09 luglio 2012

Derive immanentistiche della teologia moderna (I parte)


Con questo articolo inizia la sua collaborazione con noi Mario Padovanonato il 20/08 (giorno di S. Bernardo di Chiaravalle) del 1983 a Benevento, laureando in Lettere e filosofia a Napoli (Federico II) con una tesi su Cornelio Fabro. Realista, studioso di San Tommaso d'Aquino e discepolo di mons. Antonio Livi e don Massiliano Del Grosso, collabora come Co-redattore del SEFT (www.formazioneteologica.it/).


Il sociologismo, il culturalismo e tutte quelle correnti di pensiero che fanno del cristianesimo in se stesso ora un semplice messaggio di giustizia sociale ora una radice culturale di chissà quale continente o paese hanno tutte per denominatore comune il richiamo, per loro fondante, al principio d’immanenza per cui in generale l’annuncio stesso di Cristo è visto e talora vissuto come un prodotto dell’uomo che nelle sue pur finite potenzialità pretende di riporre la stessa speranza di salvezza. 

E se le eresie dei primi secoli si muovevano spinte dagli influssi del neo-platonismo pagano e da elementi giudaizzanti, non si può nascondere la derivazione necessaria delle ricadute moderne in quegli stessi errori dai presupposti di fondo di un antropocentrismo intrinsecamente ateo in cui, ammesso o non ammesso Dio esplicitamente, ciò nondimeno è l’uomo il fine di tutto finanche dell’Onnipotente. Proprio come se Dio non potesse esistere senza il mondo e in particolar modo senza l’uomo, idealisticamente inteso come quell’essere che solo perché razionale si fa contraddittoriamente fondamento ontologico di sé stesso e che «originariamente, ossia senza la sua attività, è assolutamente nulla: deve farsi da sé con la sua attività ciò che deve diventare»[1], per cui «…se l’essenza divina non fosse l’essenza dell’uomo e della natura, allora sarebbe certamente un’essenza che non sarebbe nulla…»[2]. Un criptoateismo[3], dunque, dove pur non volendo forse all’inizio antropomorfizzare Dio si è cercato di divinizzare l’uomo al punto da fare alla fine di Dio stesso proprio «un idolo da loro scolpito» (Is 45,20), completamente soggetto alla contingenza, alla finitezza. E specialmente per quel che riguarda l’hegelismo e i suoi derivati teologici, «in questa immanenza, ormai è chiaro, se dal punto di vista formale il finito è nell’Infinito dal punto di vista reale è l’Infinito che è e circola e si attua nel finito …e l’Uno non si manifesta che nei e mediante i molti»[4]. Pertanto «la natura, la storia, l’umanità non sarebbero altro che i momenti decisivi della manifestazione dell’Assoluto nella coscienza di sé»[5]in cui addirittura è alla medesima autocoscienza umana per se stessa e non a Cristo Gesù vero Dio e vero Uomo a cui si assegna profanamente “il disegno di ricapitolare in sé tutte le cose”, dove «nella forma dell’Io penso è nello stesso tempo il mondo e Dio, il fenomeno e il noumeno, il soggetto e l’oggetto»[6]. È da questo criptoateismo, da questo ateismo virtuale del principio d’immanenza, per dirla ancora con Fabro, e dalla conseguente filosofia religiosa, che si sviluppano quelle rivisitazioni del cristianesimo che fanno di Gesù un semplice profeta o addirittura uno pseudo-mistico d’Oriente con un rapporto certo particolare con Dio ma che non va al di là di una inabitazione della virtù divina in Gesù come in un tempio, al modo di un contatto morale inteso in senso adozionista come συναφϑείς τη σοφία ossia “congiunto con la sapienza”. 

E non poteva essere altrimenti in un sistema come quello razionalistico e idealistico dove non c’è spazio per una rivelazione trascendente in quanto nulla può essere in essa tale e tutto immanentisticamente si rivela nella compiutezza stessa dell’autocoscienza umana e ad essa appartiene, per cui Gesù Cristo stesso non può non essere, in questa corrente di pensiero, che un individuo umano tra i tanti, seppur con una sua privilegiata quanto limitata esperienza del divino. Si veda già quanto afferma l’olandese Hulsbosch, sedotto da Teilhard de Chardin che nega manifestamente per diretta applicazione del principio d’immanenza la divinità di Nostro Signore, il quale attingerebbe, per lui, il divino non essendo altro che una semplice manifestazione di Dio che sintetizzerebbe soltanto quella comune di tutte le altre creature al loro modo finito e limitato. Ecco ad esempio come si esprime: «Come uomo visibile Cristo è l’immagine di Dio invisibile. Posso chiamare Cristo creatura e allora dico che Egli è uomo; posso chiamare Cristo rivelazione di Dio e allora dico che è Dio»[7]. Proprio come la manifestazione dello Spirito Assoluto in Hegel, «con un doppio movimento [nientificante!], quello di “svolgere” Dio dall’interno dell’immanenza della coscienza umana e quello di elevare o collocare la medesima coscienza umana all’interno della manifestazione di Dio»[8]. Gesù pertanto non farebbe altro che inserirsi, come afferma anche l’altro teologo novello Schillebeeckx, col suo essere uomo quasi cosmico, culminante manifestazione di Dio nella creazione universale e semplicemente a livello di questa. Manifesto è così il ripudio della stessa formola calcedoniense Una Persona in due nature e la ricaduta in un indifendibile nestorianesimo, con la compromissione della vera Divinità di Cristo.[9]



[1] J.G. Fichte, Werke, ed. Meiner, Leipzig 1908-1912, vol.II, p. 444
[2] G.W.F. Hegel, Philosophie der Weltgeschichte, Einleitung; ed. Lasson, I, p.38
[3] Cfr. C. Fabro, La risoluzione atea dell’idealismo, in Introduzione all’ateismo moderno, Ed. Studium, Roma 1964, p.535
[4] C. Fabro, Principio moderno d’immanenza o di appartenenza e principio tomistico di trascendenza o di causalità, in idem Introduzione all’ateismo moderno, p. 970
[5] R. Pettenuzzo, L’Io di Gesù, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2008, Parte I, p.20
[6] Ibid.
[7] A. Hulsbosch, Jezus Christus, gekend als mens al Zoon God, in Tijdshrift voor Theologie 6 (1966),pp. 250 ss.
[8] C.Fabro, Risoluzione dell’Idealismo, in Introduzione all’ateismo moderno, Edizioni Studium, Roma 1964, p.545
[9] Cfr. E. Schillebeeckx, Gesù. La storia di un vivente, trad. it., Editrice Queriniana, Brescia 1976
 

5 commenti :

  1. Si vabbè, ma gli iota sottoscritti?

    (scusate il commento da normalista perfido).

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  2. E poi non condivido né punto né poco. La critica a Schillebeeckx - legittima, intendiamoci - andrebbe argomentata meglio, mostrando passi inequivoci.

    argomentando come fa Padovani, il discorso non è affatto chiaro, se mi è lecito.

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  3. Per chi volesse approfondire, http://www.formazioneteologica.it/antropocentrismo-cristologico-filosofia-religiosa-immanentistica-385.html

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  4. Alessandro Rico9 luglio 2012 23:20

    Sono d'accordo, anche se guardo con preoccupazione soprattutto a certe interpretazioni del cristianesimo che anche senza sconfinare nella teologia della liberazione, trasformano l'escatologia in un messianismo politico.

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