07 marzo 2015

Prometeo, Eva, Ivan e la croce di Cristo



di Alessio Calò

Nel corso della storia l’uomo si è sempre trovato di fronte alla scelta fondamentale, si potrebbe definire l’opzione antropologica, tra autonomia, intesa come capacità di autodeterminazione rispetto alla realtà, ed eteronomia, considerata come dipendenza da un qualcos’Altro che vada oltre la propria contingenza.
Nella mitologia e tragedia greche è presente un atteggiamento molto interessante a questo proposito, la hybris, tradotta come tracotanza, orgoglio, mancanza di misura e di limite da parte dell’uomo: egli consapevolmente decide di violare le leggi divine, dando avvio ad una serie di calamità che sembrano inarrestabili. Si pensi ad esempio al gesto eroico di Prometeo, che, preso da compassione per gli uomini, sfida Zeus per donare loro il fuoco; oppure alla tracotanza di Serse, nella tragedia i Persiani di Eschilo, il cui invincibile esercito viene travolto per aver sfidato l’ordine “geopolitico” naturale, voluto dagli dei. La pretesa di partecipazione dell’uomo alla Sapienza divina nel primo caso e l’arroganza dominatrice nel secondo provocano l’ira divina: si può notare senza difficoltà come il genio greco (una delle più elevate epifanie della rivelazione naturale) avesse compreso pienamente la gravità della superbia umana.

Si tenga presente che non si tratta di un risultato del solo pensiero greco, visto che anche la tradizione religiosa ebraica lo aveva incontrato fin dall’episodio biblico del peccato originale, la prima e non ultima ribellione a Dio (che costantemente ripetiamo col peccato). Nel secondo capitolo della Genesi Dio dà un solo comando all'uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti». Il precetto di Dio era facile da rispettare ma, sedotti e ingannati dal serpente, Eva e Adamo lo infrangono, morendo della vera vita, quella dell’unione con Dio. Si tratta di una ribellione radicale, che consiste nella rivendicazione sfrontata di autonomia morale nei confronti dell’Assoluto: la facoltà di decidere da sé ciò che è bene e ciò che è male, e di agire di conseguenza, prescindendo da qualsiasi ordinamento superiore, esterno alla propria volontà. Tale atteggiamento mostra la gravità della prima colpa: così come nel mito Prometeo e gli uomini vengono condannati da Zeus, nella Bibbia gli effetti del peccato originale si manifestano fin da subito. Si può constatare che tutte le civiltà sono sempre state consapevoli dei costi di certa libertà, anche se negli ultimi due secoli sembra che ce lo siamo dimenticati.

Anche Dostoevskij, nella sua profonda ricerca sull’uomo contemporaneo, ha meditato a fondo il rapporto tra Dio e la libertà umana, facendone uno dei temi più importanti della sua letteratura. Nel suo ultimo ed incompiuto romanzo, i Fratelli Karamàzov, egli lo rende esplicito nelle parole di Ivan, il più colto ed intelligente dei quattro fratelli, quando manifesta all’ultimogenito la propria incapacità di spiegarsi il male nel mondo: «Non che non accetti Dio, Alioscia, gli sto solo restituendo, con la massima deferenza, il suo biglietto». Non è una professione di ateismo questa, ma piuttosto la scelta di una libertà altra e radicale: per il bene dell’umanità egli si ribella a Dio, proprio come Prometeo, non capendo l’incoerenza e la velleità della sua dichiarazione. 

Diversamente da loro (e da noi), Gesù Cristo incarna ed abbraccia nella croce il progetto di amore del Padre, che culmina nella Resurrezione e nella redenzione dell’umanità peccatrice. Ma c’è ancora chi, come il Signor Z. de Il racconto dell'anticristo di Soloviev, esclama: «Sono io, io, non Lui! Lui non è tra i viventi e non lo sarà mai. Non è risorto, non è risorto, non è risorto! È marcito, è marcito nel sepolcro…».

 

1 commento :

  1. viviamo in un'epoca di grande individualismo, molti credono che volere sia potere ma non è così' e passando le età della vita ce ne accorgiamo forse troppo tardi. ci crediamo indispensabili e unici ma una volta in pensione... all'umanità ricca serve un bagno di umiltà dato che le crisi economiche non hanno insegnato niente ma creato nuove ingiustizie sociali e bolle finanziarie peggiori di prima. gli amministratori delegati da trenta milioni si credono dio e ci vogliono spiegare la vita e come vivere ma arriva anche per loro prima o poi l'età del catere e del licenziamento.

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