01 marzo 2012

Uscire dall’equivoco del catto-mercatismo

di Marco Mancini
Pare oramai diffusissima, all’interno della c.d. “destra cattolica”, la tendenza ad affermare la perfetta conciliabilità tra il pensiero cattolico e l’ideologia neo-liberista, il tutto nel segno di un presunto primato dell’individuo, dell’esaltazione unilaterale dei principi della libertà e della proprietà privata contro tutto ciò che è “statale” o “pubblico”, dell’affermazione di un malinteso principio di sussidiarietà. Senza bisogno di ricorrere al tanto vituperato Sillabo di Pio IX, è sufficiente guardare all’attuale dottrina sociale della Chiesa per puntualizzare qualche aspetto.


1) Il mercato non è la Provvidenza. Bisogna innanzitutto superare questa forma di idolatria. Se è vero che il libero mercato costituisce il sistema economico più adatto a produrre ricchezza nel rispetto della libertà della persona, è anche vero che esso non produce necessariamente un equilibrio efficiente, visto che le condizioni richieste dalla teoria economica (es. informazione perfetta, perfetta concorrenzialità, etc.) non si presentano mai nella realtà. Quand’anche, inoltre, esso fosse in grado di raggiungere un’allocazione efficiente delle risorse, si porrebbe comunque il problema di valutare l’equità di tale soluzione. Il mercato, infatti, non può essere fine a se stesso, ma è lo strumento per corrispondere a un fine morale più alto, vale a dire il bene comune e la dignità di ogni persona umana (valori che, a loro volta, trovano il proprio fondamento in Dio)[1]. Ne discende, ad esempio, che, in ragione del suo carattere soggettivo e personale, il lavoro non possa essere considerato “una semplice merce o un elemento impersonale dell'organizzazione produttiva”[2]. Lo stesso diritto alla proprietà privata, nella dottrina sociale della Chiesa, non è mai stato considerato “assoluto ed intoccabile” [3], anzi è esso stesso subordinato a quello di destinazione universale dei beni.

2) Lo Stato non è Satana. Lo Stato, così come ogni forma di potere pubblico, deve sì evitare di invadere gli ambiti che non gli sono propri, tuttavia ha lo scopo primario di conseguire il bene comune[4], di assicurare la giustizia e la pace, che proprio della giustizia è figlia. In questo senso, tanto pensiero cristiano antico e medievale (fino a Tommaso d’Aquino) ha attribuito al Katechon paolino, vale a dire il freno che impedisce alle forze dell’Anticristo di dispiegarsi pienamente, le caratteristiche dell’Imperium Romanum, cioè dell’autorità politica rettamente intesa. Nella diffidenza verso lo Stato, indubbiamente presente nel pensiero sociale cattolico moderno, pesa senz’altro il rapporto conflittuale proprio con lo Stato liberale e massonico ottocentesco: essa va dunque inquadrata innanzitutto nell’ottica della difesa della Libertas Ecclesiae dalle ingerenze esterne. Ciò non ha nulla a che vedere, quindi, con le derive anti-statuali di certo americanismo, specie protestante.

3) La sussidiarietà non è laissez-faire. Come intendere correttamente, dunque, tale principio? Innanzitutto va specificato che esso, affermando che “è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare”[5], si pone a difesa non solo e non tanto dell’individuo, ma anche e soprattutto dell’autonomia della c.d. “società civile”, cioè l’ambito all’interno del quale operano quei corpi intermedi che costituiscono la base del pluralismo sociale e che l’ideologia liberale, contrapponendo in maniera manichea individuo e Stato, trascura colpevolmente. Inoltre, la sussidiarietà funziona come un ascensore: quando i livelli inferiori si mostrano incapaci o non pienamente adeguati a raggiungere un determinato scopo, è il livello superiore ad agire. Di conseguenza, l’intervento dei pubblici poteri non viene affatto escluso, ma va regolato secondo il principio “la società dove è possibile, lo Stato dove è necessario”, seguendo costantemente la già indicata bussola del bene comune.

In conclusione, va evitato il rischio che, dopo l’idolatria del “Capitale” e della Costituzione, propagandate rispettivamente dai cattolici-comunisti e dai cattolici-democratici, siano ora i cattolici-liberali a sostituire alla sana dottrina cattolica Friedrich von Hayek e Milton Friedman.



