la grave mancanza di chi sostiene la liceità dell’aborto volontario, o semplicemente non lo contrasta integralmente, e si scandalizza quando si parla di infanticidio o di altri crimini verso l’infanzia.Non v’è differenza sostanziale tra un bambino nato ed uno non nato: ciò è quanto affermano Giubilini e Minerva e ciò è quanto affermano la ragione, la scienza e la Chiesa stessa. Sulla base di ciò ognuno è chiamato a schierarsi in difesa della vita e della verità o contro di esse.
 

2 commenti :

  1. Ma meno male che l'hanno detto. Secondo me è ora che ci rendiamo conto delle conseguenze aberranti delle radici del "pensiero comune". O no?

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  2. continuate a diffondere la NO194.ORG!!!!

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