24 novembre 2012

Buon "Deepavali". Sincretismo sull’Osservatore Romano?


di Enrico Maria Romano
Le ambiguità del cosiddetto ecumenismo post-conciliare sono divenute così evidenti e così note a tutti che pare inutile e vano starle ad elencare ancora una volta. Basti pensare che, contro la Rivelazione, la Tradizione, il Magistero e la migliore teologia (cf. per tutti, S. Tommaso, Summa theologiae, II-II, 5,3) si osa attribuire, in un documento conciliare, ai “fratelli separati”, presi indistintamente, la virtù sovrannaturale della fede (UR 3), totalmente incompatibile in verità con la professione pubblica e reiterata dell’errore e dell’eresia. Oppure quando nel medesimo testo si asserisce che i dissidenti hanno “la Parola di Dio scritta”, mentre giustamente la Costituzione Dei Verbum insegna che chi non possiede né la Tradizione né il Magistero (come è il caso sia dei luterani sia degli ortodossi), non ha neppure la Scrittura, né l’autorità per interpretarla (DV 10).

In questo campo anche autori noti per la loro prudenza e per la loro moderazione hanno ultimamente alzato la voce contro il confusionismo ecumenico diffusosi a partire dal Concilio in tutti i gangli vitali della Chiesa e della cristianità (cf. Padre Giovanni Cavalcoli, Il problema dell’eresia oggi, ed. VivereIn e mons. Brunero Gherardini, Ecumene tradita, ed. Fede e cultura).

Ebbene sull’Osservatore del 9 novembre u.s. (p. 8) è stato pubblicato il “Messaggio del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso agli indù per la festa del Deepavali” (?). E’ difficile, se si crede in Cristo, incarnatosi e morto “per la salvezza di tutte le genti” (DV 7), non rimanere sbigottiti dal contenuto del Messaggio, il quale tra l’altro si situa all’opposto di ogni volontà di “nuova evangelizzazione”. La Dichiarazione Dominus Iesus, pubblicata nel 2000 dal cardinal Ratzinger, faceva notare che le altre tradizioni religiose non solo non sono di per sé salvifiche, ma contengono errori, ambiguità e superstizioni che, come tali, allontanano i loro seguaci dalla via della salvezza. I loro membri poi non hanno la “fede” che sola rende accetti a Dio, ma posseggono una semplice “credenza”: il nostro dovere, come membra vive della Chiesa, è quello di proporre loro la verità salvifica di Cristo e della Chiesa. Quest’ultima, ricorda il catechismo “è l’arca di Noè che, sola, salva dal diluvio” (CCC, 845, corsivo mio). 


Come se tutto questo non appartenesse al Sommo Magistero cattolico, il cardinal Tauran si dichiara “lieto” di presentare agli induisti, a nome del suo Dicastero, “cordiali saluti e felicitazioni in occasione delle celebrazioni di Deepavali”, con un incoraggiamento per giunta di tenore laico e mondano: “Possano l’amicizia e la fraternità illuminare sempre più le vostre famiglie e comunità”. Nel corpo del testo il tema centrale è quello della pace, bene certo desiderato da tutti gli uomini di buona volontà, e non solo dai credenti. Noi però come cristiani sappiamo bene che Cristo è il solo portatore della pace, e la vera pace sociale il mondo – e tutte le sue false religioni – non possono procurarla. Si cita quindi Papa Giovanni che nel 35 la Pacem in terris scrisse che i fondamenti della pace sono la verità, la giustizia, l’amore e la libertà (n.), ma poi si omettono i primi due impegnativi termini, per concludere che “è necessario che ad ogni giovane si insegni soprattutto ad agire sinceramente e rettamente nell’amore e nella libertà”. Ma senza la verità e la giustizia, di quale amore e libertà si parla, visto che la vera libertà si fonda sulla verità?

Si arriva a dire che “in ogni educazione alla pace, le differenze culturali si dovrebbero certamente considerare come una ricchezza, e non come una minaccia o un pericolo”. Ma può godere di una vera pace una società che si fonda sull’indifferenza verso Dio, come insegnano sia l’induismo che il buddismo? E che pace interiore (o sociale) può derivare dalle dottrine orientali dell’apatia, del nirvana e della reincarnazione? Dovremmo accettare queste deviazioni, diametralmente opposte alla pacificante dottrina di Cristo, come “ricchezza” così come ci chiede esplicitamente il Messaggio? È evidente che qui si sta parlando non della pace che Dio volentieri offre a chi lo supplica, ma di quel pacifismo di tipo gandhiano, mondano o sincretistico che è portatore di relativismo etico, indifferentismo religioso, ateismo pratico.

 

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