08 novembre 2012

Che fine ha fatto la Right Nation?

di Hieronymus

Dall’“audacia della speranza” all’aridità dei numeri. Numeri che danno ragione, ancora una volta, a Barack Obama, rieletto Presidente degli Stati Uniti d’America anche senza la “valanga blu” che aveva travolto nel 2008 il ticket repubblicano McCain-Palin. Ma, come si dice negli States, “a win is a win”.

E la vittoria di Obama, seppur ridimensionata nel voto popolare rispetto a quella di quattro anni fa (i Democratici si sono imposti con un margine di circa 2 punti percentuali), pone ai conservatori americani un interrogativo ben più profondo e “sistemico”: che fine ha fatto la Right Nation? È forse venuta meno quella “maggioranza strutturale”, che nella Reagan coalition, perfetta sintesi delle diverse anime della destra americana, combinazione di liberismo economico e conservatorismo sociale, aveva garantito al GOP l’egemonia ideologica degli ultimi decenni?

Partiamo dai dati. Il quadro politico che emerge dalla tornata elettorale del 6 novembre non appare poi così catastrofico per i conservatori. Sebbene i Democratici, oltre alla Casa Bianca, abbiano consolidato il controllo del Senato, alla Camera dei Rappresentanti i Repubblicani confermano la maggioranza ottenuta alle elezioni mid-term del 2010, sotto la spinta del movimento Tea Party. Il risultato è un Congresso spaccato, con cui Obama dovrà scendere a compromessi, a cominciare dalla prossima riforma fiscale. Ma c’è di più. Il dato complessivo sulla composizione partitica dell’elettorato vede un significativo ridimensionamento dell’affiliazione partitica democratica rispetto a quella repubblicana, più in linea con la distribuzione del 2004. In tal senso, è utile ricordare come Obama, caso più unico che raro nella recente storia elettorale americana, rappresenti un Presidente in carica riconfermato con un margine inferiore rispetto a quello della sua prima elezione. Come si spiega allora la presunta erosione della “maggioranza strutturale” conservatrice? Al di là dei fattori contingenti (molti hanno insistito, non senza qualche fondamento, sull’effetto dell’uragano Sandy), può essere utile concentrarsi su due chiavi di lettura. 

In primo luogo, l’organizzazione della macchina elettorale. Rispetto alle elezioni del 2004, i Democratici sembrano aver acquisito un vantaggio competitivo sui Repubblicani in termini di capacità di mobilitazione dell’elettorato attraverso un capillare radicamento sul territorio. Si aggiunga a tale vantaggio la straordinaria capacità dello staff elettorale di Obama, capeggiato da David Axelrod (il vero “architetto” delle vittorie obamiane, come lo fu Karl Rove per le campagne di George W. Bush) nell’attuare una strategica campagna di conquista, contea per contea, degli swing states decisivi per raggiungere la fatidica soglia dei 270 Grandi Elettori.

Secondo elemento, la composizione etnica dell’elettorato. È quello che gli analisti chiamano demographic shift e che ha visto confermata la percentuale delle minoranze etniche (circa il 25%, in particolare afro-americani ed ispanici) sul totale dei votanti. È evidente che, se i Democratici mantenessero nei prossimi decenni la soverchiante maggioranza del voto afro-americano (attualmente al 90% democratico) ed ispanico (la percentuale si attesta al 70%), diverrebbe quanto mai proibitiva per i Repubblicani la conquista di stati come la Florida, la Virginia, il New Mexico ed il Colorado (tutti stati conquistati da Bush nel 2004).

Dobbiamo concludere che la Right Nation, dopo aver dettato per decenni l’agenda politica americana, sia ormai divenuta una “minoranza strutturale” negli Stati Uniti, lasciando il posto ad una Progressive Nation imperniata sulla Obama coalition? Non mi spingerei così in avanti.


Certo, il Partito Repubblicano si trova ora di fronte ad uno storico punto di svolta; nel corso dei prossimi quattro anni, la destra americana sarà infatti chiamata ad una profonda riflessione strategica, che dovrà produrre, oltre ad una più efficiente macchina organizzativa, una piattaforma programmatica in grado di integrare le minoranze, in particolare gli ispanici, che sulle tematiche sociali rappresentano già un elettorato potenzialmente conservatore. Per tutto il resto, la riscossa della Right Nation ha già un nome ed un cognome: Marco Rubio. L’appuntamento è per il 2016. 
 

1 commento :

  1. Volevo segnalare questa iniziativa per i cristiani i n Siria, non c'entra, ma neanche tento visto che Obama vuole dare i patriot alla Siria, ma forse con il mormone sarebbe andata peggio per i cristiani siriani.
    http://circolosanluigi.wordpress.com/2012/11/07/rosario-contro-le-persecuzioni-in-siria/

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