30 settembre 2012

La speranza per il nostro futuro sta nei sogni.


di Valentina Ragaglia

«Solo quando l’uomo ha fede in ciò che è al di sopra della sua portata - e questo è un sogno - l’umanità fa quei passi avanti che l’aiutano a credere in se stessa» (Bianca come il latte rossa come il sangue, p. 21)

Lui è uno che nei sogni c’ha creduto. Più e più volte nei suoi incontri con i giovani, che si rivelano un successo - tanto da far invidia al tifo ed ai cori da stadio - Alessandro D’Avenia, perché è di lui che si tratta, ha raccontato per quale motivo all’età di 16 anni, grazie all’aiuto dei suoi professori, tra cui figura anche Don Pino Puglisi (vittima di mafia), ha deciso che avrebbe fatto l’insegnante.
«Alcuni lo riterrebbero un sogno da sfigati!», ammette divertito il professore, autore di successo con i suoi due romanzi: Bianca come il latte rossa come il sangue e Cose che nessuno sa. 

Bianca come il latte rossa come il sangue apre uno spiraglio di speranza, una ventata di freschezza, nel grigiore piatto e sciatto dei tempi d’oggi.
Il romanzo è il monologo interiore – anche questo è un fattore che denota e sottolinea con equivocabile chiarezza l’intenzione di portare il lettore ad interrogare il proprio io – di un ragazzino di sedici anni, di nome Leo. La vita di questo ragazzo, nel giro di un anno scolastico – «sono nato il primo giorno di scuola, cresciuto e invecchiato in soli duecento giorni» –, cambierà radicalmente e verranno lentamente a dispiegarsi le risposte ai dubbi che lo schiacciano. Leo, come molti suoi coetanei, vive il dramma dello smarrimento, della perdita dei punti di riferimento. La sua vita ruota unicamente intorno al calcio, ad internet e agli amici. Della scuola si disinteressa, perché è un impegno che sente imposto, forzoso e forzato.

Per Leo le cose cambiano quando due figure, che si aggiungono a quella della migliore amica Silvia, entrano contemporaneamente in scena: Beatrice e il Sognatore, il supplente di storia e filosofia. La prima è la ragazza di cui Leo s’innamora. Il rosso dei capelli di Beatrice dà a Leo forza, una ragione di vivere, per non lasciarsi sbattere dalle correnti, per non disperdersi. È il rosso che fa da guida. Il Sognatore, invece, con i suoi racconti e i suoi occhi lucenti, permetterà a Leo di credere nei sogni, nonostante le difficoltà e le amarezze imminenti, come la malattia inguaribile e, quindi la morte, di Beatrice. Ma sarà, infine, la speranza degli occhi azzurri di Silvia ad infondere il coraggio necessario per aprirsi a cogliere una sofferenza non propria e farsene carico; ciò pone le basi per la crescita e la nascita dell’amore di Leo, perché: «[…] regalare il proprio dolore agli altri è il più bell’atto di fiducia che si possa fare».

La speranza che s’intravede alla fine del romanzo è frutto del lavoro compiuto dal Sognatore, dietro il quale si nasconde - non troppo velatamente - l’autore stesso, che invita e a vivere la vita in maniera autentica, cioè riempiendola di sogni da realizzare, dei sogni più belli, quelli che rendono l’uomo tale e che colorano l’esistenza di bianco - il nulla apparente, che diverrà luce - e del rosso dell’amore e della morte, che segna indelebilmente la vita dell’uomo. Il romanzo si pone come una nuova ricerca dei fondamenti primi dell’uomo e lo fa riprendendo i famosi quattro interrogativi filosofici esistenziali. Con la sua profondità, D’Avenia ci permette di poter andare oltre “la generazione Moccia”, fatta di inconsistenti brividi e momentanei piaceri, incentrata sul carpe diem, sull’esigenza di doversi realizzare egoisticamente e sul romanticismo senza smalto e patetico delle scritte sul muro o dei lucchetti sul ponte. Vi sono giovani che rifiutano questa concezione della vita e dell’amore e sono pronti ad impegnarsi per costruire un mondo dove l’indifferenza e la ricerca del piacere fine a se stesso possano lasciare spazio alla sincerità dei sentimenti e alla pronuncia di un vero "sì" alla vita.

