10 novembre 2012

Non è Bello ciò che piace, ovvero del Valore della Bellezza (I parte)

di Isacco Tacconi

La domanda è lecita e sorge spontanea, in un mondo che sembra aver smarrito il “senso” della Bellezza: ma è proprio vero l’assioma “Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace?”
La questione è più sottile e ingarbugliata di quello che sembra. Spesso infatti parliamo di “senso della bellezza” intendendo un sensus communis proprio dell’essere umano, esattamente come la vista, il tatto, il gusto, l’udito e l’odorato.

Il senso, per definizione, consiste nella capacità di percepire degli stimoli esterni, e di decifrarne il messaggio secondo quanto essi stessi ci comunicano. Un daltonico per esempio, non ha la corretta percezione dei colori, ma li percepisce in maniera confusa ed evidentemente non corrispondenti alla realtà, proprio a causa di un “suo” difetto. Lo stesso potremmo dire di un ubriaco: non avendo egli pieno possesso delle sue facoltà, i suoi sensi sono alterati ed incapaci di percepire la realtà così com’è. Potremmo fare molti altri esempi di questo genere, ma in definitiva ciò che accomuna tali situazioni è l’incapacità di mettere a fuoco la realtà, di essere padroni del mondo circostante e di decifrarne il significato. Con questo voglio spingermi a dire che la stessa percezione della Bellezza è subordinata alla nostra capacità di saperla cogliere. Ciò significa che essa non è solamente un’impressione soggettiva e quindi intoccabile, ma possiede una sua dimensione oggettiva alla stregua della realtà che ci circonda, di fronte alla quale l’uomo deve solamente porsi in ascolto e lasciarsi istruire. 

Fin dall’antichità la Bellezza è stata considerata un valore alla stregua della Verità, del Bene e della Giustizia, non a caso era identificata con la dea Venere nell’antica Grecia, allo stesso modo di Diche (la Giustizia), Atena (la Saggezza) e così via. La Bellezza è un tema che attraversa trasversalmente tutte le culture e tutte le epoche, in alcune essa riveste un ruolo più importante e centrale rispetto ad altre specie nella produzione artistica, e cambia anche notevolmente lo spazio che essa occupa a seconda del grado di sviluppo dei popoli e delle culture. I greci, per esempio, avevano una particolare sensibilità a riguardo, tanto da essere quasi ossessionati dalla ricerca estenuante del “bello ideale” ovvero della perfezione, plasticamente visibile nella scultura, oppure nell’ordine e nell’armonia delle forme geometriche dell’architettura dorica, ionica o corinzia.


Lo stesso Platone parla della Bellezza come qualcosa che muove ed eleva l’uomo a pensieri sublimi e sentimenti che provocano un godimento profondo dell’anima, nutrendola della sua contemplazione. Egli, nel Fedro, ne parla in termini poetici con queste parole : “L'anima se ne sta smarrita per la stranezza della sua condizione e, non sapendo che fare, smania e fuor di se non trova sonno di notte né riposo di giorno, ma corre, anela là dove spera di poter rimirare colui che possiede la bellezza. E appena l'ha riguardato, invasa dall'onda del desiderio amoroso, le si sciolgono i canali ostruiti: essa prende respiro, si riposa delle trafitture e degli affanni, e di nuovo gode, per il momento almeno, questo soavissimo piacere. [...] Perché, oltre a venerare colui che possiede la bellezza, ha scoperto in lui l'unico medico dei suoi dolorosi affanni.” 


Noi tutti possiamo essere d’accordo sul fatto che amiamo la bellezza perché suscita in noi piacere e soddisfazione, non tanto per la sua utilità pratica, che molto spesso è nulla, ma per la pura e semplice contemplazione di lei, che rallegra l’anima e ristora il cuore. Nell’antica Grecia come nell’antico Giappone o in Egitto o in Persia, questo senso del “Bello” permeava tutta la società ed è tutt’oggi visibile nei resti monumentali di quelle gloriose popolazioni. Due cose, però, accomunano tutti questi popoli: una cultura filosofica sviluppata e una tradizione religiosa molto forte. Il senso del sacro e la religiosità spingono l’uomo ad orizzonti Mèta-fisici, cioè oltre le cose di questo mondo, permettendogli così di elevarsi sulla materia corruttibile per alzare gli occhi là verso ciò che non si corrompe. Permettono all’uomo di gettare lo sguardo sull’abisso oltremondano, aprendo il cuore e la mente ad una dimensione spirituale, che sempre e in ogni cultura è stata percepita come un luogo ideale, di gioia, di pace, mèta ultima della vita dell’uomo.


La Bellezza quindi risulta essere per l’uomo di grande “consolazione”, un rimedio dell’anima e della mente ai mali dell’esistenza, perché è come se gli ricordasse la speranza di una vita oltre la sofferenza, oltre la morte. Paradigmatico a questo proposito è il rimedio di Davide, che attraverso il suo canto e la sua musica riesce a quietare i tormenti interiori di Re Saul. E’ forse l’esperienza che si prova nell’ascoltare un brano di J.S. Bach o di J. Dowland. In quest’ottica, che gli rivela la sua natura di essere spirituale, l’uomo è portato a rendere bello tutto ciò che lo circonda e a tentare di riprodurre questa bellezza in ogni aspetto della vita, dal cibo, alla sartoria, alla musica, al canto, alla poesia, all’architettura, alla pittura, alla scultura e ad ogni forma di produzione umana. E questo può significare solo una cosa: che la vita vale la pena di essere vissuta, e quindi abbellita, nobilitata, resa appunto “umana” e quindi rivolta al divino. 


Vi proponiamo perciò la visione di questo breve documentario sul “Valore della Bellezza” in onda sulla BBC, ideato da Roger Scruton, filosofo e scrittore inglese, che forse può gettare un po’ di luce su uno degli argomenti più controversi quanto importanti per la vita dell’uomo: La Bellezza. 



 

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