19 luglio 2012

Via D'Amelio. Inchiesta su una strage


di Giuliano Guzzo 
Anche quando il sospetto che la verità seguiti a sfuggire è alto – anzi, soprattutto allora – è giusto provare ad ordinare i fatti affinché tassello dopo tassello, possano prima o poi dar vita al mosaico della logica. Per questo, pur nella complessità di trame ed ombre, appare non solo possibile bensì doveroso interrogarsi su Via D’Amelio e sul suo mistero, lungo ormai vent’anni.

Chi volle la morte di Paolo Borsellino? Chi eliminò lui e cinque dei suoi sei uomini di scorta? Chi pianificò quella strage? Al di là di mille sfumature, le domande centrali sono queste. Domande sulle quali, nel tentativo di non divagare, cercheremo di soffermarci. Tuttavia, per procedere senza far confusione ci pare opportuno distinguere tre nuclei tematici che analizzeremo separatamente: a) l’intervista rilasciata da Borsellino a due giornalisti francesi; b) la scomparsa dell’agenda rossa; c) la “trattativa” e le vere ragioni della strage.

L’intervista

Cominciando con l’intervista fatta al giudice da due giornalisti francesi poco prima di un’altra strage, quella di Capaci, urgono subito dei chiarimenti. Sì perché questa intervista, com’è noto, viene da molti considerata la “prova regina” dell’interesse investigativo di Borsellino nei confronti di Dell’Utri e Berlusconi. Quando invece fu l’esatto contrario. Furono infatti i due giornalisti, prima di incontrare il giudice, ad avvisarlo che sarebbero stati interessati a quell’argomento; il che è completamente diverso. E una conferma ci viene dalle stesse parole di Borsellino che in quella intervista – facilmente reperibile sul web – precisa più volte di non conoscere nel dettaglio ciò che riguarda la posizione di Dell’Utri e Berlusconi e Mangano[1].

Tuttavia, un mistero su quel video c’è davvero e riguarda la consegna (di assai dubbia legalità) che Borsellino fa ai due giornalisti di materiale cartaceo che lui stesso afferma di aver estratto in copia dall’archivio della procura. Materiale che riguarda naturalmente Berlusconi, Dell’Utri e Mangano. Attenzione: detta consegna da parte di Borsellino si è certamente verificata, come documenta un filmato, ancorché eseguito a insaputa di Borsellino [2]. Il punto è che, secondo quando si evince dal filmato, il titolare di quella inchiesta riservata era il giudice Guarnotta. Lo stesso che, anni dopo, condannerà in primo grado per concorso esterno Marcello Dell’Utri. Normale quindi che Dell’Utri, vedendo dopo anni nel video dell’intervista quel documento nelle mani di Borsellino, sia saltato sulla sedia ed abbia presentato ricorso per l’annullamento del suo processo: se infatti, come risultava dalle parole di Borsellino, Guarnotta lo aveva già indagato, allora era incompatibile a giudicarlo in Corte d’Assise, e pertanto il processo era nullo. Ma Dell’Utri a quel punto ricevette dal procuratore generale Gatto una risposta spiazzante: spiacente, caro Dell’Utri, ma quell’inchiesta non esiste, non è mai esistita né risulta essere stata mai contenuta nel nostro archivio.

Qui si aprono diversi interrogativi: ma che fine ha fatto, allora, l’inchiesta di cui parlava Borsellino ai francesi? E’ stata fatta sparire impropriamente dagli archivi dopo la sua morte, o è stato lo stesso Borsellino, suo malgrado, ad essere stato tratto in inganno da qualcuno che gli fece trovare del materiale falso? Del resto, desta molta curiosità l’insistenza con la quale i due giornalisti hanno inteso fare il terzo grado a Borsellino su un’inchiesta che non conosceva (e che per la verità, pare non conosca nessuno, ma proprio nessuno), arrivando persino al punto di ordinargli “alla carta” una copia illegale di documenti riservati. [3]  Una stampa d’archivio soggetta al riserbo istruttorio per la cui consegna – essendo stato ripreso con la telecamera a sua insaputa, durante questa consegna – egli poteva rischiare come minimo un’azione disciplinare dal Csm. Un mistero, questo, che rimane. E che forse sarebbe risolvibile se l’autore dell’intervista Fabrizio Calvi (il secondo, Moscardo,  è deceduto un paio d’anni fa)  si decidesse a produrre le carte ricevute da Borsellino, o comunque anche solo a mandarle alla stampa su qualche giornale, cosa che, chissà come mai, a distanza di tanti anni non si è mai sentito in dovere di fare.