In Cose che nessuno sa Alessandro D’Avenia continua a misurarsi con le difficoltà dei giovani, anzi dei giovanissimi d’oggi. La protagonista, questa volta, è Margherita, una quattordicenne che si trova catapultata nella realtà liceale, resa più difficoltosa dalla crisi che investe la sua famiglia: «quattordicianni - lo scrisse tutto unito come fosse il nome di un personaggio - non è un'età. non è niente. [...] non c'è armonia, non c'è grazia. quattordicianni è volere tutto e niente nello stesso momento avere segreti inconfessabili e domande senza risposta. odiare sé per odiare tutti. avere tutte le paure e nasconderle tutte, pur volendole dire tutte insieme, con mille bocche. avere centomila maschere senza cambiare mai la faccia che ti ritrovi. avere un milione di sensi di colpa e dover scegliere a chi addossarli per non doverli portare tutti da sola. vuoi amare e non sai come si fa. vuoi stare da sola e non sai come si fa. vuoi un corpo di donna e non ce l'hai, e se il corpo diventa di donna non lo vuoi più. quattordici anni è fragilità e non sapere come si fa. ci sono cose che nessuno spiega. ci sono cose che nessuno sa.» Sarà lei, la Telemaco del nuovo millennio, ad intraprendere il viaggio per riportare a casa il padre. Ma questa avventura, come tutte le grandi imprese, non sarà priva di imprevisti: la giovane ragazzina dovrà fare i conti con il dolore e le amarezze della vita. Margherita si confronterà e scontrerà con il predatore, deciso a tutti i costi a minacciare l’integrità della conchiglia, ma è proprio da questa lotta all’ultimo colpo che nasce la perla, perché è sempre da un grande dolore che nascono le cose più belle.

Fare dei nodi alla vita. E’ questo il messaggio di fondo contenuto nel romanzo, che esalta la bellezza e la tenacia dell’amore e l’importanza di costruire rapporti più duraturi e maturi. Romanzo corale, in cui la figura di Margherita è circondata da quella del fratellino Andrea, ancora immerso nella purezza infantile; della mitica Nonna Teresa, così profonda nella sua semplicità; di Giulio, ragazzo disilluso e ferito dalla realtà; del Professore, un uomo confuso ed indeciso che alla fine sceglierà di affidarsi all’amore; infine, da quella dei genitori che, tornati in equilibrio dopo una profonda crisi, si faranno forza per ricomporre il puzzle e riannodare il filo della loro vita. 

La realtà messa a nudo dal secondo romanzo di D’Avenia è sotto gli occhi di tutti: il vero protagonista, che si nasconde e si mostra in penombra, è infatti il matrimonio. Basta guardarsi intorno per notare come sia comune scontrarsi con storie di figli che vivono il dramma di una famiglia spezzata spesso banalmente, perché l’uomo pensa ad appagare se stesso e perde di vista l’obiettivo, che è il vero amore. Un amore che non si arrende di fronte alle difficoltà, ma che le attraversa tutte per poter giungere alla comprensione profonda del dono reciproco, che non risiede nella mera ed effimera ricerca della felicità, ma nello scoprire e conservare la gioia di vivere. «Tu non vuoi che gli altri vedano la tua fragilità. Hai paura che ne ridano. Ma quello che ti sfugge è che io ti guardo da vicino. Io ti ho scelto. Io ti amo. Io voglio vivere con te. […] Sono l’anima delle tue paure, dei tuoi dubbi. Mi riguardano. Portami nelle tue battaglie, fammele sentire, vedere: sono con te e avrò il coraggio di dirti quello che hai bisogno di sentirti dire. Non sono una tua nemica, ma la tua forza.»  

L’autore, con la sua forza evocativa, la sua semplicità linguistica ed immediatezza, è riuscito a incrinare questa tendenza disfattista che impregna la società d’oggi e che tende a catalogare i giovani in abitanti di un mondo di addormentati, di assopiti e distratti, lontani e distanti dalla realtà, chiusi nel loro mondo virtuale, imprigionati nel loro io egoista e relativista. Ed è da qui che Alessandro D’Avenia riparte, proprio da questo relativismo che colpisce le nuove generazioni, convinte di essere padrone del mondo, che tutto sia dovuto loro senza fatica, senza sforzo e soprattutto senza la presenza di Dio.  

Ed è andando nel profondo, sondando questo malessere, che D’Avenia propone il suo antidoto: sognare. «“Quando è stata l'ultima volta, ragazzi, che avete perso il sonno pensando al viaggio della vita che vi attende? Quando?” Come invasato, senza aspettare la risposta, fissando gli occhi assetati degli studenti aggiunse:“Male! Dovete perdere il sonno sognando il vostro futuro. Il sonno lo perdiamo perché la vita ci fa paura e ci emoziona allo stesso tempo, la vogliamo aggredire e strapparle le sue promesse, ma ne abbiamo paura. Abbiamo paura che ci abbatta, che le speranze restino deluse, che tutto sia stato solo frutto dell'immaginazione. Dovete perdere il vostro sonno pensando al futuro. Non ne abbiate paura. E' segno che state vivendo, che la vita sta entrando in voi.”»
 

1 commento :

  1. Speriamo di leggere altri articoli firmati Valentina Ragaglia! :)

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