[1] La dottrina sociale della Chiesa, pur riconoscendo al mercato la funzione di strumento insostituibile di regolazione all'interno del sistema economico, mette in evidenza la necessità di ancorarlo a finalità morali, che assicurino e, nello stesso tempo, circoscrivano adeguatamente lo spazio della sua autonomia.” (Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 349).
“Se con “capitalismo” si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell'economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di “economia d'impresa”, o di “economia di mercato”, o semplicemente di “economia libera”. Ma se con “capitalismo” si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell'economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa” (Giovanni Paolo II, Centesimus annus, 42).
[2] Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 271.
[3] Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 177.
[4] “Bisogna procurare che la distribuzione dei beni creati, la quale ognuno vede quanto ora sia causa di disagio, per il grande squilibrio fra i pochi straricchi e gli innumerevoli indigenti, venga ricondotta alla conformità con le norme del bene comune e della giustizia sociale” (Pio XI, Quadragesimo anno, 60). “L'uomo singolo, la famiglia, i corpi intermedi non sono in grado di pervenire da se stessi al loro pieno sviluppo; da ciò deriva la necessità di istituzioni politiche, la cui finalità è quella di rendere accessibili alle persone i beni necessari — materiali, culturali, morali, spirituali — per condurre una vita veramente umana”. (Compendio dottrina sociale della Chiesa, 168).
[5] Pio XI, Quadragesimo anno, 80. 
 

16 commenti :

  1. Mi dispiace molto per l'autore di questo articolo, che evidentemente non ha mai letto nemmeno la quarta di copertina di un libro di Von Hayek. Fosse altrimenti, saprebbe di certo che Hayek sosteneva proprio l'impossibilità di un "equilibrio economico" e negava che esistessero cose come "informazione perfetta". Hayek sosteneva che la concorrenza fosse il miglior sistema possibile (in molti ambiti, non in tutti) proprio perché la conoscenza è "diffusa", gli esseri umani non agiscono sempre e comunque in maniera razionale, e che la libera concorrenza servisse appunto da "procedimento di scoperta" dei fattori economici (come ad esempio i prezzi). Sul fatto che, poi, il capitalismo concorrenziale non sia compatibile con il cattolicesimo, può anche darsi, ma non è citando due papi che lo si dimostra
    EEP

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  2. Non ho citato solo due Papi, ma il Compendio della dottrina sociale della Chiesa. Chi conosce la storia e la dottrina della Chiesa sa benissimo di cosa parlo, se poi vogliamo negare l'evidenza è un altro conto.
    Quanto ad Hayek, è stato citato simbolicamente alla fine dell'articolo come guru del pensiero ultra-liberale. Questo mi pare difficile da negare. La teoria economica di cui parlo sopra è quella neo-classica, che è oramai diventata mainstream in qualsiasi corso di Economia Politica.

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  3. Nessuna delle osservazioni mi sembra contestare a priori la congettura relativa a una “compatibilità” tra cattolicesimo e liberalismo in economia. Certo, le due visioni non si identificano (sarebbe assurdo), e nemmeno è possibile parlare di “perfetta compatibilità a priori”.

    Tutto richiede una continua verifica empirica. Faccio un esempio, ammettiamo che “trattare il lavoro come una merce” (ovvero realizzare un libero mercato del lavoro) sia il modo migliore per beneficare i lavoratori operosi, specie quelli di rango più basso, ebbene, la soluzione liberista diverrebbe anche quella più appropriata per valorizzare la dignità del lavoratore. Altro esempio: ammettiamo che empiricamente si possa stabilire che le decisioni decentrate siano più efficienti rispetto a quelle accentrate, ebbene, in questo caso sussidiarietà e laissez faire finirebbero con il coincidere.

    Dico qualcosa di nuovo? No, è sempre la solita solfa già esperita in varie forme. Esempio, una volta l’ interesse veniva considerato usura, da quando è emerso EMPIRICAMENTE che un sistema finanziario migliora anche le condizioni della parte “debole”, ecco che si è accettato anche uno sfruttamento liberale come il prestito a interesse.

    Certo, perché il mercato funzioni occorre una cultura del mercato (onestà e rispetto della proprietà altrui), se la cultura prevalente lo demonizza la compatibilità è sempre più a rischio.

