05 settembre 2012

Un padre de-genere


di Andrea Virga
Ha fatto il giro del mondo questa notizia, proveniente dalla Germania, e riguardante tale Nils Pickert, il cui figlioletto maschio di cinque anni aveva acquisito il discutibile vezzo d’indossare abiti femminili. Come prevedibile, quando si sono trasferiti dalla cosmopolita Berlino ad una più conservatrice cittadina del sud della Germania, il pargolo è stato oggetto di derisione e occhiatacce da parte sia dei passanti che dei suoi compagni d’asilo. Per reazione, il padre ha deciso di indossare anch’egli una gonna (fortunatamente lunga), in segno di solidarietà verso il figlio: «Dopotutto, non ci si può aspettare che un bambino in età prescolare abbia la stessa abilità di affermare se stesso, come un adulto, senza alcun modello. E così sono diventato quel modello».

“Herr” Pickert ha anche aggiunto di essere contento che ora tutta la cittadina parli di lui e suo figlio, e che quest’ultimo recentemente si sta dando le smalto alle unghie. C’è una foto che li ritrae entrambi, padre e figlio, entrambi in abiti femminili, camminare scalzi per le vie di questa anonima cittadina, ostentando quel caratteristico cattivo gusto che solo i popoli nordici sono in grado di raggiungere.

Tra il serio e il faceto, questa “notizia” ci offre comunque parecchi spunti. Sarebbe fin troppo facile sparare a zero con feroce umorismo su questo fricchettone con la pancetta da birra che spaccia per coraggio o novità provocazioni trite e ritrite già nel ‘68. Non è neanche l’uso di abiti femminili da parte di un infante di quell’età a destare scandalo, dato che era tutto sommato la norma in Europa, prima del XX secolo, come testimonia una qualsiasi foto di famiglia d’epoca vittoriana. La questione che ci spingerebbe a sottrarre il marmocchio alla cattiva influenza paterna e affidare la rieducazione di entrambi a qualche caserma prussiana, è invece un’altra.

Da un punto di vista pedagogico, la condotta di “Herr” Pickert è un disastro. Invece di rappresentare un esempio positivo per il proprio figlio, di dirgli di no quando serve, e di indirizzarlo sulla retta via, questo “genitore” pensa bene di dover accondiscendere ad ogni capriccio del bambino e, anzi, di giustificarlo. Chiunque si sia interessato anche solo superficialmente alla pedagogia, non può che convenire che un’educazione del tutto permissiva e deresponsabilizzante come questa è la peggiore educazione possibile, e non potrà che causare gravi danni alla formazione del carattere del bambino. Questo a prescindere dal fatto che questo comportamento possa sfociare o meno in disturbi sessuali (ebbene sì: il transessualismo è ancora considerato dall’OMS un disturbo psichico, con buona pace dei gendarmi del politicamente corretto). Più che altro, ci si potrebbe domandare se, un domani che suo figlio deciderà di iniettarsi eroina o prostituirsi, “Herr” Pickert lo seguirebbe, oppure si limiterebbe ad approvare la scelta di suo figlio di “affermare se stesso”?

Da un punto di vista ideologico, poi, ecco riemergere la vecchia e consunta “questione di genere”. Tutti questi studi sul genere, che prolificano da un po’ di decenni a questa parte, hanno lo stesso valore dei vari studi razziali così di moda nell’epoca degli imperialismi: sono ammantati di terminologia scientifica, ma sostituiscono al metodo scientifico il pregiudizio ideologico; e come tali andrebbero quindi trattati, e gettati nella spazzatura della storia. Il fatto che i “generi”, al di fuori dell’ambito linguistico, non esistono. Esistono semmai i sessi, e sono due: maschi e femmine, definiti cromosomicamente come xy e xx. Anche i casi, molto rari, di disfunzioni genetiche, di fatto, risultano in uno di questi due sessi, anche laddove è necessario intervenire chirurgicamente. Tutti i tentativi di scardinare questa semplice legge naturale, sostituendo ai sessi, naturalmente e geneticamente determinati, i “generi” fondati positivamente e culturalmente, sono profondamente errati. Senza scomodare il cristianesimo, il grande Nietzsche, riprendendo Pindaro, asseriva la grandiosa massima tradizionale: “Diventa ciò che sei”. Ovvero, diremmo noi cattolici, la massima libertà umana sta nel comprendere e realizzare le proprie potenzialità, ossia i doni che Dio ha dato a ciascuno di noi. Così, chi nasce maschio deve diventare un vero uomo, e chi nasce femmina deve diventare una vera donna. È un’emerita banalità, ma ormai non è più scontata, dato che la massima imperante di questa società malata è semmai “diventa ciò che vuoi”, ossia dai libero sfogo ai tuoi capricci individualisti. Chi commette errori non deve essere corretto, ma assecondato. Su questa base, in Paesi come il Regno Unito, abbiamo già abominazioni come bambini, anche di cinque anni, considerati ufficialmente “transgender”.

Tutto ciò, come dimostrato da filosofi laici del calibro di Costanzo Preve e Guy Debord, presenta anche risvolti sociali e politici, oltre che etici, evidenti. Infatti, questo nichilismo relativista è chiaramente funzionale ad una società liquida, composta di individui sradicati e deresponsabilizzati, indifferenti ad ogni principio superiore, dediti solamente a consumare per soddisfare i propri capricci. Invece, ciascuno di noi dovrebbe prendere in mano le proprie sorti, fronteggiare i propri doveri, e lottare per un mondo migliore, cominciando da noi stessi e dai nostri difetti.
 

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