07 maggio 2012

Le elezioni greche, un monito per i partiti italiani

di Riccardo Facchini

Provate a immaginare questo scenario: aprile 2013, elezioni politiche italiane. Pdl e Pd ottengono il peggior risultato elettorale da anni. Partiti quali Sel, Federazione della Sinistra, Forza Nuova, Movimento 5 Stelle e una lista di Casa Pound si portano a casa percentuali consistenti, tra il 5 e il 15%. Immaginate i titoloni del Corriere, di Repubblica, subito pronti a scandalizzarsi, a invocare la Grande Coalizione, a domandarsi cosa mai sarà potuto succedere agli italiani brava gente per fargli votare quei tipacci. Insomma, un po' quello che già si verifica dopo le vittorie della Lega, però su scala nazionale.

Uno scenario non molto diverso è quello uscito dalle urne elettorali ieri in Grecia. Mentre nell'Europa che conta e che comanda si guardava alla sfida Sarkò-Hollande, nel Paese culla della democrazia e dello yogurt si è potuto invece assistere al netto tracollo dei due partiti di maggioranza - Nuova Democrazia e i Socialisti del Pasok - e al successo di formazioni come la coalizione della Sinistra Radicale Syriza, dei Greci Indipendenti (un partito di destra che si oppone al prestito internazionale), dei comunisti del Kke e del partito neonazista Alba Dorata. Tutti gruppi che hanno fatto dell'antieuropeismo la propria bandiera e il cui successo sta ora costringendo i conservatori e i socialisti filoeuropeisti a cercare i numeri per mettere su un raffazzonato Governo di Unità Nazionale. Della serie, alla faccia della democrazia.

Il risultato delle elezioni elleniche è l'ennesima prova, se ancora ce ne fosse bisogno, che in Europa non c'è nessuna "onda nera", o "xenofoba" come la stampa nostrana continua stancamente a ripetere. Gli europei non sono impazziti all'improvviso. Se è vero che molti movimenti di "destra" sono sensibilmente cresciuti negli ultimi anni, ciò è andato di pari passo sia con il proliferare di gruppi di estrema sinistra e anarchici (e non li chiamate Black Bloc, per favore), sia con la nascita di movimenti demagogici e populisti come il Partito Pirata in Germania o il Movimento 5 Stelle in Italia. Queste formazioni non fanno altro che raccogliere i cocci di democrazie svuotate ormai di significato, prone agli interessi dei tecnocrati europei, racimolando così quel cosiddetto "voto di protesta" che rappresenta ormai una sensibile percentuale del bacino elettorale italiano ed europeo. Un voto di protesta con cui occorre fare i conti e confrontarsi, per evitare di essere travolti. 

Per i nostri partiti, quindi, l'ultima ancora di salvezza (per non essere scavalcati a sinistra o a destra) non risiede né nello stomachevole e prono appoggio incondizionato offerto a Monti (leggetevi ad esempio i tweet di Casini e fatevi due risate) né nei timidi distinguo di un Alfano o di un Bersani. L'unica via attraverso cui potrebbero riottenere credibilità consiste nel ritirare il proprio appoggio a un governo la cui politica economica eterodiretta sta progressivamente impoverendo gli italiani ed assumersi la responsabilità del gesto.

Cari politici, se esistete ancora, sono finiti i giorni di Maastricht, in cui ci avevano convinto che dovevamo per forza essere tutti europeisti, i tempi in cui - per usare le parole di Roberto de Mattei"l'uomo comune europeo" nutriva ancora "una certa fiducia verso il pragmatismo degli economisti". Questa fiducia è ormai esaurita e l'Europa dei tecnici e delle banche sta ormai mostrando il suo volto. Se volete sopravvivere non nascondetevi dietro qualche punto di spread, ma prendete in mano la spada e spezzate il nodo gordiano che rischia di strangolare il Continente. "L'uomo comune europeo" sicuramente vi ripagherà nelle urne.




 

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