21 agosto 2012

Il voto cattolico. Un mito italiano

di Lorenzo Roselli

Con questo contributo inizia a collaborare con noi Lorenzo Roselli, nato a Roma il 18 agosto 1994; da allora non ha mai smesso di essere inopportuno. Studente di Liceo Classico senza mai aver pienamente compreso il perché, si potrebbe facilmente accostare a Torquemada, se questo avesse ascoltato Metal. Bigotto ma con senso dell’umorismo, aspira a conquistare il mondo almeno nelle partite di RisiKO, dato che ad Age Of Empires ha miseramente fallito. E’ possibile incrociarlo ai festini della gioventù abbiente romana, dove suole leggere saggi di filosofia politica sorseggiando gassosa.

Cos’è un mito nella politica? Semplicemente è una mistificazione, falsificazione, clichè non più rispondente alla realtà di cui l’Italia è sempre stata affetta. 
Di esempi se ne potrebbero fare molti: dall’estremismo (appellativo che spesso e volentieri si dà alla coerenza, di qualsiasi colore essa sia) ritenuto pericoloso perché estremista, alla “sobrietà” che diventa valore aggiunto di un governo incapace quanto i precedenti, fino ad arrivare alla cosiddetta “energia pulita” affidata a delle ventole eoliche sulle colline calabresi provocanti invece inquinamento atmosferico.

Il mito di cui intendo parlare, tuttavia, non è di quelli più “gettonati”, trattandosi di qualcosa che per veramente tanti, tantissimi italiani è una realtà indiscutibile: il voto cattolico ed il suo peso nella politica italiana. Quante volte media, opinionisti da Porta a Porta, sondaggisti e, per proprietà transitiva, vicini di casa, esordiscono con il classico “Berlusconi ha vinto conquistando il voto cattolico”, “il voto cattolico farà da ago della bilancia”, “in lizza per ottenere il voto cattolico”? Chi di noi non ha sentito queste affermazioni così tante volte da non poterle contare? Quello che però ho avuto modo di udire raramente, è una definizione più specifica di quello che sarebbe il “determinante” elettorato cattolico, ed in particolare in cosa consisterebbero le sue pretese ed aspirazioni. 

Qualche anno fa l’Istituto Demopolis pubblicava un sondaggio richiesto dal programma “Otto e Mezzo” su La7 straordinariamente realista, il quale indicava nell’UdC dei bei tempi andati (quella di Buttiglione e Tabacci, per intenderci) il partito con più preferenze cattoliche. Francamente spero non sia più così, vista la mala piega presa dal partito in tempi recenti, anche se le alternative non sono a loro volta migliori.  

Concludendo, ritengo sia rincuorante citare l’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII: "Patire e sopportare è il retaggio dell’uomo."

Partiamo da un presupposto: per poter considerare un elettore “religioso”, aggettivandolo per tanto come cattolico, evangelico, ebreo, buddhista, pastafariano, dobbiamo basarci su qualcosa in più dell’orientamento religioso riportato su Facebook, dato che il suddetto elettore dovrebbe trarre ispirazione dalla sua dottrina d’appartenenza, per fare una scelta di voto. In Italia invece è sempre esistita, la curiosa tendenza a scindere l’aderenza alla fede cattolica nell’aspetto personale dalle scelte in campo politico, della serie “non vi è alcuna incongruenza nel prendere regolarmente la Comunione di Domenica e militare con zelo nei Radicali il resto della settimana”.
Tra l’altro non mi è nemmeno mai stato ben chiarito con quale metro si misurino le percentuali delle preferenze di voto cattoliche, ovvero se gli istituti sondanti individuino come cattolico il praticante o il “proclamante”. Per la cronaca, tra i proclamanti (corrispondenti circa al 72% degli italiani) si celerebbe l’ingente numero dei “credenti nominali ,” ritenuti cattolici perché aventi sacramenti ulteriori al Battesimo, oltre che gli altrettanto numerosi “cattolici non credenti nella Chiesa”, condizione che a rigor di logica negherebbe qualsiasi “cattolicità”, ma tutto ciò probabilmente non è di primario interesse per i sondaggisti.
Rimangono i cattolici praticanti, in altre parole coloro che manifestano la loro appartenenza religiosa almeno nella messa domenicale.
Secondo dati diffusi dall’Istituto EURISPES, a questa categoria apparterrebbero circa il 30-40% dei “proclamanti”, su per giù il 20% degli italiani.
Ora, un 20% dell’elettorato rimarrebbe comunque una percentuale discreta, in grado per lo meno di fare il famoso “ago della bilancia”, se non fosse… eh sì, se non fosse per la questione tutta italiana citata poche righe fa. In questo paese, essere cattolico osservante non implica alcuna etica politico-sociale, quella dimensione religiosa che si ferma alla sfera personale senza alcuna concretizzazione esterna (sogno di intellettualoidi e benpensanti laici di vario genere), in Italia è realtà. Oltretutto un’ampia componente dei cattolici praticanti italiani è composta da persone anziane, consistenti per lo più nella classica vecchietta casa-chiesa che, sebbene garante spesso e volentieri di una fede sincera nella sua semplicità, può avere difficoltà a trasfondere gli insegnamenti della propria fede in un quadro politico-sociale. La Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica diviene quindi un valore minoritario all’interno di una minoranza, che potrebbe riguardare forse un ottimistico 10% dell’elettorato italiano. E del resto, quando si è messa anche solo in discussione una nel nostro Parlamento una revisione della 194? Quando sono stati inserite nei programmi elettorali operazioni di tutela nei confronti dei comatosi e dei non-nati? Quando è stato proposto di sovvenzionare le scuole cattoliche, come avviene in tutto il resto d’Europa? E quando si è pensato di fare riforme in favore dell’ultra-povertà italiana, al momento sostenuta principalmente dalla cattolica Caritas?

