18 ottobre 2012

Riforma dell'ora di religione: la parola allo studente

di Lorenzo Roselli

Insegnamento Religione Cattolica (IRC), un’espressione che dice ben poco a buona parte degli studenti italiani. Interrogando in merito gli interessati, sarà un bene se questa viene riconosciuta sotto il generico appellativo “ora di Religione”, visto che è molto più facile sentirsela chiamare “ora persa” o “ora di buco”. Potrebbe rivelarsi sociologicamente interessante, inoltre, verificare quanti studenti siano in grado di menzionare un solo tema affrontato in corso d’anno. Perché, diciamocelo: l’IRC nelle scuole italiane conta quanto il reale nei reality show, checchè ne dicano ministri dell’istruzione e benpensanti. 

Tale affermazione suscita solitamente alcune tipiche reazioni: "Ignorata? Anche se è presente nel sistema scolastico italiano fin dalle elementari?" o "Perché i docenti dovrebbero essere selezionati dalla CEI?", per concludere con il celeberrimo "In quale paese europeo esiste un’ora di “religione” nelle scuole? Le solite ingerenze vaticane!" 

Pochi, tuttavia, sembrano sapere che l’esistenza dell’IRC è dovuta a nulla più che un compromesso. Ignorato dalle masse, disprezzato dai laici e osannato dai cattolici, questo compromesso è storicamente conosciuto con il nome di “Patti lateranensi”. E’ innegabile che i documenti presentati alla Chiesa Cattolica Romana dall’Italia fascista mostrassero non poche aperture verso l’affermazione cattolica nell’anticlericale Italia post-risorgimentale. E’ doveroso negare, parimenti, che si sia trattato di un’apertura totale.

Circa l’Istruzione della Religione Cattolica, ad esempio, il Concordato prevede che venga sì insegnata nelle scuole materne, elementari (come già voleva la Riforma Gentile del 1929), medie e superiori, ma che non possa essere presente in qualsiasi forma nell’università statale. "Ci mancava solo questo", potrebbe dire qualcuno, ma questo qualcuno dovrebbe sapere, in tal caso, che l’interdizione dell’IRC nel sistema universitario pubblico costituisce invece un caso unico almeno nel panorama europeo. 

Già, perché l’IRC escluso dall’Università pubblica non è quello del mite diacono che tenta inutilmente di spiegare la natura della sua ordinazione ad una classe ostile, ma quello delle Scienze religiose (ad eccezione di quelle storiche) in generale. Cosa significa? Molto semplicemente che, se dopo aver finalmente terminato i miei studi classici, volessi entrare alla Sapienza di Roma e studiare Teologia (per non dire Lettere cristiane), non potrei perché starei pretendendo dell’istruzione religiosa in un’università statale.

Tale normativa del Concordato, accettata passivamente dalla Chiesa (a cui in cambio veniva data la possibilità di aprirsi università proprie), non fu assolutamente rivista da Craxi nell’84, e sembra che neanche l’attuale ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, si sia ricordato della sua esistenza. Forse il nostro tecnico è troppo preso dal prospetto di “decattolicizzare” un’ora d’insegnamento scolastico che non ha mai cattolicizzato (tantomeno istruito) nessuno.

E come potrebbe? Un corso facoltativo (che, se posto totalmente sotto giurisdizione statale, diverrebbe obbligatorio, vero ministro?), stipendiato in maniera risibile, ignorato dall’autorità scolastica e mal gestito da quella vescovile, la cui cattedra, esautorata dal potere decisionale a lei dovuto (assegnare un voto allo studente), si trova impotente di fronte alla talvolta esasperante realtà della classe. Dare la possibilità al professore di IRC di essere “cattivo”, potrebbe essere un buon proposito per questa riforma, non crede ministro?

Certamente anche il trattare di diverse religioni, oltre che della Religione nella sua dimensione antropologica e filosofica, è un ottimo spunto di riflessione per una revisione totale di quella che deve essere una materia scolastica a tutti gli effetti e non un goffo tentativo di fare catechesi. Questo però, caro ministro, non si dovrebbe tradurre a parer mio in una secolarizzazione della già abbastanza maltrattata ora di Religione, bensì in una sua rivitalizzazione, consequenziale soprattutto al rendere il titolo d’insegnamento realmente specialistico. Perché nella facoltà di Teologia che il nostro paese ha bandito dalle proprie Università, non si studia solamente la visione cattolico-romana del Divino, ma da scienza filosofica a tutti gli effetti si affronta nel complesso la Religiosità, ovvero il millenario tentativo umano di “legarsi” (dal latino religio, per l’appunto) all’Assoluto, a Dio. 

Si potrebbe iniziare a lavorare alla stesura di un programma ministeriale, con manuali più accurati e seri (anziché quei grossi opuscoli dai toni melensi e puerili che vengono proposti oggi), se davvero si vuole mandare avanti un programma d’istruzione religiosa. Istruzione religiosa… Cattolica? Sì, perché nessun’altra fede ha avuto un ruolo così importante nell’ultimo millennio di storia italiana e le implicazioni culturali che ne derivano non sono certo irrilevanti, indifferentemente da quanti cattolici vi siano nel nostro paese. 

Del resto, almeno finché non decideremo di uniformarci in merito al tanto celebrato Estero euro-americano, tutte le persone abilitate a tenere un corso d’istruzione religiosa proverranno comunque da università cattoliche.


 

1 commento :

  1. "Un corso facoltativo [...], stipendiato in maniera risibile, ignorato dall’autorità scolastica e mal gestito da quella vescovile, la cui cattedra, esautorata dal potere decisionale a lei dovuto (assegnare un voto allo studente), "

    il corso è facoltativo perché si chiama IR CATTOLICA fosse Insegnamento Religioso potrebbe pure essere obbligatorio.
    Lo stipendio del prof. di religione non è diverso da quello degli altri insegnanti con la non piccola differenza che per essere lì non ha vinto nessun concorso e che nella storia della scuola italiana nessun genitore si è mai arrabbiato con il prof perché "mio figlio va male a religione"
    se è vero che il prof. di religione non dà un voto (ma solo un giudizio) è vero che il "voto" conta il sede di promozione/bocciatura dell'alunno.

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