05 giugno 2012

Miseria della teologia - parte I


di Luca Gili
Nel mio precedente intervento su Campari e de Maistre, osservavo ironicamente che la qualità della formazione intellettuale del clero lascia molto a desiderare. Il mio era solo un accenno, che magari può risultare di facile comprensione a chi conosce l'ambiente, ma che andrebbe provato con maggiore dovizia di dettagli.

Mi pare opportuno ritornarci ora, dal momento che, tra le reazioni ai recenti scandali vaticani, si segnala l'intervista rilasciata daVittorio Messori a VaticanInsider. Messori non rileva certo per la prima volta che le miserie umane del clero non devono sorprendere chi conosca anche solo superficialmente la Chiesa e la storia della Chiesa. E' senz'altro motivo di profondo dolore sapere che il Papa sia stato tradito da persone a lui così vicine, se si confermerà la responsabilità del suo attendente di camera nel passare alla stampa documenti riservati. Ma Messori ha ragione nel sottolineare che chi si sorprende non conosce bene la storia - e, aggiungerei io, non conosce le miserie che ci sono nel cuore di ogni uomo, non conosce insomma che cos'è il peccato originale.
Lo scrittore cattolico aggiunge però questa volta una osservazione ulteriore, che mi pare meritevole di attenzione: ciò che più lo sorprende è la mediocrità del clero - intesa dal punto di vista intellettuale; una mediocrità che, osserva Messori, è effettivamente una (spiacevole) novità. Riflessioni analoghe sono state sviluppate anche 'da sinistra': in un fondo uscito sul Corriere, Alberto Melloni propone in sostanza la stessa analisi di Messori. Se persone con una estrazione culturale tanto diversa rilevano lo stesso problema, è forse il caso di prendere sul serio la questione che sollevano.

Chi scrive frequenta da qualche tempo gli ambienti ecclesiastici dall'interno e ne ha ricavato la medesima impressione. E' ovvio che si tratta di una impressione 'nasometrica': valutare la qualità della formazione intellettuale del clero richiederebbe una attenta analisi di dati di cui io non sono in possesso - e di cui credo nessuno al momento disponga. Chi si prendesse la briga di consultare su Scimago la produzione scientifica di studiosi residenti in Vaticano, o con indirizzo vaticano, troverebbe lo sconfortante dato secondo cui dal 1996 al 2010 sono stati prodotti soltanto quattro papers. Ma questo, ovviamente, significa ben poco, perché molti studiosi attivi nelle università pontificie possono avere segnalato affiliazioni non vaticane, e non è un mistero che Scopus (su cui Scimago si basa) non indicizza pressoché alcuna rivista teologica o filosofica pubblicata dalle Università pontificie romane[1].

Altri dati oggettivi potrebbero essere ricavati considerando il ranking delle riviste pubblicate dalle università pontificie. Come è noto,lo European Reference Index for the Humanities lista anche le pubblicazioni in'Religious studies and Theology'. Si apprenderà quindi che soltanto tre riviste in fascia A che possano essere considerate un'emanazione di atenei pontifici (Orientalia Christiana Periodica, Gregorianum e Biblica), laddove le pur numerose altre pubblicazioni hanno un ricevuto un giudizio più severo. Le cose non vanno meglio a filosofia, in cui non compaiono riviste di atenei pontifici nell'ultima lista pubblicata nel 2011 fra i periodici classificati con il massimo dei voti. Ciò non toglie ovviamente che singoli studiosi, che lavorano in facoltà ecclesiastiche, possano condurre ricerca all'avanguardia, il cui valore sia riconosciuto a livello internazionale - e potrei fare molti nomi di questi studiosi - ma mi pare opportuno soprassedere, dal momento che di certo ne dimenticherei alcuni. Ciò che sorprende è vedere che tutti costoro - o almeno, quanti a mia conoscenza hanno un curriculum decente - si sono formati altrove.

Le cose non migliorano se si considera la qualità della formazione intellettuale attualmente offerta ai seminaristi e ai futuri chierici.
Non è un mistero inoltre che ai seminaristi non è richiesta la conoscenza delle lingue classiche - e i test che sono loro fatti per la conoscenza del greco e del latino sono semplicemente[2] ridicoli[3]. Moltissimi seminaristi ignorano l'inglese - lingua nella quale oggi si fa ricerca, anche negli humaniora, che pure dovrebbero essere il terreno privilegiato degli studi del clero: si dirà che non a tutti è richiesto di fare ricerca, ma se si nega allo studente l'accostamento alle frontiere del dibatitto, la sua formazione intellettuale sarà già obsoleta, incapace di incontrare le sfide che si pongono oggi. Senza considerare che la conoscenza dell'inglese ha anche ovvie utilità 'pastorali'.
In poche parole, la situazione, anche dal mio piccolo osservatorio, è decisamente sconfortante.

In un prossimo articolo, cercherò di spiegare perché è necessario prendere sul serio la formazione intellettuale del clero. La riforma della società, diceva san Pio X, nasce dalla riforma della Chiesa. E quest'ultima si avrà con una buona formazione (spirituale innanzi tutto, ma anche intellettuale) del clero.
 

2 commenti :

  1. Ritengo che alla crisi intellettuale si accompagni la crisi di fede: come si può amare Qualcuno che non si conosce? Forse è solo una mia impressione.

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  2. Un intellettualista come san Tommaso sarebbe senz'altro d'accordo. Del resto, si ama Dio se lo si conosce, lo si conosce amandolo.
    Le due cose vanno a braccetto.

    Il punto è questo, se uno guarda all'essenza della cosa. Io volevo fare un discorso molto più superficiale, ma sono grato a Riccardo che solleva il punto nodale.

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