15 novembre 2012

Barack Obama: storia di una gigantesca sola



di Alessandro Rico



A noi Europei, Obama piace da morire. In lui rivediamo un modo tutto nostro di concepire la politica, ovvero: un mezzo per eliminare ogni forma di malcontento. Come tutti i democratici, Obama è da questo punto di vista «meno americano»: la sua sensibilità lo porta ad anteporre la giustizia sociale alla lotta contro il Big Government, ossessione dei padri costituenti.

Così, la sua rielezione accelera lo scivolamento degli Stati Uniti verso una governance economica interventista che, forse, ha precedenti solo nel New Deal. Probabilmente le conseguenze non saranno identiche, visto che i Repubblicani mantengono la maggioranza alla Camera, mentre Roosevelt, divenuto al terzo mandato praticamente un ducetto, godeva di un appoggio quasi incondizionato anche da parte dell’opinione pubblica (ora più severa nei confronti di Obama, apparso infatti decisamente più realista in questa campagna elettorale). Fatto sta che la politica economica del suo governo si è iscritta perfettamente nel solco del tradizionale keynesismo: e, anche se negli USA, la celebre «piena occupazione» è lungi dal realizzarsi, è in questo senso che erano indirizzate, ad esempio, la scelta di aumentare il tetto del debito pubblico (in parole povere: siamo troppo indebitati? Stampiamo più soldi), o il salvataggio dell’industria automobilistica, come nel peggiore dei costumi corporativisti all'italiana.

Si conferma, insomma, un trend del tutto irrazionale: nonostante la crisi sia stata provocata dagli effetti di lungo termine di queste stesse politiche, peraltro promosse, dalla seconda metà del ‘900, pure dai Repubblicani – è comprensibile: sono misure che manifestano conseguenze incoraggianti nel breve periodo, giusto il tempo per farsi rieleggere –; nonostante sia proprio l’attaccamento morboso al keynesismo ad averci trascinato nel baratro, la gente se la prende col capitalismo, convincendosi che servano regolamentazioni ancora più limitanti, e un intervento dello Stato ancora più pervasivo.
D'altronde, se sono gli stessi americani ad aver abbandonato l’antica idea che Tremonti chiamerebbe spregiativamente «mercatista», vieppiù il Vecchio Continente, incline al welfare e alla politica redistributiva, subisce il fascino di Barack; che ai meno politicizzati, poi, evoca l’American dream oramai infranto, il reietto che si riscatta perseverando nella sua «ricerca della felicità». Eppure, se non ci fermassimo in religioso ossequio di fronte alle faccine di Obama, icona pop stile Andy Warhol, ci renderemmo conto che non è solo sull'economia, che il presidente non convince. Qualcuno ricorda Guantanamo? Il supercarcere per terroristi detenuti in condizioni disumane, quello che Obama promise di smantellare? Ebbene, nonostante un ordine di chiusura del 2009, quella prigione è ancora funzionante. E il Patriot Act? Il decreto di Bush che, ad esempio, consente alle forze dell’ordine di sfondare la valigia a un viaggiatore per «motivi di sicurezza»? Nel 2011, l’amministrazione Obama l’ha prorogato per altri quattro anni. Potete fumare uno spinello, magari allestire un matrimonio gay, ma scordatevi il bagnoschiuma in aereo.

E poi ci sono i bombardamenti che i droni statunitensi conducono dal Pakistan allo Yemen, coinvolgendo spesso e volentieri i civili. Se ‘sta roba l’avesse fatta Bush, ci saremmo sorbiti una marea di «vispe Terese» a piagnucolare per i diritti umani. Invece, a Obama hanno dato il premio Nobel per la pace.
È certo che il GOP non andrà molto lontano, se non produrrà un leader con il carisma di Barack e, cosa ancor più importante, se non sancirà una tangibile discontinuità nell'agenda politica: senza voler tirare fuori l’utopistico End the Fed di Ron Paul, tuttavia non mi pare che il programma dell’Elefantino sia così lontano dal mezzo New Deal di Obama, nonostante quel pizzico di retorica antistatalista, ultimo lascito di un classical liberalism relegato a qualche esponente di nicchia.

C’è una via d’uscita? Il sistema democratico ha inesorabilmente trasformato la politica in un distributore automatico di privilegi: da un lato, il governo ha avocato a sé poteri d’intervento che nessun padre costituente americano gli avrebbe accordato; dall'altro, poiché ottenere la maggioranza è una questione di voti, i politici subiscono la pressione di qualunque coalizione di interessi, in cambio del suo appoggio elettorale. Forse questo è un circolo da cui non ci sarà più possibile venir fuori. Sarò pessimista, ma mi viene da dire: No, we can’t.
 

1 commento :

  1. Che obama abbia commesso tanti errori e si sia mostrato incapace si può effettivaemnte argomentare, ma bisogna anche considerare che aveva, ed ha, un congresso a lui avverso; non sono sicuro della cosa, ma non può essere che per guantanamo e il patriot act, il congresso si sia messo di traverso?
    In quanto a Keynes è meglio lasciarlo stare: J. M. Keynes è, e rimane, il più grande economista del secolo XX! Fra 100 anni nessuno si ricorderà di Gotti Tedeschi, ma state sicuri che Keynes verrà ancora studiato.
    Il capitalismo nella forma liberista ha portato progresso, civiltà ed anche, indirettamente, libertà, ma esso è sempre stato anche apportatore di sfruttamento dell'uomo sull'uomo, terribili diseguaglianze e, nelle inevitabili crisi cicliche (che furono individuate e studiate PRIMA di Marx), miseria e disoccupazione a non finire.
    Ed è grazie all'applicazione delle teorie keynesiane che tali sfruttamento, diseguaglianze, miseria e disoccupazione sono state mitigate; è grazie a quelle teorie, se gli effetti delle crisi cicliche sono stati meno dirompenti che nell'epoca del liberismo puro.
    Certo, l'intervento dello stato va saputo dosare nel tempo, nella quantità e nella qualità (Keynes stesso non propugnava mica l'intervento statale sempre, comunque e senza criterio!), ma disprezzare certa patologia del keynesismo non deve farci svalutare il keynesismo in toto: Roosevelt e Fanfani ne dettero delle buone attuazioni, non prive di errori e storture, ma nel complesso buone!
    Invero, i cattolici propongono in alternativa la "dottrina sociale della chiesa", ma NON credendo nella bontà e nell'onestà degli uomini (cristiani compresi), permettetemi di ritenere una pia illusione anche quella dottrina.

    Giovanni da Livorno

    PS: sullo scontro Clinton/Trunp non mi pronuncio anche perchè non riesce ad appassionarmi (è la politica attuale che non mi appassiona più).

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