12 settembre 2012

I frutti amari delle primavere arabe


di Andrea Virga
Ad un anno e mezzo di distanza, sembra che finalmente si sia spento quel coro mediatico che esaltava le “primavere arabe”, cui faceva eco il ceto semicolto italiano, con le sue ciance di “rivolte democratiche”, di “tiranni abbattuti” e di “rivoluzione dei social network”. I vari bloggers (come se avere un blog fosse una qualifica o un lavoro) democratici nostrani esaltavano i “colleghi” egiziani e tunisini, e si lamentavano della presunta inerzia italiana. Come quasi sempre accade, i fatti gli hanno dato torto marcio.

Se è vero che manifestazioni e rivolte più o meno spontanee si sono verificate in tutto il Medio Oriente, dal Marocco all’Iran, all’atto pratico esse hanno avuto un impatto politico in soli cinque Paesi: Tunisia, Libia, Egitto, Siria, Yemen. Altrove sono state stornate con qualche riforma (Marocco) o represse nel sangue (Bahrein) nell’indifferenza totale dei media occidentali. Che cosa hanno in comune questi cinque Paesi? In tutti, il governo al potere era improntato al socialismo arabo, o comunque (in Tunisia ed Egitto) erede di un regime socialista arabo. Ad oggi, l’ultimo regime socialista arabo ancora in piedi, per quanto minacciato da una violenta insurrezione, è la Siria. Pochi anni prima, infatti, era stata la volta dell’Iraq, invaso e abbattuto dagli Stati Uniti. In tutti questi casi, un regime socialista arabo è stato rovesciato e sostituito da un regime con una presenza islamista più o meno forte. Da un punto di vista cristiano, il risultato è stato decisamente negativo.


Infatti, checché ne dicano i vari fallaciani, nei secoli la tolleranza religiosa, da parte del Califfato prima e dell’Impero Ottomano dopo, aveva costituito la regola, più che non l’eccezione. In questo modo, in Libano, Palestina, Siria, Egitto, Iraq, comunità millenarie, risalenti agli albori del cristianesimo, avevano conservato la propria Fede, nonostante le forti conversioni alla religione dominante islamica, e prosperato dal punto di vista economico. Agli inizi del Novecento, milioni di copti, caldei, assiri, maroniti erano ben integrati nella società araba, al pari delle altre minoranze religiose (drusi, sciiti, alauiti, ebrei), e ricoprivano non di rado posizioni sociali di rilievo. Recentemente, inoltre, la crescita economica dei Paesi del Golfo ha chiamato milioni d’immigrati asiatici come manodopera semi-servile, per cui oggi, anche nella penisola arabica vi sono numerosi cristiani.

Nell’ultimo secolo, la diffusione del fondamentalismo islamico e la disgregazione politica dell’Impero Ottomano, entrambi favoriti dalle potenze coloniali (prima Inghilterra e Francia, poi gli Stati Uniti), hanno cambiato totalmente la situazione. Il modello preferito dall’Occidente è, infatti, quello delle petrolmonarchie del Golfo. Questi stati sono dominati da una ristretta oligarchia che beneficia degli enormi introiti del petrolio, di cui i Paesi occidentali sono il primo acquirente, e regna su un contesto sociale ancora feudale e tribale, tenuto insieme da una rigida interpretazione dell’islam sunnita fondamentalista e puritana (salafismo), che riconosce un ruolo centrale alla casa reale saudita (wahabismo). Questo binomio tra fondamentalismo islamico e liberismo economico riecheggia perfettamente, in salsa musulmana, le tendenze della destra religiosa statunitense (indicative sono le lodi di Reagan ai mujahiddin afgani).

