11 luglio 2012

Derive immanentistiche della teologia moderna (II parte)


di Mario Padovano

E nell’ottica di un immanentismo teologico di fondo -notare l’irriducibile ossimoro- va vista anche l’affermazione dello stesso Rahner per cui «non si dà nessuna teologia, speculativa o pratica, che non sia antropologia»[1]. Questa deriva, del resto, la si può cogliere da parte sua ancor più chiaramente soprattutto nell’opera di Hans Küng che segna, potremmo dire, il punto d’arrivo di tutto quel processo (culturale) -da Teilhard de Chardin e Rahner a Hulsbosch a Schooneberg a Schillebeeckx, ecc.- di “sdivinizzazione”, per quanto illusorio, di Cristo e per conseguenza di “desacralizzazione” della sua Chiesa. 

D’ispirazione hegeliana, Kung è convinto, secondo le norme del più assurdo storicismo idealistico, che i dogmi del Magistero infallibile della Chiesa sono una interpretazione ellenistica dei dati biblici e che vanno reinterpretati via via secondo le esigenze della evoluzione culturale. Conseguentemente, non solo va negato il dogma dell’Infallibilità petrina, ma per Kung va assolutamente oltrepassata la stessa formola trinitaria di Nicea e quella cristologica dell’unione ipostatica del Concilio di Calcedonia. Per lui, come sottolinea Parente, Gesù  deve essere considerato soltanto «un uomo, un ebreo che nell’ambiente giudaico ha maturato una forte esperienza di Dio come salvezza degli uomini…»[2]: un semplice Rappresentante di Dio e quasi avvocato della sua causa. La conclusione ereticale di questa dottrina, va detto, poggia tutta su quel principio d’immanenza che giunge all’esplicitazione di un conseguente relativismo protagoreo, che come ogni altro tipo di relativismo si distrugge da sé una volta posto, che nega se stesso una volta affermato, risultando pertanto addirittura non-proponibile nella sua riduzione ad una affermazione auto-referenziale e perciò auto-contraddittoria: una affermazione non-affermabile, un pronunciamento impronunciabile, perché se lo fosse, sarebbe affermabile e pronunciabile all’infinito, cioè mai. 

E infatti, se tutto è relativo alla sua particolare epoca storica perché dovremmo prendere per metastorica e cioè valida anche per le culture non presenti questa stessa opinione? Perché quello che Kung dice, e cioè che l’affermazione per cui «ogni affermazione dipende intrinsecamente dal contesto storico in cui viene formulata», dovrebbe valere indipendentemente dallo scorrere del tempo mentre sostiene che tutto invece ne dipende? E se pretende di dire che appunto «tutto tranne questa affermazione è relativo», questa stessa affermazione che si fa soggetto di se stessa è proprio per questo ancora più assurda, ad un medesimo istante è infatti «ciò su cui si predica» e «predicazione stessa».[3] A partire dalla “confutazione sofistica” del presupposto teoretico (infondato) da cui parte Kung, non possono, pertanto, non interessare gli stessi esiti catastrofici che ha prodotto l’accettazione indiscriminata proprio di questo umanesimo ateo e protagoreo da parte di alcuni ambienti sedicenti cattolici che alla fine si sono talmente concentrati sul problema dell’evangelizzazione da dimenticare l’Evangelo stesso, si sono talmente applicati a dover portare gli uomini a Cristo che hanno dimenticato di portare Cristo- quello vero, della storia, della fede, del Magistero petrino, della teologia- agli uomini, cadendo così, volenti o nolenti, in quel medesimo «progetto di una religione universale a carattere etico (la Weltethik[4]. E ancora, paradossalmente «mettendo tra parentesi» l’autentico dato rivelato che ci presenta ad un tempo l’umanità e la divinità della medesima Persona di Cristo Signore nella irripetibile e imprescindibile unità del suo essere, e non rivolgendosi più alla metafisica dell’essere per averne una corretta sia pur limitata chiave di lettura, sembrano di volta in volta dimenticarsi che di «Gesù Cristo, Uomo-Dio,… una Persona, un Io, che vive due vite, perché sussiste e opera in due nature, con due volontà e si sente attraverso due coscienze, umanamente e divinamente»[5] vive non solo la teologia, ma la stessa pietà e arte cristiana, vive la stessa fede cattolica e che «…sotto il cielo mai risuonò un Io più tremendo e più dolce di questo, che freme dell’onnipotenza divina e vibra di tutto l’umano dolore».[6]




[1] K. Rahner, «Antropozentrik», in Lexikon für Theologie und Kierche, I, col. 633
[2] P. Parente, Postilla di aggiornamento, in L’Io di Cristo, Istituto Padano di Arti Grafiche, Rovigo 1981, p.429
[3] La regola è evidente: ogni affermazione non può mai predicare qualcosa di se stessa, in quanto, essendo per sua natura appunto predicazione di qualcosa inerente a qualcos’altro, dovrebbe in tal modo essere predicata già prima di esserlo; e sembra per giunta assomigliare alla «regola dei gradi semantici» per la quale: «Se in un’espressione un predicato determina un argomento nel quale si trovano espressioni del medesimo grado, al quale questo predicato appartiene, o d’un grado superiore, essa è priva di senso» ( J. Bochenski, Nove lezioni di logica simbolica, trad. it., ESD, Bologna 1995, lezione VII,p.114)
[4]In  A. Livi, Lettera aperta a Marco Tarquinio, direttore di “Avvenire”, pubblicata in SEFT www.formazioneteologica.it, Articoli
[5] P. Parente, op.cit., p 408
[6] Ibid.
 

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