16 novembre 2012

C'era una volta lo stato vegetativo

di Alfredo De Matteo

Capita sempre più di frequente che persone considerate in stato vegetativo diano dopo diversi anni improvvisi segnali di risveglio o addirittura escano completamente dal coma. Evidentemente, si dice, tali casi sono dovuti a diagnosi errate; in altre parole, si può uscire da una condizione di coma irreversibile solamente nel caso in cui, in realtà, essa non sia tale. Ora, non occorre essere esperti in materia per capire che c’è qualcosa che non quadra in una siffatta spiegazione: infatti, anche volendola dare per buona, essa dimostra inequivocabilmente che i nuovi criteri di accertamento della morte, non più fondati sulla definitiva cessazione di tutte le funzioni vitali dell’organismo bensì solamente di quelle cerebrali (il cosiddetto “coma irreversibile”) sono quantomeno difficili da determinare con esattezza, perciò non sicuri al 100 percento. E’ necessario considerare che in ballo non ci sono questioni di poca importanza, che giustificherebbero l’adozione di un approccio medico scientifico che non tenga conto del principio di precauzione, ma la vita di esseri umani inermi.

In effetti, l’assunto secondo cui i malati in stato vegetativo non hanno alcuno stato di coscienza ha giustificato, in ultima analisi, l’omicidio della povera Eluana Englaro. C’è da dire, inoltre, che la diagnosi di coma irreversibile, formulata sulla base dei criteri stabiliti dalle legislazioni vigenti, consente l’espianto degli organi vitali e dunque, in definitiva, la soppressione fisica di un essere umano seppur in previsione di un bene.

Dal Canada arriva una notizia che conferma i dubbi e le perplessità sulla fondatezza scientifica del concetto di morte cerebrale: Scott Routley, un uomo in stato vegetativo da oltre dieci anni e che non aveva mai mostrato alcun tipo di reazione spontanea, è stato in grado di rispondere alle domande di alcuni scienziati affermando di non soffrire e di avere coscienza di sé. Per tutti questi anni il medico che l’aveva in cura diceva sempre la stessa cosa: “tabula rasa”. Solamente i genitori non erano d’accordo con tale diagnosi, dal momento che notavano alcuni impercettibili segnali che facevano pensare ad un modo di comunicare. La clamorosa svolta è stata possibile grazie alla tecnica utilizzata dal neuro scienziato inglese Adrian Owen, che attraverso uno scanner a immagini che permette di individuare le zone della corteccia cerebrale ancora funzionanti, è riuscito ad ottenere risposte negative e positive dal soggetto, anche se rimaneva impossibile stabilire qualsiasi tipo di comunicazione esterna con lui.


In realtà, non è la prima volta che si ottiene un risultato del genere. La tecnica del professor Owen venne utilizzata già nel 2007 con una giocatrice di tennis in stato vegetativo per trauma cranico a cui venne chiesto di immaginare di giocare una partita, e si osservò che alcune aree corticali di percezione si erano attivate. Ad ulteriore riprova della riuscita dell’esperimento si disse alla paziente di interpretare l’immagine di giocare a tennis come sì o no e si vide che, anche in questo caso, la signora utilizzava l’immagine per dire sì. L’esperimento diede i medesimi risultati anche relativamente a domande sul suo nome e sui suoi parenti.

A ciò si aggiunge quanto dichiarato dalla dottoressa Rita Formisano, primario dell’Unità post-coma dell’IRCCS Santa Lucia di Roma, secondo cui quello di Scott «non è certo il primo caso, perché c’è da tempo una letteratura internazionale sull’argomento. Si sa che il confine tra stato vegetativo e stato minimo di coscienza è sfumato. In oltre il 40 percento dei casi ci possono essere errori diagnostici, per cui si crede che si tratti di pazienti in stato vegetativo, quando invece si tratta di pazienti in stato di minima coscienza». Quasi la metà dei pazienti definiti in stato vegetativo in realtà potrebbe non esserlo!

In un mondo autenticamente civile ciò sarebbe più che sufficiente per abbandonare completamente i criteri di accertamento della morte basati esclusivamente sulla cessazione delle sole funzioni cerebrali ma, evidentemente, essi riflettono una concezione filosofica dell’esistenza atea, materialista ed utilitarista che nega il riconoscimento dell’intrinseca dignità dell’essere umano. In altre parole, il punto sembra essere il seguente: anche se non si è sicuri dell’avvenuta morte di un soggetto o di quale sia il suo effettivo livello di coscienza egli comunque, con la sua disabilità momentanea o permanente, rappresenta un peso per la società e per se stesso. Non è un caso che la comunità scientifica (tranne poche eccezioni) non abbia alcun interesse a prendere seriamente in considerazione le nuove tecniche diagnostiche, come quella utilizzata dal professor Owen, né tantomeno a rimettere in discussione il concetto di morte cerebrale proposto nel 1968 da un Comitato di scienziati istituito dalla Harward Medical School e da allora divenuto il criterio di riferimento utilizzato in tutti i paesi del mondo.

È quindi illusorio coltivare la speranza che le nuove scoperte scientifiche possano indurre l’establishment politico e culturale a ripensare seriamente ai criteri di accertamento della morte e a riconsiderare il modo con cui vengono trattate le persone considerate in stato vegetativo. Si può però portare alla luce con sempre maggior insistenza i numerosi casi di diagnosi sbagliate che generalmente passano sotto silenzio: solo così l’opinione pubblica potrebbe giungere a mettere in discussione il mito della cosiddetta morte cerebrale.



 

1 commento :

  1. Bisogna stare attenti con queste cose, perché è facile scivolare nel complottismo e nella pseudoscienza. Ricordano tutti il caso della cura Di Bella. Per il resto, la comunità scientifica ha regole ben precise, che rendono molto deboli critiche quali

    "Non è un caso che la comunità scientifica (tranne poche eccezioni) non abbia alcun interesse a prendere seriamente in considerazione le nuove tecniche diagnostiche"

    Questo significa scivolare nelle teorie del complotto. E invece, la comunità scientifica è aperta potenzialmente a tutto. Queste nuove tecniche diagnostiche devono essere vagliate, e se poi è chiaro che funzionano, allora bene. Se no, allora forse è meglio lasciar stare le chimere.

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