27 giugno 2012

Il Dalai Lama a Milano: la felicità (?) senza trascendenza


di Isacco Tacconi
L’evento dei tre giorni di spiritualità buddhista al forum di Assago (Milano) mi danno l’occasione per riflettere con voi riguardo a quella che è la filosofia buddhista, e al pensiero che il Dalai Lama predica con zelo in giro per il mondo. Generalmente lo si onora con l’attributo di “sua santità” ma io preferisco chiamarlo piuttosto “sua Buddhità”, dato che trovo il termine “santo” quanto mai inappropriato e fuori tema per qualificare il leader del buddhismo tibetano.

Non mi interessa entrare nella diatriba politico-economica che ha portato il sindaco di Milano Giuliano Pisapia a ritirare il conferimento della cittadinanza onoraria a Tenzin Gyatso, guida spirituale del Tibet e del Buddhismo Mahayana. D’altronde i ricatti cinesi li conosciamo bene, come la viltà di certi politici italiani che cambiano idea dall’oggi al domani. Ma come ho detto le finzioni e le maschere politiche non sono l’oggetto di questa mia riflessione.

Leggendo il programma della “tre giorni” promosso dal GHE PEL LING - Istituto Studi di Buddhismo Tibetano, si trova la breve presentazione del pensiero buddhista, la cosiddetta “Via di Mezzo”, e del nucleo centrale della sua dottrina. Ad un primo impatto sembra di trovare una religione o una filosofia profondamente umana ed umanitaria, che ha come cuore la pace universale, la convivenza civile, la tolleranza e l’abbattimento di ogni divisione religiosa, culturale e razziale. Un amore e un rispetto per l’ambiente e gli animali che farebbero invidia ai “Verdi” e WWF. In definitiva esso sembra prospettare il paradiso in terra, la pace interiore e la cessazione del dolore, della sofferenza e di ogni inquietudine umana.
Ma è necessario a questo punto fare alcune precisazioni di carattere dottrinale.

Il Buddhismo nasce come una corrente spuria ed eterodossa del più grande universo delle religioni Induiste, dalle quali prende le distanze sul piano sociale, superando la divisione delle caste, e sul piano devozionale abbandonando il culto delle 16 milioni e più, divinità che si venerano nell’induismo. Ma il sostrato religioso di fondo è lo stesso. Già! Perché di questo parliamo: di una Religione, e non di una Filosofia o di una “Via Interiore”, come a molti piace definire il Buddhismo, per tenerlo quasi al di sopra delle “divisioni religiose”, conferendogli un’autorità super partes.

 Data la sua proteiformità, il buddhismo ha preso piede in quasi tutto l’oriente, spesso sovrapponendosi ai culti preesistenti. Ma a cosa è dovuto questo boom buddhista nell’odierno occidente? Sicuramente lo strascico del New Age degli anni '60 ha aperto il solco, ma questo fascino per le cosiddette “filosofie orientali” si comprende bene studiando il buddhismo stesso. Mantenendosi fedele alle tradizioni religiose dell’India, esso consiste in un Panteismo Assoluto in cui ogni essere umano è il proprio centro dell’universo. Infatti non c’è una divinità, è completamente assente la figura di un essere trascendente e assoluto, tantomeno creatore. Tutto è governato dal kharma, cioè la legge di causa-effetto che regola l’universo e determina l’esistenza dell’uomo nell’infinito ciclo di reincarnazioni che lo imprigionano nell’esistenza, cioè nella vita. In definitiva l’artefice della propria felicità è proprio l’uomo, e l’illuminazione buddhista (il cosiddetto bodhi) consiste nella scoperta della propria divinità. Ciò permette all’uomo di riappropriarsi di se stesso e di liberarsi da ciò che è la causa del dolore e della sofferenza interiore: il desiderio! 

Tutte le meditazioni e le pratiche (fra cui lo Zen e lo Yoga), dunque, sono indirizzate all’annullamento di qualsiasi tipo di desiderio, materiale, sensuale, di felicità, ma anche intellettuale, concentrandosi sul Nulla, il famoso “Nirvana”, che, non a caso, significa letteralmente “Annientamento”. Ma qui si rivela la profonda contraddizione che è alla base di una tale dottrina: il desiderio è il male e la causa della sofferenza, e il suo rimedio è il Nirvana. Ma l’intera vita del Buddhista è proprio la tensione costante verso qualcosa considerato come Bene, cioè “un desiderare di non desiderare”. Le conseguenze di una tale concezione dell’uomo si deducono logicamente: un profondo individualismo intellettuale, relativismo morale e religioso, l’annullamento dell’essere umano in ogni suo sviluppo. Non a caso i paesi orientali dove il buddhismo ha preso piede e si è affermato hanno subito nel corso dei secoli un blocco totale nello sviluppo tecnologico, filosofico e sociale.