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  4. Innanzitutto voglio chiarire che qui nessuno sta revocando in dubbio la legittimità del sistema di libero mercato da un punto di vista cattolico. Quello a cui stiamo assistendo negli ultimi decenni, però, è l'affermazione di una vera e propria ideologia assolutizzante del libero mercato che ha condotto a esiti anti-umani.
    Se parliamo di mercato del lavoro, in questi anni il lavoro è stato considerato semplicemente un costo di produzione da tagliare, attraverso processi che hanno accresciuto a dismisura i profitti e compresso i salari. Questo non ha nulla a che vedere con il "beneficare i lavoratori operosi": questa è pura retorica, che serve appunto a legittimare l'ideologia di cui si è detto.
    Warren Buffet ha recentemente affermato: "La lotta di classe esiste da venti anni e la mia classe l'ha vinta". Mi pare una perfetta sintesi di tutta la questione.

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  5. Sarebbe bene lasciar da parte le “trombonate” di Warren Buffet, uno che pur di farsi bello dicendo che paga le tasse con un’ aliquota inferiore alla sua segretaria, è capace di manipolare impunemente anche i macro dati più elementari (con Obama a far da finto boccalone). http://ourdinnertable.wordpress.com/2012/02/24/extra-credit-assignment/

    Dici che “oggi il costo del lavoro è considerato un semplice costo di produzione da tagliare”?

    Alla lettera l’ affermazione suona assurda, perché mai uno vorrebbe tagliare la produzione, sarebbe come tagliarsi le gonadi? La riformulo allora secondo un interpretazione caritatevole: “oggi il costo di un lavoro inutile e scialacquatore di risorse viene considerato comprimibile”. In effetti “ai bei tempi” non era affatto così (“variabile indipendente” do you remember?).

    Ora le cose sono più comprensibili, soprattutto si capisce meglio tollerare simili decisioni possa premiare i lavoratori più operosi: è un modo per trasformare dei finti lavoratori in veri lavoratori (se poi il sistema, magari perché sovraccarico di pietismo posticcio, non consente di creare un posto di lavoro che sia uno…).

    Questa lezione non me la sono inventata, l’ ho ascoltata mentre un pretino molto sveglio in queste materie – si chiamava Don Sturzo – la impartiva a un Santone molto ritardato (su queste materie), si chiamava La Pira. Nel caso di specie non si pontificava in astratto ma sul caso concretissimo del Pignone e sulla carne di quegli operai.

    Il cattolico dovrebbe chiedersi, “funziona”?… e, in caso di risposta affermativa, essere pronto a trasformarsi anche in un anarco capitalista, il catechismo è perfettamente “compatibile”…

    E l’ esperienza ci dice che il mercato, specie se sorretto da una cultura adeguata e una volta corrette con l’ imposizione alcune esternalità e con la regolamentazione alcuni monopoli naturali, funziona, magari malino ma meglio di tutto il resto. Ridurre tutto ad un fantoccio e parlare di ideologia non è il miglior modo per capirsi.

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  6. Parlavo di costi da tagliare, non di produzione. Se non riusciamo a capirci neanche su questo, e se davvero ritieni che i processi di delocalizzazione produttiva alla ricerca degli schiavi più convenienti da sfruttare e di progressiva erosione delle tutele e dei salari costituiscano "compressione di lavoro inutile e scialacquatore", allora mi sa che è inutile discutere. Quando andavamo a catechismo ci insegnavano che togliere agli operai il giusto salario è peccato che grida vendetta al cospetto di Dio, adesso scopriamo che nel tuo neo-cristianesimo si tratta di remore pietistiche del tempo andato.
    Mi pare, inoltre, che tu ti sia dato la zappa sui piedi: il caso del Nuovo Pignone, compresa la svendita (definita, of course, "privatizzazione") operata nei primi anni '90, è proprio l'esempio eclatante del contrario di quanto affermi.

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  7. Marco: "i processi di delocalizzazione produttiva alla ricerca degli schiavi più convenienti da sfruttare "

    Allora secondo te é piu caritatevole ed evangelico pagare alti stipendi a italiani che dare lavoro a cinesi morti di fame?

    Grazie alla delocalizzazione alla ricerca di schiavi, Giappone é uscito dal disastro della guerra, Corea del sud é passata dalla fame (vedi Corea del Nord) alla prosperitá, tutta l`Asia oggi non muore di fame grazie alla delocalizzazione alla ricerca di schiavi.

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  8. Hai detto: “in questi anni il lavoro è stato considerato semplicemente un costo di produzione da tagliare”.

