31 marzo 2012

Non toccateci i compiti a casa

di Giuliano Guzzo
E’ semplicemente agghiacciante l’ipotesi avanzata dal Ministro dell’Istruzione Francesco Profumo di limitare «i compiti di tipo tradizionale». Primo perché tutto ciò che è «tradizionale», quasi sempre, è buono e dunque merita di essere conservato. Secondo perché è del tutto iniquo esonerare le generazioni future dall’incubo pomeridiano che hanno vissuto - senza fiatare - quelle precedenti. Incubo, oltretutto, particolarmente utile.


I compiti a casa, infatti, rappresentano una valida occasione per testare le diverse intelligenze: quella di chi sceglie, già in tenera età, di impegnarsi e di adempiere ai propri doveri, quella di chi intende specializzarsi anzitempo nell’arte della copiatura (che potrebbe tornare utile fino alla laurea) e quella, infine, di chi inizia a tentare la sorte, nella speranza di non essere scoperto nelle proprie colpevoli omissioni. Senza dimenticare che questi compiti offrono agli alunni la possibilità di ritrovarsi nel pomeriggio per unire le forze, per dividersi il lavoro, per conoscersi. «I compiti di tipo tradizionale», insomma, sono bene comune. Tengono allenata la mente, integrano la comprensione mattutina e non è affatto vero che sottraggono spazio al tempo libero: ho memoria – come molti, credo – di parecchi compagni che riuscivano tranquillamente a conciliare sport e svago con i compiti a casa. E spesso si trattava pure dei compagni più bravi. Certo, come per tutto vale comunque regola dell’equilibrio: troppi compiti a casa sono del tutto inutili, per non dire controproducenti nella misura in cui sottopongo gli alunni a stress eccessivo per la loro età. Ma che servano sì, questo è fuori discussione. A meno che non si decida di smantellare ulteriormente quello che resta della scuola; in quel caso ben venga l’abolizione dei compiti a casa. Poi però nessuno osi lamentarsi se le cose peggioreranno ancora e se gli insegnanti, nel giro di qualche anno, dovranno chiedere il permesso degli alunni (o ai loro genitori) per fare lezione, per fissare le date delle verifiche o anche solo per entrare in aula. 


Dipende tutto, del resto, da come uno intende la scuola. Se deve essere un laboratorio permanente di creatività con gli insegnanti degradati al ruolo di colti intrattenitori, va bene tutto. Ma se invece si ritiene che a scuola si debba continuare ad insegnare e soprattutto ad imparare, sia pure per gradi, quello che domani sarà la vita - «schola magistra vitae» non dice nulla? – allora è bene che i compiti a casa non vengano toccati. Perché sono, insieme a molto altro, parte integrante della formazione di ogni giovane studente. Sono sicuro che molti di coloro che, sia pure tra mille maledizioni, ricordano che cosa sono «i compiti di tipo tradizionale», concordano. E se non concordano, domani saranno interrogati. Per cui vadano pure a ripassarsi il libro dei ricordi scolastici. A casa, naturalmente. 
 

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