D’altra parte, il socialismo arabo, nato come reazione al colonialismo, ha promosso una politica opposta: nazionalizzazione delle risorse energetiche, politica estera indipendente, formazione di uno stato arabo unitario, modernizzazione delle strutture sociali ed economiche, assistenza sociale diffusa, parità tra i sessi e laicità, ossia quella libertà religiosa, che consente alla nostra fede di prosperare. Lo stesso termine “socialismo” non deve ingannare, dato che in realtà sono fondati sul rispetto della proprietà privata e sulla cooperazione tra le classi, mentre la forte presenza statale è funzionale a tutelare i beni comuni (acqua, petrolio, gas, ecc.) e a promuovere lo sviluppo economico (cosa che in quel contesto non è alla portata diretta dei vari corpi intermedi). Anche la forma di governo autoritaria, e la repressione violenta delle forze eversive e sovversive, vanno debitamente comprese nel quadro socio-politico medio-orientale. Non c’è quindi da stupirsi che i cristiani vi abbiano svolto un ruolo di primo piano sia nella teoria (ad esempio il copto Salama Musa e il greco ortodosso Michel Aflaq), sia nella prassi (è il caso del vicepresidente iracheno Tareq Aziz), e che le comunità cristiane locali, a partire dal clero (gerarchie comprese), abbiano sempre fornito caloroso sostegno a questi regimi.

Laddove invece sono caduti, il fato delle comunità cristiane è divenuto d’improvviso precario. Il caso dell’Iraq avrebbe dovuto essere un chiaro indicatore di questa sorte: nel giro di pochi anni dopo la caduta di Saddam Hussein, due milioni di cristiani sono stati costretti alla fuga e all’emigrazione, dopo violente persecuzioni, con migliaia di morti. In Egitto, dove la situazione è pure meno grave, i copti temono comunque per il loro futuro, e hanno già cominciato ad emigrare in massa. Infine, in Siria, nonostante cerchino di spacciarsi per “laici” e “democratici”, gli insorti si sono più volte resi colpevoli di massacri e persecuzioni nei confronti delle comunità cristiane del Paese. In merito, il sostegno pressoché totale delle Chiese locali, nei confronti del legittimo governo di Assad dovrebbe fare riflettere i cattolici nostrani su quale sia la posizione giusta da tenere. La lotta al fondamentalismo islamico e la difesa dei cristiani dalle persecuzioni passano dunque per il sostegno al socialismo arabo, ad oggi la migliore scelta politica e istituzionale per i Paesi arabi.
 

12 commenti :

  1. Già, cosa c'è di più leggittimo di un "legittimo governo Assad" il cui presidente è stato eletto mediante referendum nel 2007 in cui ben il 97,62%
    (11.199.445) dei votanti ha detto "sì"?
    come si permettono questi rivoltosi di andare contro il 97,62% della popolazione?

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  2. È a dir poco abissale la distanza fra le democrazie occidentali e quelle dei Paesi islamici perché abissali sono le basi su cui si fondano. I politici e commentatori nostrani dovrebbero tenere in debito conto che le nostre democrazie si fondano su qualcosa di non arbitrario ma riconosciuto: i diritti dell'uomo, se è vero che esse affondano le loro radici nell'illuminismo, bisogna anche ricordare che hanno un'antecedente nel pensiero cristiano, che per primo ha considerato l'uguaglianza ontologica delle persone in quanto tutti figli di Dio.
    La tolleranza dei vari regimi mediorientali, invece, affonda le radici nella politica dell'Impero Romano del "divide et impera".
    Ora è successo che, questi Paesi, mancando le premesse cristiane su cui si fonda in ultimo il pensiero occidentale, delle nostre democrazie hanno preso il solo aspetto che riguarda il processo decisionale. Il loro pensiero è di questo genere: "Noi facciamo come voi: la maggioranza di noi è musulmana, dunque instauriamo la legge islamica... e le minoranze si adeguano, altrimenti peggio per loro!". Si ignora completamente, cioè, che il valore della maggioranza, in una democrazia adulta, non si basa sulla forza del numero, ma sul valore intrinseco delle persone che la compongono, e dunque non vi è (o non vi dovrebbe essere) contraddizione fra potere della maggioranza e rispetto delle minoranze.
    Se non ci fosse stato il pensiero cristiano, cioè, non sarebbero state assolutamente possibili le nostre democrazie, ma al massimo sarebbero stati dei regimi totalitari. Si ricordi cosa pensava Aristotele della democrazia, come anche molti altri pensatori dell'antichità: essa era la tirannia dei più.