    Ho risposto che “tagliare i costi di per sé – rinunciando quindi ai servizi che si acquistano sopportando quei costi - non è un divertimento”, sarebbe un divertimento assurdo; ergo, se si vuole ragionare sul serio non facciamo un fantoccio della posizione che intendiamo stigmatizzare. Una persona razionale, per quanto egoista sia, taglia gli sprechi, mica il lavoro produttivo.

    Sembrerebbe poi che un lavoratore straniero meriti meno di un lavoratore compatriota? Questo sì che è un ben strano cattolicesimo (in salsa nazionalista).

    Ah già, ma spostare il lavoro fuori dei confini patri significa infliggere la schiavitù agli sfortunati che ci accolgono a braccia aperte. Già, già… non è che i conti quadrino molto però http://www.johannorberg.net/?page=displayblog&month=03&year=2012#3636

    Il “giusto salario”. Già, e chi lo decide il giusto salario? Qualche burocrate infrattato chissà dove?, e da questo punto di vista la sacrestia non sono meglio dei ministeri.

    Ma poi, tu che sei tanto allergico alle ideologie, andiamo a vedere se esiste una correlazione tra disoccupazione e regolamentazione del mercato del lavoro. Ne scopriremo delle belle.

    Pignone: parlo del caso sorto nei primi anni 50. Ma anche volendo trattare il caso sorto mezzo secolo dopo nei primi anni 90, la solfa non cambia molto: tutti ricordiamo le polemiche che divamparono nel 1993 contro la cessione del controllo della Nuovo Pignone da parte di Eni alla multinazionale (orrore!) statunitense General Electric, decisa dal Governo Ciampi nel quadro delle misure per la riduzione del debito pubblico. Allora si parlò di rinuncia a una struttura di importanza strategica per l’economia nazionale, di regalo agli americani che l’avrebbero spolpata e smantellata, una reazione degna del La Pira di mezzo secolo prima. A diciotto anni di distanza sappiamo che contrariamente alle preoccupazioni della dirigenza in carica nel 1993, oggi (2010) il Nuovo Pignone è la capofila della divisione Oil & Gas della General Electric Energy (caso unico per General Electric di capofila non basata in USA); ha moltiplicato per un fattore di circa 8 il fatturato e detiene una quota rilevante del mercato mondiale delle turbine a gas e a vapore, compressori centrifughi e alternativi, oltre ad altri apparati relativi allo spostamento e impiego di petrolio e gas, operando con successo sia nella progettazione e costruzione dei macchinari che nella manutenzione di impianti. Svolge anche importanti attività di ricerca e formazione. E paga retribuzioni del 50 per cento superiori, a parità di livello professionale delle mansioni, rispetto al settore metalmeccanico italiano: vai a chiedere ai suoi dipendenti attuali se stavano meglio prima, o se stanno meglio ora dopo aver affrontato qualche sacrificio.

    Devo dire che come zappata sui piedi tutto sommato non è poi così dolorosa.

    Ma poi, chi sono questi “catto-mercatisti” italici che imperversano oggi? Mi puoi fare 5 nomi, possibilmente personalità appartenenti al clero? Io conoscevo il defunto padre ….. non ricordo neanche più il nome, poi l’ isolato Padre Sirico…

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  9. @mencini. Citare Hayek senza averlo letto e attribuirgli pensieri non suoi mi pare scorretto. Poi: ultraliberale non significa proprio nulla, Hayek era (soprattutto per via delle sue convinzioni epistemologiche) un liberale tout-court. Infine: dire che Hayek è mainstream nell'insegnamento economico denota una certa ignoranza dello stato attuale dell'università italiana.
    EEP

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  10. Questa eterna discussione é sopratutto colpa che tutti parliamo il politichese e non definiamo niente. Per esempio Marco dice:
    “ Il mercato, infatti, non può essere fine a se stesso, ma è lo strumento per corrispondere a un fine morale più alto, vale a dire il bene comune e la dignità di ogni persona umana (valori che, a loro volta, trovano il proprio fondamento in Dio)”

    Per un liberale del tipo Hayek, il mercao non é mai un fine é solamente il miglior modo di distribuire le risorse materiali. Come questo vada contro il bene comune a la dignitá di ogni persona dovrebbe essere spiegato, ed anche la alternativa pratica ad essere applicata,se no sono solo belle parole per il popolo.

