13 luglio 2012

Come sopravvivere all'università di massa


di Giulia Tanel
Giunta oramai in vista della fine del mio percorso universitario, la conclusione che sono portata a trarre è che, a livello di qualità dell’offerta didattica, ho poco più che replicato i cinque anni delle scuole superiori.
Le principali differenze che ho potuto riscontrare rispetto al liceo, infatti, si attestano su un livello prettamente organizzativo-gestionale, piuttosto che su un piano nozionistico, componente che negli ultimi anni ha subito un progressivo abbassamento per permettere ad un maggior numero di persone di affrontare con profitto il percorso universitario e conseguire una laurea.
Purtroppo, la realtà dimostra come, oggigiorno, per fare l'università non siano necessarie particolari doti intellettive, o solide basi di nozioni pregresse; e, in definitiva, non serva neanche una grande passione nei confronti della materia che si studia.
Semplificando, si potrebbe affermare che gli ingredienti necessari per potersi fregiare del titolo di “Dottore” siano essenzialmente tre: vediamo quali.

La prima variabile cui è necessario porre attenzione al momento dell'ingresso nel mondo universitario è la gestione del calendario delle lezioni e delle ore di studio. Ovviamente questo discorso viene meno nelle facoltà a frequenza obbligatoria e con calendario fisso suddiviso per gli anni di corso - ad esempio medicina, veterinaria, infermieristica... -, dove gli studenti sono indirizzati dall'alto.
Per molte altre facoltà, tuttavia, la gestione organizzativa è più libera: si ha la facoltà di scegliere quali corsi frequentare, quante lezioni seguire, quali esami sostenere da non frequentante... e via discorrendo.
Ebbene, questa componente di "libertà organizzativa" molto spesso si rivela un vero banco di prova per i diciottenni odierni, che si fanno influenzare "dal gruppo" anche nella scelta di quale birra bere e che marca di sigarette fumare.
Da un lato vi è chi, volando sulle ali dell'entusiasmo e dell'ingenuità, inizia il primo anno universitario frequentando tutti i corsi possibili e immaginabili e passando quindi a lezione la maggior parte della giornata; salvo poi ritrovarsi, al momento della sessione d'esame, senza alcun programma effettivamente studiato, perché non se ne ha avuto il tempo.
Sull'altro versante vi è invece chi inizia il proprio percorso da matricola piuttosto alla leggera ("Finalmente niente più sveglia alle sei di mattina", oppure "Tanto gli esami sono a gennaio, c'è tempo" - sono solo due delle frasi più gettonate dai neo-maturati), frequentando qualche lezione e sfruttando gli intervalli tra un insegnamento e l'altro per bere un caffè con gli amici. Perché tanto, in fondo, per studiare ci sarà tempo una volta finiti i corsi. E invece non è così: sempre più spesso le lezioni finiscono quindici giorni prima dell'appello d'esame e moltissimi studenti ne pagano le conseguenze.
Ma come sarebbe giusto comportarsi? Come spesso accade, la giusta via sta nel mezzo. Gli studenti devono essere in grado di scegliere un numero congruo di corsi da seguire per riuscire, in contemporanea, a riservarsi delle ore quotidiane dedicate allo studio autonomo della materia. Senza strafare, ovviamente, ma senza neanche  rimandare di troppo l'incontro con i libri.

Il secondo aspetto determinante per riuscire ad inanellare una fulgida carriera universitaria è strettamente correlato al primo punto e interessa la capacità di organizzare autonomamente lo studio.
Alle scuole superiori è l'insegnante che dice di studiare da pagina tale a pagina tal'altra, mentre all'università è lo studente che deve gestirsi senza l'aiuto di nessuno.
Riuscire a calibrare le proprie capacità di lettura, la propria resistenza allo studio e la proprie facoltà mnemoniche non è facile, assolutamente; e non è neanche un fatto automatico: è necessario un serio allenamento, sia per migliorare la tecnica, sia per incrementare la propria resistenza.
Naturalmente questa capacità dovrebbe essere un bagaglio acquisito con gradualità durante le scuole superiori, ma molto spesso la realtà certifica come questa convinzione sia una pia illusione.

Il terzo ed ultimo ingrediente utile per laurearsi senza troppe afflizioni è la costanza, il sapersi dare poche chiare regole e rispettarle.
Prestare fede ai propri impegni, anche quando non si ha nessuno (se non se stessi) a dover cui rendere conto è un segno di grande maturità. Si tratta di una qualità di certo non banale e scontata – e neanche troppo diffusa nella nostra società di "perenni giovani" –, ma quanto mai necessaria per affrontare sul serio la vita di tutti i giorni (e non solo l'università, intendiamoci).

In conclusione, dunque, una cosa emerge chiaramente: la totale inadeguatezza del sistema universitario italiano per quanto concerne la qualità della didattica. E questo non per mancanza di professori bravi, o per assenza di persone appassionate alla materia cui dedicano la loro vita, ma semplicemente perché si è diffusa la convinzione che l'università sia - e, soprattutto, debba essere - "per tutti". Convinzione che ha comportato un progressivo livellamento degli studi universitari e la scomparsa di un qualsivoglia sistema meritocratico.

Per invertire questo deleterio modus vivendi – che, oltre ad essere molto oneroso, non comporta un reale vantaggio al Paese: a cosa servono milioni di giovani mediocremente formati? – è necessario innanzitutto smettere di richiedere una preparazione universitaria anche agli operatori ecologici, legittimando in tal modo l’anacronistica frase: "Se non si ha la laurea non si va da nessuna parte".
In seconda istanza, è doveroso impegnarsi per applicare un giusto ma severo criterio meritocratico, che premi chi ha le qualità e la volontà di impegnarsi e blocchi chi queste caratteristiche non le ha.
Studiare non è per tutti e non è un obbligo, mettiamocelo in testa.
 

4 commenti :

  1. "su un piano nozionistico, componente che negli ultimi anni ha subito un progressivo abbassamento per permettere ad un maggior numero di persone di affrontare con profitto il percorso universitario e conseguire una laurea."

    Be', la mia esperienza è stata comunque quella di cinque anni per nulla banali dal punto dei vista dei contenuti...

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  2. Comunque essenzialmente concordo con le conclusioni. Di certo l'accesso all'università deve essere per tutti, nel senso che condizioni economiche non devono pregiudicarlo, ma il percorso deve essere ragionevolmente impegnativo, se no non ha molto senso.

    Da noi (matematica) metà degli iscritti si perde per strada dopo il primo semestre. Segno che una certa selezione c'è ancora.

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