29 aprile 2012

Caritas in veritate. Riflessioni sul “caso Livi”


 Con questo articolo inizia la sua collaborazione con noi Giovanni Covino, nato a Benevento nel 1985. Dopo il liceo scientifico si laurea in filosofia presso l'Università Federico II di Napoli, dove sta attualmente conseguendo la laurea magistrale sempre in filosofia. Guardandosi bene dal non cadere in un pozzo mentre contempla il cielo, è diventato caporedattore del sito www.formazioneteologica.it e membro dell'Unione Apostolica "Fides et ratio" per la difesa scientifica della verità cattolica fondata dal prof. Antonio Livi e socio dell’ISCA (International Science and Commonsense Association).

Il Santo Padre Benedetto XVI conclude la premessa al suo libro Gesù di Nazaret con parole che manifestano un atteggiamento di profonda umiltà: il Pontefice afferma, infatti, che questo suo lavoro è «unicamente espressione della ricerca personale» e «in alcun modo un atto magisteriale», quindi «ognuno è libero contraddirmi». Tali parole mi hanno fortemente colpito, anche perché la lettura di queste righe è avvenuta nel giorno in cui lo stesso Benedetto XVI celebrava la Santa Messa Crismale, durante la quale ha richiamato la virtù dell’obbedienza, indicando in essa, per l’ennesima volta, l’unica via per un autentico rinnovamento.


Ora, sia le parole della prefazione su richiamate, sia quelle seguenti dell’omelia,  aprono ad una seria riflessione su quello che è stato chiamato il “caso Livi”, cioè su quel caso esploso dopo che mons. Antonio Livi, appunto, ha pubblicato un articolo su La bussola quotidiana con il titolo “Falsiprofeti”, dove prende in esame le riflessioni fatte da Enzo Bianchi sulle “tentazioni di Cristo” , e  pubblicate lo scorso 4 marzo su Avvenire. Come più volte ha ripetuto Livi nei suoi successivi interventi, il giudizio dato non è contro Bianchi «come persona ma contro la sua “fama di santità”, ossia contro la presentazione che se ne fa come di un vero mistico, di un autorevole interprete della Scrittura, di un venerato maestro di dottrina cristiana, di un eroico combattente per la riforma della Chiesa e per l’ecumenismo.» 

Bisogna tener ben presente questo punto per evitare di far scivolare le giuste osservazioni del filosofo toscano in una vuota polemica di carattere ideologico, che non serve a nessuno. Queste considerazioni devono essere lette in opposizione ad una mentalità che oramai trova larghi consensi tra gli stessi cattolici, ovvero la convinzione di poter essere interpreti infallibili della Scrittura sostituendosi così al Magistero, e di arrogarsi il diritto di giudicare come errate le posizioni della stessa Santa Madre Chiesa. Livi insomma non ha fatto altro che far notare, da pastore, pubblicamente, gravi errori in materia di fede, che pubblicamente Bianchi ha divulgato, e di più sul quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana. A ciò si aggiunga che spesso Bianchi si è soffermato, in alcuni articoli, sulla figura di Hans Küng, noto teologo dissidente, e non certamente per prenderne le distanze. È ovvio che nessuno proibisce al priore di Bose di parlare con e di Hans Küng, ma la situazione cambia completamente se viene fatto pubblicamente di lui un elogio, come è avvenuto in un articolo dello scorso 11 marzo, uscito su La stampa. Il titolo dell’articolo, “Hans Küng, l'occasione sprecata dalla Chiesa”, è emblematico, in quanto già mostra, con l’espressione “occasione sprecata”, una vena polemica dell’autore nei confronti del giudizio della Chiesa, come se fosse un optional per la Sposa di Cristo custodire e difendere il depositum fidei. Visto che, la custodia della santa fede, non è una cosa superflua, bisognava, piuttosto, dire che l’occasione è stata sprecata non dalla Chiesa, ma dallo stesso Küng che, pubblicando una nuova edizione del suo Essere cristiani, non ha accolto ancora il materno “monito”, pronunciato il 15 febbraio del 1975, di ritornare a praticare la teologia nel modo giusto, come si conviene a un cattolico ( cfr. Congregazione per la dottrina della fede, Monitum del 15 febbraio 1975: cfr. Enchiridion Vaticanum, vol. V, § 1090).

