29 agosto 2012

Strasburgo ha (quasi) ragione: la legge 40 è incoerente

di Riccardo Facchini
C'era da aspettarselo: d'altronde, qualsiasi istituto contenente al suo interno contraddizioni è destinato prima o poi ad implodere. Mi riferisco all'infausto destino della legge 40/2004 sulla fecondazione assistita, legge confermata da un referendum del 2005 (che vide, dopo molti anni, il mondo cattolico mobilitarsi in massa su temi eticamente sensibili), via via smantellata dalla Cassazione e ieri dichiarata "incoerente" dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo.

Il pronunciamento della Corte è seguito al ricorso compiuto da una coppia italiana, portatrice sana di fibrosi cistica e intenzionata a ricorrere alla fecondazione assistita, a cui era già stato impedito in passato di verificare, prima dell'impianto degli embrioni, lo stato di salute di questi ultimi. In quella occasione fu quindi applicato uno dei pochi punti buoni (insieme a quelli anti-clonazione) della norma, ovvero quello che riusciva a evitare una selezione dell'embrione stesso in base a criteri eugenetici.


Leggendo le motivazioni della decisione della Corte le mie reazioni si sono alternate tra un "i soliti infami di Strasburgo" e il "ve l'avevamo detto noi".
Il primo moto di indignazione è stato causato dall'ostinazione e dalla superficialità con cui i giudici continuano a sostenere che «le nozioni di “embrione” e “bambino” non devono essere confuse» e dall'evocazione di una presunta «forma di espressione della vita privata e familiare» all'origine della scelta di una coppia che non vuole un figlio malato. Concetti molto validi e giustificati sotto il profilo bioetico e giuridico, devo ammetterlo...

La seconda reazione è stata invece provocata dalle contraddizioni a cui ho fatto riferimento in apertura e che parte del mondo cattolico evocava, inascoltato, da anni. La Corte di Strasburgo ha infatti considerato "incoerente" la legge, e nel particolare il divieto di diagnosi pre-impianto, dal momento che questa è inserita in un contesto legislativo che «vieta l’impianto di embrioni sani» ma «autorizza l’aborto di feti che mostrino sintomi della malattia» (il riferimento è alla legge 194 sull’aborto). Per i dirittoumanisti di Strasburgo essa lascerebbe quindi «ai ricorrenti una sola possibilità, che comporta ansia e sofferenza: avviare una gravidanza e porvi termine se i testi prenatali mostrano che il feto è malato».

Glissiamo (a fatica) sulla mentalità eugenetica di cui è intriso il 90% della sentenza e concentriamoci su quel 10% che contiene, a modo suo, una certa logica. A Strasburgo hanno, purtroppo, ragione su un versante: la legge 40 conteneva contraddizioni macroscopiche, soprattutto nel momento in cui la si fosse avvicinata alla 194. Che senso avrebbe avuto, infatti, obbligare una donna all'impianto di un embrione se la stessa donna avrebbe potuto abortire col placet dello Stato nel caso in cui quell'embrione si fosse rivelato malato?

Non voglio ripercorrere la storia della 40/2004, e neanche commentare l'ambiguo atteggiamento dei media cattolici (in primis Avvenire) che nel 2005 la spacciarono quasi come una "legge benedetta". La sentenza di ieri deve però far riflettere i cattolici, e le gerarchie, su un dato fondamentale: sui valori non negoziabili il compromesso non è possibile. Non ha senso promulgare una legge, come la 40, che si atteggia a "dura" su alcuni punti (permettendo cose eticamente inaccettabili su altri) e accettare al tempo stesso senza se e senza ma una 194 che autorizza l'uccisione dell'innocente.

Una vera politica pro-life non accetta inciuci: e il punto di partenza non può che essere, come recitava il comunicato della Marcia per la Vita, «deplorare l’iniqua legge 194». Un motivetto che molti politici (ed ecclesiastici) pro-life dovrebbero stamparsi chiaro in mente.


 

7 commenti :

  1. Forse nella pratica é solamente un espediente, ma legalmente la legge 194 non permette l`aborto per malattie del feto, soltanto della madre. Questo toglie tutte le incoerenze trovate dalla Corte di Strasburgo e fa incoerente la sua sentenza.

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  2. No, la 194 permette aborto per vari motivi, tra cui l'insidacabile decisione della madre. Che puo' essere anche condizionata dalle eventuali malattie del feto.

