11 novembre 2012

Non è Bello ciò che piace, ovvero del Valore della Bellezza (II parte)

di Isacco Tacconi

Tornando ora però alla domanda posta al principio, nella prima parte di questa trattazione, la Bellezza è qualcosa di oggettivo o no? Per dare una risposta a questo quesito potrebbe forse bastare osservare il mondo che ci circonda e tentare di misurare il grado di sensibilità che la gente possiede, non tanto per una colpa propria, quanto per l’influenza che i media e la cultura dominante impone a noi tutti. Questo a partire dalla musica della quale ci vengono riempite le orecchie alla radio, nei supermercati, in tv. Oppure dalle immagini semi o totalmente pornografiche che ci scorrono davanti agli occhi continuamente, e fondamentalmente da un malcelato egoismo di massa, che non spinge più l’uomo a guardare fuori di sé, ma lo rinchiude in se stesso imponendogli di ricercare solo il proprio utile. 

Forse la gente ha perso fede nella bellezza, perché ha perso la fede nell’ideale. Siamo tentati di pensare che il nostro è il mondo degli appetiti. Non c’è altro valore all’infuori dell’utile, qualcosa ha valore solo se ha un’utilità. E qual è l’utilità della bellezza? Ma allora potremmo chiederci anche: qual è l’utilità dell’Amore? O dell’Amicizia? 

L’architetto americano Louis Sullivan diede voce al credo dei modernisti, dichiarando che la forma dipende dalla funzione: in altre parole, bisognava smettere di pensare a come un edificio appare, ma a quello a cui serve. L’utilità ha soppiantato la Bellezza divenendo il criterio cardine del giudizio artistico. L’idea innovativa, scioccante, la creatività portata a volte fino alla perversione della mente, divengono le coordinate di lettura dell’arte contemporanea. Non è più l’oggettività di ciò che si contempla a fornirci la chiave di lettura, ma il messaggio celato, nascosto, spesso da interpretare e chiuso nella mente dell’autore che vuole colpire, impressionare. Di fronte ad una struttura così ermetica non c’è più spazio per i giudizi di valore, ma solo uno sfogo di creatività che solo pochi eletti possono comprendere. L’arte è così diventata un lusso, un orpello, un vezzo per quella classe di intellettuali ispirati, e che gli uomini comuni non possono comprendere.

Caratteristica dell’arte, invece, è sempre stata la sua presenza in mezzo alla gente, cioè a servizio degli uomini, accessibile e fruibile da tutti: a testimoniarlo sono proprio le nostre care città d’arte italiane, che non a caso sono dei gioielli invidiatici da tutto il mondo, proprio per la loro “bellezza” di cui sono circonfuse in ogni angolo, in ogni via. E c’è forse bisogno da chiedersi perché attirino uomini e donne da tutto il mondo se non per la loro bellezza “oggettiva”? Ora, però, mi si potrà obiettare che il gusto contemporaneo non è quello medievale o barocco o vittoriano, e su questo non c’è ombra di dubbio, ma come ho detto sopra, l’anima si nutre e si ciba di ciò che vede e sente. Se sarà abituata a vedere il brutto intorno a sé, anche la sua capacità di giudizio verrà intaccata. Soprattutto, se si diffonde l’idea che l’arte è uscire fuori dagli schemi comunque e ad ogni costo, si rigetterà in massa tutto ciò che è passato e che abbiamo ereditato. Si rompe così la continuità con tutto ciò che ci ha preceduto. Credo, perciò, che il processo che ha messo in crisi l’arte sia avvenuto e si sviluppi tuttora su un piano ideologico, che conseguentemente fa leva su una sensibilità “alterata”. Il piano produttivo ed ermeneutico è stato spostato dal cuore al cervello: fare arte è divenuto un mero sforzo intellettualistico, e lo stesso vale per coloro che la devono leggere e interpretare nella ricerca disperata di senso. 

“Pensate alla gioia che potete provare quando tenete in braccio il bimbo di un amico. Non volete fare nulla col bambino, non volete mangiarlo, usarlo in qualche modo o adoperarlo per ricerche scientifiche. Volete solo guardarlo, e sentire la grande gioia che vi pervade quando vi concentrate su questo bambino, e non su voi stessi. Questo è ciò che Kant definisce atteggiamento disinteressato, ed è l’atteggiamento che contraddistingue la nostra esperienza del bello.” Questa è l’esperienza mistica, secondo Roger Scruton, filosofo inglese contemporaneo, che si prova dinanzi a qualcosa di bello: la contemplazione che non implica nessun’altra azione o sforzo, ma semplicemente lasciarsi pervadere dalla Bellezza.

Infine, per concludere in stile “Campari” (proprio per non prendersi “troppo” sul serio), vi proponiamo questo piccolo spezzone tratto dal film “Dove vai in vacanza?”, in cui Alberto Sordi, in gita con la moglie alla Biennale di Venezia, scopre d’essere un’analfabeta in fatto di “arte” contemporanea. Esilarante quanto spudoratamente reale, ricorda la fiaba “I vestiti nuovi dell'Imperatore” in cui, tra la folla convinta di ammirare una regalità invisibile, soltanto un bambino innocente, privo dei paraocchi della società, si accorge che il Re è nudo mentre tutti lo ammirano nei suoi regali mutandoni.  

 

0 commenti :

Posta un commento