17 luglio 2012

Viva le paritarie! Però... (Parte II)


Con quest'articolo di risposta a "Viva le paritarie! Però...", inizia la sua collaborazione con noi Paolo Maria Filipazzi, nato nel 1987 a Milano ma lodigiano doc. Studente di Giurisprudenza dell’Università di Pavia, è ormai convinto che il ritorno al Codice Giustinianeo sarebbe la più ragionevole soluzione per i problemi del nostro ordinamento. La sospensione delle crociate lo ha spinto a orientare in altro modo la sua militia cristiana: è tra i fondatori dell’Associazione Culturale Lodi Protagonista-La Destra di Popolo e collaboratore del Tea Party Italia e della Laogai Research Foundation. Tra i suoi innumerevoli peccati: il vezzo di definirsi ghibellino, la simpatia per l’anarchico Gaetano Bresci e la passione per il pensiero di Julius Evola. Le malelingue vanno dicendo che sia reazionario. Lui risponde che, per definizione, la reazione è la scelta di chi non si rassegna a farsi travolgere passivamente dalla corrente.


Dunque addio anche a te, Pasionaria: tu esci dalla mia vita ed entri nella vita dello Stato. Ti insegneranno l’ipocrisia statale e anche i tuoi pensieri non saranno più tuoi e vedrai le cose con gli occhi del Ministero”. Con queste parole accorate il grande Giovannino Guareschi si rivolge a sua figlia nel racconto “Rivoluzione d’ottobre”, in cui racconta il primo giorno di scuola della “Pasionaria”. Come spesso avviene, il papà di don Camillo riesce a cogliere in poche, semplici e apparentemente ingenue parole una realtà che a troppi sfugge: la natura liberticida e livellatrice della scuola statale.

Una natura che deriva dalla natura giacobina dello Stato italiano stesso, modellato sull’esempio della Repubblica Francese: una Repubblica che vuole essere anche Chiesa, che mira a creare una “religione civile” e in cui le altre religioni sono libere di esistere fintantoché i principi che esse insegnano non cozzino con i “principi della Repubblica”, guardate  tendenzialmente con sospetto, preferibilmente compresse fino ad essere ridotte ad un mero fatto personale del singolo. In tale ambito la scuola di Stato non è e non potrebbe essere né laica né neutrale, come invece ipocritamente si definisce, perché né laici né neutrali sono i “principi della Repubblica” che essa insegna.

Ora questo è tanto più evidente in uno Stato come quello italiano, nato per espansione di un piccolo Stato che, con una serie di aggressioni deliberate, riuscì ad annettersi prima i confinanti e poi gli altri Stati della penisola, spodestando monarchie che godevano della fedeltà e dell’affetto dei loro sudditi, i quali  percepirono il “processo unitario” come una vera e propria invasione straniera. Fu in questo contesto che nacque la scuola italiana, le cui reali finalità si riassumono nel detto di D’Azeglio: “Facciamo gli Italiani”. In pratica, si trattava di un’operazione di pianificazione sociale, con cui si intese piegare la realtà all’ideologia, “costruendo” le coscienze delle giovani generazioni: un vero e proprio progetto di indottrinamento di massa. Un progetto che, attraverso l’imposizione immediata dell’ “obbligo scolastico” intese anche, come quasi un secolo dopo denunciava Guareschi, sottrarre l’educazione dei figli alla responsabilità dei genitori, con misure spesso coercitive e violente. Il tutto, ovviamente, con un grande nemico da abbattere: la Chiesa Cattolica, con cui lo Stato si era messo in competizione sul suo stesso campo, vale a dire l’influenza sulle coscienze.

Tutto questo non è complottismo, ma sta agli atti delle sedute della Camera dei deputati, al cospetto della quale nel 1864 l’allora Presidente del Consiglio Marco Minghetti ebbe a dichiarare: In linea di principio sarebbe meglio un sistema di libertà scolastica ma se ne avvantaggerebbero i clericali. Insomma, per stessa ammissione dei suoi fondatori, la scuola italiana non è libera, e non lo è per il proposito dichiarato di sottrarre alla Chiesa il consenso delle nuove generazioni al fine di creare una nuova “religione civile” in concorrenza col cattolicesimo. Oggi, l’unica differenza è che al posto dei valori patriottici della scuola risorgimentale si inculca nelle menti dei giovani un ammasso di immondizia ideologica ben peggiore, ma sempre di indottrinamento di massa si tratta.

La battaglia per la parità scolastica è quindi, in primis, una battaglia per la libertà di educazione. Una battaglia che non ha nulla, in sé, di confessionale, e dovrebbe coinvolgere tutte quelle famiglie intenzionate a rivendicare un principio elementare ma in Italia spesso conculcato: che l’educazione dei figli spetta ai genitori, e non allo Stato, e che le famiglie devono dunque essere messe in grado di poter scegliere il percorso formativo dei propri ragazzi all’interno della gamma di opzioni più ampia possibile, senza dover passare per il collo dell’imbuto dell’istruzione statale. Si tratta, però, di una battaglia che, per quanto “laica” dovrebbe, per le ragioni sopra esposte, interessare in prima linea i genitori cattolici.

A questo punto però, conviene fare una precisazione: quando si rivendica la libertà di fare scelte alternative, bisogna anche far si che tali scelte siano alternative sul serio. La mia esperienza personale di studente di liceo in una scuola diocesana è riassumibile in una citazione di Soloviev: Tu ci dai tutto, tranne ciò che ci interessa, Gesù Cristo. Considerando che è proprio per farmi impartire una formazione alla luce dell’insegnamento di Cristo che i miei genitori, tutto fuorchè facoltosi, sostennero sacrifici immani per farmi frequentare quella scuola, si tratta di una mancanza abbastanza grave. Senza contare che quel “tutto” me lo avrebbe potuto offrire una scuola statale qualunque. Purtroppo mi è toccato in seguito constatare che la scuola da me frequentata non era un caso né unico nè raro. Ora: non ha senso che una famiglia paghi per far bruciare il cervello ai propri figli quando c’è già lo Stato che non chiede altro che bruciarglielo gratis. Insomma, la crisi, la confusione, il disorientamento che da diversi decenni attanagliano il mondo cattolico, stanno colpendo in maniera grave anche il mondo dell’istruzione paritaria cattolica. Quindi, viva la scuola paritaria e la scuola cattolica ancor di più. A patto che sia realmente cattolica.
 

4 commenti :

  1. La mia esperienza in una elementare dei Gesuiti, a Genova, è stata ottima sotto il profilo spirituale, molto meno sotto quello culturale: senza i miei genitori ignorerei l'analisi logica e la matematica.

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  2. da anticlericale non posso che esser d'accordo.

    ho studiato alla scuola pubblica ma i più accaniti anciclericali che conosco hanno tutti studiato alla scuola cattolica!

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  3. Concordo con Anonimo... provare in prima persona cosa vuol dire il cattolicesimo a pranzo e a cena è il miglior modo per diventare intimamente anticlericale (da fuori puoi solo intuire ma penserai che NON può essere davvero così...), ribadisco il "cattolicesimo", non il cristianesimo tout court... che è un'altra cosa...

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  4. Che i primi nemici della Chiesa fossero i preti lo ammetteva anche il Card. Consalvi, quando, replicando a Napoleone, spiegò quanto fosse inutile darsi da fare per la Sua distruzione, non essendoci riusciti neppure i consacrati in 2000 anni di tentativi. Evidentemente ciò (rectius Colui) su cui Essa poggia è più solido e sottratto alle mene umane.

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