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  3. Qua dice propio il contrario:

    http://www.salutefemminile.it/Template/detailArticoli.asp?IDFolder=176&IDOggetto=8145

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  4. Non solo la 194 non permette l'aborto terapeutico. Non permette mai l'aborto. Addirittura, non lo nomina mai.
    Parla invece di "interruzione volontaria della gravdanza"; che non è un espediente. Se leggiamo la 194, nel contesto legislativo cmplessivo, è chiaro che a poter essere interrotto è il percorso di gravidanza-accoglienza-maternità. Tanto è vero che una donna può partorire nel completo anonimato e non tenersi il neonato. In atri paesi ciò è proibito, con conseguenti abbandoni senza tutele. Che simili abbandoni (cassonetti o ruote non fa differenza) accadano ancora in Italia, è colpa della macata conoscenza della 194 e delle altre leggi. La 194, se leggiamo quel che ci è scritto e non andiamo dietro ai fanatismi e alle ideologie, dice una cosa molto chiara e semplice. il nascituro ha il diritto di nascere; la donna quello di non portare avanti una gravidanza e una maternità contro voglia (quale che sia il motivo). In caso di conflitto tra questi diritti, il legislatore considera prevalente quello della donna, ricordando comunque che esistono alternative, che in caso di possibilità di vita, il piccolo deve essere curato.... Non è, come si sente ripetere, un "diritto all'aborto", che è invece presente in altre legislazioni, in cui la donna ha "potere" sul nascituro. Se certe cose sono poco note e poco divulgate, la colpa è anche di certi ambienti cattolici, restii a qualsiasi ragionamento. Di fatto, per amor di paradosso ma non tanto, si potrebbe dire che chi invoca, seguendo ideali settantottini e veterofemministi, il diritto all'aborto, dovrebbe combattere "contro" la 194 ! E i cattolici dovrebbero farla conoscere e difenderla!
    Enrico D.

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  5. Scusa, Enrico, ma come si fa a dire che "interruzione volontaria della gravidanza" non sia un'altra espressione per definire l'aborto? Non nascondiamoci dietro le parole, per favore.
    Quanto al dibattito iniziato nei commenti, gli art. 4 e 6 della legge parlano chiaro: l'aborto è possibile entro i primi 90 giorni della gravidanza qualora "la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua [della donna] salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito". Dopo i 90 giorni, esso è possibile "a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna".
    Ne consegue che l'aborto per malattie o malformazioni del feto è espressamente consentito dalla legge italiana.

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  6. Constato, qui come altrove, che l'inerzia creata dal contesto sociale e culturale dominante, rende difficile la comprensione del testo. Anche chi, come Marco M. ha letto il testo (cosa rara!) continua a parlare di aborto. La frase riporata letteralmente sull'aborto terapeutico, dice chiaramente che non è la patologia del figlio a rendere lecita l'IVG, ma la conseguente temuta malattia della madre. Quando si studia un testo di legge, occorre comprendere perchè è stata usata una parola e non un'altra. Se non si parla di aborto (e nella 194 non se ne parla), ma di IVG, potrà sembrare questione di lana caprina, ma non lo è. Se non si parla di diritto, non è cosa da poco. Rispetto alle legislazioni vigenti in altri stati, ove il "diritto all'aborto" è esplicitamente previsto, la notra legge è preziosa. Negli USA, o meglio in acuni stati degli USA, è possibile il cosiddetto aborto tardivo; in pratica un parto (anche al nono mese) con uccisione diretta del nascituro. Anche a travaglio già iniziato. Estrema conseguenza del fatto, sancito per legge, che la donna ha "diritto" sulla vita del bimbo. Si fa fatica a capire a questo punto perchè non l'infanticdio, ma lasciamo perdere... Tornando a noi, e alla 194, se la leggiamo insiema a tutta la normativa di contorno, come la possibilità di partorire in anonimato, o come il "dovere" per i medici di cercare di salvare la vita al "prodotto del concepimento", vediamo che ha un senso tenere distinti aborto e IVG. Aborto è un atto teso alla soppressione di una vita. Se invece focalizziamo l'attenzione sul fatto di "interrompere una gravidanza", lo scopo principale dell'azione è liberare la donna dal carico della gravidanza; che ne consegua la morte del bimbo è spesso un effetto collaterale, ma non lo scopo principale. Ma tutto è predisposto, a livello legislativo, per sfruttare ogni possibilità, presente e futura, di salvare la vita nascente; vita sulla quale la donna non ha alcun "diritto". Sia chiaro, personalmente non sono affatto contento della 194. Sono medico di famiglia, per cui non sono coinvolto direttamente nelle operazioni di IVG (o aborto), ma talvolta mi viene richiesta la certifcazione necessaria per ottenere l'IVG (dopo 7 giorni). In questi casi, leggo alla donna gli articoli di legge, e spiego che, se lei dichiara di trovarsi nelle condizioni previste, potrà ottenere l'IVG. Spiego anche che, come in tutte le autocertificazioni, esiste l'obbligo di non dire falsità, e che in ogni caso sarà responsabile delle sue dichiarazioni. In 32 anni di lavoro, nessuna donna ha mai voluto controfirmare il mio certificato, preferendo rivolgersi altrove.
    Enrico D.

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  7. Enrico, comprendo il senso delle tue precisazioni terminologiche. Ma la sostanza non cambia: il fatto che l'IVG sia legittimata non tanto dalla malattia del feto, quanto dai rischi per la salute della madre, non toglie che qualsiasi donna possa oggi tranquillamente abortire, adducendo presunti rischi per la propria salute psicologica. Il fatto che si parli di IVG e non di diritto all'aborto non cancella 4 milioni di feti abortiti a causa della legge 194.

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