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  3. @Philosophus minimus

    se la democrazia occientale fosse davvero figlia (più o meno alla lontana) del pensiero cristiano* sarebbe affascinante capire come tale pensiero abbia potuto sopportare per oltre 1800 anni con un sistema politico non democratico.

    *si badi, "cristiano" e non "cattolico"

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  4. Caro anonimo,
    non credo sia corretto confondere quelli che sono i motivi ispiratori che impregnano una civiltà da quelle che sono le concrezioni storiche attraverso le quali si esprimono. I primi hanno una loro forza interna che attraversa le epoche, i secondi, invece, sottostanno alle contingenze che si delineano durante le varie epoche storiche.
    per quanto riguarda il cristianesimo, esso è sempre stato scaturigine di progresso per le nostre società, per quanto poi riguarda il cattolicesimo, esso ha dato sempre un respiro ampio al pensiero occidentale. È stato il pensare la storia come continuo rapporto fra l'Eterno-immutabile e il contingente che ha permesso al pensiero occidentale di acquisire una prospettiva universalistica e una prospettiva storica che hanno dato una virata fondamentale e positiva al patrimonio filosofico lasciatoci dall'antichità classica.

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  5. @Philosophus minimus

    sì, vabbè tante chiacchiere.

    ma alla fine la democrazia si è affermata solo a seguito dell'Illuminismo, nonostante gli ostracismi della chiesa

    e sul cattolicesimo lo stato che ancora amministra è l'unica monarchia assoluta rimasta in europa.

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  6. «sul cattolicesimo lo stato che ancora amministra è l'unica monarchia assoluta rimasta in europa.»

    Questa è una sciocchezza. In primo luogo perché il potere papale è comunque vincolato da una serie di organi, e non è mai, di fatto, esercitato in maniera assoluta.

    In secondo luogo, perché è fuorviante considerare il Vaticano uno Stato come gli altri, dato che non ha una vera popolazione e cittadinanza, ma solo un piccolo apparato di funzionari e dipendenti.

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  7. Mi permetto di ricordare ad Adrea Virga l'articolo 1 della Legge Fondamentale dello Stato della Città del Vaticano:

    "Il Sommo Pontefice, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario"

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  8. Tutte le polemiche che sorgono attorno al Vaticano derivano dal fatto che molti in mala fede confondono Vaticano e Chiesa italiana o con la Chiesa tuot court.
    La particolarità dello Stato della Città del Vaticano è che esso è uno stato al servizio della persona del Papa, non viceversa.
    Ma tanto, basta dire che son tutte chiacchere per credere di aver ragione ugualmente!!!

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  9. @Philosophus minimus

    sono un po' in imbarazzo a spigare, come farei ad un bambino il mio intervento, ma evidentemente ce ne è bisogno.

    la mia frase "sì, vabbè tante chiacchiere." è riferita al tuo intervento su cristianesimo come base della democrazia occidentale. Nonostante questo abbia beatamente convissuto per 1850 con regimi non democratici (in senso moderno) e la democrazia non si sia sviluppata se non dopo l'avvento dell'Illuminismo

    ho introdotto il "vaticano" solo dopo, come esempio di stato cristiano (e cattolico) non democratico.

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  10. Il Vaticano è uno Stato che non ha un popolo, come potrebbe essere democratico?

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  11. Ad ogni modo, l'articolo non parla del Vaticano. :)

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  12. Ottimo articolo, che condivido in toto. Solo una nota rispetto ad alcuni commenti: ritenere che la democrazia, bizzarra invenzione illuministico-liberale (J.L. Borges definiva la democrazia "un curioso abuso della statistica") volta a scardinare le radici della nostra civiltà classico-cristiana, trovi radici nel diritto naturale è piuttosto indimostrato e indimostrabile. Nè la Chiesa, almeno fino al disastro del concilio, ha mai legittimato la democrazia come "migliore" sistema di governo.
    P.S. Bel sito questo. L'ho scoperto oggi, ma credo che ci ripasserò. Poi anche a me piacciono, ovviamente nelle giuste dosi, sia il Campari che de Maistre.

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