07 marzo 2012

La Libia un anno dopo. Un cimitero (profanato)

di Marco Mancini
Un cimitero, quello contenente le spoglie dei militari britannici caduti nel secondo conflitto mondiale, profanato da un gruppo di islamisti esagitati. Succede a Bengasi, seconda città della Libia, dove era partita l’insurrezione anti-Gheddafi e dove uomini dell’intelligence e consiglieri militari anglo-francesi avevano messo piede addirittura prima dello scoppio della rivolta. Dove, insomma, massima dovrebbe essere la riconoscenza dei libici verso gli occidentali “liberatori”. Invece, decine di tombe e persino la Croce che sormonta il Camposanto vengono abbattute a calci e colpi di martello. Un cimitero, per giunta profanato: forse non c’è immagine migliore per descrivere la nuova Libia.

E’ trascorso circa un anno dall’inizio della sedicente rivoluzione, terminata nell’ottobre scorso con la cattura e la morte del Colonnello Gheddafi. Se i soliti illusi nutrivano speranze sulle “magnifiche sorti e progressive” della democrazia libica, però, queste sono state immediatamente frustrate. Il Consiglio Nazionale di Transizione (CNT), composto in buona parte di ex-gheddafiani riciclatisi dopo l’inizio delle proteste, non riesce ancora ad affermare la propria autorità sulle numerose milizie tribali, sorte come funghi in questi mesi. La capitale Tripoli è oggetto di una vera e propria occupazione militare, con le diverse bande che, come nella Berlino del secondo dopoguerra, si sono spartite fette di territorio. Di più, i ribelli, già macchiatisi di crimini di guerra e contro l’umanità durante il conflitto, continuano ad eseguire feroci vendette nei confronti dei lealisti gheddafiani. Sirte, dove Gheddafi è nato e dove ha trovato la morte, è ormai una città fantasma, sventrata dai bombardamenti della NATO e abbandonata al suo triste destino. Emblematico anche il caso della città di Tawerga, in cui abitavano decine di migliaia di libici di colore, ritenuti tra i principali sostenitori del regime: i suoi abitanti sono stati uccisi, catturati o costretti alla fuga, attraverso una vera e propria operazione di pulizia etnica. Di qualche settimana fa è il video in cui alcuni di questi prigionieri, rinchiusi nella gabbia di uno zoo, sono costretti dalle forze ribelli a “mangiare” la bandiera verde della Jamahiriya gheddafiana e a saltare per schivare i colpi di proiettile. Una sorte simile hanno avuto molti altri centri della Libia, come i villaggi delle montagne Nafusa rimasti fedeli al Colonnello.

Ancora più inquietante, come visto sopra, è il rafforzamento dell’islamismo radicale nel Paese, che già in passato era stato, specie per quanto riguarda alcune aree e nonostante la feroce repressione operata da Gheddafi, una base di reclutamento di elementi jihadisti. Questi ultimi hanno giocato un ruolo di fondamentale importanza nel corso della ribellione, tanto che uno di loro, Abdelhakim Belhadj, già membro di un gruppo salafita affiliato ad al-Qaeda, catturato dalla CIA in Thailandia nel 2004 e poi trasferito in un carcere libico attraverso un’operazione di “rendition”, è diventato governatore militare di Tripoli in seguito alla caduta di Gheddafi. Laddove il regime arabo-socialista del Colonnello aveva garantito libertà di culto e una sostanziale laicità nella vita sociale del Paese, il nuovo CNT ha invece annunciato l’introduzione della sharia come fonte del diritto. Non è ben chiaro quanto tale annuncio troverà riscontro nella realtà, ma è certo l’indice di un chiaro cambiamento di clima.
Di questo passo, insomma, sarà probabilmente il caso di rispolverare il più classico dei motti nostalgici: in Libia, forse, si stava meglio quando si stava peggio.


 

1 commento :

  1. Discorso che si potrebbe fare anche per l'Iraq

    Gianni

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