02 ottobre 2012

Società in evoluzione: quando Darwin va d’accordo con Smith e Hayek

di Alessandro Rico

In un precedente articolo, Marco Piazza ha condotto una critica impeccabile alla puerile teoria dell’Intelligent Design, dimostrando come la teologia cattolica sia perfettamente compatibile con la teoria dell’evoluzione, cioè l’idea che la struttura fisica e biologica degli esseri viventi si sia modificata (e si modifichi) nel tempo, adeguandosi alle mutate condizioni dell’ambiente, in base al meccanismo della «selezione naturale».

Semmai, inaccettabili sono le conclusioni di carattere teoretico e metafisico, che alcuni traggono dalla teoria evoluzionistica: un cattolico deve rifiutare che la selezione naturale sia trasformata in un principio immanentistico che guida un processo privo di una finalità; d’altra parte, la scienza non si occupa né di confermare né di confutare la fede di chi ritiene che l’evoluzione sia orientata da un Essere provvidente, o che comunque sottolinea l’irriducibile scarto tra gli animali persino più sviluppati (dotati di anima sensitiva e appetitiva) e l’uomo (cui Dio avrebbe conferito, immediatamente e immodificabilmente, l’anima razionale). Insomma: liberi di credere in Dio, costretti dall’evidenza ad accettare la teoria dell’evoluzione.

Fin qui, cose già dette. Io vorrei occuparmi di un meccanismo evolutivo che, in un certo senso, mi sta persino più a cuore di quello biologico. Vorrei discutere brevemente della teoria dell’evoluzione applicata alla genesi e allo sviluppo delle istituzioni sociali, il che configura un tipo di razionalismo definito, appunto, «evoluzionista».
In sintesi, si tratta di una concezione filosofica che giudica le istituzioni sociali (il linguaggio, la moneta, lo Stato, il mercato) prodotti non intenzionali di azioni umane, volte, originariamente, ad altri scopi. Da questa definizione consegue, naturalmente, una serie di specificazioni.

Vige un rapporto di causalità apparentemente ambiguo tra l’osservanza di regole di condotta e la preservazione di un ordine sociale, con i suoi istituti: da un lato, gli individui tendono ad agire in un certo modo, perché i fatti suggeriscono che interazioni fondate su quei modelli comportamentali favoriscono la conservazione dell’assetto della società; dall’altro, la società assume una fisionomia stabile, proprio in virtù del fatto che gli uomini seguono dei precisi schemi d’azione.
Da ciò deriva che l’uomo interiorizza un sistema di regole (presumibilmente sotto forma di divieti), ben prima che esse siano sancite da un’autorità terrena o attribuite a una volontà divina: ovvero, nell’uomo, come «animale sociale», è naturalmente inscritta una forma «pragmatica», ridotta all’osso, di etica. E ciò è funzionale alla circostanza per cui, quando l’individuo devia dai modelli d’azione consueti, si trova a fronteggiare da solo, in una posizione inedita, senza punti di riferimento, un ambiente fondamentalmente ostile.

Le regole costitutive di un ordine sociale sono emerse da un lungo processo di selezione, in tutto e per tutto analogo a quello che avviene nell’ambito biologico. Perciò si può dire che nessuna società e istituzione sia il risultato deliberato di un progetto, bensì un «ordine spontaneo», prodotto inintenzionale di azioni individuali pensate per altri scopi.
In un senso specifico, il «tutto» (la società) è più delle sue parti (gli individui): questo non vuol dire, come vorrebbero Platone o Hegel, che il collettivo debba fagocitare i singoli. Anzi, la premessa teorica dei sostenitori del razionalismo evoluzionista è l’«individualismo metodologico»: ad agire sono sempre gli individui ed è quindi illegittimo trattare i concetti collettivi come delle entità dotate di un’esistenza particolare (si tratta di una posizione non distante dal «nominalismo» medievale, almeno nelle sue forme meno radicali). Tuttavia, la sommatoria delle azioni dei singoli è in grado di dare luogo a un ordine con proprie caratteristiche: come dire che se tutti spazzano le foglie secche dai propri vialetti, si otterrà un quartiere pulito. È un’idea espressa in varie forme già da pensatori del XVIII secolo, quali Mandeville (i vizi privati come pubbliche virtù) e Smith (la metafora della «mano invisibile», argomento molto meno idiota e semplicistico di quanto comunemente si creda).

Se la società è un ordine spontaneo; se il mercato si è affermato, durante questo processo evolutivo, come mezzo di produzione e distribuzione di ricchezze, adatto all’«ordine esteso», ossia a una società in cui non è più possibile produrre solo per consumare, perché si è immensamente ridotta l’importanza delle relazioni vis-à-vis (ossia dove ci si trova, per dirla volgarmente, in una «economia globalizzata»); se per questi motivi il sistema dei prezzi, attraverso la spia del profitto, costituisce il più efficace strumento di comunicazione delle preferenze dei consumatori; se è vero tutto questo, significa che qualunque forma di pianificazione o centralizzazione è semplicemente destinata a fallire. Il socialismo, in tutte le sue varianti, assume che la conoscenza dei fatti rilevanti sia posseduta da una singola autorità centrale, mentre essa si trova dispersa tra milioni e milioni di individui e può essere messa a frutto solo attraverso il meccanismo della concorrenza (da intendersi non in senso strettamente materiale, ma anche come spirito di critica, lotta tra idee).

Il mercato allarga al maggior numero di persone le possibilità di accrescere la propria posizione economica (il che implica, ovviamente, anche un miglioramento culturale e morale: i fini ultimi delle nostre azioni non sono mai esclusivamente economici). È probabilmente per queste ragioni che Mises e Hayek presero a definire il mercato col termine «catallassi», dal greco katallàsso, che vuol dire «scambiare», ma anche «riconciliare». Perciò chiedo agli amici cattolici di aspettare a inorridire. Il razionalismo evoluzionista può e anzi, a mio avviso, deve costituire la base del ripensamento della dottrina sociale; non nei suoi obiettivi, ma nei mezzi per raggiungerli. Si può tentare di dimostrare che la catallassi è proprio l’espediente migliore per promuovere la solidarietà e una più equa distribuzione delle ricchezza.
Per ora, ho messo troppa carne al fuoco. Qualche approfondimento, alla prossima puntata.
 

1 commento :

  1. Questa sorta di "evoluzionismo sociale spontaneo" è quanto di più lontano da ciò che insegna la Dottrina sociale della Chiesa e da quanto suggerisce il semplice buon senso. Se un certo bene comune viene raggiunto in una società è perché ci sono tante persone che al suo interno lo perseguono. E per il suo perseguimento un ruolo importante è dato dall'autorità politica in tutti i suoi livelli (locale, nazionale e sovranazionale), secondo il principio di sussidiarietà che insegna la Chiesa.
    Se, al contrario, il bene comune nascesse spontaneamente, significherebbe che esso potrebbe nascere anche in assenza di autorità politiche riconosciute e legittime. Sappiamo, però, che quando esse non ci sono non si creano affatto dei vuoti di potere, bensì quegli spazi vengono occupati da chi ne ha la forza e la capacità per conservarli. Si instaura, cioè, la legge del più forte: l'esatto contrario del bene comune.
    In una realtà complessa, qual è la società o il sistema economico di mercato, l'ordine non è mai spontaneo, anzi, perché un qualsiasi ordine si costituisca, esso deve essere deliberatamente perseguito.

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