La scomparsa dell’agenda rossa

Questo, a detta di molti, è l’aspetto più delicato di Via D’Amelio. E’ infatti opinione diffusa che Borsellino avesse nella sua agenda rossa regalatagli dai Carabinieri appunti scottanti che gli sarebbero costati la vita. Ora, per evitare di perderci nel labirinto delle congetture, è bene attenerci ai fatti che conosciamo. E i fatti dicono questo: che il giudice aveva quell’agenda e che vi appuntava le note strettamente connesse al suo lavoro.  Di conseguenza sarebbero indubbiamente molti gli aspetti che potrebbero essere chiariti da una eventuale ri-comparsa dell’agenda. Compreso quello riguardante l’intervista con i due francesi, le loro richieste e magari i colleghi con i quali Borsellino aveva parlato dell’inchiesta su Berlusconi e Dell’Utri. Quell’inchiesta “fantasma” di cui dicevamo poc’anzi.  Dunque è evidente la straordinaria utilità documentale che avrebbe, se fosse disponibile, il diario di bordo di Borsellino. Il fatto è che purtroppo non solo è sparito, ma neppure sono stati individuati – dopo tanti processi ed indagini – coloro che avrebbero potuto impossessarsene. La prudenza ci consiglia dunque di non scrivere altro su un argomento, come abbiamo detto, estremamente rilevante ma sul quale c’è poco da dire.  

 La “trattativa” e le vere ragioni della strage.

Al pari dell’agenda rossa, un tema che molti considerano centrale per spiegare Via D’Amelio è la scoperta che Borsellino avrebbe fatto di una “trattativa” tra mafia e apparati/funzionari dello Stato. Ipotesi senza dubbio suggestiva ma del tutto priva di riscontri. Infatti il giudice non parlò mai ad alcuno di questo argomento.

Non ne parlò alla moglie, Agnese Piraino Leto, la quale – pur non potendo «escludere che egli fosse venuto a conoscenza di una vicenda del genere» e volutamente non «l’avesse riferita» – afferma a chiare lettere: «Non ho mai ricevuto tale tipo di confidenza da Paolo, che mai mi riferì di trattative in atto tra Cosa Nostra e appartenenti al Ros e ai servizi “deviati”» [4].  
Non ne parlò a Carmelo Canale, carabiniere che stimava al punto da chiamare “fratello” e che, a proposito di questa ipotesi, dice:«Macché trattativa» [5].
Non ne parlò al magistrato Antonio Ingroia, che pure incontrò Borsellino dopo Capaci e poco prima di Via d’Amelio, e al quale Borsellino manifestò ben altri interessi come lo stesso Ingroia, sentito nel corso processo Borsellino bis dalla Corte d’assise di Caltanissetta nel novembre 1997, affermò: «Borsellino era fondamentalmente e primariamente mosso da un’esigenza: l’esigenza di cercare di individuare i responsabili della strage di Capaci, per individuare, appunto, i responsabili della morte del proprio carissimo amico Giovanni Falcone» [6].
Di “trattativa” Borsellino non parlò neppure a nessuno dei presenti alla cena alla quale partecipò il 16 luglio – meno di tre giorni prima di morire –  in compagnia dei colleghi Guido Lo Forte, Gioacchino Natoli, e dell’ex ministro Carlo Vizzini, il quale riferisce che «durante quella cena il magistrato cercava un confronto sugli affari che la mafia stava facendo con pezzi importanti dell’imprenditoria nazionale» [7].

A questo punto, i sostenitori della teoria della “trattativa” possono ribattere ricordando il fatto che Borsellino, ai primi di luglio, uscì sconvolto dall’incontro con il ”pentito” Gaspare Mutolo gli avrebbe preannunciato scottanti «rivelazioni». Talmente sconvolto – si dice – da fumarsi due sigarette alla volta. Ebbene, ignoriamo ciò Mutolo disse a Borsellino, ma possiamo ricordare, tanto per evitare enfatizzazioni su dettagli di per sé non così fondamentali, che non è vero che  il magistrato ascoltando il “pentito” si sia messo, preso da nervosismo, a fumare due sigarette alla volta: era infatti sua abitudine di fumatore incallito accendersi la sigaretta successiva mettendola a contatto con il mozzicone della precedente.