Ora, volendo leggere gli interessi di Bianchi verso il teologo dissidente,  protestanti, non credenti ecc., in relazione al dialogo e all’apertura, e quindi come atto caritatevole, non bisogna dimenticare  che la carità non va disgiunta dalla verità, pena il venir meno della stessa carità; a tal proposito leggiamo in un documento del Concilio Vaticano II che «bisogna assolutamente esporre con chiarezza tutta intera la dottrina», evitando dunque ambiguità di ogni genere, nella consapevolezza che «niente è più alieno dall'ecumenismo che quel falso irenismo, che altera la purezza della dottrina cattolica e ne oscura il senso genuino e preciso» (Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto sull’ecumenismo Unitatis redintegratio, n. 11.), insegnamento prezioso, che richiama alla mente il Vangelo di Giovanni, quando Nostro Signore parla di se stesso come il “pane della vita” e invita a cibarsi del suo Corpo e del suo Sangue: molti andarono via per la durezza del linguaggio, ma non per questo Gesù lo “addolcì” (Gv, 6, 1-71).

Come si può notare le mie riflessioni, mettono in evidenza che le considerazioni di Livi vanno al di là delle pagine di Avvenire, per inserirsi in scia alle preoccupazioni dello stesso Benedetto XVI circa la situazione della Chiesa: nel suo ultimo lavoro, Vera e falsa teologia, infatti, il filosofo toscano si è impegnato nel delicato compito di «verificare se un discorso su Dio e sulla religione rispetti lo statuto epistemologico di un’autentica “scienza della fede”» e per far ciò ha compiuto una “risalita epistemica”, cioè ha individuato dei presupposti che rendono logicamente accettabile le tesi che vengono formulate da chi si professa teologo. Nelle pagine centrali del trattato Livi esplicita i presupposti per una corretta elaborazione teologica e dichiara: «Il più importante dei criteri per effettuare in teologia una corretta ermeneutica del dogma è dunque l’attenta individuazione del nucleo dogmatico proprio di ogni tema teologico attraverso il sistematico riferimento alla Tradizione, alla Scrittura e al Magistero.» Questo importante criterio didiscernimento non può non essere tenuto presente da tutti i cattolici, in particolar modo da chi ha importanti responsabilità pastorali, solo in tal modo si può evitare di aggiungere confusione a confusione e cominciare una vera opera di evangelizzazione.

È ovvio, dunque, che le preoccupazioni di Livi non sono legate ad una sterile critica nei confronti del priore di Bose, piuttosto esse si volgono a quel fenomeno diffuso - come già richiamato -  di far passare per autentica teologia ciò che si allontana dalla dottrina di Cristo, fedelmente custodita nei secoli dalla Chiesa. Molti sono gli studiosi a cui possiamo far riferimento circa tale atteggiamento: oltre al già citato Hans Küng, anche i tedeschi Karl Rahner e Klaus Hemmerle, ma anche gli italiani Piero Coda e Vito Mancuso, autori la cui metodologia di studio viene minuziosamente esaminata da Livi nel suo ultimo lavoro epistemologico, dove emerge chiaramente che le tesi formulate da questi (e da altri vari autori) non possono qualificarsi come teologiche, e non perché lo dice Livi, ma solo perché tali tesi possono dirsi propriamente teologiche (e quindi utili al rafforzamento della fede dei cattolici) solo quando risultano conformi alla prime verità costituite dal dogma, ossia dalla Parola di Dio così come viene proposta infallibilmente dalla Chiesa.
 

1 commento :

  1. mons livi non ha capito che la teologia non è una scienza.

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