22 agosto 2012

La speranza è L'Aquila

di Alessandro Rico


Viaggiando per l’Italia, mi accorgo che oramai la gente ha ben chiara quale sia la situazione all’Aquila: centro storico distrutto, desolato, abbandonato. Complessa è la questione delle responsabilità e, nella feria agostana, non mi pare il caso di arrovellarsi a dirimerla. Mi preme però segnalare ai lettori di Campari, che qualcosa, nel capoluogo abruzzese, oltre alla terra, si muove.

Il 22 luglio ha riaperto i battenti la prima chiesa del centro storico ricostruita, ex San Biagio in Amiternum, oggi San Giuseppe Artigiano, a due passi dal duomo e soprattutto parrocchia universitaria, segno tangibile dell’impegno profuso da e per i giovani, risorsa preziosa di una città in ginocchio.
Il caso di San Giuseppe Artigiano è rilevante per due motivi: innanzitutto, perché rappresenta un chiaro segnale di discontinuità rispetto all’andazzo scoraggiante della governance della ricostruzione; in secondo luogo, perché può fungere da apripista ed esemplare per i futuri interventi di riqualificazione del patrimonio artistico, di una delle città più belle d’Italia.
Il modello è quello adottato per la riedificazione della cattedrale di Noto (crollata nel ’96 per un difetto strutturale) e compendiato da Vittorio Sgarbi nel suo L’ombra del divino nell’arte contemporanea (Cantagalli, 2012): si tratta di una ricostruzione “com’era e dov’era”, ma anche di un tentativo di dialogo tra l’impianto originale (che in quasi tutte le chiese aquilane è tardo-barocco) e le correnti artistiche contemporanee, che meglio si conciliano con quell’ossatura.

A Noto (grazie, detto per inciso, al commissariamento di Bertolaso) hanno lavorato artisti di fama internazionale come il russo Oleg Supereco; a L’Aquila, è stato affidato al pugliese Giovanni Gasparro il compito di realizzare un ciclo figurativo dedicato a San Giuseppe e il pittore ha completato questo capolavoro, rispettando una serie di linee guida irrinunciabili: anzitutto, la piena ortodossia delle rappresentazioni – mi permetto anzi di sottolineare come la poetica e le stesse esternazioni di Gasparro lo avvicinino a posizioni decisamente tradizionaliste; in secondo luogo, la compatibilità delle raffigurazioni con lo schema architettonico e decorativo preesistente; ma anche il mantenimento di una funzionalità devozionale, che, ad esempio, proibiva qualunque astrattismo e intellettualismo (come ha sottolineato Sgarbi: «Se vado in chiesa voglio pregare un santo, non un taglio nella tela»).

Il risultato è sbalorditivo.
La parrocchia ha subito ovviamente un adeguamento sismico, essendo particolarmente vulnerabile sul frontone, realizzato, a differenza del resto della facciata, in pietre appena sbozzate – questa apparente incompletezza, caratteristica di molti altri edifici dell’Aquila, va ascritta all’altro devastante terremoto del 1703, a seguito del quale la facciata della chiesa fu ricoperta in maniera “provvisoria”. D’altra parte, perfetta è stata l’integrazione tra nuovo e antico e quello che già di per sé era un pregevole pezzo d’arte, oggi ha accresciuto il proprio valore non solo estetico, ma anche euristico, configurandosi come un laboratorio per l’implementazione di una possibile marca della ricostruzione del centro storico.
Tutto ciò è stato reso possibile dal contributo economico della Fondazione Roma, dalla professionalità degli architetti Salvatore Tringali e Rosanna La Rosa, già responsabili del cantiere di Noto, dall’infaticabile passione del cappellano universitario Luigi Maria Epicoco (e dei suoi collaboratori nella curia aquilana), dall’elaborazione intellettuale di Vittorio Sgarbi, aspetti per i quali il capoluogo abruzzese è tornato a ricoprire il ruolo di fucina di produzione culturale che aveva fino a qualche decennio fa.






Nota dolente, è che la consacrazione della chiesa è avvenuta in assenza del mediatico sindaco Massimo Cialente (quello comparso anche nel film della Guzzanti Draquila), dell’assessore alla cultura Stefania Pezzopane (all’epoca del sisma Presidente della Provincia: per intenderci, la signora bassina fotografata assieme a Obama in occasione del G8), ma soprattutto di un qualunque esponente del governo tecnico e segnatamente del ministro Barca, autore di un ddl sui finanziamenti per la ristrutturazione delle seconde case. A noi, per la verità, della passerella politica interessa poco. 

E preferiamo che a condividere questa gioia sia l’assemblea dei fedeli gaudenti, perché un barlume di speranza si è riacceso nel cuore dei fratelli terremotati.
 

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