08 giugno 2012

Miseria della teologia - parte II

di Luca Gili
Qualche persona che fraintenda il significato dell'umiltà potrebbe essere tentata di dire che in fondo non è un male se gli uomini di Chiesa non fanno ricerca ad alto livello: purtroppo non è raro ascoltare queste sciocchezze fra gli uomini di Chiesa, ed anche sulla bocca di molti che il destino cinico e baro ha destinato alla 'formazione' delle nuove leve del clero.

Certo, come è noto, la Scrittura non sembra raccomandare la scienza: 'qui auget scientiam auget et dolorem' (Qohelet 1.18), 'scientia inflat, caritas vero aedificat' (1 Cor. 8.1). Eppure, la tradizione e la storia della Chiesa - e, nel suo piccolo, la storia dell'Ordine religioso a cui immeritatamente appartengo - hanno sempre raccomandato e promosso lo 'studium litterarum'.
La soluzione, come sempre, ci è offerta da san Tommaso, che in Summa Theol. IIa-IIae, qu. 188 art. 5 si chiede se sia legittimo istituire un ordine religioso dedito allo studio.

Nella seconda obiezione Tommaso riferisce che san Girolamo - che pure fu un letterato di vaglia -, glossa la lettera a Tito scrivendo queste parole:  'antequam, diaboli instinctum studia in religione fierent, et diceretur in populis, Ego sum Pauli, ego Apollo, Ego Cephae [...]'. Sembrerebbe quindi che gli studi sono stati introdotti per suggestione diabolica. San Tommaso, nel rispondere a questa obiezione, si allacia appunto a 1 Cor. 8.1-2, ed afferma che effettivamente gli studi disgiunti dalla carità gonfiano d'orgoglio, ma se congiunti con la carità portano alla edificazione della Chiesa. San Girolamo, evidentemente, si riferiva a studi disgiunti dalla carità, che portano solo a dissidi e a eresie.
Tre sono i motivi fondamentali per i quali san Tommaso ritiene che sia giusto e doveroso che esistano ordini religiosi dediti allo studio.

a) Lo studio aiuta la vita contemplativa, perché illumina l'intelletto, proponendogli le verità teologiche sulle quali meditare; indirettamente, lo studio rimuove gli ostacoli alla contemplazione, che sono costituiti dagli errori in materia di dottrina.
b) In secondo luogo, lo studio è necessario 'ad praedicandum et ad alia huiusmodi exercendum'. Questo punto è fondamentale e la Scrittura non manca di sottolinearlo (cf. Tit 1.9). Ci tornerò nel prosieguo.
c) Lo studio costituisce poi una forma di penitenza, che sottrae dai pensieri carnali e terreni e costituisce un'ottima forma di obbedienza.

Ora, a molti ecclesiastici sfugge che il secondo punto è vitale. Anche qui posso portare soltanto evidenze aneddotiche, ma ho sempre trovato non privo di interesse il fatto che molti miei amici hanno una certa diffidenza verso la Chiesa proprio per la cialtroneria di cui il clero dà prova in molte sue pubblicazioni (l'elenco delle quali è pressoché pleonastico).
Questo, va detto, non include quanti - laici  e religiosi - fanno ricerca in modo infaticabile ed egregio: ringraziando Dio sono ancora in tanti.
Eppure a me pare legittimo sottolineare un problema strutturale: la moltiplicazione di facoltà teologiche fa sì che queste persone di valore non possano raggiungere tutti i seminaristi e i religiosi in formazione. Esistono facoltà teologiche con pochissimi studenti, le quali, per rimanere aperte, sono giocoforza costrette a reclutare docenti non sempre con le qualifiche adeguate - docenti che non hanno mai fatto ricerca ad un livello accettabile. Una migliore allocazione delle risorse umane permetterebbe senz'altro di innalzare la qualità della docenza. Ma, per fare questo, chi ha ruoli di responsabilità nella Chiesa dovrebbe essere tanto umile da riconoscere l'urgenza del cambiamento. E per riconoscere questa urgenza, ahimè, è necessaria anche un po' di cultura.

I recenti Vaticanleaks ci consentono di rilevare che questi punti da me compendiati sono ben chiari a don Julian Carron, attuale guida del movimento di Comunione e Liberazione, e autore di una lettera riservata al nunzio apostolico in Italia sulla nomina del successore del card. Tettamanzi alla guida dell'arcidiocesi milanese. I giornali si sono concentrati sul fatto che Carron fa il nome del cardinale Angelo Scola, ma è bene prestare attenzione alle preoccupazioni del sacerdote spagnolo per la chiesa ambrosiana - preoccupazioni che, a suo dire, sono dettate anche dalla scarsa incisività (mi si passi l'understatement) del governo dell'arcidiocesi da parte dei cardinali Martini e Tettamanzi.
Carron osserva che 'l'insegnamento teologico per i futuri chierici e per i laici, sia pur con lodevoli eccezioni, si discosta in molti punti dalla Tradizione e dal Magistero'; inoltre, 'negli ultimi trent'anni abbiamo assistito a una rottura di questa tradizione [ambrosiana], accettando di diritto e promuovendo di fatto questa frattura tipica della modernità tra sapere e credere, a scapito dell'organicità dell'esperienza cristiana, ridotta a moralismo e intimismo' (lettera pubblicata in G. Nuzzi, Sua Santità, Chiarelettere: Milano, 2012, p. 301).

Questo problema non è solo milanese, ma sembra affliggere gran parte della Chiesa. E' per questo che è più che mai indispensabile impegnarsi nell'attività intellettuale con serietà e rigore, per non separare il sapere dal credere.

 

3 commenti :

  1. Però queste affermazioni di Carron sono state autorevolmente smentite da Scola davanti al Papa in Duomo, il mattino del 2 giugno, con tutto il clero ambrosiano presente:
    http://www.chiesadimilano.it/polopoly_fs/1.60257.1338624908!/menu/standard/file/01_introduzione%20del%20card%20Scola.doc

    RispondiElimina
  2. Inoltre ecco sempre di Scola una netta presa di distanza da Carron, al consiglio presbiterale di Milano: http://www.incrocinews.it/chiesa-diocesi/verso-l-anno-della-fede-1.60793

    RispondiElimina
  3. Caro Anonimo,

    Scola ha difeso - secondo me sbagliando - i suoi due predecessori. Ma anche questa è politica.

    L'analisi di Carron sullo stato delle facoltà teologiche non mi pare scalfita dagli interventi del cardinale.

    RispondiElimina