La domanda che sarebbe lecito porsi, in sostanza, potrebbe essere questa: dove si troverebbe quello che è il vero “voto cattolico”? Credo lo si debba chiedere a voi lettori, quattro gatti che ancora spolverano parole come “Distributismo”, “Valori non negoziabili”, “Economia etica”.
Non siamo pertanto una massa preponderante e “bevona” che ha portato il nostro paese allo sfacelo, come appena dimostrato, ma possiamo essere il "sale della Terra"  (Matteo 5:13), una minoranza significativa perché assettata di quella Giustizia che nel nostro paese manca e da tempo.  
 

4 commenti :

  1. Non esiste un vero voto cattolico perché se un cattolico interpreta in una maniera una questione potrà accadere che "altri fedeli altrettanto sinceramente potranno esprimere un giudizio diverso sulla medesima questione, come succede abbastanza spesso e legittimamente."
    Quindi, come mi sembra hai delineato, ogni cattolico deve essere sale nella sua forza politica e si unirà agli altri quando si troverà di fronte ai valori non negoziabili (che tra l'altro, come tutte le cose importanti della vita, sono pochi : tutela della vita, diritto dei bambini ad avere mamma e papà e poco altro) e ad esempio non comprendono né le scuole cattoliche né le soluzioni economiche per risolvere il grave problema degli ultra poveri.

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  2. non sono molto d'accordo con l'utente che ha commentato prima di me: anche se la DSC non viene spesso citata tra i c.d. valori "non negoziabili", fa a pieno titolo parte della dottrina cattolica che un elettore (e un politico) deve seguire ed applicare, ma che tristemente si trova sempre negletta (da parte di tutti gli schieramenti politici, o quasi).

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  3. Comprendo il punto della Pisa, ma la DSC, dottrina sociale della Chiesa, è richiamata, ad esempio da Rosy Bindi, Maurizio Lupi e Dario Antiseri per parlare di 3 cattolici che politicamente tra loro non hanno nulla in comune, chi la interpreta nella maniera giusta? quali sono i valori non negoziabili che la dottrina sociale della Chiesa pone alla politica?
    Mi viene da citare il passo successivo della Gaudium et Spes che ho postato precedentemente : " Ché se le soluzioni proposte da un lato o dall'altro, anche oltre le intenzioni delle parti, vengono facilmente da molti collegate con il messaggio evangelico, in tali casi ricordino essi che nessuno ha il diritto di rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l'autorità della Chiesa.
    Invece cerchino sempre di illuminarsi vicendevolmente attraverso un dialogo sincero, mantenendo sempre la mutua carità e avendo cura in primo luogo del bene comune."
    A maggior ragione la DSC non può essere un mezzo per rivendicare in favore della propria opinione l'autorità della Chiesa.


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  4. non mi è molto chiara la conclusione,
    per il resto ottima analisi
    m

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