    Marco: “Lo stesso diritto alla proprietà privata, nella dottrina sociale della Chiesa, non è mai stato considerato “assoluto ed intoccabile” [3], anzi è esso stesso subordinato a quello di destinazione universale dei beni.”

    Altre belle parole per il popolo, Chi decide quale é il bene comune, chi decide i limiti delle proprietá private e di chi? In tutti gli stati piu o meno liberli esiste la possibilita di espropiare la proprietá in ordine al bene della societá, la Chiesa intende espropiare senza risarcimento.

    Marco:“Lo Stato, così come ogni forma di potere pubblico, deve sì evitare di invadere gli ambiti che non gli sono propri, tuttavia ha lo scopo primario di conseguire il bene comune[4], di assicurare la giustizia e la pace, che proprio della giustizia è figlia.”

    Credo che tutti i liberali siano d´accordo con quelle funzioni dello stato, forse si dovrebbe discutere intrno ai metodi, ma ci sono metodi cattolici?

    Marco: ““è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare”[5], si pone a difesa non solo e non tanto dell’individuo, ma anche e soprattutto dell’autonomia della c.d. “società civile”, cioè l’ambito all’interno del quale operano quei corpi intermedi che costituiscono la base del pluralismo sociale e che l’ideologia liberale, contrapponendo in maniera manichea individuo e Stato, trascura colpevolmente.”

    I liberali sostengono la libera associazione degli individui, cuando dici che le trascura vuol dire che la Chiesa propone il sostenimento di certe associazioni intermedie da parte dello stato con le tasse pagate da tutti? Se si vuol discutere la compatibilita di due sistemi di pensiero si deve esplicitare quali siano questi sistemi. Ma il liberalismo moderno é una ricetta pratica per organizzare una societá il Cattolicesimo é la via per la salvezza del´uomo i punti di incontro sono pochi, non espliciti é con una amplia varieta di interprtazioni in quei punti.

    PS: Voi cattolici italiani dove grazie allo “stato sociale” che vi prende circa il 50% dei vostri ingressi é con quelli paga aborti a richiesta criticate le idee liberali é difendete le intervenzioni statali? Si capisce che dopo uscite a difendere il No alla privatizzazione dell´acqua.

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  11. @broncobilly: una persona razionale taglia la renumerazione del lavoro produttivo, se è messa in condizione di farlo. Le delocalizzazioni produrranno anche un aumento del reddito nei Paesi di destinazione, ma provocano anche costi umani e sociali nei Paesi d'origine. Esse favoriscono una corsa al ribasso degli standard di tutela, che alla lunga danneggia tutti. E qui veniamo alla questione del giusto salario. Cito: "Il lavoro va remunerato in modo tale da garantire i mezzi sufficienti per permettere al singolo e alla sua famiglia una vita dignitosa". C'è gente che lavora 8 ore al giorno e intasca a malapena 600 euro al mese, con contratti rinnovati di sei mesi in sei mesi, niente ferie, niente malattia. Ti sembra dignitoso? Negli ultimi trent'anni a un consistente aumento della produttività è corrisposto un aumento dei salari reali sostanzialmente trascurabile (questa è la lotta di classe di cui parlava Buffet; a proposito, anche Romney che paga il 15% di tasse è una sua invenzione?). Quanto al Nuovo Pignone, esso è l'esempio di un'impresa che, grazie al salvataggio e ai successivi investimenti pubblici, è riuscita a raggiungere livelli di eccellenza nel settore e ad aumentare i livelli occupazionali (quindi Sturzo in quel caso aveva torto). Sulla privatizzazione, la morale della favola, al di là delle citazioni da Wikipedia, è che l'Italia ha perduto un asset rilevante a vantaggio dei soliti noti (mi scuserai se mi interesso anche a una cosa chiamata interesse nazionale).
    @Anonimo: forse non ci capiamo. Non ho mai scritto che Hayek è considerato mainstream nell'insegnamento economico. Faresti bene a leggere con più attenzione.
    @Monica: sarà pure politichese, ma è la citazione quasi testuale della dottrina sociale della Chiesa. Il punto è proprio quello: il mercato, ammesso e non concesso che sia sempre efficiente (vedi l'ultima crisi economica), risulta spesso iniquo e può necessitare dunque di correzioni, che lo rendano compatibile con i valori espressi dalla dottrina cattolica. Quest'ultima non offre necessariamente soluzioni tecniche, però pone dei caveat precisi, che sono antidoti rispetto al riduzionismo economicistico tipico dell'ideologia liberista. Se voi continuate a guardare il dito anziché la luna e vi ostinate a ripetere che tutto va bene, che la libertà degli agenti economici non deve mai trovare nessun freno, che il privato è sempre e comunque bello e che la legge della domanda e dell'offerta ci regala il paradiso in terra, sinceramente non so più che dirvi.

