09 giugno 2012

La Carità cristiana all'origine degli ospedali



«Agli ospedali siamo tutti abituati. Diamo per scontato che ogni città ne abbia più d’uno, e che funzioni! Ma difficilmente ci si chiede: come sono nati, gli ospedali?». Questa è la domanda da cui prende avvio il saggio di Francesco Agnoli, docente e scrittore, intitolato “Case di Dio, ospedali degli uomini – Perché, come e dove sono nati gli ospedali” (con prefazione di Giancarlo Cesana, Fede e Cultura). Agnoli affronta l’argomento da un punto di vista non solo storico, ripercorrendo le tappe della fondazione e della diffusione degli ospedali nell’Europa cristiana e medioevale, ma anche da una prospettiva teologica e filosofica: gli ospedali nascono nella Chiesa per opera di cristiani, laici e religiosi, che, seguendo gli insegnamenti di Gesù (“li mandò ad annunziare il regno di Dio e a guarire gli infermi.”, Lc 9,2) ed il Suo comandamento evangelico (“amerai il prossimo tuo come te stesso”, Mc 12,31), si dedicano al prossimo malato e povero, vedendo nella sua sofferenza la Sofferenza di Cristo. Il cristiano, in momenti in cui le famiglie pagane si disgregavano per scappare dalle pestilenze, soccorre l’infetto, gli lava le piaghe purulente, suscitando nelle popolazioni un fascino prima di allora sconosciuto, e che porterà nuove conversioni.

All’inizio furono due facoltose donne romane, Fabiola e Marcella (parliamo del ruolo delle donne nel cristianesimo?), ad istituire, nel quarto secolo, i primi ospedali. Questa tradizione proseguì con il monachesimo (i monasteri furono isole di salvezza nel mondo che crollava) e con la storia medievale, che resero possibile la nascita (sostenuta da cospicue e riparatorie donazioni) di ospedali resi magnifici sia per motivi artistici, sia per le qualità umane di chi accoglieva e si prendeva cura dei bisognosi. Anche nei tempi moderni l’opera della Chiesa è continuata: Bologna, Padova, Roma furono per secoli, nel campo della medicina, punti di riferimento per l’Europa intera. All’interno degli ospedali, infatti, come conseguenza dei valori dell’ospitalità e della carità che ne erano alla base, cominciò presto a svilupparsi anche un forte interesse scientifico volto a ricercare nuove cure per i malati. Questo per chi non ricordi le radici cristiane dell’Europa.

Mi permetto di presentare alcuni spunti di riflessione.
Il primo riguarda il ruolo della medicina nella storia: sebbene la medicina fosse nata in Grecia e poi trasmessa al mondo romano, non esistevano (e non sarebbero potute nascere) strutture paragonabili agli ospedali della Cristianità. “Sono degni di cura solo i cittadini liberi e soprattutto quelli che possono guarire sicuramente” dice Platone nella Repubblica. E soprattutto chi se lo poteva permettere.

Il secondo spunto è di tipo antropologico. Dal momento che Cristo si è incarnato, il corpo stesso assume un significato nuovo: non più prigione disprezzata dell’anima, bensì componente materiale della persona umana, per la prima volta concepita e apprezzata in modo unitario (come anima e corpo), anche in prospettiva escatologica (la resurrezione dei corpi). Viene introdotto inoltre il concetto di persona, di prossimo, ben diverso etimologicamente dal concetto di umanità tanto caro ai moderni, come scrive Dostoevskij nell’Idiota: “Nell'amore astratto per l'umanità quasi sempre si finisce per amare solo se stessi”. Infine, solo questa concezione del corpo ha permesso lo sviluppo della medicina, possibile solo all’interno di una relazione di amore (di donazione e gratitudine) tra curante e curato: la medicina diventa dedizione (anche scientifica) per il sofferente che va curato, e la conoscenza della sua situazione di indigente rafforza l’impegno dello scienziato e del medico, sempre nei limiti delle capacità umane. Vi sembra che assomigli alla medicina (e alla scienza) odierna?

Il terzo punto è quasi un’analisi controfattuale: perché gli ospedali sorgono nell’Europa cristiana, e non per esempio nel lontano Oriente, o in Africa, o all’interno dell’Islam? Anche qui la concezione antropologica è d’aiuto: se la malattia viene concepita come colpa ereditaria, come decisione definitiva di Dio, come retaggio di vite passate, il malato è un reietto da abbandonare a se stesso, ed anzi aiutarlo è un atto di hybris nei confronti della divinità o delle tradizioni (le violente reazioni alle prime opere umanitarie di Madre Teresa di Calcutta sono un chiaro esempio).

L’ultimo punto, che è già stato accennato ma che rappresenta il nucleo centrale, si fonda sull’aspetto teologico. La guarigione (in senso lato) degli ammalati nasce dall’identificazione del malato con Cristo sofferente: il malato non necessita solo di cure naturali, ma anche di medicine soprannaturali. Si ricordi inoltre ai naturali interlocutori dei malati, i medici e gli scienziati, che Gesù è stato anche guaritore, che riesce a trarre il Bene dal male (“Christus medicus et infirmus” dicevano i teologi medioevali).

Ancora una riflessione personale, che riguarda il ruolo della scienza: di questi tempi sembra che la scienza sia sufficiente a risolvere (anche) il problema della malattia, ma il ruolo della medicina non è solo quella di guarire, ma di assistere, anche nel momento in cui l’uomo rimane impotente di fronte al male incurabile ed inspiegabile, e di fronte al tabù dei tempi moderni che è la morte. Non è un caso che, senza amore e senza speranza, molti siano tentati di lasciarsi morire. Come spesso taluni “medici” consigliano.
 

1 commento :

  1. Bell'articolo, e segnalo questo:
    http://it.wikipedia.org/wiki/Chirurgia,_anatomia_e_Chiesa_cattolica_nel_Medioevo
    scritto da Francesco Santoni, fatto molto bene (cosa che non si può dire per tutti gli articoli di wikipedia).

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