23 giugno 2012

Il corpo è mio e me lo gestisco io



Le aspettavo fin dall’inizio dell’Europeo 2012, le simpatiche canaglie di FEMENPer chi non avesse il piacere di conoscerle, si tratta di un gruppo di femministe – nato in Ucraina nel 2008 – che organizza delle incursioni a seno (e non solo) scoperto, in luoghi ed eventi strategici. Speravo si palesassero all’inizio del torneo, scorrazzando (semi)nude per i campi di calcio ed esponendo in bella vista le proprie vergogne (uso questo termine che sembra molto vetusto, ma che amo utilizzare in quanto mi ricordano le espressioni di mamme e nonne venete...). Invece ahinoi le FEMEN questa volta non si sono presentate nel loro usuale assetto combattivo, a causa di un triste contrattempo.
Ovviamente esprimo tutta la mia solidarietà per le tre fanciulle, di cui invidio il coraggio e la determinazione nel portare avanti le loro battaglie. La stima personale però si ferma qui. Non posso approvare infatti l’uso del corpo come strumento di lotta politica: il corpo non può e non deve essere utilizzato come arma, soprattutto mediatica. Questa strategia infatti non può che andare contro l’obiettivo di FEMEN: se si desidera il rispetto della Donna, Ella va tutelata nella sua perfetta unità. Cercherò di seguito di argomentare brevemente.
L’esperienza ci mostra che il singolo uomo ha un corpo materiale, che cresce, si sviluppa e si degrada, e che in questo corpo è presente ed operante un’anima capace di operazioni immateriali. L’essere umano infatti fa esperienza dell’unità del proprio io nella pluralità specifica delle sue operazioni, cogliendosi come uno: l’uomo è quindi un essere unitario, anche se composto allo stesso tempo da anima e corpo. Aristotelicamente parlando infatti, l’anima è la forma sostanziale del vivente, mentre il corpo è materia organica informata. Da questo deriva che non v’è opposizione, bensì complementarietà tra anima e corpo: l’anima è unita al corpo e gli comunica un’esistenza ed una struttura (così come ogni forma definisce la materia). Perché ci sia l’intera persona umana infatti, si richiede anche il corpo, che entra nella sua costituzione: l’io è anche il suo corpo. 
Questa concezione della persona umana, tipicamente cristiana, rifiuta sia il dualismo cartesiano che il monismo idealista e materialista; sottolinea invece il fatto che, se la sostanzialità spirituale di ciascun uomo è messa in discussione, la stessa nozione di persona umana diventa impensabile e la sua dignità viene meno. 
L’abbandono della tesi dell’unità sostanziale della persona, compiuto da Cartesio, ha minato per l’appunto questa nozione: la riduzione della persona umana all’autocoscienza ha determinato la negazione della sostanzialità individuale, sottomettendola al cogito: se anima e corpo sono due sostanze separate e giustapposte, la cui unione risulta problematica, allora il mio corpo non entra nella costituzione della mia persona, ma è solamente una sua estensione meccanica. Io non sono, ma semplicemente ho il mio corpo, e fra anima e corpo non si instaura una relazione di essere, ma di avere. 

Oltre al dualismo cartesiano, vi sono altre concezioni antropologiche scorrette, quali l’idealismo ed il materialismo: esse si configurano come monismi che assolutizzano rispettivamente l’anima e il corpo. L’idealismo della concezione platonica considera il corpo come il carcere dell’anima, radice di ogni male e fonte di insane passioni, di cui l’anima desidera liberarsi per poter vivere veramente: la morte del corpo è la vita dell’anima. Simili questioni possono essere ripetute per le religioni orientali. Il materialismo, diffuso soprattutto nella cultura scientifica contemporanea, tenta invece di spiegare l’origine biochimica della razionalità umana, che non sarebbe altro che una serie di danze atomistiche. 
Il risultato di queste concezioni sta nel loro riduzionismo, che assolutizza una volta l’anima un’altra il corpo, dovendo poi conferire ad uno dei due principi proprietà che non appartengono loro: nello spiritualismo il corpo non ha valore, mentre nel materialismo l’uomo è solamente un dispositivo, per quanto perfetto.

Fra le maggiori implicazioni pratiche di queste dottrine sta l’odierna cultura dell’immagine, che si pensa sia la soluzione della nostra esistenza: nel momento in cui il corpo è l’unica manifestazione del proprio io, esso diventa un valore assoluto da gestire con maniacale attenzione; il corpo può inoltre rappresentare un fattore produttivo da cui ricavare il più ampio profitto e disprezzo; oppure, come per le amiche di FEMEN, esso può diventare uno strumento mediatico per ottenere visibilità, una visibilità che però conferma (se non alimenta) la svalutazione della persona umana. Si tratta di un rimedio peggiore del male: se io sono anche il mio corpo, il suo rispetto è anche rispetto per me. 
Le donne hanno mezzi più convincenti di qualche blitz adamitico per mostrare il loro valore, ammesso che vi sia il bisogno di dimostrarlo.


 

1 commento :

  1. Eccellente come sempre. Ho diffuso anche per posta l'articolo, ricevendo riscontri positivi.

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