Anche qui, quindi, la teoria della “trattativa” vacilla, mentre rimane più che mai solida quella – suffragata da molteplici testimonianze – che vede Borsellino dedicare gli ultimi giorni della sua vita al dossier mafia e appalti. Un dossier di cui, poco prima di morire, parlava a cena con i colleghi. Un dossier sul quale, prima di lui, lavorava anche Giovanni Falcone. Un dossier che, nel suo troncone più interessante, appena tre giorni dopo Via D’Amelio fu tempestivamente mandato all’archivio dai suoi colleghi.

Insomma, appare quanto mai probabile che alla base della morte di Borsellino (come di quella di Falcone) ci sia stata quell’indagine scomoda, che doveva sparire ad ogni costo. Il che, oltretutto, spiega anche la somiglianza degli attentati di Capaci e Via d’Amelio, per molti versi simili ma del tutto atipici per Cosa Nostra. Come se non bastasse, esistono anche rivelazioni di collaboratori di giustizia che confermano come la morte di Falcone e Borsellino fosse stata decisa molto tempo prima di quella bollente estate del ’92. L’ultima confessione in questo senso è quella del pentito Antonino Giuffrè il quale, lo scorso 6 giugno,  davanti al Gip di Caltanissetta ha spiegato che la decisione di uccidere Falcone e Borsellino era già stata presa a metà degli anni Ottanta [8], e che, in una riunione di fine ‘91, la mafia decise di non rimandare più. Un ulteriore elemento, questo, che induce ad andarci cauti con il parlare della “trattativa” come movente dell’omicidio di Borsellino.

Ciò nonostante, in questa storia restano molti misteri. Anzitutto quello dell’intervista ai francesi e dell’inchiesta “fantasma” che Borsellino trovò (o che gli fu fatta trovare). Poi quello dell’agenda rossa, che se fosse trovata – come abbiamo detto – potrebbe forse contenere appunti utili per capire, fra le altre cose, chi chiese al giudice, convincendolo a farlo, di farsi carico di quella fuga di notizie dall’archivio della procura, e che cosa esattamente gli venne chiesto di fare.  E’ infatti un dato oggettivo che quel filmato, con Borsellino vivente, avrebbe rappresentato per lui e per la sua carriera una subdola minaccia essendo di fatto una potenziale arma di ricatto, mentre una volta morto il giudice il nastro fu sepolto e non utilizzato in televisione, salvo riesumarlo poi per la fabbricazione di uno squallido e menzognero lavoretto di collage, piazzato come una mina nei pressi dell’elezione di Berlusconi del 2001. Su questo fatto si dovrebbe quindi fare piena luce. E infine “via d’Amelio”, strage che, dopo fior di processi, rimane avvolta nel mistero per quanto riguarda i suoi pianificatori, anche se pare più che probabile che il loro scopo precipuo sia stato quello di  liberarsi di un magistrato coraggioso che, diversamente, nelle sue inchieste non si sarebbe mai fermato. Ed avrebbe indagato con tutte le sue forze pur di scoprire gli autori della morte del suo amico Giovanni, anche lui eliminato perché scomodo, determinato, coraggioso. Ed il coraggio, si sa, può fare molta paura. A volte anche più delle bombe.


[1] Molto significative sono, al riguardo, le parole di Borsellino quando afferma: «NON LE SAPREI DIRE in proposito. Anche se, dico, debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui NON SONO CERTO […] Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi è una vicenda – che la ricordi o non la ricordi -, comunque è una vicenda che NON MI APPARTIENE». Per chi volesse approfondire il tema dell’intervista a Borsellino, si segnalano due interessanti link: http://segugio.daonews.com/2012/06/01/le-12-inquietanti-irrisolte-questioni-sulla-famosa-intervista-a-paolo-borsellino/ e http://segugio.daonews.com/2012/03/13/ancora-sullintervista-a-paolo-borsellino/
[3] Si veda la prima nota. 
[5] Canale C. cit. in . Arena R. Dopo 14 anni ho vinto contro gli intoccabili pentiti, adesso pretendo le scuse da chi ha sbattuto in finto mostro in prima pagina. «Panorama», 22/7/2010, p. 31. 
[6] Processo Borsellino bis – Corte d’assise di Caltanissetta. Audizione di Antonio Ingroia. Udienza del 12 novembre 1997: http://www.ipezzimancanti.it/download/ingroia.pdf 
[7] Vizzini C. intervistato in Fusani C. «Quella cena con Paolo tre giorni prima della strage. Temeva di avere poco tempo». «L’Unità», 20/7/2010, p. 13.
 

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