25 aprile 2012

Il lavoro? Un'opportunità per santificarsi


Nonostante i consigli degli amici ed una repulsione che va crescendo, mi ostino a leggere il Corriere della Sera (versione cartacea e on line), compresi i blog tematici, come ad esempio http://solferino28.corriere.it/, che parla di giovani, oppure http://27esimaora.corriere.it/, che riguarda la questione femminile, sui quali ci sarebbe molto da scrivere…

L’ultimo articolo di Solferino28, ad esempio, parla di un giovane bocconiano fuggito in Australia per sopravvivere. Non voglio qui concentrarmi sull’episodio in sé, che suscita comunque una lunga serie di riflessioni, quanto su un’affermazione del giovane che mi ha parecchio colpito, in quanto sottende una concezione del lavoro alquanto distorta. Nell’articolo si dice infatti che lo studente "Prima di andare in Bocconi ha lavorato in una banca, come cassiere. «Un contratto a tempo indeterminato, ma mi sentivo sprecato»”. Una dichiarazione che mostra chiaramente quell’atteggiamento verso il lavoro che nei secoli la civiltà occidentale ha fatto proprio: un’ambivalenza tra l’esaltazione, nel momento in cui il lavoro rappresenta uno strumento di benessere e di autorealizzazione, e l’abbattimento, se diventa alienante e subordinato al mero consumo. Ripercorriamo brevemente questa concezione del lavoro nei secoli.

Per i filosofi greci e romani il lavoro è un aspetto secondario, in quanto toglie tempo alla perfezione umana, che si raggiunge invece con la ricerca della virtù e la contemplazione, oppure provoca fatica (labor in latino). Nel Medioevo la regola benedettina ora et labora è un invito ad evitare il vizio dell’ozio, ma conserva il dualismo tra vita contemplativa e quella attiva, sebbene innalzi il lavoro al livello della preghiera, aprendo le porte all’umanesimo delle arti e dei mestieri. La svolta avviene con la riforma protestante e con il razionalismo cartesiano: nel primo caso il lavoro quotidiano diventa vocazione (beruf in tedesco), dove il successo terreno è una misura della benevolenza divina; nel secondo si ha un’esaltazione della ragione tecnica, che offre dignità al lavoro come attività propria dell’uomo e della sua ragione, in quanto permette di dominare la natura al proprio volere, al servizio del progresso, concetto che verrà ripreso dall’Illuminismo. Con lo sviluppo tecnologico e le rivoluzioni industriali, il lavoro diventa azione meccanica, ordinata alla produzione di beni, con una concezione materialistica. Adam Smith afferma che il lavoro sta all’origine della ricchezza delle nazioni, mentre Karl Marx, profetizzando l’avvento del fordismo e del taylorismo, elabora il concetto di alienazione: l’uomo diventa l’oggetto del sistema capitalistico, perdendo la soggettività che lo caratterizza. La seconda parte del XX secolo segna l’importanza della conoscenza di tipo scientifico, astratto, intellettuale, dove prevalgono socialmente i lavori che richiedono innovazione e creatività; si diffonde parallelamente una sorta di idolatria del lavoro, di matrice anglosassone e protestante.

La tendenza di fondo di queste concezioni è il loro carattere materialista, che tralascia tutta una serie di elementi che caratterizzano l’uomo a livello psicologico, sociale, culturale, e che diventa quindi antropologicamente estraniante. In effetti le più recenti teorie sociologiche del lavoro rivedono la situazione del lavoratore, da oggetto a soggetto, considerandolo nella sua condizione di animale razionale, e dunque libero, ma anche sociale, cioè dipendente dall’altro, e spostano l’interesse dal mero risultato dell’attività lavorativa alla socialità ed esperienza necessari ad ottenerlo.

Da un punto di vista antropologico il lavoro si può considerare omogeneo all’uomo, sia in senso strutturale, in quanto conforme alla sua natura, che in senso intenzionale, come modalità di sviluppo libero e volontario della sua soggettività e del suo rapporto con il mondo. Da un punto di vista teologico invece, è molto interessante la concezione elaborata da Josemaria Escrivà, Santo della Chiesa Cattolica e fondatore dell’Opus Dei, che considera il lavoro come occasione di santificazione (cioè perfezionamento umano e soprannaturale): qualunque lavoro umanamente degno e onesto può diventare un lavoro divino, cioè un luogo in cui si può amare e servire Dio e il prossimo. Più precisamente, San Josemaria parla di santificazione del lavoro, santificazione nel lavoro e santificazione degli altri con il lavoro. Non solo: il lavoro diventa mezzo di partecipazione alla creazione e, con la Redenzione operata da Cristo, viene sanato e diventa esso stesso mezzo per corredimere con Cristo, all’interno del piano salvifico di Dio. Con questa nuova prospettiva, sarà il caso rimboccarsi le maniche.
 

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