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  12. “… una persona razionale taglia la remunerazione del lavoro produttivo, se è messa in condizione di farlo…”

    No, solo una persona irrazionale puo’ fare qualcosa del genere.

    Chiariamo i concetti, se svolgo un servizio a favore di Tizio intascando 100 euro quando tu sei disponibile a svolgere quello stesso servizio a 80 euro, allora 20 euro delle risorse di tizio sono impegnate per sovvenzionare un lavoro totalmente improduttivo (dicasi spreco). Se Tizio è un egoista razionale si affretta a tagliare questo spreco improduttivo, ma non taglierà mai e poi mai un investimento in lavoro produttivo.

    Sui 600 euro.

    Dapprima un’ avvertenza: non viviamo in un mondo che costituisce il paradigma della società liberale, la realtà è sempre un miscuglio di paradigmi difficile da districare, quindi, andiamoci piano con le identificazioni tout court. Per esempio, nel mercato del lavoro italiano esiste un dualismo che è proprio l’ antitesi del mercato libero.

    Ma comunque, e solo per amor di discussione, se desideri una società in cui a tutti sia garantito un minimo (salario di cittadinanza) e poi, per il resto, ci si misura sul mercato, ti avverto che sei uno “sporco-neoliberista”, perché questa è la tipica ricetta neo-liberista: garanzie minime + soluzioni di mercato.

    Ma poi sei davvero sicuro che la dignità la si misuri in denaro contante (con 600 sono indegno, con 700 entro nell’ eletta schiera dei dignitosi)? Ma certo, non puo’ essere che così se al mercato intendi sostituire l’ annoiato burocrate e le sue calcolatrici.

    La dignità, invece, almeno secondo me, è come la stima, se uno non avverte di essersela guadagnata sul campo intraprendendo laddove puo’ anche fallire, non ce l’ avrà mai. E in questa funzione il mercato e le sue transazioni volontarie giocano un ruolo importante.

    Hai ragione quando dici che il mercato, secondo i modelli neo classici, non rappresenta l’ ottimo, senonché poi sembri puntare dritto verso la cosiddetta “nirvana fallacy”: ovvero, armiamoci e partiamo alla conquista dell’ “ottimo” di cui il mercato ci priva, un atteggiamento tale per cui se cambiamo sarà per il meglio (“io batto il mercato”); il liberale è uno che preferisce constatare dati alla mano se l’ alternativa burocratica è valida, e in genere conclude con un “quasi mai”! Questo perché a contare non sono solo le buone intenzioni (spesso carenti pure quelle), e nemmeno le conseguenze calcolabili con il pc del burocrate “ben intenzionato”: gli effetti maggiori di quelle scelte centralizzate sono conseguenze non intenzionali così tipiche in un mondo complesso. Nirvana fallacy e affidamento alla burocrazia sottovalutano dunque il fattore “ignoranza”, ben strano errore per un cristiano. Cercare l’ ottimo è da presuntuosi, limitiamoci a ricercare il migliore dei mondi possibili, anche in linea alla migliore teodicea.

    p.s. attendo la lista dei porporati catto-liberisti. ciao.

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  13. Marco: “il mercato, ammesso e non concesso che sia sempre efficiente (vedi l'ultima crisi economica), risulta spesso iniquo e può necessitare dunque di correzioni, che lo rendano compatibile con i valori espressi dalla dottrina cattolica.”

    Fin che non cambiamo il modo di parlare e chiarire i concetti non ci capiremo: i liberali crediamo che il mercato é il “miglior”(non perfetto) metodo per prendere decisioni económiche. Non crediamo che funzioni solo, lo stato debe garantire la maggior trasparenza del mercato é buttar fuori i furbetti. Cattolici anti liberali dovreste spiegare quando é perché diventa iniquo, chi é quali correzione devono essere prese. (Che ai liberali non ci spaventano sempre e quando siano l`eccezione è non la regola, sempre è quando non alterino fortemente il “mercato” o tengano conto degli effetti di queste alterazioni).


