06 novembre 2012

Pino Rauti: un epitaffio di parte cattolica

di Paolo Maria Filipazzi 

Si sono appena spenti i riflettori sull’ultimo saluto a Giuseppe Umberto Rauti, meglio noto come Pino Rauti, una delle colonne storiche della Destra italiana ed intellettuale di grande spessore. Purtroppo nei necrologi sia i detrattori che gli ammiratori hanno teso a ridurne la figura ad una sorta di immaginetta nostalgica, cosa che egli in realtà non fu. Non è però questa la sede per ricostruirne la biografia, per la quale occorrerebbe semmai un voluminoso libro. Ci limitiamo, quindi, a fare alcune valutazioni sul pensiero rautiano alla luce della dottrina cattolica.

Rauti fu, innanzitutto, un “figlio del Sole”, cioè un membro di quel gruppo a metà fra il cenacolo culturale e la corrente giovanile missina che si era raccolto, nell’immediato dopoguerra, attorno alla figura di Julius Evola ed al suo pensiero. E’ noto come al centro del pensiero evoliano ci fosse una critica serrata e radicale alla modernità, colpevole di avere rigettato la dimensione sacrale e metafisica. Accanto a questo aspetto, però, altrettanto fondamentale fu la critica al cristianesimo, accusato di essere stato proprio uno dei fattori che avevano causato il declino del sacro, pur non senza periodiche aperture, che permisero a diversi suoi discepoli di approdare al Cattolicesimo Romano senza per questo rinnegare l’antico Maestro.

Pure Rauti si proclamava cattolico (“Io resto cattolico, apostolico, romano. Resto, in termini politici, missino”, proclamerà nel 1995 opponendosi alla svolta di Fiuggi), anche se la sua visione, chiaramente espressa nelle sue opere, fra cui il fondamentale “Le idee che mossero il mondo”, rimase sostanzialmente legata alla metafisica evoliana. E fu proprio in seno alla corrente “rautiana” che allignò ogni sorta di eresia, non solo sul piano politico ma proprio su quello religioso (pagani, buddisti, convertiti all’Islam e chi più ne ha più ne metta).

Andiamo, dunque, a guardare le posizioni sui valori non negoziabili, quelli cioè che devono costituire il primo metro di misura per ogni cattolico nella sua valutazione politica. Vengono in rilievo, a mio avviso, due testi. Il primo è un articolo intitolato “Imitatori del peggio”, pubblicato sul quotidiano “Il Secolo d’Italia” il 14 maggio 1973 ed oggi reperibile all’interno del libro “60 anni di un Secolo d’Italia” di Antonio Rapisarda. Si era all’indomani del referendum sul divorzio, che aveva visto il Movimento Sociale Italiano schierarsi per il SI', cioè per l’abrogazione. Nel partito non erano mancati mal di pancia, fra cui quello dello stesso segretario, Giorgio Almirante, divorziato, e del fondatore Pino Romualdi, favorevole pure lui al divorzio, i quali alla fine si erano piegati alla linea del Comitato Centrale, che li aveva messi in minoranza (nell’era del leaderismo sembra fantascienza, ma all’epoca le cose andavano così).

Rauti era uno di quelli che al divorzio erano contrari per davvero e non solo perché così diceva il Partito ed espresse le sue considerazioni due giorni dopo il referendum, nell’articolo sopra citato. In quell’editoriale Rauti sosteneva che il principale argomento ad aver fatto presa sugli elettori fosse che, ormai, il divorzio ci fosse in tutto l’Occidente e che quindi fosse necessario stare al passo coi tempi. E così sferzava: “La verità è che non stiamo raggiungendo l’Occidente nella sua globalità […] ma galoppiamo solamente per attestarci sulla linea dei suoi vizi e dei suoi capricci. E’ vero che l’Olanda […] discetta seriamente di matrimonio tra gli omosessuali, ma è pur sempre una Nazione che […] lavora duramente, sulle terre strappate al mare, un’agricoltura di primordine; è vero che la Germania ha tante permissività oltre il divorzio, ma ha anche un’infinità di cose serie; e così anche gli Stati Uniti […]: hanno il divorzio sì, ma pure gli astronauti che passeggiano sulla Luna”.

Altro testo da tenere sul comodino è “Perché no all’aborto”, un opuscolo in cui è riprodotto il discorso che egli tenne alla Camera dei Deputati il 2 marzo 1976. Oggi l’opuscolo è stato ristampato a cura della Comunità Militante Raido. Anche qui colpisce la forza delle sue argomentazioni: non solo Rauti fornisce serrate argomentazioni scientifiche, non solo critica la crisi demografica della “vecchia Europa” indotta dalle politiche anti-nataliste, ma difende con decisione l’idea che l’embrione abbia già una vita non solo biologica, ma anche spirituale, e rivela quanto sia squallida l’idea di chi concepisce la libertà solo come una capacità sterile di disporre di se e degli altri come se si fosse Dio.

Insomma, Pino Rauti, nonostante non tutte le sue posizioni fossero condivisibili su diversi aspetti, dimostrò sempre, quando erano in gioco i valori fondamentali, di sapere distinguere perfettamente quale fosse la parte giusta dalla quale schierarsi. Non si può dire che taluni suoi epigoni, alfieri della nuova destra "laica" ed "europea" di Futuro e Libertà, abbiano fatto altrettanto.
 

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