23 novembre 2012

Mara Carfagna, o “del quarto d’ora di celebrità”

di Alessandro Rico

Del funambolismo giuridico della Carfagna, Stefano Zecchi ha dato l’interpretazione corretta: è una trovata per far parlare di sé. E infatti mi ritrovo a parlarne. Le ultime sortite dell’ex ministro saranno pure delle «provocazioni», come scrive Zecchi, ma proprio per questo è irresistibile la tentazione di sottolinearne l’assurdità.

Qualche giorno fa i giornali annunciano che il Parlamento ha dato il nulla osta definitivo alla sua proposta di legge, che prevede, a partire dalle prossime elezioni amministrative, la possibilità di esprimere due preferenze, purché uno dei candidati votati sia donna. E il 21 novembre si apprende che, assieme alla Bongiorno, Mara Carfagna ha suggerito di introdurre l’ergastolo per il «femminicidio».

Non serve essere dei costituzionalisti per capire che si tratta di orrori giuridici. Le quote rosa non mi hanno mai convinto – questa cooptazione coatta delle donne in ruoli pubblici che magari non vogliono svolgere, del tutto indifferente a qualunque considerazione delle incombenze naturali, che spingono il sesso femminile a preferire la famiglia alla carriera politica – figuriamoci se vengono introdotte derogando al principio di buon senso, secondo cui un elettore non può scegliere due candidati diversi. E poi è difficile giustificare come mai, in barba al postulato dell’universalità delle leggi, si vincoli questa prerogativa a un voto di genere. Perché due uomini non vanno bene? Ancora più allucinante, se è possibile, l’idea dell’aggravante per l’omicidio di una donna, solo perché è donna. Come se la vita di un maschio valesse di meno.

È evidente che la Carfagna si è consegnata alla sottocultura («sotto» dal punto di vista qualitativo, perché quantitativamente è dominante) della contrapposizione di genere, cui si somma magari pure un’omofilia altrettanto stupida quanto il suo contrario. Una sorta di riedizione soft della lotta di classe, perché in fondo l’ossessione «hegeliana» di certa gente è che ci siano sempre dei servi e dei padroni. Ma ciò che sconcerta, anzi, deprime, è che a vendersi l’anima sia stata un’esponente di spicco di quel partito, che dovrebbe rappresentare almeno, in tempi di crisi dei consensi, un rifugio per chi in quella sottocultura non si riconosce. Mara Carfagna, in fondo, continua a fare quello che ha sempre fatto: spettacolo. E per restare alla ribalta, bisogna piacere. E per piacere, si deve anche passare con disinvoltura da affermazioni risolutamente conservatrici, del tipo: «Non c’è nessuna ragione per la quale lo Stato debba riconoscere le coppie omosessuali, visto che costituzionalmente sono sterili» (semmai lo sono «costitutivamente», peraltro); a un pubblico mea culpa al cospetto di Paola Concia: «Per avermi aiutata a sfondare il muro della diffidenza della quale penso di essere stata allo stesso tempo vittima e inconsapevole responsabile, in un passato remoto, ormai ampiamente superato».

Questa è la democrazia italiana: un mercato di voti, per vendere i quali bisogna farsi pubblicità, andare incontro alle esigenze del consumatore. «Sono come tu mi vuoi», cantava Mina. Con queste bullshits – per non dire stronzate; il termine è di Obama e quindi ormai è sdoganato – la Carfagna si guadagna il trafiletto sul giornale, l’agenzia, l’articolo on line che rimbalza sui social network, nel gaudio magno di chi ufficia il culto del politicamente corretto. Un quarto d’ora di celebrità e un seggio in Parlamento.
 

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