20 aprile 2012

Se il rabbino se la prende con l'imperatore Costantino

di Marco Mancini
A 1700 anni dalla Battaglia di Ponte Milvio, in cui secondo la tradizione Costantino sconfisse Massenzio affidandosi alla Croce (“in hoc signo vinces”), il Pontificio Comitato di Scienze Storiche ha organizzato un convegno internazionale sulla figura del primo imperatore cristiano (anche se la discussione sulla sua effettiva conversione è ancora aperta).
Durante la presentazione del convegno, ieri, la storica Claire Sotinel ha osservato en passant come l’atteggiamento benevolo di Costantino nei confronti dei cristiani e della Chiesa non abbia determinato di per sé una condotta persecutoria nei confronti degli ebrei, come solitamente si tende a credere, dal momento che misure antiebraiche nell’Impero sono state adottate solo successivamente alla morte dell’imperatore.

Tempo qualche ora ed è arrivata la pronta, immancabile replica di Riccardo Di Segni, rabbino capo della comunità ebraica di Roma. Di Segni, che pure sembra essere uno degli esponenti più aperti dell’ebraismo italiano, si è già distinto in passato per aver sollevato critiche relativamente al processo di beatificazione di Pio XII, definendo anche “patacca propagandistica” la fiction prodotta dalla Lux Vide di Ettore Bernabei su Papa Pacelli e la guerra a Roma, e per le dure polemiche relative alla preghiera per la conversione degli ebrei contenuta nella liturgia tridentina del Venerdì Santo, anche dopo che da questa erano state espunte le parti ritenute più offensive.

“Con la conversione di Costantino – afferma dunque Di Segni – è cambiato tutto. [Essa] è uno spartiacque epocale, ha diviso la storia tra un prima e un dopo, determinando un drammatico sconvolgimento a cui ha inutilmente tentato di porre rimedio l’ottimo imperatore Giuliano ribattezzato per questo polemicamente e ingiustamente dai cristiani l’Apostata”. Non vorremmo riaprire antiche ferite, ma la lettura unilaterale proposta dal rabbino ci appare francamente inaccettabile.
Egli ha ragione, infatti, nell’affermare che la conversione di Costantino e l’Editto di Milano del 313 – che peraltro si limitò a concedere al Cristianesimo la libertà di culto – costituiscono un segno di discontinuità: i tre secoli precedenti, infatti, erano stati caratterizzati da un atteggiamento sospettoso, quando non ostile, degli imperatori (salvo qualche eccezione) nei confronti dei Cristiani, sfociato periodicamente in feroci persecuzioni. E non si può dire che, in tutto questo, gli ambienti giudaici fossero rimasti a guardare. Basta leggere gli Atti degli Apostoli per avere un’idea dell’astio delle autorità religiose ebraiche nei confronti della Chiesa nascente, che portò presto alla persecuzione di quest’ultima (cfr., tra l’altro, At 5, 17-33; 8, 1-3; 13, 44-52). Esse non mancavano, peraltro, di sobillare in tal senso anche il potere imperiale romano. La compianta Marta Sordi, nella sua opera su “I Cristiani e l’Impero Romano”, ha mostrato come l’influenza dei circoli ebraici sulla giudaizzante Poppea – dato riportato, tra gli altri, da Giuseppe Flavio – abbia fomentato, ad esempio, la persecuzione neroniana nei confronti dei seguaci di Gesù, nella quale trovarono il martirio gli apostoli Pietro e Paolo. Alla luce di questo, non stupisce che la Cristianità abbia reso la pariglia agli ebrei nei secoli successivi, con severe misure restrittive giustificate proprio con la necessità di “prevenire” il presunto pericolo.

Né stupisce che Di Segni elevi invece a modello Giuliano l’Apostata, che sancì l'incompatibilità tra la professione di fede cristiana e l'insegnamento nelle scuole e si adoperò, senza successo, per ricostruire il Tempio di Gerusalemme. Giuliano, ritenendo che la cultura greco-romana non dovesse essere contaminata dai cristiani, accusava questi ultimi di non essere “né Ebrei né Greci” (do you remember San Paolo?) e di appartenere a un’“eresia galilea” che aveva preso in prestito da entrambi la loro parte peggiore, vale a dire “la negazione degli dèi dall'intolleranza ebrea, la vita leggera e corrotta dalla nostra indolenza e volgarità”. Ciò voleva dire, in realtà, che il Cristianesimo rifiutava sia il politeismo pagano che l’ipocrita idolatria giudaica della legge.

Purtroppo per Giuliano, e anche per il rabbino Di Segni, la tanto aborrita sintesi tra Roma, Atene e Gerusalemme si è così realizzata con successo proprio per opera della Chiesa, producendo straordinari frutti di civiltà e segnando in profondità due millenni della nostra storia.
 

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