26 giugno 2012

Buon compleanno, Jean-Jacques!


di Alessandro Rico
Ben 300 anni fa, il 28 giugno 1712 nasceva a Ginevra Jean-Jacques Rousseau, che considero, forse ingenerosamente, uno dei peggiori pensatori politici della modernità. Mi limito qui a considerare tre aspetti particolarmente significativi della sua riflessione, dei quali penso tutto il male possibile.

In primo luogo, il pregiudizio per cui la ricchezza deriverebbe essenzialmente da un’usurpazione. Sin dal Discorso sull’ineguaglianza si evince l’ostilità di Rousseau nei confronti dell’economia borghese, fondata sul commercio e sulla produzione/accumulazione di ricchezza. Come Locke, egli propende per un’origine individualistica della proprietà privata, ma ritiene che il suo riconoscimento renda necessario un vero e proprio colpo di mano: poiché non ci sono motivi validi per giustificare il possesso, i ricchi devono difenderlo attraverso il «patto iniquo». Prima manifestazione della società politica, esso normalizza la proprietà e cristallizza le relazioni tra abbienti e indigenti, come soggezione dei molti schiavi ai pochi padroni.
Il rifiuto del capitalismo è chiaramente basato su un ingenuo pregiudizio: l’idea che non sia possibile generare sempre nuova ricchezza, ma solo distribuire le risorse esistenti. Ciò fa di quello economico, un gioco a somma zero; così, se uno ha di più, è perché l’ha sottratto a qualcun altro. Non a caso Rousseau accorda la sua preferenza a un modello di società arcaica, in cui prevalga la piccola proprietà terriera e si diffondano frugalità e spirito patriottico: Sparta è in questo senso l’idealtipo politico rousseauiano.

In secondo luogo, la configurazione illiberale del «contratto sociale», pensato nei termini di una «alienazione totale di ciascun associato con tutti i suoi diritti a tutta la comunità». Si tratta, per il Ginevrino, di una condizione che, essendo uguale per tutti, nessuno può rendere onerosa agli altri; inoltre, poiché ognuno cede tutti i propri diritti, non c’è alcuno che possa accampare pretese di supremazia; e soprattutto, «ciascuno dandosi a tutti non si dà a nessuno, e poiché su ogni associato, nessuno escluso, si acquista lo stesso diritto che gli si cede su noi stessi, si guadagna l’equivalente di tutto ciò che si perde e un aumento di forza per conservare ciò che si ha». Tre «garanzie» illusorie, come già sottolineò Benjamin Constant. Non è vero, infatti, che dandosi a tutti non ci si dà a nessuno, perché nel momento in cui bisogna procedere all’organizzazione del governo, necessariamente questo potere illimitato va delegato a qualcuno. E allora, quel qualcuno può avere eccome interesse a rendere onerosa questa condizione per gli altri. Rousseau, che qui è decisamente hobbesiano, sembra non avere la consapevolezza di ciò che a Locke era invece cristallino: il «contratto» mediante cui gli individui costituiscono la società politica deve prevedere la conservazione per se stessi di tutti i diritti, meno che quello a farsi giustizia da soli. Il commonwealth, la salute comune, in quanto tale sorge per impedire agli uomini di danneggiarsi, non per opprimerli – magari nell’illusione di liberarli.

Infine, il cruciale e problematico concetto di «volontà generale», uno degli elementi più marcatamente tirannici dell’edificio politico rousseauiano. La volontà generale non è la volontà della maggioranza, piuttosto l’espressione dell’io razionale del corpo politico, che, anzi, spesso è offuscata dall’emergere dei particolarismi. Si vede come Rousseau liquidi la questione dei corpi intermedi, delle libere associazioni, o semplicemente dell’individualità: qualunque discostamento dalla suprema unità del corpo politico va biasimato e combattuto – esattamente l’opposto di quel che sosteneva Montesquieu nello Spirito delle leggi.
Per ovviare agli ostacoli nel processo della sua affermazione, la volontà generale si affida al «legislatore», figura dai risvolti mistici, che nel suo utopismo assesta un colpo micidiale alla concretezza delle architetture istituzionali liberali, come la montesquieuviana teoria della separazione dei poteri – non stupisce che, al contrario, per il Ginevrino la sovranità sia inalienabile e indivisibile.
Ma ciò che lascia più perplessi è il capitolo sui «limiti del potere sovrano»: di nuovo, limiti fittizi. È vero che per Rousseau «quanto, col patto sociale, ciascuno aliena del proprio potere, dei propri beni, della propria libertà, è solo la parte di tutto ciò il cui uso importa alla comunità», però subito dopo egli stabilisce che «solo il sovrano è giudice di questa importanza». Un insulto all’intelligenza: il Souverain rimane arbitrio persino dei diritti che sarebbe lecito conservare.
Rousseau è stato variamente interpretato come pensatore totalitario (Talmon), apostata della modernità (Bedeschi), teorico di una democrazia «radicale», impegnato a decostruire il modello giusnaturalista borghese a partire dai suoi stessi strumenti concettuali – Hegel gli rimprovererà proprio di aver conferito un fondamento individualistico (il contratto) allo Stato razionale, realtà ideale assoluta.

Basterebbe forse interrogare la Storia e individuare le filiazioni intellettuali del Ginevrino: Robespierre, protagonista del Terrore giacobino; il giovane Marx, che comunque maneggiò le sue opere con scarsa cura filologica. D’altronde Rousseau è sembrato sempre del tutto incosciente dei pericoli che si annidavano nella sua stessa dottrina. Il Ginevrino è, insomma, uno di quegli autori che va letto, perché ci si possa difendere dalla seduzione che esercita. Della serie: se li conosci li eviti.
 

3 commenti :

  1. Il suo pensiero politico non è forse influenzato anche dal suo pensiero filosofico, il sensismo, secondo cui l'uomo nasce buono per natura ma poi "incattivisce" con la civiltà?

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  2. Ottima osservazione, Riccardo. Peraltro era uno che predicava bene nelle sue opere sulla pedagogia e razzolava malissimo, visto che tutti i suoi cinque figli vennero abbandonati alla ruota di Parigi.

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