06 marzo 2012

Primarie all'italiana

di Alessandro Rico
Rita Borsellino, la candidata di Bersani, ha perso le primarie del Pd a Palermo. Se le primarie non fossero una farsa, non ci sarebbe niente di strano, oltre a un dato di cui la Segreteria del partito dovrebbe prendere atto. Ma le primarie dei democratici sono sempre state una irritante pantomima, il tentativo maldestro, cioè, di patinare di democrazia e partecipazione candidature già decise dal partito. Ecco perché, quando le cose non vanno come se le aspettano i suoi vertici, si aprono le contese. Come a Milano, dove vinse il candidato vendoliano Pisapia; come a Napoli, dove al ballottaggio il Pd dovette sostenere De Magistris. Episodi che restituiscono nudo e crudo il vero acume politico di Bersani, superato dagli eventi, dai militanti, dalla corrente dei moderati di Renzi e dalla fronda più radicale di chi, come Fassina, cerca di arruolare persino la Chiesa nella lotta per la socialdemocrazia.


Negli Stati Uniti, le primarie sono una cosa seria: persino il presidente uscente le affronta, perché la base del suo partito deve esprimersi sull’opportunità di presentarlo di nuovo alle elezioni. La campagna elettorale e il clima che la contraddistingue ricordano più le nostre politiche, che le pietose conte dei provinciali “neo-democratici”. La differenza è che, solitamente,
negli USA non c’è un Cremlino che colloca i suoi nominati contro i dissidenti trotzkisti. E non c’è bisogno di puntellare una leadership se gli esiti del voto scatenano un terremoto. Le correnti sono un fenomeno normale e tra Democratici e Repubblicani, si producono spesso intese trasversali, anche su singoli provvedimenti (per dire, Reagan fu spesso appoggiato da deputati democratici, mentre Ron Paul lo osteggiava). In un contesto del genere, le primarie hanno una ragion d’essere, perché nascono con lo scopo di segnalare il candidato che i membri del suo stesso partito considerano il più competitivo. Mentre nel Partito democratico (quello fondato da Veltroni), qualcuno cerca di suggellare la sua direzione politica con la retorica della partecipazione.

A breve, sarà la volta del Pdl. Le primarie vanno di moda e il partito dell’amore, fino a l’altro ieri fondato sull’incondizionata adorazione del capo, si converte al metodo democratico di selezione della classe dirigente. Con candidati spesso privi di contatto e soprattutto di consenso nei territori in cui si presentano, piazzati perché sono giovani e allora somigliano a Renzi, o perché sono cafoni arricchiti e allora fanno un po’ gentry inglese. Non un dibattito su idee, programmi, progetti. E, circostanza che fa rimpiangere il centralismo edulcorato del Pd, una resa dei conti tra le fazioni che si contendono spesso zone geografiche attigue, al limite del fratricidio tra guelfi e ghibellini, radunati però attorno allo stesso simbolo. Sono le prove di democrazia anomala, che lasciano presagire il finale dello spettacolo, animato qua e là dagli outsider vincenti, adagiato sulla trama del Bersani che sbanda e poi cerca di riprendere il controllo dell’auto, una ferraglia già vecchia che una botta di vernice democratica, non può certo trasformare in una berlina fiammante. ‘Orco boia, ragassi, se il Pd si presenta da solo alle elezioni, vincono le schede bianche. 
 

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