    Marco: “Quest'ultima non offre necessariamente soluzioni tecniche, però pone dei caveat precisi, che sono antidoti rispetto al riduzionismo economicistico tipico dell'ideologia liberista.”

    Se non offre soluzioni tecniche a cosa servono i caveat precisi? L`economia è una scienza pratica da applicare a problemi é societá reali.
    Grazie a Dio i liberali ci occupiamo di economía, quando usciamo dal riduzionismo é vogliamo fare morale o filosofia sbandiamo.


    Marco: “Se voi continuate a guardare il dito anziché la luna e vi ostinate a ripetere che tutto va bene, “

    I veri liberali non diciamo che tutto va bene anzi, tutto va male perche lo statalismo é di moda. O l`Italia non é in crisi per il debito pubblico? Non vedete che il volontarismo di diffendere la “dignitá dell`uomo” piu in la delle possibilità reali vi ha spinto nel baratro. Avete voluto l`acqua sociale? Pagate addesso le tasse di Monti (Che ti avverto, non sta applicando principi liberali di economia),


    Marco: “che la libertà degli agenti economici non deve mai trovare nessun freno,”

    Giá spiegato nella mia prima risposta-

    Marco: “che il privato è sempre e comunque bello e che la legge della domanda e dell'offerta ci regala il paradiso in terra,”

    Giá spiegato nella mia prima risposta-

    Marco: “sinceramente non so più che dirvi.”

    Prova a spiegare alternative pratiche alternative al mercato o che correggano le sue iniquitá.

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  14. Marco: “Le delocalizzazioni produrranno anche un aumento del reddito nei Paesi di destinazione, ma provocano anche costi umani e sociali nei Paesi d'origine.”

    E cosa sarebbe preferibile secondo te? Mantenere poveri i paesi di destinazione o costi umani e sociali in quelli di origine? Come lo puoi determinare?

    Marco: “Esse favoriscono una corsa al ribasso degli standard di tutela, che alla lunga danneggia tutti.”

    Negli USA hanno standard di tutela piu bassi che in Europa e se la cavano, la Danimarca ha liberalizzato il mercato del lavoro de è stata beneficiata.

    Marco: "Il lavoro va remunerato in modo tale da garantire i mezzi sufficienti per permettere al singolo e alla sua famiglia una vita dignitosa".

    Questo lo trovo un mandato morale per chi assume gente, come tale il liberalismo non ha niente da dire. La Chiesa vorrebbe far di questo un imposizione statale? Credi che servirebbe a qualche cosa? Dovresti incominciare per dire che cosa intende per dignitosa.


    Marco: “C'è gente che lavora 8 ore al giorno e intasca a malapena 600 euro al mese, con contratti rinnovati di sei mesi in sei mesi, niente ferie, niente malattia. Ti sembra dignitoso?”

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  15. broncobilly: non potevi illustrare in maniera migliore il nocciolo della questione. Tu giudichi spreco improduttivo tutto ciò che si discosta dal punto di incontro tra domanda e offerta, senza preoccuparti di quale sia questo punto di incontro. E' l'atteggiamento di un liberale, ma non di un cattolico. Da un punto di vista liberale il primato assiologico spetta alla libertà dell'individuo e all'egoismo dell'attore razionale, da un punto di vista cattolico no. L'esaltazione acritica delle leggi di mercato è un errore teorico, prima ancora che pratico.
    Quando parlo di mondo cattolico, infine, non parlo di clero, ma in primo luogo del laicato, che poi dovrebbe declinare nella pratica le indicazioni del Magistero. E mi pare che, in questo senso, i catto-liberali (te compreso) pullulino.

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  16. Secondo me tu prima teorizzi la “non compatibilità” (interessante), dopodiché pretendi di dimostrare la tesi reclamando una “non identificazione” (banale).

    P.S. Un liberale non dà nessun primato all’ egoismo, afferma solo che il mercato - l’ istituzione che propone - lo metabolizzi al meglio laddove esiste. Un pregio non da poco visti i guai di chi ha teorizzato e teorizza postulandone l’ inesistenza, magari in seguito alla “costruzione di un uomo nuovo”. Riconoscere invece l’ esistenza di un peccato originale è importante per mantenere uno sguardo lucido sulle cose. Importante e, forse, anche più cattolico.

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