22 marzo 2012

Se Anonymous dimentica un martire della giustizia

di Alessandro Rico
Qualche giorno fa, il sito internet di Vittorio Sgarbi è stato manomesso da Anonymous, il gruppo di pirati informatici che proteggono la nostra libertà d’espressione, violando il nostro diritto alla riservatezza. Il critico d’arte si sarebbe immeritatamente arrogato il merito di un’aspra battaglia contro la mafia; mentre i veri eroi nazionali sono Borsellino, Falcone, Impastato, Ingroia, Saviano… Saviano? Voi penserete che voglia spiegarvi i motivi per cui Saviano non doveva essere incluso in quella lista. Invece no. Anziché parlare di uno che dall’elenco andava scartato, vorrei scrivere di qualcuno che, in quella teoria di santi, bisognava includere: si tratta di Rosario Livatino, il «giudice ragazzino» assassinato da Cosa Nostra nel 1990, mentre indagava brillantemente sulla cosiddetta Tangentopoli siciliana, il classico intreccio tra imprenditoria, criminalità organizzata e politica, cui ai tempi non era così semplice risalire mediante le classiche tecniche investigative.

La colpa di Livatino, presumo, è di essere stato dichiaratamente cattolico. Quel giovane magistrato era uno che leggeva quotidianamente il Vangelo, che si abbeverava alla fonte della Parola di Dio per indirizzare le sue energie quotidiane; uno che teneva conferenze sul rapporto tra fede e diritto positivo, che amava sottolineare l’importanza, per un magistrato, di essere un mediatore umano tra la norma e la persona. Una pena comminata senza considerare le esigenze particolari del condannato, il suo essere uomo prima che il suo essere colpevole, non poteva fungere da veicolo di vera giustizia. Per dirlo con le parole di Giovanni Paolo II: «Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono».

L’umanità di Rosario era una cosa sola con la sua fermezza: quanti ordini di cattura firmati senza esitazione, dopo un lungo lavoro da brillante inquirente; fatica che spesso, giochi di potere, complicità, commistioni, finivano con l’invalidare.
L’eroismo del «giudice ragazzino» non era spavalderia, titanismo, ma l’umilissimo spirito di abnegazione, senso del dovere e consapevolezza della propria responsabilità, che lo portarono a rendere la massima testimonianza di uno stile di vita esemplare. Sentendo il fiato dei sicari sul collo, Livatino interruppe per prudenza la sua relazione sentimentale: e qui andrebbe citato lo Sgarbi, quando sbraitava che la scorta, a Saviano, non gli impedisce mica di scopare. La scorta, il magistrato di Canicattì, non la volle mai: non poteva permettere il sacrificio di altri ragazzi con mogli e figli.

La sua morte non è stata come quella di Leonida a Sparta. In questa vicenda non c’è neppure un briciolo di disprezzo della vita, tracotanza, sfrontatezza. Tutto ricorda la dolorosa agonia di Cristo, che guarda i suoi carnefici e domanda: «Ma cosa vi ho fatto io?». È in mezzo ai campi fioriti adiacenti la statale 640, che si conclude la vicenda terrena di Livatino. Ferito dalla raffica di colpi sparati sulla sua Ford Fiesta, aveva cercato di scappare, invano: cade, viene raggiunto e finito.
Tre anni dopo, papa Woytila incontrò i suoi genitori e rimase profondamente colpito dalla fede e dal carisma che promanavano dalla figura di quel giovane, «martire della giustizia e, indirettamente, della fede». Martire. La parola chiave per capire il senso e la grandezza dell’esempio di Rosario Livatino: testimone coerente, fragile della sua umanità e forte della sua convinta scelta di abbracciare la croce. Lo sapeva bene, cosa contava per il Signore. In uno dei suoi appunti, annotò: «Quando moriremo, nessuno verrà a chiederci quanto siamo stati credenti, ma credibili». Undici anni dopo la sua morte, il 23 settembre 2011, è stata annunciata l’apertura del suo processo di beatificazione.

Ai suoi carnefici, che potevano sfuggire ai tribunali, ma non al Padreterno, il papa rivolse un monito agghiacciante: «Convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!». Il giudizio di Dio, capito?  Non il giudizio di Anonymous. 
 

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