Nel programma per la tre giorni di Assago si afferma che le intenzioni del Dalai Lama sono di “suggerire un'etica ideale comune in tutto il mondo, che va oltre la religione e che illumini le scelte fondamentali”. Questo programma agli atei di professione o a coloro che vogliono sentirsi liberi e indipendenti dalle “schiavitù delle religioni” pare la scelta migliore, più giusta, forse l’unica possibile. Ma ci dimentichiamo che l’etica non viene stabilita dall’uomo, bensì da quel famoso Essere Trascendente che proprio il buddhismo nega. Non può essere una fabbricazione umana, suscettibile di mutamenti, come è mutevole l’uomo, e quindi fragile e manipolabile. Già Platone lo aveva compreso perfettamente affermando che la Verità non può essere legata all’immanenza di questo mondo, ma anzi lo trascende e allo stesso tempo lo illumina, svelandogli il suo senso. Il buddhismo al contrario fa risiedere la verità nel mondo, nelle cose, negli animali, conferendogli un potere che in realtà non hanno. Esso pone l’uomo a misura di tutte le cose attraverso lo stesso vecchio relativismo sofistico, a regola del pensare e del vivere. Altra contraddizione non indifferente: tutto è relativo e soggettivo, tranne il relativismo stesso! Beh, è proprio la morte della Ragione.

Infine altro scopo di questi incontri di spiritualità è quello di elargire “Iniziazioni” verso coloro che lo vorranno, e sempre la guida spiega che “ricevere un'iniziazione significa ricevere da un Maestro qualificato, come Sua Santità, una trasmissione di energia positiva, che permette di creare le cause per ottenere le stesse qualità della Divinità”. In pratica il panteismo di cui sopra.

Per concludere riporto una frase di sant’Agostino, che ci può aiutare a indirizzare lo sguardo e il “desiderio” verso colui che solo può acquietare le angosce dell’umano vivere: C'è una gioia che non è data agli atei, ma a coloro che di Te si fanno un disinteressato culto: sei Tu la loro gioia. Ed è già questa la vita felice, la gioia che si cerca in Te e deriva da Te e per Te si prova: questa e non altra.”
 

28 commenti :

  1. Sul Buddismo e le dottrine orientali consiglio la lettura di "Da Cristo al Guru - andata e ritorno", di Joseph Marie Verlinde. Dà un'ottima esposizione delle dottrine orientali, viste dall'interno (l'autore, attualmente sacerdote cattolico, in passato è stato segretario di un Guru molto influente e ha visitato diversi ashram), al di là delle patacche a cui siamo abituati nel supermarket delel religioni in occidente.

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  2. ...oggi alla RAI (TG 3) hanno intervistato uno studente universitario che ha detto "mi ha colpito perchè è un leader religioso ma è molto aperto e ha una positiva considerazione della scienza"

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  3. Preferisco il Dalai Lama a quel prete cattolico che ha paragonato i (supposti) indemoniati ai down. Ma avete ancora un briciolo di vergogna, voi cattolici?

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  4. Anonimo, informati: mons Gemma ha detto cose ben diverse da come riportato nel TITOLO di repubblica. Ce l'avete un po' di intelligenza voi atei?

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  5. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  6. Tagliamo la testa al toro: http://video.repubblica.it/cronaca/monsignor-gemma-i-down-simili-a-degli-indemoniati/99634/98016 questo è ciò che ha realmente detto. Che poi qualcuno gli abbia messo in bocca parole differenti non stupisce.

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  7. Gemma ha detto:

    <>

    evidentemente (altrimenti non farebbe l'esorcita) non ha la minima conoscenza ne' di medicina ne' di psichiatria.

    ed il fatto che nel XXI secolo persone con disturbi psichiatrici si rivolgano ad una simile persona anziché ad uno specialista mi inorridisce.

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  8. non mi ha preso la citazione di Gemma, la riporto qua

    "una posseduto che come conseguenza della sua possessione è diventato simile ad un down: quindi non capice"

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  9. Quando si è "IGNORANTI" in materia di Buddhismo, (ciò potrebbe riguardare qualsiasi argomento), bisognerebbe solo "TACERE E FAR SILENZIO" si fa più bella figura sicuramente.

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  10. Articolo scritto senza una comprensione del buddhismo, che non "nasce come una corrente spuria ed eterodossa del più grande universo delle religioni Induiste" come riportato nell'articolo, inseme a tante altre inesattezze.

