13 agosto 2012

Emergenza educativa: da dove cominciare?

di Isacco Tacconi
Mi dà lo spunto per questa riflessione un fatto accaduto qualche mese fa in una scuola superiore di Spoleto, in cui un ragazzo e una ragazza di 15 anni si sono lasciati tranquillamente andare ad atti sessuali in classe sotto gli occhi dei compagni e della stessa professoressa durante un lavoro di gruppo.

Scioccante e sintomo di un malessere che cresce e si sviluppa nell’odierna società che sempre più si delinea come senza regole né rispetto. E’ infatti facile oggi imbattersi in giovani, ragazzi e bambini perfettamente adeguati e conformati alla mentalità che i media diffondono in maniera capillare, invadente e permeante. Ma in tutta questa ondata di adolescenti ribelli e violenti, studenti indisciplinati, bambini che invece di canticchiare spensierati le canzoncine di Mary Poppins, gridano arrabbiati i testi di Vasco Rossi, scimmiottando le consuetudini delle, ahimè, generazioni che li precedono, che posto occupano gli educatori, i maestri, i catechisti, i genitori?

Se è vero che i giovani d’oggi sono in crisi, che sono allo sbando “come pecore senza pastore” (Mt 9,36), “sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina” (Ef 4,14), e che spesso si guarda con nostalgia ai “bei tempi andati”, è altrettanto vero che la colpa non è tutta la loro. Parafrasando un detto dialettale delle mie parti che dice :“Lu discurzu sta a monde!”, il problema è al principio della catena educativa. E’ evidente che c’è un malfunzionamento nel processo di formazione delle nuove generazioni.

Si ricorre ormai spessissimo ad “esperti” in materia, i famosi “tecnici” dell’etica, dell’educazione, i nuovi illuminati della psicologia contemporanea. I salotti in tv sono pieni di questi personaggi, che facilmente potrebbero essere identificati con i “falsi maestri” di cui parla nostro Signore. L’andazzo generale è quello di un lassismo genitoriale, per cui si assiste a scene di bambini isterici che mandano a quel paese il padre che come un vero e proprio “bambacione” non sa da che parte rigirarli e deve assistere impotente all’intervento della madre che molto spesso mette a tacere il tutto assecondando il capriccio del bimbo disperato.
Si è perso completamente l’uso, sia verbale che in concreto, della fermezza e dell’autorevolezza, due parole messe al bando dal vocabolario comune, al quale suonano ormai come due atteggiamenti violenti e coercitivi.

L’attuale psicologia dell’educazione, e la pedagogia che attualmente si insegna anche negli istituti superiori, è infarcita di un sostanziale buonismo che non tollera nel percorso educativo il sano vecchio rimprovero né il castigo, poiché il bambino imparerà ad “autoregolarsi” (il vecchio mito del buon selvaggio). Siamo circondati da generazioni di padri senza spina dorsale, incapaci prima di tutto di fermezza verso se stessi, e come potrebbero averne verso i figli?

Si spendono soldi per invitare psicologi o pseudo-tali a tenere corsi di educazione sessuale fin dalle scuole elementari, o consultori per le giovani che vogliono abortire, e non ci si accorge che la vera educazione di cui i bambini hanno veramente fame e bisogno come e più dell’aria è quella all’Amore. I figli si vedono privati dell’affetto già dalla tenera età a causa di genitori divorziati, che egoisticamente non si curano della necessità vitale dei figli di avere una famiglia stabile e aggiungerei “tradizionale” (cioè papà e mamma, maschio e femmina, uomo e donna), ma questo lo do per scontato, anche se ahimè, oggi tanto scontato non lo è più. Si pensa di mettersi la coscienza apposto e di aver dato amore ai figli ricoprendoli di regali e di oggetti costosissimi. Oggi l’affetto è, passatemi il neologismo, “cosificato”, ristretto alla materia, ridotto ad un bene effimero, al quale quasi si delega l’impegno di consolare, rendere felice, sostenere, ruolo proprio ed esclusivo dell’uomo fatto ad immagine di Dio. Non di rado infatti si assiste a genitori che gareggiano a straviziare il figlio sventurato che si trova al centro e vittima di una guerra in cui non ci sono vincitori ma solo sconfitti.

In tutto questo scenario ho notato il discreto successo che un programma televisivo in onda martedì sera su LA7 sta avendo ultimamente. Si chiama “S.o.S. Tata”, un programma volto a riprendere situazioni familiari complicate in cui il figlio o i figli sono ingovernabili e i genitori chiedono aiuto ad una di queste tate, per poter correggere gli atteggiamenti sbagliati o diseducativi, in questo caso propri, che causano i disagi e i comportamenti disordinati nei figli. In questo programma televisivo, che io trovo molto istruttivo ed utile per i consigli pratici che fornisce, emerge come la prima educazione alla vita, e fondamentalmente alle “regole”, deve essere impartita proprio ai genitori. Sono proprio loro che hanno bisogno in primis di una regola di vita, di una linea guida. E’ infatti dimostrato scientificamente, e merito di questo programma è il renderlo pubblico e concretamente visibile, che gran parte dei comportamenti e dei modi di fare sbagliati dei bambini, derivano innanzitutto e primariamente dalla riproduzione e dall’imitazione dei comportamenti che vedono in casa, e solo secondariamente dagli altri ambienti (scolastico, sportivo, la tv ecc…).

Sempre più spesso i genitori delegano l’educazione dei figli alla scuola, al catechismo, allo sport, o ai numerosi programmi televisivi pseudo-educativi, oppure parcheggiandoli all’asilo, passando la patata bollente alle istituzioni, molto spesso allo Stato. Credo però che dovrebbero piuttosto assumersi la responsabilità primaria e insostituibile del genitore, che non è solo quella di assicurare l’agiatezza della vita della prole, ma primariamente di offrire sé stessi, la propria attenzione, il proprio amore, il proprio tempo ai figli, i quali non sono un corredo della vita matrimoniale, ma l’anima, il sostegno e il futuro della famiglia. Questo ovviamente comporta un notevole dispendio di energie e un bell’esercizio di pazienza, ma non deve essere visto esclusivamente come un sacrificio, o un morire a se stessi; ovviamente è anche questo, ma va inteso sostanzialmente, capovolgendo la prospettiva, come la via maestra per ottenere la vita, riscoprendo la propria profonda vocazione alla genitorialità, il compito più impegnativo, ma direi anche il più bello che un uomo e una donna possano scoprire nella vita.

Mi sembra chiaro quindi che l’educazione dei figli e delle nuove generazioni deve passare necessariamente e prioritariamente attraverso una RI-educazione dei genitori in particolare, e della categoria educatori in generale.
Solo corrispondendo all’essenza della propria natura l’essere umano realizzerà se stesso.
 

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