10 agosto 2012

“Io lo so perché tanto di stelle…”. La notte di San Lorenzo e il mistero dell’universo

di Marco Mancini
Mi trovo da qualche settimana a San Martino d’Ocre, il paesino di montagna (1140 s.l.m.) a due passi dall’Aquila che ha dato i natali a mia madre. E’ il paese in cui ho passato buona parte delle mie estati, sin dall’infanzia.
Nonostante nella stagione estiva il borgo acquisti una certa vivacità, grazie alle attività organizzate dalla locale Polisportiva, al ritorno dei sanmartinesi d’origine sparsi in giro per il mondo e a un modesto afflusso di villeggianti (forestieri, specie romani, ma pienamente integrati nella comunità), esso rimane un luogo dove mettere da parte il rumore e il disordine della metropoli per assaporare il silenzio e la pace dell’ambiente di montagna. Un piccolo paradiso terrestre, dove rinfrancare il corpo e l’anima.

In particolare, le poche luci del paese non impediscono di osservare, nelle serene notti d’estate, specie passeggiando poco fuori dall’abitato, la meraviglia del cielo stellato, oscurata in città dal sovrabbondare dell’illuminazione artificiale. Sere fa, cercavo di spiegare proprio a un ragazzino romano il concetto di anno-luce e le sue conseguenze: ciò che vedi in questo momento non è altro che la luce emessa dalle stelle decine, centinaia o migliaia di anni fa, a seconda della loro distanza. Alcune di esse potrebbero, teoricamente, non esistere più da secoli. 

Mentre dicevo questo, è tornato ad assalirmi un dubbio: come è possibile che in un universo così grande, esteso per miliardi di anni luce, il buon Dio abbia deciso di creare l’uomo proprio in un pianeta piccolo e periferico, praticamente insignificante? Magari, ho pensato provocatoriamente, la scienza moderna si sbaglia: è veramente la Terra ad essere al centro dell’universo ed il cielo non è che una volta stesa a ricoprirla, come nelle antiche visioni cosmologiche, o a “separare le acque dalle acque”, come nel racconto della Genesi. Oppure hanno ragione atei e scientisti: è veramente tutto frutto del caso e di meri processi biochimici e la nostra Fede non è altro che pura fantasia. 

Per un attimo il mio pensiero si è soffermato su questa seconda eventualità, ma ne è prontamente rifuggito. Ho pensato ai colori e alla bellezza della natura, alle migliaia di chilometri che i salmoni dell’Alaska e le rondini (di cui Pascoli parla proprio nella sua poesia sul 10 agosto) percorrono grazie al loro istinto, alle onde del mare e alle vette innevate, alle cascate e ai boschi. No, proprio la bellezza dell’universo, la sua complessità, la sua immensità e il suo estendersi persino al di là di quanto il pensiero umano possa concepire sono la migliore prova che esso non può essere frutto del caso: dietro deve esserci un formidabile Regista, un Creatore.

E non si tratta di un Dio qualsiasi, di un semplice motore immobile e indifferente alla sorte degli uomini. È un Dio al quale legittimamente ci rivolgiamo con l’appellativo di Padre; un Dio che ci è stato mostrato da suo Figlio, incarnato, morto e risorto per la nostra redenzione. E il suo Spirito continua a consolare, illuminare e vivificare la sua Chiesa nel corso del suo pellegrinaggio terreno. Un Dio trinitario che, come ci ha ricordato Benedetto XVI nella sua prima enciclica, è innanzitutto Amore. Quell’Amore che è all’origine della vita e che, come aveva ben compreso il nostro fratello nella fede Dante Alighieri, “move il sole e l’altre stelle”.
Stanotte, se e quando conterete le stelle cadenti (leggendaria tradizione vuole che si tratti delle lacrime piante da San Lorenzo durante il suo martirio, o delle scintille emesse dalla graticola sulla quale fu arso) e magari esprimerete un desiderio, fateci un pensierino.
 

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