    Il buddhismo è una religione solo quando lo si vuole vedere come tale, di religiosità negli insegnamenti del Buddha non ce n'è, neanche nel buddhismo vajrayana dove tutto è simbolico e un mezzo per otterere un'esperienza non concettuale di ciò che i simboli attraverso immagini e gesti rappresentano.

    Il buddhismo è una via di Liberazione, difficile da capire se non ci si pone al di fuori dell'ottica religiosa dentro cui uno magari è cresciuto e a cui ha aderito e vede come unica possibilità.

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  11. Gia'...
    Ci mancava la lezione di Buddhismo alla Hollywood con contorno di Richard Gere...

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  12. Caro anonimo delle 8:50, che il buddismo sia una filiazione spuria dell'induismo, è possibile accertarlo leggendo un qualsiasi manuale di storia delle religioni.

    Il buddismo non è religione? Cosa è per te "religione", di grazia? Quand'anche non fosse una religione, sarebbe una filosofia. Nell'articolo si denunciano proprio gli esiti anti-umani e nichilisti di una tale filosofia.

    Ma tu preferisci regalarci una specie di supercazzola ("tutto è simbolico e un mezzo per otterere un'esperienza non concettuale di ciò che i simboli attraverso immagini e gesti rappresentano"), piuttosto che entrare nel merito.

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  13. @ Marco Mancini

    il buddhismo lo pratico da anni, quindi parlo da dentro la faccenda e non da fuori né dai filtri cattolici dell'autore dell'articolo.

    Prima dell'Illuminazione il Buddha praticava i metodi induisti. Ad un certo punto li ha ritenuti insoddisfacenti rispetto al suo obiettivo, la piena Illuminazione e ha lasciato il sentiero induista per percorrere quello della propria motivazione di essere di beneficio a tutti gli esseri perché era questo che cercava, un sentiero che potesse sfociare nel beneficio di tutti gli esseri.

    Se uno capisce gli insegnamenti risulta evidente che il nichilismo non è abbracciato dal buddhismo, che, assiene all'eternalismo viene visto come una visione NON corretta (=funzionale) per "raggiungere l'illuminazione", altro modo per dire liberare il potenziale interiore primordialmente puro e perfetto che è presente in ogni essere senziente.

    L'assenza di un io non significa il vuoto più totale ma l'esatto opposto. L'io nel buddhismo identifica il vedere le cose in maniera dualistica, risultato del non riconoscimento della nostra natura illuminata. Superato il senso dell'io, fissazione molto radicata anche a livelli molto sottili, la nostra natura illuminata e le qualità senza limite che manifesta in maniera naturale è libera di esprimersi, da qui la parola "liberazione" come sinonimo di illuminazione.

    Quella che indichi come "supercazzola" è l'essenza della pratica del buddhismo, un sentiero di saggezza inseparabile da compassione (desiderio sincero di liberare se stessi e gli altri dalla sofferenza, non pietismo come viene spesso intesa in italia, non parte da arroganza ma dalla consapevolezza profonda che c'è un bel po' di sofferenza a vari livelli, specialmente a livelli non consci) che utilizza degli insegnamenti come delle linee guida per un'esplorazione sempre meno intellettuale ma esperienziale.

    Non c'è una verità da confutare ma una natura da realizzare che solo una pratica genuina, inseparabile dal coraggio di mettersi in discussione completamente, può rivelare.

    Fede nel buddhismo significa fiducia, una fiducia che parte dall'esperienza diretta e ripetuta di come funziona la nostra mente. La fede cieca viene considerata una forma di ignoranza. Ignoranza accecante direi, quindi non ci sono dogmi a cui aderire o un paradigma di base a cui bisogna forzarsi di credere. Sperimentazione attraverso dei metodi ed esperienza, e questo credo differenzi parecchio il buddhismo dalle religioni, quanto meno da ciò che viene inteso comunemente per religione.

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  14. Anonimo, tu dici che non c'è dogma nel buddismo. Il problema è che il dogma è l'identità di una qualsiasi cosa. Se il buddhismo non avesse dogmi, come affermi tu, non avrebbe un'identità o un metodo, non avrebbe nulla. Esattamente quello che è il nirvana, esperienza del nulla, non una natura da realizzare. Il mondo, l'individualità, è pura illusione, è puro dolore da annullare con l'ottuplice sentiero. Quanto al resto, la pratica del buddhismo non ha mai avuto la carità intesa come essere-per-il-prossimo, perché anche l'altro è illusione, o schiavo di un'illusione. Difatti, l'ideale buddhista non è il santo, ma l'asceta e il mistico.

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  15. Riccardo, nel buddhismo non ti illumini senza aiutare gli altri. Ci sono approcci diversi alla pratica, l'asceta è uno solo di questi. Uno dei punti principale del mahayana spiega molto bene questo punto: non ci può essere illuminazione senza "gli altri". Per realizzare l'aspetto illusorio della realtà fenomenica, ovvero che la sua natura è diversa da come percepiamo, secondo il Buddha è necessario sviluppare compassione nel modo in cui la intendevo nel mio intervento precedente.

