24 maggio 2012

La crisi economica e il male di vivere



Negli ultimi tempi l’attenzione dei media si è concentrata sui numerosi casi di suicidio imputabili alle difficili condizioni economiche che si protraggono ormai da oltre 4 anni: la mancanza di lavoro o l’incapacità di saldare i debiti della propria azienda porta i lavoratori (siano essi dipendenti o autonomi) e gli imprenditori alla disperazione, e spesso al suicidio. Analizzando i dati disponibili (come viene lucidamente fatto in questo articolo), si può vedere con chiarezza come vi sia stato un incremento netto dei suicidi a partire dalla crisi economica. Non si tratta quindi di un fenomeno mediatico, anche se mi infastidisce molto (come ex aspirante giornalista) la scelta della tempistica da parte dei media: perché ora? Perché non quando il fenomeno è iniziato? Perché? Ma andiamo oltre.

Avevo da tempo l’intenzione di scrivere qualche riflessione su questa catena di suicidi (che purtroppo continua e spesso coinvolge altre persone), cercando come sempre di offrire un’umile lettura, svolta su vari livelli: etico (la questione del significato e delle cause del suicidio), antropologico (il valore assoluto della persona umana di fronte la contingenza economica) e teologico (la vita come proprietà -e dono- di Dio, da preservare sempre e comunque). Ma, come disse l’Amleto di Shakespeare, “ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”! E, tra le cose in cielo e in terra, che ogni tanto allietano, vi è stata la potente reazione di una figlia che ha salvato il padre dal suicidio. Una notizia carica di gioia e di speranza, ma anche di spunti di riflessione.

Ci si può chiedere quali possano essere i pensieri e le inquietudini di chi, oppresso dai debiti o disperato per il lavoro perduto, decida di compiere il gesto estremo, nella convinzione (tragica quanto paradossale) che farla finita è meglio di continuare a vivere in condizioni indegne (e per condizioni indegne intendo anche “indegnità” ben peggiori, i lettori accorti avranno capito l’allusione). Personalmente penso che la disperazione non derivi solo da un problema economico (i debiti da pagare, la famiglia da mantenere), o psico-sociale (il disagio di essere disoccupato, la vergogna di essere considerato un fallito), quanto dalla solitudine che caratterizza questi momenti, quando ci si rende conto di non avere sostegni, ed essere zoppi di fronte ai drammi della vita. Questo momento storico (e in particolare questa crisi) mostra chiaramente quanto siamo tutti più soli e quindi più fragili, incapaci di condividere (soprattutto in famiglia) i momenti di difficoltà e di vuoto (a pensarci bene, questo è un effetto o una causa della crisi?). Che la maggior parte dei suicidi abbiano come protagonisti uomini con alle spalle un matrimonio fallito la dice lunga sulla loro situazione di isolamento.

Però c’è un però. Fra i molti casi tragici che abbiamo letto sui giornali, questo di Lecco mostra una figlia che, nel periodo più bello, carico di novità e di speranze della propria vita, si ritrova il padre appeso ad una corda e decide (ma si può parlare di decisione in questi casi?) di salvarlo. E lo sostituisce di fatto nel suo ruolo di educatore (ed anche qui si potrebbe aprire una questione infinita sul ruolo dell’educatore - e del genitore - oggi). Chissà cos’ha pensato quel padre penzolante che ormai credeva di aver chiuso! Avrà pianto per la tristezza del suo cattivo esempio, o avrà gioito per la comprensione amorevole, magari immaginando che, tra le grida e gli sforzi, la figlia abbia potuto pensare “Eh no papà, qua ci sono io!”? È tutto qui il punto. Fa quasi sorridere l’articolo, quando mostra la ricetta alla disperazione del padre: la psichiatria. Sarà sicuramente d’aiuto, ma direi piuttosto che, se la solitudine uccide, solo l’alterità può salvare, sia essa espressa da un familiare, un amico, o anche uno sconosciuto. La presenza dell’altro e la possibilità di relazionarsi a lui è una fra le soluzioni al problema della disperazione e della solitudine dei nostri tempi, un rimedio all’indigenza dell’individuo, che solamente nelle persone che lo circondano trova un senso, un qualcosa che gli manca per realizzarsi. L’uomo nasce dipendente dagli altri non solo a livello biologico, ma anche psicologico e sociale, e solo le relazioni, in particolare quelle di amicizia (di amore di amicizia, come diceva Aristotele) permettono la realizzazione della persona, perché impegnano il suo intelletto e la sua volontà, e la mettono al servizio dell’apertura, della sovrabbondanza e della gratuità. Come diceva John Donne in una sua famosa poesia, “‎Nessun uomo è un’isola”.
 

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