24 settembre 2012

Aborto? Proviamo con l'adozione!


di Ilaria Pisa

Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio. [Gal 4, 4-7] 

Sarò ardita, ma non mi pare un caso che proprio l'adozione a figli, huiothesìa, sia la figura scelta nel Nuovo Testamento, riecheggiando prodromi veterotestamentari, per descrivere un rapporto uomo-Dio estremamente peculiare e privilegiato.
Per prima cosa, notiamo infatti che il figlio adottivo è ad un tempo “scelto”, come Israele è stato eletto da Dio, e “accolto” nel pieno rispetto della sua alterità (e chi è più Altro dall'uomo, se non Dio?). Passando dalla Scrittura alla vita quotidiana, ecco un'altra caratteristica: l'adottato non giunge nel segreto del nostro corpo come un figlio di sangue, ma è protagonista di un incontro che avviene al di fuori di noi, incontro in cui l'adozione è reciproca – non si sa chi, per primo, abbia scelto chi.

Oggi, le coppie che adottano si offrono di allevare chi proviene da traumi di abbandono, di povertà materiale e affettiva, di deprivazione del più naturale e idoneo ambiente di crescita. Pur consapevoli delle difficoltà che il passato e il “rimosso”, anche personale, comportano, essi vengono generosamente incontro ad un diritto autentico e primordiale, un diritto non artefatto, non eludibile, realmente pressante, ossia il diritto di ogni minore ad una famiglia. A significare l'importanza centrale del figlio è la stessa legge sull'adozione, che sin dalla rubrica chiarisce come il sistema miri in primo luogo non a rispondere ad un desiderio di paternità e maternità, ma a donare al bambino l'unico contesto in cui può e deve crescere e sviluppare la propria personalità e capacità di amare.
Nella  famiglia non si “ha” un figlio, ma la possibilità di “essere” figlio, di “essere” genitore, uscendo da sé non per impossessarsi di una realtà plasmabile di cui divenire proprietari, ma per incontrare l'alterità tramite cui si comprende la propria vocazione e, in definitiva, “si diventa ciò che si è”. Una dinamica magistralmente espressa, ad esempio, dal regista Radu Mihaileanu nel suo film-gioiello “Vai e vivrai”.

Aprirsi a chi non proviene dalle nostre viscere richiede una dose supplementare di amore, di fiducia e di rispetto, il rispetto dovuto ad ogni figlio – di sangue e non – dal momento del suo concepimento, sin da prima di conoscerlo, rispetto che è insieme amore e reverenziale timore verso il mistero irripetibile di una nuova persona; rispetto che vieta di trattare il figlio come oggetto, proiezione di sé, patrimonio, prodotto.
Un rispetto che la tecnica, se piegata all'egoismo, troppo spesso disconosce e ribalta, annacquandolo in un presunto “diritto” al figlio, “costruito” in laboratorio dalla PMA, “ordinato”, atteso e alfine “posseduto” come si farebbe con un pacco celere, e altrettanto facilmente “rispedito” al mittente, qualora difettoso o sgradito. Davvero questa è la cosiddetta “maternità responsabile”? Volere bene a qualcuno, a patto sia perfetto, poiché se ne rifiuta la debolezza, la precarietà, e pretendendo di giudicare ex ante la sua vita, i suoi sentimenti, le sue potenzialità, gli si nega ogni chance? Quasi che la fragilità esistenziale di chi dovremmo accogliere incondizionatamente minacciasse di mettere ferocemente a nudo la nostra.

La citata legge 184/1983 si prefigge dunque un fine di tutela, che ha purtroppo il noto effetto indesiderato di rendere particolarmente lungo e gravoso l'iter burocratico e giudiziario di chi aspira ad adottare, instaurando un circolo poco virtuoso tra l'esiguo numero di richieste soddisfatte e la deterrenza sulle nuove, calate infatti negli ultimi anni (qui una sinossi di alcuni dati).
E' anche per aggirare simili ostacoli che il Movimento per la Vita italiano e il Comitato Civiltà dell'Amore hanno recentemente promosso, contro “il più grande distruttore della pace”, la campagna Adoption no Abortion, presentata al VII Incontro Mondiale delle Famiglie: alla base, l'idea – meravigliosa e vincente nella sua semplicità – di far incontrare la “domanda” e l'“offerta” di nuove vite. Rinunciare ad uccidere il bambino nel grembo materno salva la vita del nascituro e l'anima della madre, la quale è contemporaneamente messa in condizione di provvedere al nuovo nato, tramite il Progetto Gemma (in Italia) o grazie a vere e proprie adozioni a distanza nei Paesi d'origine.

Un progetto pilota che varrebbe la pena di ponderare per un'applicazione su larga scala, specialmente nei Paesi della vecchia Europa dai pochi nati ma dai troppi aborti. Se l'amorfa discussione parlamentare riuscisse a rendere una tantum un autentico servizio alla famiglia, licenzierebbe una riforma legislativa nel segno dello snellimento e della razionalizzazione delle procedure adottive, opportunamente collegate e coordinate – tramite i gangli dei CAV, risorsa così preziosa e ancora così poco nota – con una reale e incisiva politica di disincentivo all'aborto.
Le già madri che non volessero o non potessero tenere con sé il figlio saprebbero, così, che questi è accolto da aspiranti madri e padri in grado di fornirgli da subito una famiglia accogliente. Similmente avveniva nel notissimo film “Juno”, di Jason Reitman.

In conclusione, l'adozione dimostra che non esiste un unico modo di generare, ma non è necessario scomodare fecondazione in vitro e famiglie arcobaleno, o cestinare il diritto naturale, per trovarne altri. Con la lungimiranza dei Padri, San Giovanni Crisostomo scriveva “non si è meno padri per la nascita di un bambino che per la saggia educazione che gli si dà; essere madre non è tanto generare, quanto allevare saggiamente il bambino”. Preghiamo perché questa saggezza accompagni sempre chi accoglie un figlio nuovo.
 

1 commento :