    Intendo dogma nell'accezione comune. Il nirvana, o natura ultima della mente, non è nulla come lo intendi tu. Per comprendere questo punto vai da un maestro e chiedi insegnamenti sulla vacuità.

    Questi punti dell'insegnamento sono basilari ma sottili, e comunque vanno messi in pratica per vedere se l'esperienza diretta è in linea con questi insegnamenti o meno. Il buddhismo non è una cosa da "credo questo credo quest'altro" ma "esploro e verifico attraverso l'esperienza diretta". In molti paesi orientali la pratica popolare è un po' incastrata in credenze e preghiere al Buddha, ma l'insegnamento del Buddha è un'altra cosa e questo te lo può spiegare soltanto un praticante, per questo ti ho suggerito di andare da un maestro autentico e fargli delle domande.

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  16. A me pare che il tuo buddismo sia un po' troppo occidentalizzato, anzi del tutto new age. Il buddismo vero ha delle credenze, ha delle pratiche ascetiche e il nirvana come esperienza del nulla. Le versioni occidentali di tale religione non mi interessano affatto.

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  17. Il Buddhismo rende liberi pensatori, e comunque l'articolo è altamente impreciso. Nonostante l'autore abbia cercato di appoggiarsi ai grandi pensatori dell'antichità, rimane di fondo una profonda "ignoranza" (nel senso più puro del termine) della filosofia Buddhista.

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  18. Un libero pensatore non è un pensatore libero.

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  19. A chi ha scritto l'articolo consiglio di leggere Raimon Panikkar, almeno comprendera' qualcosa in piu' delle motivazioni del Buddha viste in un ottica Cristiana.

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  20. Non bisognerebbe parlare di cio' che non si conosce, si rischiano figurette.

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  21. Dubito che il Buddha potesse avere un'ottica cristiana. Che si tratti di un altro tentativo di sincresi?

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  22. ‘Contro Il Buddismo’ di Roberto Dal Bosco

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  23. Roberto Dal Bosco? quello che lanciò il cavalletto a Berlusconi?

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  24. http://www.amazon.it/Contro-il-Buddismo-ebook/dp/B007WH8H2M

    Certo che di idioti anonimi che commentano su questo blog ce n'e' a iosa eh...

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  25. @Piero

    la mia era ovviamente una battuta. Giusto una sfida tra "Roberti Dal Boschi" per capire chi ha dato un maggior contributo al progredire del genere umano.

    peraltro, sei in grado di partorire un pensiero autonomo e di argomentarlo autonomamente oppure sai solo citare altri?

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  26. Mi rammarica sentire parlare del buddismo con tanta ignoranza. Come a voi naturalmente rammaricherà sentire parlare con ignoranza della chiesa. Il fulcro del buddismo è proprio la compassione, l'amare gli altri quanto se stessi, mentre qui si afferma proprio l'opposto.

    P.S. Forse quando si riceve da tante persone la stessa critica è il caso di pensarci su un po'...

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  27. Roberto Dal Bosco si occupa di video e filmati e forse avrebbe dovuto continuare a fare quello che presumibilmente conosce meglio invece di scrivere un libro “contro” il buddhismo. Con tale pubblicazione sta facendo una figuraccia poiché con le sue affermazioni dimostra che di buddhismo ne sa ben poco, e quello che sa è interpretato tramite le lenti dei suoi pregiudizi culturali. L’ho letto perché volevo capire la motivazione che aveva portato il Dal Bosco a scrivere un libro del genere e la mia conclusione è che lo ha fatto per affermare la supremazia cristiana, soprattutto cattolica. Ma così facendo si è dato la zappa sui piedi; chiunque con un minimo di intelligenza saprà distinguere tra il vero buddhismo e quello che scrive il Dal Bosco.

    Se il Dal Bosco avesse scritto un libro “Contro l’Islam” possiamo immaginarci le conseguenze che sarebbero state per lui, la casa editrice Fede & Cultura e molto probabilmente anche per l’Italia. Ma loro sono andati a colpo sicuro ben sapendo che i buddhisti non avrebbero reagito in alcun modo, ed è giusto che sia così: il suo libro è troppo ridicolo per essere preso sul serio e la cosa migliore da fare è lasciarlo, insieme al suo autore, al loro destino: nel dimenticatoio cosmico. Mentre invece il Buddha e la sua dottrina continuerà a risplendere (e a sorridere!) malgrado tutte le calunnie. Lo sta facendo da più di 25 secoli!

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