11 aprile 2012

Libertà od obbedienza? Il "non serviam" di Vito Mancuso

di Marco Mancini
Il giorno di Sabato Santo, mentre aspettavo il mio turno dal barbiere, mi è capitato di leggere un’intervista rilasciata da Vito Mancuso al “Messaggero” a proposito del suo nuovo libro, intitolato in maniera piuttosto impegnativa “Obbedienza e libertà”. Nel serrato dialogo con la giornalista Franca Giansoldati, il sedicente teologo (perché, come ci ricorda l’ottimo don Livi, “se il teologo non accetta i dogmi della fede cattolica e si adopera piuttosto per ri-formularli, cambiarne il senso o addirittura negarli apertamente, allora egli abusa del suo titolo scientifico, la sua non è vera teologia”), stipendiato dall’Università di don Verzè e editorialista di “Repubblica” (serve dire altro?), lamenta il fatto che, attualmente, la condizione per essere definiti cattolici non sia tanto “la vita buona o la coerenza evangelica, ma l’osservanza delle direttive del Magistero”. Ora, lasciando da parte gli echi di catarismo gnosticheggiante che emergono da queste parole, la domanda che sorge spontanea, come avrebbe detto Lubrano, è la seguente: chi stabilisce cosa è “evangelicamente coerente”? La libera coscienza del singolo? In effetti sembra questa la risposta di Mancuso, che rincara la dose qualificando l’obbedienza all’autorità come “l’esatto contrario di quello che affermava Gesù”. Non vorremmo contraddire l’illustre teologo, però ci pare che proprio nel Vangelo, in uno dei passi più critici nei confronti degli scribi e dei farisei, lo stesso Cristo affermi: “fate e osservate ciò che vi dicono, ma non quello che fanno. Poiché dicono ma non fanno” (Mt 23, 3). Cioè, per esprimersi in termini mancusiani, “l’esatto contrario” di quanto asserito nell’intervista.

Del resto, se Mancuso accusa la Chiesa di ipocrisia e di compromissione con il potere mondano, egli lo fa attraverso argomenti che rimangono su un piano banalmente terreno, diciamo sociologico. Questo è il senso del paragone tra la gerarchia ecclesiastica attuale e gli scribi e i farisei contro i quali Gesù scagliò i suoi strali. Una similitudine del genere non tiene conto del fatto che questi ultimi erano espressione di un culto, quello fondato sul cieco legalismo e sugli antichi sacrifici del Tempio, destinato a essere superato proprio da Cristo, nuovo Tempio e nuovo Agnello immolato per la salvezza del nuovo Israele, cioè la Chiesa. Il secondo volume del libro di Benedetto XVI su Gesù di Nazaret contiene a riguardo pagine illuminanti, di cui il Nostro farebbe bene a prendere nota.

La “visione profetica” di cui Mancuso tesse gli elogi non può essere disgiunta dall’umiltà e dallo stretto legame con la Chiesa, Madre e Maestra: questa è la differenza che trasforma eretici come Bruno e Hus, ai quali egli strizza l’occhio nel corso dell’intervista, in santi come Francesco d’Assisi. Anche nei Vangeli, d’altra parte, se il personaggio più “profetico” è senz’altro Giovanni, il discepolo che Gesù ama più di ogni altro e al quale in punto di morte affida la propria Madre, è però a Pietro che le sorti della Chiesa vengono affidate. Un Pietro capace di professioni di fede appassionate, ma anche di conseguenti scatti di violenza (pensiamo al colpo di spada che nel Getsemani taglia di netto l’orecchio del servo del sommo sacerdote) e persino di un triplice, drammatico rinnegamento. Un Pietro, insomma, simbolo degli uomini di Chiesa di ogni tempo, dei loro errori, dei loro eccessi e anche delle loro compromissioni. Ma che riceve da Cristo il compito di confermare, quando si sarà ravveduto, i fratelli nella fede. Un Pietro al quale, al termine di un commovente dialogo in cui, a mò di contrappasso per il precedente rinnegamento, risuonerà per ben tre volte la domanda “Simone di Giovanni, mi ami?” – e riportato, guarda caso, proprio da Giovanni come chiusura del suo Vangelo –, il Signore Risorto ordinerà: “Pasci le mie pecorelle”, preannunciandogli anche il futuro martirio (Gv 21, 15-19).

“Omnes cum Petro ad Jesum per Mariam”, amava ripetere San Josemaria Escrivà de Balaguer: mi pare che fosse un’indicazione molto più valida, e certamente più cattolica, del luciferino “Non serviam” di Mancuso.
 

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